Io non ho conosciuto che una donna nella mia vita e basta! la bionda,

la bruna, la sentimentale e la donna assennata, tutte le bontà e tutte

le bellezze di una creatura di donna son già passate nel mio cuore il

giorno che vi siete passata voi, Teresita. Voi vi avete lasciato un

modello così sublime, che, al confronto, tutte le altre mi sembrano

immagini sbiadite. Chi ama bene una volta ha amato per sempre. Il

destino non ha voluto che voi foste mia, e _amen_! È bene che io non

guasti il mio ideale. Se Giacomina non mi avesse cacciato qui, io non

sarei venuto mai a questa ricerca di commesso viaggiatore. È peccato

sciupare l'amore vivo con degli amori artificiali; non barattiamo

l'oro colla carta.... Addio.

TERESITA

non contenta.

Che dovrò scrivere dunque a Giacomina? Che abbiamo fatto fiasco?

NICOLÒ.

Le scriverò io, se permettete. Siccome non tornerò a casa sua prima

della fin del mese e forse più tardi, è bene che le mandi due righe.

Se mi favorite carta e penna.

TERESITA

preparando le cose su un altro tavolino.

Intendete viaggiare?

NICOLÒ

siede al tavolino e prende la penna.

Sì, ho bisogno di cambiar aria. Son mezzo malato, mi sento vecchio e

malinconico. Andrò a Parigi anch'io in cerca di distrazione.

scrive:

_Cara Giacomina...._

TERESITA

seduta in disparte ha preso in

mano un lavoruccio.

Parigi non è una città troppo indicata per della gente ammalata. Voi

avete bisogno d'una buona infermiera.

NICOLÒ.

_Cara Giacomina...._ Aiutatemi a scrivere questa lettera....

TERESITA

con energia, dopo aver buttato

via il lavoro.

Sì, scrivete sotto dettatura:--Cara Giacomina, siccome io sono... un

uomo di poca fede....

Nicolò scrive sotto dettatura:

qui s'interrompe.

TERESITA

comandando.

Scrivete, animo! «Son destinato a soffrir sempre per non conchiudere

mai nulla.» Avete scritto?

Si alza e passeggia un po' nervosa.

NICOLÒ

scrive.

_Mai nulla_.... Ho scritto.

TERESITA.

Punto e a capo. «Io non credo nella virtù della donna....

NICOLÒ.

Scusate....

TERESITA

lasciandosi sempre più trasportare

dalla passione.

No, no. Dovete scrivere la vostra condanna. «Non credo... che una

donna... possa aver conservato puro il suo ideale... mentre....

parlando direttamente a Nicolò

che lascia cadere la penna.

mentre intorno a lei si commerciavano gli affetti e si commettevano le

più ignobili vigliaccherie. Non credo che una donna possa sopravvivere

al suo stesso dolore e alle sue umiliazioni: non credo che possa

ancora conservare intatto il tesoro de' suoi affetti e possa

compensare un uomo di averla amata bene una volta....

NICOLÒ

afferra le mani di Teresita, le

porta alla bocca, inginocchiato

davanti a lei.

Dunque tu mi ami ancora?

TERESITA

svegliandosi da una specie di sogno.

Che fate? io non parlavo di me. Scrivete.

NICOLÒ.

Donna di poca fede, perchè ingannarci ancora?

TERESITA.

Io parlavo di queste povere ragazze orfane.

NICOLÒ.

Esse hanno bisogno di un padre. Scrivete voi, detterò io....

La fa sedere al suo posto.

TERESITA

resistendo.

Nicolò, che cosa ho detto? io provo un rimorso.... Voi non siete

venuto per me.

NICOLÒ.

Scrivete «_Cara Giacomina_....

Teresita si sforza a scrivere.

Nicolò detta:

Ni... co... lò mi a... ma;--punto e virgola.--Io a... mo Nicolò.

Dunque t... o... to. E Teresita non dice di no. E la cara zietta,

senza la cuffietta, si lascierà finalmente baciare la bocca da un

vecchio ragazzo che l'ama da dieci anni.

TERESITA.

Odiandola....

NICOLÒ.

Sì. L'amore perchè resista al tempo bisogna come l'oro mescolarlo in

una piccola lega d'odio e di gelosia. Sì, io ti ho odiata, ti odio...

perchè ti amo.

TERESITA.

Zitto, le ragazze....

Si alza un po' spaurita e con

voce supplichevole soggiunge:

E andrete proprio via?

NICOLÒ.

Sicuro, bisogna che io corra ad avvertire Giacomina di queste novità.

Ve la manderò qui.

TERESITA.

Qui no: ci son troppe ragazze. Andrò io da lei. Mio Dio! e che diranno

queste povere figliuole? io che dovrei pensare al loro destino, e

invece.... Bella zia che sono! ma non sono invecchiata, Nicolò?

Va a guardarsi nello specchio.

Non sono magra e distrutta dal dolore? Non merito proprio una cuffia?

Che cosa dirà il mondo?

NICOLÒ

ridendo mentre passa il braccio

nel braccio di lei.

Il mondo dirà che amor vecchio non invecchia: e che il miglior modo

per prender moglie è... di parlarne alla zia.

AI TEMPI DEI TEDESCHI.

--Tutte le mattine la salutavo con un bel trillo di flauto (allora il

flauto era di moda): e tutte le sere, prima di levarmi le scarpe, le

mandavo un altro saluto con una volatina di note, che volevan

dire:--_Bona note, siora Nina_!

--Lei, insomma, era innamorato della sua vicina.

--Come un angelo, ero innamorato. A vent'anni l'amore va tutto in

fiore, e quando la sorte ti mette accanto a una bella donnina, il meno

che si possa fare è di farle la corte col flauto.

--E il marito?

--Il marito d'una bella donnina è sempre un brutto mostro, un tiranno,

uno scimmiotto, questo si sa. Nel caso mio, il sior Malgoni, imp. reg.

impiegato alla contabilità, un omaccione linfatico e geloso, meritava

qualche riguardo, prima perchè in fondo voleva bene a sua moglie, e

poi perchè aveva delle amicizie in polizia e a quei tempi non c'era

troppo a fidarsi. Parlo dei tempi dei tedeschi.

--Ho capito. Lei non andava più in là del flauto.

--Ero un matricolino sui vent'anni, un pò' timido, come chi non è mai

uscito dal suo guscio. Qualche volta mi arrischiavo di gridare dalla

finestra:--_La se péttena, siora Nina! vol piovere? vol far belo,

siora Nina?_

--E la siora Nina?

--_Sì, sior Anzolo, vol piovere, vol far bel tempo!..._

--Un'arcadia!

--E non mancavano i sonetti.

--Anche i sonetti?

--Sicuro; li stampavo sul _Trovatore_, un giornaletto teatrale di

Padova, e glieli facevo pervenire con delle iniziali molto

trasparenti. Seppi più tardi che la siora Nina non sapeva leggere più

in là del suo libro da messa; ma le donne, quando amano, son come i

gatti; ci vedono anche al buio. Suo marito se l'era tirata in casa

ancor ragazzina, con una gonnella di cotone e un paio di zoccoli sui

piedi; l'aveva mandata a scuola un po' di tempo dalle monache, e

quando la servetta gli parve cresciuta abbastanza, se l'era sposata

per avere una compagna fedele. Il poveretto, più vecchio una ventina

d'anni, pativa d'asma e di mal di cuore, ed è sempre prudenza aver

qualcuno che ti assista in un bisogno e ti faccia compagnia la notte.

--Era bella?

--Bellissima no, ma un musettino gustoso di servetta friulana, con dei

riccioli biondi che incorniciavano un bell'ovale colorito e sano.

Gaia, spiritosa come tutte le nostre venete, la fortuna non l'aveva

fatta salire in superbia. Nella sua ignoranza aveva un fascino

naturale, non guasto dalle solite compassature del galateo sociale.

Gente in quella casa ce ne andava poca, tranne qualche provinciale,

che capitava di tempo in tempo a trovar la Nina diventata _parona_.

L'unica persona di riguardo, che visitava con qualche frequenza l'imp.

reg. impiegato della contabilità era il dottor Franzon, un professore

della facoltà medica, compatriota del Malgoni e suo medico curante.

Franzon era già una mezza celebrità fin da quel tempo per le sue

fortunate operazioni ostetriche, e la gran scienza faceva perdonare in

lui il naso d'aquilotto e i modi di villan scozzonato e superbo, che

gli avevano meritato il titolo di dottor _Grobiàn_.

L'onore e la scienza di tanto uomo si riverberavano sulla modesta casa

Malgoni, specialmente dopo che Franzon era salito in auge alla Corte

per una felice operazione, che aveva salvato alla monarchia uno dei

trecentotrentatrè arciduchini d'Austria. E poi fa sempre comodo d'aver

un dottore amico, quando si soffre d'asma e di palpitazione di cuore.

La siora Nina era in una continua trepidazione davanti a un _omo de

tanto riguardo_, molto più che Malgoni, indulgente su molte cose,

diventava ancor il _paron_ terribile, quando si trattava d'invitare a

pranzo l'illustre Franzon. Guai se il manzo non era a giusta cottura!

guai se il caffè non aveva quel tal profumo delicato! guai se Nina non

faceva gl'inchini bene e non rispondeva a tono:--_Sior sì, sor dottor;

sior no, sor professor...._ «Un omo che aveva delle influenze a Corte,

che, con poco rispetto parlando, aveva visto un'arciduchessa in

camicia, un dottor di quella forza, un professoron come Franzon, che

si degna _de magnar_ la tua minestra, non è un caso che cápita a

tutti; oltre all'onore, poteva sempre far del bene a un imperiale e

regio impiegato, onesto, religioso e di sani principii.»

--Ho capito. La siora Nina non si divertiva troppo.

--E no, poverina! quando i due cravattoni cominciavano a parlar di

politica, e a tirare in scena la Dieta e Metternich e a parlare in

_barlich_ e _barloch_ e in _flit_ e _futter_, essa usciva volentieri

col secchiello a prender l'acqua sul pianerottolo.

Era in quei momenti e durante quelle brevi scappate ch'io coglievo

l'occasione per recitarle il mio sonettino, per dirle che le volevo

bene, per baciarle la punta di un dito. Non più in là, s'intende.

Essa non era donna da dar confidenze agli studenti e io, povero

matricolino, ero troppo ingenuo per far della concorrenza a

Metternich.

La cosa andò avanti così un bel pezzo, tra un trillo di flauto, un

sonetto e un secchiello d'acqua, quando Malgoni ammalò gravemente di

quel suo battito di cuore e parve sul punto d'andarsene all'altro

mondo.

Franzon si mise al letto dell'amico e gli usò una assistenza fraterna.

Quando non bastava il dì, rimaneva la notte accanto alla siora Nina

che scaldava i brodi; e siccome ogni servizio merita compenso, e non

c'è amicizia che in qualche modo non si faccia pagare, il bravo dottor

e professor, forte dell'amicizia di Metternich e della sua prepotenza,

credette d'onorare anche la moglie del suo vecchio amico.

La Nina, una povera servetta senza esperienza, còlta di sorpresa,

nella sua suggezione, nella sua paura, al buio, di notte, accanto al

marito quasi morente, dominata dalla forza d'una passione brutale e

poi spaventata dal sofisma del fallo compiuto, dopo essere stata

vittima, si credette quasi complice del tradimento. E tacque e simulò.

Franzon poteva fare del bene a Malgoni; ma poteva anche fargli del

male. La povera donna, sprovveduta nella sua ingenua ignoranza d'ogni

energia morale, credette, simulando, di evitare a suo marito un gran

dolore. C'era da farlo morire di crepacuore quel pover'uomo, se gli

avesse detto di qual refe era fatta l'amicizia di Franzon. E non si

accorse che intanto l'uomo scaltro ed erudito la dominava con la sua

stessa paura e l'appoggiava come una schiava al carro della sua colpa.

Quando tornai a Padova, dopo le vacanze, mi parve di leggere nel volto

meno chiaro della bella Nina come una nota misteriosa di dolore e di

avvilimento. Essa mi fece capire che aveva qualche ragione segreta di

vivi dispiaceri. Malgoni stava abbastanza bene e aveva ripigliato il

suo ufficio; ma l'amico di casa s'era impadronito così bene del cuore

del suo malato, che ormai il pover' uomo non vedeva che per gli occhi

del dottore, non parlava che per la sua bocca.

Non ci vuole che un marito per non vedere: ma la gente cominciò a

mormorare. Le donnette volevan quasi far credere che il dottore

mirasse ad avvelenare Malgoni colla digitale o a corroderne la vita

coi deprimenti. Questa calunnia, messa fuori colla solita sventatezza

delle teste piccine, non fu senza conseguenza per una fantasia

riscaldata come la mia; la malinconia, il pallore e le lagrime della

povera siora Nina non erano per se un terribile capo d'accusa?

Da quel dì cominciai a guardare in cagnesco il piccolo dottor Grobian,

dal naso d'aquilotto, dalle spalle di facchino, che andava schiacciato

sotto l'enorme tuba e infagottato nell'enorme cravattone di seta. E

siccome ringhio suscita ringhio, anche Franzon imparò a conoscermi e a

guardarmi in cagnesco tutte le volte che m'incontrava sul pianerottolo

o nell'androne della casa. Anche lui aveva le sue spie, e qualcuno

doveva avergli parlato dei miei sonetti e de' miei trilli di flauto.

Si arrestava con sfacciataggine a squadrarmi, colle mani dietro alla

schiena, colle quali dimenava una grossa canna come una coda e con

quegli occhi pesti pareva dirmi:--_Ocio_, matricolino che so tutto e

ti posso far legare.--Il _Trovatore_, aveva delle velleità

patriottiche io era allora un bel giovinotto, con un bel pizzo di

barba: e anche quel po' di barba poteva essere interpretata come

un'idea sovversiva. Parlo dei tempi dei tedeschi.

Messo tra un marito geloso e un ringhioso amico di casa, il meno che

potessi fare era di usar prudenza, di rimettere il flauto

nell'astuccio, di sacrificare qualche sonetto, di compatire da lontano

a una povera donna caduta come un'agnella negli unghioni d'un orso

buono e stupido e di un lupo furbo e affamato.

E le cose sarebbero andate avanti un pezzo così, e sarebbero

fors'anche finite in qualche maniera colla pace e colla noia, se tutto

ad un tratto l'illustre Franzon non fosse stato ufficiato ad assumere

la direzione dell'Ospedale delle partorienti a Venezia, carica che

portava il grado di medico di Corte e il titolo di cavalier della

Corona di ferro. Bagatella!

Questa nomina che lusingava la sfrenata ambizione e l'avidità del

bravo ginecologo, poteva essere per la siora Nina una vera

liberazione.

Ma la poverina aveva fatto i conti senza il lupo. Franzon non era un

uomo da rinunciare troppo facilmente a una passione e a una comodità,

neanche per l'onore della Corona di ferro. Scrisse da Venezia

all'amico che c'era una bella combinazione, un posto vacante alla

contabilità di quella delegazione, con qualche vantaggio di soldo, che

lui poteva raccomandarlo a persone influenti: e poi tornò a scrivere

che l'aria delle lagune più calma, più carica di sale, era fatta

apposta per i mancamenti di respiro; non perdessero tempo,

inoltrassero subito una domanda all'I. R. delegato: al resto pensava

lui....

--Il lupo voleva avere la pecorella vicina....

--Precisamente così. La povera Nina che di quella maledizione ne aveva

abbastanza, usò di tutta la sua influenza presso il marito perchè non

si movesse; gli dimostrò che a Padova stavan bene, che vi avevano

amici e parenti, una bella casa, tutte le migliori comodità, mentre un

trasloco è una tempesta, un danno, un fastidio infinito. Pregò tanto,

carezzò tanto la barba grigia del suo Malgoni, che costui, pigro già

la sua parte e nemico dei trambusti, finì col ringraziare l'amico

lontano e disse di no. Questa risposta non fece che aguzzare la voglia

dell'illustre ginecologo e colla voglia il dispetto e la rabbia. Tornò

a scrivere; ma vedendo che sprecava il suo inchiostro, e che Malgoni

era deciso a non muoversi, cominciò a insinuare bel bello qualche

sospetto nell'animo dell'amico. Gli fece capire che la Nina aveva

qualche motivo di non abbandonar Padova, città allegra, piena di

studenti e di capi scarichi, che fanno all'amore coi sonettini e coi

trilli di flauto....

--Birbo!

--....Tre volte birbo! Il marito, facile a insospettirsi, aprì gli

occhi, osservò dissimulò, e può essere che cogliesse qualche segno a

volo. Ma non volendo far scene per paura d'uno scandalo, una sera,

detto fatto, annuncia alla Nina che aveva accettato il posto: si

preparasse a sbarazzare la casa e a partire per Venezia,

La povera donna, che cominciava appena a respirare e a godere la sua

libertà, còlta in un momento cattivo, dichiarò a Malgoni che lei a

Venezia non sarebbe andata....

--Ah! tu non vuoi venire?--gridò con voce ironica il vecchio geloso: e

siccome l'amico lontano in quei giorni aveva avuta la bontà

d'inviargli tutta la raccolta de' miei sonetti innocenti, in cui il

nome di _Nina_ tornava spesso a rimare con _divina_, armato di quei

documenti, si scagliò sulla povera donna e cominciò a batterla.

--So tutto, svergognata! so tutto, brutta traditora, senza cuore e

senza carità. E tu fai all'amore, mentre hai il marito malato, quasi

moribondo? e tu dimentichi così il bene che ti ho fatto, brutta

servaccia?

E siccome non cessava di picchiare con un pezzo di riga sulla spalla e

sulla testa della povera donna, alle grida, ai pianti di costei, sì

risvegliò la casa, si aprì qualche finestra, comparvero dei lumi e

cominciarono gli uhè.... di sotto e di sopra.

La Nina che non capiva bene per colpa di chi la battesse il suo

padrone, aveva cercato di scappare dall'uscio sul ballatoio; e fu

allora che il vecchio esasperato, pensando che volesse fuggire di

casa, le sbarrò il passo, l'afferrò pei capelli e la fece strillare

come un'aquila.

Era troppo ormai anche per un matricolino. Corsi di sopra, piombai su

quel disperato, che al mio comparire si fece livido; poi non so dire

quel che sia avvenuto.

Pare che l'emozione fosse troppo forte per il vecchio malaticcio, o

che una violenta stretta di cuore soffocasse insieme la bile, il

sangue e la vita.

Cadde come un sacco slegato, lo circondarono, lo portarono sul letto,

e nella notte stessa morì, con infinito spavento della povera Nina,

che s'immaginava quasi d'averlo ammazzato.

Due giorni dopo questi fatti alcuni compagni corsero a casa mia ad

avvertirmi che avevano arrestato Branchetti, il direttore del

_Trovatore_ e che la polizia era in cerca di me. Non era il caso di

stare ad aspettarla.

Le guardie entrarono in casa mia e sequestrarono le carte, le robe, il

flauto. Padova non era più aria buona per me: e per non aspettare di

peggio, la notte stessa presi la strada del confine.

--Era anche questo un intrigo di Franzon?

--....Còlto nel segno! Coll'ingegno che natura gli ha dato, egli aveva

saputo dimostrare alla polizia centrale di Venezia che a Padova si

congiurava contro l'ordine costituito e che un branco di giovinastri

mazziniani nelle conventicole del _Trovatore_ inneggiavano all'Italia

sotto l'allegorico nome di Nina,

--Che talento! Non poteva vendicarsi con più spirito. E come finì?

--Finì che, morto Malgoni e venuto al mondo, sei mesi dopo il

funerale, un bel maschietto, la povera Nina trovò ancora della sua

convenienza di andare a Venezia e d'acconciarsi in casa del suo nuovo

padrone e tiranno; il quale qualche tempo dopo trovò della sua

convenienza anche lui di sposare la vedova e tirarsi in casa quel po'

di ben di Dio che Malgoni le aveva lasciato sul testamento. La siora

Nina dev'essere morta qualche tempo prima che entrassero gli Italiani

in Venezia.

--Bella storia! e Franzon?

--Franzon sano, robusto, vispo come un pesce, di trionfo in trionfo,

oggi è diventato una mezza illustrazione della scienza europea. Si

dice che alla prima infornata abbiano a farlo senatore.

--....È naturale! Non son più i tempi dei tedeschi.

GINA.

Man mano che il Natale, col suo regalo di neve, si avvicinava, si

facevano sempre più spaventosi i rimorsi di quella ragazza: perchè la

sua mamma poveretta, era morta appunto una mattina di Natale, mentre

la Gina non toccava ancora i nove anni, e il pensiero della mamma,

anche in mezzo alle più sciocche vanità della vita, aveva sempre

conservato per la giovane un certo qual profumo, come di fiori

d'altare. Oggi, passati molti anni da quel giorno, la Gina aveva

abbandonata la casa paterna, per venire a cercar fortuna in città.

Giunta a Milano col canestrino di fiori, perchè era bella, se l'erano

messi d'attorno i giovinotti e uno fra' tanti che l'aveva tentata,

pareva che le volesse bene; così almeno egli giurava sempre,

toccandosi colla mano il posto del cuore. E veramente, ne' primi

tempi, fu per la Gina una specie di sogno. La stagione era viva, la

città allegra e piena di gente, gli amici cortesi; per cui ella potè

facilmente guadagnarsi un appartamento tutto per lei, con specchi,

dorature, cortine di seta, e un gabinetto chinese con una specchiera,

che pareva un reliquiario. E dire che la Gina alla Ghiacciata s'era

lavata il viso le dodici volte nel secchio! ma fortuna e dormi, dice

il proverbio, ossia chi bella nasce ha la dote nelle fasce. I

fotografi amavano ritrarla in grande, per farne dei quadri agli angoli

delle vie: un cappellino, portato dalla Gina, poco mancava che

diventasse subito di moda e se le signore--quell'altre--non andavan

dietro al modello, gli era soltanto per non dimostrare che la Gina

fosse più bella di loro. Tuttavia anche sotto quella cipria, anche in

mezzo alla spuma frizzante di quella vita, fra le garze e i nastri

color di rosa, la Gina provava nel cuore una specie di puntura, come

se una spina vi si fosse rotta dentro; e in fondo ai cartocci pieni di

cose dolci, che le regalavano a teatro, sentiva sempre un amaro di

legno quassio, perchè il peccato non si sputa fuori, nè tutte le

macchie si lavano col sapone. Anzi, quanto più pareva che il suo

occhio di gazzella fosse talvolta rapito in una apoteosi dell'opera, e

in una contraddanza di driadi ed amadriadi, tanto più il suo pensiero

sprofondava nelle fessure della coscienza e le accadeva di vedere, fra

le piante della scena, spuntare un campanile aguzzo, colla crocetta in

cima, o la siepe dove soleva curare le oche, o il pergolato e il

ballatoio di legno, coll'insegna della Ghiacciata, la famosa osteria

del suo babbo.

Fanciulletta vi era cresciuta, a piedi nudi, col bel musetto sporco,

coi capelli in furia, cogli occhi neri e lustri come il carbone, amata

prima dalla sua mamma, odiata poi dalla matrigna, che aveva una

ragazza brutta e storta.

Quando la matrigna aveva gente, la Gina scappava di sopra, apriva un

guardaroba, ne toglieva una veste lunga, per il gusto d'indossarla e

di fare la coda sull'ammattonato, passeggiando innanzi allo specchio

con una ventola in mano, di penne di tacchino. La matrigna ne la

pagava poi con sferzate di vero legno di nocciuolo, o con schiaffi per

il gusto che avrebbe voluto anch'essa di voltarle la faccia. Ma la

faccia della Gina si faceva sempre più bella, come se le ceffate

finissero d'aggiustarla: gli occhi, spesse volte lagrimosi,

acquistavano una profondità infinita, come chi guardasse nell'acqua

del mare, e così spuntò la primavera dei suoi sedici anni. All'osteria

della Ghiacciata, che aveva d'intorno un bel boschetto di carpini e di

sambuco, venivano al primo aprirsi della primavera, molte comitive in

carrozza, di giovani e di donne bellissime, che dopo il pranzo si

mettevano a ballare sul battuto. Il Toppa, un cretino dalla gola

gonfia e dagli occhi malati, suonava l'organetto per muovere certe

scarpette di seta, che il diavolo, io credo, suggerisce ai parigini

per far perdere la strada alle anime innocenti. Anche la Gina imparò a

ballare, cioè quando ci si provò la prima volta, si meravigliò essa

stessa di saperlo fare. È vero che essa aveva ballato molte volte ne'

suoi sogni, quando, a quindici anni non si dorme inutilmente; ma tutti

dicevano che danzava di scuola, e che pareva di portare una piuma, se

si appoggiava al braccio del cavaliere.

Imparò anche a far dei mazzolini e vide in seguito che i fiori stavano

bene in un canestro di vimini. Una volta che una di quelle signore

dimenticò un cappello di paglia, a foggia di paniere, colla tesa larga

e piovente, la Gina se lo provò sul capo, e vide che pareva anch'essa

un fiore nel paniere. Ci pensò un poco; ogni mattina, da un pezzo in

qua, soleva correre incontro al procaccia, per togliergli di mano un

biglietto ricamato con una corona di conte, Ci pensò un pezzo, finchè

una volta che la matrigna osò buttarle il cencio dei piatti sul muso,

non disse nulla, ma scrisse due righe sopra un foglio. Due giorni

dopo, col pretesto che andava in chiesa a messa, nel suo scialletto

nero, prese la strada postale, camminò nella polvere e sotto il sole

per un bel tratto, finchè giunta allo svolto, dov'era una gran siepe

di robinie, scoperse una carrozza. Il cuore fe' sulle prime un gran

schiamazzo, che non facevano l'eguale le sue dieci oche nei giorni di

temporale; sostò, chiuse gli occhi un minuto, e quando li riaprì,

credette quasi che l'aria fosse infocata, Qualcuno la spingeva bel

bello: una voce sussurrava al suo orecchio; la carrozza fece il resto.

Vecchie Storie · 第 2 / 5 段