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EMILIO DE MARCHI
VECCHIE STORIE
DUE SPOSI IN VIAGGIO.
La giornata spuntò serena e limpida per gli sposi, che dopo aver
riposato una notte a Como, continuarono il loro viaggio verso la
Tremezzina. L'acquazzone del giorno prima aveva posto nell'aria i
brividi precursori del non lontano ottobre e le cime dei monti, e
specialmente delle Alpi, brizzolate di neve, splendevano sotto un
raggio alquanto diluito e raffreddato nell'atmosfera trasparente.
Qualche giogo più acuminato usciva dalle altre vette, in un vestito
roseo, allegro come quello d'una fanciulletta il giorno di Pasqua,
sotto un cielo chiaro chiaro; e scendendo a poco a poco lungo la
schiena dei monti, dopo il verde giallo dei pascoli rasi, vedevi il
verde bruno dei castani, poi sterratelli bianchi di campi seminati a
saraceno, poi ancora i colori vivaci dei giardini e il bianco delle
villette, che scappavano innanzi al battello, dolci dolci, come le
cartine in un organetto a manubrio.
Bastiano, lo sposo, stando in piedi, osservava queste meraviglie con
un cannocchiale da teatro, che si era fatto prestare da qualcuno, e
quando una folata d'aria l'investiva più fortemente, di sotto alle
lenti, incartocciava la faccia, socchiudeva gli occhi, con quella
espressione dolorosa, che hanno certe slavate sindoni d'altare di
campagna.
Si era anche abbottonato il suo bel soprabito d'autunno color d'uva
passa, tutto fino al bavero, ma di sotto, la valigietta dei denari,
posta a tracolla, e in croce a questa l'astuccio del cannocchiale,
cadendo sui due fianchi, facevano un rigonfiamento in fondo alla
schiena, che dava delle arie d'inglese al signor Bastiano Malignoni di
Monza.
Nel passare sul battello dimenticò d'essere un uomo alto e urtò il suo
cappello nuovo, incatramato, d'un bel taglio tutto monzese, contro un
voltino, facendovi dentro un'ammaccatura a triangolo, che egli
portava, senza saperlo, con una certa dignità.
Prima ancora d'arrivare a Torno, ebbe un battibecco col revisore dei
biglietti, perchè gli sposi avevano in fallo occupati i primi posti
coi biglietti dei secondi: fatto sta che il signor Bastiano dovette in
faccia a tutti i signori e a tutte le signore inglesi pagare una
differenza, arrossendo fino alle orecchie, come s'egli avesse avuto
intenzione di non dare a Cesare quel ch'è di Cesare.
Spiegò poi l'abbaglio a Paolina, dimostrandole come sui «bastimenti
d'acqua» quel che è primo per i vagoni di terra diventa ultimo, e quel
che ivi è ultimo qui diventa primo, precisamente come vedremo nella
valle di Josafat, il giorno del giudizio universale.
Paolina, la sposa, stava zitta, come se non gliene importasse, e
continuava a girare sopra sè stessa in contemplazione di tutto lo
spettacolo che aveva intorno, voltando per caso un poco di spalle al
marito.
Essa vestiva un abito povero, povero, color ferro brunito, ma la sposa
di provincia la si conosceva all'oro giallo della sua guarnizione, al
cappellino col pettirosso schiacciato in un angolo, cinto da una gran
veletta celeste, che svolazzava, stridendo e folleggiando sulla testa,
sulle guancie, pallide, e sul collo, con vibrazioni serpentine.
Il sole dopo uno svolto, la investì in un momento che Bastiano
risaliva il ponte, talchè, in vederla, gli parve che al luccicar delle
gioie e al contrasto del sole sulla veletta, ella si accendesse come
una fiamma di spirito di vino. Gli parve anche di essere alto come il
monte Bisbino, che stavano girando, e che non bastasse ancora a
contenere tutta la sua felicità.
Paolina era la prima in trentasei anni di vita che egli aveva amato, o
almeno la prima, sulla quale avesse voluto fondare un pensiero con
qualche conclusione; e a vedersela ora davanti, a due passi, «bella
come una rosa» il signor Malignoni non invidiava nessuno de'suoi
vicini, nemmeno quell'inglese o americano, che da una mezz'ora andava
contando monete d'oro e d'argento.
--Sei contenta?
--Sì, un po' freddo.
E si stringeva in uno scialle scozzese, come se volesse farsi poca e
sparire.
--Hai fame?
--Nulla.
--Io ho fame.
--Io no.
--Vuoi che andiamo nella sala di sotto?
--No, stiamo qui.
--È bello, non è vero che è bello?
--Sì, molto.
--Vuoi un caffè o una tazza dì birra?
--Ti pare? Sto bene.
Tornavano a tacere per un pezzo.
Quelle rive strette fra l'acqua e il verde dei monti, quel succedersi
di colori dai più chiassosi ai più delicati, dal vino al latte, da una
villetta di zucchero a una incassatura rocciosa e tosta, irta di
punte; quel succedersi di artifici per andare a godere una spanna di
sasso, una bricca, un pratello largo come un fazzoletto, quell'aprirsi
sfacciato di nuovi immensi bacini d'acqua, pieni di azzurro e di luce,
là dove pareva che fosse tutto finito; e il chiacchierare della gente
ad ogni stazione fra il battello e la riva, fra chi scende e chi sale;
e il tonfo misurato delle ruote; e il suono della campana che ridesta
gli echi dei pascoli, quello spettacolo insomma mosso e chiuso fra due
coperchi lucidi ed opalini, l'acqua e il cielo, occupava l'anima di
Paolina, se pure non si deve credere ch'ella facesse di tutto per
occuparsene....
La natura le si dipingeva innanzi bella ed innocente, ed essa,
contenta di trovarsi fra la gente e sotto il raggio di sole, avrebbe
voluto che il viaggio non terminasse più, che le Alpi si aprissero per
dar luogo a un altro lago sterminato.
Il bacino di Argegno, malinconico più degli altri, rispondeva
all'ordine dei suoi desiderii e guardando su ai nudi ceppi delle
montagne, alcune delle quali a picco, alle creste disabitate, a certi
andirivieni di luoghi dirupati, si augurava in cuor suo di esservi,
non importa se perduta, se di notte, o in mezzo alla bufera.
Si doveva stare tanto bene in una nicchia, lassù, dove mirava un
uccellaccio. Vedeva anche qualche muricciuolo di cimitero; il dormire
lassù per sempre all'ombra dei faggi e dei castagni, con una povera
croce sul capo, anche questo le pareva bello in quell'istante che il
suo Sebastiano l'aveva lasciata sola per scendere a mangiare un
boccone.
Man mano che si procedeva verso Bellagio il battello si faceva sempre
più affollato; tutti correvano alle regate.
Le ville portavano la bandiera; i sandolini dipinti colle signorine
dentro tutte a fiori, a nastri, a parasoli bianchi, verdi, rossi,
cilestri venivano in frotta come delfini a prendere l'onda del vapore;
s'intendevano strilli di gioia e campane a festa; il largo bacino di
Menaggio cominciava a spalancarsi in una grande scena scintillante,
circonfusa d'una nebbia rosea; si udivano anche gli spari dei
mortaretti; poi il suono delle bande che passavano nelle barche sotto
«gli elmi di Scipio»; venivano acuti profumi dalle serre e dagli
spallierati dei limoni; erano tutti in festa, povera Paolina! Si
svegliarono anche le dame inglesi, anche le più vecchie in un gran
bisbiglio, sotto i grandi panieri dei loro cappelli e segnavano col
dito «Belaccio, Belaccio».
Questa era la meta dei nostri sposi.
La gente cominciò a discendere accalcandosi.
Bastiano stava attento a schivare gli Hôtel, e pregava Paolina di
cercare cogli occhi la Trattoria Americana, dove si mangia bene, il
sonno ciascuno se lo porta, si paga poco e si sta senza soggezione; ma
in quel punto un signore, un vero gentiluomo, pulito e cortese come un
buon padre di famiglia, gli tolse la valigia di mano.
--Americana? Americana?--domandò Bastiano.
--Oui, par ici, monsieur.
Il buon signore passò la valigia a un altro signore coi favoriti
biondi, che la buttò sull'imperiale di un omnibus.
--Entrez, monsieur, entrez.
--Americana?--tornò a domandare Bastiano, sentendosi sospinto come un
sacco, e non accorgendosi che col parlare a monosillabi non faceva che
ribadire un'opinione storta nella testa dei due bravi signori.
Si trovò, prima che potesse orientarsi, insaccato nell'omnibus fra una
dozzina di «yes» lontano sei posti da Paolina.
In due trotti, ossia cinquanta passi per cavallo, l'omnibus si fermò
innanzi al grand Hôtel Bellagio. L'albergo era chiuso in giro da una
gran cancellata a punte d'oro, che serrava un gran giardino
all'inglese: non c'era scampo, bisognava rassegnarsi. Alla fin fine il
viaggio di nozze non lo si fa che una volta sola.
Un giovinetto biondo come il lino, in falda nera, colle scarpettine
alla francese, pettinato anche lui come uno sposino, li precedette per
uno scalone di marmo, ornato di statue, di candelabri, di specchi, di
acacie, tintinnando le chiavi e senza mai parlare li condusse «au
cinquième» fino a una camera che riusciva sopra un cortile stretto,
profondo e tetro come un pozzo.
--A onze heures le déjeuner, s'il vous plait--disse stando sull'uscio
prima di licenziarsi.
--Cosa?--domandò Bastiano, che cominciava a credere d'essere nel mondo
della luna.
--C'est bien--si affrettò a dire Paolina per sbarazzarsene.
I coniugi Malignoni, rimasti soli, si guardarono in faccia senza aprir
bocca.
--Ti avevo pur detto di stare attenta all'Americana.
--A me? tocca a me di cercare l'albergo?
--Così, oltre a pagare un occhio della testa, non si potrà veder
nulla, mangiar nulla e capir nulla.
--Abbiamo però una bella vista, disse con un sogghignerò sardonico la
sposina, ficcando lo sguardo nel fondo del cortile.
--Per me, scusami, ma io non ci sto, esclamò lo sposo.
--Che vuoi fare?
--Vuoi morire di febbre gialla o d'itterizia?
--Ebbene, di' che ti cambino la stanza.
--Non capiscono niente: sembra il paese dei tartari.
--E allora rassegnamoci fino a domattina.
--Sai cosa faccio? vado a vedere dov'è questa famosa Americana, e se
il luogo è proprio come dicono, lasciamo la valigia e pranziamo là.
Almeno si sa quello che si mangia. Che ne dici?
--Io? nulla.
--No, devi dire anche il tuo parere.
--Che cosa devo dire?
--Qualche cosa.
--Andiamo a pranzo all'Americana.
--Me lo dici con tanta noia.
--Ti pare? Sono un po' stanca.
--Allora, faccio così?
--Sì, sì.
--Addio, angelo.--E la carezzò colla punta delle dita.
--Io ti aspetto qui.
--Sì.... e mi vuoi bene?
--Che ragazzo!
--Stella!
Bastiano uscì. Paolina girò la chiave nella toppa, si tolse d'addosso
lo scialle, il casacchino, li gettò sul letto insieme al cappello;
chiuse la finestra; si buttò in una poltrona, portò il fazzoletto alla
bocca e pianse, senza lagrime, pianse della gioia di trovarsi sola.
Bastiano uscì all'aria aperta colle orecchie un po' calde. Sotto alla
sua grande felicità sentiva una mezza volontà di strozzare qualcuno.
Passata però la prima agitazione e scoperta la sua Americana sotto i
portici, un buco fatto apposta per loro, tornò tutto contento
all'albergo a trarne la sua povera «alma consorte» che aveva lasciata
in quella muda lassù. Quando gli sembrò di essere salito alto
abbastanza, si ricordò di non aver osservato prima il numero della
stanza; discese qualche scala per vedere di orientarsi coll'occhio;
infilò qualche corridoio a destra, qualche andito a sinistra, ma
sebbene non ci fosse dubbio che la scala fosse quella stessa, pure gli
pareva di vedere qualche cosa di non veduto prima.
Per quanto gli pesasse, discese ad uno ad uno i gradini, fino
all'atrio del pianterreno, si accostò all'ufficio, dove stava
scrivendo un signore grasso, e domandò con tutta bella grazia:
--Perdoni, mi saprebbe indicare dov'è la mia camera?
--Il numero?
--Non ho guardato.
--La chiave?
--L'ho lasciata nell'uscio.
--Domandi al cameriere.
--Meno male! pensò Bastiano, questi almeno capisce l'italiano, e si
voltò a cercare quel biondino che l'aveva condotto su.
Due altri servitori o sopraintendenti stavano sulla porta, colle mani
sotto la coda dell'abito, in atto di curiosità sfaccendata.
Bastiano, non trovando il suo bel biondino, ricominciò da capo a
salire la scala colla speranza che hanno tutti gli scolari, che per
andare in fine della lezione spesso conviene ricominciare da capo.
Mentre andava su coll'affanno di chi porta un sacco di sale sulla
montagna, vide che i due sopraintendenti l'osservavano, rìdendo sotto
il naso.
«Questi animali se mi vedessero annegare non mi darebbero una mano.»
Ricordando d'aver inteso uno di quei bravi signori, il più canonico, a
parlare il dialetto di Bellagio, che è anche quello di Monza, spinse
la testa fuori della ringhiera ed esclamò in dialetto schietto:
--Vogliono avere la bontà quei bravi signori d'indicarmi il mio
cameriere, un bel biondino?
--Was? domandò il tedesco di Bellagio, andando presso la scala col
viso rivolto all'insù e le mani sotto la coda.
--Un giovinotto magrino.... tornò a dire.
--Was sagen Sie? ripetè il canonico, mentre il suo compare si
nascondeva dietro una colonna di marmo per non lasciarsi scorgere a
ridere.
--Ah gabbiano! gridò Bastiano, facendo il viso grosso.
Il compare dalla colonna scappò in uno stanzino. Era una burletta
magnifica.
--Signor padrone, seguitò Bastiano dall'alto della seconda scala verso
il bravo e gentile signore dell'ufficio, io pago anch'io i miei bravi
denari come tutti gli altri, e pretendo di essere servito come tutti
gli altri. Vogliono accompagnarmi si o no?
Il bravo signore uscì dall'ufficio colla cannuccia rossa nell'orecchio
e rispose:
--El xe inutile che facciate tanto strepito, galantomo; se no gavè a
memoria il numero de la stanza no potemo tenere a mente tutti li
numeri....
--Ma quel cameriere che mi ha condotto prima, è morto d'accidente, el
me caro galantomo? strillò il signor ragioniere Malignoni di Monza,
rosso come un gallo, correndo abbasso, presso quasi a perdere la
tramontana del tutto: tanto straordinario gli pareva là dentro il nome
di galantuomo!
In quella entrò una carovana di ladies e di lords, colle sciarpe
bianche nei capelli, cogli scarponi ferrati, cogli alpenstok e
riempirono tutto l'atrio.
--Faccia el favorito piacere di non gridare. Quando non si sa
viaggiare si sta a casa.
Questa osservazione piena di una saggezza antica fu raddolcita da un
«aspetti, abbia pazienza» più amichevole, quasi fraterno, col quale il
buon signore dava a vedere una prudenza non meno saggia e non meno
antica.
Ma la notizia che un «monsieur» non trovava più la moglie, messa in
moto dai due burloni, aveva già fatto il giro di mezzo albergo, dalla
cucina alla sala di lettura. Dietro i vetri si vedevano dei visini
pallidi e gentili, con un sorriso anglo-sassone sulle labbra, fra la
pietà e la canzonatura: da un andito dietro la scala spuntò per un
istante anche la tunica bianca di «monsieur le chef», un cuoco che
guadagnava otto mila lire all'anno, quante sono, o quasi, le notti
necessarie per fare un libro che nessuno legge.
Uscì fuori finalmente anche il biondino, che condusse lo sposo per una
seconda scala identica alla prima, ma collocata al di là d'un grazioso
_jardin d'hiver_; qui stava l'imbroglio che il signor Malignoni non
aveva potuto districare.
L'aneddoto del «_countryman_» che in un _Hôtel d'Italy_ aveva perduta
la sposa, fu stampato in molti magazzini letterari con qualche
variante, come si fa coi grandi poemi epici.
UN REGALO ALLA SPOSA.
Gaspare Carpigna aveva fatto i suoi molti denari in ogni maniera,
coll'industria, coll'usura, coll'inganno. Ma una volta fatti non vi
era uomo più galantuomo di lui e ben disposto a godere onestamente dei
beni di questa vita. Invecchiando si era dato anche alla pietà, e
faceva recitare molte messe da morto, invitando il prete a far
colazione nella sua bella casa di Macagno, dove aveva giurato di
passare i suoi ultimi giorni in santa pace.
Stava per maritare anche la figliuola a un ricco possidente di Novara,
un bel partito per la figlia d'un carbonaio all'ingrosso; e siccome il
cuore di Gaspare Carpigna non era chiuso ai soavi affetti della
famiglia, e per la sua Isolina egli sentiva una tenerezza singolare,
così si può pensare se a quel matrimonio egli si preparasse con
allegria, con compiacenza, con un fervore insolito che lo
ringiovaniva.
Già i preparativi erano fatti, fatte le pubblicazioni; lo sposo aveva
già regalato un bello astuccio di brillanti e le parenti lontane chi
un vaso di cristallo, chi un ventaglio di madreperla, chi un
braccialetto, ecc. Isolina, assistita da una sua zia materna, poichè
la mamma era morta da un pezzo, attendeva il gran giorno con estasi.
Lo sposo era bello, ricco, simpatico.
La vecchia casa detta del Zoccolino, che il Carpigna aveva acquistata
per il fallimento d'un suo socio, rimessa a nuovo e rinfrescata in
tutte le parti, non pareva più quel lurido filatoio di una volta, dove
il povero Battistino Dell'Oro, fallito, rovinato, rosicchiato dai
debiti, si era impiccato per la disperazione a un gancio del portone.
Si diceva sommessamente che il Carpigna avesse aiutato una mano a
rovinarlo e che la messa ch'egli faceva dire ogni 23 dì settembre
avesse lo scopo di versare un secchio d'acqua sopra una pover'anima
del purgatorio, se c'era bisogno. Ma eran cose vecchie di trent'anni
fa, forse anche di più. Scomparso il filatoio, al suo posto sorse una
bella casa bianca col portone di cotto, colle persiane verdi, col
giardino degradante a scalinate verso il lago, il Zoccolino insomma,
come può vedere ancora chi naviga verso Macagno sul lago Maggiore.
Il giardiniere aveva addobbato il giardino a bandiere e a palloncini
cinesi, e la notte prima del sacramento fu un continuo sparo di
mortaretti e un gran suonare di chitarre nelle barche illuminate.
Quelli dell'altra riva del lago, vedendo quei fuochi, dimandavano:
--Che cosa c'è al Zoccolino?
--È il Carpigna che marita la figliuola.
--Sposerà qualche altro ladro usuraio.
--Quando uno è ricco, c'è sempre chi dice che ha rubato.
--Volete sentirla, voi che parlate così?
Questi discorsi erano fatti da un gruppo di pescatori, che stavano
fumando la pipa innanzi all'osteria di Cannero, sull'altra riva. C'era
dunque il lago di mezzo e tanto largo che vi potevano affogare tutte
le verità della nostra santa religione.
--Sentiamola, poichè la sapete.
--Quel povero Battistino io l'ho conosciuto. Gli portavo la legna ogni
settimana e so che gli affari non gli andavan male anche con quattro
figliuoli. L'uno fa oggi il contrabbandiere colla Svizzera, una vita
da ladri, sapete, e dice che un giorno o l'altro metterà lui la
dinamite al Zoccolino. Fu lui che gli toccò staccare suo padre dal
portone quella mattina, ed è un fegato sano che non ha paura del buio.
--Che cosa c'entra il Carpigna che ha sempre negoziato di carbone?
--C'entra che Battistino gli aveva prestato sessantamila lire, sulla
parola e che il Carpigna negò di averle ricevute mai. Ecco come
c'entra.
--Fu una bestia a fidarsi.
--L'aveva tenuto a battesimo, pareva un santo a vederlo in chiesa,
quando pregava la croce sull'altare.
--Son peggio degli altri.
--Quello fu il principio della sua fortuna.
Dall'altra parte del lago si gridava invece: Viva la sposa! viva gli
sposi! viva il signor Gaspare!--C'erano trenta o quaranta persone, tra
invitati, parenti, barcaiuoli e persone di servizio. Nel salone di
mezzo a pianterreno, aperto sul giardino, la tavola preparata per la
baldoria luccicava di bicchieri, di trionfi di vetro, di confetti,
senza dir nulla delle torte, dei marzapani, delle gelatine, che
avevano fatto venire da Locarno. Sopra una scansìa presso il muro una
batteria di bottiglie dal collo d'argento aspettava il momento di
scendere in battaglia. Dal giardino ogni soffio più vivo del vento
portava dentro un profumo acuto di limoni misto al profumo caldo delle
vaniglie e dei gelsomini.
Isolina, bella, allegra, saltellava come una gattina nella sua
innocente giovinezza, finchè tutti sedettero a tavola e fu stappata la
prima bottiglia di vin bianco d'Asti, che inondò della sua spuma
d'argento l'abitino della sposa.
--Viva la sposa, viva l'allegria!
--Viva il signor Gaspare, padre fortunato.
--A rivederci al battesimo.
Gaspare Carpigna provava nel cuore la dolcezza malinconica del padre
che vede la figliuola spiccare il volo dal nido, ma sa che va ad
essere felice. Isolina era per quell'uomo taciturno e mezzo selvatico,
l'unico ideale al mondo, e si può dire che i denari egli li avesse
radunati soltanto per lei. Era contento di maritarla bene e con onore.
Caspita! oltre il corredo le dava un trecentomila lire sulla mano, e
il resto alla sua morte.
Il vin d'Asti e il vecchio Barolo di dodici anni non furono versati
nel lago. L'allegria come avvien sempre in queste circostanze, un po'
tiepida e sconnessa in principio, cominciò subito a levare il bollore.
Gli spiriti fremevano come pentole a buon fuoco. A destra e a sinistra
del viale splendevano le ghirlande dei palloncini, un rosso, l'altro
verde, l'altro bianco, come una bandiera d'Italia, Dal lago veniva
sulle onde l'onda d'una serenata strimpellata in un canotto a
palloncini gialli, e già il segretario comunale col calice in mano,
cogli occhietti umidi, stava per leggere una poesia, quando entrò il
fattore che aveva una cassettina in mano, chiusa, piegata in una carta
e suggellata.
--L'ha portato un uomo,
--Un altro regalo per la sposa,
--Dàlla qui, Pietro.
Isolina prese la cassettina, e pensando subito a una sua amica di
Luino, la collocò sulla tavola, tagliò i suggelli col coltellino
d'argento, spiegò la carta che l'involgeva. Era una cassettina
rettangolare, di legno di pino, come si usa per i pettini, rustica,
bianca con su scritto: Alla sposa.
Isolina l'aprì con quella viva curiosità che eccitano le cose
misteriose. Vide una lettera, e sotto dei frastagli di carta a vari
colori, con riccioli d'oro, e più sotto, uno strato di crusca.
--Segretario, legga lei la lettera,--disse Isolina senza guardarla.
Il segretario lasciò via il sonetto, prese l'altro foglio e con quella
medesima intonazione, a cui aveva già preparata la bocca....
Dirò prima che l'attenzione degli astanti era stata richiamata sulla
cassettina dal vedere Isolina che vi rimestava colle mani, e ne traeva
della crusca, ponendola di mano in mano sul piatto assieme ai
confetti.
Il segretario lesse dunque, anzi declamò: «_A Gaspare Carpigna,
lettera dell'altro mondo_».
A tutti parve una frase comica e pazza fatta per ridere; chi rise, chi
alzò la mano, chi il bicchiere.
E il segretario, distratto come un'oca e colla testa piena di fumo
continuò: «_Carpigna, alla dote di tua figlia aggiungi anche la
collana di Battistino dell'Oro_».
Tutto ciò fu letto come un sonetto, nel tempo che l'Isolina colle
manine bianche e piene di diamanti traeva dalla crusca una cordicella
nera, grumosa, grossa come il suo dito mignolo, lunga come una vipera
comune, che, inorridita, lei lasciò cadere, che parve proprio una
biscia morta. Gettò un grido, storcendo la bocca, alzando le due mani
colle dita rigide, adunche, mentre un silenzio profondo, un silenzio
brutale, un silenzio di ghiaccio sottentrò alla festa, e cento occhi
bianchi, cento occhi gelati si fissavano sul viso incartapecorito del
signor Gaspare. Un buffo d'aria stortò le fiamme delle candele.
La sposa fu portata via. Quando andarono a risvegliare dal suo
deliquio il signor Gaspare, ch'era rimasto colla pupilla di vetro
sulla biscia morta, gli trovarono le mani fredde, i piedi lunghi e la
bocca piena di sangue. Soltanto i capelli parevano vivi sul capo.
Intanto sull'alto picco della Zeda, un contrabbandiere sfidava il buio
fischiando, cantando
Sposettina, vien con me....
NEI BOSCHI.
Chi non conosce i boschi dell'alto Milanese, detti boschi di Saronno,
di Mombello, di Limbiate, può immaginare una stesa di selve, sopra un
terreno disuguale, una volta incolto e oggi piantato a pini silvestri
e a qualche rovere, che è quanto la terra, oltre le eriche e il bruco,
può sopportare. Queste piantagioni non sono molto antiche e appunto
per ciò, non sono molto note. Della maggior parte si ricordano i
nostri padri d'aver veduto i primi germogli, quando ancora quel nudo
tratto di paese non era che una nuda sodaglia. Oggi il bosco è maturo,
non dirò per i ladri, che non vivono più per i boschi, ma per tutti
coloro che amano le meste solitudini e sognano sempre, quando sono in
un luogo, di trovarsi in un altro.
A me questi boschi ricordano per esempio, certe solitudini dell'antica
Caledonia: e il più bello si è che in Caledonia non ci sono mai stato.
Ma non si è letto inutilmente a dodici anni una dozzina di romanzi del
Walter Scott, seduti all'ombra di un'antica quercia, o anche solo sul
pianerottolo della scala. Se non è come in Scozia, vi son tratti nei
boschi di Limbiate che potrebbero essere trasportati in Scandinavia e
allora è ancora più bello per chi ama viaggiare a piedi.
Le piante d'un verde scuro perenne, di un fusto magro e diritto, che
si apre a larga piuma o a ombrello, collocate a migliaia l'una presso
l'altra in una disposizione quasi simmetrica, e così per l'estensione
di cinque o sei miglia: i viali che tagliano questi eserciti di piante
e si prolungano, si sprofondano nel verde a perdita d'occhio: le forre
di altissime erbe filiformi dove non entrano che i bracchi: la terra
gialla, rotta da immensi crepacci dove la picchia il sole: molle,
melmosa, scivolante come il sapone dove l'acqua stagna: gli scoli
d'acqua piovana che scendono a formare pozze, paludi, laghetti, e fin
dei laghettoni perenni circondati da conifere con increspature e
piccole tempeste sconosciute al mondo, come quelle delle anime
modeste: e poi aggiungete un silenzio profondo, non interrotto nemmeno
dal solito stormire delle fronde (il pino è taciturno) e i chiarori
celestiali e mistici dell'aria al disopra di tanto verde, e le fiamme
vaganti del tramonto veduto attraverso alle fessure del bosco....
tutto ciò voglio dire, mi ha tante volte trasportato fuori di me in
una regione dove io sento che son vissuto un'altra volta, forse
diecimila anni fa.
Oh la poesia, amici, è pur la dolcissima cosa! Voi uscite un mattino
d'autunno, con un libro, mettiamo Aleardo Aleardi, nella tasca del
carniere, col fucile ad armacollo, col vostro cane che vi saltella
innanzi, girate dietro le case, pigliate verso il cimitero vecchio,
date un'occhiata a quei poveri morti e a quella croce bianca dove da
cinquant'anni dorme una contessina morta.... No, no, non è poesia.
Io fui innamorato a sedici anni di quella contessina, ed è una storia
che ho promesso di contare qualche volta. Io l'ho seguita attraverso
alle ombre del bosco, più contento quanto più le nebbie del novembre
entravano fra le piante a rannuvolare i contorni della selva.
Una mattina, giusto sui primi di novembre, mentre io correvo prima di
colazione attraverso la pineta, pensando al mio futuro poema sulla
_Risurrezione dei Morti_, fui a un tratto arrestato da una fiamma che
si agitava in fondo, e che stentava quasi a rompere il velo bianco e
gelato dalla nebbia. Anche _Pill_, il mio cane da caccia, si fermò su
quattro piedi, col muso in alto, e la piccola coda piena di
meraviglia. La Cherubina mi aveva detto prima ch'io uscissi di casa
che si sarebbe fatta colazione alle undici, più tardi del solito,
perchè si aspettava mio fratello coi parenti della sposa.
Da due giorni si lavorava in cucina a preparare quella colazione, che
doveva essere un banchetto di Sardanapalo con un piatto di selvaggina
e un brodo ristretto che pareva giulebbe. L'importanza d'una casa si
conosce a tavola e mio padre voleva, come si dice, far colpo su della
gente un po' materiale.... Ma sono cose che non hanno nulla a che fare
con quella fiamma che, come ho detto, si agitava in fondo al bosco e
che stentava quasi a rompere il velo fitto della nebbia.
Strano un fuoco nei nostri boschi! Man mano che io mi avvicinavo, la
fiamma si faceva più distinta, e già si potevano vedere nel chiarore
rosso del fuoco disegnarsi alcune figure radunate in cerchio come a un
tristo complotto di negromanti.
La solitudine e la selvatichezza del luogo che s'internava in una
specie di crocicchio: quelle ombre ballonzolanti sul fusto delle
piante al mobile ed acceso riflesso della fiamma fumosa e resinosa,
avrebbero ben potuto far credere a un convegno di malviventi, se dopo
alcuni passi non avessi riconosciuto le gambe lunghe e magre del
signor segretario comunale, e accanto a lui la figura tozza del
console e due o tre guardie campestri.
Il console s'era seduto in adorazione del fuoco sopra un pezzo di
tronco. Battistino, una delle guardie campestri con un ginocchio a
terra cercava di far saltare un carbone acceso nel buco della pipa,
mentre il signor Boltracchi, il segretario, scaldava le parti meno
rispettabili della sua persona, voltando le spalle al focolare, colle
gambe aperte come un compasso. Quella brava gente si trovava da
qualche ora nel bosco e col freddo del novembre e coll'erba bagnata di
guazza, sentiva volontieri il beneficio d'una scaldatina.
Il console quando mi vide, toccò l'orlo del cappello colle due dita e
disse:
--Riverisco, sor avvocato.
Il buon uomo era un mio contadino e nella sua semplicità sentiva un
grande rispetto della mia persona.
--Che cosa fate, la polenta?--domandai.
--È per cagione di quel Gasparino della Vela,--rispose il console con
quel linguaggio lungo che è proprio dell'alto Milanese.
--Che cosa ha fatto Gasparino della Vela?
--È morto.
--Era malato?
--Da un mese, sor avvocato, un poco di pellagra, ma bisogna dire che
gli sia andata ai visceri del capo.
--Se non ho sentito a suonare l'agonia.
--Si muore anche senza la campana,--interruppe Battistino colle parole
mozze di chi ha in bocca una pipa corta che gli abbrucia quasi le
palpebre.
Il signor Boltracchi mi accennò col pollice sopra la spalla qualche
cosa alla sua destra. Guardai e vidi il mio _Pill_ quasi stecchito
sulle sue quattro gambe, che tremava tutto sotto la sua pelle.
A un nuovo cenno del Boltracchi feci un mezzo giro sopra di me,
guardai indietro presso le piante e allora scorsi sul terreno molle
per la pioggia del dì prima, un non so che, coperto da una stuoia di
carro e da una gualdrappa logora, e sotto un po' di paglia. Da uno dei
lati uscivano due piedi lunghi, magri, infangati, colle unghie lunghe,
due brutti piedi che parevano quelli della morte, i piedi insomma del
morto.
--O Dio, che cosa è stato?
Il console stendendo le sue mani alla fiamma, continuò col suo tono
naturale:
--Gli è venuta addosso la scalmana, si vede. Stamattina, la va bene?
mentre la sua donna era a messa aprì l'uscio, traversò l'orto e nudo
come è uscito dal ventre della sua mamma, prese la via dei boschi.
--Dev'essere passato dal laghettone di Mombello.
--Ci sarebbe rimasto, se fosse passato, perchè l'acqua è alta. Invece
si vede che ha traversato il vallone della Merla, si è cacciato nei
boschi vecchi di Lenzano e andò a finire alla pozza del Vetro. Qui ha
creduto di poter traversare, ma c'è rimasto preso al vischio.
--C'è una terra che par giusto liscivia.
--Son passato ieri dalla pozza del Vetro e non c'era un barile
d'acqua.
--Ne è venuta un poco stanotte.
--Si è mandato ad avvisare il sindaco e il maresciallo,--disse il
segretario voltandosi davanti alla fiamma.
--Non era vostro parente?--dimandò Battistino al console.
--Ha sposato una mia sorella, sicchè lascia tre figliuoli. Uno è
soldato.
--Adesso potrà venire a casa, se è morto il vecchio....
--La legge non permette se non ci sono dei minorenni,--disse
gravemente il signor Boltracchi.
_Pill_, coll'unghie tese, col muso avanti, rigido come un cane di
legno, non cessava di fiutare il morto.
--Lo sa la sua donna?
--Quando è tornata dalla messa che era ancora bujo, verso le cinque,
la va bene? trovò l'uscio aperto. Allora capì che il suo Gasparino era
scappato, perchè aveva tentato un'altra volta, di scappare. Si mise a
gridare, a chiamar gente. Venne un ragazzo dei Melgoni a dire che
aveva veduto un uomo nudo come un verme che correva nei boschi e che
era Gasparino della Vela. Allora si è cominciato a cercare nel bosco e
si sono trovati dei passi freschi colla pianta delle dita. Cerca di
qua, cerca di là, poi abbiamo incontrato voi Battistino, la va bene?
--Io venivo da Bovisìo, dov'ero stato a portare un paio di stivali al
calzolaio, perchè mi mettesse le calcagna e giungo alla pozza del
Vetro, quando mi par di sentire un scialacquamento come fa il mio cane
quando ha caldo ed entra nella pozza a lavare le pulci. Ho creduto
anzi che fosse il _Pill_ del signor avvocato, che viene volentieri
incontro quando sa che vado per i boschi. Anzi mi fermai e chiamai
forte: _Pill_.... Torno a sentire un _ciuf-ciuf_ nell'acqua. _Pill_!
dove sei?... e fischio, così.... mentre vado verso la pozza dietro il
rumore....
Battistino, prese la pipa colla sinistra, e mandò un sibilo acuto da
cacciatore che risuonò per tutta la solitudine. L'altro villano, che
non aveva mai parlato e che conobbi per il Rosso, sorrise colla sua
faccia cretina di ranocchio.
--_Pill_.... Non sentendo più nulla, vado giù verso la pozza e trovo
quel povero cristiano in un boccale d'acqua tutto impastato come un
mostro nella melma, che aveva trovato la maniera di annegare.
--È la pellagra che mette una sete d'inferno.
--Capita spesso alla bassa che i malati si buttano nel pozzo.
--Vi sarete spaventato, Battistino.
--Non è la prima volta. L'anno scorso vi ricordate quel matto di
Mombello che scappò dallo stabilimento e che s'impiccò fra due piante?
L'ho visto pel primo una mattina di gennaio. Era arrampicato sopra un
pino altissimo dove attaccò la corda; poi andò sopra un'altra pianta
più alta e attaccò l'altro capo, e Dio sa come potè impiccarsi a
mezz'aria all'altezza d'un campanile.
--I matti hanno una gran forza.
--M'è toccato vederlo tra il chiaro e il fosco. Il freddo aveva gelata
anche la corda e il matto pareva di vetro.
--La Bortola del sarto ha vinto cinquantasei lire coi numeri del
matto.
Il Rosso rise ancora gonfiando gli occhi slavati.
--Quello era un conte diventato matto per i liquori.
--Chi troppo, chi nulla....
--C'è qui il maresciallo.
Venne anche il sindaco e il dottore. Il cadavere fu scoperto. Pareva
una mummia ingiallita. La creta gli riempiva ancora la bocca e i
forellini del naso.
_Pill_ pareva diventato di sasso e guardava il morto con occhio
lagrimoso.
Povero Gasparino! lo si sarebbe detto un fossile di tremila anni, e
nel suo freddo abbandono non si scorgeva che una tenue espressione
d'ironia agli spigoli della bocca. Non era certo la creta che lo
faceva ridere.
......................
_Pill_ mangiò poco quel giorno.
PARLATENE ALLA ZIA
(DIALOGO)
Questo dialogo fu due volte interpretato in famiglia con vera
intelligenza d'artisti dalla signora Maria Nessi e dal Dott. Giuseppe
De Capitani d'Arzago, ai quali m'ispirai nella Correzione e nella
riproduzione della scena.
E. D. M.
NICOLÒ
è un giovinetto maturo, che ha già fatto le sue
campagne. Gran buon diavolo nel fondo. Siamo in
campagna nella villa d'Incirano. Nicolò in
cappello di paglia e in abito grigio chiaro, entra
dal giardino e dice a qualcuno che non si vede:
Grazie, aspetterò.
Dà un'occhiata intorno, si passa una mano nei
capelli e con un breve sospiro d'affanno dice:
Eccomi qua. Il cuore mi batte come se volesse scoppiare. Ho paura di
aver già fatto un passo falso. Basta! sono ancora in tempo a pentirmi
e se sarà il caso, infilerò l'uscio.
Si abbandona su un divano.
Sicuro, Nicolò: se non concludi qualche cosa quest'oggi, tu morirai
nel tuo letto in odore di verginità. No, no: è tempo che tu la pigli
questa moglie benedetta! Vedi?
va a guardarsi in uno specchio.
Tu sei arrivato a quell'età in cui, se il frutto non si coglie, casca
in terra a marcire. Non sei un brutto mostro: che, che?
carezzandosi i baffi.
Puoi passare ancora per un giovanotto in gambe, ma.... qua e là
comincia a spuntare qualche capello meno nero degli altri. Certe
mattine hai la ciera d'un uomo che ha dormito male
parlando alla sua immagine.
Sicuro, signor Nicolò: quel vivere di qua, di là, sulle trattorie, sui
caffè, sui _clubs_, in compagnia di scapoloni pari suoi non è più una
vita fatta per lei.... Lei digerisce male, lei dorme male, diventa
sempre più brontolone, bisbetico, incontentabile e a lungo andare
finirà col fare uno sproposito. Chi non si marita a tempo, sposa la
morte prima del tempo; tranne il caso in cui si sposa la serva
torna a sedere.
--Mia sorella Giacomina, che da un pezzo mi ha sul cuore, la settimana
scorsa mi disse:--Nicolò, c'è una ragazza che va bene per te: anzi ce
ne sono due: le sorelle Bellini, due care creaturine sui ventitrè
l'una, sui ventiquattro l'altra, non troppo giovani e nemmeno troppo
stagionate, un po' disgraziate nella famiglia, ma buone, belle, con
qualche po' di sostanza. Tu non hai che a scegliere. Esse vivono a
Incirano con una zia che fa loro da madre, perchè le poverine hanno
perduto i parenti e non hanno si può dire nessuno al mondo. Sotto
questo aspetto tu fai quasi un'opera di carità. Va a mio nome, cerca
della zia, mettiti nelle sue mani e lascia fare alla provvidenza.
Eccomi qui. Ora le vedrò e dovrò scegliere tra le due....
vede sul tavolino alcuni ritratti in piccole
cornici.
Forse questo è il loro ritratto. Carina questa col suo profilo greco,
con que' capelli pettinati alla Niobe. Forse questa è il ventitrè.
Ma anche questo ventiquattro non c'è male. Forse questa è bionda, e
questa è bruna. Chi mi consiglia? Il biondo è più romantico, più...
simbolico... troppo Svezia e Norvegia. Il bruno è quasi sempre segno
di un carattere ardente, geloso... troppo Spagna e Portogallo. Che ti
dice il cuore, Nicolò? ventitrè o ventiquattro?...
pesa nelle mani i due ritratti.
Sentiremo il consiglio della zia, che nella sua esperienza saprà
guidare un povero uomo sempre incerto nel cammino della vita.
indicando un altro ritratto grande.
Certo questa vecchia cuffia è la zia dei buoni consigli. Lei conosce
le due ragazze e saprà dirmi quale delle due ha più disposizioni al
settimo sacramento. Per me capisco, che se dovessi scegliere, farei la
fine dell'asino che, messo tra due fasci di fieno, si è lasciato
morire di fame. Zitto, qualcun si avanza!
Si alza, fa una rapida toilette allo specchio.
Forse è la vecchia zia. Animo, su, coraggio. Sei stato a Custoza,
corpo d'una baionetta, e devi aver paura d'una vecchia cuffia?
TERESITA
una vedovella ancor giovane, simpatica, vestita
con finissima semplicità e con molto buon gusto.
Fa un inchino a Nicolò, che resta un istante
imbarazzato.
Signore....
NICOLÒ.
Signora....
TERESITA.
Lei ha bisogno di parlarmi.
NICOLÒ.
Sissignora... cioè... veramente mia sorella Giacomina mi ha detto di
chiedere della zia delle signorine, la vecchia zia, sissignora....
TERESITA.
Sono io la zia delle signorine....
NICOLÒ
sorpreso.
Ah, lei fa da madre alle due orfanelle....
Avvicinandosi riconosce una antica amicizia.
Oh, ma scusi, noi ci conosciamo. Ah, chi l'avrebbe detto dopo tanti
anni? Lei, lei è la signora Teresita....
TERESITA
fingendo di cader dalle nuvole.
E lei è il signor Nicolò.... Guarda che combinazione! ma si è fatto
così grasso....
NICOLÒ
ridendo con un po' di confusione.
Credevo che volesse dire: così vecchio!
TERESITA
amabile.
Si è viaggiato insieme sulla strada della vita. Guarda che
combinazione!
NICOLÒ.
Guarda che combinazione!
Segue un brevissimo imbarazzo d'ambo le parti.
Io credevo che la zia fosse una signora in età, colla cuffia.
TERESITA.
La cuffia verrà... è in viaggio. Ma prego si accomodi, signor
Nicolò....
Indica la sedia e siede lei per la prima.
NICOLÒ
ripetendo materialmente.
Guarda che combinazione....
Prende la sedia, vi si appoggia, ma non vi siede.
Ma da quanto tempo non ci vediamo più?
TERESITA.
Oh è un gran pezzo! A che cosa devo attribuire l'onore della sua
visita?
NICOLÒ
giocando colla sedia che fa girare sotto la mano.
Mia sorella Giacomina mi ha detto: Va a Incirano, cerca della zia
delle sorelle Bellini ed esponi il tuo caso.
TERESITA.
E qual è il suo caso?
NICOLÒ.
Il mio è un caso, dirò così, di coscienza: ma ora non so se devo
parlarne.
TERESITA.
Perchè non deve parlarne?
NICOLÒ
facendo girare più forte la sedia sotto la mano.
Perchè... io...
dà in una risata allegra
perchè io credevo che la zia fosse una cuffia....
TERESITA
ride anch'essa mentre sì abbandona nella poltrona.
Dunque è alla cuffia che lei desidera parlare.
NICOLÒ.
No, stia buona, ora le dirò il mìo caso. Ma è certo che, se avessi
potuto immaginare di trovar qui lei al posto della... cuffia...
ride
non sarei venuto.
TERESITA
un po' offesa.
Non merito dunque la sua confidenza?
NICOLÒ.
Lei merita tutto, ma il mio caso è di quelli che hanno bisogno di
molta indulgenza.
TERESITA.
Ma sieda....
NICOLÒ
mettendosi a sedere sull'angolo della sedia.
Intanto mi dica: come si trova qui a far da madre a queste due
bambine?
TERESITA.
Una serie di dolorose circostanze.... Oh sapesse quante disgrazie!
Morti i parenti di queste due povere figliuole, ho pensato ch'io
potevo essere utile in questa casa.
NICOLÒ
esitando.
Ma scusi. Lei non aveva sposato quel marchese?
TERESITA
molto riservata.
Sì.
NICOLÒ
C. S.
E.... suo marito?
TERESITA.
È morto.
NICOLÒ
con una certa sorpresa.
Ah! è morto anche lui....
TERESITA.
In duello a Parigi.
NICOLÒ.
In duello a Parigi.... Guarda, guarda.
TERESITA
dopo un breve pensiero.
Ma non parliamo dei morti. Quel che è passato, è passato.
NICOLÒ
astratto in una sua idea.
O bello, o bello...
TERESITA.
Che cosa?
NICOLÒ
si corregge, si fa serio, si alza.
Mi rincresce di aver risvegliato delle dolorose memorie. Mi scusi....
in atto di congedarsi
mi perdoni....
TERESITA
restando seduta.
Ma che cosa fa? lei non mi ha ancora detto lo scopo della sua visita.
NICOLÒ.
È vero, ma io non so nemmeno se la mia visita abbia uno scopo.
Giacoraina doveva avvertirmi di queste circostanze.
TERESITA
con tono quasi materno.
Bene, si accomodi. Giacomina mi ha scritto tutto. Lei e venuto a
Incirano per uno scopo molto lodevole e molto onesto. Vuol prender
moglie.
NICOLÒ
affettando una certa sicurezza.
Sì, voglio prender moglie.
TERESITA
ridendo con gaiezza simpatica.
O bello, o bello...
NICOLÒ
un po' mortificato.
Che cosa c'è di bello?
TERESITA.
Bello che il signor Nicolò voglia finalmente prender moglie.
ride.
NICOLÒ
serio.
Non rida o mi scoraggia.
TERESITA.
Ci ha pensato un pezzo il signor Nicolò.
NICOLÒ
in tono di rimprovero.
E di chi la colpa?
TERESITA.
Di chi?
NICOLÒ.
Ah Teresita! non si dovrebbero ricordare certe cose....
picchia nervosamente il bastoncino sul cappello.
TERESITA
gravemente.
Proprio!
NICOLÒ.
E tanto meno si dovrebbe ridere.
TERESITA
sospirando.
Si ride quando si è finito di piangere.
NICOLÒ
con una punta d'ironia.
Beata lei che ha finito! Le donne son così facili a dimenticare....
TERESITA.
Si dimentica... per non odiare.
NICOLÒ.
Io non ho meritato il suo odio.
Con un leggero tono di sarcasmo.
A ogni modo la donna che sposava il marchese di San Luca deve aver
trovato nel fasto del suo blasone qualche conforto a' suoi dolori.
TERESITA
offesa.
Nicolò, non dite queste parole che offendono una donna che fu già
troppo infelice nella sua vita. Voi sapete come sono andate le cose.
Il mio matrimonio fu per me una di quelle necessità che il solo cuore
d'una donna sa comprendere e sa compatire. Voi sapete che mio padre
era un uomo rovinato, che sulla nostra casa stava il disonore e il
fallimento, che soltanto un matrimonio di convenienza poteva salvare
una vecchia esistenza dalla disperazione. Allora voi eravate un
giovine ufficiale senza fortuna, nell'impossibilità di mettere una
casa. Poi venne la guerra e voi partiste per il campo....
NICOLÒ
con amarezza.
E quando tornai dai pericoli della guerra, seppi che Teresita Morando
era diventata la marchesa di San Luca.
TERESITA
con un moto di ribellione.
Già, e non pensaste nemmeno ch'io avessi potuto fare quel passo per un
sentimento di abnegazione e di dovere. Voi pensaste solamente e
semplicemente che Teresita Morando, ragazza vana, leggera, smaniosa di
brillare, inebriata all'idea di portare una corona sul suo biglietto
di visita, avesse dimenticato volontieri il povero tenente per darsi
nelle braccia di un vecchio nobile... sciupato dai piaceri. Questo
solo voi avete pensato: e non sareste stato un uomo se aveste pensato
altrimenti. L'egoista non è obbligato a compatire e meno a
comprendere... e tanto meno a perdonare.
NICOLÒ
si alza, resta un istante come combattuto, e
mormora:
Se sapeste invece quanto ha sofferto questo egoista!
TERESITA
alzandosi anch'essa.
E quest'ambiziosa oh! non ha forse sofferto! no. Rapita dai bagliori
de' suoi diamanti questa vittima incoronata non ha versata mai una
lagrima.... Nei tre anni del suo matrimonio con quell'infelice
_boulevardier_ essa passò di trionfo in trionfo... invidiata da tutte
le miserabili che non hanno una corona sulla carrozza... e un
supplizio nel cuore.
Abbandonandosi alla sua passione.
Voi non vi siete più occupato di me; ma per qualche motivo avete
stentato a riconoscermi. Voi avete trovato facilmente dei dolci
compensi...
Arrestata improvvisamente da una specie di
rimorso, cangia tono, e con affettata naturalezza
ripiglia.
Ma di che cosa si parla? oh buon Dio! questo non è lo scopo della
vostra visita. A che pro' disseppellire cose morte e finite? Sediamo:
animo, sedetevi.... Veniamo all'argomento.
Come smarrita.
Giacomina mi ha scritto.... Che cosa mi ha scritto la buona amica? che
voi volete accasarvi, che è tempo anche per voi di mettere giudizio. È
giusto. Sa che le povere mie nipoti son buone e brave ragazze e
anch'io sarei contenta di vederle collocate. Ma sedetevi dunque,
parlate.
NICOLÒ
con espressione patetica.
No, no, non ho più nulla a dire. Scusate, Teresita, io non son più
degno di accostarmi a una donna....
Si ritira qualche passo per
andar via.
TERESITA.
Non andate in collera per quello che vi ho detto. Vi domando scusa se
vi ho offeso. Sedetevi, ragioniamo. Accettate almeno un bicchierino di
vermouth....
Toglie da uno stipo una bottiglia
di cristallo e offre un bicchierino
a Nicolò.
NICOLÒ
sforzandosi a rifiutare.
No, no, lasciatemi andare. Non merito più nulla. La mia vita è finita
da un pezzo.
TERESITA.
Devo proprio mettermi una vecchia cuffia in testa per persuadervi a
ragionare?
Nicolò accetta il bicchierino.
Se vi ho offeso perdonatemi. Voi avete per errore messa una punta di
ferro sopra una cicatrice e io ho gridato di dolore. Ma ora è passato.
Qua....
Lo fa sedere e siede anche lei.
Posso aiutarvi, voglio consigliarvi, perchè in fondo ho molta stima di
voi.
NICOLÒ.
Io invece non ho nessuna stima di me. Io ho sempre creduto che non
valesse la pena di voler bene a una donna. Ho atrocemente sofferto, ma
non per pietà della vittima inghirlandata. Ho sofferto solamente per
il mio orgoglio ferito. Avete detto bene poco fa. Il mio nome è
Egoista. Quando un uomo non è capace di comprendere, di compatire, di
perdonare, non merita più che una donna gli voglia bene....
Volta via la faccia alquanto
commosso, tracanna d'un fiato
il bicchierino, va a collocarlo
sullo stipo, e si prepara a congedarsi.
TERESITA
si alza, un po' soprapensiero.
Permetta che le presenti almeno le bambine. Per quanto senza cuffia so
esercitare i doveri dell'ospitalità.
Dal giardino risona un campanello.
Ecco, son le ragazze che tornano colla governante.
NICOLÒ
cercando di sfuggire.
No, no, non voglio veder nessuno; non voglio lasciarmi vedere.
TERESITA.
Mettiamoci qui, dietro a questo paravento. Da qui possiamo vederle
senza essere veduti.
Conduce Nicolò per mano
fin presso la porta dietro un
paravento e indica le ragazze
che passano in giardino.
Guardi la prima, la bionda, ha ventidue anni, è un angiolino di bontà,
piena di sentimento. L'altra, la bruna, Annetta, è un carattere più
serio, ha molto ingegno, conosce molto bene la musica....
Nicolò, stringendo la mano
di Teresita, trascinato dalla
forza dell'antica passione, posa
un bacio sui capelli di lei e resta
come fulminato dalla sua
stessa audacia.
Teresita, sfuggendogli, dice
con accento di profondo rimprovero,
ma senza ira:
Che cosa fa, Nicolò....
va a sedersi e nasconde la faccia
nelle mani.
NICOLÒ
dopo essere rimasto un gran
pezzo come trasognato, si accosta
pianino a Teresita e con
voce sommessa piena di note
tenere e appassionate, dice,
quasi curvo su di lei: