[471] FALCONE vide e descrisse l’entrata del Papa a Benevento. I ricchi

Amalfitani avevano ornato tutte le vie di tappeti e di cose preziose:

_infra ornamenta vero thuribula aurea et argentea cum odoribus et

cinnamomo posuerunt_. E facevasi gazzarra con _tympana, cymbala, lyras

sonantes_.

[472] _Cod. Vat. 1984._ FALCONE, a. 1121, pone per data i _IX Kal.

Majas_. La lettera con cui Calisto annuncia ai Vescovi di Gallia la

caduta di Burdino, è data da Sutri, ai 27 di Aprile. SUGERII, _Vita

Ludovici Regis_ (DUCHESNE, IV, 310). ANON. CASSINENSIS, _Chron._, a.

1121. La _Vita Calixti ex_ CARD. ARAG. dice esplicitamente che Burdino,

montato sul cammello, precedette il Papa; però EKKEHARDO celebra a

gloria di questo, che salvasse la vita del prigioniero. Da Janula,

Onorio II, nell’anno 1124, lo fe’ tradurre a Fumone: PIETRO DIACONO,

IV, 86. Non è probabile che Gregorio VIII tuttavia promulgasse Bolle

dalla sua prigione; è poi affatto dubbia la cronologia di quelle che

sono riferite dal LIVERANI, _Opere_, vol. 4, 467.

[473] _Hic pro servanda pace turres Centii, domus tyrannidis et

iniquitatis, diruit et ibidem non reparari praecepit; Vita di Calisto_

scritta da PANDOLFO, c. 4. Dei Conti di Ceccano egli parla al c. 5.

[474] I due celebri documenti: _Ego Henricus — dimitto; Ego Callistus

— concedo_, sono registrati nel _Cod. Udalrici_, 305, 306, nella

_Cronica_ di EKKEHARDO, a. 1122, nel BARONIO (con qualche variante;

però egli trasse la carta imperiale dall’autografo vaticano, sul quale

da ultimo la stampò il THEINER, _Cod. Diplom. Temp._, I, n. XII), ed in

molti altri luoghi.

[475] Potrebbesi chiedere quale delle due parti fosse la vincente, ma

ben deesi rispondere coll’HALLAM: _It is manifest from the events that

followed the settlement of this great controversy about investitures,

that the see of Rome had conquered_ (_Europe during the middle ages_,

I, c. 7). La storia della questione delle investiture fu per la prima

volta scritta dal celebre ex gesuita MAIMBOURG, nella sua _Histoire

de la decadence de l’Empire après Charles Magne et des differends des

Empereurs avec le Papes au sujet des Investitures_ (Paris 1679): e a

confutarlo in seguito di tempo il NORIS, che fu più tardi cardinale,

compilò la sua _Istoria delle Investiture_ (Mantova 1741).

[476] _Comperivi tale, tantumque pacis firmamentum infra Romanam

urbem temporibus praedicti Apostolici advenisse, quod nemo civium, vel

alienigena arma sicut consueverat, ferre ausus est_: FALCO, p. 99. Così

similmente ROMUALDO, a. 1121, e GUGLIELMO DI MALMESBURY, lib. V, 169.

[477] _Hic etiam derivavit aquam de antiquis Formis, et ad portam

Lateranensem conduxit, ibique lacum pro adaquandis equis fieri fecit:

Vita ex_ CARD. ARAGON. Quanto meschine fossero in Roma a questo tempo

le opere di lavori publici si pare da ciò, che vien qui celebrato come

impresa grande l’aver costruito fuor di porta Lateranense una vasca da

abbeverar cavalli. Il solo PLATINA dice: _moenia urbis instaurat_.

[478] _Concil. Lateran. I, Canon. XIV (Ecclesias a laicis

incastellari). Canon. XVI (Si quis Romipetas)_: MANSI, XXI, 285.

[479] Non erano che figure isolate, senza che avessero fra loro

un’azione composta. Il PANVINIO (_de 7 Ecclesiis Urbis_, pag. 173)

chiama addirittura _foedissima pictura_ i dipinti della cappella: così

parimenti nella sua inedita _Descrizione del Laterano, Mscr. Vatican.

6110_. Tutte le notizie relative a questa cappella furono raccolte

insieme dal GATTULA, _Hist. Cassin._, I, 362. I versi posti sotto di

Burdino, dicevano così:

_Ecce Calixtus honor patriae, decus imperiale,_

_Burdinum nequam damnat, pacemque reformat._

[480] Così le favole raccolte nel _Mscr. Vatican. Ottobon. n. 2570_

(del sec. XVI), che contiene un opuscolo di CASTALLO METALLINO, _De

nobilibus Romanis_. Quell’autore si giovò del mscr. del PANVINIO,

_De Gente Fregepana lib. IV_ (di cui esiste un esemplare nella bibl.

Angelica). Anche il PANVINIO gitta via il suo tempo a voler dimostrare

che i Frangipani scendevano dalla gente Anicia; e ALBERTO CASSIO,

uomo d’altra parte pregevole per assai meriti, ha con ridevole audacia

compilato l’albero genealogico degli Anicî, dai primissimi inizî fino

giù a Mario, ultimo dei Frangipani (1654). Vedansi le sue _Memorie di

S. Silvia_, cap. VI.

[481] Scrivevasi _Fregapane, Frayapanus, Frajapanis, Frajampane,

Phrigepanius, Frangipane, Frangenspanem_. Nella donazione di Matilde

vien detto: _in praesentia Centii Frajapanis_, che è il figliuolo

di Leone. In santa Cecilia nel Transtevere esiste un’antica lapida

mortuaria coll’iscrizione: S. IOHIS FRAIAPANIS (marito di donna Bona

e padre di Cencio secondo). Un’altra lapida, che è in quella stessa

chiesa (vi sono rappresentati l’imagine del morto e lo stemma con

quattro leoni rampanti, disposti in quattro quarti, ma senza il pane),

dice: HIC IACET GVIDVTIVS FRAYAPANVS CVIVS AIA REQVIESCAT IN PACE. Da

Cencio il PANVINIO fa derivare il ramo della famiglia _De Gradellis_;

nel NERINI (n. XXVIII) compare, nell’anno 1243, un _Oddo Frejapanis de

Gradelle_, e vien detto: _in porticu Gallatorum ante Eccl. S. Mariae

de Gradellis_. Nei MIRABILIA si nota: _Ad Gradellas fuit Templum

solis_; ed è possibile che ivi s’intenda parlare del _Septizonium_. Il

_Porticus Gallatorum_ del medio evo ben è il _Porticus Gallae_, di cui

parla PIETRO PISANO (_Vita Paschalis II_, c. 16): incerto è poi se lo

si debba far derivare dalla chiesa di santa Galla.

[482] Nel secolo duodecimo i Frangipani signoreggiarono la Regione del

Colosseo. In un documento dei 10 Marzo 1177 (che esiste nell’archivio

lateranese) si sottoscrivono: _Bernardus Gregorii de Gregorio, Petrus

Roberti, Joannes Mancinus, Andreas Scriniarius, Sasso Oddonis de Saxo,

Joannes Cincii, Joannes Judex, Romanus de Bonella, Joannes Adulterinus,

Gregorius Lovaci, Jordanus Albertucius, Nicolaus della Scotta, Nicolaus

Sarracenus, Cencius Vetulus, Stephanus Pelliparius, Laurentius Caput

Vacae, Joannes Capocius, Nicolaus Octaviani, Bovacianus Romani de

Ranucio, Petrus Romani, Nicolaus Joannis Micini, Bovo Todorelli,

Joannes Tinessus Gaudens. Dicono: nos omnes suprascripti homines pro

nobis et aliis hominibus regionis Colossei — auctoritate dominor.

de Frangenspanibus quicquid juris — habemus in coena domini in

oblationibus altaris majoris Eccl. Lateran._, e precisamente ne fanno

cessione ad alcuni canonici di quella basilica (_Mscr._ PANVINII, p.

254).

[483] Di questi fatti narra PANDOLFO, da testimonio oculare, nella

_Vita Honorii_, c. 2. Vedi eziandio il CARD. ARAGON. e PIETRO DIACON.,

IV, c. 83.

[484] PIETR. DIACON., IV, 83. Sull’origine e sulla patria di Onorio

II vedasi il LIVERANI, _Lamberto da Fagnano_ (Macerata, 1859),

pregevolissima monografia.

[485] _Lothario ill. et glor. Romanor. regi, consules romani et alii

principes salutem et prosperitatem. Nos in servitio et fidelitate b.

Petri et domini P. Honorii persistimus, et quod placet ei amamus_ (è

l’ultima volta che i Romani parlano così)... _Nos interim diligenti

studio operam dabimus, quatenus — pop. Rom. ad te sicut decet

honorifice suscipiendum sit paratus_ (senza data); _Cod. Udalr._, n.

351. Indarno tentò Corrado di avvicinarsi a Roma: vedine il JAFFÉ,

_Storia dell’Imp. tedesco sotto di Lotario_, Berlino, 1843, p. 71.

[486] GIANNONE, II, X, c. 10. Della morte di Guglielmo (_VIII. Kal.

Aug. 1127_) parla FALCONE, p. 101, il quale con ingenuità e con vivezza

descrive eziandio l’arrivo di Rogero e gli avvenimenti che vennero

dopo. Vedi anche ALEXANDRI ABBATIS TELESINI, _Historia de rebus gestis

Rogerii Siciliae Regis_, lib. I, c. 4 (MURATORI, V).

[487] Così fin d’ora i Papi protestarono, lor guerre politiche esser

guerre sante, e perciò di autorità divina ne impartirono indulgenze.

_Ex auctoritate et B. M. virginis, et Sanctor. Apostolor. meritis,

talem eis impendit retributionem, eorum videlicet, qui delictorum

suorum poenitentiam sumpserint, si in expeditione illa morientur,

peccata remisit, illorum autem, qui ibi mortui non fuerint, et confessi

sunt, medietatem remisit_: FALCO, p. 104.

[488] ROMUALD. SALERNIT., p. 264 (MURAT., VII).

[489] La preziosa _Cronica di Fossanova_ sparge luce su queste piccole

guerre combattute nella Campagna. Essa nomina terre che ancor durano

in quel paese de’ Volsci, _Supino, Magentia_ (Maenza presso Piperno),

_Aqueputia_ (Torre Acquapuzza), _Roccasecca, Julianum, S. Stephanum,

Prosseum_ (Prossedi), _Tertium_ (Pisterzo), _S. Laurentum_. Onorio

conquistò questi luoghi, ed eziandio Trevi e Segni (CARD. ARAGON.).

[490] Così ne dà notizia la lettera degli Anacletani a Didaco di

Compostella (FLOREZ, _España Sagrada_, XX, 513), ed è facile che sia

cosa vera: _per laicorum manus mortuus miserabiliter defertur sicut

vilissima bestia in claustrum trahitur, et in vilissimum sepulcrum

immergitur_. Di Onorio non v’ha in Roma monumento alcuno. San Crisogono

nel Transtevere, edificato a nuovo nel 1128, è monumento di Giovanni

di Crema, cardinale, che fu il vincitore di Burdino, ed ebbe da quella

chiesa il suo titolo. SEVERANO, _Memorie_, p. 314.

[491] BENIAMINO DI TUDELA, _Itinerarium_ (Lugduni, 1633, p. 10): _Hic

ducenti ferme Judaei viri honorati, nemini tributum pendentes, inter

quos suos habet magistros Papa Alexander_. Egli appella il rabbino

Geiele (_trans Tiberim habitans_) _Papae minister, juvenis formosus,

prudens ac sapiens — in aula Papae — ipsius facultatum administrator_:

e dice che Natano, zio di lui, aveva scritto un libro «Aruch». Vedi

da ciò che gli Israeliti in Roma si occupavano anche di lettere. —

Beniamino trovò a Marsiglia 300 Ebrei di sesso maschile, a Capua 300, a

Napoli 500, a Salerno 600, ad Amalfi 20, a Benevento 200, a Melfi 200,

a Taranto 300, ad Otranto 500, a Messina 200, a Palermo 1500, e 2000

nel sobborgo di Pera a Bisanzio.

[492] Nell’anno 1020, a causa di un terremoto. Il Papa fece impiccare

alcuni Ebrei: ADEMARO, _Hist._, III, c. 52. — L’_Ordo Romanus_

di CENCIO (_saec. XII_) nomina la loro _Schola_ per ultima fra le

diciassette, che nei dì festivi ricevevano un donativo di denaro:

_Judaeis viginti solidos provesinorum_. Nelle processioni pontificie

eglino si postavano _juxta palacium Cromacii, ubi Judaei faciunt

laudem_, non lungi da Monte Giordano (MABILLON, _Mus. It._, II, 143).

[493] La invettiva di ARNOLFO (_Mon. Germ_., XII, 711) contro di

Anacleto II, indiritta a Girardo legato del Papa nelle Gallie, dice:

_Cujus avus cum inaestimabilem pecuniam multiplici corrogasset usura —

circumcisionem baptismatis unda dampnavit. — Factus dignitate Romanus

— dum genus et formam regina pecunia donat, alternis matrimoniis omnes

sibi nobiles civitatis ascivit_. Anche BENZONE (II, c. 4), che di

persona conobbe a Roma Leone, scrive: _Leone, originaliter procedente

de Judaica congregatione_. SAN BERNARDO, _Ep_. 139: _Judaicam sobolem

sedem Petri occupasse_. E così la lettera di Gualtiero arcivescovo

di Ravenna (MANSI, XXI, 434) chiama lo scisma di Anacleto: _Judaicae

perfidiae heresis_. — Il BARONIO (a. 1111, n. 3) trasse da un Codice di

Monte Cassino (che contiene i poemi di ALFANO) un epitaffio che questo

Arcivescovo compose pel nobile romano Leone, fondatore della casa

Pierleona:

_Hic jacet in tumulo Leo vir per cuncta fidelis_

_Sedis Apostolicae tempore quo viguit._

_Romae natus, opum dives, probus et satis alto_

_Sanguine materno nobilitatus erat._

_Prudens et sapiens, et coelo pene sub omni_

_Agnitus et celebris semper in Urbe manens._

_Virgo ter senis fuerat cum sole diebus_

_Quando suum vitae finierat spatium_.

Forse questo Leone fu sepolto in santo Alessio, ed è sua la iscrizione

(nel GALLETTI, VII, n. 4): HIC REQVIESCIT CORPVS DOP[=N]I LEONIS

CONSVL’ ROMANORUM. Il Rotschild del medio evo, creato barone romano dal

Papa indebitato!

[494] Il _Chron. Maurin_. (DUCHESNE, IV, 376): _Leo a Judaismo pascha

facient ad Christum, a Leone baptizari et ejus nomine meruit intignati.

Hic vir — in Curia Romana magnificus, genuit filium Petrum, magnae

famae, magnaeque potentiae post futurum_. — ORDERICO VITALE (p. 861)

motteggia sulle fattezze ebraiche di un nipote di Leone, che nell’anno

1119 intervenne al Sinodo di Reims: _nigrum et pallidum adolescentem,

magis Judaeo vel Agareno, quam Christiano similem_: era fratello di

Anacleto, il quale pure, se si creda ad ARNOLDO, aveva faccia di ebreo.

[495] Soltanto allora che il figliuolo di Pier Leone diventò papa i

Cronisti cominciarono a parlare di sua origine israelitica. Le _Vitae_

dei Papi non ne fanno parola, e BENIAMINO di TUDELA, cui senza dubbio

avranno parlato in Roma di Anacleto, ne tace per ragioni facili a

comprendersi — ANSELMO, continuatore di Sigberto, appella Pietro:

_altitudine sanguinis glorians_. I _Gesta Treveror._ (_Mon. Germ.,

X_, 200): _facione nobilium Romanorum, quorum ipse propinquitate

pollebat_. EADMERO, _Hist. Novor._, VI, 137: _erat enim filius Petri

praeclarissimi Principis Romanor_. ROMUALDO lo chiama: _filium Petri

Leonis nobilem civem Romanum_.

[496] I favoleggiati _Comites Montis Aventini_ (tradotto ii nome in

tedesco) diventarono i conti di Absburgo. Sono ghiribizzi dei tempi del

SANSOVINO, del VOLATERRANO, del CRESCENZI, dello ZAZZERA, di ARNOLDO

WION, del PANVINIO, del KIRCHER ecc. I Pierleoni credettero con fermo

convincimento alla loro parentela con casa d’Austria. Nella chiesa di

santa Maria della Consolazione v’è una iscrizione dell’anno 1582, che

dice: _Lucretia de Pierleonibus Luce de Pierleonibus J. V. D. Filia

nobilissima Romanorum et Austriae gentis sola relicta_ etc. In questo

modo l’ultima erede del casato strombettava tuttavia le glorie de’ suoi

avi. Ella pose in san Paolo una pomposa epigrafe anche al fondatore

della sua famiglia, e vi è detto: _Sepulcrum Petri Leonis Montis

Aventini Comitis ex Anicia mox Pierleonia stirpe_ etc.

[497]

_Te Petrus et Paulus servent Petre Leonis,_

_Dent animam coelo quos tam devotus amasti,_

_Et quibus est idem tumulus sit gloria tecum._

L’UGONIO lesse tuttavia a’ suoi dì un’altra iscrizione assai

caratteristica di quel tempo; io non la rinvenni più:

_Praeterit ut fumus princeps seu rex opulentus,_

_Et nos ut fumus pulvis et ossa sumus._

_In tantisque bonis pollens Petrus ecce Leonis,_

_Respice quam modico nunc tegitur tumulo._

_Vir fuit immensus quem proles, gloria, census_

_Sustulit in vita, non sit ut alter ita._

_Legum servator, patrie decus, urbis amator,_

_Extruxit celsis turribus astra poli._

_Omnia praeclara mors obtenebravit amara,_

_Nominis ergo Dei gratia pareat ei._

_Junius in mundo fulgebat sole secundo,_

_Separat hunc nobis cum polus hicque lapis._

La iscrizione di Lucrezia Pierleonia (NERINI, p. 395) fissa l’anno

della morte di lui al 1128: erroneamente il BARONIO al 1144, chè omai,

in una lettera del 1130, Anacleto chiama il padre suo _bone memorie_.

Più tardi i sepolcri della famiglia furono collocati in parte nella

chiesa di san Nicola _in Carcere_, e in parte nel sant’Angelo _in

Pescaria_, dove, prima che questa chiesa fosse demolita, io vidi

fuor della sua porta un sasso, con sopra in musaico lo stemma della

famiglia, che rappresentava un leone rampante, a scacchi e con tre

fasce.

[498] Vedi EADMERO, VI, 137 e ERNALDO ABATE (_Vita S. Bernardi, Opera_,

II, c. 1, 1107, ed. MABILLON): la invettiva di ARNOLFO lo taccia

perfino d’incesto colla sorella Tropea. Vedansi altresì le pari accuse

nella lettera di Manfredo vescovo di Mantova a Lotario (nel WATTERICH,

II, 275, che la trasse dal NEUGART, _Cod. Dipl. Alem._, II, 63). Da

altra parte, SAN BERNARDO indirisse ad Anacleto, quand’era tuttavia

cardinale, una lettera in cui loda le sue virtù di ecclesiastico:

trovasi nel JAFFÈ, _Stor. dell’Imp. ted. sotto di Lotario_, p. 89.

[499] _Cod. Udalr._, 346. La lettera degli Anacletani a Didaco afferma

che dapprima si avesse convenuto di far l’elezione dentro della chiesa

di santo Adriano; ciò essendo stato impedito dai raggiri di certi

vescovi, s’avrebbe deliberato di unirsi per l’elezione nel san Marco,

ma poi in secreto quella si compieva nel san Gregorio. Il SUGERIO

(_Vita Lodovici Grossi_, p. 317) dice solamente, che s’avesse deciso

di congregarsi insieme nel san Marco. _Qui locus quasi umbilicus

Romae est_, nota l’annuncio che gli Anacletani ne diedero a Lotario

(BARON., a. 1130, n. 17). Troppo prossime al san Marco erano le

torri dei Pierleoni; il partito avverso ne stava in temenza, e Pietro

manifestamente metteva in giuoco tutti i mezzi, massime il suo denaro,

per essere eletto. Da ambe le parti si agì disonestamente.

[500] Pietro di Porto gridò agli avversarî: _Siccine didicistis Papam

eligere? in angulo, in abscondito, in tenebris, in umbra mortis —

contempto canone — me inconsulto Priore vestro_, laddove gli Anacletani

avrebbero fatto la elezione _in luce, in manifesto_ (lettera ai quattro

vescovi suburbicarî che avevano votato per Innocenzo: BARON., n.

IX). In termini opposti parlano il _Cod. Udalr._, n. 346, l’annuncio

dell’elezione che gli Innocenziani spedirono a Lotario (n. 352) e

il manifesto d’Innocenzo stesso (n. 353: MANSI, XXI, 428), nel quale

Anacleto è dipinto come un tiranno sitibondo di sangue.

[501] ANSELMO, _Contin. di Sigberto: Gregorius privilegium electionis

ab Honorio papa adhuc vivente consensu quorundam cardinalium sibi

usurpat; Petrus altitudine sanguinis glorians, domum Crescentii

invadit, caedibus, hominum rapinis, incendiis grassatur_. Il _Chron.

Maurin._ dice del partito di Innocenzo: _Nimis festinanter, ut a

quibusdam dicitur, pontificalibus induunt insignibus_, precisamente

perchè Pietro manifestamente aspirava al papato (p. 376).

[502] _Palladium_ (_Pallara_), e i Cardinali appongono questa data:

_Apud Palladium XII Kal. Mart._ (18 Febbraio) — _post haec palladium,

in quo Dom. noster, P. Innocentius — resiedebat, aggreditur_ (_Cod.

Udalr._, 352). Fu consecrato papa in santa Maria Nuova, ai 23 di

Febbrajo (PAGI, a. 1130, n. V, e JAFFÈ); e in quello stesso giorno

fullo Anacleto in san Pietro.

[503] I nemici di Anacleto dissero che egli saccheggiasse le chiese, e

_Judaeos ajunt esse quaesitos, qui sacra vasa, et imagines deo dicatas

audacter comminuerent_ (_Vita S. Bern._, II, c. 1). Le lettere della

parte contraria sono registrate nel _Cod. Udalr._, 345, 352, 353 e nel

CARD. ARAGON. I biografi posteriori de’ Papi dicono che si corrompesse

il popolo mercè di quella rapina. Certo che di siffatti eccessi

furono commessi, sebbene Pietro di Porto neghi: _depraedationem illam

et crudelitatem, quam pretenditis, non videmus_ (lettera ai quattro

Cardinali vescovi).

[504] Prima annunciò al Re tedesco il suo esaltamento, e gli chiese che

venisse a Roma: _Trans Tyberim V Id. Maji_ (_Cod. Udalr._, 353).

[505] Le Biografie pontificie appellano il padre suo con nome di

Giovanni di Transtevere; il suo epitaffio posteriore dice: _de domo

Paparescorum_. Una famiglia _De Papa_ o _Paparoni_ trovasi omai nel

secolo decimo; nell’anno 975 un _Johes de Papa de septem viis_;

nel 1079 un _Oddo de Papa_. E al tempo di Benedetto VIII: _Joh.

qui Paparone vocor_ (GALLETTI, _Mscr. Vatic. 8042_, ove discorre di

questa famiglia). Pertanto io dubito delle considerazioni del PANVINIO

(_Storia della famiglia Mattei_, mscr. nell’archivio della famiglia

dei principi di santa Croce), il quale soltanto da Innocenzo II fa

derivare il nome della famiglia _De Papa_: e precisamente egli dice

che fondatore di essa sia stato Guido, il cui figlio Giovanni fu

padre di Innocenzo II. Quella famiglia s’avrebbe chiamato anche col

nome Romani, e da dopo il 1300 ne sarebbero stato un ramo i Mattei.

— Le tombe dei Papareschi erano in _S. Jacobus de Septimiano_. —

Cortigiano di Innocenzo II fu _Romanus de Papa_ (documento dei 4 di

Aprile 1139, MANSI, XXI, n. 542), figlio di cui fu _Cencius Romani

de Papa_, con molta discendenza (MURAT., _Ant. It._, II, 809). Le

torri dei Papareschi erano, tuttavia nel secolo decimoquinto, in

vicinanza di santa Maria in Transtevere, la quale Innocenzo II con

molta magnificenza aveva restaurato. A. 1442: _contrata quae dicitur li

Papareschi in parochia S. Calisti_ (_Mscr. Vat. 8051_, 125).

[506] Le trentotto lettere di Anacleto sono contenute nel bel Codice a

pergamena che si conserva a M. Cassino (n. 159 del _saec. XIV_). Da un

altro Codice le pubblicò CRISTIANO LUPO (T. VII, _Oper._, Venet. 1724).

Ad eccezione delle prime, questi frammenti di lettere (la più parte

senza data) non hanno valore storico.

[507] _Dat. Romae apud S. Petr. Kal. Maji_, come sta scritto nel Codice

di Monte Cassino. Invoca la ricordanza dell’antica amicizia del Re,

massime fra questo _et b. m. patrem meum. — Sane clerus omnis Rom.

individua nobis charitate cohaeret; Praefectus urbis, Leo Fraiapanis

cum filio et Cencio Fraiapane et nobiles omnes ac plebs omnis Romana

consuetam nobis fidelitatem fecerunt_. Nella lettera dei Romani, data

ai 18 Maggio, e nella seconda di Anacleto il Prefetto è appellato

Ugo: al tempo di Onorio prefetto era ancora Pietro (GALLETTI, _del

Prim._, n. 57). Può darsi che Ugo fosse il fratello di Anacleto, oppure

un Frangipane, ma ciò non si può rettamente chiarire. Siccome dal

documento che trassi dal CONTELORIUS, il Prefetto che era in officio

nel primo anno di Anacleto II è chiamato Uguccio, io preferisco credere

che fosse Uguccione fratello di Anacleto.

[508] La seconda lettera, _apud S. Petrum Idib. Maji_, dice che

egli possiede tutta Roma in beata pace, e che nel giovedì santo ha

pronunciato la scomunica contro di Corrado. Fa seguito una lettera

indiritta alla Regina, zeppa di nauseante unzione, nel tempo stesso che

vi si caricano di villanie i cardinali Almerico e Giovanni di Crema.

Pari contumelie contiene la lettera de’ Cardinali.

[509] _Domino Lothario glorioso ac triumphatori Romanorum regi, Hugo

prefectus urbis, et fratres ejus_ (così e non già _frater_ è scritto

nel _Cod. M. Casin._ ed in LUPO), _Leo Frejapane, et Cencius frater

ejus, Stephanus de Tebaldo, Albertus Johannis de Stephano, Stephanus

de Berizo, Berizo frater ejus, Henricus fil. Henrici de sco Eustachio,

Octavianus frater ejus, et reliqui Rom. urbis potentes, sacri quoque

palacii judices et nostri consules et plebs omnis Romana salutem et

gloriam et de hostibus universis victoriam... Acta Romae feliciter

XV Kal. Junii_. Reputo perciò che _Hugo prefectus urbis et fratres

ejus_ qui significhino i Pierleoni, i quali altrimenti sarebbero stati

ommessi in questa enumerazione.

[510] FALCO, a. 1130; PETR. DIACON. IV, c. 99. Il Diploma di

investitura è dato: _Benevent., per man. Saxonis S. R. E. presbyteri

Cardinalis, V Kal. Octobr. Ind. IX, anno Dom. Incarn. 1130, Pont.

Dom. Anacleti II Papae anno I_ (BARONIO, n. LII). Vi si sottoscrivono

fratelli e parenti di Anacleto: _signum man. Petr. Leonis Romanor.

Consulis... Rogerii fratris ejus... Peter Uguiccionis filii... et Petri

Leonis de Fundis_. Uguccione era fratello di Anacleto. Se si creda a

ORDERICO VITALE, XIII, p. 898, re Rogero avrebbe benanco sposato una

sorella di Anacleto: _filiam Petri Leonis, sororem Anacleti Pontificis

uxorem duxit_. Però può darsi che ciò non sia vero; Rogero ebbe mogli

parecchie. Anacleto addirittura lo investì anche di Capua e di Napoli.

[511] L’età di Gregorio VII e delle Crociate fu feconda di ordini

monastici. Fo cenno della fondazione dei Certosini, avvenuta per

opera di Brunone di Colonia, canonico di Reims (la _Chartreuse_ vicino

Grenoble, 1084): chiamato da Urbano II in Italia, Brunone si ritirò in

una solitudine delle Calabrie, dove morì nel 1101: la sua istituzione

fu favorita dal grande conte Rogero. — Norberto fondò i Premonstratesi

(Premontré presso a Laon) intorno al 1120; Bertoldo, calabrese, in sul

1156, costituì i Carmelitani sul monte Carmelo. — Ordini cavallereschi:

i Gioanniti fondati da mercanti amalfitani e confermati da Pasquale II

nel 1113; i Templarî fondati intorno al 1118 e confermati da Onorio II;

i cavalieri teutonici fondati nel 1190.

[512] _Plenitudinem imperii in eadem Romana civitate, sicut decebat,

offerens_: DODECHINO, nel PISTORIO, a. 1131.

[513] _Pisani et Januenses — cum navali exercitu Romam venientes,

Civitatem veterem, Turrim de Pulverejo, et totam Marmoratam eidem Pont.

subjugarunt_: CARD. ARAGON., p. 435. Il _tota_ si confà tanto poco

al piccolo luogo della Marmorata (sì come effettivamente sta scritto

nell’originale _Cod. Vat. 1437_), che io correggo in _Maritimam_. Che

Pulverejo o Pulverea sia forse un corrotto di San Severo, oppure che

sia Palo? — _Civitas vetus_ ed anche _vetula_ (_Reg. Farf._, n. 1098,

a. 1084), ed ormai nell’anno 1072: _civitas Veccla_ (_Reg. Farfa_, n.

1097).

[514] _Vita S. Norberti_ (_Mon. Germ._, XII, 701), e la Enciclica di

Lotario (MANSI, XXI, 483; _Mon. Germ._, IV, 81; PAGI ad a. 1133. n.

VII).

[515] FALCO, a. 1133. — _In manu non magna — tantillum exercitum_, dice

SAN BERNARDO, _Ep._ 139.

[516] _Apud Eccl. S. Agnetis castrametati sunt. Occurrentibus autem

ei Theobaldo Urbis praefecto, ac Petro Latronis cum aliis nobilibus_:

CARD. ARAGON., p. 435. Ugo dunque era morto o uscito d’officio.

La _Vita di san Norberto_ dice: _Castra primum in monte Latronum —

collocavit_; e dev’essere stato un colle fuor di porta Nomentana, forse

dove oggidì si va a cerca del _Mons sacer_. D’altronde io non mi so che

d’una sola _Fossa Latronis_ vicino al san Paolo, dove, non dapprima

ma più tardi, accampò l’esercito. Oltracciò: _in monte Aventino

castrametati fuimus_, dice Lotario stesso nella sua Enciclica, la quale

fa conoscere dei negoziati prolungati che si tennero con Anacleto.

[517] Il _Nonas Junii_, secondo il CARD. ARAGON. Si tenne convito

sull’Aventino, precisamente nel palazzo di Ottone, presso a san

Bonifazio. La _Cronica di Reichersperg_ perciò erroneamente dice di

Lotario e di Richenza: _ordinati sunt ab Innocentio P. in eccl. S.

Bonifacii_. Di lì mosse la processione. Il giuramento che fu prestato,

assistenti Cencio Frangipane, Ottone nipote suo ed altri, è registrato

nel BARONIO (a. 1133, n. II) e nel THEINER (_Cod. Dipl._, I, n. XIV)

che lo trassero da CENCIO. In segno di gratitudine, Innocenzo fece più

tardi dipingere nel Laterano il quadro della coronazione, e arditamente

vi scrisse sotto questi versi:

_Rex stetit ante fores jurans prius urbis honores,_

_Post homo fit Papae, sumit quo dante coronam._

[518] Il _Pactum_ (tratto da CENCIO) trovasi nel MANSI (XXI, 392) e nel

THEINER, _Cod. Diplom._ (I, n. XIII): _dat. Laterani VI Id. Junii_. Il

Papa si stipulò il reddito annuo di cento libre d’argento.

[519] Solevasi allora dire de’ Papi: _pulsus ab Urbe, ab Orbe

excipitur._ San Bernardo scrisse ai Pisani congratulandosene con

loro: _Assumitur Pisa in locum Romae, et de cunctis nobilibus terrae

ad Apostolicae sedis culmen eligitur — Tyranni siculi malitiae Pisana

constantia non cedit_ (_Ep._ 130). Vedasi anche il TRONCI, _Annali di

Pisa_, a questo anno.

[520] _Vita S. Bernardi_, lib. II, c. 2. Non v’era miracolo, per quanto

fosse difficile, che desse imbarazzo a un santo di questa fatta: e una

volta, annojato da uno sciame di mosche che non volevano sbrattare una

chiesa, le scomunicò, ond’esse caddero morte tutte: _Muscas dedicatione

ecclesiae (Fusniacum) molestas excommunicavit, et omnes extinctae sunt_

(l. c. XI).

[521] _Inventa sunt privilegia_ (nel campo di Rogero), _in quibus

Petrus Leonis ipsam Romam et ab inde usque Siciliam totam ei terram

concesserat, et advocatum Rom., Ecc., et Patricium Romanorum et Regem

illum statuerat: Cod. Udalr._, n. 380. — Nel JAFFÉ, n. 5972, che la

trasse dal FLOREZ, _España Sagrada_, XX, 550, trovasi la lettera di

Anacleto, data ai 22 Aprile 1134 dal Laterano, nella quale scrive che

Innocenzo, dopo ritiratosi Lotario, era fuggito nottetempo a Pisa,

e ch’egli coll’ajuto di Rogero si apprestava a esterminare _illos

perjuros nostros, Leo Fraiapanem_ ecc.

[522] _Est Caesaris propriam vendicare coronam ab usurpatore Siculo_:

S. BERN., _Ep._ 139.

[523] Perciò si venne a disputa fra Enrico e il Papa, come, ad esempio,

per conto di Viterbo, di cui una metà aderiva ad Innocenzo, l’altra

metà ad Anacleto. Sutri, come residenza antica di Guiberto e di

Burdino, teneva le parti di Anacleto. Vedasi l’ANNAL. SAXO, p 773, il

quale dà alla Tuscia romana il nome di _Romania_, e la distingue dalla

Campania.

[524] OTTONE DI FRISINGA. _Chr._ VII, 19: _apud Albam suburbia

civitatis sibi resistere nitentis, ante expugnaverat_ (intendesi

_Henricus dux_). — _Romam quidem ingredi noluit ne in Romanor. negotiis

impediretur_: FALCO, p. 120. Degna di esser letta è la narrazione di

questo Cronista, che tornò allora a Benevento dopo tre anni di esilio.

Neanche in Benevento entrò Innocenzo, poichè egli stavasi in tema. —

Probabilmente avvenne in questo tempo la impresa dei conti di Ceccano.

Il conte Giovanni prestò al Papa il giuramento feudale (_fecit et

ligium hominium_), e ne fu investito col simbolo di un calice (_cum

cuppa argentea deaurata_). Questo atto degno di nota è registrato nella

_Storia de’ Frangipani_ del PANVINIO, p 217: manca nel _Cod. Diplom._

del THEINER.

[525] Trenta giorni stettero fra loro disputando l’Imperatore ed il

Papa per l’investitura delle Puglie; alla fine quegli tolse in mano

la bandiera dall’asta questi dalla lancia, e la porsero a Rainolfo:

scenata indecorosa per l’Imperatore. FALCO, a. 1137, p. 122; ROMUALDO,

p. 189; OTTONE DI FRISINGA, _Chr._, VII, 20.

[526] _Ipse in civitate (S. Germani) coronam circuli patricialis

accepturus remansit_: PETR. DIACON., IV, c. 119. — _Rex Lotharius

— ab ingressu abstinuit urbis Romae, quia duorum de sede Apost.

contendentium prelia et seditiones nequivit compescere_: SIGEB.,

_Contin. Gembl._, ad a. 1137. — Ai 3 di Ottobre Innocenzo fu a Tivoli,

indi accompagnò Lotario a Farfa: _post hec data et accepta honorifice

ab imperatore et principibus licentia, papa remeavit in sua_ (ANNAL.

SAXO, a. 1137, p. 775).

[527] SAN BERNARDO, _Ep._ 147. — _Cadaver ejus in latebris sepelitur,

et usque hodie fovea illa a catholicis ignoratur: Vita S. Bern._, II,

7. — _Occulte sepultus_: CARD. ARAGON., p. 436. — Di lui tiene tuttavia

ricordanza in Roma un’iscrizione che esiste in san Lorenzo in Lucina:

_Anno Dni M.CXXX anno vero Dompni Anacleti Sedi Pape Primo Indict. VIII

Mense Madio D. XX quinta dedicata est haec Ecla_... Più tardi riferirò

di una Bolla di Anacleto concernente il Campidoglio; faccio qui nota

di un’altra, finora non conosciuta, riflettente la basilica dei XII

Apostoli, cui egli concede la chiesa di santo Abbaciro: _datum Romae

apud S. Petrum per manum Saxonis S. R. E. Praesbr. Card. et Cancellar.

VIII Kal. Maji in die octava. Anno dnicae Incarn. M.CXXX Pontificatus

autem Anacleti Papae II anno primo_. Questa Bolla, sottoscritta da

diciassette Cardinali, trovasi nel _Mscr. Vatican. 5560_ (_Storia della

basilica dei XII Apostoli_, del VOLATERANO).

[528] _In octavis Pentecostes ipsa die complevit Deus desiderium

nostrum: Ecclesiae unitatem, et urbi dando pacem. Nam illa die filii

Petri Leonis omnes simul humiliaverunt se ad pedes D. Papae, et facti

homines ejus ligii etc._: S. BERN., _Ep._ 320. — VITA S. BERN., II,

c. 7. — FALCO, p. 125: _fratres Anacleti — cum D. Innoc. Papa pacis

firmamentum composuerunt_. — CARD. ARAGON., p. 436. — _Innocentius

autem immensa in filios Petri Leonis et in his qui eis adhaerebant

pecunia profligata illos ad suam partem attraxit_: PETR. DIACON., IV,

ultimo capitolo.

[529] Nel 1142, Leone Pierleone e Pietro figliuol suo furono i delegati

del Papa in Sutri: _Ego Caccialupus Sutrine civitatis dei gr. judex

auctoritate et precepto domni Leonis Petri Leonis et Petri filii ejus

civitatis Sutrine presidis, a domno Innocentio II Papa delegatorum, in

quorum presentia populus Sutrinus causa justitiam faciendi congregatus

erat_... (MITTARELLI, III, n. 257). Qui viene a galla l’officio dei

Delegati: ma allora erano nobiluomini romani, non monsignori.

[530] _Vita S. Bern._, II, c. 7, e MANRIQUE, _Annales Cistercienses_,

a. 1140, c. VIII. Una inscrizione più moderna posta nel portico della

chiesa del convento chiama Innocenzo II _ex Familia Anicia Papia et

Paparesca nunc Mathaeia_. — Agli Anicî in Roma non si rinuncia; sono

la idea fissa di alcune famiglie romane. — Vorrebbesi che di già Carlo

Magno avesse donato all’Abazia dodici città della maremma Tusca; e di

esse leggonsi i nomi sotto le loro imagini, cadute dal tempo, presso la

porta d’entrata. Il monastero appartiene ancora oggidì ai Cisterciensi.

L’Ughelli, che fu un tempo colà da abate, ed è l’autore dell’opera

intitolata _Italia Sacra_, è sepolto in quel vaghissimo eremo.

[531] Questo monastero, celebrato più tardi per la sua bella chiesa

di stile romano-gotico, fu fondato intorno al 1036 dai Verulani, e

vuole la tradizione che si edificasse sopra terre appartenute a C.

Mario (perciò appellato _Casa Marii_). Forse a’ tempi di Eugenio III

ebbe monaci Cisterciensi di Chiaravalle. RONDININI, _Brevis Historia

Monasterii S. Mariae et Sanctor. Johis et Pauli de Casaemario_, 1707.

— L’anno 1861 posero quartiere nel convento le bande del Chiavone; lo

presero d’assalto i Piemontesi, ma per felice ventura la chiesa ne uscì

salva.

[532] OTTONE DI FRISINGA, _Chr._, VII, c. 23. È appena credibile che

i Vescovi raccoltivi giungessero a mille. Fra i Decreti del Concilio

(MANSI, XXI, 523) comprendesi la proibizione data ai preti _leges

temporales, et medicinam gracia lucri temporalis addiscere_; il

principio dell’inviolabilità del clero dalla mano de’ laici; il divieto

dei tornei di cui allora incominciava l’andazzo: _detestabiles autem

illas nundinas vel ferias, in quibus milites e condicto convenire

solent, et ad ostentationem virium suarum et audaciae temerariae

congrediuntur, unde mortes hominum_... (n. XIV). Ai morti in torneo si

negava sepoltura cristiana (Concilio di Reims, a. 1157, _Canon. IV_).

[533] Dirittamente dice a questo proposito il MURATORI: «A cui

(Innocenzo) e agli altri suoi successori volle Dio dare un nuovo

ricordo di quel versetto del Salmo: _Hi in curribus et hi in equis: nos

autem in nomine Dei nostri invocavimus_».

[534] La _Cronica di Fossa Nova_ parla anche del Prefetto; _tunc Papa

et praefectus, et Dux Robertus cum multis venientes apud S. Germanum

— et facta est redemptio tacenda_. Ai 4 Aprile 1139 Teobaldo si nomina

ancora come prefetto, in un documento nel quale l’Abate di san Gregorio

cita Odone de Polo a presentarsi davanti il Concilio (MANSI, XXI,

542). Ivi pure si parla del figlio del Prefetto che fu noto a’ tempi

di Pasquale; infatti vi è detto: _Oddo misit ad dom. Papam Petrum de

Antegia, et Petrum Petri praefecti filium_.

[535] Questi fatti sono narrati esattamente da FALCONE: se si

stia a lui, avrebbesi condotto il Papa prigioniero _X die stante

mensis Julii_; dunque, a conto suo, nel dì 22 Luglio. La Bolla

dell’investitura: _Quos dispensatio_, è data ai _VI Kal. Aug._ (MANSI,

XXI, 396).

[536] I documenti raccolti nei _Monum. Regii Neapol. Archivii_

registrano, ancora fino alle ultime, l’êra imperiale bizantina.

L’ultimo Duca di Napoli era morto, vassallo di Rogero, omai nell’anno

1137, in vicinanza di Ragnano. Nell’Agosto 1139 vennero a Benevento gli

ambasciatori di Napoli a far soggezione a Rogero: FALCONE, a. 1139;

GIANNONE, XI, c. 3. — Rogero fece misurare la periferia di Napoli;

allora il suo circuito contava 2363 passi (FALCONE, p. 132). — Gaeta,

da dopo il 1062, dipendeva da Capua, sebbene avesse Duchi suoi proprî

fino a Riccardo Bartolomei in sul 1135, quando duca di Capua diventò

Anfuso, figlio di Rogero.

[537] _Utinam, inquam, miserabilis atque infelicis Tusciae partes

felici vestro imperio cum adjacentibus provinciis adjungerentur, et res

perditissimae pacifico regni vestri corpori unirentur_: pari discorso

di quello che fu tenuto ai dì nostri; e re Vittorio Emanuele può con

qualche compiacimento specchiarsi nella storia di Rogero. Le parole

riferite, scriveva a Rogero l’abate Piero di Cluny (BARON., a. 1139, n.

20), irritato perciocchè, tornando in patria nel 1134 dal Concilio di

Pisa, fosse stato svaligiato da ladri in vicinanza di Luni. — Rogero,

da quell’astuto che era, si guadagnò le buone grazie degli Ordini

religiosi francesi, financo di san Bernardo, poichè fece venire in

Sicilia monaci Cisterciensi.

[538] Questo, com’è naturale, andavano sfringuellando i Cardinali,

sebbene FALCONE in generale lo dica del popolo romano. — Si avrà notato

che da lungo tempo Benevento era amministrato da Cardinali; così sorse

l’officio dei Cardinali legati in qualità di governatori.

[539] Egli stabilì un formale onorario per giudici e per notai (di

cento libbre all’anno): CARD. ARAGON., p. 436. — La procedura delle

liti serba la forma antica. Nell’anno 1139, Innocenzo in persona tiene

la presidenza del tribunale in un giudizio promosso contro Odone

de Polo, un che rubava beni di monasteri: giudici e assessori sono

Vescovi, Cardinali, Teobaldo prefetto della Città, Cencio e Odone

Frajapane, _Leo Petri Leonis_ coi suoi fratelli, e altri nobiluomini

(MANSI, XXI, 542).

[540] Il felice stato di Roma è lodato nella _Vita S. Bern._, II, c. 7:

_Post multifarias egestates in brevi civitas opulenta refloret_...

[541] Ancora Tivoli aveva nome di comitato; la Contea s’era

unita insieme col Vescovato, ma il Papa vi teneva un Rettore. In

un’iscrizione dell’anno 1140 si parla di adunanze di popolo per regioni

(_publica contio regionum_), e si discorre del _Populus Tiburtinus_:

Consoli non compaiono. Le condizioni di maggiore independenza che

possedevano le città della provincia romana, sono poste in aperto da

un trattato di commercio conchiuso fra Gaeta e Marino di _Circeum_

nell’anno 1132, dove quest’ultimo si obliga così: _Cum Terracinensibus

pacem et treguam non faciemus sine vestra licentia, et si aliquando vos

Gaetani guerram vel pugnam cum Terracinensibus habueritis, adjuvabimus

vos — cum armis, equis et personis nostris_. Qui il popolo di Terracina

apparisce independente al paro di quello di Gaeta: del Papa neanche

si piglian pensiero. È un documento registrato nel GIORGI, _Dissert.

Historica de Cathedra Episcopali Setiae Civitatis_, Roma, 1727, App. V.

[542] _Chron. Fossae Novae: Ind. III venit rex Siciliae, et filii

ejus mense Julio ceperunt Soram, Arcem et usque Ceperanum_. — Vi

hanno riferimento due iscrizioni, sol di poco difettose, originarie di

Sant’Angelo in Valle Arcese, che oggidì sono nell’atrio di santa Maria

in Cosmedin, infisse nel muro. La prima: _Regis itaque Siculi Rogeri

potestas immoderate crescens — — — Tiburtinus deprendens PP. (populus)

valde timuit. Et munire infirmiora loca civitatis etc. etc._ La seconda

in cui compare _Tebaldus Rector_, ha la data: _Anno Dni MCXL Anno XI

Papatus Dni Innocentii Sedi PP. M. Aug. D. IIII_. Le iscrizioni sono

riferite nel CRESCIMBENI, _Storia di S. M. in Cosmedin_, p. 48 e 54, e

nel VIOLA, _Storia di Tivoli_, II, 160. La seconda è registrata anche

nel GALLETTI, _Inscript_., Ap. ad Class. I, n. 9.

[543] La guerra con Tivoli incominciò omai nel 1140; lo si rileva dal

_Placitum_ concernente Odone de Polo (MANSI, XXI, 542), dove sulla

conchiusione è detto: _Sed quia inter dominum Papam ac Tiburtinos

controversia emerserit_...

[544] È una leggenda cittadina (ed il VIOLA per carità di patria la

adorna di fiori), che a quest’occasione il corso dell’Anio deviato,

si rovesciasse addosso del campo romano. Le Croniche italiane fanno

diffalta allo Storico, e di sì memorandi avvenimenti, Roma per

erudirsi deve mendicar notizie da un Vescovo tedesco. OTTONE DI

FRISINGA, _Chron._, VII, c. 27: _Dum cum pontifice suo in obsidione

praefatae civitatis morarentur, civibus egressis, et cum ipsis manibus

conserentibus, multis amissis spoliis, turpiter in fugam conversi

sunt_.

[545] Una Bolla di Innocenzo II è data ai 19 di Maggio _in monte

Tiburtino_ (JAFFÈ, n. 5853), probabilmente durante il secondo assedio.

La _Cronica di_ SICARDO (_Murat._, VII, 598) dice giustamente: _A. dom.

1142 Innocentius — Tiburtum obsedit_.

[546] Il _Juramentum Tiburtinorum_, sventuratamente senza data e senza

sottoscrizioni, è nel MURATORI (_Antiq. It._, VI, 251), che lo trasse

da CENCIO (nel THEINER manca): _Ego ille ab hac hora in antea fidelis

ero b. Petro et dno meo Pp. Innocentio ejusque successoribus canonice

intrantibus. Non ero in facto neque in consilio aut in consensu ut

vitam perdant aut membrum vel capiantur mala captione... Papatum

romanum, civitatem Tiburtinam, Donnicaturas_ (dominî) _et regalia que

romani pontifices etc._ Le terre nominate nel testo erano tributarie

alla Curia. — _Comitatum quoque et rectoriam ejusdem civitatis

tiburtine in potestate dni [=pp] Innocentii, et successorum ejus libere

dimittam._ Non ci si conservò il patto di sicurtà che era dato da parte

del Papa.

[547] OTTONE DI FRISINGA, VII, c. 27: _Dum — tam inhumanae petitioni

annuere nollet, seditionem iidem Romani movent — in Capitolio

convenientes, antiquam Urbis dignitatem renovare cupientes,

ordinem senatorum, qui jam per multa curricula temporum deperierat,

constituunt, et rursus cum Tiburtinis bellum innovant_. Le stesse

cose su quelle orme dicono con altre parole il GOTTFRIED, _Pantheon_

(MURAT., VII, 460) e gli HERMANNI ALTAHENSIS _Annales_ (_Mon. Germ._,

XVII, 381). — CARD. ARAGON.: _Circa finem vero sui pontificatus Pop.

Rom. novitatis amator sub velamento utilitatis Respublicae contra

ipsius voluntatem in Capitolium Senatum erexit_. Non una parola di più.

[548] Fu sepolto nel Laterano _in conca porphyretica, quae fuit Adriani

Imperatoris sepultura_ (JOH. DIACON; MABILLON, _Mus._, II, 568). Più

tardi, essendo crollata una parte della basilica, ruinò il monumento;

e perciò le ceneri di Innocenzo furono trasferite a santa Maria in

Transtevere. La iscrizione che ivi si trova, dice: _Hic Requiescunt

Venerabilia Ossa Sanctissimae Memoriae Domini Innocentii Papae Secundi

De Domo Paparescorum Qui Praesentem Ecclesiam Ad Honorem Dei Genitricis

Mariae Sicut Est A Fundamentis Sumptibus Propriis Renovavit_: GALLETTI,

_Inscript._, Class, n. 46, n. 47. Al n. 43 è un’iscrizione tratta da

san Tomaso in Parione, la qual chiesa il Papa ebbe consecrato ai 21

Dicembre 1139.

[549] Per ciò che riguarda le democrazie italiche il lettore può

consultare le opere, spesso citate del LEO, dell’HEGEL, del TROYA, del

BETHMANN-HOLLWEG, del SAVIGNY. Ma nè questi autori, nè gli Storici che

scrissero del Senato romano, hanno posto mente allo svolgimento della

costituzione civica di Roma. Io ne raccolgo qui il primo tentativo,

ricavato dalle fonti della storia.

[550] Tenni già nota dei trattati di commercio conchiusi da Tolomeo di

Tusculo, ed eziandio di quello fra Bello ed i Consoli di Gaeta, i quali

diedero sicurtà ai bastimenti di lui. _Confirmare facimus tibi Bello

Romano — et tuis rebus, vestrisque navidiis, cum omnibus bonis vestris,

que in ipsis navidiis habebitis, vel que a Romanis super vos ad usuras

accipietis_... (GEORGII _Dissertatio — Setiae Civit., App._ V).

[551] _Bonofilium jure matrificum aurificem_, a. 1035 (il GALLETTI,

_del Prim._, p. 274, lo spiega per «orefice matricolato»). _Bovo

prior Oleariorum_, a. 1029 (_Mscr. Vatic._ del GALLETTI, n. 7931,

p. 42). _Rainerius patronus scole sandalariorum_ (navicellai) _pro

Petro de Rosa priore dicte scole, et pro omnibus scolensibus_: questa

corporazione dà a Farfa la conferma del porto di Correse (_Reg. Farfa_,

fol. 1180). Un documento notevole, di stile assai barbarico, derivante

da santa Maria in via Lata, a. 1031, contiene il patto (_stipulum

obligationis_) conchiuso tra una corporazione di ortolani (_ortulani_)

ed il suo priore: _Vobis Amatum magnificum virum vite tue diebus

eligimus tibi ad priorem nostrum. Id est spondimus — tibi ut vite tue

diebus sicut bonum priorem tibi tenemus et non disrumpimus scolam, quod

tecum facta habemus_. Lo fanno giudice degli _scolenses_ nei piati fra

loro; seconda istanza è la assemblea riunita dei Priori delle altre

corporazioni di ortolani. — _Et per singulos annos singulus unus ex

nobis tibi dare spondimus hopera una manuale_ (_Mscr. Vatican._ del

GALLETTI, 8048, p. 97).

[552] L’antica formula _numerus militum seu bandus_ è usata sempre,

parimente delle denominazioni dei presidî. Nell’anno 1145 una _Scola

Militum_ dà in affitto al convento di santo Alessio un pezzo di terra

vicino alla piramide (_Meta_) di C. Cestio: _Tholomaeus qd. fil. Pauli

Johannis de Guiniczo, Prior scole Militum — cum Tedelgario — ejusd.

scole secundo, et Aminadab Tertio ejusd. scole_ (NERINI, App. IX).

[553] Si rammenti come le dodici Regioni della Città, l’isola e

il Transtevere accorressero al Campidoglio per salvare Gelasio. In

un documento proveniente da santa Maria in Transtevere, a. 1037, è

detto: _Regione quartadecima Transtiberini_ (_Mscr. Vatic. 8051_, del

GALLETTI, p. 6). Forse che questa indicazione sia stata soltanto di

tradizione, e non la officiale? Poichè la Città propriamente detta

aveva dodici Regioni, la decimaterza e la decimaquarta dovevano

riferirsi all’isola ed al Transtevere: e il numero di cinquantasei

Senatori (di ciò a più tardi) corrisponde ai quattordici rioni

elettivi. Invece è difficile che la città Leonina, disprezzata dai

Romani, e abitata da stranieri e dalle genti pontificie, avesse allora

diritto di mandar suoi deputati al Senato. Al tempo di Rienzo vi furono

tredici sole Regioni officiali, e nel 1586 per la prima volta vi si

aggiunse la Leonina (Borgo), come decimaquarta.

[554] I Massimi compaiono la prima volta nel 1012 con _Leo de Maximus_

(NERINI, p. 320); così nel _Chron. Farf._ p. 560: _Leo Dativus jud. de

Maximo_. — I Sant’Eustachio, del quartiere prossimo a quella chiesa,

compaiono primamente nell’anno 987 con _Leo Sancti Stati_ (NERINI,

p. 383). In documenti del secolo undecimo i Saraceni e i De Franco

appellavansi _de Eustatio_: assai di spesso incontrasi _Henricus de S.

Eustachio_. — Coi Papa erano congiunti per via di maritaggi gli Scotti

e i Romani. Anche i Brazuti (da Giovanni _Bracziutus_ del tempo di

Gregorio VII) erano parenti degli Scotti. Le loro torri s’ergevano in

vicinanza di ponte Sisto. _A parte Transtiberim ad pontem Antonini non

multum longe a Turre heredum Johannis Brazuti_ (a. 1073, _Mscr. Vat._

8051, p. 13). _A. 1227 Johannes Braczuti de Scotto et Comitisse filie

ejus_ (ibid., p. 40). — Da parte loro i Tebaldi e gli Stefani formavano

un parentado; spesso trovasi _Stefanus de Tebaldo — Stefanus Stefani de

Tebaldo_.

[555] La _Ep. IX_ di Anacleto parla in prima di nobiluomini

nominatamente, indi dice: _reliqui Rom. Urb. potentes, sacri quoque

Palatii judices, et nostri consules, et plebs_. Il documento dell’anno

1139 (MANSI, XXI, 542) specifica così i maggiorenti: _Praefecto,

consulibus, et majoribus civitatis_. Nella lettera a Lotario (_Cod.

Udalr._, 351): _Consules Romani, et alii principes salutem_. Ei si

vede che qui, dappertutto, «Console» significa il più eletto grado

officiale. A torto C. HEGEL reputa che questo titolo prettamente romano

fosse preso ad imitazione dei Consoli lombardi. Roma fu fino al 1143

una Repubblica (consolare) di nobili; soltanto che ignota ce n’è la

forma.

[556] La _Ep. XVI_ di Anacleto distingue così: _Nobiles omnes et plebs

omnis Romana, Capitanei et Comites qui extra sunt_. Anche nella pace

conchiusa a Venezia nel 1177, è detto espressamente: _Plures etiam

de nobilibus Romanis_ (nobiltà cittadina), _et Capitaneis Campaniae_

(nobiltà provinciale) _hanc pacem firmabunt_. — La _Ep. Petri

Portuensis_ (nel BARON., a. 1130, n. IX) dice: _Principes, Capitanei,

Barones_.

[557] Parecchi documenti della metà del secolo duodecimo parlano di

questi _milites_, ad esempio: _Civitatis Alatrinae, milites Frosinonis,

milites civitatis Verule etc._ Gli uomini liberi nella Campagna

erano scesi tanto in basso da essere diventati, per la massima parte,

fittavoli a tempo delle chiese o dei capitani.

[558] Di già intorno all’anno 1130 trovansi sessanta senatori e

una deputazione di sei nobiluomini, che concedono a Monte Cassino

franchigia di dazî nel porto di Roma. _Nos Leo Romanor. Consul, et

Leo Frangipane, et Cincio Frangip., Petrus Frangipane, Filippus de

Alberico, Henricus de S. Eustachio una cum sexaginta Senatoribus,

et cuncto populo romanae urbis concedimus in perpetuum — ut monachi

cum navibus secure pergant — Tempore Honorii ppe. II. Militantibus

dignitates, hobedientibus pacem, rebellibus anatema_. Il frammento è

raccolto nel _Registro_ di PIET. DIACON., n. 605.

[559] Documento dei 29 Aprile 1084 (_Reg. Farf._, n. 1098). Vedasi

a carte 281 di questo Volume, nota 2. La dizione _apud Capitolium_

significa, cred’io, il convento di Araceli.

[560] _Aurea nunc etc. Ut quidem is versus merito possit converti:

Aurea quondam etc._ Così nell’anno 1431 dai ruderi del Campidoglio

sclamava POGGIO (_Historiae de Varietate Fortunae_, I, 6).

[561] Il _Privilegium_ dato per santa Maria _in Capitolio_, senza

data, è aggiunto ad una Bolla di Innocenzo IV, e stampato nel WADDING

(_Annal. Minor._, II, 255), fu illustrato dal CASIMIRO, p. 431,

sull’esempio del VALESIO (T. XX della _Collezione_ del CALOGERA, p.

103): e trovasi anche nel FEA, _sulle Rovine_, p. 358, e nel PRELLER,

_Philologus_, 1846. Della sua autenticità non dubito; fin la frase

_hortos quos haeredes Johannis di Guinizo tenuerunt_, fa fede di quel

tempo (vedemmo di uno degli eredi di questo Romano, più sopra a pag.

524, nota 2). _Confirmamus totum Montem Capitolii in integrum eum

casis, cryptis, cellis, curtibus, hortis, arboribus — cum parietibus,

petris et columpnis._

[562] _Cum terra ante Monasterium, qui locum Nundinarum vocatur_

(Bolla di Anacleto); e più sotto: _argasteria in Mercato_. Il mercato

si estendeva tuttavia da piazza Araceli fin giù basso a san Venanzio,

detto primamente san Giovanni in Mercato. Soltanto nell’anno 1477 il

mercato fu trasferito in piazza Navona.

[563] Oggidì ancora sotto del Campidoglio vedonsi molti avanzi di

antico. In via della Bufala, al n. 35, un portico ruinato forma il

fondo di una botteguccia, e, appoggiato col dorso alle colonne, vi

lavora entro un solitario ciabattino.

[564] _Liber de mirabilibus Romae._ Similmente la _Graphia_, che

aggiunge: _In Capitolio fuerunt imagines fusiles omnium regum

trojanorum et imperatorum_: e dice che fosse stato coperto di vetro e

d’oro, _ut esset speculum omnibus gentibus_. Anche per questi libri di

leggende tutto è omai antichità e indovinello.

[565] La Bolla non ne descrive che i confini. Nomina dessa il

_Porticus Camellariae_ (non _Cancellariae_, come scrivono il FEA ed

il BUNSEN; infatti trovasi usato l’egual nome anche per altri luoghi

in cui esistevano spaziose _Camerae_); il _Clivus Argentarii, qui

nunc descensus Leonis Prothi appellatur_ (vedi il Vol. III, p. 424);

il _Templum majus quod respicit super Alephantum_ (l’_Elephantus

herbarius_). Ancora si tien nota financo dei _gradus centum: exinde

discendit per hortum S. Sergii usque in hortum, qui est sub Camellaria,

veniens per gradus centum usque ad primum affinem_. Quest’era ancora

l’antica scalea dei cento gradini, di cui fa cenno TACITO ad occasione

dell’assalto dei Vitelliani (_qua Tarpeja rupe centum gradibus

aditur_): della sua positura contrastano fra loro gli archeologi.

Si accenna eziandio ad una _cavea in qua est petra versificata_. Per

l’intiero documento vedasi l’_Ordo Rom._, XI (MABILLON, _Mus. It._, II,

143).

[566] Soltanto dopo del NARDINI gli Italiani lo collocarono sull’altura

di Araceli (da nord-est), e i topografi tedeschi (BECKER, I, 387, con

assai asseveranza) sulla cima di Caffarelli. — Pare che la controversia

voglia ancora durare un buon pezzo, ma una volta o l’altra giova

sperare che andrà decisa. Può mai darsi che omai nel secolo duodecimo

s’avesse dimenticato la positura del _Saxum Tarpeum_? Anche oggidì v’è

la «Via di rupe Tarpea» presso a «Tor de’ Specchi», e colà esisteva

la chiesa di santa Caterina _sub Tarpeio_ (MARTINELLI, p. 352). FAUNO,

III, c. 6; MAURO, c. 5, p. 40; GAMUCCI, p. 64. Nella _Vita Paschalis_

sta scritto: _Qua Capitolii rupes aedibus Petri Leonis imminet_; e

queste case erano prossime al teatro di Marcello.

[567] ANON. MAGLIAB. (del tempo di Giovanni XXIII): _Fuit templum

Jov. Opt. Maximi i. e. supra cortem domna mitima quod adhuc satis

de eo apparet: et introitus vocatur Salvator in Maximis_. Lo stesso

affermano il BLONDO, il MARLIANI, il MARTINELLI. Quella chiesa durò

fino al 1587, sopra Monte Caprino, dalla parte della Montanara. — È

argomento di dubbio che cosa fosse il _templum majus, quod respicit

super Alephantum_: può ben darsi che fosse il teatro di Marcello. Il

_templum Jovis_ dell’ANON. DI EINSIEDELN (_Inscrizioni_, n. 72: _Usque

ad S. Angelum et templum Jovis_) non era, siccome opina il PRELLER, il

tempio Capitolino, ma la _basilica Jovis_ nel _Porticus_ di Ottavia

(detto nel medio evo _templum Severianum_), dove si trova la chiesa

di sant’Angelo. Gli è perciò che nel secolo duodecimo questa chiesa

veniva appellata _S. Angeli juxta templum Jovis_ (lettere dei Cardinali

partigiani di Anacleto a Lotario).

[568] Vedi il Vol. III, p. 658, nota 1: _Teuzo abb. ven. Monas.

S. Mariae Dei Gen. Virg. in Capitolio_... a. 882. Più tardi questa

chiesa dei Benedettini fu detta addirittura _Monaster. S. Mariae in

Capitolio_, oppure _Monasterium Capitolii_. Nell’anno 1015 un abate

si sottoscrive perfino così: _Ego Dominicus Abbas Capitolii_ (nel

CASIMIRO, p. 7). Il significato di _Capitolium_ da lunghissimo tempo

si attagliava massimamente a tutto quanto il colle; nè dalla dizione

_in Capitolio_ può argomentarsi che se ne denoti il tempio di Giove:

in pari guisa dicevasi eziandio _S. Maria in Palladio_ (Palatino), e

_in Aventino_. I più recenti escavi fatti vicino al palazzo Caffarelli

(nel 1865) non hanno dato alcun resultato che convalidi l’opinione ivi

essere stato posto il tempio di Giove, e questo fatto negativo torna

oggi calzante a pro dell’altra opinione, che fosse situato sull’altura

di Araceli.

[569] La _Graphia_ raccolse questa leggenda; essa non associa la

visione con Virgilio, ma a quel tempo era omai ben noto il nesso in

cui vi si trovava la Egloga IV. Così vi si ebbe riferito Innocenzo III

(_Sermo II_, Op., 88, nel PIPER, _Virgilio, teologo e profeta_, 1862).

La leggenda è assai antica e viene di Grecia; la si trova in SUIDAS,

dove, al nome _Augustus_, vien narrato che questi interpellasse la

Pitia, per sapere chi regnerebbe dopo di lui; _cui illa respondit_:

_Puer Hebraeus jubet me, diis beatis imperans,_

_Hanc aedem relinquere, et in orcum redire._

_Jam abito tacitus ab aris nostris._

E Augusto avrebbe allora tosto edificato sul Campidoglio un altare

colla iscrizione: _Haec ara est Primogeniti Dei_. La leggenda più

tardi fu registrata da NICEFORO (_Hist. Eccl._, I, 17); e la riferisce

eziandio un’antica Cronica latina, edita dal MAI col titolo di

_Chronicon Palatinum_ (_Spicileg. Roman._, IX, 118): l’editore la

fa risalire, per ragione de’ caratteri della sua scrittura, almeno

al secolo ottavo, se non più in là, come reputa il BETHMANN, che

la attribuisce al settimo secolo (_Bullettino Arch._, 1852, p.

38). GOFFREDO DI VITERBO, che scrisse intorno al 1180, conosce la

leggenda (_Pantheon_, XV): il MURATORI la trasse da un Codice modenese

(_Antiq._, III, 879). Una grossolana scultura, posta sul vecchio altare

della cappella di sant’Elena in Araceli, rappresenta la visione, con

questa epigrafe:

_Luminis hanc almam matris qui scandis ad aulam,_

_Cunctarum prima quae fuit orbe sita;_

_Noscas quod Caesar tunc struxit Octavianus_

_Hanc. Ara Coeli sacra proles cum patet ei._

[570] Il _Catalogo delle Abazie romane_, compilato da PIETRO MALLIO

e da GIOVANNI DIACONO (sulla fine del sec. XII), dice: _S. M. in

Capitolio, ubi est ara Filii Dei_. Più tardi scrive MARTINO POLONO:

_Haec visio fuit in Camera Octaviani Imp., ubi nunc est Eccl. B. M.

in Capitolio. Ideo dicta est Eccl. S. M. Arae Coeli_. Il NIEBUHR

e il BECKER credono, contrariamente affatto alla leggenda, che

l’appellazione _in Araceli_ sia derivata da quella _in Arce_. Piuttosto

il nome può esser venuto da _Aurocoelo_ (_coelo Aureo_), sì come ne

furono chiamate altre chiese, di cui una a Pavia. — È strano che fino

il tempio di Giunone Moneta avesse ricevuto il suo nome addiettivo da

una voce divina che ivi s’era intesa risonare: CICERO, _De divin._, I,

45, nel BECKER, I, 409. Se questo tempio abbia esistito sull’altura

di Araceli, acconciamente sarebbevi andata Maria, regina del cielo,

a cacciarne Giunone. — Gli archeologi italiani pongono sulla cima di

Araceli anche il tempio di Giove Feretrio, e l’ANON. MAGLIAB. dice:

_Palatium Octaviani fuit, ubi nunc est S. M. araceli; et vocatus est

locus ferferum, quia ibi fuit templum jovis Feretrii_.

[571] La leggenda dei Mirabilia dice che la visione occorresse nel

_Palatium_ di Ottaviano, non già nel tempio di Giove. Ed anche il

_Chronicon Palatinum_ del MAI, narra soltanto che _Oct. abiit in

Capitolium, quod est in medio urbis_, dove la _Pythonia_ gli avrebbe

annunciato, _quod infans hebraeus jubente Deo e coelo beator.

descendens, in hoc domicilium statim veniet — quare exiens inde

Aug. Caesar a divinatione, aedificavit in Capitolio aram magnam in

sublimiori loco, in qua et scripsit latinis literis dicens: Haec

ara filii Dei est. Ubi factum est, post tot annos, domicilium atque

basilica b. et s. virginis Mariae usque in praesentem diem sicut et

Timotheus chronographus commemorat_ (TIMOTEO, riferito dal MALALAS, p.

98, dice solamente della _ara_ che Augusto edificò). Vedasi dunque che

assoluto silenzio si tenga del tempio di Giove, onde s’era smarrita

ogni traccia al tempo dei _Mirabilia_; e questi non fanno menzione

della leggenda che in modo fuggevole: _In loco ubi nunc est S. Maria

fuerunt duo templa simul juncta cum palatio, Phebi et Carmentis, ubi

Octavianus imp. vidit visionem in celo_.

[572] Il _Palatium Octaviani ad S. Laurentium in Lucina_, di cui essi

parlano, è l’avanzo dell’_Orologium_ di Augusto: ma nel testo mostrano

saperne del _palatium Octaviani_ sul Campidoglio.

[573] 1) _Infra arcem fuit palatium, quod erat pro magna parte aureum

— ubi tot statue erant etc._ — 2) _Ubi nunc est S. Maria fuerunt duo

templa simul juncta cum Palatio, Phoebi et Carmentis, ubi Octavian

Imp. vidit visionem in coelo._ — 3) _Capitolium vel Tarpeus, ubi est

palatium Senatorum._ Il concetto di _Arx_, che è indeterminato anche

per l’antichità, non può accertarsi che cosa significasse all’epoca dei

_Mirabilia_: lo stesso dicasi del _Tarpeus_ e del _Capitolium_.

[574] Le investigazioni sul Campidoglio daranno sempre argomento di

novelle ipotesi. Arnaldo da Brescia esortò i Romani a restaurare il

Campidoglio: che cosa voleva dir ciò, se non che la massima ruina,

il _Tabularium_, si riparasse per porvi le residenze del Senato, e

forse anche che si rinnovasse la _Arx_? Che nel medio evo si desse

al _Tabellarium_ nome di _Camellaria_? Un Breve di Innocenzo III

(_Ep. II_, 101, a. 1199) dice che sulla pendice del Campidoglio la

_Camellaria_ avesse un appartamento alto ed un basso, e ne fossero

comproprietarî il convento di santa Maria e quello di santo Sergio.

_Inferioris vero camellariae parochiam et ejusd. camell. proprietatem;

ita quod nulla injuria inferatur habitatoribus, ipsius camellariae

ab abitatortbus superioris camellarie._ I _Mirabilia_ pongono

la _Camellariae_ presso al _templum Jani_, (il _Cod. Pragensis_

dell’HÖFLER dice financo _subtus capitolium_), ed hanno ottima

conoscenza dell’_aerarium publicum, quod erat templum Saturni_. Per

tutte le quali ragioni io respingo l’opinione del BUNSEN e di altri,

che la _Camellaria_ fosse l’archivio di Stato ossia _Tabularium_; e

reputo piuttosto che essa fosse la _basilica Argentaria_ od un edificio

prossimo, fornito di portico.

[575] Cade in siffatto anacronismo il FRANKE nel libro: _Arnaldo da

Brescia e il suo tempo_, Zurigo, 1825, scrittura amena a leggersi, ma

che troppo spesso devia dalla verità storica. Per scrivere a fondo la

storia di Arnaldo mancano le fonti. Ne fece tentativo nell’anno 1861

il dotto FEDERICO ODORICI nel suo _Arnaldo da Brescia_ (Brescia 1861),

e più tardi vi si accinse un Francese del mezzodì, GEORGES GUIBAL

(_Arnould de Brescia et les Hohenstaufen, ou la question du pouvoir

temporel de la Papauté au moyen age_, Paris 1868). — Però, nello stesso

anno 1868 si stampò per la prima volta la _Historia pontificalis_

(_Monum. Germaniae_, Vol. XX, p. 517-545); e questa Cronica, scritta da

un contemporaneo di Arnaldo (nel quale a buona ragione si ravvisa il

celebre Giovanni da Salisbury), getta una nuova luce su alcuni punti

della storia del famoso riformatore da Brescia, che pur troppo rimane

sempre oscura. Vedi _Arnaldo da Brescia_, Discorso accademico del

GIESEBRECHT, Monaco 1873.

[576] _Quis mihi det, antequam moriar, videre Ecclesiam Dei, sicut in

diebus antiquis, quando apostoli laxabant retia in capturam, non in

capturam auri vel argenti, sed — animarum?_ Ep. 238, ad Eugenio III —

Cent’anni più tardi il _Meister Freigedank_ (a) diceva: «Le reti romane

chiappano argento, oro e terre: e san Pietro lo sapeva» (lo cita il

RAUMER).

(a) È una raccolta di proverbî popolari, di motti, di sentenze su cose

politiche, sociali ed ecclesiastiche, compilata in Germania nell’anno

1229, e per la sua eccellenza chiamata «bibbia delle cose profane.»

Vedasi il VILMAR, _Storia della letteratura tedesca_ (Vol. I, p. 961,

Marburg, 1857), che giudica quel libro essere la gemma insuperata delle

lettere alemanne antiche e moderne. (N. del T.)

[577] OTTONE DI FRISINGA, _De gestis Fried._, lib. II, c. 21. La sua

narrazione fu raccolta nei noti versi del poema del GUNTERO, intitolato

_Ligurinus_.

[578] SAN BERNARDO, Vol I, Ep. 195: _Accusatus apud D. Papam schismate

pessimo._ OTT. DI FRISINGA, II, c. 21. Di vera eresia non fu tacciato,

sebbene intorno all’eucaristia ed al battesimo non la pensasse

cattolicamente: lo prova la sua adesione alle idee di Berengario,

di Abelardo, dei Pietrobrusiani ecc. Vedansi i diciannove articoli

dello _Scito te ipsum_ e della _Theologia Christiana_ di ABELARDO, nel

_Tractatus de erroribus Abaelardi_ di SAN BERNARDO.

[579] Le sentenze di san Bernardo contro il dominio temporale (e ai

giorni nostri se ne richiamò la ricordanza) non ammettono disputa.

Alcune ne traggo dal suo libro _De Consideratione: Nemo militans Deo

implicat se negotiis saecularibus. — Quid fines alienos invaditis? —

Disce, sarculo tibi opus esse, non sceptro, ut opus facias Prophetae. —

Esto ut alia quacunque ratione, haec tibi vendices, sed non Apostolico

jure. — Planum est: Apostolis interdicitur dominatus. — Forma

apostolica haec est: dominatio interdicitur: indicitur ministratio. —

In his successistis non Petro, sed Constantino._ — Queste dottrine di

san Bernardo sono agli antipodi de’ principî gerarchici di Gregorio

VII.

[580] _Procedit Golias procero corpore nobili illo suo bellico apparatu

circummunitus: antecedente quoque ejus armigero Arnaldo de Brixia_:

_Ep._ 189. Vedasi anche la _Ep._ 330.

[581] Con molta verità dice il Tosti (_Storia di Abelardo_, Napoli,

1851): «egli era di quegli uomini che hanno il coraggio del pensiero,

non quello dell’azione.»

[582] Vedi la _Historia pontificalis_.

[583] _Ep._ 195: _Arnaldum loquor de Brixia, qui utinam tam sanae

esset doctrinae, quam districtae est vitae — Homo est neque manducans,

neque bibens, solo cum diabolo esuriens et sitiens sanguinem

animarum — videbitis hominem aperte insurgere in clerum, fretum

tyrannide militari, insurgere in ipsos episcopos, et in omnem passim

ecclesiasticum ordinem desaevire_: è un formale atto d’accusa scritto

da un Santo. Egli appella altresì Abelardo _intus Herodes, foris

Johannes_: _Ep._ 193.

[584] _Ep._ 196. Financo OTTONE DI FRISINGA dà a Bernardo del

credenzone e dello _zelotypus_ (_De Gestis_, I, c. 47).

[585] Che insegnasse a Zurigo, lo dice OTTONE DI FRISINGA (II, c. 21):

_In oppido Alemanniae Turego officium doctoris assumens, perniciosum

dogma aliquot diebus seminavit_. È certamente esagerato ciò che il

FRANKE (sulle orme di GIOVANNI MÜLLER, che attinse a Croniche di

tempo posteriore), afferma dell’influenza esercitata da Arnaldo sulle

Republiche svizzere. Fa poi meraviglia che pochi contemporanei suoi

parlino di Arnaldo; nè di lui tiene alcun ricordo neppure la _Cronica

di Brescia_ del MALVEZZI. Anche san Bernardo più tardi ne tace del

tutto.

[586] _Chron. Mauriniac._, p. 387: _Celestinus qui alio nomine Magister

de Castellis nominatus est_ (era il _Castrum Felicitatis_ nello Stato

della Chiesa). Tre cose l’avevano messo in rinomanza: _nobilitas

generis, mentis industria in omni statu aequalis, literarum scientia

multiformis_. Della sua elezione pacifica e concorde fa fede la lettera

del venerabile Pietro di Cluny (BARON., ad ann. 1143, n. XII), e la

_Ep._ I _Coelestini ad Cluniacenses_ (MANSI, XXI, 592).

[587] Con Celestino II hanno incominciamento le note profezie di

Malachia, arcivescovo di Armagh in Irlanda (morto nel 1148), libri

sibillini del Papato, che forse furono una goffa invenzione dell’anno

1590: vedi il NOVAES, a quel Papa. A Pio IX del resto si attaglia

perfettamente il _Crux de Cruce_ (croce dalla croce di Savoja).

[588] Questi oscuri avvenimenti narra ROMUALDO, p. 192. ANON. CASIN.,

ad a. 1144. _Treugam cum eo (sc. rege) composuimus_, dice il Papa

nella sua lettera a Pietro di Cluny, _dat. Laterani X Kal. Oct._ (22

Settembre 1144). MANSI, XXI, 608.

[589] Documento dei 31 Gennaio 1145: _Lucius dilectis Filiis, nobilibus

viris Oddoni et Cencio Frajapanibus fratribus — fidelitatem vestram

erga B. Petrum et nos ipsos attendentes, custodiam Circi vobis

committimus — dat. Romae II Kal. Febr._ (nel NERINI, App., p. 407,

che lo trasse da CENCIO). — Ai 18 Marzo 1145 l’abate di sant’Andrea dà

in affitto a Cencio Frangipane _turrim quae vocatur de Arco — Rome in

Caput Circli Maximi — e Trullum unum in integrum quod vocatur Septem

Solia_. Questo documento è sottoscritto: _Cencius de Arco_. Era un arco

di trionfo ridotto a torre, vicino al Circo (MITTARELLI, III, n. 271).

[590] _Non multo autem post_ (dopo il ritorno del Papa dalla Campania)

_Popul. Rom., contra voluntatem ejusd. Papae Jordanum filium Petri

Leonis in Patricium promovit, et Senatores de novo in Urbe creavit_:

ROMUALDO. La nuova êra si conta dall’anno 1144. Lo dimostrano documenti

del Senato: il primo che ci è conservato, è dato ai 23 Dicembre 1148,

_renovationis autem sacri Senatus [=an]. V_. Addì 23 Gennaio 1160, si

conta _[=an]. XVI_; ai 27 Marzo 1162, _[=an]. XVIII_; ai 30 Marzo 1188,

_[=an]. XLIV_; ai 28 Maggio 1191, _[=an]. XLVII_. Da tutto ciò parrebbe

che il primo anno cadesse nel Maggio 1145, e che la costituzione del

Patriziato avvenisse nell’autunno dell’anno 1144.

[591] OTTONE DI FRISINGA, _Chron._, VII, c. 31: _omnia regalia ejus —

ad jus Patricii reposcunt; eumque more antiquorum sacerdotum de decimis

tantum et oblationibus sustentari oportere dicentes_. E più sopra:

_Senatoribus — Patricium adjiciunt — Jordanum Petri Leonis filium

eligentes omnes ei tamquam principi subjiciuntur_. — ANON. CASIN.:

_Jordanus fil. Petri Leonis cum Senatoribus et parte totius populi

minoris contra papam rebellat_. Qui la parola _parte_ devesi prendere

nel significato che essa esprime in italiano.

[592] GOFFREDO DI VITERBO, che scrisse intorno al 1180 (MURAT., XII,

461): _intendens Senatum extinguere cum ingenti militia Capitolium

Romae conscendit — Senatus autem Populusq. Roman. — Papam — in momento

repellunt. Ubi Papa (sicut audivimus) lapidibus magnis percussus,

usque ad obitus sui diem, qui proxime secutus est, non sedit in sede_.

SICARDO (MURAT., VII, 598): _armata manu ascendit Capitolium; sed

Romani inde ejecerunt eum_. SIGBERTO, _Cont. Praemonstr.: sed inde_

(dal Campidoglio) _per Jordanum — perturbatus, infirmitate correptus,

infra annum — moritur_. Il giorno della morte è determinato dal CARD.

ARAGON., p. 437, il quale dice soltanto: _repentina morte praeventus_;

ed erra affermando che egli costringesse i Romani a rinnegare il

Senato. OTTONE DI FRISINGA, VII, c. 31, narra solamente: _quotidianis

cruciatibus ac taedio vitae affectus, infra anni spatium pontificatus

sui diem obiit_.

[593] _Hunc cum antea simplex fuerit, Deus mirabili gratia, et

eloquentia perfudit_ (BERNARD. GUIDONIS, nel MURAT., III, 1, 437).

Delle perplessità di san Bernardo sull’elezione del suo discepolo

danno dimostrazione l’_Ep._ 237 agli elettori, e l’_Ep._ 238

all’eletto. _Dabit tibi dominus intellectum_, dice a lui il Santo; e a’

Cardinali: _quid fecistis? Sepultura hominem revocastis ad homines_.

E lo chiama _rusticanum — pannosum homuncionem_. I cinque libri _De

Consideratione_, di cui Pio V si faceva ogni giorno leggere dei passi,

intanto che sedeva a mensa, furono scritti da BERNARDO, in parecchi

anni, ne’ suoi momenti d’ozio.

[594] OTTONE DI FRISINGA, _Chron._, VII, c. 31: _Eccl. b. Petri —

profanissime incastellare non metuunt_. — GEROH DI REICHERSBERG (_liber

de currupto Eccles. statu_, nel BALUZIO, _Miscell._, V, 114) lamentava:

_quod adhuc in domo b. Petri — desolationis abominationem stare

videmus, positis etiam propugnaculis et aliis bellorum instrumentis in

altitudine sanctuarii supra corpus b. Petri_. Fin da allora i Cardinali

possedevano in Roma bei palazzi: _ut Cardinalium diruerentur —

splendida palatia_ (OTTONE DI FRISINGA, _De Gestis Frid._, II, c. 21).

[595] _Praefecturae dignitatem abolentes, omnes principes ac nobiles ex

civibus ad subjectionem Patricii compellunt_: OTTONE DI FRISINGA, VII.

c. 31.

[596] _Circa principia Pontificatus Eugenii pestifer Arnaldus Romam

ingressus — proponens antiquorum Romanor. exempla — reaedificandum

Capitolium, renovandam dignitatem Senatoriam, reformandum equestrem

ordinem docuit_: OTTONE DI FRIS., _de Gestis_, II, c. 21. E sulle

dottrine di Arnaldo, riguardo alle attenenze del Papa colla Città:

_nihil in dispositione Urbis ad Romanum spectare Pontificem, sufficere

sibi ecclesiasticum judicium_: ibid.

[597] Documento dato da Corneto, ai 20 Nov. 1144 (CENCIUS, fol. CXIII):

_Nos quidem — Gottofredus de Pinz[=on] et Vezo Franconis consules una

cum Egidio vicecomite et Ranutio de Guittone ex mandato et voluntate

alior. Consulum et Populi Cornetanae civitatis_. Dunque, fin da

allora, il Papa accettava nelle città di provincia la costituzione

di municipio. Nel 1157 trovansi Consoli a Orvieto; e, giusta una

iscrizione riferita dal MURATORI (_Antiq. It._, II, 331), v’erano

Consoli a Nepi, financo nell’anno 1131; nell’anno 1198 (e naturalmente

anche prima) v’erano dodici Consoli e un _Consilium_ a Narni,

dove tutto il Comitato apparteneva al Comune: _Narnienses Consules

universales Civitatis et Comitatus Narniae_ (MURAT., _Antiq._, IV, p.

60).

[598] Una notizia antica di quel tempo (MARTINELLI, _Roma ex Ethn._, p.

171), dice: _Post haec vero, ipso. D. Papa mandante, contra Senatum et

Pop. Rom. quibus modis poterant comites pugnare coeperunt._ Del Senato

narra il CARD. ARAG., p. 439: _civitatis et castra. B. Petri assiduis

rapinis et gravibus guerris persequi non cessabant_.

[599] _Quos — Pontifex — adjuncta Tiburtinis Romanor. antiquis hostibus

militia coercuit, tandemque pacem petere coegit_: OTT. DI FRIS., VII,

c. 31; CARD. ARAG., p. 439.

[600] _Patriciatus dignitatum exfestucarent, et praefectum in pristinam

dignitatem reciperent. Senatores vero ex ejus auctoritate tenerent_:

OTT. DI FRIS., VII, c. 34. — Nel 1139, prefetto era Teobaldo, e di già

nel 1145 era _Jacobus praefectus urbis_ (BONINCONTR., ap. LAMIUM, VI,

144). L’ingresso trionfale del Papa è descritto dal CARD. ARAGON., p.

439.

[601] Laonde il documento dei 23 dicembre 1148 dice: _Nos Senatores

— a domino nostro Papa Eugenio totaque veneranda apostolica curia

et reverendo populo Romano pro regimine urbis annuatim in Capitolio

constituti_: e similmente il trattato fra Pisa e Roma, nella _Cronica

pisana_ del MARANGONE, a. 1151.

[602] Vi si sottoscrivono: _Et nos Senatores: Joh. Berardi. Petrus

plangens spatulam. Uguicio gentis. Petrus Enrici. Romanus petri

milluli. Astaldus David. Jordanus brutii. Gregorius gaudentis. Nicolaus

philippi. Petrus romani sperantis in deo. Sebastianus gualtrade.

Stephanus falconis. Grisoctus Cencii. Grecus. Nicolaus berizonis.

Dompnicus. Parentius. Petrus baffolini. Falco carozie. Rusticus nicolai

rustici. Petrus rabie. Stephanus cizaronis. Bonum tibi veniat h. e.

bentivenga pictor. Johannes bonifilioli. Petrus demetrii pro nobis

et omnibus aliis consenatoribus nostris quorum nomina non sunt hic

descripta_ (GALLETTI, _del Prim._, p. 306; lite che fu sostenuta per

alcuni beni della chiesa di santa Maria in via Lata). I Berardi, gli

Astaldi, i Berizoni, i Rustici, i Bonifilioli erano _nobiles_. Può

darsi che _Grisoctus Cencii_ appartenesse alla famiglia de’ Baruncî;

perlomeno nell’anno 1131 troviamo _Grisottus de Stefano Centii de

Baruntio_ (MITTARELLI, III, n. 224).

[603] Nel trattato di pace fra Pisa e Roma, dell’anno 1151, viene

per verità detto: _nos quidem Senatores numero L_, ma forse per un

caso si smarrì la cifra _VI_. Dimostrerò più tardi che il numero di

cinquantasei era quello normale.

[604] I tre Scrittori romani che trattarono del Senato, il VENDETTINI,

il VITALE, l’OLIVIERI, e l’accurato tedesco CURTIUS non avvertirono

in alcun modo queste mutazioni. Nell’Aprile del 1191 un documento è

sottoscritto da _Consiliatores_ diversi da quelli che erano stati nel

Maggio dello stesso anno. Di essi troviamo or nove, or undici o dodici,

ed or financo quattordici. Sempre si sottoscrivono prima de’ Senatori.

Il patto conchiuso col Papa nel 1188, è sottoscritto: _jussu Senatorum

Consiliatorum_ (seguono dodici nomi) _et Senatorum_ (succedono i nomi).

Io li reputo _procuratores_ della Republica, corrispondenti ai Consoli

governanti nelle altre città, nè penso col PAPENCORDT e coll’HEGEL

che fossero soltanto consiglieri assistenti. Nel 1164, a Pisa, sono

eletti ventiquattro _Consiliatores_ colla condizione espressa _qui nec

consules nec senatores hoc anno fuerint_ (BONAINI, _Statuti di Pisa_,

I, 25); ma in Roma eglino erano veramente il Consiglio rettore del

Senato.

[605] Per noi i denari pontificî cessano con Benedetto VII (morto

nel 984). In tutto il secolo undecimo non v’ha che un solo denaro

di Leone IX, ed un altro attribuito a Pasquale II. Per la qual cosa

nella lacuna delle monete pontificie fino a Benedetto XI (morto nel

1304) subentrano (secondo il FLORAVANTE, _Antiqui Romanor. Pontificum

Denarii_) le monete del Senato. Tuttavolta in documenti posteriori alla

costituzione del Senato io trovo _solidi papae_ distinti da _denari

Senatus_ (MITTARELLI, IV, n. 53, n. 98); ed io credo che anche i Papi

in sulle prime battessero moneta. I denari del Senato erano allora

chiamati _solidi bonorum provisinorum Senatus_ (il nome non deesi far

derivare da _provisiones_ o _redditus_, bensì dalla città di Provins

in Sciampagna), ossia si contava a _librae bonorum_, o _parvorum,

parvensium Senatus_. Ritiene il FLORAVANTE che i denari del Senato

antichissimi sieno quelli colla leggenda ROMAN. PRINCIPE (che faceva

contorno all’effigie di san Pietro), e dall’altra faccia colla scritta

SENAT. POPUL. Q. R., attorno all’effigie di san Paolo. Altre monete

di quell’età erano dette _affortiati_ (d’oro forte, ossia puro),

_Scyphati, Marabotini_ (maravedis), _Malechini_ (nome arabo che deriva

da Malech), _Romanati_ (nome bizantino) ecc. Vedasene il DUCANGE.

[606] Vedi l’_Ep._ 239 di Innoc. III, lib. II; lettera assai importante

a chiarire i rapporti giuridici di quel tempo.

[607] Che esistessero l’una accanto dell’altra le due Curie lo provano

molte carte: e di già il primo documento del Senato (dell’anno 1148)

chiama gli antichi giudici Palatini con nome di Consiglieri aggiunti.

Vedi anche l’Atto senatorio del 1160 (GALLETTI, _Del Prim._, p. 314).

[608] Giustamente il CURTIUS ha interpretato questo passo dell’ANON.

CASIN.: _facem cum Romanis reformans, muros Tiburtinae civitatis

destrui praecepit_. — OTT. DI FRIS., VII, c. 34: _a pop. Rom. pro

excidio Tiburtinorum in tantum de die in diem sollicitatur, ut

improbitatem eorum non sustinens ad transtyberinam regionem migrans,

animam suam vitae suae taedere confideretur_. Il BONINCONTRIUS (nel

LAMIUS, _Delic._, V, 144) dice financo, che fosse stato discacciato

della Città. Forse egli disciolse il Senato, sì come oggidì i Re

disciolgono le Camere, e ordinò nuove elezioni.

[609] Lo dimostra il documento dei 28 Dicembre 1148 (già citato) quando

Eugenio non si trovava nella Città.

[610] _Chron. Fossae Novae_, ad a. 1146: _Romani venerunt super

Tiburim, et multos ex eis decollaverunt_. A qualche anno prima

appartiene la notizia del _Chron. Sublacense_ (MURAT., _Antiq._, IV,

797): _cum Romani tempore Thebaldi Prefecti supra Tiburtinos venerint_.

[611] BONINCONTRIUS, p. 148: Guido Colonna s’insignorì di Norba e di

Frosinone; _Jacobus_, prefetto urbano, investito dell’officio dal Papa,

si pigliò Civitavecchia e Viterbo; Nicolò di Anguillara fece sue Tolfa

e Santa Severa; Pietro Frangipane, Terracina e Sezza. Celestino II

aveva donato ai Frangipani soltanto i redditi di Terracina, ma eglino

vi si eressero a tiranni. Vedi nel CONTATORE, _Historia di Terracina_,

I, c. 6, le notizie attinte dall’archivio di quella città. I Frangipani

soffocarono il Comune di Terracina, perlochè ivi trovansi Consoli

soltanto al principio del secolo decimoterzo, quando Innocenzo III

soggiogò i Baroni.

[612] _Histor. pontifical._, l. c., p. 538.

[613] _Fallax et invidus humani generis inimicus per Arnaldum

schismaticum — hoc effecit, ut quidam capellani unitatem Ecclesiae —

dividentes, ipsius Arnaldi sequantur errorem: et Cardinalibus atque

Archipresbyteris suis obedientiam — exhibere debitam contradicant —

dat. Brixiae Idib. — Julii_. Il commovimento del clero inferiore durò

tuttavia sotto di Adriano IV e di Alessandro III (vedi i Brevi di

questi due Papi nel MANSI, XXI, 628, 803). Dalla lettera di Alessandro

III emerge tuttavia l’esistenza di ventotto titoli cardinalizî per

quell’età.

[614] _Ep._ 243: _Nobilib. et optimatib. et universo pop. Romano,

frater Bern. Claraevallis vocatus Abbas, declinare a malo, et facere

quod bonum est. — Ad omnem itaque spectat Christianum injuria

Apostolorum — apostolicam Sedem divinis regalibusque privilegiis

sublimatam auso sacrilego incessere, suoque minuere honore contenditis

— Patres vestri Urbi Orbem subjugaverunt, vos Urbem properatis orbi

facere fabulam — Quid ergo nunc Roma nisi sine capite truncum corpus,

sine oculis frons effossa, facies tenebrosa?_ Così anche oggidì dicono

i Vescovi di Francia e di tutto il mondo; e la lettera di san Bernardo

fu citata dai difensori di Pio IX, tanto spesso quanto gli avversarî

suoi hanno per parte loro accampato le opinioni, che in generale quello

stesso Santo espresse per conto delle condizioni politiche del clero.

Nè alcun Vescovo ai nostri giorni seppe sostenere che il Papa dovesse

conservare Roma con tanta enfasi quale fu quella onde usò il vecchio

Abate.

[615] _Quid de populo loquar? Populus Romanus est. Quid tam notum

saeculis, quam protervia et fastus Romanorum? Gens insueta pacis,

tumultui assueta; gens immitis et intractabilis usque adhuc subdi

nescia, nisi cum non valeat resistere. Hi impii in Deum, temerarii in

sancta, seditiosi in inxicem, aemuli in vicinos, inhumani in extraneos.

Docuerunt linguam suam grandia loqui, cum opererentur exigua._ E della

proverbiale avarizia dei Romani dice: _quem dabis mihi, vel de tota

maxima Urbe, qui te in Papam receperis, precio, seu spe precii non

interveniente? De Consideratione_, IV, c. II. Il quarto e il quinto

libro di questo celebre trattato destinato ad Eugenio III furono da san

Bernardo scritti negli anni 1152, 1153. Più tardi il PETRARCA difese

Roma contro questa invettiva di san Bernardo nella sua scrittura:

_Contra Galli calumnias, Op._, ed Basil., p. 1075.

[616] _Ep._ 244, _ad Conradum_; e la lettera dell’amico (MARTENE, T.

II, 299, _Ep._ 212).

[617] Di questo dà notizia il notaio GIOVANNI: _Ep._ 239, fra le

lettere di Guibaldo (nel MARTENE, _Ampl. Collectio_, II). Erroneamente

il MARTENE pone la lettera all’anno 1151; fu scritta prima della

battaglia di Flochberg, dove, agli 8 di Febbraio 1150, Guelfo fu vinto.

[618] Le Bolle raccolte nel JAFFÉ stabiliscono che il suo soggiorno a

Tusculo avvenne fra gli 8 di Aprile e i 7 di Novembre del 1149. ANON.

CASIN., _Chron._, a. 1148: _Eugenius P. Tusculanum ingressus, fultus

auxilio Rogerii Regis, Romanos sibi rebelles expugnat_. Similmente

ROMUALDO, p. 193. ROBERTO DE MONTE: _P. Eugenius in Italiam regressus,

cum Romanis vario eventu confligit_.

[619] _Ep._ 212 (fra quelle di Guibaldo): _Eccellent. et Magnif. Dom.

Urbis et Orbis Conrado etc. Sixtus, Nicolaus et Guido consiliatores

Curiae sacri Senatus et communis salutis reipublicae procuratores — ut

jam per plures litteras regiae significatam est majestati etc. etc._

[620] Un manifesto dei Romani, nel carnovale dell’anno 1862, diceva

quasi alla parola così: «Romani! chi ama la dignità di sè stesso, chi

sente la grandezza dei destini che la Provvidenza ha serbato a Italia

e alla sua città capitale, trova bastevole di tutti i diletti la vista

del Foro antico di Roma e di tutti gli altri luoghi che rammentano le

glorie antiche. Là il vero cittadino di Roma, ricordando la grandezza

degli avi, mira il fondamento del nostro prossimo rinascimento dopo

tanti secoli di obbrobrio. Viva il Pontefice non Re! Roma, ai 20

Febbraio 1862.»

[621] _Excell. atque praeclaro Urbis et Orbis totius Domino, Conrado

Dei grat. Romanor. Regi, semper Augusto, S. P. Q. R. salutem et

Rom. Imp. felicem et inclytam gubernationem_ (OTTONE DI FRISINGA,

_De gestis_, I, c. 28). Questa lettera non ripongo io col MARTENE e

col MANSI all’anno 1150, ma al 1149, allorchè Eugenio, da Tusculo,

angustiava Roma. Gli ambasciatori sono appellati _nobiles viri_

della vera nobiltà. Gli esametri di barbaro stile esprimono bene

l’intendimento politico de’ Romani. La lettera è povera troppo

d’ingegno perchè io possa attribuirla ad Arnaldo.

[622] _Christianissimus princeps hujusmodi verbis sive naeniis praebere

aures abnuit_, dice conciso OTTONE DI FRISINGA, in occasione della

lettera dei Romani.

[623] _Ep_. 213 (nelle lettere di Guibaldo) di un _fidelis Senatus

servorum regis fidelissimus_.

[624] _Eugenius P. pacem cum Romanis reformans Romam reversus est:_

ANON. CASIN., _Chron._ — ROMUALDO, p. 193. — Una Bolla di Eugenio è

data: _Laterani 28 Nov. 1149_ (JAFFÉ).

[625] La vita errabonda del Papa può seguirsi sulla scorta del JAFFÉ.

L’anno 1151 egli dimorò a Segni sotto la protezione dei Conti di

Ceccano. Ai 27 Ottobre egli consecrò la chiesa di Casamari presso a

Veroli (Chron. _Fossae Novae_, ad a. 1152).

[626] _Ep._ 214 _Guidonis Card. et Cancellarii ad Wibaldum Abatem_.

Nell’_Ep._ 218, Guibaldo tranquilla Eugenio: è scritta dopo la disfatta

di Guelfo VI. — La _Ep._ 225 di Guibaldo al cardinale Guidone.

[627] _Promissa Romanor._ (_Mon. Germ._, IV, 88): restituzione di

tutti i diritti della corona e di tutti gli scrigni delle chiese,

eccettuata la moneta che aveva costato la guerra di Viterbo; resa di

tutte le castella fuor della Città. _Munitiones S. Gregorii et turrem

de Sclaceis dabunt_. In un documento dell’anno 1393 la _Turris de

Schiaciis_ è detta esistere _extra portam Appiam et portam Laterani_,

ed appartenere al _Casale Statuarium_ (nel COPPI, T. XV delle

_Dissertaz. dell’Accad. pontif. di Archeologia_, p. 132). San Gregorio

era un castello presso a Tivoli; ma qui può darsi che s’intendesse

dire della fortezza sul Celio, che in una Bolla di Onorio III (del

1217) è appellata _clausura in castro S. Gregorii_ (_Bull. Vat._,

I, 100). Stabilivasi che soltanto a Recano e a Magliano sulla via

Flaminia non potesse edificarsi castello alcuno. I Romani vollero

giurare vassallaggio _cum beneficio quingentarum librarum secundum

quod consueverunt Romani jurare pontificibus Romanis. Inter predictos

jurabunt Nicolaus, Syxtus, et Guido recuperata gratia vestra, precibus

Senatorum_. Costoro dunque erano stati accolti dal Re con mal garbo.

[628] _Conradus dei gr. Rex et semper Augustus praefecto urbis,

consulibus, capitaneis et omni populo Romano tam minoribus, quam

majoribus gratiam suam et bonam voluntatem_ (se ne togli il Prefetto,

la è la formula eguale che s’usava con altre città: così per Pisa,

_Ep._ 324). _Post reditum nostrum a Jerosolimitana expeditione litteras

universitatis vestrae frequenter accepimus_ (_Ep._ 322).

[629] _Ep._ 327: _dat. Signiae V Id. Januar_. — _Ep._ 339 ai Tedeschi.

L’_Ep._ 323 del Re al Papa.

[630] «Non mai gli Italiani furono tanto discordevoli e fieramente

avversi fra loro quanto in quei quindici anni, nei quali avrebbero

potuto rompere la catena tedesca, e rivendicarsi in indipendenza; ma

lo spirito nazionale non era ancor nato»: LA FARINA, _Storia d’Italia_,

III, 392.

[631] _Carissimo Dei gr. F. Wetzel ad summa animae et corporis laeta

undique proficere_: _Ep._ 384 (nel MARTENE, II). Wetzel era forse

svizzero, e venuto a Roma con Arnaldo. Se nella lettera si parla

di _gens vestra_, non è questo buon motivo per argomentare che egli

fosse romano. _Ceterum quod consilio clericorum et monachorum, quorum

doctrina divina et humana confusa sunt_: è in tutto e per tutto il

linguaggio che udimmo ai dì nostri. Financo le parole, citate nella

lettera, che san Pietro disse nella ordinazione di san Clemente, e

le sentenze di san Girolamo, furono anche al nostro tempo allegate

nuovamente allo stesso scopo. Però la breve lettera di Wetzel è più

penetrativa che tutta la pedantesca dissertazione (_Pro causa italica_,

Firenze, 1860) di un ex gesuita, il quale ha scritto tre volumi in

folio sul dogma della Immacolata Concezione. Ciò che Wetzel dice della

donazione di Costantino (_mendacium illud et fabula haeretica — ita

detecta est, ut mercenarii et mulierculae quoslibet etiam doctissimos

super hoc concludant_) dimostra che a quel tempo si disputava del

dominio temporale anche in piazza del mercato.

[632] Il _Pactum_ di Costanza (in GUIBALDO, n. 385, in ALBINO e in

CENCIO) è dato: _Constantiae X Kl. April. Ind. XV A. D. Incarn. MCLII

Regnante Dno Frederico Romanor. Rege glorioso A. vero regni ejus I_.

Deve riporsi alla primavera del 1153 (PERTZ, _Leges_, II, 92). _Et pro

viribus regni laborabit Romanos subjugare domino Papae et Rom. Eccl.,

sicut melius unquam a centum annis et retro_.

[633] A Guibaldo, _Ep._ 383, _dat. Signiae XII Kal. Oct.: notificamus

quae faciente Arnaldo haeretico rusticana quaedam turba absque nobilium

et majorum scientia nuper est in Urbe molita. Circiter enim duo millia

— sunt secretius conjurati, et in proximis Kalendis Novembris centum

senatores — et duos consules — unum autem, quem volunt Imperatorem

dicere creare disponunt_.

[634] Sul tempo del ritorno vedasi il JAFFÉ. L’espressione _cum Romanis

pace facta_ (oppure _paciscens_) dimostra che il Papa accettò la

costituzione. SIGEB., _Cont. Praemonstr._ — ROMUALDO. — ANON. CASIN.,

_Chron._, dove l’anno devesi correggere in quello 1152.

[635] Documento del 29 Maggio 1153, dove il Papa sottoscrive un

trattato relativo a Radicofani. Testimonî sono i suoi servitori,

_sapracoquus, dapifer, marescalcus equorum alborum_. Prima vengono:

_Cencius Frajapanis egregius Romanor. Consul; Johes Petri Leonis egreg.

Rom. con.; Odo Frajapanis stren. Rom. Con.; Gratianus fil. Ovitionis

Petri de Leone Rom. Con.; Johes Frajapanis fil. Dom. Centii Rom.

Con.; Petrus Leonis de Leone. Rom. Con.; Obitio Leonis Petri de Leone

Rom. Con.; Stephanus de Tebaldo etc._ (MURATORI, _Ant._, IV, 793).

Simili sottoscrizioni sono apposte ad un documento dei 29 Agosto 1153

(GALLETTI, _Del Prim._, n. 59). Se ne rileva che la nobiltà discacciata

aveva fatto ritorno. Il VENDETTINI, che si riferisce al primo dei detti

documenti, reputa erroneamente che quei cortigiani del Papa fossero

consiliatori del Senato.

[636] BONINCONTR., p. 148 e 150. Omai ai 26 Novembre 1150 il Papa

aveva conquistato Terracina, certo coll’ajuto di Rogero (_Chron. Fossae

Novae_). Ne restaurò la rocca, ponendovi l’iscrizione registrata dal

BARONIO: _Quia mira animi virtute et honesti studio praeditus regalia

multa lungo tempore amissa b. Petro restituit_. CENCIO serba memoria

di parecchi trattati di Eugenio III, i quali dimostrano, con quanta

prudenza ei tenesse raccolti i beni ecclesiastici e acquistasse

castella.

[637] ROMUALDO, p. 193. E parimenti dice Ugo di Ostia nella sua lettera

bella e accalorata, con cui annuncia al Capitolo dei Cisterciensi la

morte di Eugenio: _jam fere Senatum annihilaverat_ (S. BERNARDI _Op._,

I, ep. 440).

[638] Di Eugenio III non v’hanno monumenti in Roma. — Poco tempo prima

del Papa, ai 25 Febbraio, moriva Tolomeo di Tusculo: _obiit Ptolemaeus

Tusculanus 5 Kal. Martii_ (_Chron. Fossae Novae_).

[639] Anastasio IV si fece seppellire nel sarcofago di porfido di

sant’Elena, che, tolto al mausoleo dell’Imperatrice (posto presso la

via Labicana), si aveva fatto allestire nel Laterano: Innocenzo II

aveva destinato a sua arca il sarcofago di porfido dell’imperatore

Adriano: JOH. DIACON., _De Eccles. Lateran._ (MABILLON, _Mus. Ital._,

569). — Pio VI ebbe collocato l’urna di santa Elena nel Vaticano, dove

adesso la si mira come opera d’arte, dopochè ebbe primamente servito di

tomba ad un’Imperatrice e ad un Papa.

[640] Andava egli questuando presso al convento di sant’Albano, e

suo padre vergognandosene lo ributtò: _Ille vero sibi relictus, et

forti necessitate aliquid audere coactus, Gallicanas adiit regiones,

ingenue erubescens in Anglia vel fodere vel mendicare_. Così dice il

suo compatriotto e contemporaneo GUILIELM. NEUBRIGENSIS, _De rebus

Anglicis_, II, 6.

[641] L’aspro esordire di Adriano è notato dagli _Annali di Würzburg:

Adrianus qui dum post aliquot menses a cepto apostolatu insolenter in

Romanos ageret, grave odium incurrit_.

[642] _Girardum Card. tit. P. Pudentiane ad praesentiam ipsius

Pontificis euntem, quidam ex ipsis haereticis — in via sacra — ad

interitum vulneraverunt_: CARD. ARAG. Le due parti si guardavano in

cagnesco con tanta acerbità come ai dì nostri si fa tra liberali e

legittimisti, combattentisi ad ogni opportunità con «dimostrazioni».

_Propter vulnerationem unius Cardinalis totam Urbem usque ad condignam

satisfactionem supposuit ecclesiastico interdicto_, dice, biasimando,

PTOLEM. LUCENSIS, XX, c. 20.

[643] L’HURTER (_Storia di Innocenzo III_, Tom. I) ha descritto

minutamente cos’erano l’interdetto e le sue conseguenze. Rettamente

ei dice: _quidquid delirant reges plectuntur Achivi_; però, accanto

dell’Agamennone, egli obblia di porre il furibondo Calcante del medio

evo.

[644] _Tunc vero praedicti Senatores compulsi a clero et popolo romano

— juraverunt quod saepe dictum haereticum et reliquos ipsius sectatores

de tota urbe Roma et ejus finibus sine mora expellerent_: CARD. ARAGON.

[645] _Redderet eisdem Cardinalibus Arnaldum Haereticum, quem

vicecomites de Campania abstulerant Magistro O. Diacono S. Nicolai

apud Briculas, ubi eum ceperat: quem tamquam Prophetam in terra sua cum

honore habebant. Rex vero — continuo, missis apparitoribus, cepit unum

de comitibus illis, qui valde perterritus eundem haereticum in manibus

cardinalium statim restituit_: CARD. ARAGON., p. 442. — In alcuni

codici dell’op. citata, invece di _Briculas_ si legge _Otriculas_. Quel

sito però non è Otricoli, ma sì Bricole in Val d’Orcia, dove esisteva

un ospizio di Camaldolesi. Ne erano padroni i Visconti di Campagnatico,

ossiano quegli stessi _vicecomites_, che il testo sovrastato nomina

_De Campania_. E qui fa d’uopo accogliere una lezione più accurata,

che si trova in un miglior cod. mscr. (il Ricc. 228), il quale dice

_Vicecomites de Campani[=an]_. Questa rettificazione del testo, in

quanto ai nomi di Bricole e di Campagnatico, dobbiamo al TROYA, come ci

vien dimostrato dall’ODERICI nelle _Storie Bresciane_, IV, 281.

[646] Il ministro Kaunitz strinse a Pio VI la mano che il Papa gli

tendeva perchè la baciasse. — La controversia della staffa, episodio

comico di una grande epopea, è registrato autenticamente in CENCIO

(nel MURATORI, _Antiq. Ital._, I, 117). Il luogo ove avvenne fu il

piccolo lago di Janula, vicin Nepi. _Rex Fridericus descendit de equo,

et occurrent ei quantum jactus est lapidis, in conspectu exercitus

officium stratoris cum jucunditate implevit, et streugam fortiter

tenuit._ Il _fortiter_ scolpisce tutta una scena: Adriano smorto in

viso, e l’Imperatore sorridente, ironico, che tira forte la staffa.

[647] Il discorso è dettatura dello Storico tedesco, ma corrisponde

all’indole del tempo. _Orbis imperium affectas, coronam praebitura

gratanter assurgo, jocanter occurro — Cur enim suum visitaturus popolum

non pacifice adveniret — qui indebitum clericorum excussurus jugum,

ipsius magna ac diutina expectatione praestolatus est adventum? — Orbis

Urbs sub hoc principe recipiat gubernacula, refraenetur hoc imperatore,

ac ad Urbis reducatur monarchiam orbis insolentia._ Di simile v’ha in

ELMOLDO contemporaneo (_Chron. Slavor._, I, c. 79) con esagerazioni

fantastiche. Vedasi eziandio SIGEB., _Auctar. Affigemense_, a. 1155, e

la lettera scritta da Federico stesso a Ottone di Frisinga, prima che

questi compilasse la sua Storia.

[648] A questo tratto, OTTONE DI FRISINGA descrive con rilievo

scultorio l’Imperatore: _rex, tam superlo quam inusitato orationis

tenore justa indignatione inflammatus, cursum verborum illorum —

more italico longa continuatione periodorumque circuitibus_ (così

usano anche oggidì) _sermonem producturum interrupit, et cum corporis

modestia, orisque venustate regalem servans animum ex improviso non

improvise respondit_. Il Barbarossa parlava per interprete, come più

tardi fece nella pace di Venezia. Siccome la maggior parte dei Senatori

di Roma non sapeva più parlare latino, così anche l’Imperatore poteva

confortarsi della sua colla loro ignoranza.

[649] Dice l’Imperatore stesso nella sua lettera, scritta prima della

Storia di Ottone di Frisinga: _Imperium emere noluimus, et sacramenta

vulgo praestare non debuimus_.

[650] Il discorso, cui OTTONE DI FRISINGA veste del suo stile, spira

un’aura di classicismo, come quello de’ Romani medesimi. — _Penes nos

sunt consules tui: penes nos est senatus tuus; penes nos est miles tuus

— Legitimus possessor sum. Eripiat quis, si potest, clavam de manu

Herculis_. Questo superbo motto alla Virgiliana in bocca del despoto

significa: non v’ha ragione più legittima della clava di Ercole.

[651] Ho già citato questi versi. Venuto Federico a Roma, si offese

di essi e del quadro: Adriano promise tutto cancellare, ma sembra che

non ne facesse nulla. RADEVICO, I, c. 10; e al c. 16 i Vescovi vi si

riferiscono ancora nella loro lettera al Papa, a. 1156.

[652] _Quomodo Imperii mei sedem, usque ad periculum capitis non

defenderem, qui et ipsius terminos — quantum est in me, restaurare

cogitaverim._ Più tardi, il Barbarossa scriveva a Saladino: «Non sai

che le due Etiopie, la Mauritania, la Persia, la Siria, il paese

de’ Parti dove il nostro dittatore Crasso soccombette al destino,

la Giudea, la Samaritana, l’Arabia, ed altre terre innumerevoli sono

soggette alla signoria Nostra?» La lettera, dell’anno 1188 (registrata

da ROGERO HOVEDEN, _Annal._, p. 650) potrà essere apocrifa o falsata,

ma vero e genuino è lo spirito che la informa.

[653] _Praemittantur — qui eccl. B. Petri, Leoninumque occupent

castrum_ (OTT. DI FRISINGA e la lettera di Federico). Questo _castrum_

non è già il castel Sant’Angelo, ma la città Leonina stessa. Più in là

è detto: _Summoque diluculo Leoninam intrantes urbem, eccl. B. Petri,

vestibulum et gradus occupaturi, observant_.

[654] _Statim tam vehemens et fortis Teutonicorum vox conclamantium —

concrepuit, ut orribile tonitrum crederetur de coelis cecidisse_: CARD.

ARAGON.

[655] OTT. DI FRISINGA, II, c. 23: _Dura haec agerentur, romanus

populus cum Senatoribus suis in Capitolio convenerat. Audientes autem

imperatorem sine sua adstipulatione coronam Imperii accepisse, in

furorem versi_... E GOFFREDO DI VITERBO (_Carmen de Gestis Frider._, p.

24, ed. Ficker, 1853):

_Romanus populus antiquos expedit usus,_

_Rex despexit eum primatum, milite tutus._

_Nil petit imo jubet, Roma furore tumet._

_Spe mala frustatus discedit abinde senatus,_

_Acriter iratus Romanus ad arma paratur — —_

_Roma dolens plorat, rumor in Urbe sonat._

[656] OTTONE DI FRISINGA e la lettera di Federico: _Romani de

ponte Tyberino prosiluerunt — Cardinalibus spoliatis, Papam capere

intendebant_.

[657] _Accipe nunc, Roma, pro auro arabico teutonicum ferrum. — Sic

emitur a Francis imperium._ È difficile che Federico avesse dapprima

occupato il ponte del Tevere; soltanto che contro il castello aveva

spiccato un grosso stuolo di milizie. I Romani passarono anche di

là di quel ponte (_de ponte Tyberino prosiluerunt_); altri vennero

dall’isola per il Transtevere (OTTONE MORENA, nel MURATORI, VI, 987).

Il CARD. ARAGON.: _Populus, qui clausis portis apud Castrum Crescentii

resiedebat armatus_ — e dappoi, alla fine del combattimento: _infra

portas ipsius castri se ipsum recepit_. Forse nel castel Sant’Angelo

risiedevano tuttavia i Pierleoni. OTTONE DI FRISINGA: _Pugna

conseritur — juxta castrum Crescentii cum Romanis, juxta piscinam cum

Transtyberinis_ (dov’è oggidì san Benedetto _in Piscinula_). SIGEB.,

_Auctar. Aquicinct._, ad a. 1155, ed ELMOLDO, _Chron. Slavor._, c. 80,

il quale attribuisce il merito maggiore ad Enrico il Leone, perlochè

il Papa lo avrebbe poi premiato con donativi. Così anche gli _Annal.

Palidenses_ (_Mon. Germ._, XVI) ed una completa narrazione che è negli

_Annal._ di VINCENZO DA PRAGA (_Mon. Germ._, XVII, 655).

[658] GEROH DI REICHERSBERG, _De Investig. Antichr._, I (GRETSER,

_Prolegom. ad scriptor. adv. Waldenses_, c. 4), accagiona espressamente

il Prefetto urbano della morte di Arnaldo: _A praefecto Urbis Romae

de sub eorum custodia — ereptus ac pro speciali causa occisus ab ejus

servis est. Maximam siquidem cladem ex occasione ejusdem doctrinae

idem Praef. a Romanis civibus perpessus fuerat_. Io interpreto questo

passo (di cui vo debitore al PAPENCORDT) mercè un documento dei 17

Luglio 1158: il Prefetto (Pietro) e Giovanni e Ottaviano fratelli suoi,

da Viterbo, fanno quitanza al Papa di averne ricevuto 1000 marchi,

e dicono averne conseguito in pegno i redditi di Civita Castellana

ecc., a compenso _de damno castrorum, domorum — occasione guerrae quam

habuimus cum Pop. Romano pro Roman. Ecclesia_ (ne è informato anche

VINCENZO DI PRAGA): il Papa promette eziandio di far restaurare le loro

case nella Città. Il _Praefectus, Johannes Praefecti et Octavianus

germani fratres, Petrus, Johannis, Johannes Caparrone_ (tutti

proprietarî di beni a Viterbo) e _Petrus de Atteja_ (a Nepi) compongono

la famiglia dei Prefetti di Vico e di Viterbo (MURAT., _Antiq._, IV,

31; THEINER, I, XXV).

[659] OTTONE DI FRISINGA: _in Tusciae finibus captus, principis examini

reservatus est, et ad ultimum a praefecto Urbis ligno adactus, ac rogo

in pulverem funere redacto, ne a stolida plebe corpus ejus venerationi

haberetur, in Tyberim sparsus_.

Così i contemporanei, GOTTFRIED (_Pantheon_, nel MURATORI, VII, 464):

_Strangulat hunc laqueus, ignis et unda vehunt_, e GEROH: _suspendio

neci traditus, quin et post mortem incendio crematus atque in Tyberim

projectus est, ne videlicet Rom. popul. quem sua doctrina illexerat,

sibi eum martyrem dedicaret_. — Gli Atti romani nel CARD. ARAG. ne

tacciono. — _Annal. Einsiedel._ (_Mon. Germ._, V), a. 1155: _hereticus

suspensus est. — Annal. Palidenses_ (_Mon. Germ._, XVI) _prefecto

traditur et suspendio adjudicatur, qui per mala quae moriens pertulit,

erroris debita solvit_. Il SISMONDI, il LEO ed il RAUMER, del paro

che il poeta NICCOLINI, imaginano che il luogo del supplizio fosse la

piazza del Popolo, di dove Arnaldo avrebbe potuto misurare col suo

occhio le tre strade di Roma: ma esse a quel tempo non esistevano,

come non esisteva la piazza (allora ivi erano orti); e d’altronde

l’esecuzione non potè avvenire dentro di Roma che teneva sbarrate le

porte. Non è dato di fare che tre ipotesi: o Arnaldo fu giustiziato

prima che Federico entrasse, o subito dopo la sua coronazione e la

battaglia, o dopo che l’Imperatore si ritirò a Soratte. Senza esitare,

io mi appiglio all’opinione che dichiaro nel testo.

[660] Questo dico a confutazione del RAUMER che si esprime così:

«Egli non seppe porre i suoi disegni in armonia con alcuno dei grandi

principî di quell’età, ma s’atteggiò ostilmente del pari contro lo

Stato e contro la Chiesa di quel tempo, mentre s’accese di entusiasmi

per cosa che era allora tutto morta, e a cui resuscitare invano

s’affaticò.»

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 4/8 · 第 32 / 34 题