§ 1.
Anastasio IV. — Adriano IV. — Questi scaglia su Roma l’interdetto.
— Arnaldo da Brescia è discacciato. — Federico I viene a Roma per
torsi la corona. — Prigionia di Arnaldo. — Controversia della staffa.
— Discorso dei Senatori al Re, e risposta di questo. — Il Re muove a
Roma.
Corrado, cardinale della Sabina, romano della Suburra, salì alla
cattedra pontificia nel giorno 12 Luglio dell’anno 1153, con nome di
Anastasio IV: concordi furono tutti nella sua elezione, nè il Senato
la turbò con inciampi. Sebbene i Senatori assistessero colla loro
presenza agli atti elettivi, non per questo si ingerirono nelle cose
di ordine ecclesiastico; però i Papi, che s’avevano tolto dai piedi
la confermazione imperiale, videro contro a sè estollersi una potenza
nuova, la quale rifiutava di riconoscer loro per pontefici, se eglino
non riconoscevano quella per autorevole. Pare che il vecchio Anastasio
non si prendesse licenza di attaccar briga colla costituzione di
Roma: egli visse tranquillo nella Città, e in essa morì, ai 3 Dicembre
1154[639].
Papa diventò allora un uomo di rara energia, Nicolò Breakspear,
anglosassone, nativo di Sant’Albano in Inghilterra. Nato di un povero
prete, fame, vergogna della sua miseria, desiderio d’istruirsi lo
avevano costretto ad andarne in Francia, e colà finalmente, dopo casi
molti, era diventato priore di san Rufo, vicino ad Arles[640]. La sua
coltura, i suoi talenti oratorî, la bella persona avevano attirato su
di lui gli occhi di Eugenio III, allorchè per negozî del suo convento
Nicolò era venuto a Roma; il Papa lo aveva fatto cardinale di Albano, e
lo aveva mandato da suo legato in Norvegia. Nicolò ordinava con molta
fermezza gli affari ecclesiastici di quel paese, e, tornato proprio
adesso dalla sua missione, era eletto pontefice con voti unanimi,
per guisa che ai 5 Dicembre 1154 saliva alla santa Sede con nome
di Adriano IV. Una sol volta gli Inglesi tennero la cattedra di san
Pietro con uno di lor gente, e questo unico loro Papa fu uomo che da
fanciullo aveva peregrinato in terra straniera, per torsi all’onta di
andare elemosinando nella sua patria. Anni trascorsero, e l’accattone
di Sant’Albano salì tanto alto da scrivere al Re d’Inghilterra, che
Irlanda ed altre isole a buon diritto erano proprietà di sè, pontefice.
Adriano IV s’inalberò tosto con aria di padrone contro al Comune
romano; il Senato negò a lui reverenza, egli negolla al Senato. Volle
il Papa rovesciare la costituzione del Campidoglio e sperò giungerne
a capo colle armi di Federico, che omai nell’Ottobre era sceso in
Italia. Chiese che Arnaldo fosse bandito, sì come i suoi antecessori
avevano domandato, senza che mai fosse loro riuscito di ottenere. Il
più pericoloso di tutti gli eretici aveva potuto per una serie di
anni predicare le sue dottrine per le chiese e per le vie di Roma,
in faccia dei Papi, perocchè il Senato lo proteggesse ed il popolo
lo idolatrasse. Confidava Adriano IV che, colla caduta di quel solo
demagogo, sarebbene ita spacciata e sepolta la Republica; e i Romani,
che poco potevano aspettarsi da Federico, si volgevano in secreto a
Guglielmo I, il quale nel Febbraio dell’anno 1154 era succeduto al
suo celebre padre Rogero sul trono di Sicilia, ed era tosto venuto a
controversia col Papa: può darsi che lo si invitasse ad occupare colle
armi lo Stato della Chiesa prima che a Roma venisse il Re tedesco[641].
Non peranco Adriano aveva potuto prender possesso del Laterano, ma
dimorava nel san Pietro munito di castello. Ciò che ai dì nostri si
propose al Papa, che stesse contento della città Leonina, e come un
grande abate vi abitasse in libertà monastica, i Romani a quel tempo
avevano effettuato; ed invero Adriano IV era ristretto al possedimento
della Leonina sola. Cresceva l’odio contro ai preti, e le necessità
civili dei Romani venivano a dar di cozzo nella contrarietà che quelli
opponevano loro: le cose precipitarono ad una catastrofe; un Cardinale
era preso nella via Sacra a pugnalate e ferito a morte, e Adriano,
tenendo questo fatto in conto di un delitto perpetrato contro la
maestà della Chiesa, scagliava su Roma l’interdetto. Quantunque altri
Papi fossero stati insidiati da’ Romani nella persona, tutta volta
non uno d’essi, prima di Adriano, aveva osato di adoperare contro la
Città quella ch’era la più formidabile di tutte le spaventose armi
usate a quell’età[642]. Non se ne arretrò il risoluto Inglese, e
gettò la sua maledizione su di Roma, affine di strappare alle angustie
superstiziose del popolo la cacciata di Arnaldo. L’interdetto era, per
così dire, un modo di affamare moralmente il popolo, e convien pensare
agli effetti che esso produceva sugli animi credenti d’allora, per
darsi un’idea della sua influenza. L’interdetto faceva cessare tutte
le ceremonie del culto; non più s’udiva squilla di campana; non più
messe, non sacramenti, se si eccettuino il battesimo e la comunione
data ai moribondi, e anche questi cinti di forme terribili. I morti
non si seppellivano più in terra consecrata, e la benedizione nuziale
s’impartiva nei cimiteri. Mai la scaltrezza umana non ha saputo
inventare un’arma sì incruenta e pur sì terribile di potenza come
questa fu; nè in età di superstizione v’ebbe alcun altro modo più di
questo efficace a domare financo Principi poderosi, poichè una parola
pronunciata dalla bocca di un prete possedeva la forza di commuovere
a sommossa i popoli messi a disperazione. Prima del secolo duodecimo,
si aveva posto in opera l’interdetto soltanto rarissime volte;
dappoi i Pontefici lo pronunciarono sovente contro a città ed a paesi
intieri: sennonchè il crudele partito di punire pochi rei col tormento
d’innumerevoli innocenti, si ritorse a danno della Chiesa stessa,
giacchè diminuì l’amore per essa e ne ebbero fomite le eresie; alla
fine l’efficacia scemò collo spesso uso e colla cultura crescente[643].
Poco tempo i Romani affrontarono l’interdetto con braveria sprezzante;
la gente pia e debole, le donne ed i preti misero fine alla resistenza,
massime dacchè correva il quarto giorno della settimana santa senza che
si celebrasse la messa. Al mercoledì, il popolo si sollevò con grida
tempestose; i Senatori messi alle strette da quel tumulto, si gettarono
ai piedi del Papa invocandone mercè[644], ed egli consentì a levare
l’anatema, purchè Arnaldo fosse subito discacciato. Lo sventurato
riformatore subì la sorte di tutti i profeti; il popolo ch’egli aveva
ammaliato per sì lungo tempo, lo rinnegò all’istante; ed egli fuggì di
Roma dopo di avervi per nove anni dedicato tutto il suo ingegno a pro
della libertà cittadina. Ramingando dal ricovero di uno a quello di
un altro aderente, di castello in castello, sperava il proscritto di
giungere a rifuggirsi presso una delle Republiche dell’Italia di mezzo,
dove giungerlo non potesse il braccio del Papa. Nel mercoledì santo,
che fu il giorno 23 di Marzo, Adriano tolse l’interdetto; si rimosse da
Roma la tenebra morale, e con processioni festanti fu condotto il Papa
per la prima volta in Laterano.
Frattanto Guglielmo I premeva di guerra la Chiesa; il suo esercito
assediava primamente Benevento, indi passava il Liri, incendiava
Ceperano, Babuco, Pofi ed altre castella del Lazio, ma tosto dopo con
orribili devastamenti tornava indietro da Frosinone ad Aquino, poichè
il Re tedesco veniva avvicinandosi, e Roma se ne stava cheta. Già
Federico I era in Toscana, ed esortava Pisa ad allestire la sua flotta
per la guerra che egli pensava di rompere adesso contro a’ Normanni,
mettendosi in lega col Papa, coi fuorusciti Pugliesi e coll’imperatore
Emanuele. Precedeva i passi di Federico lo spavento delle geste di
guerra che egli aveva compiuto in Lombardia; veniva, più formidabile
di Enrico V, dalla via Tusca, nè il Papa sapeva se in lui gli sarebbe
per capitare un amico o un nemico. La sorte di Pasquale aveva fatto
un’impressione incancellabile sulla Curia, e nessun trattato bastava
ad attenuare le diffidenze che duravano fra la podestà civile e quella
ecclesiastica. Allorchè i Re tedeschi si avanzavano contro di Roma,
ne tremavano i Papi inermi, come innanzi a nemici che venissero per
trucidarli; quanto ai Re, li turbava il pensiero se forse non era loro
serbata la sorte di perire a Roma di coltello o di veleno: e sotto
ai palii di seta ed ai fiori si celavano omai le spade affilate, che
i Romani senza fallo avrebbero brandito per dare addosso al nemico
di lor nazione. Quando poi la coronazione si celebrava, i Papi erano
altrettanti Danielli nella fossa dei leoni; sennonchè eglino sapevano
destramente cingere di un incantesimo morale i corrucciati Re romani,
e lieti finalmente respiravano, una volta che quei terribili avvocati
della Chiesa, ottenuta la corona, lasciate pergamene, combattuta la
solita pugna che nella città Leonina succedeva alla coronazione, si
partivano di Roma.
Sui primi di Giugno andò Adriano a Viterbo, accompagnandolo Pietro
prefetto, Odone Frangipane e altri maggiorenti della sua corte.
Lo poneva in angustia la venuta di Federico che s’avanzava a passi
rapidi oltre l’usato; laonde mandava ad incontrarlo tre Cardinali
che s’avvennero col Re presso a San Quirico in Toscana. Volle il Papa
tastarne l’animo, e perciò chiese che gli si desse in mano l’eretico
Arnaldo. Questo sventurato, poco tempo prima, a Bricole in Val d’Orcia,
era caduto in potere di Odone cardinale, ma i Visconti di Campagnatico
lo avevano liberato, e, condottolo in buona sicurezza ad un castello,
quivi lo onoravano «come profeta»[645]. Desiderava Federico di
rimuovere qualsiasi ostacolo alla sua coronazione, e pertanto non
esitò di dar prova del suo buon volere; mandò soldatesche contro quella
rocca, fece imprigionare uno dei Visconti, e, costrettolo a dargli in
balìa Arnaldo, l’amico di Abelardo fu consegnato ai legati del Papa,
per esser giudicato a Roma come ne fosse venuto tempo.
Con trepide cautele si negoziò della coronazione: Adriano, diffidando,
s’era ritirato a Civita Castellana, ma tranquillavalo Federico,
facendogli nuovamente giurare che adempirebbe al patto di Costanza.
L’esercito tedesco s’era attendato a Campo Grasso vicin Sutri, e là
il Papa doveva scendere da Nepi, e scambiare i saluti coll’Imperatore.
Allorchè Adriano, nel giorno 9 di Luglio, cavalcò verso il padiglione
del Re avvenne uno stranissimo caso al cospetto di tutto l’esercito. Il
Monarca, giovine e orgoglioso, non mosse un sol passo incontro al Papa,
volendo iscansare l’umiliazione di tenergli la staffa, perciocchè da
lungo tempo i Pontefici pretendessero a siffatto omaggio, e parecchi
Principi prestato lo avessero. Per verità, a ricordanza della umiltà
di Cristo, i Papi s’appellavano «servi dei servi di Dio», ma in pari
tempo esigevano che gl’Imperatori servissero loro da staffieri. La è
cosa comica vedere il terror panico che l’inosservanza di una siffatta
ceremonia spargeva fra i Cardinali; voltate le briglie dei loro
cavalli, essi se la batterono a Civita Castellana, piantando il loro
Papa solo in quell’imbroglio. Sbigottito, discese questi di sella per
porsi a sedere sopra una scranna; soltanto allora gli venne innanzi
il giovine eroe, e gli si prostrò a’ piedi, ma il Pontefice, punto
dell’offesa, negò di dargli il bacio della pace. Una miserabile staffa
diventò l’argomento di lunghe e serie discussioni fra i due sommi capi
della Cristianità, fino a che alcuni Principi, i quali nei tempi andati
avevano accompagnato Lotario a Roma, indussero il Re a cedere in quella
disputa puerile. Il dì dopo, il poderosissimo Imperatore si mutò nello
scudiere del Vicario di Cristo, poichè per uno spazio di via quanto
misura un trar di pietra, camminò presso al palafreno dell’antico
mendicante di Sant’Albano, e gli resse fortemente la staffa[646].
Non ancora Federico aveva adito la voce della città e del popolo dei
Romani, seconda podestà che aveva diritto legittimo di prender parte
all’elezione dell’Imperatore. Ancor stavasi in dubbio da una banda e
dall’altra del comportamento che dovessero tenere, ed incerto era se
Roma avesse ad aprire le porte oppur a chiuderle: soprattutto nessun
Re era peranco stato coronato imperatore, dacchè in Campidoglio
s’era costituito il Senato, nè Imperatore alcuno aveva finora dato
al Senato la conferma. Di qua di Sutri ambasciatori della Republica
si presentarono a Federico. Le loro richieste, il loro discorso,
la risposta che vi diede l’Hohenstaufen, sono preziosi documenti di
quell’età.
«Noi, ambasciatori della Città», così dissero superbamente quei Romani
del Campidoglio, «uomini di Roma non minimi, siamo spacciati dal
Senato e dal popolo alla eccellenza tua, o Re ottimo. Ascolta benevolo
quel che ti offre l’illustre signora del mondo, di cui tu, coll’ajuto
divino, presto sarai imperatore. Se vieni recando pace, ne godo. Tu
chiedi l’impero dell’orbe, ed io mi levo lieta, e ti corro incontro a
portartene la corona. Perchè infatti non dovresti venire con pace e con
grazie al popolo tuo, che, inteso a scuotere l’indegno giogo dei preti,
ha avuto così lunga e ansiosa aspettazione della tua venuta? Torni
lo splendore dei tempi vetusti, torni libertade alla Città illustre;
riprenda Roma sotto un tanto Imperatore le briglie della dominazione
universale sul mondo ribelle; accoppii il suo reggitore insieme col
nome anche la gloria di Augusto! Tu sai come la città di Roma colla
saviezza del suo Senato e col valore dei suoi cavalieri ebbe steso il
braccio poderoso dall’uno all’altro mare, fino agli ultimi confini
delle terre, che dico? fino alle isole oltre l’orbe. Non le onde
dell’Oceano, non le Alpi inaccessibili poterono proteggere i popoli;
la prodezza romana tutti loro conquise. Ma ahimè! (così la colpa
punisce sè stessa), la gloriosa nobiltà principesca del nostro vecchio
tempo (dico del Senato) sparve d’infra noi, sonnecchiò in pigrizia non
più valida alle armi, e insieme colla cadente saviezza perì anche la
forza. Allora assursi io; per rinnovare la gloria tua e quella della
divina Republica restaurai il Senato e l’ordine equestre, affinchè, col
consiglio di quello e colle armi di questo, al romano Impero e a te
ritornasse la maestà antica. Non dovrà sentirne letizia l’eccellenza
tua? un’opera tanto gloriosa e profittevole alla tua dignità, non ti
parrà degna di ricompensa? Odi dunque, o Principe, con benigna pazienza
quel poco che devo dirti dei tuoi e dei miei doveri; ma prima de’ tuoi
che de’ miei: _Ab Jove principium!_ Mio ospite eri, ed ora cittadino
mio ti ho fatto. Ciò che mio era di diritto, a te diedi. Perciò obligo
hai primieramente di mantenere le mie buone consuetudini, e di giurare
le vecchie leggi sancite con istromenti scritti da’ tuoi predecessori,
affinchè furore barbarico ad esse non nuoca. Ai miei officiali, cui si
spetta gridarti imperatore dal Campidoglio, pagherai cinquemila libbre;
a prezzo del tuo sangue impedirai che sia tesa insidia alla Republica:
tutto ciò convaliderai con giuramento e con scritture»[647]. A questo
punto Federico fieramente sdegnato troncò la parola in bocca agli
oratori, i quali con magniloquenza italiana proseguivano ad arringare.
Sbigottiti tacquero, e, mentre tutto ciò avveniva, l’uomo il quale
aveva acceso nel loro animo gli spiriti arditi espressi nel discorso,
stava incatenato dentro di una tenda, aspettando la decisione del suo
destino, che un’orazione di questa specie doveva render più presta.
Infiammato di collera, il giovine Principe si rizzò davanti ai
Senatori; udendo l’ampolloso discorso di quegli uomini di una città
decaduta e oppressa da’ preti, che si arrogavano un linguaggio quale
l’antico Senato non aveva mai osato di adoperare innanzi ai Cesari,
forse ei credette vedersi innanzi dei forsennati o degli spettri sorti
dai sepolcri di Roma. Non v’era contrapposto più vivo di quello in cui
un Imperatore di nazione tedesca, massime Federico I, si trovava coi
Romani; nè l’Hohenstaufen, tronfio della coscienza della sua forza,
capiva che cosa fosse il sentimento nuovo che inspiravano le città
d’Italia: tuttavolta, il nome di Roma imponeva ancora così tanta
reverenza, che egli degnossi di rispondere[648].
«Molto», diss’egli con accento di sprezzo, «molto udii celebrare il
valore dei Romani, ma più assai la loro saggezza. Perciò mi reca
meraviglia che il vostro discorso sia tanto rigonfio di sciocca
arroganza e tanto scipito di buon senso. Tu mi poni davanti agli
occhi la nobiltà della tua vecchia Città, ed esalti fino alle stelle
il passato della tua Republica. Lo so, lo so, e col tuo Storico dico
anch’io: un dì v’ebbe virtù in questa Republica. Ma Roma conobbe
quanto mutino le sorti delle cose sotto la luna; forse che questa sola
Città poteva scampare al destino che regge tutte le cose umane? Noto
è al mondo che primamente il fiore della tua nobiltà, di questa Città
nostra, fu trasportato a Bisanzio, ed è noto quanto a lungo il Greco
degenere abbia succhiato le tue midolle preziose. Più tardi su di essa
piombò il Franco, per geste preclaro come lo dice il nome; ed egli ti
tolse fin l’ultima reliquia che ti avanzava di nobile ed eletta natura.
Vuoi tu sapere dove si ricoverarono la gloria antica della tua Roma,
la dignità severa del Senato, la valorosa disciplina dei cavalieri,
l’arte della guerra, l’invitto coraggio nelle battaglie? Appo noi
Tedeschi adesso tutto questo si trova; a noi venne tutto questo insieme
coll’Impero. Da noi sono i tuoi Consoli, da noi il tuo Senato, nostre
sono le tue legioni. Alla saviezza dei Franchi ed alla spada dei suoi
cavalieri devi andar grata se vivi. Dica la storia se i nostri defunti
illustri, Carlo ed Ottone, ricevessero la Città per grazia di uomo
qualsiasi, oppure se mercè la loro spada la togliessero col resto
d’Italia di mano ai Greci ed ai Longobardi, e indi la annettessero
all’Impero de’ Franchi. Lo seppero i tuoi tiranni Desiderio e
Berengario; vecchi morirono in prigionia de’ Franchi, e la nostra
terra ne serba ancora le ceneri. Ma tu dirai: i novelli Imperatori
furono da me chiamati. Furono; e che perciò? te opprimevano nemici,
e nemmanco dei molli Greci potevi col solo tuo braccio liberarti.
Allora chiedesti l’ajuto dei Franchi; e supplichevole invocazione fu,
non richiesta: misera, invocasti chi era felice; debole, invocasti il
forte; angustiata, supplicasti il potente securo di sè. Così chiamato
venni anch’io. Il tuo signore diventò mio vassallo, e tu fino ad oggi
fosti mia suddita. Legittimo possessore sono. Or chi oserà strappare
all’Ercole la sua clava? Forse il Siciliano in cui tu speri? Siagli
maestro il passato, perciocchè il braccio dei Tedeschi non si sia fatto
debole. Tu mi chiedi di tre specie giuramento; ma odi: o la tua domanda
è giusta, o no: se non è, nè tu chieder puoi, nè io accordare; se è, io
non farei che confessare un obligo assunto di mia spontanea volontà;
dunque superfluo sarebbe legarlo ad un giuramento[649]. Com’è che
io potrei ledere il giusto, io che mallevarlo voglio ai più meschini
uomini? Com’è che non dovrei difendere la sede del mio Impero, io che
ho risoluto di restaurarne l’ampiezza? Lo prova la Danimarca testè
soggiogata, e ancor più terre ne farebbero fede, se quest’impresa
di Roma non me ne avesse distolto. Tu chiedi per ultimo promessa di
moneta. Ma Roma non si vergogna di tirar mercato col suo Imperatore
come si suol fare con un sensale? Dunque ei deve essere pagatore del
primo che capita, piuttosto che dispensatore di grazie? Alla gente
minore si chiede l’adempimento di un obligo; i maggiori non fanno che
largire beneficî. Perchè dovrei io non mantenere ai tuoi cittadini
l’usanza tramandata dai miei padri illustri? No! la mia entrata
dev’essere festa di gioia per la Città, ma a coloro che ingiustamente
chiedono ingiuste cose, io per giustizia tutto ricuserò»[650].
La risposta di Federico (nella forma che le dà lo storico Ottone
di Frisinga, zio di lui) era tale da schiacciare i Romani sotto il
suo peso; era l’espressione dell’orgoglio nazionale tedesco giunto
all’apogeo di splendore dei suoi trecento anni di dominazione del
mondo: però eccessiva cosa sarebbe stato, se il Re lo avesse indiritto
soltanto ai deboli Senatori di Roma; piuttosto era il manifesto in cui
l’Hohenstaufen prima della coronazione bandiva le sue idee di regno.
L’Ercole, colla clava della sua podestà despotica, sfracellava le
pretensioni di tutti gli altri; atterrava a un tratto anche il Papa,
che affermava sè essere solo e vero facitore di Imperatori. Ed invero
non s’aveva forse osato dipingere in Laterano il condiscendente Lotario
che ginocchioni riceveva la corona dalle mani del Papa? e intorno al
quadro s’era posta questa audace scritta:
_Rex stetit ante fores jurans prius urbis honores,_
_Post homo fit Papae, sumit quo dante coronam_[651].
L’imprudenza dei Senatori di provocare con tanta millanteria un potente
s’addiceva tutta al concetto fanatico che di Roma eglino si avevano
foggiato. Ma se allora, dentro alla tenda imperiale, si fosse trovato
un uomo maggiore per intelletto delle idee di quell’età sua, avrebbe
dovuto far le risate che eziandio Federico coltivasse in mente, con
pari esaltazione dei Senatori, il fantastico concetto che l’Imperatore
romano tenesse podestà legittima sul mondo[652].
Gli ambasciatori romani montarono a cavallo e tornarono stizziti a
Roma; nè Federico altro adesso poteva aspettarsi fuorchè la Republica
gli chiuderebbe in faccia le porte della Città, e si difenderebbe.
Il Papa lo consigliò che alla chetichella facesse occupare il san
Pietro e la città Leonina da milizie scelte, le quali vi sarebbero
state accolte dalle genti pontificie. E consigliò che a quella schiera
si aggiungesse il cardinale Ottaviano favorevole alla parte tedesca,
e ambizioso rivale suo: in tal modo egli lo allontanava dalla tenda
dell’Imperatore. Furono così pertanto mandati innanzi mille uomini a
cavallo, i quali, senza contrarietà, sull’alba del giorno 18 di Giugno,
presero possedimento della città Leonina[653].
§ 2.
Coronazione di Federico I. — Il popolo romano si solleva. — Battaglia
nella città Leonina. — Supplizio di Arnaldo da Brescia. — Indole e
influenza di lui. — Federico si ritira nella Campagna. — Ritorna in
Germania.
In quel dì stesso Federico mosse in ordinanza di battaglia, e, senza
che i Romani venissero a salutarlo, da Monte Mario entrò nella città
Leonina, dove lo attendeva il Papa che ve lo aveva preceduto. La
coronazione si celebrò subito nel san Pietro che era occupato dalle
milizie. Le grida di giubilo dei Tedeschi risonarono come scrosci
di tuono per l’alto duomo, allorchè il Barbarossa, eroe favorito
del popolo alemanno, ricevette la spada, lo scettro e la corona
dell’Impero[654]. Ma Roma non lo riconosceva per suo imperatore; la
città teneva sbarrate le porte, e il popolo romano stava raccolto
in armi sul Campidoglio. L’Impero del medio evo era una ombra vana
anche in Roma, e nulla lo dimostra meglio di queste coronazioni che
in fretta e in furia si compievano nel sobborgo pontificio, mentre
con grande ansietà si aspettava che i Romani (dai quali gl’Imperatori
traevano il loro titolo) piombassero con ispade sguainate di qua del
Tevere. Un abisso profondo nelle opinioni, nei bisogni, nell’origine
di stirpe, separava gl’Imperatori di nazione germanica dai Romani.
Benchè questi odiassero lo straniero Adriano IV come loro principe
territoriale, tuttavia lo potevano ancora come papa rispettare, laddove
per Federico, giusto in questo tempo, non potevano avere che acerba
antipatia. Le leggi della Città, che tutti gl’Imperatori solevano
promettere di riverire, egli non aveva giurato; i voti dei Romani non
aveva ascoltato, nemmeno udito le consuete loro acclamazioni, nè con
donativi le aveva pagate: a buona ragione eglino si sentivano lesi nei
loro diritti[655]. Giusta era la domanda che egli confermasse la loro
costituzione; non avervi accondisceso era stato malcauto, e tempo venne
in cui l’Imperatore se ne pentì, e a quei disprezzati cittadini prestò
giuramento. Dopochè i Papi avevano cessato di essere candidati del
voto elettivo del popolo romano il popolo si era visto rapire anche la
parte che gli spettava nell’elezione del suo Imperatore; e in questa
età, in cui le idee dell’antichità romana erano venute innestandosi in
tutti i concetti giuridici delle cose civili e politiche, i Romani non
si potevano indurre a confessare che Roma non fosse più altro che il
luogo in cui l’Imperatore ed il Papa celebrassero la ceremonia della
loro inaugurazione. Mentre altre città splendevano per ricchezza e
per potenza, unico orgoglio della povera Roma questo era: essere Roma.
Durava come tradizione il concetto universale ch’essa fosse la città
capitale del mondo; in Roma Gregorio VII aveva assegnato al Papato
il còmpito di rappresentare l’unità del mondo, e adesso i Romani
fantasticavano di fare lo stesso per via della maestà del popolo e
della magistratura imperiale dal popolo istituita.
La pretensione continua de’ Romani di possedere ancora l’importanza
antica di Senato e di popolo, le loro contese contro ai Papi, i quali
intendevano a cancellare il concetto politico e civile di Roma, tutto
questo impresse per secoli lunghi nella storia della Città un’orma
profonda di stile tragico, che il pari non si diede in tutta la vita
della gente umana. In questa lotta (continuò fino ai dì nostri, e
sotto le sue impressioni stemmo scrivendo questa Storia) in questa
lotta contro un destino sempre eguale, soli alleati dei Romani furono
le mura Aureliane, il Tevere, la mal’aria, le ombre e i monumenti
degli avi. Solamente al nostro tempo, poichè Roma non altro desiderò
che discendere alle condizioni ordinarie di metropoli di un paese,
d’Italia, la Città ebbe trovato la sua confederata nella nazione
italiana.
L’imperatore Federico, tenendo in capo il diadema di Carlo, si recò
con poca accompagnatura al suo campo posto nei prati di Nerone, mentre
il Papa rimase in Vaticano. Ma poco andò che, subito dopo il meriggio,
i Romani fieramente si scagliarono contro la città Leonina, valicando
il ponte del Tevere. Quanti nemici alla spicciolata trovarono,
tanti uccisero; assaltarono il Vaticano, e piombarono sul campo di
Federico, dove forse speravano riporre il loro profeta in libertà.
L’Imperatore e l’esercito sorsero dalle mense, cui assisi festeggiavano
la coronazione: corse il grido che Papa e Cardinali fossero caduti in
mano del popolo[656]; Enrico il Leone passò per la breccia che un tempo
Enrico V aveva aperto nelle mura, entrò nella Leonina, e si gettò in
men che non dico alle spalle dei Romani. Tuttavia a quel valorosissimo
esercito costò non poca fatica di mettere a dovere i cittadini romani;
la loro prodezza dimostrò che la costituzione del nuovo ordine dei
cavalieri non era stata cosa puramente fantastica. Vicino al ponte
Sant’Angelo, e coi Transteverini presso all’antica Piscina, si combattè
fino a notte con varia fortuna; finalmente gli sventurati Romani
soccombettero schiacciati dalla forza maggiore. «Bisognava», scrive
lo Storico tedesco, «bisognava vedere i nostri con che eroismo, con
che ardimento picchiavano addosso ai Romani, quasi volessero dire:
Qua su, pigliati, o Roma, ferro tedesco in cambio di oro arabico; di
tal moneta Alemagna si compra l’Impero!» Pressochè mille Romani furono
uccisi od annegarono nel fiume; più furono i feriti; da dugento caddero
prigionieri; gli altri in rapida fuga si salvarono dentro al castel
Sant’Angelo ed alla Città[657].
Notizie di origine romana dichiarano che il Papa intercedesse a pro dei
prigionieri, i quali erano dati in custodia di Pietro prefetto, rabido
nemico della Republica. Tacciono quelle del supplizio di Arnaldo;
pure puossi metter pegno che si compiesse subito dopo della battaglia
combattuta nella città Leonina, mentre l’Imperatore era ancor bollente
dell’ira. La fine del celebre Republicano è più oscura che quella di
Crescenzio, perciocchè i contemporanei vi passino oltre lesti lesti,
come se gli stimoli vergogna ovvero paura. Dopo che Arnaldo era stato
consegnato in mano del Papa, questi lo aveva affidato alla guardia
del Prefetto urbano, il quale colla sua potente famiglia di Capitani,
ricca posseditrice di beni nella contea di Viterbo, aveva a lungo
sostenuto guerra contro il Comune romano, e, gravi danni avendone
sofferto, odiava fieramente Arnaldo[658]. Come ribelle, il Prefetto lo
condannò, dopo che forse un tribunale ecclesiastico aveva su di lui
pronunciato sentenza di eresia; e lo sventurato morì sul rogo, dove
prima fu appiccato ad un palo, poi arso. Le sue ceneri si sparsero nel
Tevere, poichè non si volle che i Romani se ne facessero reliquie e le
venerassero; e questo dimostra fino a che segno il popolo lo adorava.
Non v’è alcuno che dica del luogo ove il supplizio si eseguisse;
tuttavolta devesi supporre che, piuttosto di altri siti, avvenisse
nei prati di Nerone presso al Tevere, dove era stato ucciso anche
Crescenzio[659].
Il fumo che s’alzò dal rogo di Arnaldo bruttò la maestà
dell’Imperatore, giovine ancora ma omai macchiato di sangue: il
Lombardo cadde vittima delle necessità momentanee e dell’errato
indirizzo politico di lui; ma di quell’uomo vivevano i vendicatori,
i cittadini delle città lombarde, i quali avrebbero un dì costretto
l’Imperatore a curvare il capo dinanzi alla gloriosa opera della
libertà, cui lo spirito di Arnaldo aveva infuso così gagliardo
impulso. Spesso la mano del potente, senza pur che la sua mente lo
preveda, spezza le molle di grandi commovimenti, che lui stesso più
tardi travolgono e signoreggiano. Però agli occhi di Federico Arnaldo
da Brescia non si mostrava in quel rilievo ond’egli compare oggidì
avanti noi, e può darsi che poco di lui avesse udito parlare. Che
poteva calergli della vita di un eretico? E, se anche sarà stato
ben informato dei fatti suoi, entrato una volta in lotta colle città
dell’Italia settentrionale ed eziandio con Roma, poteva Federico dar
favore a questo Lombardo, novatore politico e republicano? Comunque
sia, Federico distrusse una forza rigogliosa che più tardi gli avrebbe
potuto prestare di grandi servigi. Poca previdenza mostrò a Roma
l’Imperatore: invece di comporre con serio benvolere la democrazia
romana ad una giusta misura (e ciò gli sarebbe stato agevol cosa di
fare), invece di ritorla poi all’influenza del Papa e di ridurla sotto
l’autorità dell’Impero, egli la respinse da sè con disprezzo cieco,
e si inimicò molte altre città; però all’ultima fine vide disfarsi e
crollare tutti i suoi stravaganti disegni.
Con Arnaldo da Brescia s’apre la schiera di quei martiri illustri
della libertà che morirono sui roghi, ma i cui spiriti arditi sempre
resuscitarono come la fenice dalle fiamme, per vivere di continua
vita attraverso i secoli. Ben potè egli chiamarsi profeta, tanto
chiaramente discernè l’indole del suo tempo, tanto lungi seppe
prevedere una meta che Roma e Italia poterono raggiungere soltanto
settecento anni dopo di lui. La sua età che aveva conseguito coscienza
omai matura de’ suoi bisogni e delle sue forze, s’incarnò in lui,
persona geniale di riformatore; così fu che il primo eretico politico
del medio evo sbucciò dalla semenza che aveva posto la controversia
delle investiture. La lotta delle due podestà e la forma nuova onde
si costituirono le città, furono i grandi fenomeni pratici che a lui
servirono di piedistallo storico[660]. Un impulso intimo della sua
coscienza doveva attrarlo là dove s’accoglieva la radice di tutti
i mali; se Arnaldo da Brescia non fosse stato a Roma, se a Roma non
avesse finito la vita, ei sarebbe stato soltanto una persona incompiuta
del suo tempo. Ma Roma non aveva un patrimonio di operosità popolare,
continua e grande; ell’era sopraffatta dalla grandezza antica e in
pari tempo premuta dalla soma delle due massime podestà del mondo, nè
poteva a lungo mantenere la sua libertà civica. Tuttavia, ancora gran
tempo dopo di Arnaldo, durò in Roma la costituzione cui può darsi che
anch’egli abbia preso molta parte come legislatore; nè colà si spense
mai la scuola degli Arnaldisti ossia de’ politici. Le quante volte
in tesi filosofica o in ordine pratico s’ebbe combattuto lo stato
secolaresco del clero, sempre fu Arnaldo che vi prestò un esempio di
idealità storica; e questo a più forte ragione avvenne, dacchè il forte
volere di lui non si lordò mai di bassi intenti[661]: invero gli stessi
nemici suoi confessarono che quel che egli operò fece soltanto perchè
convinzioni entusiastiche lo ispiravano. Per la grandezza del suo
tempo, come per la potenza sociale delle idee, Arnaldo eccelse sopra
tutti coloro che sorsero dopo di lui nel medio evo a combattere per la
libertà di Roma. Fu paragonato al Savonarola; ma ogni animo temprato
a sensi virili sente repugnanza dell’indole monastica del domenicano
e delle tendenze sue alle visioni ed al meraviglioso, laddove non
oracoli, non portenti si narrino dell’amico di Abelardo; chè anzi egli
pare d’intelletto sano e gagliardo, e di mente lucidissima, sia perchè
egli veramente fu tale, sia perchè molto di lui ha taciuto la storia.
Le sue dottrine erano rigogliose di tanta vita, che ancora si sarebbero
attagliate all’indole di questi nostri giorni; ancora oggidì Arnaldo da
Brescia sarebbe il più popolare uomo d’Italia. Avvegnaddio le barriere
alzate dal medio evo abbiano durato così ostinatamente a tener cinte
Roma e Italia, che appena adesso potè trovar pace l’irato spirito di
un eretico del secolo duodecimo, laddove l’ombra di Gregorio VII nulla
possa più con ragione legittima chiedere al mondo[662].
Il supplizio dell’uomo che era stato loro profeta, uomo di Stato, e
legislatore, dovette accrescere smisuratamente l’odio dei Romani contro
i due stranieri Adriano IV e Federico I. Però così incompleta fu la
vittoria sanguinosa di Federico, che anche questo grande Imperatore, il
quale sè medesimo teneva in conto di padrone legittimo dell’Occidente
e dell’Oriente, dovette partirsi senza pur aver posto piede in Roma. I
Romani a questo tempo si mostrarono veramente degni della loro libertà;
con animo virile resistettero all’Imperatore, rifiutarono di vendergli
viveri e volevano continuare la lotta; perciò Federico levò il campo
omai nel giorno 19 di Giugno. Presi con sè Papa e Cardinali fuggiaschi,
mosse a monte Soratte, tragittò il Tevere presso a Magliano, e, come
Enrico V aveva fatto, passando da Farfa, giunse al ponte Lucano. Quivi
con gran pompa celebrarono nelle tende la festività dei santi Pietro
e Paolo, e il Papa vi assolse le soldatesche alemanne di ogni peccato
del sangue sparso in Roma. Le città della Campagna furono pronte a
prestare all’Imperatore il gravissimo tributo del _foderum_; altre
gli fecero omaggio per ottenerne la protezione, e Tivoli (la quale per
l’astio che nutriva contro a’ Romani s’era posta dalla parte del Papa)
sperò adesso di potersi affrancare eziandio della podestà pontificia.
Il Comune (alla cui testa adesso erano per certo dei Consoli)
mandò infatti un’ambasceria che prestò omaggio all’Imperatore e gli
consegnò le chiavi della città, come a suo principe: e Federico, per
vendicarsi di Roma, coltivava in mente di render forte una terra che
era fieramente avversa al Senato romano; ma Adriano reclamò invocando
i diritti della Chiesa, e l’Imperatore, prosciolti i Tivolesi dal
giuramento di sudditanza che testè prestato gli avevano, restituì la
città al Papa[663]. La reddizione di Tivoli fu meschino ristoro dato al
Pontefice, verso cui Federico non adempieva la prestatagli promessa di
farlo signore di Roma.
L’Imperatore, procedendo più in là, giunse a Tusculo, e fino alla
metà del Luglio soggiornò ancora insieme con Adriano nei monti di
Albano[664]. Di là ei davasi aria di voler combattere contro a Roma,
ma la sua impresa tentennava senza uno scopo prefisso: non poteva
acconsentire alle instanze che gli si facevano di muovere nelle Puglie
contro di Guglielmo I, perocchè a ragione i suoi grandi vassalli si
rifiutassero di secondarlo in quella guerra; nè alla stagione che
correva poteva egli imprendere cosa alcuna contro di Roma. Le febbri
estive scoppiarono nel suo campo; i soldati mormoravano di malcontento;
laonde Federico abbandonò il Papa al suo destino, gli diè in mano
i prigionieri, si congedò da lui a Tivoli, e per la via di Farfa
tornò addietro. Nel suo cammino al settentrione ridusse in cenere con
atrocissima ferocia Spoleto, la città longobarda di vetusta rinomanza:
come l’antichità aveva chiamato Demetrio, così anche questo grande
Hohenstaufen potè a ragione essere appellato lo «sterminatore di
città»[665].
§ 3.
Adriano IV guerreggia contro re Guglielmo. — È costretto ad accordargli
l’infeudazione. — Orvieto diventa città pontificia. — Adriano fa la
pace con Roma. — Disaccordo fra il Papa e l’Imperatore. — Le città
lombarde. — Adriano negozia con esse, e si disgusta con Federico.
— I Romani si raccostano all’Imperatore. — Adriano IV muore. — Sua
operosità. — Lamenta la sventura di esser papa.
La partenza dell’Imperatore deluse il Papa in tutte le sue speranze.
Non gli si aveva conquistato Roma, sì come stabilito s’era nel patto
di Costanza; andava esule, e financo era fallita l’impresa di Sicilia.
Presa dunque una forte risoluzione, Adriano raccolse vassalli e
genti mercenarie, e nell’autunno andò a Capua e a Benevento. Di già
aveva egli scomunicato Guglielmo I e sciolti del loro giuramento
i popoli delle Puglie, e adesso veniva in persona ad afforzare la
loro ribellione, e univasi ai Baroni sediziosi ed ai fuorusciti che
capitavano a Benevento per prestargli omaggio[666]. La sollevazione di
tutte le province, i moti vigorosi dei Greci, la fortuna che in breve
tempo favoriva i Baroni, l’attività di un Papa avido di conquiste, che
era l’anima della ribellione e ne raccoglieva i frutti, tutto questo
indusse il fiacco figliuolo di Rogero a fare offerte favorevolissime
al Papa; fra le altre v’era questa ch’ei si obligava di ridargli
Roma a soggezione[667]. Però la pace non si conchiuse, avvegnachè
vi ponesse impedimento la contrarietà di quelli fra i Cardinali che
avevano sposato le parti dell’Impero; e allora, datosi tutt’a un
tratto animo di sforzi vigorosi, riusciva a Guglielmo di portar via
quasi di foga le Calabrie e le Puglie ai Greci ed ai Baroni; indi il
Re moveva a Benevento, dove i profughi s’erano ricoverati presso al
Papa. Fu la terza volta che la fortuna arrise ai Normanni cogli stessi
prosperi risultamenti; Adriano in quelle angustie dovè abbandonare i
suoi alleati e implorare pace. Dettolla il vincitore (era il Giugno
dell’anno 1156) nei dintorni di Benevento, e quivi egli ottenne la
triplice investitura di Sicilia, delle Puglie e di Capua; la ottenne
bensì nuovamente come in feudo pontificio, ma molti diritti si
riservò, per patto espresso, verso la Chiesa[668]. La pace fu conchiusa
senza l’intervento dell’Imperatore che v’era interessato, ed il Papa
infeudò un nemico dell’Impero con terre di cui Federico protestava
esser sovrano: se ne irritò questi, e presto sorvennero altre
ragioni ad aumentare la ruggine che già fra lui e il Pontefice s’era
intromessa[669].
Nell’estate Adriano tornò nello Stato della Chiesa, ma non risicò
di andare a Roma. Egli accrebbe la potenza pontificia concludendo
trattati con grandi vassalli e financo con città; così nell’Ottobre
ei prese formalmente possesso di Orvieto[670]. Indi andò a Viterbo,
dove d’allora in poi i Papi tennero frequente e gradita dimora, e nel
Novembre entrò in Laterano[671]. La sua pacificazione con Roma era
conseguenza del trattato stabilito con Sicilia; a forza di oro e di
minacce re Guglielmo indusse i Romani ad arrendevolezza, ed eglino,
sì come li sospingeva il loro odio contro Federico, vennero ad un
aggiustamento. Anche questa pace fu atto arbitrario del Papa, e dovette
mettere la stizza in corpo all’Imperatore: era appunto quello che gli
astuti Romani bramavano. Ignoto è il tenore del patto conchiuso con
Roma, ma certamente esso aveva le stesse fondamenta che erano state
poste nell’anteriore convegno con Eugenio III[672].
Poco stante, il cozzo cui vennero fra loro le pretensioni che
accampavano (ciascuno per parte propria) il Papato, l’Impero e
il Senato, fu ragione di una scissura profonda fra l’Imperatore e
Adriano. Da dopo di Ottone magno nessuna mano più vigorosa di quella
di Federico I aveva brandito la spada dell’Impero. Conscio della
forza di Germania, per via soltanto della quale protestava che sua
era la corona di Costantino, egli fiaccò le corna alla tracotanza
del Papa, il quale gli opponeva le idee esagerate di Gregorio VII. Il
principio della monarchia despotica s’inalberò rudemente di contra a
quello della Chiesa despotica. Il contrasto di due anime energiche,
quali erano quelle di Federico e di Adriano, minacciava pericolo
che si rinnovellasse la lotta antica, perciocchè ad un Imperatore
grande ed eroico stesse di fronte la superbia eccessiva di un prete,
nella cui persona s’incarnava l’idea smoderata del Papato. A ciò
contribuivano d’ogni specie cause, il retaggio della contessa Matilde,
i rapporti delle investiture, la pace conchiusa dal Papa con Sicilia,
le condizioni di Roma e dello Stato ecclesiastico. Nei tempi andati
non s’era mai scambiato fra i Papi e gl’Imperatori un linguaggio così
violento come adesso; e con discorso aperto e chiaro, e senza ambagi
entrambe le parti posavano la questione in quegli stessi termini che
una lotta mondiale aveva definito nettamente. Avveniva per un caso
che alcuni cavalieri borgognoni svaligiassero un Vescovo svedese;
l’Imperatore non li puniva, e questo fatto dava opportunità ad Adriano
IV di ammonire Federico che soltanto alla buona grazia del Papa
egli andava debitore del suo diadema. E poichè usava della parola
_beneficium_ che aveva duplice significato (in linguaggio giuridico
voleva dir feudo), se ne accendevano a collera l’Imperatore e la sua
corte. Poco mancò che a Besanzone i Cardinali legati, latori delle
lettere pontificie, non fossero ammazzati dai cavalieri tedeschi;
cacciatine vituperevolmente, tornarono queglino a Roma[673]. Federico
fece appello al suo Impero, dichiarò che la superba idea onde i preti
spiegavano le attenenze dell’Impero e del Papato era arroganza e
mendacio, protestò aver ricevuto la podestà imperiale soltanto da Dio
per la elezione fattane dai Principi, disse voler morire piuttosto che
invilir la sua dignità sotto ai preti[674]. Non erano più i tempi di
Enrico IV; per tutto l’Impero tedesco sonarono con eco di giubilo le
parole dell’Imperatore; i Principi e i Vescovi, infervorati di amor
di nazione, si dichiararono concordi contro al Papa; e Adriano, cui
toccava lottare contro un partito tedesco financo nel Collegio dei
Cardinali, dovette prestamente chetare la collera dell’Hohenstaufen:
una novella ambasceria con modestia addicevole recò una lettera di
scusa, nella quale Adriano con sottigliezze degne di un grammatico
pedante, asseriva, il concetto di _beneficium_ non avere adoperato
nella significazione di feudo.
Quei nunzî trovarono Federico di già arrivato in Augusta, donde, nel
Giugno dell’anno 1158, egli era in procinto di tornare con grandi
forze in Italia per ischiacciarvi le città reluttanti al suo dominio,
e per ridurre tutta la contrada sotto la sua spada imperiale. L’eroica
Milano prestò soggezione nel mese di Settembre, ed allora l’Impero
celebrò nella Dieta di Roncaglia il più decisivo dei suoi trionfi;
ma fu anche l’ultimo. Financo i celeberrimi giureconsulti di Bologna,
adulatori e schiavi della loro idolatria per l’antico giure imperiale
romano, accrebbero l’orgoglio del potente, perciocchè la monarchia
degli Hohenstaufen eglino vestissero di tutto il manto despotico di
Giustiniano, e protestassero in esso risiedere per diritto legittimo
la signoria universale del mondo. In questa età, nella quale le cose
civili e politiche, rimutandosi in un ordinamento nuovo, andavano
cercando un solido fondamento giuridico, così le città che l’Imperatore
facevano ricorso alle leggi romane, e pertanto venivano fra sè a
veementissimo cozzo. Ma il mondo è commosso da forze vive e cammina;
e perciò le città, ad eccezione di Roma sola, si svincolarono con
poderoso sforzo dalle tradizioni dell’antichità, laddove l’Imperatore
si appigliava con ambo le mani al passato, or prendendo ad esemplare
il despotismo romano ed or l’Impero teocratico di Carlo; nella sua
cecità reputava di poter impedire le tendenze democratiche del secolo,
stringendone i polsi colle manette della tirannide onnipotente di
Giustiniano. Nell’acre lotta che si dichiarava fra la cittadinanza e
l’autorità imperiale non si poteva lungamente dubitare, che colla prima
avrebbe fatto sua alleanza il Papato. La questione delle investiture
(quest’è il concetto politico che domina una intiera epoca storica) fu
l’idea mediatrice fra entrambi; vale a dire, la controversia antica,
dopo che il Concordato di Worms la ebbe pacificata dentro della
Chiesa, riarse con nuova foga nella cerchia delle cose civili. Anche
per le città or si trattava di torre all’Imperatore i diritti regali,
l’amministrazione della giustizia, la elezione de’ magistrati: così
avvenne che la celebre lotta di Federico I contro le città lombarde
fu la seconda controversia delle investiture, ma di ordine civile; e
da essa alla fine le Republiche uscirono vincitrici, sì come era stato
della Chiesa, e conseguirono la loro independenza giuridica nelle cose
di Stato.
Omai Adriano IV in gran segreto andava annodando negoziati colle città,
nel tempo medesimo in cui zelava a stringersi meglio nell’amicizia
della monarchia feudale di Sicilia: del principio di libertà la Chiesa
non si impacciava[675]. Dopo tanti trionfi, anche Federico, come Carlo
Magno, intendeva a comandare su di Roma e dei Vescovi dell’Impero,
tenendoli in conto di altrettanti vassalli; laonde egli mandava suoi
legati per le terre di Italia, affinchè, con asprezza scevra d’ogni
riguardo, levassero il tributo del _foderum_ e di altri diritti
fiscali, anche nelle province ond’era composto il retaggio della
contessa Matilde, e nello Stato della Chiesa[676]. In una lettera
accalorata il Papa si dolse che Federico esigesse oneri feudali da’
Vescovi, e che impedisse l’adito nelle province ai Cardinali legati.
Rispose l’Imperatore con tono sprezzevole, la Chiesa non aver posseduto
diritti principeschi prima di Costantino; ogni possedimento della santa
Sede esser dono dei Re; nondimeno, i Vescovi (che soltanto dovrebbero
essere eredi delle cose di Dio) possedere eccelsi officî temporali
dello Stato: dirittamente aver eglino pertanto oblighi feudali verso
l’Imperatore, perciocchè anche Cristo avesse per sè e per Pietro
pagato tributo all’Imperatore[677]. E proseguiva Federico dicendo
che pertanto, o i Vescovi si spogliassero dei loro beni temporali, o
dessero all’Imperatore ciò che dell’Imperatore era; che se ai Cardinali
s’avevano serrate in viso le porte delle chiese, lo si aveva fatto per
proteggere le comunità dalla loro avidità depredatrice; che il Papa
faceva oltraggio alla umiltà cristiana una volta che al cospetto del
mondo discuteva di vantaggi terreni, i quali nulla avevano a fare colle
cose di religione. Protestava avergli dovuto dichiarare tutto questo,
perciocchè ei vedesse che la abbominanda bestia della superbia s’era
accovacciata fin sulla cattedra di san Pietro[678].
In tal guisa Federico faceva risorgere la controversia delle
investiture dal lato delle cose temporali: adesso parlava colle parole
dei Romani, e pareva essersi tramutato in quell’Arnaldo da Brescia,
che pochi anni prima egli aveva fatto morire. Almeno per un momento
la podestà imperiale era entrata in un periodo di restaurazione;
quella pontificia s’era invece infiacchita. Punto sul vivo, Adriano IV
mandò a Federico suoi legati per vedere ciò che potesse aspettarsi di
guadagnare con negoziati. Le sue richieste intemperanti significarono
che il Papato si ergeva contro l’Impero colle stesse idee che le
città coltivavano: domandava che gli si desse emancipazione completa
dall’Impero nelle bisogne temporali, ovverossia che a lui si cedessero
i diritti regali. Chiedeva che i Vescovi d’Italia dovessero prestare
all’Imperatore soltanto in generale il giuramento di fedeltà, ma non
essergli tenuti di oblighi feudali: non potesse l’Imperatore esigere il
_foderum_ nello Stato della Chiesa, eccettuato il caso di coronazione;
alla santa Sede si attribuissero i redditi del retaggio di Matilde e
di tutte le terre che si estendono da Aquapendente a Roma, i redditi di
Spoleto, della Sardegna e della Corsica, di Ferrara e di Massa; nessun
messaggio potesse l’Imperatore mandare a Roma senza il beneplacito del
Papa, avvegnadio colà appartenessero alla santa Sede la magistratura
e le regalie di ogni specie. Ma se di questo modo Adriano domandava
di serrare lo Stato ecclesiastico in faccia alla podestà imperiale, e
di essere riconosciuto per sovrano assoluto, rispondevagli di rimando
l’Imperatore: «Poichè per volontà Divina imperatore romano sono e mi
appello, non terrei che un titolo vano, se mi lasciassi fuggir di mani
la signoria della città di Roma»[679].
Ambasciatori del Senato romano furono presenti a questi negoziati, chè
i Romani, allorchè ebbero visto l’Imperatore torcere fermamente contro
al Papa le dottrine di Arnaldo, a lui si ravvicinarono. Lo riconobbero
adesso per imperatore, gli mandarono, nella primavera dell’anno 1159,
dei messaggi di riconciliazione; e poichè a questi Federico ebbe fatto
in publico orrevoli accoglienze, il Senato gli spedì una legazione di
uomini ragguardevoli, i quali vennero al campo che l’Imperatore aveva
posto innanzi a Crema. I Romani, fatti più moderati, gli chiesero
la sua buona grazia imperiale, domandarono che concedesse indulto,
promisero di restaurare la podestà dell’Impero in Roma; e Federico
trattò col Comune, e dichiarò di voler accettarne il Senato, ma con
certe norme che egli stesso prefiggerebbe, e che sarebbero state pari
alle condizioni imposte a Milano assoggettatasi. Congedò così gli
ambasciatori con ricchi donativi, e in loro compagnia mandò a Roma
Ottone di Wittelsbach conte palatino, Guido conte di Blandrate e il
prevosto Eriberto di Aqui: colà costoro avrebbero dovuto intendersela
sull’ordinamento del Senato e sulla investitura del Prefetto, e in
pari tempo (se la cosa avesse potuto condursi a buon fine) conchiudere
un Concordato col Papa. I messaggieri furono ricevuti in Roma con
molti onori, ma le superbe esigenze del Senato, che adesso assunse
un atteggiamento baldanzoso, resero impossibile che si conchiudesse
cosa alcuna: frattanto insorgeva un altro ostacolo; era la morte del
Papa[680].
Adriano IV passò da questa vita nel dì 1.º Settembre dell’anno 1159,
ad Anagni, in piena discordia coll’Imperatore, e mentre gli tenzonava
in mente il pensiero di scomunicarlo. Questo prete, sorto di basso
stato, ebbe animo maschio e forte, e stette avverso al potentissimo dei
Monarchi con tanto orgoglio, come se non soltanto gli fosse stato pari,
ma superiore. Pregevolissima energia di volontà, grandezza conseguita
per meriti suoi proprî, scienza esperta della vita, accrebbero in
lui le doti naturali dell’animo, cui in mezzo all’orgoglio non fe’
difetto, a tempo debito, l’accorta moderatezza: Adriano fu uomo
prudente, di pratiche idee e di tempra indomita, come sogliono essere
gli Anglosassoni. Pari a Gregorio VII, volle condurre a effettuazione
l’idea della signoria universale pontificia[681]; però in mezzo ai suoi
sogni arditi non neglesse di coltivare quegli intenti meno remoti, che
gli capitarono sotto la mano. Fortificò eziandio a nuovo con munimenti
alcune città, come fece di Orta e di Radicofani; altre ne acquistò,
e gli Atti del _Dominium Temporale_ fanno fede delle cure attente
ch’ei diede a conservare patrimonî alla santa Sede o a fondarne, a
indebolire i signori della Campagna, a renderli pronti a’ suoi servigî.
La nobiltà della provincia era allora caduta in basso, causa le
guerre cogl’Imperatori e col Comune civico; i Baroni, in conseguenza
della rivoluzione democratica, avevano perduto il loro potere, erano
impoveriti e carichi di debiti; laonde molti cedettero del tutto o
per una metà le loro castella ad Adriano, che le restituì loro quali
feudi della Chiesa: per tal guisa, nobiluomini diventarono tributarî
(_homines_) del Pontefice. Precisamente in questo grandissima fu
l’operosità di Adriano IV[682]. Soltanto la Republica di Roma egli non
aveva potuto abbattere: durava in Campidoglio il Senato, e Federico,
invece di essere per Adriano un imperatore benevolo, erane divenuto
nemico violento, che mandava rotoloni tutti i suoi piani. «Ah! non
avess’io», così un uomo del suo paese udì Adriano dolersi, «non avessi
io mai abbandonato l’Inghilterra patria mia, od il convento di san
Rufo! In qual luogo del mondo evvi uomo sventurato come il Papa? Sulla
cattedra santa ho trovato tante angustie, che tutte le amaritudini
della mia vita passata mi paiono dolcezze al paragone. Sia pur l’eletto
pontefice ricco come Creso; domani ei sarà povero e indebitato a
innumerevoli creditori. Rettamente il Papa si chiama servo de’ servi,
perocchè l’avarizia cupida lo renda schiavo delle servili anime romane,
e, s’egli non le attalenta, gli è pur mestieri che lasci trono e Roma,
e se ne vada fuggiasco»[683]. Così Adriano IV descriveva le condizioni
del Papato, tal quale era allora; ed è la confessione di un savio
esperto del mondo, che morì in esilio.
Di quel valoroso uomo straniero Roma non conserva altro monumento che
la sua urna custodita nelle grotte del Vaticano; un’arca antica cui
la solidità indestruttibile tramandò fino a noi. E acconciamente quel
grossolano sarcofago di rosso granito, spoglio di fregi, racchiude le
ceneri del solo Pontefice che sia stato di nazione inglese, ed ebbe
indole vigorosa e soda come granito.
§ 4.
Scisma fra Vittore IV e Alessandro III. — Il Concilio di Pavia
riconosce Vittore IV per papa. — Resistenza animosa di Alessandro III.
— Egli s’imbarca per Francia. — Distruzione di Milano. — Vittore IV
muore nel 1164. — Pasquale III. — Cristiano di Magonza. — Alessandro
III torna a Roma. — Guglielmo I muore. — L’Imperatore greco. — Federico
viene di nuovo in Italia. — Lega delle città lombarde. — Rainaldo di
Colonia s’avanza in prossimità di Roma.
Alla morte di Adriano tenne subito dietro uno scisma. Da lungo tempo il
Collegio de’ Cardinali era diviso in due fazioni, aderente l’una alla
gerarchia, l’altra all’Impero; ma ancora in Anagni le due parti avevano
fra sè pattuito di eleggere uno che raccogliesse i loro voti concordi.
Sennonchè il partito di Adriano, capitanato da Bosone nipote del Papa,
aveva in secreto fatto occupare il munito palazzo che era presso al
san Pietro, ed ivi congregava sue adunanze[684]: nel tempo medesimo
la minor fazione tedesca s’era messa con gran calore in accordi cogli
ambasciatori imperiali che tuttavia trovavansi a Roma, e a forza di
denaro si aveva guadagnato aderenti in Senato.
Nel san Pietro si riunirono per l’elezione i Cardinali, gli
ambasciatori dell’Imperatore, il clero, i nobili, il popolo e i
Senatori, i quali ultimi s’erano tolto l’incarico della guardia del
duomo, e ne tenevano chiuse le porte. In tre giorni non giunsero a
intendersi, e alla fine, nel dì 7 Settembre, il partito più forte
acclamò papa il cancelliere Rolando Bandinelli, sanese. Stavano per
porre il manto rosso sulle spalle di lui, che se ne schermiva restìo,
quando il cardinale Ottaviano, capo della parte tedesca, gli strappa di
dosso la porpora; un Senatore indignato gliela toglie di mano, ma il
cappellano del Cardinale accorre con un altro manto; Ottaviano se lo
gitta sugli omeri, e nella esaltazione che lui tremante tutto invade,
lo indossa a rovescio[685]. Però l’assemblea non aveva pur tempo di
ridere della goffa figura del Cardinale il quale con tanta ansietà
s’era ammantellato, chè il tumulto si fece grande. Colla spada in pugno
entrarono nel san Pietro genti d’arme che già stavano preste; la parte
di Ottaviano lui salutò papa; il clero minore (massime il Capitolo del
san Pietro), il popolo, il numero maggiore de’ Senatori, molti Capitani
gli diedero con voci di plauso il loro beneplacito; s’intonò il _Te
Deum_, e l’acclamato, assunto nome di Vittore IV, fu subito condotto
processionalmente al Laterano[686].
Frattanto Rolando e i suoi s’erano ricoverati nel Vaticano
abbertescato. Quivi entro stettero serrati nove giorni dal Senato,
che l’altra parte si aveva con corruzione guadagnato; indi furono
tradotti in più stretta prigionia nel Transtevere, di dove, tre dì
dopo, li liberò Odone Frangipani, il quale da lungo tempo era il più
illustre vassallo della Chiesa e acerbissimo nemico della Republica.
Subentrò un moto di reazione; Rolando fu condotto per Roma in mezzo a
un grande scampanìo e colle bandiere delle chiese spiegate al vento;
ma poi, seguìto da tutto il clero a lui devoto, da molti del popolo
e della nobiltà in armi, dal collegio dei giudici, e dalla scuola dei
cantori, immantinente si partì per la Campagna. Secessioni mirabili di
quei Romani; strani spettacoli che dava di sè l’elezione pontificia a
quell’età!
A’ piedi de’ monti Volsci, presso al margine delle paludi Pontine,
è posta Ninfa, allora mediocre città, oggi incantevole Pompei del
Cristianesimo, colle sue annerite mura che stanno ancor ritte, colle
sue vie, colle sue leggendarie chiese cadute, cui l’edera tutte
ricopre, e par che quasi soffochi nelle sue braccia. In quella terra,
ai 20 di Settembre, uno dei più valorosi Pontefici che sieno stati, il
grande avversario dell’imperatore Barbarossa, fu consecrato con nome di
Alessandro III; poi egli si recò a Terracina, in prossimità dello Stato
siculo, il cui Re più presto che in fretta gli prestò reverenza[687].
Per un momento, Ottaviano fu padrone di una gran parte della Città.
Quel Cardinale apparteneva alla nobiltà romana; era de’ Conti di
Monticelli e discendeva dai Crescenzî: bello di persona e liberale di
mano, poteva contare su numerosa aderenza in Roma. Pietro prefetto
della Città, il nipote di lui, i Tebaldi e gli Stefani, alcuni dei
Gaetani, i Pierleoni ed altri ottimati potenti stavano dalla sua
parte[688]. Anche ai vantaggi del Senato pareva che fosse desiderabile
un Pontefice devoto a’ Tedeschi; quanto al popolo romano, non credeva
egli mai qual fosse il Papa legittimo, ma soltanto qual era che
prodigasse di più denaro[689]. Lo avevano, come lo bramavano, romano;
e il basso clero, che da dopo di Arnaldo astiava i Cardinali seguaci
delle dottrine antiche, quasi tutto si dichiarò per lui. Del clero
maggiore però Ottaviano contava fra i suoi fautori soltanto il Vescovo
di Ferentino, Imaro vescovo di Tusculo che aveva rinnegato Rolando,
l’Abate di Subiaco, e quattro Cardinali, dei quali Guido di Crema e
Giovanni erano stati quelli che lui veramente avevano sollevato al
trono[690]; oltre a loro, Ottone conte palatino e Guido di Blandrate
erano stati gli operosi a farlo eleggere. Sotto la protezione di questi
ultimi, anche Ottaviano si partì di Roma che tempestava in tumulto; ai
4 di Ottobre fu consecrato a Farfa dal Vescovo di Tusculo, assumendo
nome di Vittore IV[691], e di lì se ne andò a Segni nei monti Volsci.
Per tal guisa entrambi i Papi avevano stanza nella Campagna, l’uno
in faccia dell’altro, perciocchè da Segni ad occhio nudo si scerna
chiaramente, giù basso nella valle, Anagni dove adesso aveva residenza
Alessandro III.
Non era pur dubbio di quale fra i due pretendenti avrebbe l’Imperatore
accettato; se Rolando, l’orgoglioso Cardinale legato che, un tempo,
Ottone conte palatino era stato là là per uccidere, oppure Ottaviano,
l’antico rivale di Adriano IV. Entrambi gli emuli fecero appello
al mondo cristiano, e Federico colse questa buona occasione per
assidersi arbitro da avvocato della Chiesa. In una lettera scritta
dal suo campo innanzi a Crema, l’Imperatore comandò al «cardinale
Rolando» di presentarsi in persona davanti a un Concilio, che egli
aveva bandito raccogliersi a Pavia, e che su di lui pronuncierebbe
sentenza: l’esempio d’Imperatori antichi e moderni gli conferiva il
diritto di congregarlo. Ma Alessandro III, che aveva omai scomunicato
Ottaviano, teneva sè stesso in conto di papa legittimo, e però
respinse l’ammonimento, siccome quello che era contrario ai canoni. Il
Concilio si riunì nel Febbrajo dell’anno 1160, breve tempo dopo che
Federico aveva schiacciato l’eroica Crema. Comparve Ottaviano, baldo
e sicuro della vittoria; molti testimoni, sopra tutti il Capitolo del
duomo di san Pietro, anzi la parte maggiore di Roma ecclesiastica e
laicale, si chiarirono in favore di lui; il Sinodo, che soggiaceva
all’influenza imperiale, dichiarò agli 11 di Febbrajo, che Vittore
IV era papa legittimo, e tosto l’Imperatore lo venerò per tale,
facendogliene publico omaggio. Rolando fu scomunicato come cospiratore
contro l’Impero e come scismatico; a quest’ora avevasi potuto mettere
facilmente in chiaro la stretta lega che il suo partito aveva conchiuso
con Sicilia, con Milano, con Brescia e con Piacenza[692].
Coraggioso al pari di Gregorio VII, Alessandro III entrò in guerra
con un formidabile avversario: e la lotta equivaleva a quella
dell’independenza della Chiesa, che Federico voleva far curvare sotto
ai Concilî dei suoi Vescovi, e sotto al giogo imperiale. La partita
del giuoco era grave, poichè aveva per posta tutto quanto s’era
guadagnato all’età di Gregorio e di Calisto. E in questa seconda
grande controversia del Papato coll’Impero, si ripeterono molti de’
casi antichi, anche per quello che concerne la città di Roma, sebbene
ella avesse assunta una forma così nuova: però, laddove Gregorio VII
aveva avuto per alleati il fanatismo religioso, la ribellione dei
Paterini, la potenza famigliare di una femmina pinzochera, l’arte
politica di un usurpatore, adesso invece il Papato doveva avere per
confederata la libertà, a cui conquistare alcune città strenuamente
combattevano. Nel giovedì santo, ai 2 di Marzo, Alessandro dal duomo
di Anagni scagliò l’anatema contro il grande Imperatore; oramai la
scomunica non significava altro che dichiarazione di guerra. E mandò
legati ai Re della Cristianità, sperando che alcuni, tementi la
grandezza di Federico, lui riconoscerebbero per papa; nè s’ingannò:
esortò i Lombardi a tener forte resistenza, ma il suo comportamento
politico verso le Republiche tenne sempre in limiti di accortezza e di
circospezione. Fu sua buona ventura che all’Imperatore desse molto a
fare la guerra veemente con Milano; e mentre Vittore IV se ne andava in
compagnia della corte imperiale, Alessandro III, ajutato dai Siciliani,
riusciva a soggiogare il Lazio: financo nella incostante Roma
cresceva il partito per lui, avvegnaddio l’Antipapa non venisse nella
Città[693]. A favore di Alessandro difatti dichiararonsi i Senatori di
nuova elezione; e i Frangipani disposero le cose in modo che di già
nel Giugno dell’anno 1161 ei potè entrare in Roma; quivi consecrò la
chiesa di santa Maria Nova attigua alle rocche di quella famiglia, che
erano poste vicino all’arco di Tito; sennonchè, forse un quattordici
giorni dopo, egli abbandonò la mal secura Città, per tornare a cercarsi
ricovero a Preneste e a Ferentino[694].
La potenza di Federico mandò così a rovescio le speranze di Alessandro;
e Vittore IV potè celebrare ai 19 di Giugno un numeroso Concilio
a Lodi, cui assistettero eziandio cinque Senatori romani[695]: ad
Alessandro, che si vide abbandonato da quasi tutto lo Stato della
Chiesa, non rimase altro a scegliere che l’esilio[696]. Intorno al
Natale egli s’imbarcò a Capo Circeo su galee siciliane, toccò Genova
ai 21 del Gennaio 1162, e, come i suoi antecessori, andò ad invocare
l’ospitalità di Francia.
Mentre egli riceveva in questa terra l’omaggio dei maggiorenti,
Federico tripudiava nei suoi spaventosi trionfi di Lombardia. Ai 26
di Marzo egli fece la sua entrata nella vinta Milano che ordinò si
smantellasse; ed al cenno suo i terrieri di altre città italiche si
gettarono con insana rabbia di vendetta su quella vittima magnanima,
la cui caduta scosse di un tremito tutta quanta Italia. Anche a
Roma egli incusse terrore; la Città riverì il Papa imperiale, ma
Federico (che nel Giugno s’era avanzato fino a Bologna) ad Agosto
partì per la Borgogna, passando da Torino, e dietro a sè lasciando
un paese devastato, che adesso non aveva che un santo dovere da
compiere: riscattarsi da un despota straniero. Conformemente ad un
patto convenuto con Luigi VII, voleva egli raccogliere a Besanzone un
Concilio, innanzi cui avrebbero dovuto comparire i due Papi e udire la
loro sentenza; però l’arte di Alessandro ed altri ostacoli mandavano a
monte la cosa. Senza aver raggiunto il suo intento l’Imperatore dovette
tornarsene in Germania, e poichè quivi Vittore IV non trovava simpatie,
egli lo rimandò tosto in Italia ponendogli ai fianchi, come da vicario,
Rainaldo, eletto arcivescovo di Colonia. Quest’uomo di forte animo, che
dall’anno 1156 era cancelliere dell’Impero, s’ispirava ad un indirizzo
differente da quello che un dì aveva seguito Guibaldo: più imperiale
dell’Imperatore, era entusiasta della monarchia di nazione germanica,
cui voleva nuovamente rendere suddito il Papato. L’intelletto sagace
e l’ardita energia di questo Arcivescovo, che vestiva corazza ed era
ministro dell’Impero, s’accordavano pienamente coll’eroica grandezza
del Barbarossa[697].
Mentre adesso Alessandro, sicuro che Francia e Inghilterra lo
riconoscevano per pontefice, dimorava il più del tempo a Sens,
il Senato governava Roma in pace. Gli Atti di quella università,
«costituita in Campidoglio dal venerando e magnifico popolo dei
Romani», non fanno più menzione del Pontefice, e in carte giudiziarie
di allora viene posta nelle date l’êra di Vittore IV[698]. Frattanto
questo Papa moriva a Lucca ai 20 Aprile dell’anno 1164, e Rainaldo,
senza pur interpellarne la mente dell’Imperatore, faceva che i
Cardinali scismatici eleggessero Guido di Crema con nome di Pasquale
III. Federico, il quale trovavasi a Pavia, approvò tosto l’opera che il
suo Cancelliere aveva compiuto di suo arbitrio[699]; tuttavolta neanche
Pasquale giunse a insignorirsi di Roma: qui il magnifico Ottaviano, da
quel nobile romano ch’egli era, ben aveva avuto moltissimi aderenti, ma
Guido non si guadagnava alcun partito. Piuttosto avveniva una mutazione
di cose favorevole ad Alessandro, poichè i Romani sentivano di che
danno fosse per loro la perdita dei vantaggi che ad essi concedeva la
presenza della Curia pontificia, e poichè il reggimento tentennante
mutava di andazzo politico col cambiare di magistrati. Per verità nella
primavera dell’anno 1165 sembrò che la fortuna sorridesse a Pasquale,
ma non fu che un’apparenza menzognera. Egli aveva posto residenza a
Viterbo. Questa città, secondo i disegni dell’Imperatore, doveva essere
la base di tutte le imprese contro di Roma; e, dopo le deliberazioni
da lui decretate a Würzburg nella Pentecoste dell’anno 1165, non si
dovevano prendere più mezze misure; volevasi procedere dirittamente
all’intento di sottomettere il Papato all’autorità dell’Imperatore, nè
più nè meno di ciò che s’era fatto a’ tempi di Ottone I. Cristiano di
Magonza e Gotelino conte avevano la capitananza degl’Imperiali; eglino
si misero bene addentro nel Lazio, e angustiarono con tanta gravezza i
Romani, che questi comperarono una tregua d’armi e protestarono esser
pronti a riconoscere Pasquale per papa se Alessandro (che avevano
invitato a tornare) tornato non fosse. Le soldatesche di Cristiano
devastarono Anagni, ma rifecero indi la via di Tuscia, ed allora
milizie sicule e romane occuparono per qualche momento il Lazio[700].
Frattanto Giovanni cardinale, nuovo vicario di Alessandro in
Roma, aveva con grande accortezza lavorato a pro del Papa suo;
ed era riuscito a guadagnargli con denaro i Romani, irritati
delle esterminazioni cui Federico metteva le città e stizziti dei
devastamenti che le imprese di Cristiano avevano menato per le loro
terre: e Giovanni aveva benanco potuto ficcar lo zampino della sua
influenza nella novella elezione dei Senatori, s’era impadronito
del san Pietro, e aveva restituito la Sabina al suo obligo di
soggezione verso il Papa[701]. Quasi tutta Roma si dichiarò a favore
di Alessandro, nelle mani del suo vicario prestandogli giuramento di
fedeltà; ambasciatori erano corsi a Francia, lo avevano invitato in
nome di Roma a farvi ritorno, e Alessandro s’imbarcava nell’Agosto
dell’anno 1165 a Maguelonne. La galea su cui egli navigava sfuggì
felicemente alle insidie dei pirati e dei Pisani, e lo condusse in
terra amica, a Messina, di dove re Guglielmo lo fece per Salerno
condurre a Roma. Il giorno in cui ricorreva la festa di santa Cecilia
egli arrivò alla foce del Tevere, e accompagnato dal Senato, che ve
l’era andato a levare, tenne la sua solenne entrata in Laterano addì
23 Novembre del 1165. In tal maniera i Papi ebbero a Roma, fino ai dì
nostri, sorti tanto irte di contraddizioni, fatti essendo segno or di
odii feroci, or di saluti festanti[702].
Tuttavolta erano ben tristi le condizioni del Papa, gravato com’ei si
trovava di debiti: elemosine e imprestiti tolti in Francia (massime
dall’Arcivescovo di Reims) non gli davano che da vivere in Roma a
stecchetto; ed aveva intorno a sè un popolo avido, il quale, per dirla
colle sue parole, anche in tempo di pace non guardava ad altro che alle
mani del Pontefice[703]. La morte di Guglielmo I il Malvagio (avveniva
nel Maggio dell’anno 1166), e l’esaltamento al trono di Guglielmo II
figliuol suo, che ancor era in età minore, rendevano ad Alessandro
assai dubbio l’ajuto di Sicilia, eccetto in ciò che ei di là traeva
denaro[704]. Pericoloso da altro canto tornavagli un novello alleato
che or gli si offeriva: era questi Emanuele di Bisanzio, che venuto
in nimicizia con Federico, proponeva al Papa una lega. Come tanti
altri Imperatori greci, anche Emanuele sperava ricavar vantaggio dallo
scisma per restaurare la sua signoria in Italia, dove aveva già posto
piè forte in Ancona. Fe’ dunque egli balenare agli occhi del Papa
la prospettiva di ricomporre ad unione le due Chiese, gli profferse
ricchi sussidî, promise di ridurgli in sudditanza Roma e Italia, e
in cambio chiese la corona romana. Bisanzio ad ogni momento ricordava
le sue pretensioni su Roma, e infatti non v’ha gente che abbia buona
memoria più dei legittimisti. Alessandro ricevette con molte onorifiche
accoglienze l’ambasciatore greco, che fu il sebasto Giordano, figlio
dello sventurato Roberto di Capua; però, se fece le viste di aderire
ai voti bizantini e se mandò suoi legati a Bisanzio, fecelo soltanto
per incutere timore all’Imperator tedesco, e per tenersi in qualunque
ventura sgombrata la via ad un’alleanza greca.
Di già nel mese di Novembre 1166 Federico tornava in Italia; la
Lombardia ribolliva di odio contro lo straniero e ferveva di amore
della libertà, ed omai le città (che l’Imperatore così incautamente
aveva ridotto in servitù) si collegavano fra loro per combattere a
vita e a morte: in esse fu che il Papa trovò i suoi veri alleati.
Non prevedeva l’Imperatore che formidabile destino gli si preparasse
in Lombardia; suo progetto era discacciare d’Ancona i Greci, di
Roma il Papa, installare Pasquale III nel san Pietro, farla finita
a Roma con qualche colpo maestro, incatenare tutta Italia. Intanto
che egli, sul principio di Gennaio dell’anno 1167, moveva di Lodi,
per conquistar prima di tutto Ancona (locchè reputava agevol cosa) e
per incamminarsi poi a Roma, Rainaldo di Colonia con un’oste minore
doveva venire dalla parte di Tuscia, e sgombrare la via a Pasquale III.
Rainaldo s’avanzò vittorioso fino in vicinanza di Roma, e quasi tutte
le castella disertarono la parte di Alessandro, il quale profondeva
ammonimenti e tesori per tenere il popolo stretto alla sua bandiera:
il popolo granciva allegramente oro da ambe le parti[705]. Tuttavia il
numero maggiore dei Romani stava per Alessandro; uno dei motivi ne era
l’odio quasi puerile che nutrivano per alcune cittaduzze loro vicine,
come erano Albano, Tivoli, Tusculo, le quali non volevano riverire
l’autorità del Senato, e si collegavano cogli Imperiali. Tutto questo
doveva partorire una catastrofe.
§ 5.
Tusculo. — Decadenza del Conti di quella famiglia. — Rainaldo di
Colonia entra in Tusculo. — I Romani lo assediano. — Cristiano
di Magonza muove a liberarlo. — Battaglia presso Monte Porzio. —
Gravissima sconfitta de’ Romani. — Federico assedia la Leonina e
la prende di assalto. — Assalimento del san Pietro. — Negoziati coi
Romani. — Alessandro III fugge a Benevento. — Pace fra l’Imperatore e
la Republica di Roma. — La peste miete l’esercito di Federico. — Questi
parte di Roma.
Signore di Tusculo era allora Raino, uno dei figliuoli di quel Tolomeo
II ch’era morto nell’anno 1153[706]. La casa dei Tusculani omai
s’avvicinava alla sua caduta; divisioni del patrimonio famigliare,
debiti, guerre, la costituzione del Comune romano avevano sbassato la
potenza antica di questa famiglia. Neppur Tusculo era più in mano di un
sol padrone: ai tempi di Eugenio III Odone Colonna aveva dato in pegno
a Odone Fragipane la parte che gliene spettava, fino a che quel Papa
ne aveva fatto compera e l’aveva affrancata dell’ipoteca; in tal guisa
i Pontefici erano giunti ad acquistar dei diritti su di un castello il
quale aveva per sì lungo tempo tiranneggiato la santa Sede. Adriano IV
aveva concesso in feudo a Gionata, figlio maggiore di Tolomeo II, la
parte ch’era dei Pontefici, e lo aveva ridotto così vassallo suo[707].
Ma il Senato romano aveva visto di mal animo che la Chiesa facesse da
patrona di quel castello che rifiutava obbedienza e tributo alla Città,
e Alessandro III aveva predicato al deserto, quando aveva dissuaso il
Senato da che assalisse Tusculo. Raino, premuto da’ Romani, chiamò in
ajuto gl’Imperiali; venne il pro’ Rainaldo, che giusto ai 18 Maggio
col soccorso dei Pisani aveva conquistato Civitavecchia, ed entrò
colle genti Coloniensi dentro di Tusculo, dove i Romani inferociti lo
assediarono[708]. Così il grosso della guerra si addensò tutto su Roma.
I Romani armarono un’oste numerosa; si fece una levata delle milizie
civiche e di tutti i vassalli della Tuscia e del Lazio ch’erano
fedeli al Senato od al Papa; e fu questa la prima volta che cittadini
e Capitani s’unirono insieme. Allora Rainaldo e Raino mandarono a
chiedere soccorsi al campo di Ancona, e Cristiano di Magonza, raccolti
milletrecento uomini d’arme di gente tedesca e di feroci mercenarî
brabanzesi, corse in assistenza dei suoi amici[709]. Cristiano conte
di Buch (che l’Imperatore nell’anno 1165 aveva fatto arcivescovo di
Magonza mettendolo in luogo di Corrado di Wittelsbach) era uno dei
migliori generali di Federico. Con provvido accorgimento egli pose
campo presso Monte Porzio in vicinanza di Tusculo, e, per concedere
ai suoi guerrieri un giorno di riposo, mandò messaggi ai Romani;
risposero questi con disprezzo, e, usciti della Città con tutte le loro
soldatesche, diedero addosso al nemico nel lunedì della Pentecoste,
essendo, così vien detto, in numero di quarantamila uomini. Nessun
Cronista nota chi fosse il duce del massimo esercito che da secoli
i Romani schierassero in campo; forse ei fu Odone Frangipani, il
più ragguardevole ottimate di Roma a quell’età. Quantunque i Romani
stessero contro a’ Tedeschi nella proporzione di venti contr’uno,
questi valorosi guerrieri non disperarono; l’inno tedesco di battaglia
rinvigorì gli spiriti della loro piccola schiera; Cristiano spiegò la
bandiera imperiale, e la disuguale battaglia incominciò. I Brabanzesi
furono tosto ricacciati indietro dalla forza maggiore nemica, ma la
cavalleria dei Coloniensi, poca sì ma robustamente serrata nelle sue
ordinanze, sortì a tempo opportuno da Tusculo con una carica veemente,
ed uno squadrone di cavalli che Cristiano teneva in pronto, colse le
milizie nemiche di fianco: un urto ferrato e irresistibile squarciò
nel centro la fronte di battaglia dei Romani; la gente a cavallo diè
volta, la fanteria si sciolse in fuga scompigliata, e i Brabanzesi si
gettarono sul campo romano. Inseguiti colle spade alle reni, i fuggenti
furono uccisi o si arrendettero; appena una terza parte di tutto
l’esercito giunse nella sgomentata Città, e soltanto le salde mura di
Aureliano e la notte che cadeva obligarono i persecutori a far sosta. I
campi e le strade erano sparsi di cadaveri e di armi; a migliaia erano
stati i massacrati; altre migliaia venivano condotte prigioniere a
Viterbo, e fra questi trovossi anche un figlio di Odone Frangipane, per
il quale il padre inutilmente offerse un ricco riscatto. Fu il giorno
29 Maggio dell’anno 1167, che si combattè questa memoranda battaglia
fra Monte Porzio e Tusculo[710].
Coloro che in faccia del Papa avevano ottenuto questa gloriosa
vittoria sopra una forza tanto preponderante, erano, meraviglioso
caso! due Arcivescovi tedeschi, nobilissimi uomini per natali, per
doti dell’animo, per coraggio. La loro piccola oste era formata dei
più valorosi soldati del mondo, gente che aveva appreso il mestier
della guerra in Lombardia: quanto ai Romani, che erano avvezzi a
combattere dietro a’ monumenti e sotto il riparo delle mura, o solevano
da quelle far loro sortite, perdettero il primo combattimento, che, a
prova delle armi del loro governo di fresca data, avessero appiccato
in campo aperto contro le soldatesche imperiali: e doveva pur esser
gravissima la loro vergogna, al memore pensiero dei loro gran padri,
di cui vaneggiavano aver rinnovata in Campidoglio la Republica[711]! La
tradizione andò divulgando leggende di quella sconfitta, ma in Roma non
v’ha più pietra che indiscretamente narri di cotale orrenda giornata,
che potè dirsi la Canne del medio evo[712].
Infatti il terrore, i pianti, le angustie furono nella Città grandi,
come dopo della vittoria di Annibale. Per le vie, vecchi e matrone
alzavano lunghe voci di gemito, o con strida lamentose ricevevano
i convogli dei morti, cui alla fine il nemico concesse che si
seppellissero. Il Papa ne pianse di dolore; e, vivendo in sospetto,
si ricoverò sotto la protezione de’ Frangipani presso al Colosseo, con
attenta cura provvedendo che si vigilasse alle mura e che venissero in
Città milizie, avvegnaddio i Tedeschi già avessero posto campo innanzi
a Roma, afforzati di genti levate nelle città della Campagna. Chi
avesse dato libero volo alla fantasia avrebbe potuto credere di esser
tornato a’ tempi di Manlio Torquato o di Coriolano, allorquando s’erano
alleati contro Roma Ernici ed Equi, Latini e Volsci, ed avevano rizzato
le loro tende sulle falde dell’Algido. Erano pur sempre quelle stesse
antiche città, Tivoli, Alba, Tusculo, Viterbo ed altre, che nuovamente
assediavano Roma, tornata per gran vecchiezza fanciulla. Quelle piccole
terre speravano adesso di dare addosso all’avvilita Città, parimente
come Cremona e Pavia avevano assalito Milano. E adesso Cristiano
esortava l’Imperatore a venire, per dar l’ultimo crollo alla cadente
Roma: s’affrettava Federico, dopo aver conchiusa una capitolazione con
Ancona, e poteva, ai 22 di Luglio, piantare le sue aquile imperiali in
prossimità di Monte Mario[713].
Alessandro III si vide ridotto alle dure condizioni di Gregorio
VII, e senza neanche speranza di ajuti normanni; chè un esercito
siciliano, cui la Reggente aveva mandato contro di Federico, era
stato ributtato. I Romani difendevano Alessandro come avevano difeso
Gregorio, o, per dir meglio, il Papa stava sotto la protezione di loro,
fino a tanto che la necessità o il loro profitto non li costringesse
a trattare con Federico. Un assalto mosso contro porta Viridaria
sgombrò all’Imperatore l’ingresso della città Leonina, dove Romani non
trovavansi, ma soltanto genti pontificie che prodemente tennero ancor
fermo nel san Pietro. Il duomo era cinto tutt’all’intorno di trincee;
il suo atrio e il campanile di santa Maria _in Turri_, sopra la scalea
maggiore, erano muniti come fortezze; sul tetto s’avevano piantate
macchine fromboliere; l’interno, fino la tomba in cui il santo Apostolo
dormiva il suo sonno senza che ne lo destasse lo strepito di questi
orrendi tumulti, era tutto irto di arnesi bellici e di serragli, nè più
nè meno che se fosse stato una rocca. E poichè il castel Sant’Angelo,
causa le sue mura laterali, era staccato dalla Leonina, e serviva di
testa di ponte alla città di Roma, a questo tempo non più il castello,
ma il san Pietro era della Leonina cittadella vera.
Otto giorni la Mecca della Cristianità resistette agli assalti di
Tedeschi arnaldisti e di soldatesche viterbesi. Muraglie, torri,
il portico restaurato da Innocenzo II caddero infranti; tutto il
borgo traboccò al suolo, cumulo di rovine. Soltanto il duomo teneva
ancor fermo, però a un tratto era gettato fuoco nel suo atrio; santa
Maria _in Turri_ ne arse, e un testimonio oculare potè deplorare la
distruzione di un magnifico musaico che sopra dell’atrio decorava
il muro di quella chiesa: nè perdevano tempo i Viterbesi, ma ne
strappavano via le porte di bronzo, per recarle, secondo il costume
di quell’età, in patria, da spoglie opime della vittoria[714]. Il
san Pietro minacciava di andar tutto in fiamme, allorchè il presidio
abbassò le armi. Fu Federico di Rotenburg, figlio dell’imperatore
Corrado, il più bel cavaliere dell’esercito, che durante il fiero
assalto fe’ abbattere a colpi di ascia le porte del duomo. Il
sangue degli uccisi insozzava gli altari polluti e la stessa tomba
dell’Apostolo; sul pavimento di marmi finamente lavorati del tempio,
come sopra un campo di battaglia, giacevano distesi i cadaveri degli
estinti, chiusi nelle loro armature[715]. Poteronsi chiamare empi i
Musulmani del secolo nono, se, tre secoli dopo di loro, battagliarono
alla conquista di quella medesima basilica l’Imperatore della
Cristianità e i suoi Vescovi coperti di corazze d’acciaio? Il duomo
fu preso il sabato 29 di Luglio; e lo si ebbe appena nettato del
sangue, che sotto ai suoi portici s’intonò a Dio il canto del _Tedeum_,
orazione no, ma canzone di scherno. Al dì seguente l’Imperatore mise
dentro al san Pietro il Papa suo ch’era venuto di Viterbo, istessamente
come aveva fatto Enrico IV dopo la presa della città Leonina. Anche
Federico in quella festività cinse il serto d’oro di patrizio in segno
di protesta così contro ai Romani che al Papa; indi, addì 1 di Agosto,
che era il giorno in cui si celebrava la festa delle catene di san
Pietro, ei fece che Pasquale III coronasse a imperatrice la moglie sua
Beatrice: egli assistette alla ceremonia col diadema in capo[716].
Quelli dei Romani che parteggiavano per l’Impero gli si fecero attorno,
ma ogni successo suo rimase ristretto alla Leonina. Il popolo romano,
ancora istizzito della sua disfatta, teneva testa nella Città, e
ivi esso era più formidabile che sul campo di Tusculo. Nel frattempo
Alessandro III, crucciandosi nei suoi pensieri, dimorava nelle torri
dei Frangipani presso l’arco di Tito; due galee siciliane vennero
fino al san Paolo per torlo seco, se avesse voluto fuggire; ma il
Papa, preso il denaro che i Siciliani gli portavano, lo distribuì ai
Frangipani, ai Pierleoni ed alle guardie che vigilavano alle porte,
e rimandò indietro le navi. Ancora i Romani resistettero virilmente,
tuttavia nè essi nè il Papa potevano schivare di venire a trattative.
A Roma trovavasi Corrado conte palatino e parente di Federico; era
egli stato arcivescovo di Magonza, ma avendo abbracciato le parti
di Alessandro III, della sua dignità l’Imperatore aveva investito
Cristiano: Corrado dunque fu spacciato al campo di Federico. Imitando
l’esempio di Enrico IV, anche questi tentò di tirare i Romani dalla
sua, protestando che solo ostacolo alla pace era il Papa. Propose lor
dunque così: abdicassero entrambi i Papi; un terzo si eleggesse colle
forme canoniche; non volere indi egli pretendere più all’elezione
pontificia, voler dar la pace alla Chiesa, ristorare i Romani delle
loro perdite. Com’è naturale, Alessandro e i suoi Cardinali respinsero
proposte cotali, ma i Romani le accettarono: per salvare le sue
pecorelle, sclamavano, il Papa è tenuto a far maggiori sacrificî che
non sia quello di deporre la tiara. Il popolo tumultuò, si chiese
che il Papa rinunciasse alla sua dignità, ed allora egli sparve della
Città. Tre dì dopo lo si vide in abito di pellegrino sedere presso al
Capo Circeo, e co’ suoi compagni dividere il mesto pane del fuggiasco
accosto a una fonte, che più tardi ne fu chiamata fontana del Papa. A
Terracina vestì di bel nuovo la porpora, e mosse poi a Benevento, dove
entrò nel mese di Agosto.
La sua fuga tolse all’Imperatore la speranza di un aggiustamento
colla Chiesa, ma agevolò la pace colla Città, e in ciò diede una
vittoria decisiva all’Imperatore, poichè quei medesimi Romani, i
quali avevano sì lungamente difeso Alessandro III, adesso discacciato
lo avevano di Roma[717]. Intorno a questo tempo i Pisani avevano
con otto galee risalito il corso del Tevere; distruggevano le ville
poste sulle due sponde, ed uno dei loro bastimenti giungeva fino alla
_Ripa Romea_[718]. I Romani caddero d’animo, e Federico, il quale
nella stagione che correva, poco poteva operare, nè aveva speranza di
conquistare le torri dei nobili, quando pure Roma gli avesse aperte
le porte, era inchinevole ad equi patti. I suoi ambasciatori, fra’
quali fu il notaro e storico Acerbo Morena di Lodi, conchiusero la
pace con Roma: Senato e popolo giurarono all’Imperatore di essergli
fedeli e di difendere i diritti della corona romana dentro della Città
e fuori; l’Imperatore confermò il Senato nell’autorità che allora
aveva, ma come se investito ne fosse da lui; confermò con una Bolla
d’oro la validità de’ testamenti e di tutti i contratti d’affittanze
de’ Romani; finalmente concesse franchigia da ogni specie di imposte
e di gabelle[719]. Così dopo guerre sanguinose si giunse a quello
che Federico avrebbe dovuto fare al momento della sua coronazione; la
Republica romana fu posta sotto la dipendenza immediata dell’Impero. I
suoi messi forniti di pieni poteri ricevettero da Roma giuramento di
vassallaggio; però egli non pose mai piede nella Città, avvegnaddio
quivi i grandi Capitani non avessero preso parte al trattato, ma
stessero minacciosamente in armi nelle loro torri. Federico adesso
ripristinò la Prefettura come officio imperiale, e ne investì Giovanni,
figlio dell’antico prefetto Pietro; indi fe’ eleggere il novello
consiglio comunale, e tolse quattrocento statichi de’ Romani[720].
In questi giorni era egli pervenuto al culmine della sua potenza; aveva
restaurato in Roma i diritti dell’Impero, messo in san Pietro il suo
Papa, abbattuta la gerarchia gregoriana, e adesso, coll’assoggettamento
completo d’Italia, poteva di bel nuovo costituire l’Impero universale
romano. Sennonchè in mezzo a tutti questi fausti successi, d’un tratto
apparvero gli angeli sterminatori, armati del flagello delle febbri:
a creder dei Santi, vennero per salvare il Pontefice, ma a creder
nostro fu Nemesi che sorse a fermare il braccio dell’oltrepotente
monarca, per dar tempo e forza alle città di spezzare le loro
catene. La mano del destino colse Federico parimenti come ebbe colto
Serse e Napoleone; spettacolo triste e sublime, che par simile a un
turbine orrendo, incalzante, che si spande attraverso la natura, e la
devasta. Roma di repente si tramutò in Gerusalemme, e l’imperatore
Federico fu annientato come Sennacheribbo. Negre nubi calarono ai
2 di Agosto su di Roma, e si sciolsero in diluvii di pioggia; indi
succedette un’ardente caldura, e la mal’aria, che a Roma nell’Agosto
è mortifera, produsse febbri pestilenziali. Morte ingloriosa mietè
il fiore dell’esercito invitto; cavalieri, fanti, scudieri caddero
oscuramente, spesso morivano di repente, cavalcando o camminando per
le vie: poco andò che non si potè più dar sepoltura ai morti. In sette
giorni Federico vide un dopo l’altro morire i suoi migliori eroi,
Rainaldo di Colonia, Goffredo di Spira, Eberardo di Regensburg, i
Conti di Nassau e di Lippa, Federico di Rotenburg; Vescovi e signori
molti; innumerevoli nobiluomini e soldati volgari furono rapiti dalla
moria. L’angelo di Gregorio magno non fu visto ricomparire sul castel
Sant’Angelo, e ringuainare la spada; sembrava anzi che ei si librasse
a volo sopra il duomo profanato dell’Apostolo, agitando irato il suo
dardo fiammeggiante. Anche Roma fu desolata orribilmente dal morbo;
gli uomini morivano a migliaia, e ai loro cadaveri si dava tomba nel
fiume. Da secoli la Città non aveva sofferto più spaventose sorti
della battaglia di Monte Porzio, e subito dopo, della peste[721]. I
Tedeschi ne ebbero terrore, come se la mano di Dio li castigasse di
aver tormentato la Città santa, incendiato le chiese, polluti di sangue
i templi della Cristianità.
Ai sei di Agosto l’Imperatore levò le tende, e sbigottito partì col
resto dell’oste, che aveva l’aspetto di un esercito di ombre. Lasciò
a Viterbo Pasquale III e gli ostaggi romani, e andò avanti a Pisa; ma
per via gli caddero ancora più di duemila uomini, ed altri, esangui e
sparuti come altrettante larve, portarono con sè in Germania la morte,
oppure passarono di vita in Italia: così avvenne di Acerbo Morena e del
giovine duca Guelfo, ultimo della casa di Este che avesse ereditato i
possedimenti di Spoleto, di Toscana e di Sardegna, del patrimonio della
contessa Matilde[722].
Questa orribile fine sortì la guerra di Federico intorno alla fatale
Roma, presso le cui mura, dai Goti in poi, intieri popoli di Alemagna
piombarono nelle loro tombe senza nome. E allorquando l’uomo tedesco
cammina lungo quelle alte mura di Aureliano, gli è con grave dolore che
egli rimembra le sventure orrende di Roma e tutto il sangue sparsovi
dai suoi padri, di cui s’imbevve ogni zolla di quel terreno[723].