CAPITOLO QUARTO.

§ 1.

Condizioni interiori della città di Roma. — Ceto dei cittadini. —

I gonfaloni della milizia. — Nobiltà popolana. — Nobiltà patrizia.

— Nobiltà della provincia. — Decadimento dei Conti della provincia

romana. — Oligarchia dei _Consules Romanorum_. — Il ceto dei cittadini

sale in potenza. — Fondazione del Comune civico. — La grande nobiltà

feudale tiene le parti del Papa.

L’instaurazione del Senato era conseguenza della libertà omai fiorente

di città lombarde, parimenti che delle condizioni proprie di Roma.

Fino dal secolo undecimo, a poco a poco si avevano quelle acquistato

la loro autonomia, all’ombra della Chiesa che da principio le aveva

tenute in sua tutela. Di già gli Ottoni, e più ancora gli Imperatori di

casa Salica, erano andati via via trasfondendo nei Vescovi la podestà

di Conti, ed in pari tempo avevano donato privilegî parecchi alle

città; dappoi queste tolsero ai Vescovi la giurisdizione di Conti, e

diventarono Comuni con loro proprî magistrati. Gli abitatori di città

agiate e saldamente munite fecero loro pro della lotta combattuta fra

la Chiesa e lo Stato, che indebolì i Vescovati e allentò eziandio

il vincolo all’Impero: così in mezzo alle due podestà scrollate

sorsero essi, terza potenza dotata di robustezza giovanile. In

sull’incominciamento del secolo duodecimo la più parte delle città in

Lombardia, in Tuscia, nelle Romagne, nelle Marche, si reggeva sotto

il governo di due Consoli eletti ad ogni anno, ed ai quali adesso era

venuto in mano l’antico banno dei Conti, colla massima parte delle

publiche entrate[549].

I Romani s’invaghirono dell’esemplare di Republiche libere e potenti.

Roma trovavasi ancora soggetta al diritto di signoria di un Vescovo,

quando già tante altre città ne avevano scosso il giogo: trattavasi

dunque che lo scotesse anch’essa del pari. Senonchè questo vescovo

era il Papa; la sua signoria territoriale non era sorta, come quella

vescovile in altre città, da privilegî di esenzione, nè come quella

era cosa di fresca data; essa per lo manco faceva derivare sè medesima

dalle costituzioni franche. Guerre di fazioni, scismi, esilî lunghi

l’avevano indebolita al paro della podestà imperiale; eppure, ad onta

di ripetute perdite subìte nelle cose temporali, il Vescovo di Roma

poteva sempre nuovamente schierare in campo difensori potenti del

suo dominio politico: tali erano la santità del suo pontificato, le

imprese degli Imperatori contro di Roma, i Normanni, il denaro della

Cristianità. Per tal ragione, città lombarde diventarono libere e Roma

no, quantunque prima di quelle abbia essa combattuto, sotto di Alberico

e dei Crescenzî, per le sue libertà.

Abbiamo notato eziandio gl’impedimenti interiori che si opponevano a

ciò che la Città conseguisse la sua autonomia. Milano, Pisa, Firenze,

Genova, attingevano libertà e ricchezza da una nobiltà amatrice della

patria, e dalla forza di un grande ceto di cittadini minori, i quali

costringevano i nobili a cercare il loro posto d’onore, assidendosi

con essi loro negli ordini consultivi. In Roma i laici erano distinti

in due moltitudini, nobiltà e popolo; quella partecipava insieme col

clero agli onori e alla potenza; questo, colpa la natura non industre

della Città, era condannato ad una vita estranea alle cose politiche.

Nel secolo duodecimo non esisteva alcuna associazione difensiva

di liberi cittadini romani, come si dava in altre città. Vediamo

da documenti esservi stati maggiorenti che caricavano bastimenti

e conchiudevano contratti di commercio, ma un ceto di mercanti non

compare ancora; soltanto che di trafficanti e di banchieri si fa cenno

nelle carte di tutti i tempi, e si denotano col predicato triviale

di _Magnificus_[550]. Per verità continuavano ad esistere le scuole

di artigiani colle antiche forme, ma esse stavano pur sempre sotto la

clientela dei maggiorenti[551].

La sola associazione politica defensiva che unisse i cittadini di

Roma era la milizia coi suoi sodalizî di armigeri raccolti a mo’

di maestranze, e co’ suoi vessilliferi[552]. La cittadinanza atta

alle armi, fornita di proprietà libere e della naturalità secondo la

pienezza del diritto romano, era ripartita per Regioni: dodici della

Città, ed una decimaterza, e un’altra decimaquarta evidentemente

dell’isola e del Transtevere, esclusa essendone la città Leonina,

ch’era pontificia[553]. Noi possiamo tenere per fermo che soltanto

questi gonfaloni avessero diritto di dare voto nelle faccende publiche;

prendevano parte all’elezione del Prefetto, acclamavano all’elezione

del Papa, e tratto tratto la nobiltà dominante ed anche il Pontefice

li congregavano nel Campidoglio ad assemblea, affinchè in qualità di

_Populus Romanus_ aderissero col loro suffragio alle deliberazioni.

In una città povera il cittadino non poteva ottenere preponderanza

per ricchezza di patrimonio, ma soltanto colle armi; ed in un’età così

travagliata di guerre com’era questa, anche la milizia romana era una

vera potenza. Da questi sodalizî raccolti sotto una bandiera, il ceto

de’ cittadini mediocri (_bandus_) trasse diritti politici e forza di

resistere contro il reggimento feudale della nobiltà. Oltracciò, fin

d’adesso emergevano dalla moltitudine dei liberi cittadini alcune

famiglie che per antica origine e per agiatezza rivaleggiavano colla

nobiltà: formarono una più eletta classe di cittadini, e poco a poco

vennero frammettendosi all’aristocrazia, ossia diventando famiglie

senatorie nuove. Poichè la nobiltà romana non fu mai, come quella

di Venezia, racchiusa entro un grembo che serrava le sue file agli

altri uomini, così è massimamente impossibile di distinguer sempre

illustri case popolane dalle famiglie patrizie. E infatti famiglie

antiche cadevano; di nuove venivan su, e d’un tratto, come avvenne dei

Pierleoni, prendevano posto nell’ordine dei Capitani e dei _Principes_.

Così ancora oggidì va la cosa in Roma; qui era ed è il feudo che creava

uno, e tuttavia adesso lo crea, duca e barone.

In Roma v’aveva dunque un’aristocrazia vecchia ed una più recente

di case molte, le quali coi loro clienti e coi loro famigliari

formavano ciascuna una gente strettamente congiunta. Non era più

che quei Patrizî mostrassero ai loro ospiti i simulacri in cera di

illustri antenati; nondimeno pretendevano sempre di derivare le loro

origini dagli Anicî e dai Massimi, da Giulio Cesare e da Ottaviano:

ma forse può darsi che pochi di essi fossero ruderi trasposti di

antiche famiglie romane, simili alle moli marmoree di ruinati palagi

del vecchio tempo, dai quali erano state rappezzate le tetre torri

di questi barbari Consoli. Le famiglie patrizie che avevano maggior

nominanza nel secolo duodecimo erano queste: i Tusculani e i Colonna, i

Crescenzî, i Frangipani, i Pierleoni, i Normanni, i Sassi, i Latroni e

i Corsi, i Massimi; le famiglie dei Sant’Eustachio, fra cui i Franchi

e i Saraceni; gli Astaldi, i Senebaldi, i Duranti, gli Scotti, gli

Ursini; le case lentamente sorte dal ceto della media cittadinanza,

i Buccapecora, i Curtabraca, i Bulgamini, i Boboni, i Berardi, i

Bonfilioli, i Boneschi, i Berizoni; nel Transtevere i Papa, i Papazurri

e i Muti, i Barunzî e i Romani, i Tebaldi e gli Stefani, i Tiniosi,

i Franculini, i Brazuti ed altri[554]. I nomi rivelano che molte

famiglie avessero tratto origine da’ Longobardi, da’ Franchi e dai

Sassoni, discesi cogli Imperatori: poco a poco il tempo e il diritto

comune avevano cancellato le differenze di stirpi; tuttavia può essere

che il partito, il quale fra’ Romani aderiva all’Impero, posasse

in principio il suo fondamento su quella nobiltà che era di razza

germanica e venuta immigrando, laddove la parte devota a sentimento

di nazione (e che più tardi fu la republicana), capitanata un tempo

da’ Crescenzî, aveva conservato la coscienza del suo sangue romano.

Non più era usato il titolo antico di _Dux_; però sempre gli ottimati

si appellavano «Consoli», e precisamente nel secolo duodecimo questo

antico titolo romano era tenuto con gran lustro. Adesso essenzialmente

significava la magistratura giudiziaria e dominatrice, ma nemmeno

remotamente era tolto ad imitazione de’ Consoli lombardi, perocchè di

esso, aggiuntovi il nome _Romanorum_, personaggi si fregiassero ad ogni

tempo in Roma, ancor prima che in altre città italiche si adoperasse:

con quel titolo la nobiltà chiamava i potentissimi suoi, i capi della

Republica aristocratica[555]. Eziandio del predicato di _Capitaneus_,

che era consueto nell’Italia settentrionale, trovansi in Roma ornati

i maggiorenti che avevano feudi del Papa. I Capitani erano la grande

aristocrazia della provincia, i _Comites_ e i _Vicecomites_ della

Campagna, cui il giuramento di vassallaggio obbligava all’eribanno

del Papa[556]. Però anche la nobiltà cittadina entrava nell’ordine dei

Capitani, una volta che il Papa la infeudava di castella; più si noti

che essa aveva escluso dalle cose civiche la nobiltà di provincia, la

quale altra volta era stata di tanto potente: i Conti di Nepi e di

Galeria, i Crescenzî nella Sabina, i Conti della famiglia di Amato

nella Campagna, financo i patrizî Tusculani erano adesso decaduti,

o se ne rimanevano rincantucciati in bando nella loro città di

provincia, laddove più recenti famiglie consolari, come i Frangipani e

i Pierleoni, venute su in guerre di fazioni, s’erano impadronite della

potenza politica.

Presso a’ capitani v’era finalmente il ceto dei feudatarî minori

(_milites_), vassalli dei maggiorenti o delle chiese. In Roma, e

massime nelle città della Campagna dove la maggior parte dei beni

allodiali era venuta in mano delle chiese, formavano quelli una nobiltà

di cavalieri, che può paragonarsi a ciò che in Lombardia e in Romagna

erano i Valvassori[557].

Pertanto la nobiltà, che aveva fondato famiglie al paro dei Patrizî

di Roma antica, teneva in poter suo (omai fino dal secolo undecimo

e specialmente dopo la controversia delle investiture) il reggimento

della Città. Cornelî e Claudî avrebbero con intenta meraviglia guardato

questi uomini che dimoravano entro ad archi di trionfo ed a portici

muniti di torri, e appellavansi Consoli de’ Romani, e in forma di

Senato si radunavano ad assemblea in mezzo delle ruine del Campidoglio.

Qui infatti si congregava la nobiltà ancor prima che si componesse il

nuovo Senato del popolo; e, uscendo del grembo di quella nobiltà, i

_Consules Romanorum_ erano i presidî di un’oligarchia, la quale, senza

ordine di costituzione ma con moti di tumulto, reggeva ossia angariava

Roma[558]. Alla fine il popolo sbalzava d’arcione la onnipotenza di

questi ottimati, e in ciò sta la importanza della rivoluzione avvenuta

nell’anno 1143. Laddove in Lombardia i Consoli erano sorti insieme coi

Comuni, il Comune, che soltanto adesso si veniva formando in Roma,

distruggeva il reggimento consolare della nobiltà, e nel luogo di

questa metteva il consiglio comunale, e gli imponeva il nome romano di

Senato (_Sacer Senatus_).

Alla rivoluzione del resto avevano dato impulso i nobili allorchè

erano venuti, per cagione di Tivoli, a dissenso col Papa; e fu

soltanto durante quell’insurrezione che la cittadinanza mediocre alzò

il capo. Per quanto repentina possa parerne la sollevazione, era

questa da lunga mano preparata, giacchè le bandiere della milizia,

acquistatasi forza duranti le lotte del secolo undecimo, formavano

omai proprie corporazioni politiche, agognavano di prendersi la

loro parte nel reggimento, e meditavano costituire una Republica

democratica. La tirannide delle fazioni aveva reso intollerabile

al popolo la signoria feudale, che il Papato per sua fiacchezza era

andato favorendo. E fra gli aristocratici v’era un partito papale che

ostilmente avversava quello imperiale, e teneva il Pontefice in conto

di signore territoriale, anzi di principe vero di Roma, cui si spettava

di concedere ai Re l’Impero. La nobiltà ispirata a questi sentimenti

era la vera aristocrazia feudale dei Papi, loro sostegno politico in

Roma, splendore laicale della loro corte: a questi vassalli devoti

e cortigiani i Pontefici dispensavano beni dello Stato e gabelle, e

conferivano cariche di prevosti, dignità della Curia, officî giudiziarî

ossiano Consolati nella Città e nella provincia; peraltro destramente

ne compartivano i vantaggi, vale a dire, tenevano quelle genti fra

sè divise colla gelosia; e preferivano le infedeltà dei «Consoli»,

piuttosto che essere costretti a cercare un appoggio in mezzo alla

cittadinanza, nella quale i Papi temevano che si destasse vaghezza

delle istituzioni comunali. Ed in vero, ove ciò fosse avvenuto, la

sorte dei Pontefici sarebbe stata pari a quella di tutti gli altri

Vescovi, che col sorgere dei Comuni avevano perduto la loro podestà

civile.

Poca scintilla bastò alla fine per accendere la grande fiamma di quel

rivolgimento civico, che forse per secrete fila, a noi ignote, aveva

stretto relazioni coll’Italia settentrionale. Nell’anno 1143 Roma

fece tentativo di accomunare le varie classi, ciò che Milano, Pisa,

Genova ed altre città avevano omai tratto ad effettuazione. La nobiltà

minore, per l’invidia che nutriva contro a’ «Consoli», si associò coi

cittadini; il novello Comune s’impadronì del Campidoglio, si costituì

da Senato vero, e combattè, ossia discacciò tutti quei maggiorenti

che non vollero entrare nel Comune. Allora fu che i Capitani, quelli

eziandio di parte imperiale, si schierarono sotto il vessillo del Papa,

e Roma si partì in due campi politici combattenti uno avverso l’altro;

l’antico consolare dell’aristocrazia, il senatorio nuovo del Comune

popolare, raccolto in Campidoglio.

La fondazione di una cittadinanza libera ben meritò di denotare da sè

un’êra novella di Roma: lo studioso, che con tranquilla mente svolge

le pagine della storia, contempla con occhio meravigliato le ruine del

Campidoglio, divenuto cosa leggendaria, dove tumultuosamente si asside

un popolo fiero e ignorante, e chiama i suoi capi con nome di Senatori:

uomini questi che nulla ne sanno più delle orazioni di Cicerone e di

Ortensio, di Catone e di Cesare, ma, come i plebei antichi, combattono

anche essi una razza orgogliosa di Patrizî discesi di origini o di

mescolanze barbariche; e strappano la corona temporale dal capo del

sommo sacerdote di Roma, domandano che l’Imperatore di nazione tedesca

confessi sè esser tale perciocchè la maestà del popolo romano lo abbia

investito della sua autorità, e dai ruderi di vetusti templi romani

bandiscono che l’aurea Roma è regina dell’orbe.

§ 2.

Il Campidoglio nei secoli bui. — Suo graduale risorgimento politico. —

Uno sguardo alle sue ruine. — Dov’era posto il tempio di Giove. — Santa

Maria in Araceli. — Leggenda della visione di Ottaviano. — Il _Palatium

Octaviani_. — Il primo palazzo senatorio del medio evo in Campidoglio.

È cosa per noi attrattiva di volgere uno sguardo al tragico mondo di

ruine che si raccoglieva nel Campidoglio, e di scorrere la storia che

s’ebbe nei secoli bui questa residenza veneranda del vecchio Impero

romano. Però in un periodo di più che cinquecento anni una tenebra

spaventosa ravvolge nella sua cupa oscurità il sublime di tutti i

luoghi che abbiano avuto una storia; e questo è il più mesto fatto

onde ci offra esempio il decadimento non soltanto di Roma, ma di ogni

terrena grandezza. Dopo l’ultimo Senatore di Roma antica, Cassiodoro,

nessuno storico ha fatto più menzione del Campidoglio. Solamente

l’Anonimo di Einsiedeln ne ha registrato nota fuggevole; solamente

tradizioni e leggende discorrono in confuso di questa meraviglia del

mondo, e nel secolo nono, in mezzo ai ruderi di templi senza nome, vi

si erige, strano contrapposto! il monastero della Vergine Maria _in

Capitolio_. Le ruine di tanti templi e di tanti portici non furono

mai adoperate a formare una rocca della Città; nè s’ode che l’Arce

antica colle sue rupi tarpee si usasse da arnese di maggior fortezza,

com’era del Septizonio e del castel Sant’Angelo. Il Campidoglio non

dominava più alcuna delle grandi vie animate un tempo di tanta vita

operosa, chè quel quartiere, soprattutto il Foro antico, s’era fatto

deserto, e la popolazione sempre più fittamente si andava addensando

nel Campo di Marte, giù verso il Tevere, che diventava importante anche

dal punto di vista strategico. Fu solamente la incancellata tradizione

della significanza che un tempo aveva avuto il Campidoglio venerando,

la quale nuovamente lo suscitò dal suo silenzio sepolcrale, e ancora

una volta lo pose a capo politico della Città, non appena che s’ebbe

ridestato il sentimento della libertà municipale: così è che omai

nel secolo undecimo il Campidoglio compare esser la sede, entro cui

si compongono tutti i negozî d’indole puramente civica. Al tempo di

Ottone III e dei Patrizî nobili, era risorta la ricordanza del luogo

santo ove s’avevano tenute le assemblee del romano Impero; i ruderi

del Campidoglio si rianimarono a vita colle adunanze dei nobili e del

popolo, e presero allora le veci dei _Tria Fata_. Ai tempi di Benzone,

a quelli di Gregorio VII, poi al tempo di Gelasio II, nei tumulti per

l’elezione del Prefetto, all’assentimento dell’elezione di Calisto II,

fu daccapo il Campidoglio, dove si chiamarono a parlamento o alle armi

i Romani. Probabilmente sul Campidoglio dimorava eziandio il Prefetto

urbano, chè risiedeva colà il Prefetto di Enrico IV, per opera del

quale Vittore III fu discacciato di Roma; e forse un palazzo che ivi

era serviva di luogo in cui raccoglievansi i tribunali, dappoichè i

loro atti erano segnati con questa formula: _actum civitate Romana apud

Capitolium_[559].

Per quanto ardente imaginativa uomo posseda, ei non potrà mai riuscire

a pingersi in mente la melanconica grandezza di quelle rovine, intorno

cui l’edera s’attortigliava. Sulle crollate colonne del tempio di

Giove, o sotto le volte dell’Archivio publico, in mezzo a frammenti di

statue o di pietre epigrafiche, ben poteva assidersi qualche monaco

del convento capitolino, o qualche Console rapace, o talun Senatore

ignorante, e far le meraviglie di quei ruderi, e meditare ai capricci

mutevoli della fortuna. E la vista di quei luoghi di rovina avrebbe

potuto richiamargli alla memoria quel verso di Virgilio, in cui dice

del Campidoglio:

_Aurea nunc, olim silvestribus horrida dumis;_

ma adesso, che il Campidoglio era ricaduto nello stato desolato delle

origini primitive, ben avrebbe potuto inverterne l’idea, sclamando:

_Aurea quondam, nunc squallida spinetis vepribusque referta_[560].

Tuttavolta il numero maggiore dei Romani di allora non conosceva

Virgilio per altri che per un mago, il quale in antico era fuggito di

Roma a Napoli, ed aveva avvolto le due città nelle sue arti di stupenda

magia. I Senatori, che adesso movevano attraverso quelle rovine,

coperti il capo di alte mitre e vestiti di mantelli di broccato,

sapevano soltanto in confuso che ivi un tempo gli uomini di Stato

avevano composto le leggi, e gli oratori tonato colle loro arringhe,

che ivi s’erano celebrati i trionfi conseguiti su’ popoli, che di là

decise s’erano le sorti del mondo. Ironia non v’ha di tutte le cose

sublimi più acerba di questa, che in Roma v’ebbe un tempo, nel quale il

suo Campidoglio fu donato in proprietà a monaci, i quali sopra i suoi

ruderi piantavano cavoli, pregavano, cantavano salmi, e si flagellavano

le schiene a suon di frusta. Anacleto II confermava il possedimento

del colle capitolino all’abate di santa Maria in Araceli; e la Bolla

di lui gitta uno scarso filo di luce in questo labirinto di grotte e di

celle, di cortili e di giardini, di case ossia di capanne, di ruine di

muraglie, di marmi e di colonne[561].

Ancora ad esso si saliva per l’antico _Clivus_, chè durante il medio

evo, quanto fu lungo, il Campidoglio tenne la fronte volta verso il

Foro; fu soltanto dopo il 1536, quando Michelangelo edificò il suo

ingresso da settentrione (apposta per l’entrata fattavi da Carlo

V), che il Campidoglio volse il suo prospetto dalla banda del Campo

di Marte, ov’era la città nuova di Roma. Le sue ruine, cresciute

negli assalti dati da Enrico IV, dal Guiscardo e da Pasquale II,

giacevano nel più selvaggio abbandono; del paro che sul Palatino, vi

si coltivavano orti, e di già mandre di capre si andavano inerpicando

erranti fra quei ruderi di marmo: ragione per cui una parte del

Campidoglio ha ricevuto il nome triviale di «Monte Caprino», alla

stessa guisa che il nome del Foro si mutò in quello di «Campo Vaccino».

Ancor tuttavia nella piazza del Campidoglio esistevano botteghe

di rivenditori, e da lungo tempo il popolo romano vi teneva il suo

mercato[562]. Ma fuor dei frati di santa Maria, dei preti de’ santi

Sergio e Bacco, o degli abitatori delle torri de’ Corsi, scarsissima

era la popolazione che colà aveva residenza: per lo contrario,

strade antiche rigiravano attorno del monte; così era del _Clivus

Argentarius_ (salita di Marforio), e benanco del _Vicus Jugarius_;

più in là poi stavano la Cannapara e il _Forum Olitorium_ (l’odierna

piazza Montanara), laddove chiese e cappelle, edificate sopra le ruine,

coronavano a tondo tutta quella montagna di frammenti di marmo[563].

I ruderi de’ templi e de’ portici che coprivano le cime del

Campidoglio, oggi sono scomparsi; sopra del clivo esistono ancora

soltanto gli ultimi avanzi dei templi di Saturno e di Vespasiano,

le fondamenta di quello della Concordia, le volte indestruttibili

dell’Archivio, le camere della _Schola Xantha_, il resto della tribuna

degli oratori e della colonna miliare, finalmente l’arco di Settimio

Severo, che nella sua tranquilla robustezza trionfò di tutte le

tempeste delle età. Ma nel secolo duodecimo tutti quei monumenti ed

altri ancora mostravano tuttavia il magnifico aspetto di un’acropoli

deserta, e dai suoi cumuli di rottami maestosamente s’ergeva sopra Roma

una foresta di colonne schiantate. La fugace descrizione che ne danno

i _Mirabilia_ tocca di questi ruderi soltanto con lume indistinto, pari

al chiarore dei rosati crepuscoli della sera; nè di quel tempo abbiamo

altre notizie. Egli è dunque prezzo dell’opera udire ciò che essi ne

dicono:

«Del Campidoglio di Roma.»

«_Capitolium_ ha nome perciocchè fosse il capo (_caput_) di tutto

il mondo, e vi dimorassero i Consoli ed i Senatori a governare la

Città e il mondo. La sua faccia era coperta di mura alte e forti,

rivestite di vetro e d’oro, e di opere mirabilmente intarsiate.

Entro alla rocca era un palagio, il più fatto di oro, e adorno

di gemme, che solo avrebbe bastato a comprare la terza parte del

mondo; e ivi erano statue tante, quante sono del mondo le province,

e ciascuna aveva un campanello appeso al collo. Arte magica aveva

disposto la cosa in maniera, che se una qualche regione nell’Impero

romano si ribellava, tosto il simulacro suo mutava di fronte;

allora sonava il campanello che la statua teneva al collo, e allora

gli spettori del Campidoglio, che ivi facevano da guardiani, ne

riferivano al Senato... Colà erano eziandio parecchi templi; ed

invero nell’alto della rocca, sopra del _Porticus Crinorum_,

s’ergeva il tempio di Giove e della Moneta, e dalla parte del

Foro, il tempio di Vesta e di Cesare: e colà conservavasi la

cattedra dei pontefici pagani, su cui i Senatori facevan vedere

assiso Giulio Cesare, il sesto giorno del mese di Marzo. Dall’altra

parte del Campidoglio, sopra della _Cannapara_, era il tempio di

Giunone, e in vicinanza il Foro publico di Ercole: nel Tarpejo

v’aveva il tempio dell’Asilo, in cui Giulio Cesare fu trucidato da’

Senatori. Dov’è adesso santa Maria esistevano due templi uniti ad

un palazzo; erano dedicati a Febo ed a Carmente, e colà era apparsa

ad Ottaviano imperatore la visione del cielo: presso la _Camelaria_

sta il tempio di Giano, che era il guardiano del Campidoglio. Aureo

Campidoglio appellavasi, perciocchè sopra tutti gli altri Imperi

del mondo per sapienza e per bellezza splendesse[564]».

La Bolla di Anacleto, documento singolare e curioso, alletta la

nostra fantasia più di quello che soddisfaccia alla nostra brama

di sapere[565]. Ancora oggidì lo studio degli antiquarî è messo a

disperazione da un problema pienissimo di attrattiva e oscurissimo

della topografia di Roma, ed è di investigare in qual luogo fosse posto

il tempio di Giove Capitolino: ma così difettiva è la nostra scienza,

che quel celeberrimo monumento rimane un enigma per gli eruditi, ad

onta delle indagini più pazienti. Dopochè i Vandali ebbero saccheggiato

questo santuario e derubatone il tetto, esso s’avvolge in un silenzio

tale, che non s’ode più storico alcuno nominarlo. Una maledizione del

cielo sembra essere discesa sul Campidoglio; perfino il Cristianesimo,

che nel corso delle età era penetrato entro a tanti delubri pagani,

ebbe raccapriccio di tor possesso del tempio di Giove Capitolino, e di

edificare una chiesa nelle sue ruine. Solamente i _Mirabilia_ tornano

a rammentare questo tempio, dopo che omai la leggenda ha reso sacro

il Campidoglio con una delle più vaghe e meste poesie; però rimarrà

sempre cosa meravigliosa che il tempio maggiore di Roma, residenza da

centinaia di anni del culto de’ numi pagani, non fosse di buon’ora,

e ancor prima del Panteon, tramutato in una grande basilica del Dio

cristiano; mirabile fatto, quando pure lo si voglia spiegare dalle

contrarietà patriottiche degli ultimi Senatori, dall’abbominio in cui i

Cristiani tenevano il sito in cui il Paganesimo romano s’era raccolto

come nella sua sede maggiore, e dal diritto di proprietà che di quel

luogo avevano gl’Imperatori bizantini. Il culto che meglio di ogni

altro avrebbe cacciato in bando la divozione del Giove antico, sarebbe

stato il culto del Salvatore; e la chiesa madre _Urbis et Orbis_ che

in origine era stata a lui consecrata, la Lateranense, avrebbe avuto il

suo posto più acconcio nel Campidoglio.

Allorchè la _Graphia_ dice: «Nella cima della rocca, sopra del

_Porticus Crinorum_, esisteva il tempio di Giove e della Moneta,

dove la statua d’oro di Giove stavasene assisa sur un trono d’oro»,

noi non possiamo più determinare i luoghi ond’essa intende parlare.

Nomi medioevali suffragano, fievolmente a dir vero, l’opinione che

il tempio di Giove s’ergesse sull’altura che emerge dalla parte di

ovest (Caffarelli); e un pajo di chiese sembra esser indice che

probabilmente la postura della rupe Tarpea e financo la località

del tempio fossero dalla banda di ovest: così credevasi di già nel

secolo decimoquinto[566]. Poichè la ricordanza del _Saxum Tarpeum_

si raccomandò alla chiesa di santa Caterina _sub Tarpeio_, andossi

cercando il tempio di _Jupiter Maximus_ nella chiesa di san Salvatore

_in Maximis_, oppure nelle sue vicinanze[567]. Ad ogni modo altri

sostenne che nel luogo di quello sia sorta la chiesa di santa Maria

_in Ara Coeli_, e giacchè questa è la sola chiesa che siasi edificata

sul Campidoglio, e vi sorge in una posizione che tutto lo domina,

cotale opinione non manca certo di assai attrattiva. La nominazione

sua antichissima che ci sia nota, quella di _Monasterium S. Mariae Dei

Genitricis Virginis in Capitolio_, rimonta soltanto all’anno 882, ma

ciò non ne torrebbe di credere che omai prima d’allora esistesse[568].

Tuttavolta, se anche potessimo ammettere una tale origine anteriore,

rimarrebbe pur sempre strano che non se ne facesse cenno nel diligente

catalogo delle chiese e dei conventi del tempo di Leone III (compilato

intorno all’850); laonde se ne rileva che, sotto il pontificato di quel

Papa, o la chiesa non esistesse, o fosse un oratorio dappoco.

Il predicato aggiuntovi, che significa «nell’altare del cielo», non

s’ode accennare prima del secolo decimoquarto, ma è associato ad una

leggenda antica, d’origine greca, che è registrata nei _Mirabilia_

e nella _Graphia_ di Roma. Allorquando i Senatori, compresi di

ammirazione della bellezza eletta di Ottaviano, ebbero visto il

suo avventurato dominio spandersi in tutto il mondo, dissero a

lui: «Adorarti vogliamo, poichè in te alberga un Dio». Costernato,

l’Imperatore domanda che attendano, fa venire a sè da Tivoli la

Sibilla, e le rende noto il divisamento del Senato. Ella chiede tre

giorni a rispondere, e dopo di averli passati in digiuni, così vaticina

ad Ottaviano: «V’hanno segni che giustizia sarà fatta; presto di sudore

si bagnerà la terra, e dal cielo scenderà il Re dei secoli». E mentre

Ottaviano sta con orecchio intento ad ascoltar la Sibilla, ecco che di

repente si spalanca il cielo, e balenano raggi che lo abbarbagliano,

ed egli scorge la Vergine nel cielo, vestita di luce, posare sopra un

altare con Cristo bambino fra le braccia. E una voce del cielo esclama:

«Quest’è la Vergine, che accorrà in grembo il Salvatore del mondo!» Ed

un’altra: «Quest’è l’altare del figliuolo di Dio!» Allora Ottaviano si

prostra al suolo in preghiera; narra indi ai Senatori della visione; e

quando un altro dì il popolo lo chiama «sire», ei gli impone silenzio

col cenno della mano e colla voce. Infatti, egli non volle mai esser

appellato così da’ suoi figli, perocchè dicesse: «Uomo mortale son io;

e perciò non mi si addice il nome di Signore»[569].

L’arguta leggenda continua a narrare che Ottaviano erigesse sul

Campidoglio un altare al «primogenito figlio di Dio»; laonde nel secolo

duodecimo la chiesa di santa Maria fu denotata con aggiungervi questa

dizione: _ubi est ara filii Dei_, donde più tardi sembra esser derivato

il nome «Araceli»[570]. Tuttavolta ella è cosa assai sorprendente

che la vecchia leggenda non abbia in alcuna guisa posto l’altare

in relazione col tempio di Giove, ma soltanto narri che Ottaviano

erigesse quell’altare sul Campidoglio, ossia sopra un’altura che ivi

era. Pertanto noi restiamo sempre nello stesso buio per riguardo al

sito, e dobbiamo far le meraviglie che, pur parlandosi della chiesa di

Araceli (se veramente sia subentrata nel luogo del tempio antico), non

si faccia mai cenno nella leggenda, nè nella storia vera del tempio

Capitolino[571].

Così è che nel medio evo non rompono il silenzio sepolcrale del

Campidoglio altre voci che lo squillo della campana di un convento e

l’eco di una leggenda poetica. Sul vôto palco scenico delle geste e dei

trionfi, degli Scipioni e dei Gracchi, di Mario e di Silla, di Pompeo e

di Cesare, or non prendono posto altri che le persone fantastiche della

Vergine Maria con Gesù bambino, di Ottaviano orante, e di quella canuta

Sibilla cui un tempo il Campidoglio aveva custodito i libri misteriosi!

Omai nel secolo undecimo la leggenda onde dicemmo si associava a quel

luogo: ne toglie qualsiasi dubbiezza ciò che si narra, che Benzone

ponesse dimora nel «palazzo di Ottaviano», e questo devesi cercare

non in altro sito che sul Campidoglio. Sarebbe pregevolissima cosa

se si potesse determinare con precisione dove e cosa fosse questo

tale «palazzo», il quale ad ogni modo devesi reputare che esistesse

in vicinanza del convento di Araceli. Nella breve analisi che

fanno dei palazzi i _Mirabilia_ non ne annoverano pur un solo nel

Campidoglio[572], ma più innanzi tengono discorso indeterminato di

un palazzo del Campidoglio che «aveva esistito» dentro della rocca,

preziosamente ornato di oro e di gemme, e dove erano le statue

sonanti, simulacri delle province. Espressamente poi vi si parla di

un _Palatium_, «dove Ottaviano ebbe la visione del cielo», e viene

dai _Mirabilia_ messo in riferimento colla chiesa di santa Maria,

per modo da far conchiudere che formasse una parte dell’edificio del

convento. Finalmente nel _Summarium_ dei colli di Roma si trova fatta

speciale menzione del «palazzo dei Senatori posto sopra il Campidoglio

o Tarpeo»; e precisamente il compilatore dice che esisteva al tempo

in cui egli scriveva[573]. È cosa difficile che discorrendo di questi

tre palazzi si volesse denotarne uno solo ed unico, avvegnachè molte

ruine coprissero il Campidoglio, e nel medio evo si desse nome di

_Palatium_ alle più differenti specie di ruderi. Se ancora nel secolo

duodecimo si conservavano gli avanzi del tempio di Giove Capitolino,

può darsi che allora si denotassero col nome di _Palatium_; ma che

la cosa veramente fosse così non ci è più dato di poter giudicare.

Pertanto dei tre palazzi onde parlano i _Mirabilia_, il _Palatium_ del

Campidoglio era già perito e diventato argomento di mito; il _Palatium_

di Ottaviano, abitazione di Benzone, era una parte del convento di

Araceli, costruito su ruderi antichi; finalmente il _Palatium_ dei

Senatori esisteva veramente, ed è il solo che noi possiamo determinare,

essere stato il palazzo senatorio del medio evo. Delle ruine di

monumenti antichi, su cui l’occhio si posava nel Campidoglio, non

v’erano le più poderose degli avanzi (oggidì ancora sì mirabili)

dell’antico archivio di Stato ossia del così detto _Tabularium_

del tempo republicano, colle loro gigantesche muraglie costruite in

peperino, coi loro magnifici portici e colle camere fatte a vôlta.

L’erudito, che nel secolo duodecimo descrisse la Città, e nella breve

enumerazione de’ suoi colli tenne nota, per rispetto al Campidoglio,

soltanto del _Palatium_ dei Senatori, non potè intendere di specificare

con questo nome altra cosa fuor di quel grande edificio. Alla vista di

un’opera tanto meravigliosa, la fantasia del popolo poteva farsi l’idea

che ivi avessero abitato i Consoli od i Senatori antichi; e la nobiltà

del secolo duodecimo, oltre alla chiesa di Araceli, non trovava luogo

più opportuno di quello alle sue tornate, nè uno più acconcio trovonne

il popolo allorquando restituì in vita il Senato. Laonde noi pensiamo

che fin d’allora il così detto _Tabularium_ (che diventò più tardi il

vero palazzo senatorio) fosse composto, come chiedeva il bisogno, a

quell’uopo: ivi fu dove nell’anno 1143 risorse l’ombra della Republica

romana, librandosi a volo con fantastiche forme sopra que’ ruderi; ed

essa medesima non altro era che leggenda o visione dell’antichità, la

cui ricordanza scaldava i petti dei fiacchi nepoti[574].

§ 3.

Arnaldo da Brescia. — Sua vita prima; sue relazioni con Abelardo. —

Dottrina di lui sulla secolarizzazione degli Stati ecclesiastici. — Il

Papa lo condanna. — Fugge e scompare. — Celestino II. — Lucio II. — Il

Papa e i Consoli combattono contro il Senato. — Giordano Pierleone,

patrizio. — L’êra senatoria. — Lucio II e Corrado III. — Fine

sventurata di Lucio II.

La restaurazione del Senato non fu assolutamente un fantasima,

fu un fatto di verità, e pei Romani del medio evo glorioso tanto,

quanto pei loro antenati era stata la secessione sul monte Sacro. Un

celebre riformatore vissuto a questo tempo, Arnaldo da Brescia, è a

torto considerato come eroe maggiore di una rivoluzione, la quale

doveva necessariamente avvenire, causa gli impulsi che agitavano

nell’universale quella età, causa poi le condizioni particolari di

Roma. Far cadere il despotismo de’ nobili, torre al clero i suoi

possedimenti di terre, strappare al Papa il principato, trasferire

nel Comune popolare i diritti sovrani di quello: tali erano gli

intendimenti storici del tempo, chiari tanto da non abbisognare

che uomo alcuno gli insegnasse con precetti di dottrina. Da dopo

la controversia delle investiture la cittadinanza media aveva

combattuto contro il sistema feudale laico e ecclesiastico; l’amore

appassionato di libertà che ferveva nelle Republiche italiche aveva

divorato il feudalismo dell’antico Impero franco, e il soffio della

ragione critica degli eretici commoveva la morta gora della scienza

monacale. Però insania massima sarebbe, voler affermare che il secolo

duodecimo coltivasse l’intento (assumendolo ad altezza di principio) di

distruggere la feudalità, o pretendere che demagogo alcuno di quell’età

sognasse formare di Europa una republica federale[575].

Taluno, ignaro dell’indole del medio evo, attribuì siffatte idee

ad Arnaldo da Brescia, il quale per fermo ha esercitato una grande

influenza in qualche cerchia della vita politica di allora. Arnaldo,

Abelardo, san Bernardo sono contemporanei insigni, e attori di un

grande dramma che s’agitò nella storia della civiltà. Tosto che

sorsero le giovani democrazie, ancor dubbiose e mal secure di sè,

ancora avvolte nell’ombra della Chiesa e dell’Impero, era destino che

pur sorgesse precisamente in Lombardia un uomo tale quale Arnaldo fu,

amatore sviscerato delle pratiche libertà cittadine, demagogo e tribuno

di popolo: e tuttavia egli vestì la tonaca di frate, perciocchè il suo

spirito severo vagheggiasse l’idealità di mondare la Chiesa dalle cose

secolaresche che la traviavano fuor del suo sentiero, e di rinnovare

l’insegnamento antico del Cristianesimo. Abelardo eretico in filosofia,

Arnaldo eretico in politica, si trovavano d’accordo colla cittadinanza

che veniva conquistando le sue libertà. Dopo le tetre persone degli

eroi che ebbero combattuto per la onnipotenza dogmatica, dopo Papi come

Gregorio, dopo Imperatori come Enrico, ricrea l’animo veder sorgere

martiri di libertà che sollevano nelle loro mani il vessillo di più

generose idee umane, e brandiscono l’arma incruenta, ma potentissima,

del libero esame e del libero volere.

Assai buia è la vita di Arnaldo: nato a Brescia in sul principio del

secolo decimosecondo, emigrò giovinetto e cherico in Francia, vi studiò

dialettica e teologia avendo Abelardo a maestro, e per alcuni anni gli

fu compagno. Tornato a Brescia egli si fece canonico regolare, e poi

prese parte con gran fervore alla lotta che i cittadini combattevano

contro il loro vescovo Manfredo. I consoli Rebaldo e Persico erano

guidatori del popolo, e l’animo ardente di Arnaldo, tutto ispirato

alle dottrine dei Paterini, lo seppe infiammare con discorsi nei

quali flagellava la vita secolaresca onde il Papa ed i Vescovi

contraddicevano alla dottrina apostolica. Poneva per canone, essere

non cristiana cosa che il clero possedesse terre; diceva ogni podestà

civile competere a’ Principi ed alle Republiche; il clero doversi ridur

nuovamente a vivere di decime. Si ripeterono gli avvenimenti di Milano,

e l’accalorato orator popolare faceva ricordare la persona di Arialdo,

sebbene di questo egli non seguisse l’indirizzo. Invero anche adesso

il clero era corrotto tanto, da parere che infruttuosamente Gregorio

VII fosse venuto al mondo. La lunga controversia delle investiture,

e scismi e fazioni nei quali Vescovi avevano combattuto contro

Vescovi, or parteggiando per Roma, or per Germania, avevano educato i

prelati a tal costume fiero, che mancano parole atte a descriverlo.

Chi cercasse argomento di satira, udendo le querimonie dei santi di

quell’età, potrebbe chiedere motteggiando in che avessero consistito

le riforme per le quali un secolo intiero s’era andato travagliando,

se san Bernardo o sant’Anselmo, ancor nell’anno 1140, erano costretti

a torre a prestito dal Damiani i più vivi colori per dipingere i vizî

dei preti. «Potessi almeno», sclamava l’Abate di Chiaravalle, «potessi

prima di morire, veder la Chiesa qual fu ai tempi antichi, allora che

gli Apostoli gettavano le loro reti, non per pigliar oro o argento, ma

per far presa di anime!»[576]

Da lunghissimo tempo gli uomini di chiaro intelletto avevano capito in

che stesse la radice di cosiffatti mali; non Concilî, nè istituzioni

di ordini monastici potevano esserne medicina che li guarisse; ogni

rimedio di salute si compendiava in poche parole: dimettessero i

Vescovi i loro possedimenti temporali. La scoperta di questo grande

principio fu uno dei risultamenti delle lotte avvenute per ragion

delle investiture, e benanco un Papa, messo alle strette da massime

necessità, lo aveva tradotto in un suo decreto. Arnaldo da Brescia fece

sua la idea di Pasquale II, e arditamente andò predicandola per le

strade di libere città con discorsi attinti all’indole del suo tempo

e del popolo. In ciò stette il progresso che in pratica aveva fatto

quella disputa antica, perocchè dalle aule regie fosse essa trapassata

nelle curie civiche e discesa nelle piazze.

Grandi assai erano i passi che la società umana aveva fatto nel suo

cammino, grazie massimamente alle lotte dello Stato contro la gerarchia

della Chiesa gregoriana; il commovimento politico e sociale de’ popoli;

l’impulso che svegliava a vita le industrie, i traffici, la scienza;

l’amore che tornava a fervere per l’antichità classica, trascinarono

tutt’a un tratto il mondo in un antagonismo acerbo colla Chiesa romana;

e i Romani, che nel secolo duodecimo combatterono il dominio temporale

dei Papi, ne giudicarono chiaramente e con eguale fermezza di quello

che ai dì nostri fecero i loro nepoti.

L’eco delle dottrine di Arnaldo risonò possente in Lombardia e a

Roma, avvegnaddio ciò ch’ei predicava, la secolarizzazione degli

Stati ecclesiastici, fosse un bisogno sentito da quell’età[577]. Ma

il popolo di Brescia non sempre con buona fortuna combattè le forze

associate del clero e dei capitani; Manfredo denunciava innanzi al

concilio lateranense i principî sovversivi di Arnaldo, e Innocenzo II,

comprendendo di che danno potessero esserne le conseguenze per Roma

(dove la parte republicana non aspettava che l’opportunità propizia

per prorompere), condannò Arnaldo come eretico, e gli impose silenzio:

ciò avvenne nell’anno 1139[578]. Cacciato di Brescia, il frate andò

ad Abelardo, il quale nella primavera dell’anno 1140 si proponeva di

vincere il mistico Bernardo in una disputazione scolastica che dovevasi

sostenere a Sens. Quivi Arnaldo difese in publico il suo maestro,

onde si vide poi involto anch’egli nella inquisizione che contro di

quello si instituì. La condanna del Concilio romano lo aveva messo in

rinomanza, la sua amicizia con Abelardo lo rendeva ancor più odiato

al clero, e Bernardo adesso si armava delle armi della disciplina per

ischiacciarlo. Eppure v’erano alcuni punti nei quali anche il Santo

si trovava d’accordo col suo abborrito nemico; chè, con veemenza

non minore di quella del demagogo bresciano, Bernardo flagellava i

vizî mondani dei Vescovi, e, nel suo libro «_De Consideratione_»,

chiariva ad un Papa discepolo suo, di essere anch’egli fermamente

avverso allo stato politico del clero. Egli poneva a fondamento

delle sue dottrine evangeliche quel motto dell’Apostolo che dice:

Chi serve il Signore non può impacciarsi di brighe secolaresche. E

rammentava al Pontefice che la sua dignità era un officio religioso

non un principato; che gli faceva mestieri maneggiare il sarchio del

coltivatore, non impugnare lo scettro di re; che il dominio suo forse

era di diritto mondano, ma non di diritto apostolico, perocchè agli

Apostoli fosse stata interdetta qualsiasi dominazione. E ispirato ai

sentimenti del Cristianesimo antico, lamentava che Vescovi e Papi con

mondano orgoglio pompeggiassero vestiti di seta e di porpora e d’oro,

tutte cose che Pietro santo non aveva saputo di che colore fossero

fatte; e finalmente diceva al Papa che, con quell’abito secolaresco

in dosso, non di Pietro era successore ma di Costantino[579]. Se il

Santo perseguitò un riformatore di costume illibatissimo, di cui non

poteva condannare ma approvare doveva le idee sulla signoria temporale

del clero, ciò avvenne perchè Arnaldo non quella soltanto combatteva,

ma altresì l’autorità della cattedra romana e la gerarchia gregoriana;

perciò Bernardo lo teneva in conto di eretico degno di abbominazione.

Il grande Abate deplorava che la Chiesa, giglio purissimo in mezzo

alle spine, fosse tutta attorniata da settarî, e che pur mo strappata

alle zanne del leone (Pierleone), fosse incappata negli ugnoli del

dragone (Abelardo). Scrisse dunque Bernardo al Papa, dicendogli che

Arnaldo era l’armigero di Abelardo, novello Golia, ed entrambi accusò

di eresia[580]. Il Papa comandò che si chiudessero in un convento;

l’amico di Eloisa, infiacchito e stanco della vita, trovò un asilo cui

ricoverarsi in pace, si riconciliò colla Chiesa, e due anni dopo morì

tranquillamente a Cluny[581]; laddove Arnaldo, dotato di più viril

tempra, ardito e d’indole battagliera e pronta ad operare, rimase

in Parigi da professore di teologia, continuandovi a combattere la

correzione del clero. Ma le instanze di san Bernardo tanto commossero

il re di Francia, che, dietro un suo comando, l’eretico dovette

lasciare Parigi[582]. Arnaldo fuggì traendo pel mondo una vita

randagia. L’ostello che lo raccolse fu la piccola Zurigo, la quale

perciò, quattrocent’anni prima dell’età di Zuinglio, ne conseguì un

bel titolo alla riconoscenza degli uomini amanti del libero pensiero.

L’Abate di Chiaravalle chiese al metropolita di Costanza che prendesse

l’eretico, e lo tenesse prigione; però nella sua lettera piena di

unzione dovette confessare che Arnaldo conduceva vita costumata e

severa, ed era «uomo», per dirla colle sue parole, «che non mangia, nè

beve, ma in compagnia del demonio patisce fame, nè d’altro ha sete che

del sangue delle anime»[583].

Il tribolato trovò protezione ancor più potente presso il cardinale

Guido, che era allora legato in Alemagna, avvegnachè questo culto

prelato fosse stato un tempo suo condiscepolo a Parigi. Lo ricoverò

egli a Costanza od anche in Zurigo stesso, fino a che l’infaticabile

uomo, che dalla rupe di san Pietro spiava i passi degli eretici,

scrisse incollerito anche a Guido: «Arnaldo da Brescia», diceva,

«la cui parola è mele, ma la dottrina è veleno, che ha di colomba

il capo ma di scorpione il pungiglione, l’uomo cui Brescia vomitò,

Roma abborrì, Francia cacciò, Germania maledisse e Italia si rifiuta

d’accorre, quell’uomo (così si narra) trovasi appo te: bada che questo

non nuoca alla dignità del tuo officio; farsi benevolo a lui è lo

stesso che contraddire al comando del Papa e di Dio»[584]. Non sappiamo

che effetto producesse questa esortazione; ignoriamo se Arnaldo andasse

nuovamente errando, forse nelle silenziose vallate delle Alpi, nido di

mistici Catari, oppure se a lungo continuasse a guadagnarsi il pane da

maestro di scolastica a Zurigo, ovvero se si celasse in Alemagna: fatto

è che per alcuni anni egli sparisce di vista, finchè tutt’a un tratto

ricompare in mezzo ai Republicani di Roma[585].

Frattanto alla cattedra di san Pietro saliva Guido di Castello,

cardinale, probabilmente altr’uomo dal Guido legato, che fu patrono

di Arnaldo: era quegli fornito di non comune cultura, e lo dimostra

l’onorifico titolo di _Magister_ che Guido aveva conseguito in

Francia[586]. Addì 26 Settembre 1143, ascendeva egli dunque alla santa

Sede con nome di Celestino II, ma il suo pontificato durava cinque

soli mesi; e poichè si nota che morì nel Palladio, è facil cosa che

neppur egli stesse coi Romani in buona concordia, ed anzi che fosse

costretto, duranti violente battaglie, a porsi sotto la protezione dei

Frangipani[587].

Addì 12 di Marzo, con nome di Lucio II, gli succedette Gerardo

Caccianemici di Bologna, che era stato un tempo cancelliere di

Innocenzo. Breve e sventurato fu il reggimento di lui, che cadde

vittima della rivoluzione. Mentre il nuovo Comune andava nel

Campidoglio costituendosi in mezzo a lotte sanguinose, il mal

consigliato Pontefice si gettò fra le braccia dei suoi grandi

feudatarî, e cercò benanco l’ajuto dei Re di Sicilia, di cui nei

tempi andati era stato amico. Rogero I, che omai con Celestino II

aveva appiccato controversia pei diritti d’investitura concessigli

da Innocenzo II, volle con Lucio aggiustarsi; s’abboccarono insieme

a Ceperano, ma invece d’intendersi vennero a dissenso: allora il Re

comandò a suo figlio di entrare nel Lazio, ed il Papa fu costretto a

conchiudere un trattato, nel quale Rogero da canto suo s’impegnò di

dargli soccorso contro a’ Romani[588]. Coll’ajuto del Re e dei nobili

sperò Lucio di abbattere il Comune di Roma, chè quasi tutti i Consoli

si posero dalla sua banda, avvegnaddio comprendessero che, caduto lo

Stato ecclesiastico, il Comune s’avrebbe preso anche i loro feudi. Da

allora in poi le nobili famiglie patrizie formarono una parte Guelfa

contro al popolo; financo i Frangipani, capi antichi della fazione

tedesca, fecero lega col Papa; e un documento dimostra in qual modo

Lucio II abbia tentato di guadagnare alla sua causa questa famiglia.

Con frasi adulatrici lodandone la fedeltà, egli raccomandò alla guardia

di essa il Circo Massimo; i Frangipani raccolsero quel monumento entro

la cerchia della rocca che possedevano sul Palatino, e così, oltre

al Circo, tennero in loro mano il Colosseo, il Septizonio, gli archi

di Tito e di Costantino, omai muniti da torrioni elevati, il _Janus

Quadrifrons_, e altre torri della Città[589].

Premuto di angustie, il Comune cercò frattanto di dare maggior

nerbo a sè stesso, ed a capo della Republica innalzò un Patrizio.

Conseguì tale dignità Giordano Pierleone, uno de’ fratelli di Anacleto

antipapa, solo della sua famiglia che per ambizione o per diversi

motivi avesse sposato la causa del popolo. Perciò il Comune di Roma

non andò imitando altre città; non si diede dei Consoli, perciocchè

questo titolo fosse essenzialmente aristocratico, e i maggiorenti

avversarî suoi continuassero a fregiarsene. Da altro canto, poichè

allora non v’era Imperatore alcuno, neppure il Patrizio poteva aver

sembianza di vicario di questo, e la parte popolare, come prudenza

politica richiedeva, accettava l’alta signoria del Re romano. La prima

costituzione della Città fu raffermata sotto di Giordano Pierleone

nell’anno 1144, e da quella si cominciò a contare l’êra senatoria[590].

Fu allora che il Comune decretò, essere il Pontefice decaduto dalle

cose temporali, poichè gli fe’ richiesta che dimettesse tutti i suoi

diritti di principato nelle mani del Patrizio, e vivesse di decime

ovvero di una pensione che gli avrebbe pagato lo Stato[591]. La Città

rinnovò il tentativo di detronizzare il Papa, sì come era avvenuto a’

tempi di Alberico, e un siffatto tentativo da allora in poi essa andò

ripetendo spessissime volte, fino al trionfo che se n’ebbe riportato

ai dì nostri. Non è egli vero che Roma può dirittamente chiamarsi città

eterna, dappoichè le sue sorti rimasero così immutabilmente le stesse?

Nelle sue distrette Lucio II si rivolse per ajuto a Corrado III re

romano, con cui la grande famiglia degli Hohenstaufen era salita al

trono di Alemagna, nel giorno 22 Febbrajo del 1138. Anche i Romani

mossero instanze a Corrado affinchè accettasse la loro Republica;

ma egli neanche rispose loro, forse perchè teneva ancora il broncio

alle città d’Italia che lo avevano così obbrobriosamente abbandonato,

allorchè da antirè era venuto combattendo contro di Lotario. Quanto ai

legati del Papa, i quali gli chiesero che confermasse alla Chiesa il

suo Stato, gli accolse con molte finezze, ma lasciò che l’Italia e Roma

provvedessero come potevano a sè medesime.

Lucio II volle fare uno sforzo disperato di riconquistarsi la sua

podestà civile: e allora si vide un Papa, da pari di Brenno o di

Vitellio, assediare il Campidoglio e darvi assalto; ma i Senatori del

medio evo, alla cui fantasia accesa avrà forse paruto di vedere le

ombre degli antichi sorgere dalle ruine del Tarpeo, lo difesero con

eguale valore de’ loro antenati. Un fiero colpo di sasso stese a terra

ferito il Vicario di Cristo, ond’è che la storia associa a Manlio ed a

Gracco eziandio un Pontefice che cadde bagnato nel suo sangue sul clivo

capitolino.

Pochi dì dopo, ai 15 Febbrajo 1145, Lucio II morì nel convento di san

Gregorio sul Celio, dove lo si aveva trasportato[592].

§ 4.

Eugenio III. — Fugge la prima volta da Roma. — Si abolisce l’officio

della Prefettura. — Arnaldo da Brescia. — È costituito l’ordine de’

cavalieri. — Influenza che gli avvenimenti di Roma esercitano sulle

città di provincia. — Eugenio III accetta la Republica. — Indole della

costituzione civica romana. — Seconda fuga di Eugenio. — Il popolo

combatte contro la nobiltà. — Il clero inferiore si ribella contro ai

maggiorenti ecclesiastici. — San Bernardo scrive lettere a’ Romani. —

Attenenze di Corrado III con Roma. — Eugenio III a Tusculo.

I Cardinali si raccolsero paurosamente nella chiesa di san Cesario, e,

con voto concorde, a papa elessero Bernardo, abate di santo Anastasio

_ad Aquas Salvias_: così le idee del Santo di Chiaravalle vennero con

quel discepolo suo a prender possedimento della cattedra pontificia.

Bernardo di Pisa non era uomo di genio; lo stesso maestro di lui in

sulle prime sentì rossore e dispetto che in tempi tanto fortunosi

si avesse posto un frate semplicetto sul trono della Cristianità.

Però può darsi che gli elettori avessero scoperto in lui sufficiente

intelligenza ed energia di volere; la grazia soccorritrice di Dio

(così dissero gli amici suoi) infuse al semplice fortezza di spirito,

dolcezza, eloquenza; e il maestro santo intitolò al suo timido

discepolo, cui adesso con vera abnegazione baciava i piedi apostolici,

l’aureo libricciuolo _De Consideratione_, che oggidì ancora è il più

utile catechismo de’ Papi, se vogliano reggere il loro officio con

umiltà e con prudenza[593].

I Senatori impedirono al neo-eletto Papa la via del san Pietro, dove

avrebbe dovuto essere consecrato, e gli domandarono che rinunciasse

alla podestà civile ed accettasse la Republica. Roma tumultuava in

armi; al terzo giorno dopo della sua elezione il Papa fuggì, e si

ricoverò nel castello di Monticelli nel Sabinate, dove lo seguirono i

Cardinali: mossero indi tutti a Farfa, ed Eugenio III vi fu consecrato

nel Febbrajo dell’anno 1145.

Egli pose sua residenza a Viterbo, dove rimase otto mesi, mentre Roma

era turbata da fierissime zuffe. Si saccheggiavano e si ruinavano

palazzi e torri dei maggiorenti e dei Cardinali, la plebaglia

s’abbandonava ad eccessi di ferocia, perfino s’aggredivano pellegrini,

e il san Pietro era nuovamente munito con macchine di guerra[594].

Adesso il reggimento popolare abolì eziandio la Prefettura urbana;

e poichè quest’officio rappresentava in Roma la podestà imperiale,

l’abolizione sua non poteva esser d’altro indizio fuor di questo, che

i Romani, irritati dello sprezzo di Corrado, minacciavano di sciorsi

dai vincoli dell’Impero. Soltanto il Patrizio doveva rappresentare la

maestà del popolo romano, laonde si cacciarono tutti i nobili che a lui

rifiutarono reverenza[595].

Giusto adesso venne a Roma Arnaldo, uscendo del suo oscuro esilio.

Se si voglia prestar fede a quel che asserisce l’Autore della

_Historia Pontificalis_, egli sarebbe tornato in Italia dopo la

morte di Innocenzo II, e avrebbe fatto sottomissione alla Chiesa

e a papa Eugenio in Viterbo, giurandogli solennemente obbedienza,

e dappoi sarebbe andato a Roma, per visitarvi i luoghi sacri, in

atto di penitenza. Nulla di tutto questo dice Ottone di Frisinga,

il quale però afferma, esser venuto Arnaldo a Roma nei primordî del

pontificato di Eugenio III. Ve lo attraeva certamente l’avvenuta

mutazione di cose; amici suoi lo esortavano affinchè dedicasse la

sua opera alla causa del popolo, ed egli accorreva tutto fervore

per mandare ad effetto la sua idea sociale, mercè la distruzione del

dominio temporale. Cosa non v’era che più potesse allettarlo della

fondazione del Comune romano; se a questo riusciva fatto di torre al

Pontefice la podestà civile, la sarebbe stata finita anche per tutti

gli altri principati ecclesiastici, e l’umana società si sarebbe

riaccostata alle condizioni democratiche della Chiesa primitiva, ch’era

stata estranea alle cose politiche. Ei doveva pertanto essere còmpito

massimo di Arnaldo erigere in Roma una Republica sopra fondamenta di

costituzione municipale; sennonchè, sventuratamente una fitta tenebra

ravvolge quello ch’egli abbia operato. Forse la avvedutezza pratica

del Lombardo si smarrì in mezzo ai ruderi di Roma, e si immerse

troppo profondamente in tradizioni antiche. Lo studio rinascente della

legislazione giustinianea si associava con monumenti e con reminiscenze

tali, che tenevano serrati i Romani entro un circolo magico, donde

non era loro fattibile di uscire. E laddove le altre democrazie

ottenevano uno svolgimento conforme all’ordine naturale delle cose, i

Romani si davano gran faccenda di restaurare ruine, e si perdevano in

sogni di dominazione universale. Arnaldo stesso dava loro consiglio

di riedificare il Campidoglio, di rinnovare l’antico ordine senatorio

e financo la classe de’ cavalieri: tuttavolta nella fondazione di un

cotale ordine equestre non puossi ravvisare cosa alcuna che avesse del

fantastico; anche altre città creavano allora cavalieri, e intendimento

di Arnaldo si era di raccozzare una nobiltà minore, amica del popolo,

per contrapporla come forza d’armi all’aristocrazia de’ Consoli e de’

Capitani[596].

Eugenio III frattanto raccoglieva a Viterbo i vassalli della Chiesa,

chè la maggior parte dei Conti della Campagna erano ostili alla

Città, cui nessun vincolo li congiungeva. In alcune città risiedevano

ancora, fino dal tempo antico, de’ _Comites_; altre erano governate

da delegati del Papa, che si fregiavano del titolo romano di Presidi e

di Rettori; e Roma intendeva a soggiogare Conti e città di provincia,

in pari guisa che Milano ed altre Republiche sottomettevano al loro

dominio le terre di loro vicinato. A propria volta le città pontificie

pretendevano conquistarsi anch’esse libertà, ma pochissime di loro

avevano forza bastante per imitare l’esempio di Roma; ebbela Corneto,

dove nell’anno 1144 trovasi eretto un Comune con suoi Consoli[597].

Eziandio i nobili della provincia cercavano di ottenere independenza,

in quello che il Senato romano faceva tutti gli sforzi per costringerli

a ricevere l’investitura feudale in Campidoglio anzi che in Laterano,

ad abitare nella Città ossequienti alle leggi della Republica, o,

se non altro, a riverire quest’ultima. Eugenio III potè prestamente

raccogliere molti vassalli che a Narni gli avevano prestato omaggio,

potè unirli insieme cogli acerbi nemici di Roma, i Tivolesi, e farli

muovere contro la Città, dove in pari tempo il partito pontificio

combatteva contro al Senato[598]. Può darsi che esercitasse influenza

altresì la scomunica da lui scagliata contro Giordano patrizio; fatto

è che, finalmente stancatosi, il popolo chiese che tornasse il Papa,

cui prestar voleva omaggio[599]. Aderì Eugenio accortamente ad un

aggiustamento, poichè forse ei diceva a sè stesso, meglio essere per

lui di ridurre la Republica romana sotto l’autorità della santa Sede,

anzichè l’Imperatore la raccogliesse sotto la sua. Fu in conseguenza

di ciò che i Romani disfecero il Patrizio, riposero in officio il

Prefetto, e rinnovarono la reverenza alla signoria suprema del Papa,

mentre questi accondiscendeva che il Comune continuasse ad esistere

sotto la investitura sua. Così, innanzi al giorno di Natale dell’anno

1145, Eugenio III potè fare la sua entrata in Laterano[600].

Il Comune civico aveva strappato al Papa la sua approvazione, e questi

per propria parte aveva conservato il principio della sua signoria,

perocchè dal Pontefice il Senato ricevesse la investitura[601].

Nondimeno quel simulacro meraviglioso de’ vecchi tempi non era romano

che di nome; l’indole sua era nuova. L’antichissimo documento che

conserviamo degli _Acta Senatus_ del medio evo su venticinque Senatori

ci dà quasi tutti nomi di cittadini mediocri, che nei tempi passati

appena notammo in questa nostra Istoria; fra essi v’ha perfino uno

di professione pittore[602]. Il ceto medio, che adesso per la prima

volta otteneva preponderanza, dava al Senato un’impronta plebea,

quantunque fin da allora molti nobili fossero entrati a far parte del

Comune. Ad ogni anno, nel mese di Settembre o in quello di Novembre,

rieleggevasi il Senato; e probabilmente quest’elezione si faceva alla

presenza di legati pontificî forniti di pieni poteri. Ignoto è il

numero di membri che in origine lo componessero, ed anche più tardi

fu variabile; tuttavia, siccome tosto dopo l’anno 1144 fu assunto per

norma il numero di cinquantasei Senatori, se ne chiarisce che Roma

fosse, come ne’ tempi antichi, divisa in quattordici circondarî, per

ciascuno de’ quali si eleggevano quattro Senatori, laonde il Senato

era tratto dai quattordici gonfaloni ossiano Regioni[603]. Il Senato

completo formava il maggior Consiglio o _Consistorium_, e una giunta

di _Consiliatores_, ossiano procuratori della Republica, era posta

alla sua testa. Consiliatori troviamo a Genova e a Pisa in qualità di

consiglio aggiunto a’ Consoli, ma in Roma, mentre il Senato teneva il

potere legislativo, eglino avevano la podestà esecutiva da Consiglio

supremo di governo; erano eletti d’infra i Senatori, e si mutavano

di carica parecchie volte all’anno[604]. I _Consiliatores_ e il

_Consistorium_ formavano dunque il Consiglio minore e quello maggiore,

e tutti i cittadini liberi ed elettori del Senato costituivano il

comizio popolare, che si congregava in Campidoglio per approvare le

deliberazioni, e per udire la relazione che rendevano i magistrati

uscenti d’officio. Difficil cosa è poter dire quali redditi possedesse

il Senato e quali regalie esso si prendesse. Fin da allora ei convien

dire che avesse tolto al Papa il diritto di zecca, laonde, dopo

un’interruzione di lunghi secoli, per le mani de’ Romani tornavano a

correre denari d’argento, sui quali era inscritta la leggenda antica

_Senatus Populusque Romanus_; però adesso vi si vedeva impressa

l’effigie di un Apostolo colle parole: «Principe de’ Romani»[605].

Al Senato spettava la giustizia nelle cose civili; ma la corte

giudiziaria Capitolina (_Curia Senatus_), composta di Senatori e di

uomini periti nel diritto, si riuniva spesso in comune coi tribunali

ordinarî pontificî, perciocchè, in qualità di «assessori», raccogliesse

nel suo grembo i giudici Palatini e i Dativi, e in parecchi _Placita_

si trovino accoppiati insieme gli ordini giudiziarî del Senato e del

Papa. E il Senato tentò di trarre alla competenza del suo tribunale,

al _Forum Senatorium_, anche i negozî civili di natura ecclesiastica,

nei quali cioè, attori o convenuti fossero preti, ma contro a questo

intendimento i Pontefici si opposero con gran gagliardia[606]. Infatti,

oltre al Senato, continuava ad esistere la Curia papale, e in litigî

di chiese trovansi pur sempre i _Placita_ che essa pronunciava, tolta

qualsiasi dependenza dagli ordini giudiziarî del Senato: e delle

sentenze di questo i partiti spesse volte appellavano al Papa, come

per altro verso delle sentenze pontificie ricorrevano al Senato[607].

Sono questi i punti cardinali della costituzione che allora i Romani

si diedero: ed essa torna ad onore della loro energica operosità

cittadina, perocchè, sebbene in via di principio riverissero la

signoria suprema del Papa, tuttavolta eglino affermarono la loro

autonomia politica; Roma quindi in poi diventò di diritto una Republica

che si governava a forme democratiche, e imprendeva guerre, e stipulava

paci senza darsi mente d’interpellare la volontà del Papa.

Tuttavolta, il trattato conchiuso con Eugenio III non acchetò il

profondo commovimento che ribolliva nella Città e nel territorio suo.

Nobili e clero miravano astiosamente il Senato che cercava di estendere

la sua autorità sopra tutta la Campagna. Tivoli dava occasione di

tumulti nuovi; i Romani domandavano che quella città si smantellasse,

e il Papa messo fra l’uscio e il muro tollerava che si abbattessero

i suoi bastioni, ma neppur questo bastava ai Romani. Eugenio III si

sottrasse ai suoi tribolatori, ricoverandosi nel Transtevere, ossia nel

castel Sant’Angelo, che i Pierleoni tenevano del continuo in loro mano.

Nauseato della vita, anch’egli come Gelasio, lamentava le angustie che

gli conveniva sopportare, e colle parole di san Bernardo deplorava che

in Roma il pastore fosse destinato a pascere non già le agnelle di san

Pietro, ma lupi, draghi e scorpioni. Nella primavera dell’anno 1146 se

la battè a Viterbo, indi a Pisa; e per Lombardia, nel Marzo del 1147,

se ne andò a Francia, dove re Luigi stava armandosi per la seconda

Crociata[608].

Eugenio III fuggì di sua volontà, non fu cacciato con violenza d’armi;

e invero i Romani, anche durante l’assenza di lui, che durò due anni,

continuarono ad osservare i patti con lui stipulati, e considerarono

il Senato come investito del suo officio dal Pontefice[609]. Sennonchè

eglino si sentivano adesso libere affatto le mani; diedero tosto

assalto a Tivoli, e la punirono col supplizio di molti cittadini[610].

Roma, per via del suo Senato, pareva tornata ai suoi vetusti tempi,

ed eziandio sembravalo per le guerre che adesso come allora moveva

contro a terre latine e tusche, le quali di bel nuovo facevano fra sè

lega contro la Città: e adesso anche la grande nobiltà dava l’assalto

a parecchi patrimonî della Chiesa, tanto per uscirne pari di danni;

ognuno rubacchiava tutto quanto gli capitava sotto mano[611]. Lo

Stato ecclesiastico si frastagliava in piccole baronie, che, ostili

in egual tempo al Papa e al Senato, indebolivano l’autonomia di Roma,

o ne le mettevano impedimento. Quei tirannetti della nobiltà facevano

alto e basso massimamente nel Lazio, sventurato paese dove non erano

ricchi Comuni, come nella Tuscia e nell’Umbria, che loro opponessero

un contrappeso. Così la forza del popolo romano si estenuava nella

lotta contro città e contro Capitani, in quello che Roma stessa era

dilaniata da guerra interiore. Qui Giordano Pierleone, da gonfaloniere,

teneva in mano sua la podestà cittadina, e Arnaldo da Brescia metteva

la sua facondia a servigio della Republica, perciocchè paja che egli

approfittasse massimamente dell’assenza di Eugenio per predicare ai

Romani le sue nobili dottrine. Un uomo vestito di tonaca monastica,

pallido e scarno da’ digiuni, posava come un fantasima sui ruderi

del Campidoglio, e arringava i _Patres Conscripti_ in quel luogo

medesimo, di dove un tempo avevano tenuto discorso Senatori crapuloni,

padroni di cento ville e di cento palazzi: e il suo fervido parlare,

la cui sostanza era un miscuglio attinto dai Padri ecclesiastici e

da Virgilio, dai Codici di Giustiniano e dalla Bibbia, risonava in un

corrotto latino, lingua rustica o contadinesca. Se l’avessero udito,

quell’eloquio avrebbe messo raccapriccio a Cicerone e a Varrone,

eppure, un secolo più tardi, Virgilio doveva con ammirazione ascoltarlo

nel linguaggio della «Divina Commedia». Arnaldo inveiva coraggiosamente

contro i vizî dei Cardinali, che il tempio del Signore avevano

tramutato in una bottega da cambî, in una spelonca di ladri, mentre lo

stesso Papa (diceva) si era fatto uomo rapace e sanguinario, tiranno

delle chiese, oppressore dell’innocenza: e protestava non dover più i

Romani tollerare fra di sè una gente, la quale non mirava ad altro, che

a porre in servitù la città di Roma, sede dell’Impero e sorgente della

libertà[612].

Parimente come la nobiltà minore era entrata nel Comune, sì anche il

clero inferiore s’inspirava alle idee democratiche dell’eguaglianza

dei preti, sì come Arnaldo gli andava predicando. Da ogni banda e in

tutti i modi possibili si assaliva la gerarchia Gregoriana, e vi si

contrapponeva l’esemplare del Cristianesimo primitivo, da lunga pezza

traboccato in ruina. Il chericato delle chiese minori si ribellava

contro l’aristocrazia de’ Cardinali, i quali (al paro della grande

nobiltà, delle cui famiglie spesse volte uscivano) possedevano nella

Città palagi turriti, ed erano avvezzi a tener vita con splendidezze

da principi. Eugenio fu spaventato delle conseguenze di questo inaudito

commovimento, e perciò indirizzò una lettera al clero di Roma[613].

Mentre Arnaldo, i cui aderenti si chiamavano la setta dei Lombardi,

infiammava popolo e minor clero per la democrazia, Bernardo, il suo

vecchio avversario, era tutto in faccenda per ismorzare quell’incendio.

Il Santo avrebbe dovuto andarne grato ai Romani che mettevano in

pratica le sue dottrine, ond’egli, togliendo a modello l’insegnamento

antico del Cristianesimo, aveva protestato male acconciarsi ai Vescovi

la signoria politica; sennonchè il Santo, per quanto pur gli tornassero

indifferenti le forme del governo, difficilmente poteva formarsi

della città di Roma idea diversa da ciò che ella fosse possedimento

legittimo del Papa. Dopo la seconda fuga di Eugenio, scrisse Bernardo

a’ Romani; chiese indulgenza all’«illustre e preclaro» popolo, se egli,

ometto dappoco, osava indirizzargli lettere, ma protestò (parimenti

come oggidì non v’ha Vescovo alcuno che non protesti egualmente), che

la violenza fatta al Pontefice offendeva tutto il mondo cattolico.

«I padri vostri», diceva, «hanno sottomesso alla Città il mondo,

ma voi volete farne la favola del mondo. Avete espulso il Papato

fuori della Città; ma non vedete che Roma ne diverrà un tronco senza

testa, una faccia orbata degli occhi? Pecorelle smarrite, tornate al

vostro pastore, al vostro Vescovo! Illustre città di eroi, torna a

riconciliarti con Pietro e con Paolo, tuoi principi veri»[614]. Così

con acerbezza, ma con diplomatico rispetto del nome di Roma, parlava a

quest’occasione il Santo; peraltro, dentro dell’animo, disprezzava i

Romani; e infatti, altrove sbozzandone il ritratto, quell’«illustre»

popolo appellava superbo, avaro, vano, sedizioso, inumano, falso.

«Hanno gran parolone, ma ad opere son piccini. Promettono tutto, e

mantengono nulla. Ti adulano con discorsi melati, ma sono calunniatori

pungenti; in una parola, traditori indegni»[615].

Eugenio III non doveva andar riconoscente al Santo, maestro suo, di

ciò che in altri tempi gli aveva dovuto gratitudine Innocenzo II;

e neppur in Corrado trovò il Papa un Lotario. Da ambe le parti si

chiedeva al Re che venisse a Roma; entrambe adoperavano lo stesso

motto: venisse Cesare a torsi quello che era di Cesare; però diversi

ne erano i significati e l’intenzione[616]. Corrado III era trattenuto

lungi d’Italia dalla malaugurata Crociata, cui indotto lo avevano

le instanze e le false profezie del santo Abate, ma allorchè, sul

principio dell’anno 1149, ebbe, per la via di Aquileja, fatto ritorno

in patria, decise di muovere a Roma. Ve lo chiamava urgentemente

l’alleanza di Rogero col ribelle Guelfo duca di Baviera, in quello che

d’altro canto Rogero, memore delle vittorie di Lotario, metteva ogni

molla in moto per tenerlo lontano[617]. Corrado aveva stretto lega con

Emanuele imperatore greco, e i Pisani anche stavolta dovevano prestare

il loro naviglio: per lo contrario il Papa aveva da Sicilia bisogno di

ajuto contro ai Romani, e temeva che Corrado accettasse il trattato che

questi ripetute volte erano andati offerendogli.

Reduce di Francia nel Giugno del 1148, Eugenio, verso la fine di

quest’anno, si recò primamente a Viterbo, contro cui i Romani

avevano di già intrapreso delle spedizioni guerresche; indi,

sull’incominciamento del 1149, venne nelle vicinanze di Roma.

Tolomeo conte lo ricettò a Tusculo, dove il Pontefice ricevette i

saluti di Luigi di Francia, allorquando questo Re vi passò, tornando

dalla Crociata. Colà il Papa raccolse i vassalli della Chiesa; vi

mandò soldatesche anche Rogero, e Roma adesso venne in durissime

angustie[618].

§ 5.

Lettere del Senato a Corrado III. — Idee politiche de’ Romani. —

Ritorna Eugenio III. — Suo nuovo esilio. — Proposte dei Romani a

Corrado. — Questi si appresta a muovere a Roma, e muore. — Federico

I sale al trono di Germania. — Lettera che un Romano scrive a questo

Re. — Roma, il diritto romano e l’Impero. — Patti di Costanza. —

Irritazione dei democratici in Roma. — Eugenio torna nella Città. —

Muore.

Il Senato a questo tempo mandava lettere sopra lettere a re Corrado,

invitandolo a che venisse a Roma per torvi autorità di comando

sull’Impero e sulla Città. Sisto, Nicolò e Guido, che erano allora

consiliatori della Republica, gli significarono di aver cacciato i

Frangipani ed i Pierleoni, e lo esortarono affinchè concedesse la sua

protezione al Comune di Roma[619]. Non vedendone risposta e crescendo

le difficoltà, il Senato gli scrisse nell’anno 1149 una nuova lettera.

Degno di nota ne è il tenore, e dimostra che l’abisso il quale separava

i Romani del secolo duodecimo dal Papato temporale, s’era omai fatto

profondo, e palesavasi con chiara consapevolezza delle cose: nè

maggiormente lo fu ai nostri giorni, quando i nepoti venuti tanti anni

dopo, adesso disarmati e silenziosi, andavano pur sempre congregandosi

in mezzo gli stessi ruderi antichissimi del Foro e del Campidoglio,

e, pur sempre protestando contro la podestà civile del Pontefice, di

nottetempo appiccavano pei canti delle vie manifesti che finivano col

grido: «Viva il Pontefice non Re!»[620]

Seicentosettantre anni erano passati dacchè i Senatori, postergata

la lor dignità, s’erano presentati a Bisanzio davanti a Zenone, e

vi avevano dichiarato che Roma non bisognava più di un Imperatore

d’Occidente, ma era contenta che Odoacre comandasse sull’Italia, in

qualità di patrizio bizantino: seicentoquattordici ne erano trascorsi

dacchè il Senato aveva indirizzato la sua ultima lettera a Giustiniano,

supplicandolo di non torre la sua grazia a Roma e al goto re Teodato:

e adesso innanzi al trono di un Re tedesco comparivano Romani non

più togati, cui l’ignoranza, il vestimento, il linguaggio davano

un’impronta barbarica; e venendo dalle deserte ruine del Campidoglio,

e dandosi ancor nome di Senatori, significavano di avere restaurato il

vetusto Senato romano, e invitavano il Re d’Alemagna a voler essere il

successore di Costantino e di Giustiniano.

«Al preclaro Signore della Città e del mondo, a Corrado, per grazia

di Dio, Re dei Romani sempre Augusto, il Senato e il popolo di Roma,

salute, e felice e gloriosa dominazione dell’Impero romano! Alla

Eccellenza Vostra noi abbiamo con parecchie lettere significato

ciò che facemmo; protestammo volervi restare fedeli, e desiderio

d’ogni giorno nostro essere il lustro ognor più fulgido della Vostra

corona. Però ci fa meraviglia che Voi non abbiate degnato di darne

mai risposta. Intendimento concorde di tutti noi questo è: restituire

l’Impero de’ Romani, che Dio confidò al Vostro governo, alla potenza

che esso possedette sotto di Costantino e di Giustiniano, i quali,

per mandato del Senato e del popolo romano, ebbero signoreggiato

il mondo. A tal uopo abbiamo, coll’ajuto del Signore, restaurato il

Senato, e abbattuto molti dei nemici Vostri, affinchè di Voi sia quel

che a Cesare s’appartiene. Noi abbiamo gettato solide fondamenta. Noi

malleviamo giustizia e pace a tutti quelli che ne hanno buona volontà.

Le rocche dei nobili, i quali insieme con Sicilia e con papa Eugenio

speravano di resistere a Voi, abbiamo conquistato, ed a ragion Vostra

teniamo, oppur demolimmo. Per le quali cose, d’ogni parte ci premono il

Papa, i Frangipani, i figli di Pierleone (Giordano eccettuato, che è

il nostro gonfaloniere), ed eziandio Tolomeo, ed altri parecchi. Essi

vogliono impedirci di coronar Voi a imperatore; e frattanto soffriamo

molte avversità per amor Vostro, perocchè nulla sia grave cosa a chi

ama; e Voi darete ricompensa degna di padre a noi, pena meritata ai

nemici dell’Impero. Chiudete l’orecchio Vostro ai calunniatori del

Senato; costoro gioiscono di mettere dissensione fra Voi e noi, perchè

intendono alla ruina Vostra e nostra. Memore siate di quanti mali

la corte Pontificia e quei nostri concittadini di un tempo abbiano

fatto agli antecessori Vostri, e rammentate come adesso con ajuti di

Sicilia coloro tentassero di nuocere ancor più alla Città. Nondimeno,

coll’assistenza di Cristo, noi perduriamo virilmente nella fede Vostra,

e di già abbiamo cacciati della Città i nemici pessimi dell’Impero.

Affrettatevi di venire a noi colla Vostra Imperiale potenza; la Città

è agli ordini Vostri; Voi potrete poderosamente dimorare in Roma

capo del mondo, e di qua imperare, con maggior balìa di quasi tutti i

predecessori Vostri, sulle terre tutte d’Italia e d’Alemagna, dappoichè

ogni impedimento di pretume sia sgombrato. Noi Vi preghiamo di non

tardare; degnatevi con lettere e con messaggieri di rassicurare della

salute Vostra, noi che siamo Vostri servitori di buona volontà. Siamo

intenti adesso con grande alacrità a restaurare il ponte Milvio, che

da tempo lungo giacque distrutto a danno degli Imperatori, e abbiamo

speranza di compiere prestamente il lavoro con opere di salda muratura.

Così potrà passare di là il Vostro esercito, e scansare il castel

Sant’Angelo, dove i Pierleoni, d’accordo con Sicilia e col Papa,

meditano a nocumento Vostro.

_Rex valeat, quidquid cupit obtineat super hostes,_

_Imperium teneat, Romae sedeat, regat orbem,_

_Princeps terrarum, ceu fecit Justinianus._

_Caesaris accipiat Caesar quae sunt, sua Praesul,_

_Ut Christus jussit, Petro solvente tributum._

Poniamo fine chiedendovi di far buone accoglienze ai nostri

ambasciatori, e di prestare ad essi fede, chè tutto scriver non

possiamo. Sono eglino nobiluomini; Guido senatore, Giacomo figliuolo di

Sisto procuratore, e Nicolò loro compagno»[621].

Gli è pur un fenomeno raro del medio evo questa magica influenza che

esercitava la tradizione dell’antico Impero de’ Romani! Una grande

reminiscenza bastava da sola a diventare potenza politica; gli

Imperatori romani dal trono di Alemagna, i Papi romani dalla cattedra

di san Pietro, i Senatori romani dai ruderi del Campidoglio, sognavano

tutti di aver legittimi diritti alla dominazione del mondo! Corrado

III or vedeva combattersi fra loro due parti che pretendevano aver

ciascuna diritto di dispensare la corona imperiale; però senza titubare

egli preferiva riceverla dalle mani del Pontefice romano, anzi che da

quelle di un Senatore romano[622]. Ma se anche abbia riso dei sogni de’

romani, egli dovette pur capire che, da dopo di Enrico III, non s’era

offerta ad alcun Re occasione più propizia di questa per restaurare

in Roma la podestà imperiale, e per torre al Papato ogni frutto delle

vittorie di Gregorio VII, distruggendone il dominio temporale. Anche

uomini privati Romani gli scrissero ammonendolo, che accortezza gli

comandava di farsi mediatore fra il Papa e Roma, e di porre la novella

Republica sotto il patronato dell’Impero: se così avesse fatto, gli

dicevano, nell’avvenire egli avrebbe tenuto in mano sua la elezione

pontificia[623].

Sennonchè Corrado, trattenuto dalle cose di Germania, nè avendo un

chiaro concetto delle condizioni di Roma, non diè bada ai desiderî

del Senato romano. L’influenza che parecchi amici della libertà romana

esercitavano alla sua corte era vinta da quella del celebre Guibaldo,

abate di Stablo e di Corveia; chè Eugenio III aveva guadagnato alla

sua causa questo onnipotente Cancelliere dell’Impero, il quale guidava

le idee del Re. Così avvenne che, sulla fine dell’anno 1149, i Romani

furono costretti a riaccogliere il Papa nella Città[624]. Essi però

stavano saldi nelle promesse fatte ad Arnaldo, giacchè il generoso

propugnatore della libertà di Roma rimase libero ed illeso nella Città,

ivi protetto dal Senato e dal popolo romano. Si conchiuse dunque pace

col Papa, ma non poteva avere che corta durata, e difatti, omai nel

Giugno dell’anno 1150, Eugenio III tornò nel Lazio, dove pose dimora

or nella munita Segni ed ora a Ferentino. Tre anni la corte pontificia

andò girovagando per la Campagna, in vicinanza di Roma, ma pur sempre

in esilio[625]. Temeva adesso Eugenio che Corrado accettasse la

democrazia romana, e che la lega del Re col Comune, con Pisa e con

Bisanzio abbattesse il trono temporale dei Papi; però Guibaldo lo

confortò rassicurandolo, che nulla egli aveva a temere[626].

Rinnovarono i Romani le loro proposte anteriori, e offersero a Corrado

la podestà imperiale. Dall’Impero non sapevano liberare la mente;

necessità imponeva ai Republicani di riverire il diritto storico de’

Re tedeschi su Roma[627]. Ed or che la disfatta di Guelfo, avvenuta

nell’anno 1150, gli lasciava le mani sciolte, il Re volle infatti

muovere veramente a Roma. Le pressanti rimostranze di Guibaldo

dissiparono le sue primitive titubanze; la spedizione di Roma fu

deliberata nel Settembre 1151 in due Diete dell’Impero, ed allora fu

che Corrado degnossi rispondere ai Romani: ad arte tacque del Senato,

ma la sua lettera indiritta al Prefetto della Città, ai Consoli, ai

Capitani ed al popolo romano, significava loro con parole cortesi che

accettava il loro invito, e ch’egli sarebbe venuto per ricomporre

a pace le città d’Italia, per dar ricompensa ai fedeli e punizione

ai ribelli[628]. Mandò ambasciatori così ai Romani, che al Papa,

il quale, nel Gennaio dell’anno 1152, gli accolse a Segni. Furono

subito d’accordo; Eugenio III abbandonò la causa di Rogero, ed ora

financo esortò i Principi d’Alemagna, affinchè con tutte le loro forze

assistessero il Re nella sua impresa di Roma[629].

Però la sorte risparmiò una pagina oscura alla storia del primo

degli Hohenstaufen, nella quale egli avrebbe fatto comparsa di nemico

inglorioso della Republica romana, e di uomo ligio ai servigi del Papa.

Quel forte Principe morì nel dì 15 Febbrajo dell’anno 1152, mentre

stava allestendosi alla spedizione: da dopo di Ottone I fu il solo

Re tedesco che non abbia portato la corona imperiale; nè questo scemò

per nulla la potenza sua. Le migliaia di morti che la nazione tedesca

solè sempre sacrificare ad ogni coronazione d’imperatori a Roma furono

invece questa fiata immolate nei deserti di Siria. E in tal guisa gli

Italiani amanti della patria potranno, almeno una volta, celebrare a

gloria di un Re tedesco che, ad onta delle pressanti instanze d’Italia

(d’ordinario si dimenticano siffatti inviti), non sia disceso dalle

Alpi, Attila devastatore: ed eglino potrebbero congratularsi colla

loro terra, che in quindici anni nei quali nessun esercito tedesco

la attraversò, avesse goduto di felice stato, se sventuratamente non

dovessero essi stessi confessare, che mai Italia non fu così disunita e

travagliata da feroce guerra civile, quanto in questi quindici anni di

storia prettamente italiana[630].

Morto Corrado, al trono tedesco salì, nel giorno 5 di Marzo, il nipote

suo Federico, quell’immortale eroe Barbarossa, che diventar doveva

gloria di Alemagna, spavento d’Italia. Così Eugenio che i Romani furono

pronti a sollecitare l’amicizia del nuovo Principe, ma la Republica

tosto vide con occhio geloso che al solo Pontefice erano mandati

ambasciatori regî. Una lettera espresse il malumore dei Romani e le

idee che essi si facevano delle attenenze giuridiche esistenti fra

l’Imperatore e Roma. «Io mi rallegro», così scriveva a Federico un

aderente di Arnaldo, «che Voi siate stato eletto dal Vostro popolo

a re, ma lamento che seguiate i consigli di preti e di frati, le cui

dottrine hanno sconvolto ogni divina e umana cosa, e che della elezione

Vostra non interroghiate, come pur dovreste fare, la mente della

Città santa, signora del mondo, fattrice di tutti gl’Imperatori». Chi

scriveva, deplorava che Federico volesse ricevere, come avevano fatto i

suoi antecessori, la corona imperiale dalle mani di fratacci infinti,

eretici, apostati, cui chiamava seguaci di Giuliano; e colle sentenze

di san Pietro e di san Girolamo alla mano, gli dimostrava che il clero

non s’aveva ad impacciare di diritti secolari; sbertava la donazione

di Costantino, stupida fiaba, di cui ridevano fin le vecchie comari;

dichiarava che l’Impero e ogni officio di magistrati erano emanazione

della maestà del popolo romano, cui solo pertanto si spettava di

creare Imperatori; gli chiedeva finalmente che mandasse a Roma suoi

ambasciatori insieme a dei giureconsulti, per comporvi l’Impero sulla

base del diritto, conformemente alla legge di Giustiniano, e per

impedire che vi avvenisse una rivoluzione[631]. Gran passi per buona

ventura aveva pur fatto l’intelletto umano nelle vie del progresso!

I Romani de’ nostri giorni, combattendo la signoria temporale del Papa,

ricavarono le loro ragioni dalla maestà della nazione italiana, di cui

Roma doveva essere la città capitale, e innanzi al cui diritto naturale

doveva cedere quello puramente storico de’ Pontefici: queste ragioni

anch’eglino, come i loro antenati, suffragarono argomentando, che il

Papato doveva essere soltanto un officio spirituale, e ciò affermarono

coll’autorità della Bibbia e dei Padri ecclesiastici. Ma i loro avi

dell’età di Arnaldo non ci capivano verbo del principio di unità della

nazione; eglino si assidevano sul piedistallo dell’antichità. Per loro

la maestà del popolo romano era la fonte di ogni specie di podestà;

l’Impero romano, un’idea indestruttibile; l’Imperatore, il magistrato

della Republica, eletto dal popolo, e da questo messo in officio.

Rigettato come una fandonia, che Costantino avesse trasferito nei Papi

la podestà imperatoria, misero in derisione quel che si diceva, che i

Pontefici misticamente derivassero da Cristo o da san Pietro il loro

diritto d’investitura; e, seguendo l’ampio progredimento delle idee

democratiche, pronunciarono questa verità di ragione: non darsi reame

alcuno per la grazia di Dio; la podestà della corona essere soltanto

officio che emana dal popolo. Tuttavolta, i Romani del secolo duodecimo

composero l’Impero sul fondamento tradizionale, e per loro legittimo,

del giure romano: e accarezzarono i gusti di un monarca spasimante di

dominazione, allorchè gli vennero dicendo che, conforme al diritto

Giustinianeo, l’Imperatore era la massima podestà legislatrice del

mondo; però chiesero che questa podestà ei tenesse di averla per

mandato del Senato e del popolo. In tal guisa crearono una mescolanza

del despotismo cesareo di Giustiniano e dei diritti fondamentali della

democrazia.

Federico I doveva pertanto scegliere quale dei due, Papa o Comune

romano, ei volesse avere per iscaturigini del suo Impero: approvò

egli tutte le ragioni che avevano i Romani contro il sommo diritto

d’investitura che il Pontefice attribuiva a sè stesso; si beffò

dell’arroganza del Senato che gli parve assurda cosa, e, come tutti i

suoi predecessori, deliberò anch’esso di farsi, «per la grazia di Dio»,

coronare dal Papa. Negli inizî del suo regno si attenne a prudenza e ad

un indirizzo conservativo; senza darsi per inteso della nuova Republica

di Roma, proseguì nei negoziati cominciati da Corrado, e, di già nella

primavera dell’anno 1153, un trattato fu conchiuso a Costanza col Papa:

Federico in quello si obligò di non far senza di lui pace con Roma, nè

colla Sicilia, ma di voler dar opera che la Città tornasse suddita alla

santa Sede, quel tanto che eralo stata cent’anni addietro. Promise che

conserverebbe al Pontefice il dominio temporale, ed in cambio Eugenio

lo fe’ certo che lo coronerebbe imperatore, e che presterebbe ogni

specie di aiuti al trono di lui[632].

Questi trattati destarono un commovimento veemente a Roma. Il partito

de’ moderati soccombette; i democratici non vollero saperne più di

autorità del Papa, nè di quella dell’Imperatore, ma chiesero che si

abolisse la costituzione convenuta con Eugenio, e che si componesse

un Senato di cento membri, con due Consoli da eleggersi ad ogni anno.

Eugenio mise Federico a parte di questi fatti, e vi diè colore che

fossero tumulti della plebe, la quale da sè volesse eleggersi adesso un

Imperatore. E per fermo i Romani minacciavano di respingere l’Impero

tedesco come un’usurpazione, e di darsi un Imperatore loro proprio e

nazionale; sennonchè evvi soltanto una lettera di Eugenio che sopra

questi notevoli avvenimenti getta una fievole luce[633].

Tuttavolta, omai nell’autunno del 1152, il Papa potè muovere di Segni

a Roma, e sulla fine di quell’anno entrare nella Città, dove gli

eccessi dei democratici avevano reso tutti i moderati inclinevoli ad un

aggiustamento con lui. Senato e popolo lo accolsero con dimostrazioni

d’onoranza, dopochè egli, così vuolsi supporre, ebbe accettato il

Comune[634]. E può darsi che si concedesse anche ai nobili discacciati

di fare ritorno; però questi maggiorenti continuarono ad avversare il

Senato, dacchè erano consoli dei Romani e cortigiani del Papa[635].

Eugenio III potè finire in pace i suoi giorni a Roma, e coll’ajuto del

popolo financo soggiogare alcuni Baroni ribelli nella provincia[636].

La mitezza accorta giunse a ottenere ciò che colle armi non avrebbesi

potuto conseguire. «Con beneficî e con donativi Eugenio s’affezionò

tutto il popolo, in modo tale che egli governò la Città quasi a

suo volere assoluto; e se morte non l’avesse rapito, coll’ajuto del

popolo avrebbe tolto ai Senatori di nuovo impianto la dignità da loro

usurpata»[637].

Eugenio III morì a Tivoli il dì 8 di Luglio 1153, e con magnifiche

festività fu sepolto nel san Pietro. Questo discepolo non fastoso, ma

prudente, di san Bernardo (anche il Santo morì poco dopo di lui, addì

20 di Agosto) non cessò mai di vestire sotto alla porpora il cilicio

di Chiaravalle: le stoiche virtù del monacato gli furono compagne nella

sua vita tempestosa, e gli infusero quella forza di resistenza passiva,

che sempre fu l’arma più efficace de’ Papi[638].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 4/8 · 第 19 / 34 题