CAPITOLO SESTO.

§ 1.

Guerra delle città lombarde contro di Federico. — Pasquale III in Roma.

— Calisto III. — Tusculo s’arrende alla Chiesa. — I Romani non lasciano

entrare Alessandro III nella Città. — I Lombardi vincono a Legnano.

— Negoziati di Federico col Papa. — Congresso e pace di Venezia. —

Alessandro III conchiude pace con Roma. — Sua entrata trionfale in

Laterano.

Tanti colpi fatali non piegarono l’animo eroico dell’Imperatore, ma ne

fransero la potenza. Degno di ammirazione è il coraggio indomito con

cui Federico I, subito dopo la sventura toccata in Roma, proseguì la

sua guerra contro le città: però deplorevole fu il suo acciecamento,

e di lì a non molto avvenne che l’eroe con parole dolenti invidiasse

la sorte di Alessandro magno, cui reputava beato perchè non avea mai

visto Italia, e si rammaricasse di non aver piuttosto combattuto per

la remota Asia[724]. Omai nella primavera dell’anno 1168 gli conveniva

partirsi di Lombardia come un fuggiasco, e mentre esauriva le forze

dell’Impero lottando contro gli impulsi del suo tempo, che di lui

erano più forti, con quelli il Papa si alleava. Uno strano accordo

di circostanze poneva la libertà delle Republiche sotto il patrocinio

della Chiesa, sì come la libertà di questa adduceva sotto la protezione

delle Republiche. Sarebbe eletta gloria della Chiesa se ella, di sua

spontanea opera e per principio religioso, avesse promosso le libertà

civili: ma i Papi combattevano a Roma la democrazia, perchè là questa

cercava soccorsi dall’Imperatore contro il Papato, ed in pari tempo la

favorivano in Lombardia, avvegnaddio quivi essa trovasse nel Pontefice

un appoggio contro all’Imperatore. La potenza morale della Chiesa

afforzò l’energia delle città, e la vittoria gloriosa della democrazia

salvò il Papato, nemico di tutte le libertà, dallo scisma e dalla

dittatura imperiale[725].

La lotta della lega Lombarda contro di Federico è uno dei più magnifici

episodî della storia; per lunghi secoli essa ebbe ornato Italia di uno

splendore vivissimo, che ha qualche cosa del nobile genio ellenico.

Dopo età così buie trascorse, il fiore rigoglioso della libertà civile

è bello e confortevolissimo fenomeno del medio evo. Soltanto la città

di Roma rimase condannata a voltolare il sasso di Sisifo, e a pugnare

dolorosamente contro un destino che era di lei più possente. Se si

paragonano ai Lombardi intenti all’eroica loro lotta, è cosa che fa

pena vedere i Romani combattere del continuo contro le cittaduzze

del loro vicinato, sulle quali volevano tor vendetta della sofferta

sconfitta, il cui obbrobrio era una spina al loro cuore. Nell’Aprile

1168 distruggevano Albano, e ve li ajutavano Cristiano di Magonza e il

Prefetto imperiale[726], perocchè entrambi questi uomini, ad onta delle

disgrazie sofferte in Agosto, capitanassero ancora il partito tedesco

in Roma, dove l’Antipapa, lasciato Viterbo, aveva fatto ritorno.

Pasquale III potè dimorare per qualche tempo nel Vaticano; i Senatori

gli avevano prestato reverenza, tanto per ottenere la liberazione

degli ostaggi romani, ma ponendogli divieto di entrare nella Città: ed

egli era costretto a cercar ricovero in Transtevere, nelle torri di

Stefano Tebaldi, poichè stava in grande paura della rinnovazione del

Senato, le cui nuove elezioni dovevano avvenire al primo giorno del

Novembre 1168[727]. Però nel frattempo moriva egli in Vaticano ai 20

di Settembre, e Giovanni abate di Struma subentrava in vece di lui, con

nome di Calisto III.

I Romani s’irridevano di un Papa e dell’altro; pure, quantunque

vedessero volontieri Alessandro III in esilio, tolleravano che il

Cardinale vicario di lui abitasse nella Città. Questi si dava faccenda

a guadagnargli la benevolenza dei Romani, in pari tempo che Corrado

di Wittelsbach, generale di Alessandro, minacciava da Benevento il

Lazio[728], e prendeva Tusculo per meta della sua impresa. Al solo

udir pronunciare il nome di quel paese i Romani montavano in furore,

e pertanto vollero distruggerne il castello, come avevano fatto di

Albano. Corrado, respinto dai Conti di Ceccano, non potè giungere a

gettarvisi dentro, ed allora Raino, ultimo dei signori di Tusculo,

consegnò la angustiata città in mano di Giovanni prefetto, e la permutò

con altre terre senza darsi un pensiero al mondo dei diritti del Papa.

Giovanni ne prese possesso, ma i Romani assaltarono fieramente il

castello. Fuggì il Prefetto e volle tornarvi Raino; però i cittadini

di Tusculo, non ve lo accolsero più, e preferirono far dedizione di

sè al Papa, che, speravano, gli avrebbe protetti contro ai Romani: in

pari tempo anche Raino con una publica scrittura cedette tutti i suoi

diritti alla Chiesa. Per tal guisa, agli 8 di Agosto 1170, il celebre

Tusculo venne in proprietà del Pontefice[729].

Alessandro III risiedeva allora a Veroli nella Campagna, e per

cagione di Tomaso arcivescovo di Canterbury era entrato in veemente

controversia col Re d’Inghilterra; infruttuosamente questi aveva

corrotto a forza di denaro i maggiorenti romani affinchè gli

acquistassero il favore del Papa, e non meno vane erano state le

profferte che aveva fatto a lui dei suoi tesori e di ajuti valevoli

ad assoggettargli Roma[730]. A Veroli riceveva Alessandro messaggieri

dell’Imperatore che bramava la pace, e delle città Lombarde di

cui il Papa aveva invocato il soccorso. Anche legati greci vennero

rinnovandogli proposte di alleanza, ed Emanuele Comneno spingeva

tant’oltre la degnazione fino a dare una sua nipote in moglie al

maggior vassallo del Papa, a Odone Frangipane. Le feste nuziali si

celebrarono a Veroli con sontuosa magnificenza, tuttavolta Alessandro

III non aderì alle offerte dei Greci[731]. A nulla approdarono neanche

i suoi negoziati con Federico, ma il Papa sperò adesso di ottenere

accoglienza a Roma. Ai 17 di Ottobre dell’anno 1170 entrò con genti

d’arme in Tusculo; però il grande Pontefice dovette restar più di due

anni rimpiattato in quella meschina rocca montana, proprio dirimpetto

a Roma, perciocchè i Romani nol lasciassero entrare nella Città[732].

Ivi, a Tusculo, gli capitò la novella (e penosissima impressione fece

al suo animo) che l’arcivescovo Tomaso Becket era stato assassinato a

Canterbury: presto quel fatto di sangue doveva diventare potentissima

leva della sua podestà pontificia; nondimeno in quello stesso tempo,

in cui a Tusculo riceveva i messaggi del clero inglese e di re Enrico,

e si occupava di questioni assai rilevanti della Chiesa e della

gerarchia, Alessandro trovavasi confinato in quel castello latino,

involto egli stesso in difficoltà gravissime, che formavano un acerbo

contrasto colla sua dignità e coi negozî che aveva per mano[733]. Lo

angustiava Cristiano di Magonza, di cui i Tusculani comperavano la

ritirata a peso di denaro; lo angustiavano i Romani, irritati che

il Papa tenesse Tusculo sotto il suo patrocinio. Alla fine costoro

maliziosamente gli proposero un aggiustamento; accondiscendesse a ciò

che si smantellasse una parte delle mura di quella rocca, e allora

sarebbe a Roma il bene accolto. Ottocento Romani giurarono il patto,

ma, contro il suo chiaro tenore, il furente popolo romano distrusse

affatto tutti i munimenti dell’odiato castello. Il Papa ingannato

non volle tornare a Roma; rimase a Tusculo ch’era così ridotto una

terra aperta, indi, sul principio dell’anno 1173, ne partì, e senza

speranza alcuna che lo confortasse, andò a continuare il suo esilio a

Segni[734].

Così trascorsero ancora alcuni anni, ma finalmente una grande vittoria

dei Lombardi fe’ mutar faccia a tutte le cose. Nel Settembre del 1174

Federico era tornato a guerra contro le città, e stavolta doveva questa

esser la lotta decisiva: l’eroica difesa di Ancona e quella della nuova

Alessandria infiammarono gli arditi cittadini all’entusiasmo, infino a

che una battaglia di ricordanza imperitura assicurò ad essi la libertà.

La giornata di Legnano (combattuta ai 29 Maggio dell’anno 1176) nella

quale le milizie cittadine alleate sconfissero il poderoso Imperatore,

fu la Maratona delle Republiche lombarde; le giovani città celebrarono

uno dei più splendidi trionfi che registri la storia; sè liberarono

e la patria. Primo frutto di quella vittoria fu certo la convenzione

secreta che fra loro conchiusero l’Imperatore ed il Papa, cui Federico

mandava messaggi di pace ad Anagni, sperando staccarlo dalla causa

delle città. Ad ottener ciò il Barbarossa rinunciò ai più vitali

diritti dell’Impero su di Roma, ossia concesse tutto quello che ei

s’era rifiutato di cedere in tempo andato ad Adriano IV. Così avvenne

che alla podestà imperatoria su Roma (l’autorità ne era già andata

decadendo da dopo di Lotario) fu rinunciato da quel grande Imperatore

medesimo che s’era preteso di voler restaurare i confini dell’antico

Impero romano. Non fu pigro Alessandro di trarre tutti i possibili

vantaggi da una vittoria cui per nulla aveva contribuito, laonde le

città sospettarono un tradimento. Dopo di essere andato a Venezia sopra

navi siciliane, il Papa le acchetò in una Dieta raccolta a Ferrara, e

vi die’ promessa solenne che non conchiuderebbe senza di loro la pace

definitiva. I Consoli lombardi avrebbero potuto cantargli a chiare

note che egli aveva combattuto il potente nemico a parolone ed a Bolle,

laddove eglino lo avevano vinto per virtù di geste insigni; tuttavia fu

necessità che per adesso si accontentassero di aver tratto un mezzano

vantaggio dai loro eroici conati.

Allora fu conchiuso il primo dei Congressi che sopra tutti sia

di nota degnissimo e confortevole a chi lo ricorda; nè peranco

diplomatici, assisi intorno a una tavola coperta del solito panno

verde, vi arbitrarono le sorti dei popoli, ma per la prima volta,

ambasciatori di libere città, da uomini independenti, trattarono alla

paro coll’Imperatore e col Papa. Nel famoso Congresso di Venezia,

addì 1 Agosto 1177, fu conchiusa la pace fra Alessandro III, Federico

I, le città, l’Imperatore greco e Guglielmo di Sicilia[735]. Calisto

III fu deposto, Alessandro III riverito per papa, assicurato a lui

il possedimento dello Stato ecclesiastico. Rinunciò l’Imperatore

alla Prefettura, e così ammise che d’allora in poi il Pontefice

sarebbe stato principe independente di Roma e del _Patrimonium_;

e questo, nella estensione che allora aveva lo Stato della Chiesa,

da Aquapendente a Ceperano, l’Imperatore restituì al Papa: quanto a

Spoleto, alla marca di Ancona, ed alla Romagna, il Pontefice da parte

sua dichiarò che erano terre indubbiamente pertinenti all’Impero[736].

Alle collegate città lombarde fu acconsentita una tregua di sei anni,

che precedette la conferma del loro stato di diritto publico. La

pace di Venezia segnò una grande epoca nella storia d’Italia, dove la

cittadinanza venne in fiore rigoglioso; decise anche della sorte di

Roma, ma precisamente le condizioni di questa Città posero le attenenze

del Papa e dell’Imperatore in un assetto di cose meno favorevoli

di quello che sortissero in Lombardia. Federico, posto in non cale

qualsiasi riguardo, sacrificò la Republica che aveva dianzi accettata,

e il suo generale Cristiano di Magonza senza ombra di pudore prestò

adesso le sue armi alla Chiesa per assoggettarle, conformemente ai

patti, la Città e il _Patrimonium_. Abbandonati a sè soli in un tempo

in cui tutta Italia invocava pace, i Romani non ebbero coraggio di

combattere più a lungo contro il Papa, cui l’Imperatore riconosceva

adesso per padrone di Roma. Alessandro III, coperto di gloria, era

tornato intorno alla metà di Dicembre ad Anagni; omai egli sapeva

che il suo esilio sarebbe finito. Sette nobili romani gli recarono

lettere del clero, del Senato e del popolo per invitarlo a far ritorno.

Diffidando, e memore dei torti patiti, il Papa procrastinò, e spedì a

Roma Cardinali e uomini del medio ceto affinchè conchiudessero trattati

col popolo. Dopo negoziati lunghi si venne ad accordi: i Senatori da

eleggersi ogni anno al dì primo di Settembre presterebbero giuramento

di fedeltà al Pontefice; sarebbersi restituiti alla Chiesa il san

Pietro e i redditi d’ogni maniera; sarebbe mallevata sicurezza a tutti

i vegnenti a Roma. Raffermate queste condizioni, ambasciatori romani

andarono ad Anagni, si prostrarono ai piedi del Papa, e giurarono il

patto[737].

Dopo un esilio lungo di dieci anni, che aveva trascorsi ramingando

nella Campagna, Alessandro III finalmente andò per la via di Tusculo

a Roma. Vi giunse addì 12 Marzo del 1178, che era la festa di san

Gregorio: con grandissima pompa uscirono ad incontrarlo le processioni

del clero, il Senato e i magistrati, i cavalieri e le milizie, a suono

di tromba, fra i saluti del popolo, che recava in mano rami d’olivo e

cantava inni a onore di lui. Il suo bianco palafreno non potè muovere

che a lento passo in mezzo alla gente che gli si serrava addosso

per baciare le piante al Vicario di Cristo; soltanto sull’imbrunire

Alessandro toccò porta Lateranense, indi fra gli applausi del popolo

entrò nella residenza antichissima dei Papi, di dove diede ai Romani

la benedizione. Così le feste pasquali si chiusero con uno dei più

splendidi trionfi che Pontefice alcuno abbia mai celebrato[738].

In nessun altro luogo del mondo si videro spettacoli pari a questi,

che abbiano avuto così tragiche attenenze colla natura umana, colle

sue debolezze, coi suoi bisogni, colla sua instabilità, colla sua

perseveranza. Le fughe dei Papi in mezzo allo strepito d’armi di

fazioni feroci, si alternavano colle accoglienze che ricevevano

fra cori di giubilo; e la ripetizione continua di questo andare e

venire dei Pontefici veste la storia della Città di un’indole severa,

componendone una grande epopea: e qual potrebbe esserne maggiore?

Pareva adesso che Roma tornasse a cambiarsi in Gerusalemme, e che

il Papa, il quale vi entrava, fosse simile al Salvatore di cui

si appellava vicario: però la mescolanza di umiltà sacerdotale e

di magnificenze mondane non poteva cancellare di mente l’idea che

quel Vicario di Cristo rinnovasse i trionfi pagani degl’Imperatori

antichi[739]. Nel giorno 12 Marzo 1178 Trajano o Severo, se fossero

tornati in vita, avrebbero stupito vedendo l’aspetto così cambiato del

Senato romano e del popolo, plaudenti ad un trionfatore che veniva

cavalcando un bianco muletto, un trionfatore che non era dappiù di

un prete vestito in lunghi abiti di seta a foggia donnesca, e che

al fianco non portava spada. Eppure quel prete, come un generale

d’eserciti, tornava da guerre lunghe; i potenti del mondo s’erano

prostrati alle sue ginocchia più umilmente che Principi non avessero

fatto genuflessi davanti agli Imperatori antichi. Un Re di terre remote

aveva per suo comando chinato le spalle ai colpi di frusta che frati

gli avevano assestato sulla tomba di un Vescovo assassinato; e fin

l’Imperatore romano, un eroe della taglia de’ vecchi Cesari, toccando

colla fronte il suolo, aveva baciato i piedi di Alessandro, confessando

che quel prete lo aveva vinto.

§ 2.

Continua lo scisma per conto dei Baroni della provincia. — Giovanni

prefetto della Città tiene le parti di Calisto III. — Guerra de’ Romani

contro Viterbo. — Calisto III fa soggezione. — Lando di Sezza antipapa.

— Concilio in Roma. — Alessandro III muore (1181).

Di tutto i Papi potevano fidarsi, eccetto che delle allegrezze di

questa città di Roma: oggi i Romani spargevano fiori sul loro sentiero,

e stendevano tappeti sotto le zampe del loro cavallo; domani si

rimpiattavano nuovamente con un cachinno schernitore nelle tetre rovine

dell’antichità, o correvano fieramente alle armi. Popolo e Senato

avevano riconosciuto Alessandro III per papa, giacchè ve li spronavano

cupidigia di denaro e necessità; ma insieme colla costituzione

municipale durava il contrasto fra i diritti della Republica e quelli

del suo Principe sacerdote. Si odiava la podestà pontificia senza

temerla; correva tutt’intorno un mormorio, e già ogni uomo era pronto

ad una nuova rivoluzione, non soltanto nella Città ma in tutta quanta

la provincia. Ciascuna terra romana ferveva di desiderio di imitare i

Lombardi; ciascuna aveva un municipio suo proprio, con Consoli o con

altri magistrati alla testa del Consiglio comunale[740]. Molti Baroni

scismatici della Tuscia e della Sabina, quasi abituati a independenza,

s’atteggiavano con aria di sfida; non volevano riverire il Senato

romano, nel quale dopo della pace entravano ognor più nobiluomini

a farne parte, nè volevano assoggettarsi al Papa: pertanto essi

continuavano per conto proprio lo scisma. L’Antipapa, primo di tutti,

ricusò obbedire ai decreti pronunziati a Venezia; Viterbo, focolare

adesso della scissura ecclesiastica, come un tempo era stato Sutri

o Tivoli, gli serviva di residenza; e difesa aveva dalla famiglia

dei Prefetti di Vico, cui apparteneva Giovanni prefetto urbano[741].

Questi, che aveva ricchi possedimenti in quei dintorni ed era nemico

di Alessandro III, non voleva cambiarsi di magistrato imperiale in

officiale pontificio, sebbene nei trattati di Anagni fosse stata ceduta

al Papa la investitura del Prefetto della Città. Ma il partito popolare

di Viterbo alla fine si stancò di servire all’ambizione dei nobili,

e dichiarò di accettare la pace di Venezia. Come dunque Cristiano di

Magonza, fornito di pieni poteri dall’Imperatore, ebbe ricevuto in nome

di Alessandro il giuramento di sudditanza dei Viterbesi, gli si fe’

contro la nobiltà aizzata dal Prefetto; ed essa negoziò con Corrado,

figlio del Margravio di Monferrato, cui voleva dar la podestà di

Viterbo, e alzò le armi contro il popolo e l’Arcivescovo di Magonza.

Messi a mal punto, que’ Baroni di provincia (così li consigliava il

Prefetto) invocarono il soccorso della Republica romana, che già

parecchie volte aveva guerreggiato contro di Viterbo; e i Romani,

ridendosi del trattato conchiuso col Papa, mossero contro la terra, che

al Papa giusto in adesso aveva reso omaggio.

Allora Alessandro comandò all’Arcivescovo di Magonza e ai Viterbesi

di schivare ogni battaglia, e conseguenza ne fu che i Romani, dopo

aver devastato le campagne, se ne tornarono a casa loro, nè altro

rimase al prefetto Giovanni di fare, fuorchè di prestare reverenza

al Papa, e di prendersi da lui l’investitura[742]. Allora anche al

protetto suo Calisto III cadde il coraggio; per verità ei tenne fermo

ancora un tratto di tempo a castel Monte Albano vicino Nomentum, ma le

soldatesche di Cristiano lo costrinsero a far sommessione. A Tusculo

(dove Alessandro s’era nuovamente ritirato) l’Antipapa si gittò a

piedi del suo nemico: si mostrò questi più grande di lui; gli perdonò,

com’era stato pattuito nella pace di Venezia, e più tardi gli diede il

Rettorato di Benevento per ristorarlo di ogni danno[743].

Eppure, omai nel mese di Settembre, i Conti della provincia levarono

un novello Antipapa, Lando di Sezza, che nasceva di una delle famiglie

germaniche dei tanti tirannelli della Campagna; ed egli si appellò

Innocenzo III. A Palombara presso Tivoli trovò dapprima riparo, indi

finì tradito, perocchè i signori del castello, congiunti prossimi

dell’antico antipapa Ottaviano, ossia Vittore IV, lo vendettero per una

somma di denaro, ed ei fu confinato nel convento della Cava[744]. Già

nel mese di Marzo 1179, Alessandro aveva congregato trecento Vescovi

della Cristianità in un Concilio ecumenico in Laterano, per rimarginare

le piaghe onde il lunghissimo scisma aveva esulcerato la Chiesa; ed

ivi s’era decretato che da allora in poi la maggioranza di due terzi

dei Cardinali avrebbe bastato a decidere dell’elezione pontificia.

Ancora una volta si pronunciò come legge della Chiesa, che la elezione

del Papa dovesse essere indipendente da qualsiasi podestà temporale,

e avvenir dovesse per opera del solo collegio cardinalizio: questa

indipendenza Alessandro aveva di nuovo conquistato effettivamente

combattendo contro lo scisma e l’Imperatore.

Così, dopo lotte lunghe, Alessandro III era riconosciuto per solo

capo della Chiesa; soltanto che a Roma e nello Stato ecclesiastico

ei continuava ad essere impotente come prima. Più e più sempre lo

premevano i capitani; questi baldanzosi vassalli combattevano la santa

Sede, con cui conchiudevano patti feudali, e parimenti osteggiavano la

Republica romana, che non aveva forza bastevole da costringerli a farsi

cittadini romani ed a vivere sotto le leggi municipali di Roma. Da

altra parte il Senato non riceveva che di solo nome l’investitura dal

Papa; veramente erane indipendente, e lo proteggevano le armi della sua

milizia, la quale costantemente combatteva contro Cristiano di Magonza,

che sempre accampava in Tuscia o a Camerino, e, per ragione di Viterbo,

guerreggiava contro Corrado di Monferrato, di cui era anzi tenuto

lungo tempo prigioniero. Un Papa come Alessandro III, cui la fortuna

aveva concesso così meravigliose vittorie, rimase in Roma perpetuamente

attendato come in terra nemica. Omai nell’estate dell’anno 1179 egli

aveva lasciato la Città, e quindi era vissuto nelle terre del Lazio,

oppure a Tusculo in nuovo esilio. Di là, nel Giugno 1181, andava a

Viterbo per trovarvisi col suo protettore Cristiano di Magonza, e

poco tempo dipoi, ai 30 di Agosto, moriva a Civita Castellana. La

plebaglia romana, che al trionfatore vivente aveva sparso fiori lungo

la sua via, gittò adesso sulla bara di lui morto maledizioni, pietre e

fango; soltanto a fatica i Cardinali poterono conquistare una tomba in

Laterano a quello che fu uno dei maggiori Pontefici[745].

Da dopo di Adriano I nessun Papa ebbe seduto sulla cattedra santa più

lungo tempo di Alessandro III; ma dei suoi ventidue anni di reggimento

egli ne passò diciotto in mezzo allo scisma della Chiesa, e più della

metà in esilio[746]. La sua lunga lotta con Federico lo ornò di eletta

gloria; rese egli secure ed ampliò le conquiste di Gregorio VII e di

Calisto II, fiaccò ancor più l’Impero la cui stella impallidì, e se

lo vide genuflesso a’ piedi nella persona di un eroe implorante pace.

Dopo del Congresso di Venezia e delle penitenze cui si assoggettò

Enrico d’Inghilterra la reverenza del mondo crebbe pel Papa oltre la

misura fin qui usata; e ciò a più forte ragione poichè Alessandro III

fu uomo che possedette dignità vera. La persona di questo Pontefice

fu irradiata eziandio bellamente dalla luce mattutina delle libertà

civiche d’Italia: tutto fortuna di lui, non merito! Le necessità del

tempo combinarono la non naturale associazione della libertà e del

sacerdozio; comunque sia, rallegra che la Chiesa (quasi sempre alleata

del despotismo) possa almeno una volta essere vista a capo dell’uman

genere, lungo le vie della libertà morale e della coltura: così avrebbe

dovuto sempre essere, se la Chiesa avesse adempiuto al suo officio! E

solo quante volte lo fu, splendette essa di una luce celeste e sublime,

laddove, quando per iscopi di ambizioni e di avidità pretesche combattè

i generosi impulsi dei popoli, essa raccolse l’odio in vece dell’amore

del mondo. Alessandro III ebbe animo più temperato e più tranquillo

di Gregorio VII: se non fosse stato il suo dissidio colla Republica

romana, lo si avrebbe potuto chiamare felicissimo di tutti i Papi[747].

§ 3.

Lucio III. — Guerra dei Romani contro Tusculo. — Cristiano di Magonza

muore. — Lucio III viene a dissidio coll’Imperatore, e muore a Verona.

— Urbano III. — Matrimonio di Costanza di Sicilia. — Enrico VI si

avanza nella Campagna. — Gregorio VIII. — Clemente III. — Pace colla

Republica romana (1188).

Il fatto che tre succeditori di Alessandro dovettero passar la vita in

esilio significa di che fatta relazioni continuassero ad esistere fra i

Papi e la Città. Perciò la persona del grande avversario di Federico si

solleva con taglia poderosa di eroe sopra le meschine figure di questi

tre Papi, i quali, atterrati dal soffio della sventura, piombarono

prestamente nella tomba. Al flusso succede il reflusso; quest’è legge

ricorrente nella storia del Papato.

Lucio III, Ubaldo Allucingoli di Lucca, finora cardinale vescovo di

Ostia e di Velletri, non fu eletto in Roma, ma levato alla santa Sede

dal Collegio cardinalizio raccolto a Velletri; e fu ordinato addì

6 Settembre 1181. Però, dopo un convegno conchiuso co’ Romani, egli

venne in Novembre nella Città, dove gli fu concesso dimorare alcuni

mesi[748]. Alitava in Roma sempre lo spirito di Arnaldo da Brescia;

colà ogni Pontefice o doveva conquistarsi una condizione tollerabile

di cose, od altrimenti partirne in bando. Sembra che i Romani tosto

si inimicassero con Lucio, avvegnaddio egli non volesse dar loro ciò

che Papi suoi antecessori avevano accordato[749]. Continuo pomo della

discordia era Tusculo, poichè i Romani perseguitavano quel castello con

un astio tale che toccava la manìa; così forse i Fiorentini avevano

odiato Fiesole prima che nell’anno 1125 distruggessero questa città

loro vicina. Indarno i Tusculani avevano cercato ripararsi sotto al

vessillo del Papa; a furia di sforzi riedificarono eglino le loro

mura, e si difesero disperatamente contro gli assalti ripetuti dei loro

nemici. Ai 28 di Giugno 1183 i Romani cinsero nuovamente Tusculo con

forza molta di soldatesche; Lucio III, che si teneva chiuso in Segni,

chiamonne di Tuscia Cristiano di Magonza per ajuto, e questi venne,

e bastò la ricordanza della battaglia di Monte Porzio perchè i Romani

dessero addietro due volte[750]. L’Arcivescovo guerriero s’avanzò fin

sotto le mura della Città, ma la febbre dell’Agosto che aveva ucciso

il suo celebre socio Rainaldo, lui pure colpì. Quell’uomo valoroso, un

tempo veementissimo nemico della santa Sede, poi suo difensore, recò

seco nella tomba la benedizione del Papa; e morì nel luogo delle sue

geste, a Tusculo, dove ebbe anche sepoltura[751]. Cristiano di Magonza,

uno de’ Principi maggiori del suo tempo, era la satira vivente di tutti

quei religiosi sforzi onde s’aveva inteso a spogliare i Vescovi del

repugnante carattere di uomini secolari: infatti egli, arcivescovo di

Magonza (e per tale era stato riconosciuto dopo la pace di Venezia),

tenne fino al termine de’ suoi giorni gioconda vita di cavaliere; aveva

un aremme di belle donne, montava cavalli di gran valore, vestiva una

corruscante armatura, e col robusto braccio roteava nelle zuffe la sua

mazza, sfracellando elmi e cranî ai nemici.

La morte di lui fu un fiero colpo pel Papa, che adesso invocò a suo

soccorso i Principi, ma non ne conseguì che buone parole e qualche

denaro[752]; e i Romani con cresciuta audacia si volsero adesso contro

tutte le terre della Campagna, che ancora erano aderenti del Papa.

In Aprile del 1184 devastarono nuovamente il territorio di Tusculo,

e fecero una punta nel Lazio, devastandolo[753]. Fiero e barbaro era

il loro odio contro il clero; colto un dì uno stuolo di preti nella

Campagna, strapparono gli occhi a tutti, fuor d’uno; li misero a

bisdosso di tanti asini, e poste loro in capo delle mitre di carta

con suvvi scritti nomi di Cardinali, comandarono a quello che avevano

risparmiato di condurre al Papa quel triste corteo[754]. Lucio III,

non trovando più sicurezza in alcuna terra romana, fuggì chiedendo

protezione all’Imperatore, il quale trovavasi a Verona, dopo di aver

conchiuso a Costanza, nel dì 30 Aprile 1183, la pace definitiva colle

città. Venuti lui ed il Papa ad abboccamento, in questo si sollevò

più d’una controversia per ragione dell’investitura e dell’eredità

di Matilde; d’altronde Lucio ricusò di dar la corona imperiale a re

Enrico, figliuolo di Federico, con che s’avrebbe rinnovellata una

costumanza dei Carolingi. Della richiesta dell’Imperatore si discusse

con calore a Verona, e finalmente Federico si partì dal Papa con gran

collera: ad ogni modo, tempo già prima, quegli aveva eletto il conte

Bertoldo di Künsberg da comandante nella Campania, sostituendolo

nell’officio di Cristiano; e Bertoldo era anche andato in quel paese

per difendere Tusculo contro a’ Romani[755]. Lucio scomunicò questi

ultimi nel Concilio di Verona, perocchè i ribelli contro il dominio

temporale, come Arnaldisti, fossero messi tutti a un fascio colle

sette di eretici che a quel tempo si facevano ognor più poderose, co’

Valdesi, co’ Catari, cogli Umiliati, coi Poveri di Lione e con altri;

come tutti costoro, furono eglino colpiti di solenne anatema[756].

Poco tempo dopo, ai 25 Novembre 1185, moriva a Verona Lucio III. I

mesti e arguti distici che si scrissero sul suo sepolcro, dipingono

mirabilmente le sorti di lui e dei Papi d’allora:

_Lucius, Luca tibi dedit ortum, Pontificatum_

_Ostia, Papatum Roma, Verona mori._

_Immo Verona dedit verum tibi vivere, Roma_

_Exilium, curas Ostia, Luca mori._

Il suo succeditore, persona di meste sembianze come quelle di Lucio,

rimase a Verona esule; fu egli Umberto Crivelli arcivescovo di Milano,

nemico dichiarato di Federico; fu consecrato il giorno primo del

Dicembre 1185, con nome di Urbano III. Il mal’animo coll’Imperatore

si mutò in aperta nimicizia[757]; e massima delle ragioni funne il

rifiuto che oppose Federico di restituire i beni contesi dell’eredità

di Matilde. Oltracciò la Curia romana era sgomentata dello splendido

successo che l’arte politica dei Tedeschi aveva ottenuto in Sicilia.

Quivi, dopo breve ma rigoglioso fiore, la dinastia di Rogero era

prossima a spegnersi; Guglielmo II non aveva figliuoli, e perciò

acconsentiva che Costanza erede e zia sua, figlia di re Rogero, si

sposasse con Enrico VI figliuolo di Federico. Senza che si togliessero

pensiero del Papa, signore feudale di Sicilia, e ad onta delle sue

proteste, il matrimonio fatale fu conchiuso a Milano, addì 27 Gennaio

1186; e colà Federico formalmente creò Cesare il figlio suo. Negò

il Papa di dare ad Enrico la corona imperiale, e siccome continuava

ad essere arcivescovo di Milano, rifiutò di porgergli eziandio il

diadema dei Lombardi; Federico fece allora che quella ceremonia si

celebrasse per mano del Patriarca di Aquileja. Sicilia, quel feudo

così ansiosamente vigilato della santa Sede, cui tanto spesso aveva

servito di ajuto contro ai Re tedeschi, doveva pertanto, alla morte di

Guglielmo, capitare precisamente in balìa di questo Impero alemanno. Il

gravissimo avvenimento era la maggiore sconfitta che potesse toccare

la politica romana, e per allora fu splendidissima vittoria della

corte tedesca, avvegnaddio Germania avesse or conseguito con trattati

diplomatici ciò che fin là tanti Imperatori inutilmente s’erano

sforzati di ottenere colle armi. L’acquisto di Sicilia era destinato

a ristorare la perdita di Lombardia fatta libera, ed ivi e nelle terre

di Matilde avevasi a fondare la potenza famigliare degli Hohenstaufen.

Però questi grandi guadagni dovevano fra breve esser la maledizione

d’Italia ed eziandio di Alemagna, condannata ad espiare così amaramente

la politica non nazionale degli Hohenstaufen.

Enrico adesso, per comandamento del padre suo, entrò da nemico nello

Stato della Chiesa, dove i Romani di buon grado si congiunsero a

lui: le terre del Lazio che tuttavia erano fedeli alla santa Sede

furono messe a guasto, e tolta venne al Papa ogni speranza di far

ritorno[758]. In questo, Urbano III moriva a Ferrara, il giorno 20

Ottobre 1187: onorevole fu la causa della sua fine; ai 2 di Ottobre

Gerusalemme era caduta in potere di Saladino, e siffatta novella

fulminava con ambascia da morirne il cuore di un Pontefice, che portava

il nome di quel suo avventurato predecessore, sotto il cui reggimento

la santa città aveva conseguito liberazione. La caduta di Gerusalemme

scosse Europa con tali un’angustia e un dolore, che la nostra

generazione data più al sodo può a mala pena farsene un’idea. Quel solo

avvenimento impose silenzio ad ogni più grave negozio che si discuteva

nell’Occidente, e indirizzò ancora una volta verso Oriente l’attività

del Papa e dell’Imperatore, di Re e di Vescovi.

Subito ai 25 Ottobre dell’anno 1187 Alberto di Mora, beneventano,

cancelliere della Chiesa, fu consecrato pontefice a Ferrara, con

nome di Gregorio VIII: questo vecchio non altro desiderava che far

la pace coll’Impero e mandare una crociata a Gerusalemme. Dopo le

guerre combattute sotto Alessandro III spossato era il Papato, salito

in forze l’Impero; la pace di Venezia e quella di Costanza avevano

posto fine alla guerra delle città; l’alleanza con Sicilia aveva

d’un tratto accresciuto la potenza imperiale. In tutta Italia nessun

nemico s’erigeva contro a Federico, laddove i Papi banditi di Roma si

crucciavano in esilio amaro. Perciò neppur Urbano III aveva osato di

scagliar l’anatema contro l’Imperatore, e il mite Gregorio VIII non

metteva tempo in mezzo a patteggiare con re Enrico. Gli promise che non

porrebbe inciampi alle sue pretensioni sulla Sicilia, e massimamente

che rispetterebbe di buon animo tutti i diritti imperiali in Italia:

Enrico VI sospese pertanto le ostilità, e mandò Anselmo conte e Leone

_De Monumento_ console dei Romani a negoziare col Papa. Costoro lo

accompagnarono a Pisa, dove Gregorio andò per riconciliare quella

Republica con Genova e per infervorarla alla Crociata; ma ivi egli morì

ai 17 Dicembre 1187[759].

Allora, cooperante Leone console, i Cardinali elessero a papa il

Vescovo di Palestrina; e questi, Paolino Scolari, romano della regione

detta della Pigna, fu consecrato nel duomo di Pisa, ai 20 Dicembre

1187, con nome di Clemente III. A lui, romano di nascita, riuscì

fatto di conchiuder pace col Campidoglio, che Gregorio VIII aveva omai

scomunicato. Dopo trattative coronate di prospero risultamento Clemente

III, accompagnato da Leone console, venne a Roma nel Febbrajo dell’anno

1188, e vi fu accolto con ogni specie di onori. Da quarantaquattr’anni

dacchè esisteva il Senato romano i Pontefici erano stati quasi

incessantemente vittime di questa rivoluzione civica; vedemmo Innocenzo

II e Celestino II finir tristemente la vita; Lucio II morir di una

sassata, Eugenio, Alessandro, Lucio, Urbano III, Gregorio VIII passar

la vita raminghi, esuli. Adesso finalmente Clemente III riconduceva

felicemente il Papato a Roma, ma pur conchiudeva una pace in tutte le

regole colla Città, come con una potenza autonoma che egli per tale

riconosceva. Quest’era il frutto delle vittorie lombarde ed eziandio

dell’energica resistenza opposta da’ Romani contro l’Imperatore

e contro il Papa. La confermazione della democrazia romana è un

avvenimento rilevante di questa età; ed infatti, quantunque mancassero

delle buone fortune e dei solidi ordinamenti che conseguito avevano

città di Lombardia o di Toscana, tuttavia i Romani d’allora diedero

prova di dignità, di fortitudine e di circospetta accortezza.

Nel complesso, Roma si pose col Papa in quelle medesime attenenze che

le città lombarde avevano stabilito fra sè e l’Imperatore, ossia si

tornò ai trattati conchiusi nel tempo di Eugenio III e di Alessandro

III. L’istromento che compilò e giurò il Senato nell’anno quadragesimo

quarto dalla sua istituzione, l’ultimo giorno di Maggio del 1188, ci

fu per buona ventura conservato[760]. Negli articoli di quella pace

decretata con robusto linguaggio per autorità del sacro Senato, il Papa

fu riconosciuto per principe supremo; ed egli investì nel Campidoglio

della dignità sua il Senato, che dovette prestargli giuramento di

fedeltà. Si riprese il Pontefice il diritto di coniar moneta, ma la

terza parte di essa fu assegnata al Senato[761]: tornarono al Papa

tutti i redditi che in antico erano stati proprietà pontificia;

solamente il Senato si tenne il ponte Lucano, di cui abbisognava alle

sue guerre con Tivoli. Per la restituzione di tutto ciò che competeva

giuridicamente alla santa Sede fu stabilito che si stipulerebbero

altri istromenti. Inoltre c’era quest’altro: il Papa ristorava i

Romani dei danni sofferti nella guerra[762]; assumeva obligo di fare

i soliti donativi di denaro ai Senatori, agli officiali del Senato,

a’ giudici ed a’ notai[763]; prometteva pagare cento libbre all’anno

per la restaurazione delle mura della Città[764]; si statuiva che la

milizia romana avrebbe potuto adoperarsi dal Papa alla difesa dei suoi

patrimonî, purchè egli le facesse le spese. Non v’era alcun articolo

che definisse se la Republica avesse il diritto di far guerra o pace

co’ suoi nemici, senza intervento del Papa; ma questo s’intendeva di

per sè, chè Roma era libera e il santo Padre nella sua città trovavasi

in condizioni eguali a quelle di altri Vescovi nelle città libere,

sebbene con gran reverenza gli fossero tributati titoli e onori di

podestà temporale. Una formale convenzione fu conchiusa anche per

rapporto alle città di Tusculo e di Tivoli, che adesso erano divenute

di ragione pontificia; infatti l’astio de’ Romani contro di quelle era

il motivo essenziale del loro patto col Papa. Al prezzo del suo ritorno

pacifico a Roma Clemente III sacrificò inonestamente Tusculo che

s’era ricoverata sotto le ali della Chiesa. Non soltanto die’ libertà

ai Romani di muover guerra contro quel castello, ma promise loro di

ajutarli co’ suoi vassalli; anzi si obligò di scomunicare i Tusculani

se entro il giorno primo di Gennaio non si fossero arresi ai Romani

loro carnefici. La sventurata città doveva smantellarsi; i suoi beni e

il suo popolo li conserverebbe il Papa[765].

Uno speciale trattato co’ Capitani stabilì le loro relazioni col Comune

romano. Del tenore de’ suoi articoli non abbiamo precisa notizia,

ma senza dubbio le grandi famiglie della nobiltà furono costrette a

riverire il Senato, a far parte del Comune in qualità di _Cives_, ed a

contribuire così a formare in grande l’istituto municipale[766].

Il Papa scelse dieci uomini per ogni «contrada» di ciascuna Regione di

Roma, e cinque di quelli su dieci giurarono la pace; tutto il Senato

giurò l’osservanza de’ patti raccolti nell’istromento[767]. Se ne

rileva che il Senato era composto di cinquantasei membri, alcuni de’

quali componevano la giunta reggitrice dei _Consiliarii_[768].

In tal guisa la costituzione dell’anno 1188 segnò un rilevante

progresso del Comune romano; fu così spazzata via la podestà

imperatoria dell’età de’ Carolingi, parimenti della podestà patriziale

del tempo dei Franchi. A’ diritti imperiali non si dava più bada.

Sciolto era ogni vincolo di Roma coll’Impero, dacchè i Papi avevano

conseguito libertà di elezione. Federico I nell’elezione sua propria

aveva disprezzato i voti dei Romani, ma finalmente nel trattato di

Anagni, con rinunciare alla Prefettura, aveva eziandio rinunciato

alla podestà imperatoria. La Città era uscita dalla cerchia delle

attenenze antiche; in essa il Papa non aveva più potere di governo nè

di legislazione; il suo stato temporale era ristretto al possedimento

di regalie e di beni ecclesiastici, ed a’ rapporti feudali. Potente

era il Pontefice, perchè continuava ad essere il maggior possidente

di terre, perchè dispensava i maggiori feudi, perchè poteva chiamare

in armi numerosi vassalli. Ma la sua autorità di principe territoriale

consisteva soltanto nella investitura ch’egli impartiva ai magistrati

della Republica, liberamente eletti dal Comune, e nella associazione

dei suoi ordini giudiziarî con quelli civici, nelle controversie di

natura mista. Pertanto la cessazione della podestà pontificia, che

avvenne mercè la sola forza del Comune romano, è uno dei fatti più

gloriosi nella storia di Roma a’ tempi di mezzo; soltanto adesso la

Città potè nuovamente pretendere all’estimazione del mondo civile.

§ 4.

La Crociata. — Riccardo Cuor di Leone passa davanti a Roma. — Federico

I muore. — Celestino III. — Enrico VI chiede la corona imperiale. — È

coronato. — I Romani distruggono Tusculo. — Caduta de’ Conti tusculani.

— Attenenze della nobiltà colla Republica di Roma. — Mutamento di

costituzione. — Benedetto _Carushomo_, senatore. — Giovanni Capoccio,

senatore. — Giovanni Pierleone, senatore. — Enrico VI distrugge la

dinastia normanna in Sicilia. — Sua morte immatura. — Muore Celestino

III.

Clemente III volse tutta la sua attività alle cose della grande

Crociata, cui diede opera dapprima il solo vecchio imperatore Federico,

indi presero parte il re Filippo Augusto di Francia e Riccardo re

d’Inghilterra. Anche nobiluomini romani questa volta erano andati

in Oriente, un Pierleone ed eziandio Teobaldo prefetto, i quali

ambidue combatterono con Corrado di Monferrato ad Acri contro di

Saladino[769]. Non uno degli eserciti crociati passò per Roma; il solo

Riccardo Cuor di Leone, sul principio dell’Agosto 1190, imbarcatosi

a Marsiglia, toccò terra ad Ostia, ma colà congedò con un rifiuto

il Cardinale che era andato officiosamente a invitarlo in nome del

Papa, affinchè onorasse con una sua visita la città capitale della

Cristianità. Secoli prima nessun Re avrebbe ricusato di obbedire a

quella esortazione; ciascuno s’avrebbe estimato beato di entrare in

abito dimesso di pellegrino per le porte della santa Città e di muovere

alle tombe degli Apostoli; ma i tempi s’erano, e quanto! mutati, e il

fiero Riccardo, successore di religiosissimi Re anglossassoni, che in

antico avevano toccato il colmo della felicità vestendovi la cocolla,

protestò sprezzevolmente al Cardinale, che non francava la spesa di

andare alla corte pontificia, dove null’altro si trovava che avarizia

e corruttela[770]. Per la via di terra il suo esercito passò davanti a

Roma, e procedette fino a Terracina luogo la costiera coperta di boschi

e di paludi[771]; indi veleggiò a Messina, dove s’impacciò in fieri

negozî coi Siciliani. Infatti, ai 16 Novembre 1189 era morto Guglielmo

II, marito di Giovanna ch’era sorella di Riccardo, ed allora quel

partito siciliano, che s’inspirava a sentimento di nazione, aveva dato

la corona al conte Tancredi, figlio naturale di quel Rogero di Puglia,

che era stato primogenito di Rogero re. Enrico VI marito di Costanza

si era armato per discacciare quell’«usurpatore», cui del resto il

Pontefice aveva dato l’infeudazione: però alcuni torbidi che avvenivano

in Alemagna e l’annunzio della morte del padre suo ne l’avevano

impedito di dar seguito all’impresa. Il vecchio Federico, il quale un

tempo s’era augurato che il destino lo avesse tratto, come Alessandro

magno, in Asia anzichè in Italia, moriva colà in un fiume di Siria, ai

10 di Giugno dell’anno 1190.

La memoria dell’eroe Barbarossa, vero colosso degli Imperatori del

medio evo, dura splendidissima nella storia di Germania, che la

tiene ad orgoglio di sua nazione, nè mai perirà: le leggende popolari

degli Alemanni lo celebrano come principe che simboleggia la maestà

dell’Impero tedesco da ripristinarsi nell’avvenire; ma in Italia le

sue imprese devastatrici e le ruine di generose città sono altrettanti

titoli di odio contro di lui, quand’anche l’astio potesse diminuirsi,

se si pensasse all’indole di quel suo tempo ed alla sua eroica persona.

L’ostinata lotta dell’Impero contro le città, ossia la controversia

delle investiture civiche, non fu meno rilevante, nè meno benefica

della controversia delle investiture ecclesiastiche che combatterono

gli Enrichi. Se non fossero stati gli intenti despotici e le guerre

di Federico la libertà delle città non s’avrebbe svolto mai così

rapidamente; nè sì presto la si avrebbe accettata negli ordinamenti

di diritto publico. Se non fu altro, il Barbarossa, contro intenzion

sua, prestò un siffatto servigio ad Italia, che lo combattè così

prodemente. Al lungo e fatale legame che avvinse Germania e Italia

per via dell’«Impero» imprecherà soltanto chi considera la storia

mondiale colle grette vedute di una specie di felicità casalinga e

patriarcale; ma fuor di quell’angusto orizzonte ogni lamento è senza

valore ed insano. Questo solo può dirsi, che, dopo la pace di Venezia,

Italia e Alemagna erano omai giunte ad abbastanza maturità perchè

potessero disgiungersi l’una dall’altra; però sventuratamente Federico

col matrimonio della Siciliana riannodò un vincolo che in ordine di

principî s’era sciolto: così l’unità e la fortezza di Germania furono

sacrificate senza pro alla politica dinastica degl’Imperatori, e

condannate a sostener lunghe lotte di quà dalle Alpi.

Il giovine Enrico VI si struggeva del desiderio di ottenere la corona

imperiale; e perciò i suoi ambasciatori corsero al Papa ed eziandio al

Senato, di cui or nuovamente dovevasi attendere al voto, e cui il Re

prometteva di riconoscere giuridicamente[772]. Clemente III, sgomentato

dalle minacce di Enrico, il quale se l’era legata al dito che avesse

concesso Sicilia in feudo a Tancredi, stabiliva che la coronazione

dovesse avvenire nelle prossime feste di Pasqua, ma egli moriva sulla

fine del Marzo 1191.

Tosto i Cardinali elessero a papa il vecchio cardinale Giacinto,

figlio di Pietro Bobone, romano della famiglia degli Orsini: e l’eletto

assunse nome di Celestino III[773]. Già s’avvicinava Enrico con grande

oste, già era prossima la Pasqua, e il novello Pontefice procrastinava

la sua ordinazione per menare in lungo la coronazione, intorno cui

ancor si negoziò. Potevala eziandio impedire l’atteggiamento ostile del

Senato, laonde Enrico VI ne faceva ricerca con grande pressura, perchè

gli tardava muovere prestamente contro Sicilia. Di queste circostanze

accidentali s’approfittarono i Romani per ridurre finalmente Tusculo

in loro balìa. La tribolata città s’era per tre anni difesa contro gli

assalimenti del Papa e del Senato uniti; nella sua estrema angustia

ella si era rivolta ad Enrico che venivasi avvicinando, gli aveva

chiesto soccorso, e ottenutone un presidio tedesco che il Re di gran

cuore le concedeva. Ma gli ambasciatori romani protestarono a Enrico

che si opporrebbero alla sua coronazione se loro non desse in mano

Tusculo; che, per lo contrario, se così avesse fatto, avrebbero eglino

costretto da parte loro il Papa a coronarlo immantinente. Enrico

accondiscese all’obbrobriosissimo mercato, ma scaricò ogni colpa sul

Pontefice, il quale si lasciava vincolare da patti inonesti: subito

dopo della coronazione Enrico avrebbe consegnato Tusculo al Papa, e

questi l’avrebbe data ai Romani[774].

Soltanto allora che Enrico VI s’ebbe avvicinato con grande oste

a Roma Celestino III si fece ordinar papa ai 14 di Aprile nel san

Pietro, per potere all’indomane, sebbene di contraggenio, compiere

la ceremonia della coronazione[775]. Dai prati di Nerone mosse il Re

alla città Leonina; ai 15 di Aprile, nel san Pietro, Celestino pose

il diadema in capo di Enrico e di Costanza moglie sua[776], e il dì

dopo i Tedeschi piantarono il loro campo sulle pendici di Tusculo. La

sventurata città ebbe presto una tragica fine; restituita al Papa,

fu da questo abbandonata ai carnefici suoi, e i Romani con furore

da demoni si scagliarono sulla vittima inerme; a Tusculo non rimase

pietra su pietra; senza coscienza nè fede si scannarono i cittadini o

si cacciarono in miserando stato. Fu questa una sconcia e scellerata

imitazione delle celebri distruzioni di Lodi, di Milano e di Crema;

tratto che denota l’indole di quel tempo di liberazione di città e

di loro sterminî. Causa il duplice tradimento dell’Imperatore e del

Papa perì per sempre una delle città antichissime del Lazio: il fatto

avvenne ai 17 Aprile dell’anno 1191[777]. Nell’età antica Tusculo aveva

donato a Roma (tanto più giovine di essa) quegl’illustri cittadini

che furono i Catoni; nel medio evo le aveva dato a tiranni i Conti

tuscolani, quei suoi fieri consoli e patrizî e papi; tutti uomini

che per la più parte erano stati malvagi, ed alcuni d’intelletto

e di fortezza grandi. Il nome di Tusculo si associa strettamente

coll’epoca più oscura di Roma medioevale; nè su quella sua altura

sempre benedetta di sole si possono mirarne le meste ruine senza che

la mente sia ricondotta alle memorie di Marozia, degli Alberici e dei

Teofilatti[778]. Sparve la potente famiglia dei Conti de _Tusculana_,

ossia, più esattamente, si propagò nella Campagna e a Roma in rami

di famiglie, fra le quali fu celeberrima la casa dei Colonna. Questi

signori vennero in possesso dell’antichissimo palazzo che la famiglia

stipite dei Tusculani aveva posseduto in Roma, prossimamente ai santi

Apostoli, e dove quei Conti, da consoli de’ Romani, avevano un tempo,

tanto spesso tenuto il loro tribunale[779].

I beni della distrutta città andarono, secondo il patto, al

Pontefice[780], le reliquie degli abitanti si dispersero ad

ingrossare Frascati, oppure ad accrescere le popolazioni dei luoghi

circonvicini[781].

Il novello Imperatore, senza far sosta, andò di Roma nelle Puglie per

sbalzarvi re Tancredi dal trono; e il debole Celestino non oppose che

impotenti preghiere a quel suo proponimento. Lo affannava la unione

di Sicilia coll’Impero, che mandava a rovescio tutta la politica

tradizionale dei Papi, ma impedir la cosa non poteva. Dopo rapide

vittorie, conseguite peraltro a prezzo di perdite gravi nelle Puglie,

Enrico VI fu costretto a tornarsene nel Settembre dell’anno 1191 ad

Alemagna, e il Papa, che ne ebbe gran contentezza, osò ancora meno di

ledere il trattato conchiuso coi Romani[782]: dopo tanti anni Celestino

III fu pertanto il solo Pontefice che passasse in Roma l’intiero tempo

del suo pontificato. E in Roma tutte le attenenze esteriori favorivano

la durata della Republica, ma le condizioni interne impedivano che si

rafforzasse con robusto svolgimento. Roma cristiana non fu capace che

di ribollimenti passeggieri in ogni cosa che fosse libertà e grandezza;

alle vere e forti virtù civiche fu essa ad ogni tempo inetta. Città

dominata dai Papi, non produsse mai più un sol cittadino che avesse

la taglia degli antichi. A quel popolo sfortunato ed ozioso, che in

un anno contava più feste di chiesa che giornate di lavoro, mancava

coll’attività la proprietà; coll’una e coll’altra difettavano la forza

e la dignità conscia di sè. Manifeste sono le ragioni dello stato

deplorevole dei Romani, e nessun popolo del mondo sarebbe stato tanto

forte da potere alla lunga resistere a quelle influenze funeste. Il

ceto de’ cittadini mediocri di Roma, povero e debole troppo, non aveva

associazioni di maestranze che gli desse fortezza, o, se ne aveva,

erano soltanto cosa di pochissima rilevanza: pertanto non potè mettere

briglia ai Patrizî ed ai Capitani, che, uniti al Papa o soli, presto

indebolirono la Republica, e presto la fecero a pezzi[783]. Se la

nobiltà avesse avuto l’animo di quella di Genova o di Venezia, allora

sì che di contra ai Pontefici s’avrebbe potuto comporre un durevole

governo aristocratico; ma gl’innumerevoli nobiluomini romani, che non

accudivano a negozî di commerci, nè si occupavano di agricoltura nella

selvatica Campagna, erano per la massima parte illustri accattoni,

ossiano uomini feudali del Papa, dei Vescovi e dei luoghi pii di

Roma. Poco a poco la Chiesa aveva ridotto quegli ottimati a suoi

vassalli, e, per quanto poteva fare, essa impediva che accumulassero o

rendessero stabili le proprietà famigliari[784]. Perlochè i patrimonî

dei maggiorenti erano sempre di durata incerta, passavano da mani a

mani; e quando si leggono le carte di quell’età convien meravigliare,

vedendo quanto spesso feudi e castella cambiassero padrone per ragione

di permute. Soltanto a un pajo di famiglie, ai Colonna ed agli Orsini,

riuscì fatto di fondare nella Campagna dei veri patrimonî liberi di

loro case.

Allorchè le paci di Venezia, di Costanza e di Roma ebbero fatto accorta

la nobiltà che il Comune romano otteneva consistenza, mutò essa il

sistema che fino allora aveva adottato. I Consoli entrarono allora

nel Comune per cambiarlo in aristocratico; la nobiltà empiè de’ suoi

il Senato, e le fu agevole cosa farveli eleggere. Da dopo l’anno 1143

in poi la preponderanza nel Senato era stata dei plebei; indi, poco

a poco, v’erano entrati i maggiorenti; dal tempo di Clemente III e

di Celestino III vi si trovarono più patrizî di antiche stirpi, che

cittadini o cavalieri[785]. La pressa di entrare in Senato diventò

tanta, che presto quel corpo superò il numero di cinquantasei membri

che era stato il normale, ossia stabilito per patto[786].

Ell’era conseguenza di queste attenenze nuove, se omai nell’anno

1191 avveniva una mutazione di cose; il popolo si sollevava contro

l’aristocrazia, rovesciava la costituzione, e, come ne’ primi tempi,

poneva un sol uomo a capo del governo. Può darsi che ciò si facesse ad

imitazione di altre città, le quali verso la fine di questo secolo,

a vece dei Consoli che finora erano stati loro governatori, avevano

affidato il potere in mano di un solo reggitore. Non più i Romani

diedero nome di _Patricius_ al capo della loro Republica, e nemmanco

quello di «Podestà» usato nelle città italiane, ma chiamaronlo

_Senator_ o _Summus Senator_; e di questa dignità investirono Benedetto

_Carissimus_ o _Carushomo_, uomo di stirpe ignota e certo cittadinesca,

il quale durante una sommossa s’impadroniva del potere. Il governo

poliarchico s’era mostrato debole; il reggimento d’un solo diè subito

saggio di fortezza, perocchè il senatore Benedetto togliesse al

Pontefice tutti i redditi nella Città e fuori, e ponesse suoi giudici

(_Justitiarii_) anche nelle terre di provincia[787]. Da principio il

Papa nol volle riconoscere, indi cedette, e accondiscese al mutamento

della costituzione. Tuttavia neppur col governo di un solo Senatore

l’ordinamento republicano ebbe cessato, e il Senato e il parlamento del

popolo continuarono ad esistere come prima.

Forse a quel Senatore Roma andò debitrice del suo primo statuto

municipale che da lui emanò e l’intiero popolo confermò[788]; sennonchè

dell’attività di Benedetto non pervennero a noi che poche notizie, e

mozze anche queste, laddove egli, chi il sa? fu uomo valente e ben

meritevole forse, che la sua memoria si conservasse anche oggidì a

Roma in una iscrizione monumentale. Il suo officio durò all’incirca

due anni; indi ei cadde, precipitato da una sollevazione, e lungo tempo

fu sostenuto prigioniero in Campidoglio[789], solo Senatore facendosi

allora Giovanni Capoccio[790]. Questo Romano era di una famiglia di

nobili minori che possedevano le loro torri presso ai santi Martino e

Silvestro, dove una oggidì ancora ne avanza ritta in piedi. Anch’egli

tenne man forte di governo[791]. Uscito di carica, gli succedette

Giovanni di Pierleone[792], ma, intorno all’anno 1197, una nuova

mutazione restituì l’antico ordinamento di cinquantasei Senatori colla

giunta esecutrice dei Consiliatori: e, poichè in quel tempo il Senato

era essenzialmente composto di Capitani, l’innovazione non potè venire

da altri che dalla nobiltà feudale[793].

La lotta delle fazioni combattentisi nel Comune e la smania di novità

(vizio comune di tutte le democrazie) erano la sola speranza del Papa,

il quale accortamente lasciò che i Romani si sbizzarrissero a lor

talento. Giusto in questo tempo il Papato era seriamente minacciato,

chè, morto re Tancredi, Enrico VI nell’anno 1194, aveva soggiogato la

Sicilia. La perfidia con cui questo Principe avaro e senza coscienza

sterminò gli ultimi discendenti della dinastia de’ Normanni e la

nobiltà normanna irritò il sentimento nazionale degli Italiani[794].

I Lombardi, minacciati di un nuovo despotismo imperiale, andavano a

pericolo di veder crollare la loro libertà, conquistata a forza di

eroismi. Enrico VI, come già aveva fatto suo padre, investiva Tedeschi

dei publici officî; suo fratello Filippo veniva chiamato duca di

Toscana ed otteneva in feudo i beni della contessa Matilde; ancor

prima Corrado Lützelhard aveva avuto Spoleto, e al generale Markwaldo

erano state date in feudo la Romagna e le Marche. La potenza di Enrico

cingeva tutto lo Stato della Chiesa come dentro a un cerchio di ferro;

ed egli occupava il patrimonio della Chiesa quasi fino alle porte di

Roma[795]. Il figlio del Barbarossa concepiva l’idea dell’Impero con

baldanza giovanile; sognava già restaurare la dominazione imperiale

sul mondo, sottomettere Italia al suo comando, distruggere il Papato

gregoriano. In Roma voleva ripristinare i diritti imperiali cui il

padre suo aveva rinunciato; e senza dubbio colla sua potenza d’animo

grande ed energica Enrico VI sarebbe riuscito in questo intento, se più

a lungo avesse vivuto. Il Prefetto urbano continuamente resisteva al

Pontefice, di cui non acconsentiva ad essere l’officiale; l’investitura

imperiale fino adesso gli aveva dato uno stato libero, illustre e

temuto troppo, perchè egli ne potesse tollerare facilmente la perdita;

laond’è che, giusto adesso, vediamo tanto spesso i Prefetti mettersi

al codazzo di Enrico, cui eglino con gran fervore aderivano. Anche

i Frangipani Enrico VI traeva dalla sua. Quei vassalli della Chiesa,

allora potentissimi, bravavano del continuo i Papi che erano costretti

a lasciar loro il possedimento della marittima città di Terracina, dove

la facevano da despoti, e con cui tratto tratto si rappacificavano

mercè di trattati conchiusi con quel Comune, che ripetutamente si

ribellava contro di loro[796].

Nel Novembre dell’anno 1196 l’Imperatore mosse alla sua ultima impresa

in Sicilia: seguito da Pietro prefetto, da Markwaldo e da Corrado di

Spoleto passò per le terre romane, e venne a Tivoli, a Palestrina e

a Ferentino[797]. Roma non toccò, ma da Tivoli trattò col Papa, cui

chiese che coronasse il bambino Federico suo figlio[798]. Contro

la sua abbominevole tirannia si sollevarono in Sicilia la nazione

maltrattata e la stessa moglie di lui che passò dalla parte dei

sediziosi. L’Imperatore soffocò la ribellione con una ferocia e con

un’inumanità, di cui non si possono trovare esempî che nella storia de’

Sultani asiatici; però egli stesso, dopo che ebbe ridotto la ridente

Sicilia a un deserto, fu rapito da fatal morte. Enrico VI, nella cui

indole si accoppiavano grandi qualità di statista e di principe con

disonestà senza fede nè coscienza, con avarizia e con crudezza, morì a

soli trentadue anni di età, ai 28 Settembre 1197, in Messina. Addì 8 di

Gennaio dell’anno 1198, anche Celestino III lo seguì nella tomba. Erede

della formidabile potenza dell’Imperatore fu un fanciullo abbandonato

alla tutela di una bigotta femmina siciliana; ma erede del debole Papa

fu uno dei maggiori uomini che la Chiesa abbia avuto.

Le buone fortune del Papato non avevano limite[799].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 4/8 · 第 21 / 34 题