§ 1.
I Pierleoni. — Loro origine ebraica. — Sinagoga degli Israeliti in
Roma nel secolo duodecimo. — Pietro Leone e il figliuol suo Pietro
cardinale. — Scisma fra Innocenzo II e Anacleto II. — Innocenzo fugge
in Francia. — Lettera dei Romani a Lotario. — Anacleto II concede a
Rogero I il titolo di re di Sicilia.
Uno scisma di origine e d’indole puramente civiche doveva far conoscere
al mondo che delle divisioni ecclesiastiche non sempre avevano colpa i
Re tedeschi. La ricchezza e la potenza dei Pierleoni, e più ancora i
meriti grandi che avevano conseguito verso la Chiesa, davano ad essi
buona speranza di levare al papato uno della loro famiglia. Scendeva
questa, or divenuta illustre tanto, di origine ebraica, e cotal fatto
strano ci porge opportunità di dare un’occhiata alla sinagoga di Roma.
La comunità degli Israeliti aveva, fino da’ tempi di Pompeo, posto sue
dimore nel Transtevere e intorno ai ponti dell’isola; in mezzo a tutti
gli uragani della storia essa aveva durato in Roma, dove una piccola
congregazione di Ebrei si tollerava quasi a simbolo monumentale delle
radici che il Cristianesimo teneva nel vecchio Testamento. Quelle
genti non s’erano mescolate con Romani o con Barbari, e, maritandosi
fra loro, avevano trasmesso il puro sangue della loro razza ai loro
figli e ai figli dei figli: intorno a sè avevano visto disfarsi in
polvere l’antica Republica romana, e la monarchia romana dei Cesari,
e la immensa città marmorea di Roma, e un secondo Impero franco; ma
eglino, più incrollabili delle statue di bronzo, erano sopravvissuti
alla Nemesi formidabile dei secoli; ed oggidì ancora, nei vicoli
vicini al Tevere, innalzano le loro orazioni a Gehova, al dio di
Abramo e di Mosè. Il numero di essi (che dal tempo delle persecuzioni
spagnuole avvenute sotto di Filippo II fino ad oggidì è salito in Roma
a cinquemila anime) giungeva nel secolo duodecimo a soli duecento di
sesso maschile; chè tanti ne contò il rabbino Beniamino di Tudela,
allorquando visitò Roma all’età di Alessandro III: però egli accerta
che fra’ suoi socî di religione aveva trovato uomini di influenza
grande benanco alla corte pontificia, e rabbini sapientissimi, quali
erano Daniele, Geiele, Joab, Natano, Menahem, ed altri Ebrei di
Transtevere[491]. Fuor del bujo che involge questa scuola di Israeliti,
noi la vedemmo uscire soltanto all’occasione di cantare i suoi inni di
laude nelle festività di omaggio; e una sol volta ci si narra che gli
Ebrei sofferissero in Roma persecuzione[492]. Quella razza ridotta in
servitù seppe difendersi contro i suoi tribolatori mercè di astuzia,
d’ingegno e della potenza dell’oro ammassato in segreto: i migliori
medici, i più ricchi banchieri erano ebrei; e nelle loro meschine case
prestavano denaro a usura, e fra i loro debitori scrivevano nei loro
libracci i nomi degli illustrissimi Consoli dei Romani e financo dei
Papi angustiati a pecunia.
Or da quella disprezzata sinagoga ebraica uscì una famiglia senatoria,
che alle laute usure andava debitrice della sua fortuna e della sua
potenza. L’avo di quel _Petrus Leonis_, che durante la controversia
delle investiture sostenne in Roma una parte tanto ragguardevole,
aveva fatto negozî di banchiere colla corte pontificia, ne aveva
spesse volte soccorso le strettezze finanziarie, e da ultimo s’era
fatto battezzare, prendendo nome di _Benedictus Christianus_. Ben
presto il figliuol suo Leone, che aveva tolto il nome di battesimo da
quello di papa Leone IX, potè aprirsi una splendidissima via, come si
conveniva a uomo ricchissimo, fornito d’ingegno, audace, ambizioso.
Egli s’imparentò con ottimati romani che ambivano di dare le aurate
figlie d’Israello in mogli ai loro figliuoli, o che sposavano le
lor proprie figlie coi battezzati figliuoli d’Ebrei[493]. L’usurajo
Leone si strinse a Ildebrando ed ai Papi riformatori col fervore che
gli davano il suo fanatismo di rinnegato e l’accortezza politica;
e il vigoroso figlio suo, _Petrus Leonis_ ossia Pierleone, diventò
dappoi in Roma uomo di altissima influenza politica, tanto che di
lui non si poteva far senza[494]. Oltre alla sua rocca posta presso
al teatro di Marcello (indubbiamente la aveva di già eretta il padre
suo Leone), egli dominava eziandio la prossima isola Tiberina: Urbano
II gli aveva confidato financo la guardia del castel Sant’Angelo,
e quel Papa moriva nelle case del creditore e protettor suo, ed i
successori di Urbano si sbracciavano per ottenere il patrocinio del
potente Pierleone. Ma il popolo lo aborriva perchè era un usurajo, la
nobiltà lo odiava perchè uomo nuovo, e noi vedemmo che questo forte
amico di Pasquale non potè ottenere la Prefettura per il suo figliuolo.
L’amicizia de’ Pontefici, lo splendore delle parentele, le dovizie
e la potenza cancellarono tanto presto la macchia dell’origine ebrea
di questi signori potenti, che in brevissimo tempo i Pierleoni furono
celebrati come il più illustre dei casati principeschi di Roma; omai
da dopo di Leone si fregiarono del titolo di «Console dei Romani», e
lo sostennero con orgoglio e con maestrevole dignità, quasi che fossero
dei patrizî antichissimi[495]. Vennero quindi in cozzo coi Frangipani,
perocchè questi fossero adesso ghibellini ossia di parte imperiale,
eglino guelfi ossia di parte pontificia; ed è cosa mirabile vedere in
Roma l’una presso dell’altra queste due famiglie, entrambe le quali
avevano per istipite uno di nome Leone, ed erano sorte in fiore intorno
allo stesso tempo. Poichè poi anche i Frangipani s’imparentarono coi
Pierleoni, si favoleggiò più tardi che entrambe le famiglie traessero
origine dalla gente Anicia: nel secolo decimoquinto si narrò che due
fratelli di un Pierleone Massimo, così detti Conti dell’Aventino,
fossero emigrati in Germania, e colà avessero fondato la casa di
Absburgo; e benanco gli Imperatori d’Austria tennero ad onor loro di
esser congiunti dei Pierleoni, infino a che scoversero che, in caso
tale, eglino avrebbero dovuto andar cercando i loro avi nel ghetto di
Roma[496].
Pietro Leone morì addì 2 di Giugno dell’anno 1128, coperto di
onoranze che più non avrebbe potuto capirne un Console di Roma antica.
Perirono i sepolcri de’ Papi di quel tempo, ma il caso tenne saldo
in piedi il mausoleo di questo Crasso israelita, con pari cure di
quelle che il destino prodigò a conservare il sarcofago di Cecilia
Metella. Nel chiostro del san Paolo dura una grande arca di marmo del
pessimo tempo romano, ed è adorna di figure che rappresentano Apollo,
Marsia e le Muse: fu questa la tomba di Pier Leone, e l’epigrafe, di
gusto veramente ebreo, lo pregia come «uomo senza pari, immenso di
ricchezze e di figliuolanza»[497]. Molta discendenza ei lasciò, e così
meravigliose, e come di favola, furono le fortune di questi rampolli
del ghetto, che uno dei suoi figliuoli diventò papa, un altro fu fatto
patrizio dei Romani, ed una figlia, vien detto, andò sposa di Rogero di
Sicilia.
Il figlio suo Pietro aveva quel potente signore destinato ad un
officio di Chiesa. Forse che a lui si poteva negare la cappa violetta
di cardinale? forse che il rosso paludamento pontificio era desiderio
troppo temerario per il ricco figliuolo di Pier Leone? Il giovine
Pietro fu mandato a Parigi perchè compiesse di erudirsi, e ivi senza
dubbio fu degli uditori di Abelardo; finiti gli studi, vestì a Cluny
la tonaca monastica, che pur sempre era il più commendevole abito per
i candidati pontefici. Accondiscendendo al desiderio del padre suo,
Pasquale se lo chiamò a Roma, e lo fece cardinale dei santi Cosma
e Damiano. Insieme col fratello Pietro accompagnò dappoi Gelasio
in Francia, tornò con Calisto e divenne cardinale prete di santa
Maria, in quello stesso Transtevere dal quale la sua famiglia aveva
tratto l’origine: indi sostenne l’incarico di legato in Francia dove
congregò Concilî, e in Inghilterra dove, accolto solennemente da re
Enrico, entrò con magnificenza da principe. Al figliuolo del potente
Pier Leone non difettarono dignità, cultura, ingegno, e se, come gli
rimproverarono gli avversarî suoi, da nunzio s’abbia grancito immensi
tesori, egli non avrà fatto che seguire l’esempio di quasi tutti
gli altri suoi colleghi Cardinali legati. I fieri nemici di lui lo
colmarono più tardi di contumelie, ma nulla v’ha che giustifichi la
mala dipintura che eglino fecero dell’indole sua[498].
La famiglia di lui sperava di vedergli posare in capo la corona
pontificia; dei voti di numerosi clienti egli era omai certo in grazia
delle sue dovizie; financo il cardinale Pietro di Porto capitanava
nel sacro Collegio il partito che a lui era favorevole, laddove gli
avversarî suoi, condotti da Aimerico cancelliere e da Giovanni di
Crema, scrivevano sulle schede dell’elezione il nome di Gregorio di
Sant’Angelo. Dapprincipio s’aveva deliberato di rimettere l’elezione
all’arbitrato di otto Cardinali, e fra questi era anche Pietro, che
da tempo lungo intendeva al papato. Sennonchè, era spirato appena
Onorio, che cinque degli elettori si unirono con gran secretezza in san
Gregorio sul _Clivus Scauri_, ed ivi, ai 15 di Febbraio, convennero di
far papa il cardinale Gregorio con nome di Innocenzo II: subito dopo il
suo partito, ch’era in tutto e per tutto composto soltanto dei sedici
Cardinali più giovani, di alcuni cittadini, dei Frangipani e dei Corsi,
lui acclamò pontefice[499]. Gli avversarî a buona ragione istizziti,
corsero di lì a poche ore nel san Marco; il maggior numero de’
Cardinali, la parte più grande de’ cittadini e quasi tutta la nobiltà,
i Tebaldi, gli Stefani, i Berizoni, i Sant’Eustachio, i giudici «del
palazzo», presieduti dal decano de’ Cardinali, elessero il figlio di
Pier Leone con nome di Anacleto II[500].
I due pretendenti stavano uno di contra all’altro, come Giacobbe ed
Esaù disputanti pel diritto di primogenitura. Il cardinale Gregorio
aveva strappato alla fazione sua la benedizione del primogenito, ma
quasi tutta Roma e le terre prestavano omaggio ad Anacleto II[501]. Non
sapeva di novità lo spettacolo di due Papi fra sè nemici, che un dopo
l’altro si siedevano sulla cattedra santa, non appena che l’uno oppur
l’altro aveva dovuto scenderne a precipizio: si venne dunque con grande
ira alle armi. Innocenzo II, che per verità in gran fretta era stato
messo dentro nel Laterano, si ricoverò, il giorno stesso della sua
elezione, nel Palladio, ossia nella chiesa di santa Maria _in Pallara_,
che era difesa dalla fortezza dei Frangipani presso al Palatino[502].
Anacleto II, assistito da’ suoi fratelli Leone, Giordano, Rogero,
Uguccione, e da numerosi clienti, mosse al san Pietro, ne schiuse con
violenza le porte, si fece consecrare papa da Pietro di Porto, prese
d’assalto il Laterano, si sedette sulle cattedre papali che erano in
quella chiesa, andò a santa Maria Maggiore e sequestrò i tesori della
Chiesa. Tutta Roma risonò dello strepito della guerra civile in quello
che migliaia di mani si facevano avidamente sporte per raccogliere nel
loro cavo stille di quel ben di Dio che faceva piovere Anacleto, vera
meteora d’oro. E nelle tumultuose processioni ch’ei celebrò da papa il
nostro occhio può discernere la Sinagoga degli Ebrei, postata vicino
al favoloso palazzo di Cromazio, avendo a capo il suo rabbino col gran
volume velato del Pentateuco; e ci possiamo imaginare se i figliuoli
d’Israello avranno mai come allora salutato il Papa con inni tanto
sinceri di voti maligni, ovverossia con tante maledizioni borbottate a
bassa voce[503].
Anacleto si aveva guadagnato Roma, ed anzi l’adesione che a lui
facevano tanti e così illustri Cardinali e ottimati gli dava pieno
diritto di essere papa. Per fermo fallì l’assalto dato al Palladio, ma
Innocenzo vide l’oro del suo nemico penetrare dai pertugi di quelle
muraglie: perlochè nell’Aprile o nel Maggio fuggì in Transtevere,
dove si nascose nelle torri della sua famiglia, mentre Anacleto
tranquillamente celebrava nel san Pietro le feste di Pasqua,
scomunicava il suo antagonista, deponeva i Cardinali che gli erano
avversi, ed altri in loro vece ne creava. L’aperta defezione dei
Frangipani lasciò Innocenzo allo scoperto e senza difesa; nessun’altra
via a scegliere gli restava fuor della fuga. Egli s’imbarcò pertanto
con gran mistero sul Tevere, e per Pisa e per Genova fuggì a Francia,
come aveva fatto Gelasio[504].
Ei si trattava adesso vedere quale dei due pretendenti sarebbe
riconosciuto per pontefice. Innocenzo (transteverino di origine
come il nemico suo, ma discendente dell’antica casa de’ Papareschi,
cardinale legato a’ tempi di Urbano II e mediatore della pace di
Worms) si raccomandava per bella nominanza di uomo erudito e culto,
e per religione sincera[505]. L’anteriorità della sua elezione lo
avvantaggiava sopra di Anacleto; la sua fuga nell’asilo de’ Papi
cattolici dava apparenza a lui di uomo discacciato, all’altro di
usurpatore: senza lunghe titubanze, Alemagna, Inghilterra, Francia,
una gran parte d’Italia, tutti gli ordini monastici riverirono
Innocenzo II. Tutt’a un tratto il mondo si risovvenne con isprezzo
della semenza dei Pierleoni, e dimenticò i meriti che costoro s’avevano
acquistato verso la Chiesa romana: eppure le fattezze ebraiche del
viso non avrebbero dovuto tornare a disdoro di un Papa, per poco che
si avesse pensato che Pietro e Paolo avevano avuto faccia di ebreo
più di Anacleto. Del resto, può darsi financo che il favore della
città di Roma, cui egli aveva senza dubbio offerto grandi franchigie,
tornasse piuttosto a sua condanna che a commendazione. Leggiamo ancora
le lettere che in ogni verso del mondo egli mandò affine che lo si
accettasse per pontefice[506]; di già nel primo giorno di Maggio
scrisse a Lotario[507], ma il Re non rispose; sperò guadagnarselo
pronunciando la scomunica contro a Corrado antirè, ma anche questo
fallì; il Re non rispose[508], nè alcuna bada diede agli accalorati
scritti dei Cardinali e dei Romani.
E i Romani con molta urbanità pregarono acciocchè si desse la
confermazione al loro Papa, ma biasimarono il Re che a quello non
avesse porto risposta, e protestarono che gli negherebbero la corona
imperiale se più a lungo avesse tentennato a riconoscere Anacleto
per pontefice. «Se tu», così gli scrivevano, «se tu voglia ricevere
i gloriosi fasci del romano impero devi acconciarti alle leggi di
Roma, non già turbare la concordia de’ cittadini tuoi. E per fermo
non è ancor sì grande la nostra affezione per te da far che si
attribuisca tanta rilevanza alla coronazione tua: solamente perciocchè
abbiamo conosciuto la benevolenza del Papa per la tua persona, anche
noi ti vogliam bene, e desideriamo di decorare la tua porpora con
degne onoranze»[509]. I Romani avevano la coscienza di parlare da
uomini liberi a un Re tedesco, che non per eredità era succeduto
alla casa Salica, e cui un antirè tuttora combatteva: a vero dire lo
riconoscevano per «Re dei Romani», chè questo omai era divenuto titolo
tradizionale, mercè cui i monarchi germanici giungevano ad acquistare
la corona imperiale, ma affermavano con risolutezza che soltanto la
elezione del popolo romano conferiva quella corona. Di già il loro
linguaggio orgoglioso s’inspirava al genio republicano, che andava
diventando sempre più poderoso nelle città lombarde, e cominciava ad
alitare anche in Roma.
Allorchè il silenzio freddo del mondo ebbe fatto accorto Anacleto che
aveva di quello le repulse, ei guardò tutt’intorno a sè per cercarsi
qualche confederato potente. Dopo del Concordato di Worms i partiti
antichi subirono un mutamento strano: il re di Germania e i suoi
antichi aderenti d’Italia si schierarono intorno al vessillo cattolico
e francese; i Normanni, che un tempo ne erano stati sostenitori,
lo disertarono, essendo eglino nemici naturali dell’impero. Però
Anacleto seguitò il vecchio indirizzo dei Papi, facendo lega col duca
delle Puglie. Alla monarchia di Rogero non mancava altro fuorchè si
desse sanzione a quel titolo di reame, che già le avevano attribuito
i suoi parlamenti: or dunque Anacleto, a patto che lo riconoscesse
per pontefice, offerse al duca la consecrazione pontificia; e Rogero
accettò di gran cuore l’offerta, perocchè le idee di quel tempo
facessero credere necessaria una confermazione tale. Nel Settembre
Anacleto conchiuse con lui a Benevento e ad Avellino un’alleanza
difensiva ed offensiva; indi un cardinal legato andò tosto a Palermo, e
nel giorno di Natale dell’anno 1130 consecrò Rogero I a re di Sicilia,
della quale Roberto di Capua gli porse la corona. Così, cooperante un
Papa scismatico, fu composto il regno di Sicilia: quel bel principato
durò settecento trent’anni in mezzo alle più meravigliose mutazioni di
fortuna, finchè ai dì nostri cadde in quella stessa guisa avventurosa
con cui in antico eroi normanni lo avevano fondato[510].
§ 2.
Bernardo di Chiaravalle s’adopera in Francia affinchè Innocenzo II sia
riconosciuto per papa. — Lotario promette di condurlo a Roma. — Il
Papa e Lotario muovono a Roma. — Coraggio di Anacleto II. — Lotario
è coronato imperatore. — Torna in patria. — Innocenzo è cacciato una
seconda volta. — Concilio di Pisa. — Rogero I mette a dovere le Puglie.
— Seconda impresa di Lotario in Italia. — Controversie fra il Papa e
l’Imperatore. — Lotario torna in patria e muore.
Nel frattempo Innocenzo II stavasene in Francia, dove quasi dappertutto
lo si riveriva come pontefice; ed ivi aveva a protettore un santo di
nominanza chiara nel mondo, Bernardo abate di Chiaravalle. A buona
ragione la Chiesa può ire superba della gagliardia delle forze che
essa seppe spiegare le une dopo le altre per condurre a compimento
il laborioso edificio della sua gerarchia; e massimamente Bernardo,
il genio che a quel tempo ne fu l’anima, appartiene a’ suoi uomini
maggiori. Trascorso il periodo di Cluny, il monacato trovò in lui un
novello riformatore, e ciò avvenne in una età nella quale, per via
degli ordini cavallereschi di Palestina, il monachismo diventò eziandio
una potenza politica. Bernardo nacque nell’anno 1091 a Fontaine, presso
Digione; nel 1113 vestì cocolla nel prossimo convento dei Benedettini
di Citeaux ossia _Cistercium_, che era stato fondato intorno all’anno
1098. L’austerità ascetica dei Cisterciesi si confaceva all’animo del
giovane, ed egli contribuì ad erigere il chiostro di Chiaravalle presso
a Chalons sulla Marna; nel 1115 ne diventò abate, e d’allora in poi,
venerato come taumaturgo, diventò l’oracolo e l’apostolo del monacato
più rigido. In progresso di tempo andò istituendo centosessanta
monasteri della sua regola in tutte le terre di Europa; ma il suo
ingegno vivace non potè seppellirsi in solitudine selvaggia, laonde
con operosità pratica esercitò influenza su tutti i negozî del mondo
politico ed ecclesiastico dell’età sua[511].
Fu Bernardo che guadagnò il favore di Luigi di Francia alla causa di
Innocenzo; ed eziandio il Re tedesco, che questo Papa andò a trovare
a Liegi nel Marzo dell’anno 1131, gli concesse dopo qualche incertezza
l’adesione sua. Un Principe che fosse stato fornito di ambizione e di
genio avrebbe dovuto andare a rilento prima di riconoscere Innocenzo
per papa, chè egli si sarebbe assiso arbitro fra due Pontefici e
avrebbe ridotto la santa Sede in quelle stesse condizioni, che in
addietro Gregorio VII aveva apparecchiato alla monarchia: uno statista
sottile avrebbe profittato di questa opportunità per impadronirsi di
bel nuovo delle investiture che Lotario s’era lasciato menomare dai
Vescovi tedeschi, fin oltre a quello che stabilivano gli articoli
di Worms. Ma il Re non fece suo pro delle tradizioni della casa
di Franconia a lui ostile; non volle cimentarsi a lotta contro la
gerarchia, promise anzi al Papa di condurlo a Roma, e, in ricambio,
Innocenzo lo fe’ sicuro dei titoli della podestà imperatoria[512].
Nel Concilio tenuto in Ottobre a Reims Innocenzo ebbe omaggio
dall’Inghilterra e dalla Spagna, ed Anacleto vi fu solennemente
scomunicato. Non senza corrucciarsene le chiese di Francia apprestarono
i modi di far ritorno a lui che era affatto al verde di moneta, dopo
di che, nella primavera dell’anno 1132, egli partì per Lombardia.
Quasi tutti i vescovi e i signori di questa terra lo riconobbero per
pontefice nel Concilio celebrato a Piacenza il giorno 10 di Aprile; non
così Milano. Tuttavia l’avvicinarsi di Lotario, che scese in Italia nel
Settembre del 1132, costrinse l’antirè Corrado a partirsi di Lombardia,
dove prestamente ei si vide lasciato in abbandono. Allora Innocenzo
andò a Pisa, la riconciliò con Genova, e indusse entrambe quelle
republiche a prestargli i loro navigli per sottomettere Roma. Nella
primavera successiva Lotario e il Papa mossero da Viterbo, per Orta e
per Farfa, contro di Roma, mentre i Pisani e i Genovesi conquistavano
Civitavecchia, e sottomettevano la Marittima tutta quanta[513].
Ambasciatori di Anacleto erano andati a trovare il Re a Viterbo, e
gli avevano chiesto che un Sinodo con consiglio imparziale dovesse
giudicare qual dei due Papi fosse stato eletto in buona regola. I
Principi tedeschi s’erano ben capacitati della giustizia di questa
domanda, e avevano compreso i vantaggi ch’essa offriva, affidandone
al Re l’arbitrato. Nè Lotario poteva esser dimentico che i suoi
predecessori di casa Salica avevano primamente citato i Papi
contendenti a comparire davanti un Concilio raccolto a Sutri, e dopo
che da questo era stato pronunciato giudizio, aveano condotto a Roma
quello dei Pontefici che ne aveva ottenuto omaggio: sennonchè san
Norberto, arcivescovo di Magdeburgo, e insieme con lui i Cardinali,
dissiparono le dubbiezze del Re, appellandosi alle deliberazioni già
prese a Reims ed a Piacenza; così l’impacciato Lotario cedette alle
loro rimostranze, e si lasciò fuggir di mano un’occasione che poteva
dargli una formidabile potenza contro alla Chiesa[514]. Anacleto
trovavasi minacciato di pericolo gravissimo, perocchè quegli che era
suo solo alleato non gli potesse prestare assistenza di sorta, avendo
egli una matassa arruffata a sbrogliare per conto suo proprio nelle
Puglie: ed invero qui era avvenuta un’insurrezione in cui ne avevano
avuto la meglio i sediziosi; e Roberto di Capua, Rainolfo di Alife e
altri baroni molti stavano in arme e afforzavano adesso la parte di
Innocenzo. In condizioni tali di cose Anacleto pareva perduto; tuttavia
ne andò salvo, poichè teneva in mano sua quasi tutte le fortezze di
Roma, propizio luogo a chi si difendeva, e poichè scarse erano le
forze dell’esercito nemico: infatti Lotario era venuto in Italia con sì
poche soldatesche, che le città si beffarono di lui, ed a Roma giungeva
seguito solamente da duemila cavalieri[515].
Sulla fine di Aprile egli pose campo presso a santa Agnese, fuor
di porta Nomentana; e tosto si presentarono a fargli omaggio alcuni
ottimati romani, aderenti antichi di Innocenzo o traditori nuovi di
Anacleto, i Frangipani, Teobaldo prefetto, Pietro Latro della famiglia
de’ Corsi[516]. Lotario entrò nella Città addì 30 di Aprile 1133
senza trovare opposizione alcuna; condusse Innocenzo nel Laterano,
pose dimora sull’Aventino (che da dopo di Ottone III non aveva più
albergato un Imperatore), e fece che le sue milizie piantassero le
tende presso al san Paolo, intanto che le navi pisane risalivano il
Tevere. Nondimeno Innocenzo fu deluso nella sua speranza di superare
prestamente lo scisma in buona pace oppure colla forza delle armi,
avvegnaddio Anacleto, che si vedeva già condannato prima d’essere
giudicato, rifiutasse con maschio coraggio di far dedizione delle sue
rocche: allora fu che la Curia di Lotario lo pose al bando come nemico
dell’Impero. Ad onta di ciò, munito sicuramente dietro il Tevere,
Anacleto potè dal castel Sant’Angelo ridersi dei fiacchi assalimenti
dei suoi nemici, ed ebbe ragione di motteggiarne, dacchè il Re tedesco
fu costretto, contrariamente a quello che disponeva il rito, a torre
la corona nella basilica Lateranense. La processione festiva dovette
stavolta incamminarsi soltanto per la via che s’apriva fra l’Aventino e
il Laterano; le accoglienze solenni avvennero sulla scalea lateranese,
e il solito giuramento non potè essere prestato che fuor delle porte
di questa basilica. Innocenzo II coronò Lotario e Richenza moglie di
lui, addì 4 Giugno 1133, con pompe modeste, alla presenza di vescovi
e maggiorenti molti d’Italia[517]. Il novello Imperatore fece qualche
debole tentativo di riacquistare il diritto d’investitura, ma, se
non altro, un trattato concernente gli allodî della contessa Matilde
afforzò la pace colla Chiesa, chè Innocenzo diede a vita quelle terre
in feudo a Lotario e al genero suo Enrico di Baviera della casa dei
Guelfi[518].
Fu questo il povero frutto che s’ebbe a risultamento la impresa di
Lotario contro Roma. Invano vennero a lui Roberto di Capua e Rainolfo
di Alife, chiedendo che loro prestasse soccorso contro a Rogero, cui
soltanto adesso eglino avevano ricacciato in Sicilia. L’Imperatore
soffriva penuria di denaro e di altre cose, per cui dovette tornarsene
al settentrione; partiti i Tedeschi, Innocenzo e Anacleto capirono che
le loro condizioni non s’erano in essenza mutate da quelle che erano
state nell’anno 1130.
Anacleto però riprese bentosto vigore, perciocchè Rogero sbarcasse
nelle Puglie e la vittoria tornasse a lui; laonde, omai nell’Agosto,
Innocenzo fuggì di Roma, e fu accolto una seconda volta ospitevolmente
da Pisa, poichè questa città florida di commerci mirava con occhio
di gelosia la crescente potenza marittima di Sicilia, e, al paro
di Genova, durava nemica della monarchia normanna[519]. Il tempo
passava, e non si veniva a un fine di cosa alcuna: Roma, che in mezzo a
circostanze così favorevoli era governata dai nobili con independenza
assoluta, aderiva in gran parte ad Anacleto, ma il Concilio tenuto
a Pisa nel Maggio dell’anno 1134 assodava la podestà d’Innocenzo, e
financo Milano disertava la causa del suo avversario. La conquista
pacifica di questa città era opera di Bernardo, e splendidissimo de’
suoi trionfi. Le accoglienze che a lui si apprestarono colà, è uno
degli spettacoli più insigni di questa età, e dà prova della immane
influenza che esercitavano allora sul mondo le idee religiose. Tutto
il popolo di Milano andò ad incontrare il santo diplomatico a qualche
miglio fuor della città; gli baciarono i piedi, fecero ressa per
portarsi via brandelli della sua tonaca; poco mancò che a furia di
carezze non lo soffocassero[520]. Tutta Italia fino al Tevere prestava
adesso reverenza a Innocenzo II; soltanto Roma, la Campagna e le
terre del mezzodì stavano dalla parte di Anacleto, laonde, se prima
non s’infrangeva la potenza di Rogero, neppure si poteva sperare di
spazzare fuor della via l’antipapa, che sempre vittorioso resisteva in
Roma contro ai Frangipani. Il fondatore della monarchia sicula aveva
represso con ferocia da barbaro e con mano poderosa la sollevazione
delle Puglie; Roberto di Capua, discacciatone, si ricoverava a Pisa,
e induceva questa Republica ad armare una flotta contro di Rogero. Si
combattè poco e senza risultati decisivi. Per verità i Pisani nell’anno
1136 fecero la conquista di Amalfi, loro antica rivale, e distrussero
una volta per sempre l’ultimo fiore di questa celebre città mercantile;
ma Roberto fu costretto tornarsene ad Innocenzo, senza d’altro aver
fatto guadagno, che del bottino ond’erano cariche le navi. Allora
Anacleto nominò re Rogero ad avvocato della Chiesa ed a patrizio dei
Romani, e in quelle sue strettezze gli fece larghe concessioni di
diritti, che nocquero alla independenza del Papato[521].
Per lo contrario, Innocenzo II da altro non aspettava salute fuorchè
da una nuova spedizione dell’Imperatore contro di Roma; e Lotario fu
tanto dabben uomo da servire a intenti che a’ suoi interessi tornavano
estranei. Ai legati pontificî che andarono in Germania si accompagnò
anche l’ultimo Duca di Capua, e tutti domandarono all’Imperatore che
movesse contro il nemico comune, il quale adesso assediava anche Napoli
con molta gagliardia. Le instanze del Papa e dei Principi pugliesi
furono avvalorate da quelle di san Bernardo, il quale gli diè a credere
che fosse dover suo di torre l’Italia meridionale ad un usurpatore,
e di riunirla all’Impero[522]: in tal modo, ogni volta che le tornava
il conto, la Chiesa riconosceva per giuste le pretensioni dell’Impero
sulle Puglie e sulle Calabrie; le negava quando le tornava il conto
di negarle. Fu stabilito di intraprendere una guerra di distruzione
contro la monarchia di Sicilia; nè Rogero aveva potenza di resistere
a questa formidabile lega dell’Imperatore e del Papa, dei Pisani, dei
Genovesi e dei Principi delle Puglie. Lotario, riconciliato adesso
cogli Hohenstaufen, potè condurre di qua delle Alpi un grande esercito.
Alcune città lombarde seppero ora di che filo fosse aguzzata la lama
della sua spada; altre impaurite si chinarono a prestargli omaggio,
ed egli, nella primavera dell’anno 1137, passando dalle Marche e
costeggiando il mare, venne nelle Puglie, in quello che Enrico suo
genero con un’oste minore giungeva a Viterbo, passando per Firenze.
Quei due eserciti, assediando o schiacciando città, devastando terre,
sgomberandosi il sentiero col ferro e col fuoco, rassomigliarono (come
sempre fu delle imprese che mossero contro di Roma), a torrenti di lava
che scorressero crepitando attraverso Italia, per indi prestamente
fermarsi e affreddare. Enrico il superbo, che aveva adesso titolo di
duca di Toscana, condusse Innocenzo, per Sutri, nel Lazio, in mezzo a
continua desolazione dei luoghi che parteggiavano per Anacleto[523]. Ma
l’Antipapa, dai merli del castel Sant’Angelo, vide con gran meraviglia
quelle soldatesche minacciose passar oltre senza far sosta a Roma; il
suo antagonista, che or tornava dopo quattro anni di esilio, non poteva
perder tempo nelle pastoje che gli avrebbe opposto la Città; non fece
che mandar Bernardo abate, perchè colla sua religiosa eloquenza gli
conquistasse Roma; quanto a sè, procedette innanzi col duca Enrico per
Albano e per la Campagna, che gli si sottomise, e capitò a San Germano
e a Benevento, dove pose il piede ai 23 di Maggio[524]. Dopo breve
resistenza questa città gli si diede a soggezione; Capua riaperse le
porte al suo legittimo signore, ed Enrico, Innocenzo, Lotario poterono
lietamente stringersi la mano dentro a Bari inondata di sangue.
Indarno Rogero offerse pace a buoni patti; fu respinta in allora che
egli non poteva più impedire la caduta di quasi tutte le città delle
Puglie, avvegnaddio i vascelli di Pisa e di Genova dessero man forte
agli eserciti di terra. Rogero fuggì a Sicilia, e i trionfi momentanei
di Lotario estesero la podestà imperiale per la prima volta veramente
su tutta l’Italia del mezzodì. In Capua si restaurò il principato di
Roberto; il prode Rainolfo fu fatto duca delle Puglie, e Sergio trasse
nuovamente respiro di libertà in Napoli. Tutta volta i più trionfali
successi di Imperatori tedeschi non potevano essere in Italia che cosa
di durata passeggiera, perocchè queglino facessero presto ritorno alle
terre loro, nè lasciassero presidî di milizie: il profitto de’ loro
sforzi lo raccoglieva tutt’al più l’accortezza de’ Papi, posto che gli
Imperatori con sì poco raziocinio facevano da avvocati d’arme in pro
di essi. I valorosi soldati tedeschi capirono l’abuso che di loro si
faceva; chiesero impetuosamente di ritornare alle proprie case, e ad
alta voce e con parole aperte imprecarono il malanno addosso del Papa,
le cui sole utilità avevano dato occasione a questa guerra omicida
e infruttuosa. Abbastanza Lotario aveva fatto per Innocenzo, e di
già nelle Puglie e a Salerno (su cui il Papa pretendeva ad esclusiva
signoria feudale), aveva capito che nessun titolo di riconoscenza si
avrebbe potuto appresso di quello accaparrare, poichè il Pontefice
voleva servirsi di lui non altrimenti che di un capitano devoto a’ suoi
interessi[525]. Fu soltanto per temenza di Rogero se non ne venne a
rottura; ad ogni modo, omai nel mese di Settembre l’Imperatore mosse
a Farfa, passando da Monte Cassino, da Ceperano, da Palestrina e da
Tivoli. In Roma non pose piede; però la fazione imperiale era andata
a San Germano, recandogli le insegne del Patriziato, e Tolomeo di
Tusculo, potentissimo dei signori del Lazio, aveva fatto omaggio a
lui ed al Papa, ed in ricambio ne era stato riconosciuto per principe
dell’Impero, ottenendo la confermazione dei suoi possedimenti. Quanto
al Papa, l’Imperatore lo raccomandò alla Provvidenza, e proseguì il
cammino suo verso il settentrione[526].
Aveva Lotario voltato appena le fronti, che re Rogero tornò di
Sicilia col sangue bollente di vendetta, e i suoi armigeri saraceni
si gettarono sulle Puglie e sulle Calabrie con devastazioni orribili:
in quel primo sbigottimento gli si arresero Capua, Benevento, Salerno,
Napoli e molte castella; Roberto di Capua fuggì; Sergio di Napoli giurò
fede di vassallo; l’eroico Rainolfo pugnò ancora qualche tempo con
coraggio e con buona fortuna, ma, ad onta della splendida vittoria che
riportava ai 30 di Ottobre presso di Ragnano, ei non potè mantenersi
padrone che di alcune città forti del suo Ducato. La gloriosa impresa
dell’Imperatore fu simile ad un uragano che passa e non dura; le
vittorie, comperate a sì caro prezzo, furono opera perduta appena che
fatta, e solamente ornarono la generosa vecchiezza di Lotario con verdi
ma infecondi allori. Questo Imperatore, di cui amici e nemici laudarono
la mansuetudine, la saviezza e il valore, portò con sè d’Italia il
germe della morte, parimente di quello che avvenne di parecchi altri
Tedeschi predecessori e succeditori suoi, e passò da questa vita in una
capanna delle Alpi tirolesi, addì 3 Dicembre dell’anno 1137.
§ 3.
Innocenzo II torna a Roma. — Anacleto II muore. — Vittore IV antipapa.
— Roma si sottomette ad Innocenzo II. — Il convento dei Cisterciensi
_ad Aquas Salvias_, monumento di san Bernardo a Roma. — Concilio
Lateranense dell’anno 1139. — Innocenzo II guerreggia contro Rogero
I. — Fatto prigioniero, approva la monarchia sicula. — Operosità del
Pontefice a Roma dopo la pace. — I Romani guerreggiano contro Tivoli. —
Innocenzo raccoglie Tivoli sotto la protezione della Chiesa. — I Romani
si sollevano, restaurano in Campidoglio il Senato, e Innocenzo II
muore.
Innocenzo trovò Roma veramente ben disposta a favor suo per influenza
di san Bernardo; bensì Anacleto possedeva sempre il san Pietro e
il castel Sant’Angelo, ma il suo partito si scemava e si sperdeva.
Non v’era che Rogero il quale non volesse riconoscere Innocenzo II
per papa. L’accorto Principe si prendeva la parte che Lotario aveva
rifiutato; e, per trarre a profitto suo lo scisma che egli solo teneva
ancor desto, si assideva giudice dei due Pontefici. Ascoltava a Salerno
con esemplare pazienza le esortazioni di san Bernardo, faceva che per
una serie di giorni i Cardinali delle due fazioni alla presenza sua
disputassero accaloratamente; quanto a sè teneva le sue deliberazioni
in serbo. Però adesso la morte di Anacleto liberava Innocenzo dalle sue
difficoltà: il figliuolo di Pier Leone trapassò ai 25 Gennaio del 1138,
dopo di aver coraggiosamente occupato per quasi otto anni la cattedra
di san Pietro, e dopo di aver benanco resistito a due imprese mosse dal
settentrione contro a Roma, l’ultima delle quali era stata uno dei più
splendidi trionfi degli Imperatori alemanni. I seguaci di san Bernardo
fecero allegrezze grandi della sua morte; tuttavia non udiamo pur una
voce d’uomo imparziale, la quale rimproveri ad Anacleto le peccata che
disonorarono molti Papi legittimi: e il pontificato di lui, legale
nella sua origine, sebbene stato non lo sia secondo il rigore dei
canoni, era trascorso in mezzo ai terrori ed alle angustie[527].
La fazione di Anacleto non tardò a chiedere che Rogero le desse
un novello Antipapa; e col suo consenso levò a tale, nel Marzo, il
cardinale Gregorio, con nome di Vittore IV: però lo scisma non posava
più su solide basi. L’esaltamento di un Antipapa servì ai Romani
solamente di ragione per cui ottenere potessero condizioni di pace più
favorevoli; poco andò che santo Bernardo potè condurre quel Cardinale
da peccatore penitente ai piedi del protetto suo; e, omai a Pentecoste,
i fratelli di Anacleto, istessamente di tutti gli altri Romani, presi
all’esca di molto denaro, fecero omaggio a Innocenzo II come a loro
papa e signore[528]. Colla famiglia de’ Pierleoni fu conchiusa una pace
durevole; conservò essa il suo ragguardevole grado e la sua potenza
alla corte pontificia, e Innocenzo medesimo la illustrò con onoranze
e con officî[529]. Bernardo potè adesso partir di Roma in trionfo; era
per massima parte merito suo se si aveva vinto lo scisma dei Pierleoni,
domato la _rabies leonina_, restaurato la unità della Chiesa; laonde
i suoi devoti lo appellarono, come Cicerone, padre della patria.
A monumento di questo celebre Santo può in Roma vedersi, dietro al
san Paolo, il convento detto _ad Aquas Salvias_, chè Innocenzo II lo
edificò a nuovo, e vi pose entro Cisterciensi di Chiaravalle, sotto
il governo di Bernardo abate, discepolo del grande mistico[530]. Poco
tempo dopo i Cisterciensi misero loro sede anche nella Campagna di
Roma, dove tolsero possedimento del convento di Casamari, in vicinanza
del Liri[531].
Nella prima settimana di quaresima dell’anno 1139, un Concilio
ecumenico lateranese annunciò solennemente che finito era lo scisma;
si annullarono gli atti di Anacleto; Rogero di Sicilia fu novellamente
scomunicato, e condannate furono le dottrine di Arnaldo da Brescia,
che presto doveva far sua comparsa sulla scena di Roma[532]. Tuttavia
la pace della Chiesa non poteva essere completa fino a tanto che
non vi dava suggello il poderoso Re di Sicilia. Nessun altro nemico
dava molestia ad Innocenzo fuor di questo accorto Principe, la cui
ostinatezza mandava a vuoto d’ogni specie trattative. Egli librava
la sua spada su di Roma affine di strappare al Papa la parola che
desse accoglienza alla sua monarchia; falliva la speranza che un
ultimo moto di reazione potesse fare a pezzi la potenza sicula,
perocchè Rainaldo duca, uno dei più chiari uomini di quella età,
solo avversario che potesse per ragione di natali competere col Re,
moriva repentinamente in Troja ai 30 di Aprile 1139. Tosto Rogero si
gettò sulle città di Rainolfo; queste tutte, fino a Troja ed a Bari,
fecero a lui dedizione, ed Innocenzo allora deliberò di romper guerra.
Raccolto un esercito, e accompagnato dal profugo Roberto di Capua
mosse il Papa a San Germano, più sconsigliato di Leone IX e di Onorio
II, cimentandosi ad una lotta disuguale. E sorti pari di quei suoi
antecessori ebbe Innocenzo; sentenza stupenda che la mano di Nemesi
scrisse nella storia dei Pontefici, le cui imprese mondane così ebbero
giustissima punizione[533]. Da San Germano trattò il Papa con Rogero,
ma questi ricusò di ristorare i Principi di Capua nei loro dominî, e
finalmente si propose di por termine alle lunghe discussioni mercè
un colpo maestro, alla foggia di quello che Enrico V aveva fatto.
Mentre i Pontificî cingevano Galuzzo d’assedio, egli comandò a suo
figlio Rogero di tendere un agguato a Innocenzo con un mille de’ suoi
cavalieri, e l’evoluzione riuscì presto e bene. Dopo una scena fiera
di saccheggio, di fuga e di cattura, il Papa fu condotto con Eimerico
cancellier suo e con molti nobili romani e Cardinali, nella tenda di
Rogero; solo Roberto di Capua si potè salvare grazie alla velocità del
suo buon cavallo[534]. Il Re e i suoi figli con umiltà tutto normanna
si gettarono a’ piedi del loro prigioniero, e, componendo a sorriso
la faccia, impetrarono pietà e pace; laonde, dopo una breve lotta che
s’appiccò fra la vergogna restia e la paura maestra di persuasione, il
Papa confermò nel regno «l’illustre e chiarissimo Re di Sicilia» ed i
suoi eredi, e, fatta eccezione di Benevento, confermò il possedimento
di tutte le terre da lui conquistate: questo avvenne addì 27 Luglio
del 1139[535]. In tal guisa il Papa di bocca propria bandì insania
essere stati i valorosi sforzi di Lotario, che avevano pur inteso alla
distruzione dell’usurpato reame di Sicilia; e pertanto il solo atto
di Anacleto, che Innocenzo riconobbe per valido, fu la fondazione di
quella nuova monarchia. Indarno vi oppose proteste l’ultimo e legittimo
Duca di Capua; il suo bel principato toccò ad Anfuso figlio di Rogero;
le Puglie furono date in feudo a Rogero erede del trono; e, dopochè
anche l’antichissimo Ducato bizantino di Napoli s’ebbe arreso, un
Principe savio e fortunato imperò sulle magnifiche di tutte le province
d’Italia, che per lui, la prima volta dopo del tempo de’ Goti, furono
ridotte ad unità di regno[536]. La costituzione di questa monarchia
fece grande impressione nel mondo; poichè con tanta astuzia e con
tanta energia s’avevano distrutto interamente degli Stati vissuti
un tempo con loro propria autonomia, se ne dedusse la conseguenza
che l’usurpatore aguzzasse l’ingegno a disegni ancor maggiori. Nei
paesi di fuori si salutò l’audace conquistatore col voto che eziandio
all’«infelice Toscana» potesse toccar la bella sorte di unirsi al
dominio di quel Re[537]; tuttavia nel resto d’Italia non una voce s’udì
che motivasse il desiderio di annettersi alla monarchia di Sicilia. Se
l’esistenza dello Stato ecclesiastico romano abbia mai potuto essere
un beneficio per Italia, lo fu in quell’età, perciocchè opponesse
un baluardo al genio di conquista de’ Re normanni. Italia presentava
uno spettacolo strano di acerbe contraddizioni politiche: spente le
antiche Republiche marittime di Amalfi, di Gaeta, di Napoli, di Salerno
e di Sorrento, il mezzogiorno cadeva per sempre negli ugnoli di una
monarchia feudale, e diventava vittima della tirannide, nel tempo
istesso che al settentrione, rilassatosi felicemente il legame che
avvinceva quelle terre all’Impero, le Republiche cittadine venivano in
fiore rigoglioso, e davano a Italia una seconda civiltà e una seconda
vita di ricordanza imperitura.
Al suo ritorno Innocenzo fu accolto in Roma, come un tempo Leone
IX, con onoranze sì, ma eziandio con censure. Non mancarono istanze
affinchè si dichiarasse esser nullo il trattato che Rogero gli aveva
strappato; sennonchè il Papa umilmente s’acchetò al pensiero, che a
Dio era piaciuto di comperare questa pace a prezzo della vergogna di
lui Pontefice[538]: nè il suo avvilimento era affatto scevro di frutto,
avvegnaddio il reame di Sicilia sè stesso riconoscesse d’ora in poi per
feudo non dell’Imperatore, ma del Papa.
Innocenzo II, riverito adesso in santa pace come capo della Chiesa,
protetto da Rogero I financo in Roma, potè per la prima volta attendere
a cura della Città. Egli diè opera a restaurare i rapporti della
proprietà che erano andati tutti scombussolati, a ristabilire l’ordine
nell’amministrazione della giustizia, a raffermare la pace di Dio; in
breve, fu il benefico Principe di Roma, dove, durante lo scisma, si
aveva disimparato dal credere all’autorità temporale del Papa[539].
Tuttavolta quella unica voce che s’ode lodare le felici condizioni di
Roma, o disse una parola di adulazione, o abbastanza presto fu messa
a silenzio dall’insorgere di avvenimenti, che, tutto al rovescio,
con rapidità meravigliosa addussero un’epoca nuova nella storia della
Città[540]. Una guerra cittadina ve ne diede occasione.
La piccola Tivoli animata a spiriti di libertà, e dotata di fermo
coraggio, faceva sbassare a Roma per rossore la faccia: da lunghissimo
tempo il Vescovo di Tivoli aveva conseguito esenzione dal banno
del Conte, e soltanto, a tutela dei diritti signorili del Papa, in
quell’antico Comitato vegliava un Rettore eletto da lui, istessamente
come usavasi per Benevento. I Tivolesi possedevano omai una
costituzione civica abbastanza independente; sostenevano financo guerre
coi loro vicini, segnatamente coll’Abate di Subiaco, ed è difficile che
ciò sempre avvenisse sotto l’autorità del loro Vescovo[541]. Durante
la controversia delle investiture vedemmo questa città schierarsi
dalla parte degli Antipapi; Pasquale II non la aveva assoggettata che
a fatica; Innocenzo II la aveva tolta ad Anacleto probabilmente colle
armi di Lotario, e nondimeno essa ben presto di nuovo si sollevava.
Allorchè i figliuoli di Rogero, nell’anno 1140, mossero negli Abruzzi,
e sottomisero le città del confine sul Liri, i Tivolesi afforzarono
il loro territorio di munimenti per difendersi da un assalto[542].
Tuttavia Innocenzo n’ebbe rassicurazioni pacifiche da Rogero, e i
figliuoli di lui non oltrepassarono la frontiera; ma nell’anno 1141
troviamo Tivoli in piena rivolta contro del Papa e in furibonda guerra
con Roma.[543]. Ignote ne sono le cause; forse il Papa aveva desiderato
di collocare in Tivoli un presidio romano, e certamente egli a ciò
pretendeva, affine di infrenare gli impulsi di libertà republicane, che
andavano facendosi vivi in Roma, del paro che in tutte le città dello
Stato ecclesiastico.
Le guerre di città, che in Lombardia e in Toscana riarsero con furia
incessante, trovarono adesso loro imitazione anche nelle terre romane;
sennonchè la fu poco onorevol cosa per la città capitale del mondo
vedersi tratta in lotta con piccole terre latine, siccome era avvenuto
nella sua infanzia, al tempo di Coriolano e di Decio; e fu per essa
una grave onta d’essere perfino battuta dai Tivolesi. Gli assediati
erano protetti dalla saldezza della loro città, posta sopra la gran
gola formata dall’Anio; e una coraggiosa sortita fatta contro il
campo de’ Romani, dove forse trovavasi Innocenzo in persona, mise in
vilissima fuga gl’illustri Consoli che scrivevano di sì orgogliose
lettere agli Imperatori. Colla perdita di moltissima preda che
lasciava dietro a sè, la milizia romana fu inseguita dai cittadini di
Tivoli fin sotto le mura di Roma[544]. Furiosi del vitupero subito,
e frementi d’ira, tornarono i Romani all’attacco nell’anno seguente,
e lo stesso Innocenzo II rinfocolò i loro sforzi contro il castello
ribelle[545]. Cinti d’ogni parte e sotto la pressura degli assalti,
i Tivolesi finalmente si arresero, ma non ai Romani, bensì al Papa,
parimenti di ciò che un tempo avevano fatto con Silvestro II; però
anche adesso si ripeterono i fatti accaduti all’età di Ottone III.
Ci si conserva ancora l’istromento di pace, nel quale i cittadini di
Tivoli giurarono di mantenere fede a san Pietro ed ai Papi canonici;
di non contribuire col consiglio nè colle opere a che il Papa perdesse
vita, membra, libertà; di svelare le male congiure che contro di lui
si ordissero; di custodire il secreto dei suoi messaggi; di volergli
prestare ajuto per la conservazione del Papato in Roma, della città
di Tivoli e degli aggiuntivi dominî, della fortezza prossima a Ponte
Lucano, delle castella di Vicovaro, di San Polo, di Boverano, di
Cantalupo, di Burdello, di Ciciliano e di altre regalie di san Pietro;
di dare finalmente il Comitato e il Rettorato di Tivoli in podestà dei
Papi[546].
Come i Romani ebbero contezza di questo trattato, si accesero a
impetuosissima collera; il Papa toglieva loro di mano una città da essi
conquistata, a imperar sulla quale aveva diritto il popolo romano:
che più? egli si arrogava colà il potere di conte. Volevano essi far
pagar cara la loro sconfitta anteriore, mettendo Tivoli a distruzione;
chiedevano pertanto che Innocenzo lasciasse far la loro volontà, ma
quegli coraggiosamente negava. Allorchè, centoquarantatre anni prima,
Silvestro II aveva rejetto la eguale domanda dei Romani, ne era stata
conseguenza una ferocissima ribellione di cui erano cadute vittime
la podestà imperiale e quella pontificia: conseguenza del rifiuto di
Innocenzo era adesso un’insurrezione ancor più fiera di Roma, nella
quale andava a rotoli la signoria temporale dei Papi. In nessun luogo
di questa Storia deploriamo noi che si sieno inaridite tutte le fonti
di notizie, più che noi facciamo a questo punto, in cui si tratta
di una mutazione tanto memoranda di cose. Nessun Annalista romano
vi ha gittato sopra un sol filo di luce; la Storia di Monte Cassino
s’interrompe coll’anno 1138; la Cronica del notaio Falcone termina
coll’anno 1140; Romualdo di Salerno, il Cronista di Fossa Nova non
fanno pur motto di questi avvenimenti di Roma; e soltanto alcuni
Storici narrano con cenno fuggevole, che i Romani in gran furia corsero
al Campidoglio per restaurarvi il Senato, il quale da lungo tempo aveva
cessato di esistere, e tosto dopo ripigliarono la guerra contro Tivoli.
E raccontano che il Papa, pauroso di perdere per sempre la podestà
temporale tramandatagli da dopo il tempo di Costantino, adoperasse
minacce, preghiere e oro per acchetare l’insurrezione, e che morte lo
togliesse di pena in mezzo al tumulto della indomabile sollevazione
popolare[547].
Innocenzo II, dopo di aver passato mezzo il suo pontificato
nell’esilio, oppure da capitano in imprese di guerra, vide ruinare
la signoria terrena di san Pietro: lo scettro di Roma cadde della sua
mano irrigidita dalla morte, ed egli trapassò ai 24 Settembre dell’anno
1143, causa la concitazione dell’animo o il dolore, in quello che il
vecchio Campidoglio risonava delle grida festanti dei Republicani.
Con questo Papa ebbe fine il periodo della storia cittadina di Roma,
che puossi chiamare epoca di Gregorio: una di nuova e di insigne se
ne apre adesso; descriverne i caratteri sarà còmpito del Capitolo che
succede[548].