CAPITOLO SECONDO.

§ 1.

Pasquale II condanna il Privilegio. — I Romani si sollevano, causa

l’elezione del Prefetto urbano. — Pier Leone. — Sua rocca presso al

teatro di Marcello. — La diaconia di san Nicola in Carcere. — Defezione

della Campagna. — Enrico V viene a Roma. — Pasquale fugge. — Burdino di

Braga. — Tolomeo di Tusculo. — Pasquale II ritorna e muore. — Monumenti

di lui nella Città.

La pace fu rotta in Roma di già nell’anno 1116: Enrico V calò in

Lombardia, e Pasquale, premuto dalla contrarietà di tutti quanti i

Vescovi, nel Concilio tenuto in Laterano addì 6 di Marzo, condannò

con solenne anatema il Privilegio delle investiture, protestando che

gli era stato sorretto colla violenza[417]. Fallì la conciliazione

cui l’Imperatore aveva cercato di giungere colla mediazione di

Ponzio abate di Cluny: per vero dire il Papa ricusò di far sì che il

Concilio scomunicasse Enrico, ma non si oppose che i suoi legati gli

scagliassero contro l’anatema, e tollerò che Giovanni arcivescovo di

Milano annunciasse nel duomo di questa città che l’Imperatore era

scomunicato: per parte sua non fe’ che dichiarare come soltanto un

Concilio potrebbe cancellare quelle censure dei Vescovi[418].

Mentre adesso gli ambasciatori di Enrico negoziavano col Papa,

eglino in gran secreto se la intendevano coi Romani, i quali (tanta

era l’incostanza di questo popolo!) facevano voti che l’Imperatore

venisse. I Romani erano presi da accessi momentanei di collera contro

l’Impero, laddove eterno era il loro maltalento contro la podestà

pontificia; e la morte del Prefetto urbano offeriva loro, giusto in

adesso, opportunità di venire ad aperta ribellione. I maggiorenti

romani a questa età intendevano con avido occhio alla Prefettura,

sì come i loro antenati avevano ambito il Consolato, avvegnaddio il

giudice criminale di Roma fosse persona fornita di influenza massima.

Gli occhi di tutti si figgevano sul Prefetto della Città, allorquando

nelle processioni solenni, circondato da’ suoi giudici, moveva a’

fianchi del Papa, vestito con abiti di foggia fantastica, dalmatica

di seta rossa ad ampie maniche, mantello magnifico trapunto in oro,

mitra di velluto porporino in capo, brache che da una gamba erano di

panni d’oro, dall’altra di panni rossi[419]. Per solito l’elezione

di quel magistrato, come quella del Papa, dava occasione a furibonde

lotte di partiti. Dopo che l’eletto s’era fatto vedere dall’alto di una

cattedra al popolo plaudente, ed aveva giurato le leggi di Roma, era

costume di condurlo processionalmente al Papa, il quale lo confermava;

finalmente un legato dell’Imperatore, fornito di pieni poteri, gli

concedeva l’investitura, dandogli per insegne l’aquila imperiale e la

spada nuda. L’imperatore lo teneva in conto di vicario suo nella Città,

ma eziandio i Papi avevano il diritto di confermarlo; desideravano

essi fervidamente di togliere all’Imperatore l’investitura del più

importante officio cittadino, e ogni qual volta i tempi ne diedero loro

agio, nominarono il Prefetto di loro propria autorità[420].

Quando, sulla fine di Marzo dell’anno 1116, venne a morte Pietro

prefetto della Città, Pasquale volle dare quella dignità a un figliuolo

di Pier Leone, ma la fazione imperiale e il popolo, il quale odiava

questo ricco ottimate, levò a prefetto il figliuolo di Pietro, ch’era

in pari tempo nipote di Tolomeo di Tusculo[421]. Il Papa si prese le

insegne della Prefettura e volle mettere in carica il suo candidato;

ma nel giovedì santo, mentre Pasquale pontificava in Laterano, il

partito popolare si cacciò dentro della chiesa, gli presentò Pietro

suo giovine candidato, e con alte grida chiese che lo confermasse.

La audace invasione sturbò la santa funzione, e una fiera disputa si

appiccò tutt’all’intorno di un ragazzo arrogante vestito a gramaglia,

il quale domandava di diventar prefetto di Roma. Il Papa congedò i

tumultuanti rimettendoli a un altro dì; eglino uscirono del Laterano

con rumori e con minacce, e Roma si divise in due fazioni, per le quali

presero parte financo i Conti della Campagna[422]. La sollevazione

crebbe duranti le feste, e si tramutò in guerra civile. Allorquando il

Papa nella domenica di Pasqua stava movendo al san Pietro, incontrò

presso al ponte di Sant’Angelo i Romani, che con grandi clamori gli

presentarono nuovamente il figliuolo del Prefetto e ripeterono la

domanda che gli desse l’investitura. Accesi di furore, minacciarono di

scagliarsi sulla comitiva del Pontefice, e la processione, tornando

al Laterano, donde era partita, fu dal Campidoglio perseguitata a

sassate. Il giovine candidato vestì i distintivi della Prefettura[423];

s’attaccò zuffa per le vie; torri e case furono distrutte, chiese

saccheggiate; eccessi d’ogni fatta furono commessi[424].

Il popolo pose assedio alla rocca di Pier Leone, ma essa era una

delle più salde della Città. Il grande teatro di Marcello, nella cui

strettissima vicinanza stavano le torri dei Pierleoni, s’acconciava

mirabilmente ad uso di castello, e la prossimità del Tevere, e i

ruderi di grandi portici, precisamente di quello chiamato _Octavia_,

rendevano ancor più munito quel luogo, ch’era situato fra il fiume e il

Campidoglio[425]. È cosa degna di nota che i Pierleoni, uomini nuovi

di origine ebraica, avessero conservato od altrimenti avessero posto

le loro residenze nel Transtevere, presso l’antico ghetto, accanto del

ponte che univa la Città all’isola ed era appellato _Pons Judaeorum_

dagli Israeliti i quali allora abitavano vicino di quello. Nocciolo

di mezzo della loro rocca era il teatro, ma le loro case edificate

a foggia di torri, si stendevano lungo il fiume fino a san Nicola

_in Carcere_, diaconia antica, che era stata costruita sopra ruine

di un bellissimo tempio[426]. Questa chiesa dura ancora oggidì, ma i

palazzi dei Pierleoni sparvero; le loro torri si tramutarono in case

di abitazione, e nelle parti che tuttavia ne avanzano trovansi oggidì

collocati il macello di bufali e i fondachi di ferravecchi che vi

tengono gli Ebrei del prossimo ghetto. Così le dimore di una famiglia

di superbi Senatori e di Consoli dei Romani tornarono (mirabile ironia

della sorte!) all’uso cui quel luogo aveva in origine servito; e là,

dove sotto la protezione di signori potenti, ebrei di origine, morì

il celebre Papa che predicò le Crociate, là dove dalla casa stessa

dei Pierleoni uscì un Pontefice, oggidì gli Israeliti tornano ad

ammonticchiare la loro mercanzia di ciarpami, parimenti di quello che

ebbero fatto gli antenati di Pietro Leone e di Anacleto II: così ei

sembra che oggidì ancora quelle genti tolgano vendetta dell’antica

famiglia la quale ebbe rinnegato la fede del loro popolo[427].

Pier Leone con grandi instanze invocò il Pontefice che tornasse, affine

di aiutarlo: infatti dopo una seria sconfitta toccata al suo partito,

Pasquale era fuggito ad Albano, e in quelle sue difficoltà aveva

profuso beni ecclesiastici, regalandone i Baroni, e specialmente dando

Aricia in feudo a Tolomeo[428]. Le milizie del Papa pertanto entrarono

adesso in Roma; la fazione avversa fu battuta, si fece prigioniero il

giovine Prefetto, e già lo si aveva tratto a Castel Fumone, quando

l’infido Tolomeo repentinamente prendeva d’assalto sull’Algido i

Pontificî, riponeva in libertà il nipote, e faceva prigioniere le

genti stesse del Papa. Le defezione di Tolomeo diè il segno della

insurrezione alla Campagna; i Romani con nuovo accanimento posero

assedio alla rocca di Pier Leone, e papa Pasquale cercò sicurezza

nelle torri di Sezza, sui monti Volsci. Gli ottimati ribelli invitarono

allora Enrico a venirsene a Roma, ed egli mandò loro lettere e regali,

sperando che, in tanta angustia, il Pontefice si sarebbe fatto più

pieghevole verso di lui. La sollevazione di Roma fu veramente così

impetuosa, che si dee meravigliare come allora non venisse fatto

ai Romani di darsi una costituzione di libertà; per lo contrario la

guerra delle fazioni cessò col finire dell’estate, e Pasquale, che

era venuto di Benevento con soldatesche, potè, se non altro, entrare

nel Transtevere[429]. È incerto se conchiudesse un accordo coi Romani,

poichè riconobbe Pietro per prefetto; certo si è che la città di Roma,

ossia la nobiltà che vi teneva dominio, s’era allora in sostanza resa

independente dal Papato.

Però adesso veniva l’Imperatore, e l’afflitto Papa, simile ad una

fiera che senza posa è perseguitata in caccia, dovette prendere

nuovamente la fuga. Enrico V, irritato per ciò che gli sforzi dei suoi

ambasciatori erano caduti a vuoto, voleva ancora una volta costringere

il Pontefice a prestargli obbedienza, avvegnaddio Pasquale avesse

chiesto che l’Imperatore si assoggettasse alla sentenza di un Concilio,

e il figliuolo di Enrico IV fosse ammaestrato abbastanza per bene

di quel che valessero cotali artificî. Sulla Pasqua dell’anno 1117

capitò egli, ma non coll’aspetto di nemico della Chiesa, sibbene di

uno che con grande umiltà cercava di porre termine in buona amicizia

alla controversia dell’investitura; tuttavolta il Papa sbigottito se

la diè a gambe, ricoverandosi a Monte Cassino e a Benevento. Beraldo

abate di Farfa, Giovanni Frangipane e Tolomeo si posero subito dalla

parte di Enrico; egli conquistò alcune città pontificie, e i Romani,

festanti o impauriti che fossero, spalancarono le porte al loro nemico

d’altro tempo. I suoi aderenti gli avevano preparato un vero ingresso

trionfale; e l’Imperatore a cavallo traversò colla moglie sua le vie

di Roma messe a feste, plaudito dal popolo, accolto da processioni

scismatiche: però non un Cardinale, non un Vescovo solo furono a

salutarlo[430].

Fece egli ogni sua possa per guadagnare a sè il clero: alcuni Cardinali

e Bardino arcivescovo di Braga, legato di Pasquale, vennero con lui

a negoziati, ma ogni conciliazione fallì, poichè egli si rifiutò

di dar rinuncia al diritto di investitura. Nel giorno di Pasqua

l’Imperatore si recò al san Pietro, ma non passò dal ponte di Adriano,

di cui il castello era tenuto dai Pontificî, sibbene traghettò il

fiume per barca. Congregò un parlamento, cui intervennero eziandio

alcuni Cardinali; si dolse dell’assenza del Papa, e manifestò i

voti che egli faceva, acciocchè si ricomponesse pace fra la Chiesa

e lo Stato. Con un discorso magniloquente celebrò i beneficî che

recherebbe la concordia fra i due Principi della Cristianità; la

gloria dell’uno, diceva, sarebbe gloria dell’altro; l’unione delle loro

forze incuterebbe terrore a tutti; a loro volgerebbero lietamente lo

sguardo il Senato, i Consoli, la nobiltà, tutti i buoni abitatori della

Città e del mondo; «i Goti, i Galli, gli Spagnuoli, gli Africani, i

Greci, i Latini, i Parti, gli Indi, gli Arabi, o ci temerebbero o ci

amerebbero. Ma ahimè! d’altra fatta sono le azioni nostre, e d’altra

specie frutto ne raccogliamo»[431]. Risposero i Cardinali con un

coraggioso discorso, nel quale contrapposero come veramente stessero

le cose, e tratteggiarono il quadro delle violenze da lui commesse.

Detto ciò, ricusarono di coronarlo per la festività, avvegnachè giovi

sapere che le quante volte gli Imperatori erano a Roma nei giorni

delle maggiori feste religiose solevano farsi mettere in capo dal

Papa il diadema, per andare indi in processione attraverso la Città.

Sennonchè Burdino, come l’ambizione lo sospingeva, compiè, da legato

pontificio, una tale ceremonia, ed Enrico potè festeggiare la Pasqua

con grandissima pompa. Quasi tutta Roma ei si guadagnò a forza d’oro,

confermò nell’officio il giovine Prefetto[432], e financo avvinse a sè

con vincoli di parentela la più potente famiglia del ceto de’ Capitani.

Tolomeo tenne ad alto onor suo, che l’Imperatore gli desse in moglie

la sua illegittima figliuola Berta. Quel Conte, figlio di Tolomeo I

di Tusculo, mirava con orgoglio ai duecento anni di gloria della sua

famiglia, la quale, come attestava Pietro nipote di lui, diacono a

Monte Cassino, discendeva per diritta linea dalla gente Giulia e dagli

Ottavî[433]. Enrico confermò al Conte, mercè una pergamena imperiale,

il possedimento di tutti i beni che egli aveva avuto in eredità dal suo

avo Gregorio; lo pose quasi sotto la dipendenza diretta dell’Impero,

e di tal maniera collocò minaccioso alle porte del Papato il Tusculano

avversario antico di questo. Grande era la potenza di Tolomeo rispetto

allo Stato della Chiesa, chè il suo dominio si stendeva dalla Sabina

al mare, per modo che il «Dittatore di Tusculo», duca e console di

tutti i Romani, ha apparenza di principe vero del Lazio. E i Tusculani

guerreggiarono per loro proprio conto contro i cittadini di Gaeta, e da

principi independenti conchiusero indi con essi de’ trattati, giusta

i quali concessero a quella Repubblica sicurezza di traffici nel loro

territorio[434].

Frattanto Pasquale teneva a Benevento un Concilio, in cui scomunicava

Burdino. A sue instanze, il Principe di Capua mandò milizie nelle terre

romane; ma quantunque, omai intorno alle Pentecoste, l’Imperatore fosse

partito per la Toscana, bastarono i vassalli di Tusculo ed alcuni

Tedeschi a far voltar loro le calcagna[435]. Soltanto nell’autunno

Pasquale potè muovere di Benevento con un esercito maggiore, e

avanzarsi fino ad Anagni. Il Papa, vecchio e infermo, celebrò le feste

di Natale a Palestrina, sotto la protezione di Pietro Colonna, cui può

darsi che, costrettovi da necessità, avesse confermato il possesso

di quella città. Il suo partito andò rafforzandosi, e alcuni Baroni

ch’egli si amicava lo ricondussero a Roma, dove le fazioni ferocemente

combattevano le une contro alle altre[436]. Al giungere di lui, che

entrò in Transtevere con milizie fresche, n’ebbero spavento l’Abate

di Farfa e Tolomeo; i Romani stesero le braccia a Pasquale, e già si

aveano volte le macchine di guerra contro il san Pietro, nel quale

il Prefetto stavasi trincerato con molti Consoli, allorquando il Papa

sentì mancarsi le forze, e venne in fin di vita[437].

E morendo, esortò i Cardinali alla concordia, alla prudenza, ed a

resistere contro le «oltracotanze dei Tedeschi»; indi, nella notte

del 21 Gennaio 1118, otto dì dopo il suo ritorno, esalò l’ultimo

fiato: morì in un edificio prossimo alla porta di bronzo del castel

Sant’Angelo[438], e poichè i nemici s’accampavano nel san Pietro

come in una trincea, il morto dovette esser sepolto in Laterano.

Il pontificato di Pasquale II fu pieno di miserie, e sconvolto di

tumulti tali, onde furono funestati pochi reggimenti prima del suo:

non soltanto egli venne tratto in lotta contro l’Imperatore, ma

sofferse costantemente di ribellioni, e vide financo sollevata contro

di sè tutta la Chiesa. Nessun mausoleo serba più ricordanza dello

sventuratissimo Papa, il quale fu angustiato fin nella tomba dal

figliuolo di quell’Imperatore, che Gregorio VII aveva cacciato entro

la fossa colla sua maledizione in fronte. A monumento di lui esiste

oggidì ancora in Roma qualche chiesa che egli restaurò: san Bartolomeo

nell’isola Tiberina e santo Adriano nel Foro (pur sempre chiamato

anche a questo tempo _in tribus Fatis_). Vi si aggiunge santa Maria

in Monticelli, e probabilmente eziandio san Clemente, di cui Pasquale

era stato cardinale. La sua opera migliore fu la rinnovata chiesa dei

Quattro Coronati sul Celio, che l’incendio normanno aveva distrutta;

ed egli la consecrò ai 20 di Gennaio, poco tempo prima che fuggisse

davanti a Enrico V: tuttavia, la forma che essa ha odiernamente deriva

da tempo più tardo.

Di tal guisa Pasquale, ad onta di tante difficoltà che lo premettero,

fu il primo Pontefice che, dopo un periodo lungo di inoperosità,

intraprendesse a edificare in Roma in un tempo nel quale non andava

giorno che la guerra delle fazioni non devastasse monumenti antichi e

chiese[439].

§ 2.

Elezione di Gelasio II. — I Frangipani prendono di assalto il Conclave.

— Prigionia e salvamento del Papa. — Enrico V viene a Roma. — Gelasio

fugge. — L’Imperatore eleva al pontificato Burdino, con nome di

Gregorio VIII. — Fa ritorno al settentrione. — Gelasio II viene a

Roma, per chiedervi protezione. — I Frangipani lo assalgono una seconda

volta. — Egli fugge in Francia. — L’infelice vecchio muore a Cluny.

Il Cardinale di santa Maria in Cosmedin fu in gran fretta chiamato di

Monte Cassino a Roma, per esservi fatto papa. Giovanni di Gaeta, nato

di illustre famiglia, monaco sotto il governo di Oderisio abate, si

era ornato di sì eletta dottrina in quella scuola di Benedettini, e vi

aveva conseguito tanta fama di eloquenza e di bello stile, che Urbano

II l’aveva fatto venire a Roma e tolto per suo cancelliere: al tempo

di Pasquale II era stato nominato arcidiacono. Colla sua temperanza

d’animo aveva difeso questo Papa dai zelatori, e forse fu egli il

quale impedì che scoppiasse lo scisma, e che si venisse ad un’aperta

rottura coll’Imperatore; tuttavolta dalla fortezza di un uomo che

s’era educato all’insegnamento dei grandi tempi di Gregorio VII e di

Urbano, il partito cattolico poteva confidare che nella controversia

delle investiture avrebbe sostenuto a spada tratta il principio della

libertà di elezione[440]. Il Conclave si raccolse in santa Maria in

Pallara, sul Palatino: questo convento, che era a tiro della rocca dei

Frangipani, apparteneva alla Curia, la quale lo aveva concesso a Monte

Cassino; ed in esso dimorava Giovanni di Gaeta, sì come prima di lui

vi aveva abitato Federico di Lotaringia, innanzi che fosse assunto

a papa[441]. L’elezione avvenne in gran secreto; volevasi mandare a

esecuzione ciò che aveva prescritto il decreto di Nicolò II; l’elezione

doveva avvenire per opera dei Cardinali, nè si doveva aver riguardo a

diritti imperiali qualsiansi.

Ai 24 Gennaio dell’anno 1118 Giovanni fu acclamato papa, unanimi tutti,

e ricevette nome di Gelasio II. Invano il vecchio infermiccio fe’

tutto quanto stava in lui per iscansare la tiara, chè essa era cosa

poco ambita in un tempo nel quale non vi aveva quasi un sol Papa che

non diventasse persona di tragedia: però egli non potè venir subito

consecrato, poichè, essendo diacono, dovevano prima ordinarlo prete, e,

per far questo era mestieri che trascorressero le tempora di Marzo. Il

neoeletto aveva appena rivolto la mente a meditare tristamente sulle

sciagure cui andava incontro, che già le porte del Conclave cadono

abbattute; Romani furibondi si cacciano dentro di quelle stanze colle

spade nude in mano; un novello Cencio afferra il vecchio per la gola,

lo atterra, lo calpesta colle calcagna armate di sproni, e fra oscene

bestemmie lo trascina fuor della chiesa, intanto che i suoi vassalli

accalappiano con funi Cardinali fuggenti, oppure li gettano abbasso

dei loro muletti. Il Conclave s’era raccolto proprio dentro il covo

della belva; forse meglio gli elettori avrebbero fatto a porsi sotto

la protezione di Pier Leone, ma essi non si fidavano più di questo

potente Console, poichè può darsi che fin d’allora egli vagheggiasse

di por la tiara in capo del figliuol suo. Nessuna famiglia di nobili si

manteneva lunga pezza fedele ad una stessa bandiera; nemici acerbi del

Papa, si tramutavano in vassalli suoi fervidissimi, e in breve tempo,

con altrettanta prestezza, già dimenticavano di esserlo mai stati.

Forse i Cardinali avevano promesso ai Frangipani, aderenti dell’Impero,

che eleggerebbero un candidato della loro fazione; e conseguenza di

vedersene ingannata era l’opera brutale che una famiglia di Consoli

romani compieva, ad imitazione del colpo di Stato di Enrico V[442].

Gelasio fu gettato in una torre di Cencio Frangipane, carico di catene,

tutto sanguinoso, più morto che vivo: e forse l’afflitto vecchio avrà

invocato veramente la morte. Ma il popolo si sollevò, le milizie delle

dodici Regioni, le genti del Transtevere e dell’isola corsero all’armi:

il prefetto Pietro, che or s’era riconciliato con Pier Leone, questi

colla sua numerosa famiglia, Stefano dei Normanni, ed altri nobiluomini

parteggianti pel Papa, si congregarono in Campidoglio, seguiti da’

loro clienti[443]. Chiesero che Giovanni fosse loro reso, ed allora il

malandrino sciolse i ceppi del suo prigioniero, gli si gettò a’ piedi

e ne ottenne l’assoluzione. Si ripetè così quasi a pennello la scena

selvaggia della vita di Gregorio VII, e rapidamente come allora era

avvenuto, la tragedia si cambiò in giorno di esultanza. Roma si parò a

festa; fecero montare sopra un bianco muletto il Papa liberato, e fra

grida di giubilo lo condussero in Laterano, dove ricevette gli omaggi

dei Romani. Ne avrà egli pianto di commozione, o ne avrà sorriso con

amarezza[444]? la storia ha essa mai registrato di qualsiansi altri

Principi un accoppiamento eguale di debolezza e di onnipotenza, com’è

questo che si incontra nei Papi del medio evo?

Dopo di un cominciamento così orribile del suo pontificato, Gelasio

II godette appena di un mese di pace in Roma. I Frangipani non posero

tempo in mezzo, fecero noto all’Imperatore che, senza il consentimento

suo, era stato assunto un Papa, e gli chiesero che venisse a Roma.

Enrico V, cui per tutte le ragioni premeva di affermare precisamente

adesso la efficacia del suo diritto regio nell’elezione pontificia,

cui stava molto a cuore di porre sulla cattedra apostolica uno che

avesse riconosciuto per valido il Privilegio di Pasquale, partì in

fretta e in furia del suo campo del Po con poca soldatesca, e nella

notte dei 2 di Marzo Gelasio si destò in sussulto all’annunzio che il

formidato Imperatore era smontato nel portico del Vaticano[445]. Un

panico terrore s’impadronì della Curia, e il Papa che in passato aveva

diviso anch’egli con Pasquale la prigionia, ora si vedeva minacciato

di pari sorte. Lo si adagiò a cavallo, ed egli fuggì del Laterano, e

corse a nascondersi nella torre del romano Bulgamino, posta a santa

Maria, nella Regione di Sant’Angelo[446]. Messaggieri di Enrico lo

andarono a cercare, ma egli, non fidandosi di loro inviti, decise

di ricoverarsi a Gaeta sua patria, e la sua corte, i Cardinali, i

Vescovi lo accompagnarono[447], imbarcandosi in due navi sul vicin

Tevere. Però contro dei fuggenti si sollevava anche la furia degli

elementi; un uragano impediva che le barche potessero entrare in mare

presso a Porto, e dalle sponde i Tedeschi, che davano loro la caccia,

bersagliavano di dardi le galere sbattute dall’onde, e, in mezzo allo

scoppio dei tuoni ed al chiarore de’ lampi, con bestemmie gridavano che

le incendierebbero con palle di bitume, se non s’avesse dato loro in

mano il Papa[448]. Tutta volta le tenebre della notte e l’imperversare

del turbine salvarono i fuggenti, e impedirono che Enrico V facesse

la presa di un secondo Papa. Sbarcarono non visti; il Cardinale Ugo

di Alatri, tornato in quel mentre dal Capo Circeo, dov’era stato da

prevosto di Pasquale, si prese, nuovo Enea, sulle robuste spalle il

debole Gelasio, e in mezzo al diluviare e al vento impetuoso lo portò

di peso al castello di San Paolo, vicino Ardea[449]. Quando al mattino

appresso i Tedeschi frugarono le barche e non vi trovarono entro il

Papa, se ne tornarono a Roma, ma la notte stessa le galee accolsero

di bel nuovo i fuggitivi, e per Terracina condussero a Gaeta quella

afflitta turba di Cardinali affranti dal mal di mare: colà alla fine

Gelasio potè trovar riposo. E allora le sorti subito mutarono; chè

tostamente i Vescovi e i maggiorenti dell’Italia meridionale, Guglielmo

di Puglia, Roberto di Capua, Riccardo di Gaeta, e cavalieri e Conti

molti accorsero ivi pieni di reverenza, e appena che Gelasio fu (addì

10 di Marzo) ordinato Papa, gli prestarono omaggio di vassalli[450].

La fuga di lui aveva deluso l’intenzione di Enrico, e n’era stata così

troncata la via dei trattati; perciò l’Imperatore levava un Antipapa.

Gelasio aveva rifiutato l’invito di venire a un accordo con Enrico e

di farsi consecrare in presenza sua nel san Pietro; e al rifiuto aveva

aggiunto dichiarazione che, per definire la controversia tuttavia

pendente, sarebbesi raccolto in Settembre un Concilio a Milano oppure

a Cremona. Or queste città erano nemiche dell’Imperatore; e se questi

adesso protestava che la elezione di Gelasio era stata nulla, ed

eleggere faceva un Papa nuovo, egli non varcava per nulla le facoltà

che su di ciò a quel tempo gli davano i diritti della corona imperiale.

Congregati pertanto in san Pietro i Romani, fe’ loro conoscere la

risposta data dal fuggitivo, ed allora s’alzò fra quelli un grido

d’indignazione, vera che fosse o infinta, dicendosi che Gelasio voleva

trasferire a Milano la sede del Papato: si finì reclamando un’elezione

nuova. Giurisperiti che Enrico aveva con sè condotti (fra essi era

il celebre Irnerio di Bologna) spiegarono dalla cattedra l’ordine

di costituzione onde si reggeva la elezione pontificia: dopo di ciò

Maurizio Burdino, arcivescovo di Braga in Portogallo, fu acclamato

papa, e condotto in processione al Laterano. Nel dì seguente, ch’era

il 10 di Marzo, preti scismatici lo consacrarono con nome di Gregorio

VIII[451].

Così, nel luogo istesso che era stato teatro della loro accanita

battaglia contro Enrico V, i Romani ricevevano adesso dalle mani di

lui un Antipapa, straniero di nazione. La storia di Roma nel medio

evo mette brivido colla ferocia de’ suoi avvenimenti, ma più ancora

induce a meraviglia per l’incostanza senza esempio del suo popolo.

Perciò è che in mezzo al fluttuare sempre vario e sempre agitato delle

fazioni, il Papato offre uno spettacolo unico al mondo, e tale che non

avrà mai più ripetizione di eguali casi, avvegnaddio la roccia di san

Pietro, l’_immobile saxum_, vi sia rimasta per mezzo sempre salda e

incrollabile. Tuttavia ingiustizia sarebbe se si volesse biasimare i

Romani per loro mancanza di fermi propositi, senza che la ragione se

ne spiegasse: e infatti soltanto l’autonomia politica inspira vita e

dignità ad un popolo, laddove la Republica di Roma, vera chimera, non

faceva che ondeggiare ad altalena fra il Papato e l’Impero. Un solo

sentimento costantemente durava nella Città, ed era la repugnanza

contro la podestà civile del Pontefice.

Burdino era uomo ambizioso, ma probo e di bella mente; il

partito cattolico aveva bel dire che egli era soltanto un creato

dell’Imperatore, e Gelasio l’eletto di tutti i Cardinali; l’Antipapa

si appoggiava al diritto imperatorio, e presto era riverito da molte

province d’Italia e di Alemagna e perfino di Inghilterra. Gelasio

confortava sè medesimo perciocchè appena fosse se due o tre preti

cattolici avevano abbracciato la parte di Burdino, ma egli vedeva

Roma piena di Guibertisti, e la Chiesa ricaduta nelle miserie antiche,

come a’ tempi di Clemente III[452]. Continuava a durare il principio

politico della orribile divisione, e i modi di combattimento erano

pur sempre eguali a quelli di un tempo. Gelasio, il quale sette anni

prima aveva sottoscritto al Privilegio dato ad Enrico, lo scomunicava

adesso da Capua, nella domenica delle Palme; scongiurava i Principi

normanni acciocchè lo riconducessero a Roma e discacciassero i

«Barbari», che avevano con sè pochissima forza di soldatesche. Enrico

s’era omai avanzato fin verso a Ceperano, e assediava il castello di

Torrice, vicin Frosinone, allorchè gli giunse novella che i Normanni

si avvicinavano[453]; allora battè in ritirata, lasciò a Roma Burdino,

e andò in Lombardia. Peraltro i Principi normanni, che avevano fatto

scorta al Papa fino a Monte Cassino, qui lo abbandonarono a sè solo,

forse perchè egli non accontentavali in tutte le loro richieste[454].

Gelasio, per poter passare dalla Campagna, dovette comperarsene la

licenza da que’ Conti, e in sul principio del Luglio attraversò le

sue proprie terre non dissimile da un povero pellegrino: entrato in

Roma, dovette picchiare alle porte di alcuni Consoli che gli erano

amici, implorando la loro protezione. Egli dimorò in vicinanza di

santa Maria _in Secundicerio_, fra le torri di Stefano Normanno, di

Pandolfo fratello di questo, e di Pietro Latro che era della famiglia

de’ Corsi[455]. Roma pertanto stava in attesa che si ripetesse lo

spettacolo di due Pontefici che a vicenda si maledicessero, e l’un

contro all’altro pugnassero, scambievolmente chiamandosi, secondo il

rude linguaggio di quell’età, plasma, statua fabbricata con mani lorde

di sangue, idolo di argilla, bestia dell’Apocalisse[456].

Burdino teneva in possesso suo la maggior parte della Città; più che

mezza Roma lo riconosceva per pontefice, ed egli senza impedimento

occupava la chiesa di san Pietro, propugnacolo de’ Papi scismatici:

da parte sua Gelasio poteva tutt’al più farsi franco di andare al san

Paolo, dove i suoi partigiani stavano in armi. Ma su di questo Papa

il martello della sventura senza posa avventava colpi sopra colpi.

Invitato dal Cardinale del titolo di santa Prassede ad assistere alla

festa di quella patrona, la cui solennità cadeva ai 21 di Luglio, egli

vi andava, sebbene la chiesa fosse situata in prossimità delle torri

dei Frangipani: Stefano de’ Normanni, e Crescenzio Gaetano nipote

del Papa, uomini di gran valore, ve lo accompagnavano con una mano

di armigeri[457]. La messa non era ancor pervenuta al suo termine,

allorchè i feroci Frangipani si cacciarono nella chiesa con impeto,

empiendola di una gragnuola di sassi e di saette; la quiete del tempio

si tramutò tutt’a un tratto in tumulto di battaglia; il Papa non

visto fuggì, intanto che i suoi fieramente continuavano ad azzuffarsi

cogli Imperiali. «Che fate o Frangipani?», proruppe alla fine Stefano,

«dove correte? Il Papa che voi cercate fuggì. Volete anche la ruina

nostra? non siamo al paro di voi Romani, e vostri congiunti di sangue?

Indietro! indietro! che anche noi, lassi, ce ne possiamo tornare alle

nostre case!» Il truce Cencio, e Leone Frangipani, entrambi figliuoli

di donna Bona ch’era sorella di Stefano, cedettero alla voce dello

zio; ringuainarono con repressa rabbia le spade, e le due parti si

separarono[458]. Allora si andò frugando per tutta Roma, e fuor delle

porte, in cerca del Papa. Alcune donne lo avevano visto montare a

cavallo, mezzo spoglio delle sue vesti pontificie, e fuggire seguito

soltanto dal suo crocifero. In sulla sera lo si rinvenne. Lo sventurato

vecchio, diserto come Edipo, stava seduto nel prato del san Paolo,

circondato da pietose femmine: chi se lo imagina in quello stato, vede

disegnarsi uno dei quadri più commoventi cui la storia del Papato metta

in rilievo[459].

«Fratelli e figli miei», disse Gelasio nel dì seguente, «noi dobbiamo

andarcene di Roma, poichè qui è impossibile viver più a lungo. Fuggiamo

di questa Sodoma, di questo Egitto, di questa Babilonia, città di

sangue. Lo dico innanzi a Dio che vede il dolor mio: meglio vale un

Imperatore che tanti di costoro; ed invero un cattivo distruggerà

i peggiori, fino a che anche lui coglierà colla sua punizione

l’Imperatore di tutti gli Imperatori»[460]. Nominò Pietro di Porto a

suo vicario, Ugo cardinale a legato per Benevento, confermò Pietro

nell’officio di prefetto, e fece Stefano dei Normanni gonfaloniere

della Chiesa in Roma[461]. Con sè prese sei Cardinali, fra’ quali

quel figliuolo di Pier Leone che presto doveva diventar celebre, ed

alcuni Consoli, fra cui furono Pietro Latro e Giovanni Bello fratello

del Prefetto[462]: indi, addì 2 di Settembre, s’imbarcò per andarne

a Francia, dove in passato Pasquale e Urbano avevano tratto a sicuro

porto la navicella di san Pietro. Con gran solennità lo accolse Pisa,

la città ricca di traffichi, ed egli elevò quel Vescovato a Chiesa

metropolitana cui rese soggetta la Corsica, ne consecrò il magnifico

duomo, e vi predicò con eloquenza degna di «un Origene»: per fermo la

sua sventura gli doveva essere ispiratrice di sagge considerazioni.

Nell’Ottobre fece vela per Genova, e alla fine toccò terra non

lungi dalle foci del Rodano, presso al convento di santo Egidio

nell’Occitania.

I Vescovi, i Principi di Francia, e ambasciatori di re Luigi vennero

a salutare con loro solenni omaggi il venerando esule, a Maguelone, a

Monpellieri, ad Avignone e in altre città: nella Francia meridionale,

calda ancora dell’entusiasmo delle Crociate, fuvvi ressa di gente

che a gran torme accorreva sul suo sentiero per vedervi il Vicario di

Cristo, cui non i Saraceni ma i Romani avevano discacciato dalla tomba

di san Pietro: e offerte spontanee e oboli di san Pietro piovvero a

soccorrerne la povertà[463]. I Pontefici di quel tempo dovevano partire

di Roma e muovere ne’ paesi forestieri, se volevano acquistare la

consapevolezza che ancora si prestava loro reverenza vera di vicarî di

Cristo. Re detronati, in qualunque luogo cercassero asilo, perdevano

insieme colla corona anche l’onoranza che a quella va congiunta;

per lo contrario la persona di un Papa era cinta di splendore tanto

meraviglioso, che la fuga e l’inopia mendica non facevano altro che

porlo in maggiore rilievo ed esaltarlo ognor più. Le emozioni che

or provava in Francia si aggiunsero alle angustie sofferte in Roma,

per accorciare la vita del vecchio. Gelasio II morì, addì 29 Gennaio

dell’anno 1119, nel convento di Cluny, circondato da monaci, da

Cardinali e da Vescovi, vestito di una povera tonaca, disteso sul

nudo terreno. Non più di un anno e quattro giorni aveva durato il suo

pontificato, e in questo breve tratto di tempo si erano accumulati

sopra di lui i dolori d’una lunga e intiera vita d’uomo. Allorquando

vien detto che, sulle eccelse cime della grandezza umana, i Papi non

sono che martiri, la vita di Gelasio, più di quella di ogni altro,

può far fede di cosiffatta parola. Per lo meno non vi è uomo di animo

pietoso, il quale, volgendo il pensiero a quel vecchio sventurato,

ultima vittima della controversia delle investiture, non si senta

tratto a gravi e serie meditazioni.

§ 3.

Calisto II. — Negoziati con Enrico V. — Concilio di Reims. — Calisto

viene in Italia. — Entra in Roma. — L’Antipapa cade a Sutri. —

Mostruose pompe trionfali del medio evo. — Il Concordato di Worms.

— Influenza salutare che la controversia delle investiture esercitò

sul mondo. — Calisto II regna pacificamente in Roma. — Monumenti in

Laterano eternano la definizione della grande controversia. — Calisto

II muore.

Voto di Gelasio era stato che gli succedesse nel pontificato il

Cardinale di Palestrina, ma Conone proponeva che si facesse papa

l’Arcivescovo di Vienne. In così grande difficoltà di tempi non

v’era uomo alcuno che ne fosse adatto più di questo prelato, principe

vero. Guido, figlio del conte Guglielmo Testardita, discendente della

casa di Borgogna, congiunto in parentela col Re francese e altresì

coll’Imperatore, era il più magnifico Vescovo di Francia; orgoglioso,

accorto, d’animo fermo, celebre dappertutto per l’arditezza dimostrata

nella questione delle investiture. Era cosa naturale che in Francia,

asilo dell’esule Pontefice, si eleggesse un Francese, ed era manifesto

che questi troverebbe protezione da Luigi VI. Per conseguenza avvenne

un caso strano; i sei Cardinali che avevano accompagnato Gelasio,

e con loro i pochi altri Romani, da terra straniera elessero a papa

uno straniero. Questo atto si compiè nel celebre convento di Cluny

sull’incominciamento del Febbraio; peraltro Guido ricusò di vestire

la porpora, se prima i Cardinali non avessero dato in Roma conferma

all’elezione. Al Cardinale vicario, Pietro di Porto, fu dunque mandata

di Francia la scrittura dell’elezione; egli congregò i Romani nella

chiesa di san Giovanni nell’isola Tiberina, indi nel Campidoglio;

ed i Cardinali, i maggiorenti di parte cattolica (segnatamente Pier

Leone, il cui figliuolo era stato uno degli elettori dell’arcivescovo

Guido), il Prefetto, il clero ed il popolo approvarono tutti concordi.

I grandi vantaggi che prometteva il pontificato di Guido temperarono

nei Romani il sentimento dell’orgoglio offeso; tuttavia nella lettera

di risposta aggiunsero nota, che l’elezione avrebbe dovuto essere

fatta nella Città, ovvero nel suo territorio, e per opera dei Cardinali

romani[464].

Guido, riconosciuto per papa quasi in ogni luogo, fu consecrato

in Vienne, sulla fine di Marzo dell’anno 1119, con nome di Calisto

II[465]. Tosto in Francia manifestò egli una grande energia; scopo suo

si era di por fine allo scisma e al lungo piatire sulle investiture.

Con Papi deboli o mal destri Enrico V aveva avuto buon giuoco, ma la

cosa correva differente con Calisto II che stava all’altezza sua:

infatti questi era l’ardito legato che da Vienne aveva scomunicato

lui e minacciato papa Pasquale che gli disdirebbe obbedienza; era

uomo infine di spiriti principeschi in tutta l’estensione della

parola. Disordine travagliava le terre di Alemagna, e la sedizione

de’ principi e del clero (alla testa dei quali erano l’Arcivescovo

di Magonza, l’ingrato Alberto, Federico di Colonia e Corrado di

Salisburgo) sembrava prendere proporzioni tanto ampie, quanto ai tempi

di Enrico IV. Minacciava una seconda dieta di Treviri; un’assemblea di

principi colà raccoltasi riveriva Calisto per papa, e abili negoziatori

s’impadronivano dell’indirizzo della controversia, la cui pacificazione

era desiderio di tutto il mondo: Enrico V pertanto, vista la mala

parata, fece capire che era disposto a conchiudere un accordo sopra

basi pratiche. Tuttavolta, sempre pieno di astuzie, l’Imperatore trasse

la cosa in lungo, nè intervenne al grande concilio che in Ottobre si

celebrò a Reims, e nel quale, secondo l’intesa, ogni dissensione doveva

esser sopita: quel nemico raggiratore stavasi nelle vicinanze di Reims,

tendendo agguati, perocchè ei volgesse in mente una nuova caccia di

Papi. Così fallirono anche questa volta i negoziati, ed allora, ai 29

di Ottobre, Calisto II confermò il divieto delle investiture, innanzi a

quattrocentoventiquattro vescovi della Cristianità, congregati a Reims:

il dì dopo si bandì la scomunica ancora una volta contro di Enrico V

e del Papa suo, e, pronunciandola, i quattrocentoventiquattro prelati

rovesciarono a terra i cerei ardenti che tenevano in mano, quali con

ira fiera, quali a malincuore, quali ghignando. Fu questa l’ultima

fiamma che divampò dalla celeberrima controversia che fra non molto

doveva spegnersi[466].

Nella primavera successiva Calisto potè imprendere il suo viaggio

a Roma. Di Provenza e dalle Alpi scese in Lombardia, e passò per

Tuscia, salutato con festività grandi lungo tutta la via. Anche in

Roma il partito cattolico gli aveva apparecchiato un grande ingresso

trionfale. Ivi con istento Gregorio VIII aveva tenuto testa contro

il vessillifero della Chiesa, suo solo sostegno essendo Brunone di

Treviri, che l’Imperatore gli aveva posto a fianco con una schiera

di Tedeschi. E quell’Arcivescovo insieme coi Frangipani aveva difeso

virilmente Roma contro i Normanni di Roberto di Capua, ma poichè l’oro

colava a centellini troppo minuti nelle mani sporte dei Romani, il

partito imperiale, dopo alcuni assalti, era costretto a ritirarsi

nel Transtevere: nè altro suolo che questo più rimaneva a Gregorio

VIII[467]. Finalmente, all’avvicinarsi di Calisto, egli partì di

Roma traditrice per irne a chiudersi nella ben munita Sutri; prima

di andarsene scongiurò i suoi partigiani di tener fermo nel castel

Sant’Angelo e nel san Pietro, ma Pier Leone con una chiave d’oro riuscì

ad aprirne le porte[468].

Addì 3 Giugno 1120 Calisto II tenne la sua entrata solenne in Roma, ed

è strana cosa, subito dopo del debole Gelasio, imagine della sventura,

vedere ergersi la persona maestosa di un Re vero, che incede per Roma,

vestito degli abiti pontificî: di cosiffatti contrasti non potevano

darsi che a Roma, dentro della Chiesa. Le milizie gli andarono incontro

a tre giornate di distanza dalla Città; fuor di questa lo salutarono

i fanciulli romani recanti fiori e palme; alle porte lo aspettavano

i nobili, il popolo ed il clero. Il Papa, montato sopra un bianco

palafreno, mosse coronato al Laterano, per le vie che erano addobbate

di palii di seta, di corone e di arredi preziosi[469]. Queste feste

straordinarie ben s’acconciavano a fare accoglimento all’avventurato

successore di due Papi umili e senza fasto, perciocchè in lui l’origine

principesca e la ricchezza sublimassero ancor più lo splendore della

ecclesiastica dignità. Ben potè Calisto andar contento di Roma; la

fazione di Burdino fu guadagnata facilmente colla corruzione, e la

nobiltà accorse desiderosa a porgere i suoi omaggi[470].

Frattanto il Papa andò subito nel mezzogiorno; chè da tempo omai lungo

erasi fatta consuetudine che i neo-eletti Papi visitassero le Puglie,

per affermarsi nel possesso del loro prezioso Benevento, per far

rinnovare il giuramento di vassallaggio ai Normanni, e, le quante volte

erane bisogno, per tornarne con un esercito. Due mesi rimase Calisto a

Monte Cassino; addì 8 di Agosto ricevette professione di vassallaggio

da Benevento, e tosto dopo il giuramento feudale dei principi delle

Puglie[471]. Raccolse soldatesche, e, prima della Pasqua dell’anno

1121, tornò a Roma, dove ne celebrò le feste con magnificenze splendide

oltre all’usato; indi mandò Giovanni di Crema, cardinale, a stringere

d’assedio Sutri, e poco stante mosse egli stesso a raggiungerlo.

Burdino, caduto d’ogni speranza, dopo di aver sostenuto una guerra

minuta nella Campagna e assediato le vie che mettevano a Roma, non potè

difendersi che per soli otto giorni. L’idolo imperiale fu lasciato in

abbandono più presto ancora di quello che in tempi anteriori fosse

avvenuto di Cadalo; e dopo i primi assalti, omai ai 22 di Aprile, i

cittadini di Sutri diedero Burdino in mano a’ suoi nemici. I mercenarî

di Giovanni di Crema maltrattarono il prigioniero con feroce brutalità,

ed il Papa abusò di una vittoria ingloriosa, facendo che l’Arcivescovo

di Braga con buffonesco ingresso precedesse la entrata sua in Roma.

Gregorio VIII, avviluppato in una villosa pelle di becco, e posto a

rovescio sopra il cammello che trasportava gli arnesi di cucina del

Papa, fu tratto come bestia feroce per le strade di Roma, in mezzo

alla plebaglia, sotto una tempesta di frustate e di sassate: chiuso in

carcere nel Septizonio, fu dappoi condannato a eterno esilio, e, da una

all’altra torre della Campagna, fu trascinato a Passerano, alla rocca

di Gianula presso a San Germano ed al convento della Cava, finchè ivi o

a Fumone, trovò la fine dei suoi giorni. Erano queste le brutali pompe

di trionfo che il Papato del medio evo celebrava in Roma[472].

La caduta dell’Antipapa recò con sè la conseguenza che molti

capitani facessero soggezione. I conti potenti di Ceccano e di Segni

(discendevano di origine germanica), Lando, Goffredo e Rainaldo si

sottomisero; e dopo che Calisto ebbe anche in Roma fatto abbattere

le torri di Cencio Frangipane, un Papa, dopo tempo sì lungo, potè

nuovamente chiamarsi padrone della Città e dimorarvi in pace[473].

Questi rapidi risultamenti esercitarono influenza anche in Germania;

il trionfo riportato sopra il Pontefice imperiale fu un greve colpo

eziandio per l’Imperatore e per le pretensioni sue di eleggere o di

confermare i Papi. La mostruosa caduta di Gregorio VIII fu additata

agli occhi del mondo, come se caduto fosse Simon Mago, e fu essa che

affrettò la fine della controversia delle investiture.

Enrico V, che serbava ricordanza della sorte del padre, volle

finalmente comporre a pace l’Impero fremente di malcontento, e deliberò

di cedere: Calisto II dall’altra parte era uomo di vedute più larghe

dei suoi predecessori grettamente ligi a idee fratesche; come il suo

avversario, faceva anch’egli tesoro degli ammaestramenti dei casi

andati, e come lui era inclinevole a conciliazione. Le basi di una

pace fra l’Impero e la Chiesa vennero poste in parecchie conferenze

tenute in Germania fra i Principi e i Cardinali legati, i quali furono

Lamberto di Ostia, Gregorio e Sasso. Come già a’ tempi di Pasquale,

si compilarono anche adesso due trattati: l’Imperatore rinunciò a

dare l’investitura coll’anello e col pastorale, assentì alla libertà

di elezione e di ordinazione del clero, e promise la ristorazione

di tutti i beni ecclesiastici: per parte sua il Papa aderì acciò che

nell’Impero tedesco l’elezione dei Vescovi avvenisse alla presenza dei

messi dell’Imperatore; che in Germania l’eletto ricevesse l’investitura

dei beni della corona col simbolo dello scettro; che, fuori di

Germania, dovesse prima avvenirne la consecrazione, indi, entro i sei

mesi successivi, fosse a darsi la investitura collo scettro[474]. La

Chiesa riportò una vittoria più decisiva di quello che ne ritraesse

vantaggio lo Stato, il quale per forza aveva dovuto lasciarsi imporre

la gran legge della libera elezione del clero. Soltanto la Chiesa non

si immischiò più nel rapporto secolaresco di sudditanza dei vescovi;

la Chiesa gli installava nell’officio ecclesiastico, e il Sovrano

li poneva in possesso del principato, ossia della signoria di ordine

feudale[475].

Allorchè, ai 23 Settembre 1122, i due documenti compilati con

intendimento leale, furono letti presso a Worms sul Reno, innanzi

a immensa moltitudine di popolo, e allorchè Lamberto cardinale

riaccolse solennemente nel grembo della Chiesa il figliuolo dello

sventurato Enrico, grandissima gioja si diffuse da questo avvenimento;

rimarginavansi le ferite di una guerra mortifera, il mondo desolato

recuperava pace. Se bello e toccante era stato lo spettacolo delle

migliaja d’uomini di razza romana, che accesi d’entusiasmo avevano

preso vicino a Clermont la croce, non è meno commovente contemplare

quelle migliaja di Tedeschi, che presso a Worms accolsero festanti

la pacificazione della disputa sulle investiture. La loro fantasia

eccitata avrebbe potuto scorgere le ombre de’ caduti in quella guerra

perturbatrice del mondo, cercarsi l’una l’altra nel campo di Worms,

e avvicinarsi a riconciliazione; e avrebbe potuto veder vagare lì

in mezzo quei celebri defunti, che erano Enrico IV, Gregorio VII coi

suoi sventurati successori, Guiberto cogli sventurati suoi, Matilde,

Guelfo, Rodolfo di Svevia, Corrado e tutta la tragica gente che s’era

schierata intorno a que’ capitani. Mezzo secolo durò la controversia

delle investiture; ferocemente del paro che la guerra dei trent’anni,

desolò Germania e Italia, e sacrificò il fiore del popolo di quell’età.

Potrà forse qualche ingegno mordace levar alto colla mano due bollate

pergamene e mostrarle al mondo come unico risultamento di cinquant’anni

di una guerra di distruzione? Potrà egli forse dar la berta alla gente

umana, che aveva davanti a’ suoi occhi una soluzione (in apparenza

tanto facile) dei suoi ardui problemi, ma che nel suo furor cieco non

ebbe saputo vederla, e vi incappò dentro soltanto dopo un orrendo

delirare di mezzo secolo, durante cui si smarrì per vie tortuose e

lunghe? Che sì che bisognava sparger tanto sangue per cambiare l’anello

e il pastorale collo scettro? o per discoprire questa semplice verità,

che le ingerenze dello Stato toccar dovevano soltanto le cose dello

Stato, quelle della Chiesa soltanto gli affari di Chiesa? Tristissima

verità è questa, che il mondo, l’animale politico di Aristotele,

debba conquistarsi il suo lento progresso per via di scosse violente

di guerra, e che quello che si guadagna a forza di secoli, altro non

paia nel cosmo umano che un frammento dappoco: tuttavolta le pergamene

sottoscritte a Worms non furono i soli risultamenti della controversia

delle investiture. Nelle grandi lotte che agitano il mondo l’oggetto

primitivo della disputa scompare di vista, ed uno più morale e più

eletto subentra a quel primo con tutta la vigoria della giovanezza.

Come lotta dei due principî che componevano l’anima della umanità,

quella grandissima controversia del medio evo fu uno dei commovimenti

più salutari che Europa abbia provato mai. Colla potenza de’ contrasti

e col fervore appassionato che costringeva ogni ordine di gente a

prendervi parte essa ebbe veramente liberato da’ ceppi lo spirito degli

uomini, bandì la rigida grettezza e l’apatia dell’età barbarica, pose

benanco fine a questa età, e, associata alle Crociate, aperse le vie di

una civiltà nuova. Ei fu durante questa lotta che si destò il pensiero

indagatore in filosofia, protestante ed eretico in religione; per essa

la scienza del diritto romano risorse coll’amore all’antichità, venne

in fiore la libertà republicana dei comuni, e la società civile assunse

una forma nuova, autonoma e umanamente più mansueta. Così è che Enrico

IV e Gregorio VII, eroi di tragiche sorti, ed Enrico V e Calisto II,

avventurati fondatori di pace in questa lotta onde vivrà eternamente

memoria, ebbero ottenuto splendidissimo luogo negli annali della

storia.

Calisto II, al Marzo dell’anno 1123, fece annunciare e confermare

la conchiusione della pace nel primo Concilio ecumenico lateranense:

Roma da secoli non aveva visto una così grande assemblea conciliare,

e questa pose suggello alla vittoria della Chiesa ed alla attuazione

della riforma gregoriana. Il Papato s’aveva conquistata la sua

independenza giuridica dall’Impero, e adesso, sopra questo sodo

fondamento dei suoi diritti accettati da Europa, ben poteva essa

svolgere la sua podestà ecclesiastica, e farne una potenza del mondo.

La pace di Worms (allora alcun uomo non lo presagì) fu soltanto un

armistizio fra i due principî dello Stato e della Chiesa, che la

prima volta allora si riconobbero vicendevolmente per le due podestà

cardinali su cui il mondo posava.

Nè da secoli sulla cattedra di san Pietro era seduto Papa alcuno, che

fosse e sentisse di essere così avventurato come Calisto: e merito

ne aveva la sua prudenza del paro che la sua energia. La Città obbedì

reverente all’autore della pace; s’acchetarono le lotte dei partiti, e,

finchè ei visse, per le ruinose vie di Roma non sonarono più grida di

battaglia[476]. In questo bel periodo di pace il Pontefice potè perfino

pensare al bene della Città, chè dopo tempo tanto lungo torniamo a

udire di restaurazione di acquedotti e di mura, e di edificazione e

di ornamento di alcune chiese[477]. Deplorevole era la condizione di

Roma dopo la lotta delle investiture; la Città era mezzo in ruina; i

templi di pace e di amore s’erano con massima profanazione tramutati

in castella belliche, e di veri arnesi di guerra avevano provato le

sorti. Calisto in un Concilio dovette espressamente proibire che chiese

si munissero come altrettante rocche; vietò ai laici di spiccare le

offerte votive dagli altari, e bandì anatema a chi maltrattasse le

genti che venivano a Roma peregrinando[478]. Forse con una solenne

festività avrà purificato il duomo del principe degli Apostoli dal

suo orrendo passato; lo abbellì di novelli doni votivi, ne fece il

pavimento, restaurò l’altar maggiore, e dotò di possedimenti di terre

la basilica.

In pari decadenza, fino dal tempo di Roberto Guiscardo, era andato

il Laterano. Da dopo di Leone IV non vi era stato più Papa alcuno

che avesse atteso a edificare in quel palazzo; soltanto Calisto II

incominciò a recarvi riparazioni, e vi costruì una nuova cappella

dedicata a san Nicolò di Bari, nella cui tribuna fece dipingere a

colori le imagini dei celebri suoi predecessori, che da Alessandro II

in poi erano stati i campioni della gran pugna. Quell’oratorio poteva

servire di monumento di tutti i Papi che avevano combattuto contro

all’Impero, ma Calisto rappresentò il trionfo della Chiesa eziandio

in una nuova sala delle case lateranensi destinata alle udienze, nella

quale si vedevano dipinti lui, Gelasio, Pasquale, Urbano, Vittore III,

Gregorio VII e Alessandro II, con sotto gli Antipapi che facevano da

sgabello ai loro piedi. Alcuni distici di cattivo stile illustravano le

pitture, nel tempo stesso che sulla parete si leggeva scritto il tenore

degli articoli del Concordato Wormacense. Da secoli l’arte non aveva

tolto a trattare soggetto sì grandioso com’era questo della guerra dei

cinquanta anni e della sua pacificazione; tuttavia era ancor troppo

presto perchè all’altezza dell’argomento riuscisse pari la potenza

della pittura di storia, la quale prima di Giotto pose appena i germi

primi: quel quadro pomposo poteva soltanto denotare la barbarie di

un’età, nella quale i Papi si tenevano contenti di vedere rappresentate

le grandissime geste della Chiesa medianti figure di dimensioni pigmee

e in dipinti di fattura bruttamente rozza[479].

Fortunato anche in questo, Calisto II morì poco tempo dopo della sua

vittoria; la febbre romana lo portò via ai 13 di Dicembre dell’anno

1124 nella sua dimora in Laterano. Acconciamente fu sepolto presso

a Pasquale II, l’autore della pace presso alla vittima della guerra:

e cinque mesi dopo di lui ebbe tomba in luogo acconcio anche Enrico

V, allorchè lo si seppellì nel duomo di Spira a fianco del padre,

trattato sì crudelmente da lui che era anch’egli ridotto adesso sterile

polvere. E questi due Imperatori, entrambi travolti e sopraffatti dal

turbine delle passioni che ebbero agitato quell’età fiera e grande,

appartengono massimamente agli uomini più memorabili del medio evo.

§ 4.

Discordia per ragion dell’elezione. — La famiglia dei Frangipani. —

Onorio II è fatto papa. — Enrico V muore. — Il Papa riconosce Lotario

per re di Germania. — Gli Hohenstaufen prendono le armi. — Rogero di

Sicilia s’impadronisce delle Puglie. — Costringe Onorio a concedergli

l’infeudazione. — Onorio II muore.

Tutto a un tratto la novella elezione fu a un pelo di porre Roma a

divisione, avvegnaddio i Frangipani cercassero adesso di far salire

al papato un Cardinale amico dell’Imperatore: e dopo il Concordato di

Worms la cosa non soltanto era possibile, ma naturale. Così si rileva

che quegli audaci capitani non avevano rimesso un punto delle loro

antiche arti di violenza, e che il castigo inflitto loro da Calisto non

aveva per nulla diminuito la loro influenza. I Papi non possedevano

tanta potenza da cacciare quei maggiorenti in bando; tratto tratto

facevano loro guerra, tratto tratto ne smantellavano le torri, ma di

bel nuovo venivano dipoi sempre conchiudendo con essi pace e trattati.

D’altronde l’odio che un Pontefice nutriva contro nemici i quali lo

avevano maltrattato non poteva nell’impero papale, ch’era elettivo,

trasmettersi in eredità ai successori di quello. Il rapido mutarsi de’

Papi, ciascuno de’ quali seguiva un suo proprio indirizzo politico

ed era costretto di guadagnare a favor suo le famiglie nobili, dà

sufficiente spiegazione di cotale stato di cose.

Per la prima volta in documenti dell’anno 1014 incontrammo, nel suo

antenato Leone, la famiglia dei Frangipani, fin d’allora potente. Il

nome strano di essa, che suona «rompere il pane», vollesi illustrare

mercè una leggenda, la quale narrava che in tempi antichi uno degli

avi di quelle genti aveva dispensato pane ai poverelli, in momenti

di grandissima carestia: e lo stemma della famiglia rappresenta due

leoni rampanti in campo rosso, che tengono un pane nell’artiglio e

sono volti l’uno verso l’altro[480]. Cencio, figlio di Leone, fu un

potente Console a’ tempi di Gregorio VII, e Giovanni, figliuolo di

Cencio, sposò donna Bona, sorella di Stefano Normanno, e fu padre di

quell’altro Cencio che vedemmo assalire papa Gelasio. Anche de’ suoi

fratelli Leone e Roberto abbiamo fatto menzione[481], e notammo altresì

che le loro torri e i loro palazzi erano situati presso all’arco di

Tito, vicino al Palatino e al Colosseo[482].

I Frangipani e i Pierleoni erano dunque le due case che si disputavano

l’una all’altra il Patriziato, e, caporioni delle parti imperiale e

pontificia, tenevano in loro potere il Collegio de’ Cardinali. Si aveva

stabilito d’accordo che procederebbesi all’elezione, tre giorni dopo

la morte di Calisto, senza proporsi prima in mente candidato alcuno.

Tuttavolta i Frangipani avevano designato Lamberto di Ostia per papa,

laddove il popolo desiderava che assunto fosse il cardinale Sasso di

Anagni: entrambi quei prelati erano gli uomini del Concordato di Worms.

Però, a forza di astuzie, essendo riuscito a Leone Frangipane di far

sì che tutti i Cardinali intervenissero all’elezione, e nell’assemblea

congregata avendo una voce buttato fuori che Teobaldo Boccadipecora

fosse fatto papa con nome di Celestino, quelli dei congregati che erano

di parte neutrale, accondiscesero. Ma Roberto Frangipane furiosamente

gridò il nome di Lamberto di Ostia, e la sua fazione lo proclamò

pontefice e lo mise dentro in Laterano. Inutilmente si opposero gli

altri; Teobaldo, sia che ve lo consigliasse paura o generosità d’animo,

svestì la porpora, e Lamberto fu riconosciuto per papa Onorio II. Però,

comprendendo egli che la sua esaltazione non era avvenuta validamente

secondo il rito canonico, depose le insegne del pontificato,

nell’intento di farsi con voti unanimi confermare; ed infatti i

Cardinali avversarî, come prudenza loro suggeriva, desistettero dalla

loro contrarietà. Or vedasi qualmente i decreti di Nicolò II e dei

suoi successori non avessero punto affrancato l’elezione pontificia

dall’influenza della nobiltà cittadina; i Re romani avevano bensì

rinunciato al loro diritto antico, ma i Consoli romani continuavano ad

elevar papi a furia di astuzie o di violenze[483].

Lamberto vescovo di Ostia, fatto cardinale al tempo di Pasquale,

aveva accompagnato Gelasio nel suo esilio, e, abilissimo ministro di

Calisto II, aveva conchiuso la pace di Worms: questo eletto merito

gli dava buon diritto di diventar papa, ed ai 21 di Dicembre 1124 fu

consecrato tale, con nome di Onorio II. Soltanto la bassa origine,

da cui aveva avuto nascimento nella piccola terra di Fagnano presso

Imola, era una macchia agli occhi di coloro che in Calisto avevano

pregiato la stirpe principesca. «Io non so», diceva l’abate di Monte

Cassino ai messaggieri del novello Papa, «non so di chi Sua Santità

sia figlio; questo solo so che è nutrito di belle lettere dal capo alle

piante»[484].

Nondimeno Onorio, da uomo accorto, seppe acquistarsi tostamente

rispetto. Nessuna insurrezione turbò in Roma il suo pontificato, che

durò cinque anni, giacchè la sua stretta alleanza coi Frangipani gli

procacciava buona sicurezza. Il Papato prese nuove forze dalla morte

di Enrico V, che partì del mondo senza lasciar figliuoli; ed infatti,

spenta adesso la forte casa Salica, non si levò al trono alcuno degli

Hohenstaufen eredi suoi, ma per influenza romana si fece re il sassone

Lotario, che, addì 13 di Settembre, fu anche coronato. Per verità,

Corrado e Federico, come figli di Agnese che era sorella del morto

Enrico, impugnarono le armi, ma non giunsero a capo di far trionfare

le loro pretese. Anche Onorio non fu lento a riconoscere Lotario II

per re romano, e di tanto s’erano andate intieramente rimutando le

opinioni nel corso dei tempi, che il Papa, la cui elezione dapprima era

stata soggetta al beneplacito della monarchia, adesso poteva torsi il

diritto di dar conferma al Re romano ossia tedesco: così si converrà

massimamente notare come e quanto, per opera di Gregorio VII, il Papato

fosse salito in concetto di sublime giudice morale, eziandio nelle cose

del mondo politico.

Onorio II scomunicò gli Hohenstaufen, chè già egli presentiva come quei

principi avrebbero raccolto eziandio l’eredità della controversia sulle

investiture: e una seconda volta pronunciò l’anatema nell’anno 1128,

perocchè allora Corrado fosse venuto a Milano da pretendente della

corona. Molte città lombarde prestarono omaggio a questo Principe, e ai

29 di Giugno fu benanco coronato a Monza dall’arcivescovo Anselmo; però

il regno di lui non ebbe consistenza, e non fece che sconvolgere per

brevi istanti le cose dell’Italia settentrionale: quanto ai Romani, di

cui egli aveva cercato acquistarsi il favore, non ne vollero sapere, e,

insieme con Onorio, invitarono Lotario affinchè venisse a coronarsi in

Roma[485].

Più rilevanti casi avvennero nell’Italia meridionale, dove vi erano

precedute gravi mutazioni di cose. Guglielmo, figlio di Rogero e

duca delle Puglie, era morto a Salerno nel Luglio dell’anno 1127,

fra il rammarichìo di tutto il popolo; e anch’egli, come Enrico V,

non lasciava figli. Rogero conte di Sicilia, congiunto di lui, poteva

tener sè stesso in conto di naturale erede suo, ed infatti affermava

che Guglielmo lo aveva riconosciuto per tale. Quel principe giovane e

ardito, che, fanciullo ancora, era fino dal 1101 succeduto a Rogero I

padre suo, colse l’occasione per raccogliere ad unità tutta l’Italia

del mezzodì, avvegnaddio di tutti gli Stati di un tempo avessero ivi

conservato autonomia soltanto Capua sotto di Giordano II, e Napoli

governata da Sergio duca[486]. Come dunque il conte Rogero s’affrettò a

venire nelle Puglie, e s’insignorì di Salerno e di Amalfi, e ricevette

l’omaggio di molte città, il Papa deliberò di impedire la fondazione di

una monarchia dell’Italia meridionale: e alle pretese di Rogero oppose

la sovranità feudale che ne aveva il Pontefice, protestando che le

terre di Guglielmo tornate erano nel pieno dominio della santa Sede.

In questo intento andò Onorio sollecitamente a Benevento, e Rogero,

da lui scomunicato, essendosi acceso di grande ira che gli si negasse

d’investirlo delle Puglie, fosse pure come vassallo della Chiesa,

mise a guasto il territorio beneventano. Allora il Papa, nel Dicembre

dell’anno 1127, congregò in Capua i Vescovi e i Baroni a parlamento;

investì di quel principato Roberto II, figlio di Giordano che giusto in

questo tempo era morto, e chiese a quei congregati che movessero guerra

contro l’usurpatore siciliano.

Nondimeno questo Principe, ch’era uomo di genio, potè prendersi

in giuoco la crociata che Onorio predicò contro di lui, e attese

chetamente finchè l’esercito dei Baroni s’ebbe sbandato[487]. Si

ripeterono i casi di Leone IX; Rogero inseguì alle calcagna il Papa

abbandonato che si ritirò a Benevento, gli offerse pace, costrinse il

Padre santo a uscir delle mura della città, e venuto insieme con lui

sul ponte del fiume Calore (correva allora l’Agosto dell’anno 1128), ne

ricevette in feudo il Ducato delle Puglie e delle Calabrie[488].

Così fu che la Chiesa non potè impedire la fondazione della monarchia

napoletana; fu questo un avvenimento importante, il quale, come

in seguito vedremo, mutò l’indirizzo politico d’Italia e dei Papi;

tuttavia Onorio raccolse dalla sua pace con Rogero il profitto, per

quanto momentaneo fosse, di conservarsi la signoria feudale sull’Italia

meridionale.

Queste furono le bisogne che tennero il Papa in faccenda continua, ed

egli non fece che andare e venire di Roma nelle Puglie, e s’ingolfò in

negozî mondani e in affari politici, per modo che si deve chiamarlo

piuttosto uomo di Stato che prete. I Frangipani provvedevano in

Roma alla sua sicurezza, e gli davano modo di tenere in rispetto i

capitani della Campagna, massime i Conti di Segni e di Ceccano[489].

Anche Onorio II, non meno di Pasquale, seppe per prova di che pondo

gravassero le spalle del Papa i possedimenti temporali; e noi dovremmo

dipingere un quadro stucchevole e repugnante, se volessimo descrivere

le minute guerre che ripetutamente ei mosse contro i castellani e i

Conti di campagna nel Lazio. Venuto in fin di vita, lo si trasportò

al convento di san Gregorio, fortemente munito, ch’era posto sul

_Clivus Scauri_: i Papi di quei tempi morivano rimpiattati entro torri,

fra le spade dei loro partigiani. Da una finestra, presso cui lo si

aveva adagiato, il morente sporse il suo pallido volto, e con gran

dolore guardò ancora una volta il popolo che di sotto tumultuava e lo

credeva di già morto; e vide i partiti azzuffarsi per la sua corona

pontificia prima ancora che gli fosse caduta di capo: così, gravemente

angustiato, trapassò ai 14 Febbraio dell’anno 1130. Quando moriva un

Papa non avrebbe potuto eleggersi il suo successore prima che quegli

fosse sepolto; però spesse volte le sommosse che avvenivano nel regno

pontificio elettivo ponevano impedimento che siffatta consuetudine si

osservasse. Il cadavere di Onorio era ancor tiepido, che a fretta e a

furia lo si gettò in una fossa, la quale trovavasi apparecchiata nel

convento, tanto perchè la fazione quivi raccolta potesse procedere

all’elezione; indi a precipizio si trasportò quella salma al san

Giovanni, e il Papa morto e il Papa nuovamente eletto entrarono in pari

tempo nel Laterano[490].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 4/8 · 第 17 / 34 题