CAPITOLO PRIMO.

§ 1.

Pasquale II. — Guiberto muore. — Antipapi nuovi. — Nobiltà sediziosa.

— Origine della famiglia Colonna. — Ribellione dei Corsi. — Maginolfo

antipapa. — Guarnerio, conte di Ancona, muove contro Roma. — Pasquale

II negozia con Enrico V. — Concilio di Guastalla. — Il Papa va in

Francia. — Nuova sollevazione nello Stato della Chiesa.

Successore di Urbano II fu Rainero, nativo di Bleda in Tuscia,

monaco cluniacense, che Gregorio VII aveva fatto cardinale di san

Clemente: in questa chiesa lo si elesse, e lo si consecrò, addì 14

di Agosto dell’anno 1099, con nome di Pasquale II[363]. Avvenimenti

rilevanti fuor dell’ordinario, dovevano illustrare il suo reggimento

tempestoso. Lo scisma durava tuttavia, nè a Clemente III, il quale

era sopravvissuto a tre celebri Papi suoi avversarî, mancò il cuore di

combattere anche contro questo quarto. Clemente pose dimora in Albano

sotto la protezione dei Conti della Campagna, ma ben presto Pasquale,

coll’ajuto di soldatesche normanne, potè discacciarnelo[364], e

l’Antipapa fuggì a Civita Castellana, dove morì nell’autunno dell’anno

1100. I suoi stessi nemici dovettero confessare ch’ebbe doti pregevoli,

e serbò fermezza d’animo in mezzo alla sventura; quanto agli amici,

lo piansero altamente come un santo, e si divulgò che sulla sua tomba

avvenissero miracoli (quantunque scismatici fossero), istessamente che

miracoli cattolici s’erano compiuti sul sepolcro di Gregorio VII o su

quello di Leone IX[365].

Frattanto la fazione imperiale continuava ancora a levare degli

Antipapi, e ciò avveniva anche dentro di Roma, dove quella teneva

in mano sua il san Pietro; ma cotali idoli di un quarto d’ora,

primamente Teodoro di santa Rufina, indi Alberto vescovo sabinate,

ruzzolarono in breve tempo giù del trono usurpato[366]. Di così rapidi

risultamenti Pasquale andò debitore alle spade de’ Normanni e alla

potenza irresistibile dell’oro; però l’eterna guerra minuta che contro

di lui movevano i piccoli ribelli fece a minuzzoli le sue forze. I

Papi d’allora, alla paro di tutti gli altri Vescovi, erano costretti

a difendere il loro dominio temporale da mille avidi nemici, e

allorquando Pasquale, ch’era un frate di mite animo, pensava alla parte

che doveva sostenere il santo capo della Chiesa in quelle continue

lotte combattute per ragioni di beni mondani, gli conveniva deplorare

che se ne fossero iti i tempi apostolici, in cui i Vescovi non avevano

posseduto sulla terra che le cose del cielo.

Non andremo citando per nome tutte le castella, nè tutti i baroni

contro ai quali il Papa guerreggiò; bensì diremo che con Pietro

Colonna, nell’anno 1101, fa sua prima comparsa nella storia la famiglia

di nobili che in Roma medioevale fu celeberrima di tutte[367]. Il

nome dei Colonna non deriva, come si voleva far credere, dalla famosa

colonna di Trajano, ma proviene da un castello che ancora oggidì

si eleva nei monti Latini, di sopra della via Labicanense[368]. Il

castello Colonna era distante cinque sole miglia da Tusculo; può darsi

che fino dal tempo antico avesse appartenuto ai Conti di quelle terre,

e fu esso che diede ad un ramo di loro famiglia il nome _de Columpna_,

ossia _de Colonna_. Pietro che nominammo di sopra, fu probabilmente

un figliuolo di Gregorio di Tusculo, fratello di Benedetto IX[369]; e

quell’antenato di Martino V si faceva notare come un barone del Lazio

che saccheggiava Papi e Vescovi, e predava lungo le vie. I fondatori

delle case patrizie medioevali non s’acquistarono gloria o potenza sui

campi di battaglia o nelle curie giudiziarie, ma come falchi vivevano

annidati in loro torri, e come quegli uccelli rapaci assassinavano e

rubavano; indi, a forza di orazioni biascicate in compagnia di monaci

regalati riccamente, pregavano e ripregavano, che non fossero loro

serrate in faccia le porte del paradiso. Pietro _de Colonna_ possedeva

eziandio Monte Porzio e Zagarolo, e cercava di ampliare i suoi

possedimenti in quelle belle terre del Lazio: così può darsi che la

parentela ond’era congiunto cogli ultimi signori di Palestrina, della

famiglia di Stefania senatrice, gli desse di che pretendere a quella

città; ma più antichi erano i diritti del Papa, e questi seppe farli

valere colle armi[370].

In tal maniera Pasquale s’affaticò per anni ed anni a domare la

nobiltà feroce. In Roma gli erano di martello i Corsi, amici un tempo,

avversarî adesso della Chiesa, e la loro famiglia si rimpiattava ancora

fra le ruine che stavano presso al Campidoglio. Allorchè Pasquale ne

fece demolire le torri, Stefano Corso s’impadronì della fortezza del

san Paolo, e di là, non dissimile da un Saraceno, imprese scorrerie

brigantesche contro di Roma: cacciatone finalmente, si afforzò nella

Marittima superiore, dove s’impadronì di città pontificie. Nel medio

evo, un Sallustio avrebbe giorno per giorno scovato fuori il suo

Catilina, dappoichè Roma null’altro era che un’oscura catacomba in

rovina, entro cui nobili e popolani cospiravano a far cadere uno Stato,

di cui il più povero tribuno militare dell’antichità avrebbe forse

ripudiato la signoria.

La sedizione dei Corsi si associava coll’esaltamento di un terzo

Antipapa, che era eletto dagli ostinati Guibertisti. La famiglia dei

Normanni (ond’era a capo un altro Stefano), i Baruncî, i Romani, i

Sant’Eustachio, i Berizoni di Santa Maria in Aquiro, trassero nel

loro complotto il margravio Guarnerio, che in quel tempo era signore

di Spoleto e di Ancona. Un Conte svevo, che altra volta era stato da

capitano di Leone IX a Civita, si aveva avventurosamente conquistato

una bella signoria sul mare Adriatico, e financo poteva lasciare in

eredità ai suoi discendenti la Pentapoli, ora dal nome suo appellata

Marca di Guarnerio. Enrico IV aveva favorito le sue buone fortune, e

infatti, come gli avi di quel Principe avevano fondato la potenza di

Tedaldo, parimenti egli sollevava ben alto la famiglia di Guarnerio,

acciocchè gli fornisse appoggio nella lotta contro Matilde: ed al

figliuolo del primo Margravio di Ancona dava in investitura anche

i feudi imperiali di Spoleto e di Camerino, che in vecchio aveva

posseduto la casa della grande Contessa[371].

Nel Novembre dell’anno 1105 Guarnerio venne con milizie tedesche

a Roma, chiamatovi da’ cospiratori, che dentro del Panteon avevano

eletto a papa un arciprete Maginolfo; ed allora Pasquale si ricoverò

nell’isola Tiberina[372]. Silvestro IV, idolo tremante di paura, fu

condotto a mano armata nel Laterano; colà lo assediarono i Pontificî

condotti da Pietro prefetto, e lo difesero gli Imperiali guidati da

Bertone capitano di milizia, e soccorsi da Guarnerio. Si combattè sul

Celio, presso al Septizonio e financo dentro del Circo Massimo[373].

Però Maginolfo stava male a quattrini, laonde pochi giorni dopo si vide

abbandonato e solo; fuggì a Tivoli dove Guarnerio era accampato, e il

Margravio, che tornò a casa sua senza aver conseguito risultamenti di

sorta, se lo prese seco e lo condusse a Osimo.

Pasquale, molestato ma non discacciato da antipapi di questa fatta,

potè di già sulla fine di Novembre dell’anno 1105, ripigliar dimora

nel Laterano. Una parte della nobiltà era ritornata a soggezione,

nondimeno il Papa trovavasi ridotto a condizioni insopportabili di

cose. Se mai v’abbia avuto al mondo un trono fatale al Principe che lo

possedette, tal fu la cattedra di marmo del san Pietro su cui sedevano

i Papi tenenti in mano quel segno di croce che non avrebbe dovuto

mutarsi mai in iscettro: colà fra ruine decrepite di vecchiezza, fra

chiese divenute antiche come le ruine, volevano reggere un popolo

incorreggibile, che era ancor più superbo e più feroce di quello

che fossero stati i suoi antenati a’ tempi di Silla e di Mario. La

storia civile de’ Pontefici venuti dopo di Gregorio VII, è una scena

meravigliosa di stile altamente tragico, sulla quale eternamente si

ripetono gli stessi fatti, gli stessi conturbamenti; scoppi d’ira

popolare, fughe ed esilî di Papi, loro ritorni trionfali, loro cadute

nuove e più tristi, loro nuovi ritorni. Pasquale si partì di quella

tremenda Roma, e andò a congregare un Concilio sotto la protezione

della contessa Matilde. Avvenimenti occorsi in Alemagna facevano giusto

in adesso creder probabile la fine dello scisma, chè l’Imperatore era

stato rovesciato del trono per la ribellione del suo secondo figliuolo,

e questi, Enrico V, fingeva ipocritamente di piegare il capo al

divieto pontificio delle investiture: perciò i legati romani avevano

dato appoggio alla sua sedizione; il Papa stesso lo proscioglieva

del giuramento che prima aveva prestato in Aquisgrana di esser fedele

al padre e di non voler aspirare mai, come aveva fatto Corrado, alla

corona di quello[374]. Nel Gennaio del 1106 la Dieta di Magonza aveva

invitato Pasquale ad andare a Germania, dove s’avrebbe posto termine

alla divisione della Chiesa; e già la morte dello sventurato Enrico IV

sembrava sgomberare le vie alla conciliazione. Sennonchè nel Concilio

di Guastalla (tenuto nell’Ottobre del 1106), Pasquale poteva rilevare

dal fermo contegno di ambasciatori tedeschi intervenutivi, che il

novello re non si avrebbe lasciato mai strappare la rinuncia al diritto

d’investitura. Infatti, tosto che Enrico V s’ebbe rafforzato sul suo

trono, egli trasse in campo risolutamente i diritti della corona, e

il Pontefice, che non aveva voluto assolvere l’infelice imperatore, si

vide presto ripagato, con ricompensa meritata, dell’egual trattamento

che Enrico IV aveva ricevuto dal suo scellerato figliuolo.

A Guastalla si promulgarono decreti che confermarono il divieto

delle investiture; tuttavia si fece benigna accoglienza ai Vescovi

eletti contrariamente ai canoni, ai Guibertisti, purchè lealmente

si riconciliassero colla Chiesa: e questa fu arrendevolezza che i

Gregoriani severi non seppero perdonare a Pasquale[375]. Enrico V

mostrò indi desiderio che si raccogliesse nel Natale un Sinodo ad

Augusta, e che in quello si definisse la controversia tuttora accanita

delle investiture; ma il Papa, che avrebbe voluto recarsi colà, temette

di un tradimento, e andò in Francia per chiedere che quel re Filippo

e Lodovico suo figliuolo si facessero mediatori. Si negoziò cogli

ambasciatori di Enrico che s’abboccarono nell’anno seguente a Chalons

col Papa, ma non si venne a capo di cosa alcuna; insisteva il Re a

voler conservare il diritto d’investitura, e Pasquale, raccolto nel

Maggio un Concilio a Troyes, vi rinnovava la proibizione che chierici

ricevessero feudi di mano de’ laici. Alla fine, malcontento dei

risultamenti del suo viaggio, il Papa deliberò di tornarsene in Italia,

e ormai nel Settembre dell’anno 1107 fu a Fiesole vicin Firenze.

Durante la sua assenza Pietro prefetto, i Pierleoni, i Frangipani,

uniti a Gualfredo nipote del Papa, avevano con gran fatica tenuto

alta in Roma un’ombra di autorità. La nobiltà romana non aveva che una

passione sola, crescere la sua potenza famigliare a spese della Chiesa;

laonde ad ogni Papa che tornava a Roma s’aspettava sempre l’istesso

compito meschino, condurre vassalli e milizie assoldate a combattere i

predoni dei beni ecclesiastici. Appena reduce, Pasquale fu costretto

a guerreggiare contro Stefano Corso nella Marittima tusca, dove, a

Montalto, questo Romano s’era fortificato[376]; ma il Papa a nulla

riusciva, e, per confessione del suo Biografo, Roma durò ad essere covo

di sedizioni, che si ripetevano ad ogni nuovo dì che scendeva in terra.

Ei sarebbe un tema desolato se volessimo tener dietro a Pasquale per

gli avvolgimenti delle ribellioni continue che miseramente dovette

sopportare. Andato nell’anno 1108 a Benevento, affidò il reggimento

della Città ai consoli Pierleone e Leone Frangipani; diede a Gualfredo

la capitananza suprema delle soldatesche, e lasciò Tolomeo di Tusculo

a guardia della Campagna. Di questa maniera la necessità dei tempi

poneva la podestà politica in mano delle nobili famiglie romane, che

adesso formavano la oligarchia dominatrice. Poichè il Papa era lontano,

nelle Puglie, i nobiluomini ne trassero tosto vantaggio per insorgere;

la Sabina ed il Lazio disertarono dall’autorità del Papa, e Tolomeo,

rompendo fede e collegandosi con Beraldo abate di Farfa e con Pietro

Colonna, piantò la bandiera della rivolta financo a Tusculo. Pasquale

capitò allora accompagnato da lance normanne che gli veniva prestando

Riccardo di Aquila, duca allora di Gaeta; entrò in Roma, conquistò

castella ribelli, e Tivoli stessa, sede antica dei Guibertisti, gli

si arrese dopo una resistenza ostinata, mentre paura e oro facevan

cadere le armi di mano a Roma venale. Pasquale si recò in persona al

Campidoglio dove il Senato della nobiltà soleva congregarsi, e chiese a

questo parlamento che proscrivesse Stefano Corso; finalmente le milizie

romane costrinsero i Corsi nella diroccata Montalto a sottomettersi.

Così i Papi di quel tempo erano costretti a conquistar con gran fatica

piccole rocche annidate su dirupi, e spesso a muover qua e là da

capitani, alla testa di genti assoldate. Nell’Agosto dell’anno 1109

Pasquale assediò Ponzia e Affile, antichissime colonie romane nella

diocesi di Subiaco, e le infeudò a questa abazia[377]; e, intorno a

questo istesso tempo, può darsi ch’egli abbia preso d’assalto Ninfa, in

vicinanza di Velletri. Le servitù, di cui queste terre avevano debito

verso la Chiesa, consistevano in prestazioni dipendenti da accordi

stabiliti, e in ispecie si nota l’obligazione di fornire armigeri le

quante volte il Papa lo comandasse; chè anche i Pontefici, come tutti

gli altri Vescovi, ricavavano le loro genti d’arme soltanto da’ luoghi

che per ispecial patto erano soggetti all’eribanno[378].

§ 2.

Enrico viene a Roma. — Condizioni misere di Pasquale II. — Difficoltà

di risolvere la questione delle investiture. — Il Papa prende la

risoluzione disperata di obligare i Vescovi a restituire i possedimenti

avuti dall’Impero; in cambio l’Imperatore deve rinunciare al diritto

d’investitura. — Si negozia e si conchiudono trattati. — Enrico V entra

nella città Leonina; suo audace colpo di stato.

Breve era il respiro di pace che Pasquale s’aveva conquistato con

tanta fatica; durò fino a tanto che venne il Re tedesco. Questi fu

preceduto dall’apparizione di una cometa, fenomeno apportatore di

spaventi, nuncio agli uomini pii e superstiziosi, di guerra, di peste

e di ruina. L’Impero già profondamente avvilito, risorgeva adesso

col figliuolo di Enrico IV a vendicare l’onta della sua sconfitta,

e a soggiogare il Papato gregoriano. Dopo lunghi negoziati Enrico V,

nell’anno 1109, aveva ottenuto che l’angustiato Papa gli concederebbe

la corona imperiale senza imporgli altre condizioni, fuor di questa,

che usasse pietà religiosa alla Chiesa. Pasquale non potè impedire la

spedizione cui per decreto di una Dieta tedesca s’era ordinato movere

su di Roma, ma in un Concilio lateranense, celebrato ai 7 Marzo 1110,

rinnovò il divieto del diritto d’investitura: gli era soltanto sopra

questa base che dovevasi comporre la pace. Indi il Papa andò a Monte

Cassino, e scongiurò i Principi normanni, affinchè, se ne avesse

bisogno, accorressero ad ajutarlo contro di Enrico V; poi, tornato a

Roma, radunò quegli ottimati e li fe’ giurare che in tanto pericolo gli

presterebbero soccorso.

L’impresa di Enrico V su di Roma mise in mostra il magnifico apparato

di forze onde Alemagna, ad onta di lunghe guerre civili, poteva

disporre: per l’Italia e pel Papato fu cosa di grave umiliazione.

In quel formidabile esercito contavansi trentamila uomini a cavallo,

vassalli di cento province di favelle tedesche, slave e romanesche,

ed erano condotti da Vescovi e da Principi, che di mal animo oppur

volonterosi s’erano raccolti intorno al Re: a lui si accompagnavano

financo giurisperiti e letterati, i primi per commentarne i diritti,

gli altri per eternare colla loro penna la memoria delle sue geste.

Le città dell’Italia settentrionale, che duranti le guerre delle

investiture s’avevano dato costituzione di republica, mirarono con

isguardi d’odio quelle soldatesche straniere che discesero dalle

Alpi nell’autunno dell’anno 1110, ed alle quali loro toccava dare

fodero e albergo, e far donativi. Novara ridotta in cenere espiò

la sua disobbedienza, e altre castella furono schiacciate con egual

ferocia. Se ne spaventarono i Lombardi, e i loro Consoli corsero al Re,

offerendogli tributi; soltanto Milano non mandò doni, non soprattutto

ambasciatori: se l’odio di parte non le avesse nimicate le une contro

le altre, le città più deboli avrebbero trovato in quella fiorente

l’appoggio di lor comune libertà[379]. Dei vassalli italici dell’Impero

non uno fuvvi che ad Enrico non prestasse omaggio, allorchè egli per

tre settimane s’attendò nei campi di Roncaglia, dove tenne la solita

Dieta, e, pari a un Serse, vi passò in rassegna il suo splendido

esercito, ostentando disprezzo per le città. Fin la contessa Matilde si

curvò innanzi alla potenza di lui; molti Principi dell’accompagnatura

di Enrico visitarono la illustre donna, gloria del suo tempo, e ne

partirono compresi tutti di reverenza. Ma la Principessa non andò

in persona dal figliuolo del suo nemico; trattò soltanto cogli

ambasciatori di Enrico in uno dei castelli che ella possedeva vicino

Canossa; gli giurò vassallaggio in quanto s’avesse trattato di

combattere i nemici dell’Impero, ad eccezione del Papa; nè il Re osò

di chiedere che la proteggitrice de’ Pontefici unisse i suoi vassalli

all’esercito di lui per muovere a Roma.

Che cosa poteva aspettarsi il Papa da un giovine Principe che aveva

ereditato l’astuzia del padre, ed aveva saputo ingannare questo

padre istesso coll’astuzia sua? da un Principe che con molto maggiore

energia aveva risoluto di continuare la lotta a pro dei diritti della

corona, poichè la sorte di Enrico IV gli poneva in chiaro che dessa

era condizione indispensabile dell’esistenza dell’Impero? Come i suoi

messaggieri ne avevano fatto minaccia a Chalons, Enrico V veniva per

affermare colla spada il diritto d’investitura, e per ischiantare

l’audace edificio d’Ildebrando. Le condizioni di Pasquale II erano

più difficili che non fossero state quelle di Gregorio; ed invero,

indebolimento interiore e paura mettevano inciampo ai Normanni di

dargli ajuto; Matilde era invecchiata e restava neutrale; le passioni

religiose, un tempo alleate vigorose della gerarchia, erano sbollite,

e la Cristianità chiedeva che a qualunque costo si ponesse fine alle

discordie.

Da Arezzo scrisse Enrico ai Romani, dicendo, essere stato fino allora

impedito di prestare onoranza alla città capitale del suo Impero;

venire adesso; mandassero eglino ambasciatori ad incontrarlo[380].

Suoi messaggi andarono a Roma per trattar della coronazione, e colà

s’abboccarono in santa Maria in Turri, presso al san Pietro, con Pier

Leone, cui il Papa aveva fornito di facoltà piene. La coronazione

doveva essere l’ultimo atto che suggellerebbe un accomodamento;

però gran difficoltà trovavasi a conchiudere questo primo di tutti i

Concordati. Enrico doveva insistere in quel diritto d’investitura che

tutti i suoi predecessori avevano esercitato; doveva il Papa insistere

nei decreti degli antecessori suoi che avevano proibito le investiture

di mano dei laici, e de’ quali aveva egli stesso solennemente

confermato le decisioni. Poteva il Re concedere che il Papa solo desse

l’investitura ai Vescovi, dappoichè questi ricevevano principati

in feudo dall’Impero? Se i potenti Vescovi ed Abati si fossero

compiutamente svincolati dallo Stato, se fossero diventati vassalli

della Chiesa romana, forniti da essa dell’investitura, non sarebbe

cresciuto il loro potere all’infinito? Non avrebbe dappoi questo

potere inghiottito lo Stato, sì come Gregorio VII s’era proposto? Le

conseguenze della investitura di diritto regio erano d’altra parte

ruina della Chiesa che continuava ad essere la vassalla della corona,

ma questo male innegabile avrebbe potuto guarirsi una volta che i

Vescovi avessero rinunciato alla potenza temporale, e massimamente ad

ogni grado politico[381].

La questione delle investiture era cinta a quel tempo di altrettante

difficoltà, quante a’ nostri giorni, in mezzo all’Italia unita,

resero avviluppata la questione del dominio temporale dei Papi,

ultimo avanzo del corpo che la Chiesa vestì nel medio evo. Infatti

entrambe le controversie si rassomigliarono nell’indole loro; in

entrambe dominò l’eguale concatenazione di elementi morali e politici;

entrambe furono pertanto nodi gordiani che si sciolsero soltanto colla

spada. Degno di ricordanza eterna sarà ad ogni modo questo fatto,

che un Papa del secolo duodecimo con grandioso ardimento bandì un

principio, la cui attuazione avrebbe infuso alla Chiesa più elette

forze morali: sennonchè quell’idea aveva troppo dell’etereo in una età

che era dominata dall’arbitrio del potente. Pasquale II conobbe che

il diritto della corona era chiaro come la luce del sole; e confessò

che, senza il privilegio d’investitura, l’Impero non avrebbe potuto

sussistere, dappoichè esso aveva prodigato alle Chiese il dono di

redditi così immensi. Mentre il giovine e sleale figliuolo di Enrico

IV procedeva nel cammino verso Roma, lasciando dietro i suoi passi

città smantellate, può darsi che al Papa tremante ei facesse l’istesso

effetto di un animale di rapina, la cui ferocia dovesse ammansarsi a

furia di pasto. In quelle estreme necessità ei gli gettò dunque fra le

ugne i beni della Chiesa per salvar di questa la vita e la libertà, e

fece proposta così: i Vescovi restituirebbero all’Impero tutti i loro

beni provenienti dalla corona, e vivrebbero di decime; rinunciasse

l’Imperatore per sempre al diritto d’investitura, e desse di tal

modo alla Chiesa in ricambio (beneficio superiore ad ogni pregio)

libertà dallo Stato[382]. Se Pasquale II avesse condotto a compimento

questa idea pura ed apostolica, ben sarebbe egli stato più grande di

Gregorio VII, e riformatore vero fra tutti i Pontefici. L’intelletto

di un monaco virtuoso, assiso sul trono dei Papi e aborrente dalle

cose mondane, avrebbe dovuto comprendere che la corruttela del clero

e la schiavitù della Chiesa erano soltanto conseguenze della sua

secolarizzazione contraria alle dottrine apostoliche; ma Pasquale diè

a divedere di non essere pur egli stato uomo di animo così grande, che

il suo disegno si possa attribuire ad una idea riformatrice improntata

di genio: esso piuttosto era dettato dalla disperazione[383]. Il secolo

duodecimo non poteva possedere maturità per cotale idea anticipata

della libertà della Chiesa; questo istituto santo, che avrebbe

dovuto solamente essere regno incorporeo di luce, di amore, di virtù,

continuava, a pari di un sole offuscato da vapori e velato da nubi

terrene; e forse i suoi raggi, se avessero dardeggiato in tutta la

loro purezza, sarebbero discesi senza frutto, od anche con danno, sul

suolo selvaggio di secoli mezzo barbarici. L’associazione feudale della

potenza secolare e di quella ecclesiastica gravò ancora per secoli

le spalle alla società, e soltanto nel decimosesto risorse poderosa e

con coscienza matura quell’idea che in Pasquale II non era forse stata

altro che l’espressione dell’ingenua semplicità del suo animo.

La proposta di lui dovè parere condanna di privazione enorme pel clero

che era avvezzo al potere ed alle splendidezze; i prelati avrebbero

dovuto dimettere dominî immensi, città, diritti di gabella, di mercati,

di zecca, podestà giudiziaria, autorità di margravî. Certo che non per

questo sarebbero diventati sì poveri come erano stati gli Apostoli,

avvegnachè ogni vescovato possedesse ancora patrimonî privati, e

financo avrebbero bastato le decime e le offerte a formar doviziose

fonti di uno stato assai agiato[384]. Ma colla perdita della potenza

principesca, i Vescovi cadevano senza riparo in balìa della podestà

politica e perdevano rilevanza nel mondo, dove si rispetta solamente

il potere, come quello che può dare e può torre, e in mezzo alle

magnificenze diffonde timore. Ogni Vescovo si sarebbe rifiutato di

scendere del grado ragguardevole che aveva nel parlamento dell’Impero

per cambiarsi in servo di Dio, libero e virtuoso sì, ma modesto; e

tutti loro avrebbero potuto rimproverare a Pasquale che egli facesse

da uomo disinteressato a spese altrui, poichè, papa, non pensava a

deporre lo scettro del suo Stato ecclesiastico, ed anzi espressamente

prefiggeva condizione ad Enrico che lo restaurasse nell’ampiezza delle

donazioni antiche[385]. Se la signoria secolaresca non si acconciava

a’ Vescovi, era forse più convenevole al Papa? Se ad un Abate non si

confaceva muovere alla testa de’ suoi vassalli, tutto chiuso nella

corazza e montato sopra un cavallo di battaglia, non era ancor più

contrario alla dottrina cristiana vedere il Padre santo sui campi di

guerra? I possedimenti dei loro feudi imperiali traevano i Vescovi in

continui commercî col mondo, ma che non era da secoli la storia dello

Stato ecclesiastico romano? Tuttavolta, la esistenza di uno Stato

tale, benanco in così misero assetto, era a quel tempo condizione

essenziale della independenza spirituale del Papa. L’ironia fatale

che s’avviticchiava senza posa al principio suo rendeva il dominio

temporale in pari tempo scudo e tallone di Achille del Papa, e lui

faceva in pari tempo re e martire, possessore di uno Stato ed esule.

Era piccola ma sempre ribelle la zolla di Roma, e invischiando il

piede del sommo sacerdote della Cristianità aveva bastante peso per

impedirgli di sollevarsi a regioni troppo sublimi, dove, fatto quasi

divino, si sarebbe sottratto alle idee del suo tempo, oppure, tiranno

del mondo morale, inaccessibile alle cose mondane, si sarebbe sottratto

alle esigenze di quello. Pasquale a mala pena indirizzava a sè medesimo

la domanda, se in lui fosse salutare la mescolanza di prete e di re;

e se un qualche Vescovo malignando avesse mosso dubbio del principio

su cui si fondava lo Stato di san Pietro, egli gli avrebbe a miglior

ragione risposto ciò che Pio IX oggidì risponde agli usurpatori

teorici e pratici dei dominio temporale, e v’avrebbe aggiunto che le

province di san Pietro non erano feudi dell’Impero. Da dopo l’anno

1862, dacchè una delle più meravigliose rivoluzioni andò distruggendo

il vecchio e fragile Stato della Chiesa, è cosa attrattiva pensare,

che l’assentimento a quella rinuncia, di cui Pasquale con sì grande

ingenuità faceva richiesta ai Vescovi, avrebbe avuto per conseguenza

eziandio la fine dello Stato pontificio: e ben si può stupire che,

ancor settecent’anni dopo di Pasquale, tutta Europa si sia affaticata

a discutere di cotali questioni antichissime con fervore pari a quello

del loro tempo remoto[386].

Se Enrico V avesse accettato la proposta del Papa, ne avrebbe potuto

raddoppiare tutto d’un tratto la dovizia della corona; un monarca

avaro avrebbe, senza pur pensarci su, steso il braccio a prendersela,

ma un Principe prudente doveva prima riflettervi sopra per bene.

Rinunciando all’investitura, la monarchia perdeva massimamente tutta

la sua influenza sulla Chiesa, grandissima delle podestà che allora vi

avessero nel mondo. I beni restituiti dalla Chiesa, sarebbe pure stato

necessario di nuovamente concedere in feudo ad altri; alla fin fine

sarebbero colati ad accrescere la potenza famigliare di maggiorenti

ereditarî; le città, che erano tenute dai vescovati soltanto in un

lasso legame, avrebbero ottenuto pienezza di libertà. Ma soprattutto

poteva Enrico credere che Vescovi e Principi avrebbero consentito alla

proposta del Papa? che specialmente sarebbe stato possibile, senza una

immane rivoluzione dei rapporti della proprietà, di riprender possesso

di tanti beni, che mille vassalli alla lor volta tenevano in feudo

dalle Chiese?

Enrico desiderava veracemente di far pace colla Chiesa; accettò dunque

il patto, senza però confidare che fosse possibile di condurlo ad

effettuazione.

Furono compilati due trattati; l’uno della rinuncia del Re al diritto

d’investitura; l’altro della rinuncia che per decreto pontificio il

clero avrebbe fatto dei beni della corona: dopo lo scambio delle

pergamene, il Re sarebbe stato coronato. Le gelose cautele che vi

furono introdotte fan parere il Re ed il Papa simili a due nemici

che negoziassero, di cui l’uno temeva tradimento e assassinio

dall’altro. Non si dee dirittamente chiamar barbara un’età, in cui

il capo secolare dell’Occidente doveva giurare per patto che non

s’impadronirebbe a tradimento del sommo sacerdote della Cristianità,

che non lo mutilerebbe nel corpo, nè lo ucciderebbe[387]? Ambasciatori

s’affrettarono di andare a Sutri, fin dove era giunto il Re; approvò

questi i due istromenti, ma sotto condizione che tutti i Vescovi e

i Principi dell’Impero aderirebbero a quella rinuncia, la qual cosa

(così nota il Cronista che ne dà il racconto) si reputava essere

impossibile[388]. Addì 9 di Febbraio Enrico e i suoi ottimati, i Duchi

e i Conti di Baviera, di Sassonia e di Carinzia, Alberto cancellier

suo, Federico di Svevia suo nipote e il Vescovo di Spira giurarono

sicurtà al Papa e adempimento del trattato, purchè il Papa da canto

suo vi desse esecuzione entro il prossimo giorno di domenica: indi

l’esercito si avviò alla volta di Roma, e il sabato 11 di Febbraio pose

campo in vicinanza di Monte Mario.

Enrico V trovavasi a fronte della città Leonina e del castel

Sant’Angelo, dove, ventisette anni prima, il padre suo aveva assediato

l’autore della formidabile controversia. L’ombra melanconica di Enrico

IV doveva turbare l’animo di un tal figliuolo, e comandargli vendetta:

il cadavere di quell’Imperatore stava ancora insepolto, chiuso com’era

da sett’anni in una cappella non consecrata del duomo di Spira,

poichè Pasquale con durezza romana avea respinto la preghiera che

gli si concedesse tumulo cristiano. Possiamo imaginare che sentimenti

provassero i cavalieri orgogliosi di Germania in vista di Roma, o di

che cuore stessero i Romani sulle cui teste pendeva quella nube gravida

di tempesta, o a che meditasse il Papa il quale sapeva di esser preso

nei lacciuoli di un nemico spergiuro, nel tempo istesso che messaggieri

suoi, come in passato quelli di Gregorio VII, correvano la Campania in

cerca di un novello Guiscardo. Il domani avrebbe potuto esser giorno di

una grande opera di pace o di orrenda ruina.

Ambasciatori de’ Romani andarono al campo di Enrico, e vi chiesero

ch’egli giurasse le leggi di Roma: il Re romano fecelo, ma

sprezzantemente pronunciò la promessa in lingua tedesca, di che offesi,

molti de’ maggiorenti se ne tornarono alla Città. Vennero i legati del

Pontefice, si scambiarono ostaggi, ed Enrico nuovamente giurò al Papa

sicurtà e conservazione dello Stato della Chiesa.

Il dì dopo, ai 12 di Febbraio, dovevasi compiere la ceremonia della

coronazione. Le corporazioni di Roma, i collegî di giudici, le scuole

della corte pontificia, le milizie coi loro segnacoli di draghi, di

lupi, di leoni, e di aquile inalberati sull’asta delle lance, il popolo

con fiori e con palme, andarono a levare il Re presso a Monte Mario.

Il figliuolo di Enrico IV entrò a cavallo nella città Leonina colla

sua magnifica comitiva, fra le acclamazioni, sincere o adulatorie che

fossero, onde lo salutavano mille e mille voci, gridando: «Pietro santo

elesse Enrico a re.» Secondo l’uso di tradizione, prima presso ad un

piccolo ponte, indi vicino alla porta, Enrico giurò che obbedirebbe

alle leggi di Roma; sorrise con disprezzo agli inni degli Ebrei, e

accolse con ciera di ostentata degnazione gli applausi della scuola

de’ Greci. Nella città Leonina lo ricevettero cori di frati e di

monache con cerei accesi in mano, e letanie di preti, i quali anch’essi

gridavano: _Heinricum Regem Sanctus Petrus elegit_. Così lo splendido

corteo procedette a lenti passi fino alla scalea del san Pietro.

Non s’aveva mai aspettato con dubbiezze tanto grandi un Imperatore

designato, come avveniva adesso del figliuolo di Enrico IV; la pompa

solenne delle accoglienze, degli omaggi e dell’adozione da parte del

Papa non potevano che lievemente palliare le gravi diffidenze in cui si

stava, ed Enrico prudentemente non volle entrare nel san Pietro, se le

sue soldatesche non l’ebbero prima occupato[389].

Il Re ed il Papa avevano preso posto sulla _Rota_ di porfido nella

basilica parata a festa; colà doveva compiersi la grande opera di pace,

dovevansi giurare i trattati e scambiarsi le pergamene. Fu letto il

_Pactum_ del Re e l’altro del Papa, ma i Vescovi e i Principi accolsero

con mormorii la lettura del documento pontificio, il quale diceva:

essere contrario ai canoni il grado politico del clero; illecito

essere che i preti prestassero servigio negli eserciti, perchè la era

cosa inseparabile dalle uccisioni e dalle rapine; non poter i servi

dell’altare fare altresì da servitori della corte; voler necessità che

eglino diventassero cortigiani fino a tanto che ricevessero beni in

feudo dalla corona: così esser nato che Vescovi eletti conseguissero

la consecrazione soltanto dopo di avere ottenuto la investitura regia,

e questo averlo proibito i decreti di molti Concilî; egli, Pasquale,

comandare sotto pena di scomunica che i Vescovi restituissero per

sempre all’imperatore Enrico i feudi della corona, quanti di essi erano

pervenuti alle Chiese da Carlo magno in poi[390].

Il malcontento scoppiò colla violenza di un turbine. Dovevano i Vescovi

assoggettarsi ad un semplice decreto del Papa, e riconoscer questo per

signore assoluto e padrone della Chiesa? Contro il professato principio

evangelico si ribellava l’orgoglio mondano di preti, i quali, di nuncî

del Vangelo ai popoli, s’erano tramutati in loro baroni; e se Cristo

fosse apparso all’assemblea per sorreggere l’autorità del suo vicario

con quel suo detto: «Date a Cesare ciò ch’è di Cesare», la voce di lui

sarebbe stata soffocata da grida furibonde. Convien mai credere che

Pasquale confidasse che Principi e Vescovi avrebbero accettato il suo

decreto? Non è possibile: egli poteva soltanto sperare di venire ad

un aggiustamento momentaneo coll’Imperatore; il resto sarebbe stato

argomento da trattarsi con negoziati e nei Sinodi. Re e Papa, sedenti

sulla _Rota_ di porfido e tenenti in mano ciascuno la scrittura sua,

senza che alcun di loro credesse alla possibilità di recarne in essere

il patto, rassomigliano a due attori di un gran dramma, dei quali l’uno

fa la sua parte tutta astuzie e violenze, l’altro recita la sua di

soggezione disperata. Sennonchè, accosto a Pasquale v’era una riforma

prematura al suo tempo, laddove non si può disconoscere che Enrico

coltivava l’idea di un colpo di Stato: e infatti tosto ei lo compieva

in modo che rimarrà esempio di uno dei più arditi e violenti onde tenga

ricordanza la storia.

Il Papa faceva una concessione tanto grande e tanto ampia, che

Enrico v’intravvide soltanto un laccio con cui quegli intendesse

d’impadronirsi della sua rinuncia, per lasciarlo poi in balìa delle

contrarietà dei Vescovi e dei Principi. Nel san Pietro ancora una

volta protestò che da lui non derivava il progetto di torre alle

Chiese i loro beni; così ne lasciò al Papa solo la responsabilità, e

già in Sutri egli aveva posto a condizione del suo trattato, che tutti

i Principi dell’Impero vi dessero il loro assentimento. Chiestagli

dal Papa la rinuncia al diritto d’investitura, il Re si ritirò per

consultarsi coi Vescovi; ed i suoi ottimati, sclamando a voci alte, che

l’idea del Papa era eresia e spogliazione delle chiese, recisamente

si rifiutarono di dar accoglienza al trattato[391]. Così discutendo

si venne a sera; Pasquale domandò che si ponesse fine al lungo

consigliare, ma i Vescovi strillarono che il trattato non si poteva

mandare ad esecuzione; il Re allora chiese che lo si coronasse, ma

il Papa rispose negando. Un cavaliere infiammato di collera, si fe’

avanti, e: «A che occorrono», proruppe, «tante ciarle? alle corte,

il signor mio vuol esser coronato, come Lodovico e come Carlo!»

Alcuni Cardinali impauriti proposero che si coronasse il Re, e che si

differisse alla dimane la conchiusione del Concordato, ma i prelati non

vollero più saperne di trattati. Alcuni Vescovi, segnatamente Burcardo

di Münster e Alberto cancelliere, soffiarono nelle ire fiammeggianti

del giovine Re, e lo indussero a rompere il suo giuramento e ad

impadronirsi della persona del Papa. Armigeri si postarono intorno al

Papa e all’altar maggiore, e aveva quegli finito appena di celebrar la

messa, che i cavalieri, i quali lo tenevano d’occhio, minacciandolo

colla punta delle loro spade, lo costrinsero a collocarsi nella

tribuna. Ne nacque un gran tumulto; Norberto cappellano di Enrico si

gittò piangendo a’ piedi del Papa, e Corrado di Salisburgo gridò forte

al Re, che l’azione sua era un empio delitto. Soldati colle spade

nude si gettarono sull’ardito Vescovo; querele e grida di preti e di

signori, strepito d’armi, grida d’ajuto, preti atterriti che fuggivano

od erano presi a picchiate, misero a fierissimo scompiglio la basilica

già ottenebrata: intanto il Papa e i Cardinali, insieme raccolti,

tremavano sotto le alabarde dei soldati; turbe di genti ansiose di

vendetta s’accalcavano nel san Pietro, e di là del Tevere tutta la

Città andava omai commovendosi a furore.

Scese la notte, e Pasquale e la sua corte furono tradotti in un

edificio prossimo al san Pietro, e confidati alla guardia di Udalrico

patriarca di Aquileja. La prigionia del Papa sciolse qualunque freno

di disciplina; preti e laici senza distinzione furono spogliati e

atterrati a colpi di spada; si rapirono i vasi sacri e i paramenti

della chiesa: chiunque poteva fuggire correva alla Città gettando grida

di spavento.

§ 3.

I Romani insorgono per liberar Pasquale. — Si dà l’assalto alla

città Leonina e si appicca battaglia. — Enrico V si ritira col suo

prigioniero. — Pone campo presso a Tivoli. — Costringe il Papa ad

accordargli il privilegio dell’investitura. — Coronazione imperiale.

— Enrico V parte di Roma. — Svegliarsi orribile di Pasquale II nel

Laterano.

Due Cardinali vescovi, Giovanni di Tusculo e Leone di Ostia

(l’istoriografo di Monte Cassino) erano fuggiti di là del ponte

Sant’Angelo, travestiti. Raccolgono il popolo; da ogni torre si suona a

stormo; il più fiero fermento agita Roma da un capo all’altro; quanti

Tedeschi senza alcun sospetto sono venuti nella Città cadono uccisi:

quest’è la scena di terrore in cui si tramuta ancora una volta la

festa di una coronazione imperiale. Dacchè un governatore bizantino

aveva tratto in esilio papa Martino il Pontificato non aveva subìto

violenze così gravi come questa da parte della suprema podestà dello

Stato. I Romani si sentirono punti di quel vitupero, dimenticarono le

loro nimistà contro ai Papi, si sovvennero del giuramento che avevano

prestato a Pasquale, e, uniti nel sentimento comune dell’odio contro

la podestà imperiale straniera, allo spuntar del sole entrarono nella

città Leonina per liberare il Papa. Un orgoglioso disprezzo aveva fatto

sì che il Re non s’avesse tenuto in guardia, perlochè poco mancò che

l’assalimento non gli costasse vita e trono. Spoglio di vestimenta

e scalzo, saltò a cavallo nell’atrio della basilica, e, gettatosi di

un lancio giù dei gradini di marmo della scalea, si scagliò ove più

ferveva la zuffa: cinque Romani caddero sotto i colpi della sua asta,

ma anch’egli ferito precipitò di sella. Ottone viceconte di Milano gli

prestò il suo cavallo sacrificandogli la vita, chè quel suo magnanimo

salvatore fu preso, trascinato nella Città e fatto a pezzi. Grande era

il furore de’ Romani; il loro assalto si tramutò in vera battaglia, e

le milizie di Enrico, battute e cacciate fuori del portico, stavano per

soccombere[392]. Il valore de’ Romani, di cui non avevano dato mai così

splendida prova, avrebbe meritato in ricompensa che eglino potessero

liberarsi dall’Impero, ma l’avidità di saccheggiare tolse loro di

mano la vittoria, più presto che non avrebbero fatto gli sforzi de’

Tedeschi; alla fine, in mezzo a orrendo massacro, furono ricacciati di

là del ponte, ossia furon volti in fuga; soltanto poterono proteggerli

alcune sortite che fecero le genti del castel Sant’Angelo.

Considerevoli perdite subirono gli Imperiali; si capì che una città

sollevata diventava formidabile anche contro ad eserciti ordinati,

laonde Enrico di nottetempo partì della Leonina. Due giorni rimase egli

nel campo sotto alle armi, in quello che i Romani, spossati ma pur

ansiosi di vendetta, si raccoglievano insieme di nuovo. Il Cardinale

di Tusculo, che faceva adesso da vicario del Papa, gli scongiurò di

tornare alle armi. «Romani», diss’egli, «si tratta di combattere per

la vostra libertà, per le vostre vite, per la gloria vostra, per la

difesa della Chiesa. Il santo Padre, i Cardinali, i vostri fratelli, i

figli vostri languiscono nei ceppi dello sleale nemico; mille generosi

cittadini giacciono distesi morti sotto il portico; la basilica

dell’Apostolo, il duomo venerando della Cristianità, ammorba del lezzo

di cadaveri e di sangue; la Chiesa profanata vi sta appiedi lacrimosa,

e a mani giunte chiede pietà e soccorso al popolo romano, il quale solo

può salvarla.» Tutta Roma giurò di combattere a vita e a morte[393],

ma nella notte dai 15 ai 16 di Febbraio Enrico levò le tende e mosse

nel Sabinate. Mentre egli conduceva con sè prigionieri il Papa e sedici

Cardinali, i suoi soldati traevano avvinti in ceppi Consoli romani

e preti, e da cavallo, picchiandoli colle aste delle loro lance, se

li cacciavano innanzi per le vie fangose in cui si sprofondavano

a mezza gamba: era uno spettacolo che faceva ricordare del tempo

dei Vandali[394]. A Fiano l’esercito guadò il Tevere, e finalmente

s’accampò in vicinanza di ponte Lucano, sotto di Tivoli. Enrico aveva

intendimento di unirsi coi Conti tusculani, e di tagliar fuori,

se mai venissero, le milizie normanne, che Giovanni cardinale con

ferventi istanze aveva chiamato in ajuto: lasciava il Papa con alcuni

Cardinali nel castello di Trevi, e gli altri prigionieri confinava a

_Corcodilum_, tenendo tutti in custodia strettissima[395].

In tal guisa, il figliuolo di Enrico IV infliggeva a quella Chiesa

stessa che un tempo lo aveva confermato nella sua empia ribellione,

un’onta quale essa non aveva sofferto mai neppur dal quarto Enrico. In

qualunque modo si voglia considerare l’audace colpo di Stato da lui

commesso, esso fu giustizia di Nemesi che se ne fece esecutrice; le

intemperanze di Canossa trovarono adesso in Roma il loro riscontro.

Il massimo degli anatemi avrebbe dovuto colpire il Re che caricava di

catene il Vicario di Cristo, od anzi, simile a Salmanassar, traeva

in cattività la Chiesa romana; invece Pasquale non fe’ che piangere

e tacque. Sappiamo del commovimento che agitò il mondo ecclesiastico,

ma non di quello che possa avere scosso il mondo politico quando udì

della prigionia del Papa; certo che esso si die’ tanto poca briga di

liberarlo, quanto poco se ne curò settecent’anni più tardi, allorchè

Napoleone ebbe imitato l’esempio di Enrico V. La contessa Matilde

dovè sentire dolore dell’avvenuto, come della più grave sconfitta che

ella avesse tocca; eppure non si mosse. Messaggi sopra messaggi erano

corsi nelle Puglie; eppur nessun Guiscardo comparve. Soltanto Roberto

di Capua mandò trecento cavalieri nelle terre romane, tanto per darsi

apparenza di soddisfare al suo dovere di vassallaggio, ma a Ferentino

quelle genti diedero di volta, perciocchè trovassero il Lazio disposto

a favore dell’Impero, e fra loro e Roma si frapponesse l’esercito di

Enrico. La morte repentina di Rogero duca delle Puglie e di Boemondo

fratel suo, aveva messo a scompiglio gli Stati normanni; temevasi

che i Longobardi si sollevassero e che Enrico vi imprendesse qualche

spedizione, per lo che i Principi di quelle terre erano costretti a

spacciar in gran fretta ambasciatori al Re, e per mezzo di loro gli

prestavano omaggio[396].

Sessantaun giorno Enrico sostenne Cardinali e Papa in durissima

prigionia, primamente nelle castella di cui dicemmo, indi nel

suo campo. Contemporaneamente minacciava egli ogni giorno di

assalto la Città; con fame, con devastazione di terre, con crudel

trattamento de’ carcerati, volle piegar tutti al voler suo. Però

stavolta i Romani resistettero financo all’oro, e dichiararono che

non accondiscenderebbero ad aprir le porte se prima non fossero

stati riposti in libertà i prigionieri. Sennonchè, per far questo,

Enrico esigeva che il Papa lo coronasse, e senza condizioni di sorta

riconoscesse che le investiture erano dritto della corona: e poichè

quegli rispose con un rifiuto, spazientito minacciò che farebbe passare

a fil di spada tutti i prigionieri, se Pasquale non avesse ceduto. I

maggiorenti del Re, i prigionieri, i Romani dalla Città, gli afflitti

Cardinali si gettarono a’ piedi del Pontefice, e lo scongiurarono

che acconsentisse, per riguardo della sventura universale, per amore

della oppressa Città e della Chiesa deserta, per impedire lo scisma

che romoreggiava per aria. È bello a imaginare che, invece di Pasquale

II, prigioniero fosse stato Gregorio VII, e chiedersi se quest’uomo

eroico, che nel castel Sant’Angelo aveva risposto un calmo no a coloro

che lo supplicavano ginocchioni di più mite consiglio, neppur in

questi frangenti avesse ceduto. «Ebbene», sclamò lo sventurato Pasquale

con gran sospiri, «per la liberazione della Chiesa sono costretto ad

accordare ciò che altrimenti non mi si avrebbe strappato neanche a

prezzo della mia vita»[397]. Nuovi trattati si compilarono, ma il conte

Alberto di Blandrate non volle saperne che l’adempimento del giuramento

da parte del Papa si vincolasse ad alcuna condizione scritta; e

Pasquale, volgendosi al Re con dolcezza piena di rimprovero e con un

sorriso amaro, gli disse: «Io presto questo giuramento affinchè voi

adempiate al vostro.» Il campo tedesco trovavasi di là dell’Anio, nella

«pianura dei sette fratelli», mentre di qua di ponte Mammolo stavano i

Romani[398]. Ivi sedici Cardinali con sacramento dichiararono in nome

del Papa che si concedeva amnistia di quanto era avvenuto, promisero

che re Enrico non sarebbe mai scomunicato, che sarebbe coronato

imperatore, che gli si presterebbe soccorso nelle cose dell’Impero

e del Patriziato, che finalmente non si recherebbe mai molestia al

suo diritto d’investitura. Quattordici maggiorenti del Re giurarono

per conto di lui che, entro un tempo determinato, il Papa, tutti i

prigionieri e gli ostaggi sarebbero condotti liberi in Transtevere,

che non si torcerebbe pur un capello ai partigiani pontificî, che

si darebbe sicurtà alla città di Roma, al Transtevere ed all’isola

Tiberina, che si restituirebbero alla Chiesa i suoi beni[399].

Il Re insistette affinchè il privilegio della investitura si

confermasse prima di entrare nella Città; perciò la scrittura ne fu

compilata da un notajo che in gran fretta si fe’ venire di Roma. Il dì

dopo l’esercito si pose in via, e, poichè allora ponte Milvio era in

ruina, si traghettò il Tevere non lungi dallo sbocco dell’Anio, e si

pose campo presso la via Flaminia. Qui il memorabile documento fu messo

in ordine, e il Papa sventurato con grevi sospiri vi appose la sua

sottoscrizione.

«Così volle Iddio che il Tuo Impero sia in ispecial modo associato

colla Chiesa, laonde i predecessori Tuoi ottennero colla potenza e

colla saviezza la corona della città di Roma e il regno imperiale. A

questa dignità di diadema e d’impero la Maestà di Dio per l’officio

Nostro sacerdotale elevò benanco la Tua persona, o amatissimo figlio

Enrico. Perlochè i privilegi dell’Impero, che i predecessori nostri

accordarono ai Tuoi antecessori, imperatori cattolici, Noi accordiamo

anche alla Dilezion Tua, e li confermiamo con questo Privilegio,

siccome segue: Tu impartirai l’investitura coll’anello e col pastorale

ai Vescovi ed agli Abati del Tuo Impero che saranno eletti, mondi

di violenza e di simonia; e dopo la loro installazione canonica

eglino riceveranno la consecrazione dal Vescovo, cui si compete di

darla. Chi sarà eletto dal clero e dal popolo senza l’assenso Tuo non

potrà esser da chicchessia consecrato, se da Te in prima non abbia

ricevuto l’investitura; ai Vescovi ed agli Arcivescovi sarà concesso

di consecrar canonicamente Vescovi e Abati investiti da Te. Siccome

poi i Tuoi antecessori hanno dotato le Chiese dell’Impero con tanti

beneficî dei loro diritti regî, così è necessario che si contribuisca

alla solidità dell’Impero stesso, massimamente coll’assistenza dei

Vescovi e degli Abati, e che si sopiscano per opera della Maestà

regia i dissensi che potessero intromettersi nel popolo a causa delle

elezioni. Pertanto la Tua prudenza e la Tua podestà devono provvedere

affinchè col soccorso Divino s’abbiano a conservare per via di feudi

e di grazie regie la grandezza della Chiesa romana e la floridezza di

tutte le altre. E se podestà o persona alcuna ecclesiastica o secolare

oserà disprezzare questo Privilegio nostro o contraddirvi, cada su

quella l’anatema, e sia privata de’ suoi onori. Chi poi lo rispetterà,

benedetto sia dalla pietà Divina, la quale voglia concedere alla Maestà

Tua un Impero felice»[400].

Allorchè Enrico tenne in mano questa Bolla, che faceva in pezzi tutti

i divieti pronunciati da Gregorio VII e dai suoi successori contro

il diritto d’investitura, a stento potè egli stesso credere alla

vittoria conseguita, e lasciò tosto andarsene il Papa che gli impartì

la benedizione: così fu che un arguto Cronista tedesco potè paragonare

il poderoso Principe al patriarca Giacobbe, il quale non levò le mani

dall’angelo con cui lottava, finchè questi non l’ebbe benedetto[401].

Addì 13 di Aprile Enrico rifece il suo ingresso nella città Leonina, ma

la coronazione avvenne in fretta e in furia, e non fu salutata da alcun

accento di gioia. Tutte le porte di Roma rimasero sbarrate, così che la

moltitudine dei Romani non prese parte alla ceremonia; vi assistettero

soltanto i loro deputati, ed Enrico V, anch’egli come l’avo suo, fu

vestito delle insegne del Patriziato[402]. Il Re costrinse il Papa

a riprendere in mano la scritta del Privilegio acciocchè indi alla

vista di tutti gliela porgesse nuovamente, in prova che quell’atto non

gli era stato imposto, ma che lo aveva dettato di sua libera volontà.

Lo scherno ferì sul vivo il clero, tuttavia il Papa volle lealmente

mantener pace; spezzò l’ostia per sè e per Enrico, e mentre entrambi

la consumavano, disse con accento d’intimo convincimento: «Sia separato

dal regno d’Iddio chi vuol frangere questo patto.»

Enrico V fu primo di tutti gli Imperatori romani che ricevesse in Roma

la corona, senza aver posto piede nella Città propriamente detta. Di

là delle mura di questa i Romani accompagnavano la coronazione sua con

maledizioni e con voti di vendetta; e ben potevano essi paragonarlo

a un ladro che erasi cacciato dentro al san Pietro e, appuntato il

coltello al petto del Papa, era fuggito in gran furia, portandone via

il diadema rubato. Appena coronato, Enrico, sempre diffidente, si prese

statichi, andò al suo campo, levò le tende, trionfalmente mosse verso

Tuscia per la stessa via che un tempo avevano battuto suo padre e l’avo

suo, lasciò dietro di sè Roma che non aveva conquistato, ma che pur

aveva domato al voler suo, e lasciò il clero vituperato e sbigottito,

con sè recando il bottino della sua rapina, la pergamena pontificia

che confermava il diritto di investitura. L’audacia di questo colpo

di Stato spicca con luce chiara dal fondo tetro e oscuro della storia

del quarto Enrico, ma non monda il suo figliuolo dalla macchia di

spergiuro. Invertì egli le parti di Enrico IV e di Gregorio VII; il

figlio di colui che meschinamente s’era prostrato nella polvere innanzi

a un prete, avvinghiava il Papa con mano armata, lo sforzava a curvare

il collo sotto la maestà regia, e in un breve istante otteneva ciò cui

Enrico IV non aveva potuto giungere in sessanta battaglie. Per quanto

la sua opera di violenza paia essere stata un fatto meramente casuale,

essa fu invece conseguenza logica di ragioni istoriche; tuttavolta

risultamenti in così rapido modo conseguiti non potevano essere di

lunga durata, e l’avvilimento che Pasquale sofferse, non ebbe, come

quello di Enrico IV, indole morale.

Allorchè il misero Papa, ancora sbalordito di quanto era avvenuto,

rientrò nella Città, il popolo lo salutò con gioia fanatica, perocchè

la testa di lui fosse cinta dell’aureola di martirio sofferto per la

causa nazionale: così similmente, settecento anni più tardi, i Romani

salutarono il loro Papa, allorquando tornò libero dalla prigionia in

cui lo aveva tenuto un conquistatore straniero. Tanto fitta moltitudine

di gente ingombrava le vie, che Pasquale giunse appena verso sera al

Laterano[403]. Lo sventurato poteva confortarsi di quell’apparenza

ingannatrice che faceva credere a un rappacificamento di Roma col

governo pontificio[404]; ma quando fu rinsensato dal suo stordimento,

nelle facce meste o imbroncite di coloro che lo circondavano lesse

scritto l’avviso della lotta formidabile che adesso lo aspettava nel

grembo istesso della Chiesa.

§ 4.

I Vescovi si rivoltano contro Pasquale II e contro il Privilegio. —

Un Concilio raccolto in Laterano annulla questo ultimo. — I legati

scomunicano l’Imperatore. — Alessio Comneno e i Romani. — Infeudazione

data a Guglielmo duca normanno. — Muore la contessa Matilde. —

Donazione di Matilde.

Un turbine d’indignazione si sollevò nel partito gregoriano. Vedeva

esso crollata, per debolezza di un Papa, la grande opera che Gregorio

VII aveva tirato su a forza di tante fatiche; i Cardinali, che non

avevano diviso la prigionia di Pasquale, lo disprezzavano perciocchè

non avesse preferito morire da martire anzichè sottomettersi al comando

dell’Imperatore; addirittura chiamavano eresia ciò che il Pontefice

aveva fatto, quantunque egli pur non fosse uscito della cerchia

della disciplina ecclesiastica; chiedevano finalmente che si rompesse

il trattato. Pasquale vide sorgere tutt’intorno a sè una discordia

funesta; gli uomini zelanti lo minacciavano col dito teso, come se

fosse stato un traditore di Dio, laonde l’infelice andava a nascondere

il suo disperato dolore nelle solitudini di Terracina e dell’isola di

Ponza.

La Chiesa trovavasi rispetto a Pasquale nelle eguali condizioni in cui

sarebbe uno Stato moderno di contro a un Principe che rompesse fede

alla costituzione del regno; però nessun popolo ha mai combattuto le

infrazioni commesse dal suo Re contro lo Statuto della nazione con

pari energia e con forme rigidamente costituzionali e concesse dalla

legge, sì come allora fecero la Chiesa e i suoi parlamenti. Giovanni

di Tusculo e Leone di Ostia congregarono a Roma un Sinodo, nel quale

si rinnovarono i decreti di Urbano e di Gregorio, e si protestò che il

Privilegio dato ad Enrico V era nullo: a questo giudizio si associò

con grande veemenza Brunone vescovo di Segni, che allora era in pari

tempo abate di Monte Cassino[405]. Si chiese a Pasquale che ritrattasse

il Privilegio e che scomunicasse il Re; Vescovi forestieri alzarono

incolleriti le loro voci; Giovanni di Lione bandì un Concilio della

Chiesa gallica; i Legati pontificî congregarono Sinodi, e l’irritazione

giunse a tanto veleno, che già si teneva discorso di destituire il

Papa. Minacciava uno scisma, giacchè Pasquale non soltanto aveva per

difensori tutti que’ Cardinali che avevano avuto parte ai suoi casi

ed all’opera sua, ma tutti gli aderenti dell’Imperatore e finalmente

quelli dei Vescovi, che pur essendo ortodossi, avevano animo temperato

a moderazione: alla loro testa stava il celebre Ivone di Chartres[406].

Pasquale, debole, impaurito, mal securo di sè stesso, scriveva lettere

ai Vescovi fiammeggianti di zelo, procurando di ridurli alla calma;

biasimava gli attacchi che Cardinali fanatici volgevano contro il capo

supremo della Chiesa, e protestava penitente che stava studiando il

modo di poter cancellare tutto quello che era avvenuto.

Addì 18 Marzo del 1112 radunò in Laterano un Concilio; descrisse ciò

che sofferto aveva, disse come fosse stato astretto ad accettar quella

transazione; confessò che il Privilegio era stato cosa contraria al

giusto, ma protestò che ei doveva lasciare al Concilio le cure di porvi

riparo, avvegnaddio egli non iscomunicherebbe mai l’Imperatore, nè a

cagion delle investiture gli darebbe molestia. Nell’ultima tornata ei

si purgò eziandio della taccia che gli veniva data di eresia, facendo

una solenne professione di fede e riconoscendo per giusti i decreti

dei suoi antecessori: allora il Sinodo ad una sol voce, lui silente,

protestò che il Privilegio era contrario ai canoni, e lo dichiarò

annullato[407].

La storia di Enrico V e di Pasquale II offre un notevolissimo esempio

della facilità con cui nelle cose politiche si conchiudono e si

infrangono i patti, quand’anche sieno muniti di tutti i suggelli della

religione. Non v’ha che la preponderanza di forza, la quale possa

mantener fermo un trattato che sia dannoso all’una od all’altra delle

parti contraenti, laonde, perchè abbia saldo cemento, si converrà

sempre ch’esso possa ad entrambe recar profitto. Chi giudica con severa

sentenza si chiederà quale fosse azione più biasimevole del Papa,

se la prima in cui per paura o per compassione si lasciò strappare

un trattato contrario ai canoni, oppure la seconda in cui paura e

contrizione lo obligarono a infrangerlo. Se prima di far quest’ultima

cosa Pasquale fosse disceso del trono, ei sarebbe stato pontefice men

grande, ma più grand’uomo: rimasto papa, seguì la via più decorosa,

ma che era cinta di pericoli gravissimi; diede al Concilio l’arbitrio

di deliberare, e all’autorità di quello sottomise il Papato. Più non

possiamo legger dentro al cuore di Pasquale per vedere qual miscela

vi si contenesse di umiltà cristiana, di vergogna, di contrizioni,

di debolezze umane, di collere; tuttavolta questo sappiamo, che egli

resistette lunga pezza alle seduzioni del fanatismo, per il quale

nessun giuramento è sacro. Il comportamento scevro di odio che adoperò

verso lo spergiuro Enrico, durante la sua prigionia e dopo, gli dà

diritto al titolo, ed è così raro! di sacerdote vero; laonde noi osiamo

credere che quel suo comportamento derivasse altresì da sentimento

cristiano, non soltanto da paura[408]. I decreti del Concilio furono

trasmessi all’Imperatore coll’invito che prestasse rinuncia alle

investiture; Enrico V si rifiutò di darla, e nondimeno Pasquale si

tenne lungo tempo in corrispondenza epistolare con lui[409].

Ciò che Pasquale ricusò di fare, fecero i suoi nunzî. I legati _a

latere_, che i Pontefici mandavano da loro _alter ego_ in tutte le

province della Chiesa, conseguirono, da dopo di Nicolò II e di Gregorio

VII, una potenza inaudita. Temuti da tutti, da’ Principi del paro

che dai Vescovi e dalle comunità, superbi e avari, furono (secondo

l’aperta confessione che ne fa san Bernardo) il flagello de’ paesi,

dai quali smungevano denaro, istessamente di quello che avevano fatto

i Proconsoli di Roma antica; ma ajutarono i Papi ad assoggettarsi

le corti dei Re e i Concilii delle Chiese nazionali. Il loro officio

diventò scuola della finissima arte politica di Roma, ed eglino furono

i veri e propri uomini di Stato di quella età. Conone di Preneste,

appena che a Gerusalemme ricevette nuova dei casi di Roma, ebbe,

nella sua dignità di legato pontificio, la temerità di scomunicare

l’Imperatore. Guido, arcivescovo di Vienne e vassallo di Enrico,

congregò nell’Ottobre 1112 un Concilio, dichiarò che la concessione

delle investiture per mano de’ laici era cosa ereticale, condannò il

privilegio, scagliò l’anatema contro Enrico V come contro un novello

Giuda, e chiese a Pasquale che confermasse siffatte decisioni, se no

minacciando rifiutargli obbedienza[410]. L’irritazione del clero contro

di Enrico, alla quale prendevano parte anche molti Romani, incoraggì in

questo tempo l’Imperatore greco a tentare di trar nuovamente in campo

le pretese antiche di Bisanzio. Alessio Comneno, monarca avventurato

e prudente, vedeva consolidato adesso il suo Impero per opera delle

Crociate, le quali, colla fondazione del Regno di Gerusalemme e di

altri Stati di Siria, gli avevano eretto un baluardo di difesa contro

a’ Turchi: mandò dunque suoi ambasciatori a Roma, si dolse della

disgrazia del Papa, felicitò i Romani della loro resistenza contro un

ladro usurpatore, ed espresse il desiderio che gli fosse conferita la

corona secondo il diritto antico. I Romani vollero dare un segno di

protesta politica contro ad Enrico, mandando effettivamente a Bisanzio

con magnificenze grandi un’ambasceria, affine di trattarvi della

coronazione: però il Papa non prese parte a questo atto, e fu soltanto

la nobiltà romana, ancora independente e dominatrice, la quale colse

questa opportunità per far mostra pomposa di sè[411]. .

Pasquale II del resto potè godere in Roma di qualche anno di

tranquillità; solamente andò parecchie volte nelle Puglie, per vigilare

colà a guardia dei diritti della Chiesa. Addì 15 Ottobre 1114 tenne

un Concilio a Ceperano, e in questo luogo, dove Gregorio VII aveva

un tempo investito di possedimenti Roberto Guiscardo, egli diede le

Puglie, le Calabrie e la Sicilia in feudo a Guglielmo duca, ch’era

succeduto a Rogero di Puglia[412]. Di questa guisa la Chiesa, nelle

sue condizioni ognor più malagevoli, cercava di conservarsi l’appoggio

dell’Italia normanna, di cui continuava ad essere sovrana territoriale,

e frattanto la morte che avveniva della grande Contessa le sgombrava la

prospettiva di tor possedimento di altre terre che già le erano state

lasciate in legato.

Nel giorno 24 Luglio dell’anno 1115 Matilde morì a’ suoi sessant’anni

nel castello di Bondeno dei Roncori, vicin Canossa, avendo fatto

erede de’ suoi beni il Pontefice. La celebre donazione di Matilde,

uno dei più fatali doni di cui la storia registri ricordanza, fu a’

suoi tempi il pomo della discordia che una femmina gittò fra i Papi

e gli Imperatori. Da dopo di Pipino nessun’altra donazione ha avuto

importanza eguale di questa; e sull’una e sull’altra si avvolge un

egual buio. Mai non si giunse a capo di definire i suoi veri confini

geografici o politici, e a buona ragione induce a meraviglia il fatto

che il documento in cui s’ebbe compilato la donazione di Matilde non

contenga pur una sola determinazione di luoghi, laddove negl’istromenti

di donazione di quel tempo i territorî sieno descritti con esattezza

scrupolosa[413]. Una prima donazione Matilde aveva fatto a Gregorio

VII, ma la seconda scrittura nota che quella antica carta era andata

smarrita, e perciò Matilde, ai 17 Novembre dell’anno 1102, in Canossa,

consegnava in mano di Bernardo, cardinale legato, una nuova pergamena,

nella quale lasciava alla Chiesa romana tutti i beni che ella possedeva

di qua e di là dei monti, a suffragio dell’anima sua e di quelle

de’ suoi parenti[414]. La critica assennata ha da lunghissimo tempo

ripudiato la opinione che Matilde abbia potuto tenere in non cale

tutti i concetti giuridici che dominavano al tempo suo, e ch’ella

donasse al Papa anche i grandi feudi imperiali che i suoi antenati

avevano posseduto, quali erano i Margraviati di Tuscia, di Spoleto e

di Camerino, e Mantova, Modena, Reggio, Brescia, Parma[415]. Ma se la

donazione si sia pur soltanto ristretta ai soli beni allodiali di lei,

che si stendevano dal Po fin giù basso al Liri, non era a quel tempo

sempre possibile di definire i limiti che distinguevano allodio da

feudo; laonde la Chiesa potè ben giovarsi di siffatte incertezze per

dar maggiore ampiezza ai suoi titoli.

L’accortezza di Gregorio VII aveva destinato ai Papi il retaggio di

Matilde; nè soltanto doveva con esso restaurarsi il decaduto Stato

della Chiesa, ma dovevasi, per via di quello, porre una larga base

alla sua signoria sull’Italia. Se i Papi, che avevano fatto dell’Italia

meridionale un feudo di san Pietro, avessero potuto porsi eziandio in

possesso dei beni di Matilde, e far trasmettere a sè anche i suoi feudi

imperiali, pressochè tutta Italia sarebbe diventata loro vassalla, e

il dono di Costantino si sarebbe quasi tramutato di favola in realtà.

La donazione di Matilde, qualunque abbia potuto esserne il tenore,

sarà sempre un capolavoro dell’arte politica de’ Papi; sennonchè lunghi

anni trascorsero prima che eglino potessero impadronirsi soltanto della

più piccola parte di quella eredità. Tre pretendenti ne disputarono ad

essi la successione. Anzi tutti furono le città che avventuratamente

conseguirono la loro autonomia; quelle di Tuscia, Pisa, Lucca, Siena,

Firenze, Arezzo (che ancor durante il reggimento di Matilde erano

giunte a darsi costituzione di republica) diventarono più tardi

pienamente libere; nè Papa alcuno mosse pretensioni su di esse, nè

vantò diritti sopra Modena, Reggio, Mantova, Parma, laddove Ferrara

continuò ad essere feudo vero della Chiesa, dacchè questa ne aveva

investito Tedaldo avo di Matilde. Gli altri pretendenti furono Guelfo

V di Baviera, come marito di Matilde, ed Enrico V, come imperatore e

parente della casa di Lotaringia. Appena Enrico ebbe l’annunzio che la

Contessa era morta, egli si apprestò a scendere in Italia per prendersi

i beni di lei: quanto a Pasquale, non potè egli impadronirsi mai di una

sol zolla delle terre di Matilde, e l’eredità della celebre Contessa

per lunga pezza continuò ad essere fra i successori di quel Papa e

gli Imperatori il subbietto pratico della lotta, nella quale la grande

controversia combattuta fra la podestà spirituale e la podestà civile,

trovò indefessamente esca novella[416].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 4/8 · 第 16 / 34 题