§ 1.
Gregorio VII s’arma contro a’ suoi nemici che s’avvicinano. — Enrico
IV per Ravenna muove su Roma (1081). — Assedia per la prima volta la
Città. — Dopo quaranta giorni ne leva le tende. — Assedia Roma per
la seconda volta nella primavera del 1082. — Si ritira a Farfa. — Va
a Tivoli, dove Clemente III pone residenza. — Devasta le terre della
grande Contessa.
La città di Roma diventò il teatro della guerra lunghi anni combattuta
fra i due acerbi nemici, Imperatore e Papa; in quei frangenti essa
quasi sommerse, e piombò in siffatta ruina, che se ne segna un’epoca
nuova nella storia del suo decadimento. Questa battaglia memoranda,
di cui Roma fu l’oggetto, non isplende per gesta eroiche come le
anteriori di egual fatta, chè le forze e gli eserciti messi in moto
non erano grandi; tutta volta la importanza della pugna, i casi del
Principe che vi dava assedio e la grandezza morale dell’uomo che era
assediato, le danno un’insolita attrattiva. Enrico IV, Gregorio VII,
Roberto Guiscardo, la grande Contessa sono gli eroi di questa tragedia
medioevale.
Fino dall’estate dell’anno 1080 Guiberto fu a Ravenna dove raccolse
milizie, in quello che Gregorio faceva a tutt’uomo per riunire
prestamente una crociata contro di lui. Ma i Normanni lo lasciarono in
asso. Quantunque Guiscardo rifiutasse di unirsi in lega con Enrico,
non pure per questo dava bada agli ammonimenti del Papa, anzi andava
armandosi ad una spedizione contro di Grecia, dove voleva condurre un
impostore bizantino sotto la maschera del detronato Michele Ducas; ed
il Papa per necessità era costretto ad approvare siffatto proposito,
sebbene proprio adesso lo privasse dell’ajuto dei Normanni. Giordano
di Capua si metteva dalla parte di Enrico, laonde Gregorio non poteva
contare che sul solo soccorso di Matilde.
Però, all’avvicinarsi del suo nemico, il Pontefice stette aspettandolo
con cuore intrepido degno di un Belisario, e dietro le vecchie mura
di Roma volle imitare l’esempio di quell’antico. Caduto l’Antirè si
aveva sollecitato Gregorio a conciliarsi con Enrico; gli si diceva
che di Germania nulla poteva sperare, e che i vassalli della Contessa
reputavano follia la resistenza di lei; tuttavia egli non cedette,
esortò i Tedeschi ad eleggersi un novello Re, ma ricordò loro che
questo esser doveva vassallo obbediente della Chiesa.
Enrico discese nella primavera dell’anno 1081, dietro a sè lasciando
la patria non ancora messa a dovere; ad ogni modo il suo partito
era colà abbastanza forte per tener testa alla fazione romana. Tre
anni di battaglie combattute con armi di guerriero e di politico,
avevano temprato a virtù d’uomo questo Principe fornito di grandi
pregî; e adesso ei veniva a lavar l’onta di Canossa, a torsi la
corona imperiale, a rendere il Papato nuovamente prono a’ servigi
dell’Impero. Facevano mestieri tre altri anni di acre lavoro, perchè
egli giungesse ai suoi intenti; soltanto l’ultimo di essi non potè
condurre a compimento, avvegnadio il Papato, che il genio di Gregorio
aveva affrancato dalla podestà imperiale, non ricadesse mai più sotto
il giogo di quella.
Aveva il Re un esercito scarso; sperava di afforzarlo a Ravenna e di
guadagnare alla sua causa il Guiscardo, ma gliene fallì la speranza,
giacchè l’astuto Duca, sordo eziandio alle instanze di Gregorio, fece
vela, dopo la Pasqua dell’anno 1081, per Durazzo. Tuttavolta Enrico
cinse la corona d’Italia, ottenne che in un Concilio radunato a Pavia i
Lombardi riverissero Guiberto per papa Clemente III, e finalmente mosse
su Roma, senza che la Contessa potesse impedirnelo.
Quando ai 22 di Maggio ei pose campo nei prati di Nerone Gregorio
potè benedire alla saviezza dei suoi predecessori che avevano munito
la città Leonina[256]. Normanni, Toscani, milizie cittadine stavano
a guardia dei suoi baluardi; d’altronde il partito regio era in
Roma debole, o mancava di condottiero. Dopo di Totila Roma non aveva
sofferto più ostinato assedio di quello onde Enrico veniva adesso a
cingerla; però le esigue forze di lui non erano degne d’imperatore, e
la sua prima impresa cadde vuota di buon risultamento. Nel suo campo
raccolse i Romani dell’antica fazione di Cadalo, ed insieme con loro
Benzone; a lui vennero alcuni Conti del territorio romano, massime i
Tusculani, ed egli compose un senato o curia che rivaleggiasse con
quello di Roma; dispensò officî palatini, ed elesse nuovi giudici
ed un Prefetto nuovo. Questo faceva col suo bravo scopo, poichè in
siffatta maniera metteva saldo fondamento al suo partito; nondimeno la
Città restava fedele a Gregorio e respingeva le sue profferte[257].
I Pontificî avevano di che far grosse risate, mirando le processioni
con cui Enrico celebrava le feste della Pentecoste nel suo campo,
guidandole egli stesso col diadema in capo; tanto egli che il Papa
suo figgevano senza speranza i loro sguardi al san Pietro, entro cui
stavano rinchiuse le due corone che a vicenda bramavano di porgersi.
Quaranta giorni dopo Enrico levò le tende e s’avviò a Toscana. Mancava
di forze, laonde aveva per adesso mostrato al suo avversario il lampo
della sua spada, nulla più.
Le floride città di Pisa, di Lucca e di Siena non indugiarono a
scuotere il giogo della Marchesana, e convalidarono le loro libertà
civiche con autorità di diplomi imperiali; sola Firenze respinse gli
assalti di Enrico. In Ravenna, dove svernò, il Re ricevette messaggi
di Alessio imperatore che, premuto dal Guiscardo, sperava indurlo con
grandi donativi di denaro a recargli pronto soccorso[258]. Con lui
Enrico conchiuse un trattato di alleanza, e i sussidî bizantini gli
furono i benvenuti, poichè Roma pareva più espugnabile coll’oro che non
col ferro. Ma neanche nella primavera dell’anno 1082 la sorte sorrise
al Re innanzi a Roma. I Pontificî tenevano fermo nella città Leonina;
non si cavò profitto di una breccia aperta; un incendio, che uomini
traditori avevano appiccato al san Pietro, fu in pochi momenti spento.
Enrico dovette ritirarsi nella Campagna, voltò dietro monte Soratte,
traghettò ivi con molta difficoltà il Tevere, e addì 17 di Marzo posò a
Farfa.
Quest’Abazia, che stava in dipendenza immediata dell’Impero, era
bensì decaduta dall’antico stato, ma serviva al Re di eccellente punto
d’appoggio nella Sabina. I frati erano sempre in cozzo coi Crescenzî
della famiglia di Ottaviano, dal cui figliuolo Crescenzio (natogli
del suo matrimonio con Rogata) discendevano Giovanni, Guido, Cencio
e Rustico: e i frati vivevano in nimicizia co’ Papi, perocchè questi
intendessero a ferire le libertà, che al monastero competevano per
forza di documenti. Berardo abate rimase fedele ad Enrico, celebrò
l’arrivo del suo Principe supremo con festività e con cuore sincero, e
lo soccorse di provvisioni e di denaro[259].
La mossa con cui Enrico entrò nella Sabina doveva coprirlo da quella
parte contro gli attacchi della Marchesana e condurlo più vicino al
Lazio, dove i Tusculani gli guardavano la via Latina. Egli occupò
Tivoli, poichè ivi l’Antipapa doveva porre sua residenza per bloccare
Roma e nel tempo medesimo per fomentare la sollevazione che s’era
desta nelle prossime terre normanne. I nemici di Roberto profittavano
della sua assenza per isbocconcellarsi i suoi dominî italici; colà i
Longobardi si dolevano sotto il pugno dei loro aguzzini normanni, e
vivevano in uno stato parimente misero di quello che gli Anglosassoni
sofferivano sotto la tirannide di Guglielmo il Conquistatore; speravano
in Enrico, ed egli si prendeva l’oro greco, ma ciò non ostante non
andava più oltre di Tivoli. L’Imperatore bizantino non vedeva di
meglio che d’indurre il Re suo alleato ad un’impresa nelle Puglie la
quale gli togliesse di dosso Roberto, però, da canto del Re, questi
nulla vedeva di meglio che il Duca stesse lontano, e si trattenesse
in Grecia. Ciascuno dei due alleati cercava che l’altro gli servisse
di parafulmine, laonde Enrico da parte sua nulla operava. Frattanto la
ribellione che scoppiava nelle Puglie, attizzata caldamente da Giordano
di Capua, assumeva grandi proporzioni; il Guiscardo erane costretto
a ritornare, e pertanto, lasciato all’eroico figliuol suo Boemondo
l’incarico della guerra greca, veniva nelle Puglie, e riusciva, sebbene
a forza di lunghe fatiche, a padroneggiare la rivolta.
Trascorsa la Pasqua, Enrico andò in Lombardia. Per quanto fu lunga la
sua vita, volle il destino che fosse costretto a combattere contro
un prete ed un’amazzone. Infatti, nell’Italia superiore era sempre
di nuovo Matilde che lo costringeva a sostenere una guerra minuta e
difficile negli Apennini e sul Po, dove ella possedeva molte fortezze.
Ed ivi pure non si venne a cosa alcuna di decisivo; le città furono
devastate, arse le chiese, il fanatismo scoppiò colle furie di una
guerra di religione. Un Cronista di quell’età potè paragonare il
palazzo della grande Contessa ad un porto entro cui si ricoverava tutto
il mondo cattolico; chè in esso correvano a rifugio preti, monaci,
esuli di ogni ceto che scampavano alla spada del Re; e il patrimonio
di lei, cui mezza Italia pretendeva, era sempre abbastanza grande per
torre anche Gregorio VII dalle sue angustie[260].
§ 2.
Enrico IV assedia Roma per la terza volta (1082-1083). — Prende la
città Leonina. — Gregorio VII fugge in castel Sant’Angelo. — Enrico
IV tratta coi Romani. — Fermezza del Papa. — Giordano di Capua presta
omaggio al Re. — Desiderio si fa mediatore di pace. — Trattato segreto
fra Enrico e i Romani. — Il Re va in Toscana. — Mal’esito del Sinodo di
Novembre raccolto da Gregorio. — I Romani rompono il giuramento fatto
al Re.
Stanca seguire le mosse che di qua e di colà andò facendo Enrico: sulla
fine dell’anno 1082 lo troviamo innanzi a Roma per la terza volta,
incaponito a volerla prendere, sì come il suo angustiato avversario era
ostinato a resistergli.
Ei trovava le cose allo stato di prima, giacchè durante l’estate
Clemente III, suo papa ed eziandio suo generale, aveva bensì da Tivoli
tribolato Roma con assalimenti e devastato la Campagna, ma senza
conseguirne effetto alcuno. Nuovamente il Re s’accampava nei prati
di Nerone, e la sua pazienza era ancor posta a prova per sette lunghi
mesi[261]. Nulla forse dimostra la influenza che il genio di Gregorio
esercitava sugli uomini, più splendidamente che non lo provi la
devozione mantenutagli dai Romani in quei tre anni di assedio, sebbene
egli pur fosse loro papa e loro principe.
Fastidito di più aspettare, il suo nemico investiva adesso con gran
vigore il Vaticano e la fortezza del san Paolo, ma i suoi assalti
fallivano. Però nel frattempo le necessità durate da lunga pezza
diventavano insopportabili tanto, che Gregorio impediva la defezione di
Roma soltanto a furia dell’oro che il Guiscardo gli aveva mandato, in
vece di soccorso di uomini d’arme[262]. Alla fine, approfittando che le
scolte cadevano di stanchezza, il Re potè prendere la città Leonina;
alcuni Milanesi vassalli di Tedaldo, e Sassoni condotti da Wigberto
di Turingia, scalarono le mura, uccisero le sentinelle addormentate,
e s’impadronirono di una torre[263]. Gettando grida di gioia, le
milizie di Enrico calarono dal muro smantellato nella città Leonina, e
vien detto che Goffredo di Buglione fosse il primo ad entrarvi (addì
2 di Giugno 1083). Allora si combattè con furore per conquistare il
san Pietro; ivi fuggivano i Gregoriani, ivi contro facevano impeto
i Tedeschi, e il sacro tempio diventava il teatro di un massacro
sanguinosissimo. I Romani premuti tennero ancor fermo trincerandosi
nel portico, e al dì vegnente i vincitori diedero l’assalto anche a
questo. Irritati e anelando vendetta cercavano di Gregorio, avvegnaddio
farlo prigioniero sarebbe stato il gran trionfo di quella giornata, il
termine di tutta la guerra; ma il Papa sotto la protezione di Pierleone
si era ricoverato nel castel Sant’Angelo[264].
Così, dopo tanto lunghi sforzi, Enrico entrò nel san Pietro, sapendo
che vicinissimo a lui il suo formidabile nemico stava serrato nel
castello, dalle cui feritoie ei forse guardava il penitente di Canossa,
allorchè circondato di cavalieri, di vescovi e di nobili romani, con
a fianco l’Antipapa, moveva trionfalmente alla basilica, passando in
mezzo a ruine ancor fumanti. I canti del «Te Deum» ricrearono l’anima
di Enrico; dolce era quel suono alla sua vendetta, ma non lo contentava
che a metà. Il Papa suo (una marionetta che ad ogni istante ei poteva
rovesciare con un buffetto) non era stato peranco consecrato, nè s’era
egli peranco posto in capo la corona imperiale. Bene avrebbe potuto
prendersela in san Pietro, ma prudenza glielo divietava, chè per farlo
gli occorreva il voto favorevole della città di Roma, con cui stava
negoziando; oltracciò sperava adesso di costringere Gregorio stesso a
coronarlo, ed a conchiudere una pace vantaggiosa al regno.
Colla Leonina il Re teneva in mano la chiave della Città, dove la sua
vittoria aveva fatto impressione profonda. L’assedio senza fine, la
fame che incominciava a far sentire i suoi guai, la collera minacciosa
di Enrico, erano altrettanti terrori per il popolo; ogni adito era
guardato; niuno osava entrare nè uscire. I patti che Enrico offeriva
sembravano accettabili; da quell’astuto che era, pensando alienare gli
animi dei Romani dalla fede del Papa, diceva loro di voler ricevere la
corona soltanto dalle mani di Gregorio, con lui voler riconciliarsi,
dovere eglino ajutarlo a questo buon intento, un Sinodo poter
metter buon fine alla lotta che pendeva per aria. Con ferventissime
rimostranze i Romani e financo i suoi più fidi partigiani del clero
scongiurarono a ginocchi Gregorio, affinchè in quelle condizioni
disperate di cose volesse entrare in trattative col Re, e salvare la
patria; ma Gregorio si chiudeva muto nella sua calma impassibile. La
sua anima pareva di bronzo; non timore umano, non capriccio di fortuna
lo piegava; uomo ammirabile, con cuore di eroe sfidava il destino nel
sepolcro di Adriano, sì come lo aveva sfidato altra volta nella torre
di Cencio. Non voleva riconoscere Enrico per re nè per imperatore;
lasciarsi vincere non voleva; insistette pertanto affinchè quegli
si sottomettesse ai comandamenti che gli darebbe, giusta il patto
conchiuso a Canossa; dichiarò finalmente di voler congregare a Novembre
un Sinodo ecumenico.
I Romani nella Città, Enrico nella Leonina, Gregorio nel castel
Sant’Angelo formavano in Roma tre campi separati; ivi le armi avevano
tregua e si negoziava con gran calore. Venivano anche ambasciatori
di Alessio ad esortare Enrico che movesse alla promessa spedizione
nelle Puglie; e propizio abbastanza pareva esserne il momento[265].
Giordano di Capua, che non cessava di combattere coraggiosamente e con
buona fortuna contro il reduce Guiscardo, sperava adesso di scacciare
il suo rivale e d’impadronirsi del trono ducale delle Puglie; laonde,
dappoichè la caduta di Roma pareva certa, volle senza indugio prestar
reverenza al Re, e chiese con insistenza all’abate di Monte Cassino che
con lui si accompagnasse a frapporsi paciero in mezzo al Re ed al Papa.
Anche Enrico desiderava che ciò avvenisse, e Desiderio, quantunque non
ne avesse punto voglia, dovette cedere a’ suoi ripetuti inviti. Con
animo disperante partiva l’abate assieme col Principe di Capua, e dopo
lunga titubanza si presentava in Albano al Re scomunicato. Ivi Giordano
fece atto di omaggio, pagò una grande moneta di tributo, e ricevette
Capua in feudo imperiale; ma l’intrepido abate protestò che ne avrebbe
potuto ricevere l’investitura da Enrico, sol quando questi fosse stato
coronato imperatore. Il Re però accondiscese alle istanze di Giordano,
e quanto a Desiderio, gli confermò benevolmente con una bolla d’oro i
possedimenti del suo magnifico monastero. Quantunque fosse riconoscente
di tal favore, il cocciuto abate non vedeva l’ora di uscire della tana
di quegli eretici; tuttavolta dovette per lunghi dì trattenersi in
corrispondenza con loro, e perfino disputare coll’anticristo Guiberto
intorno alle ardenti questioni del giorno. Gregorio, che avrebbe dovuto
scomunicare l’amico suo, come quello che s’era infetto del contatto
di scomunicati, fu costretto a chiuder un occhio su ciò che dai canoni
sarebbe stato imposto[266].
I deputati dei Romani, del Papa e di Enrico si riunirono a negoziati
nella chiesa di santa Maria in Pallara sul Palatino. Si giurò un patto,
giusta cui il Papa nel mese di Novembre avrebbe congregato un Sinodo
che decidesse della causa del Re, e questi prometteva con sacramento
di non impedire a qualsiasi Vescovo di assistervi[267]. Però fuvvi un
convegno secreto, nel quale i Romani s’impegnarono di ajutare Enrico,
affinchè entro un tempo determinato venisse coronato, sia che Gregorio
fosse fuggito, sia che fosse morto. In quest’ultimo caso lo avrebbe
coronato un Papa che sarebbesi eletto nuovamente, ed il popolo romano
gli avrebbe giurato fedeltà[268].
Lieto di tenere i Romani nel laccio Enrico si prese loro statichi e
andò in Toscana; una parte delle mura leonine aveva fatto atterrare,
e lasciava non più di quattrocento cavalleggieri sotto gli ordini
di Ulrico di Godesheim, chiusi entro una trincera eretta sul monte
Palaciolo, nella città Leonina[269]. In Toscana la Marchesana brandiva
pur sempre le armi per la causa di Gregorio. La angustiavano i
consigli degli stessi Vescovi de’ suoi dominî, le rimostranze della
contessa Adelaide, e le grida di dolore delle sue città devastate;
tutto le diceva di cedere, poichè inevitabile era la caduta del Papa.
Ella stette dubbiosa un istante, poi respinse ogni accomodamento. La
coraggiosa donna non volle aver di che arrossire dinanzi al suo grande
amico, che, circondato di nemici e di traditori, mirava dal castel
Sant’Angelo con occhio impavido il suo destino. Matilde provò un
gran dolore di non poter liberare Gregorio; a fatica potè difendersi
dagli attacchi di Enrico, e fu contenta che il Re, dopo di aver corso
le sue terre, per punizione mettendole a guasto, tornasse nei paesi
romagnuoli: infatti s’avvicinava il tempo per cui era bandito il
Sinodo.
Gregorio aveva invitato ad intervenirvi tutti i Vescovi che non
erano stati colpiti di scomunica; nella sua lettera circolare aveva
dichiarato che voleva smascherare i veri autori della malaugurata
controversia e distruggere le mossegli accuse, che sperava di comporre
pace coll’Impero. Aveva invocato Dio a testimonio che Rodolfo era
stato eletto re contro sua volontà; finalmente la colpa d’ogni male
aveva rovesciato su Enrico, perciocchè costui avesse rotto i patti
di Canossa[270]. Non poteva il Papa invitare al Concilio altri
Vescovi fuor di quelli che erano mondi di anatema; non poteva d’altra
parte Enrico acconciarsi alla sentenza che dessero questi tali,
necessariamente partigiani di Gregorio, senza dar vinta la sua causa
prima ancora che si giudicasse. Comprese quale fosse l’intenzione
del Papa, e infranse il trattato; impedì ai Vescovi di andare a Roma,
massime ai più zelanti seguaci di Gregorio, come erano Ugo di Lione,
Anselmo di Lucca e Reginaldo di Como; fe’ metter sotto custodia anche i
legati dell’Antirè tedesco, e imprigionò Ottone cardinale di Ostia, che
a quello era spacciato come messaggiero di Gregorio.
Pochissimi vennero al Concilio di Novembre, il quale pertanto non
conseguì lo scopo desiderato; e Gregorio ne fu siffattamente irritato
che poco mancò non iscomunicasse un’altra volta Enrico; però scagliò
l’anatema contro tutti coloro che mettevano inciampo all’andata dei
Vescovi.
Verso il Natale dell’anno 1083 Enrico si avvicinò nuovamente a Roma,
dove la sua causa sembrava volgere a male. Le febbri avevano fatto
strage del presidio lasciato a Palaciolo, e n’era morto anche il
prode Ulrico di Godesheim; da canto loro poi i Romani avevano minato
la trincera, chè Gregorio se li aveva riguadagnati con oro normanno.
S’avvicinava il termine entro cui avevano promesso la corona al
Re, e questi possedeva i loro ostaggi: pertanto eglino si videro
costretti di manifestare al Papa il patto secreto. Si scusarono con una
bugia, asserendo che al Re avevano promesso, non già che Gregorio lo
consecrerebbe solennemente, ma che gli porgerebbe soltanto la corona.
Però un uomo di serio intelletto avrebbe mai accondisceso alla puerile
commedia di cui i Romani facevano la bella trovata? Enrico respinse la
loro proposta, giusta cui pretendevano che egli si prendesse la corona
con una solennità in cui avrebbe fatto comparsa di servitore devoto
del Papa, od altrimenti che se la lasciasse porgere dai merli del
castel Sant’Angelo, appesa ad una pertica[271]. Così ogni trattativa
si sciolse in aria, fallirono i negoziati pacifici, e il Re potè
protestare ai Romani che non egli, il quale era stato inchinevole a
pace, ma l’ostinazione del Papa e il tradimento della nobiltà erano
cagione che la guerra proseguisse.
§ 3.
Enrico muove nella Campania. — I Romani disertano Gregorio, e fanno
la dedizione della Città (1084). — Gregorio si chiude nel castel
Sant’Angelo. — Un parlamento romano lo depone, ed eleva Clemente III al
papato. — L’Antipapa corona Enrico IV. — L’Imperatore prende d’assalto
il _Septizonium_ e il Campidoglio. — I Romani assediano il Papa nel
castel Sant’Angelo. — Pressura di Gregorio. — Il Duca dei Normanni
viene a liberarlo. — Enrico si ritira. — Roberto Guiscardo prende Roma.
— Ruina orribile della Città.
Se Enrico avesse potuto spargere maggior copia d’oro, egli s’avrebbe
prestamente guadagnato la Città, giacchè tutto stava che traesse
nuovamente il popolo dalla sua. Mentre gli agenti di lui erano a Roma
in gran moto, dispensandovi oro bizantino, il Re moveva in persona
nella Campagna (era la primavera dell’anno 1084) e la devastava,
indi imprendeva sul serio una spedizione nelle Puglie. Ma aveva
appena oltrepassato la frontiera normanna, che gli capitavano da
Roma messaggi, e lo invitavano a torre possedimento della Città, la
quale, volte le spalle a Gregorio, desiderava ardentemente di vederlo
coronare e di levare Clemente III al pontificato. Questa repentina
mutazione delle cose non tanto veniva dai nobili, quanto dal popolo
che desiderava por fine alle sue tribolazioni, e già cominciava con
maggiore independenza a mostrar la faccia al ceto de’ capitani[272].
Da lungo tempo i Romani s’avevano battuto prodemente per il Papa, ma
adesso, che nessuna speranza di pace loro sorrideva, erano stufi di
sacrificarsi per gli intendimenti proprî di lui, i quali non facevano
il vantaggio di loro. Il maggior dolore di Gregorio fu veder che lo
abbandonavano; la sua caduta era adesso irreparabile, ma la forte anima
del Papa durò inconcussa in mezzo alle ruine della sua fortuna. Tempo
prima già udimmo che il concorde giudizio degli uomini infliggeva a
Roma il marchio di città venale; fin dall’antichità tutto il mondo
gettava il suo oro nella voragine di questa Città insaziata sempre,
nella quale tutto a peso d’oro si comperava. È a meravigliarsene? Roma
era povera e mancava di autonomia; tutto l’Occidente del continuo
correva alle sue mura, non più ad offrirle tributi, ma a recarle
donativi, coi quali la corrompeva per ottenere mille intenti grandi
e piccini. Un frate normanno di questa età, il quale non volle aver
occhi per vedere le orrendità che poco tempo dopo commise in Roma il
Guiscardo, s’arrogò il diritto di colmare di contumelie questi avidi
Romani, vittime del Papa e dell’Imperatore: però non per questo li
calunniava, sì come non li aveva calunniati Giugurta in antico. «Roma»,
esclamava Gaufrido, «tu marcisci nella tua dispregevole perfidia: niuno
ti teme, e tu presenti il dorso ad ogni frusta che s’alza su di te.
Spuntate sono le tue armi, le tue leggi falsate. Sei tutta piena di
menzogna, di crapule e di avarizia. Non fede, non modestia hai, nulla
che simonia pestifera non sia. In te tutto è venale. Invece d’uno, hai
bisogno di due Papi; finchè uno dà, tu cacci l’altro; quando quegli
smette di dare, e tu richiami questo. Coll’uno minacci l’altro, e così
empi le tasche. Origine un giorno di tutte le virtù, oggi sei baratro
di tutti i vituperî. Non hai più nobili costumi, ma con fronte che non
sa arrossire corri dietro a spregevoli artificî di guadagno[273].»
Enrico a grandi giornate tornò a Roma; addì 21 di Marzo dell’anno 1084
entrò, come Totila, da porta san Giovanni, e adesso coll’Antipapa
pose residenza nel Laterano; aveva seco la sposa e molti Vescovi e
signori tedeschi e italiani. Quanto poco avesse sperato di ottenere
un sì prospero risultamento cel dimostra la lettera che dopo la sua
coronazione scriveva a Dietrich vescovo di Verdun: «Nel giorno di san
Benedetto entrammo in Roma, è vero; ma pur mi pare un sogno: potrei
dire che con dieci uomini di noi Dio ha operato ciò che i nostri
antenati non avrebbero fatto con diecimila. Disperando di prendere
Roma io era in procinto di tornarmene in Alemagna, quando i messaggieri
romani ci appellarono nella Città, la quale ci accolse festante[274].»
L’addolorato Gregorio avrebbe voluto morire piuttosto che piegarsi
innanzi al Re; ma fino a tanto che sedeva nel castel Sant’Angelo,
difeso dagli scudi e dalle lance di un manipolo d’uomini risoluti e
fedeli, tutto non era peranco perduto. Ancora una gran parte della
nobiltà stava per lui, i luoghi più muniti di Roma duravano tuttavia
in suo potere; Rustico, nipote suo, teneva il Celio ed il Palatino,
la famiglia dei Corsi era padrona del Campidoglio, i Pierleoni
s’accampavano nell’isola Tiberina, tutti i ponti massimamente erano
occupati dai Gregoriani[275]. Però adesso Enrico, senza por tempo in
mezzo, intese a schiacciare in Roma medesima il suo nemico per via di
un atto politico: raccolto un parlamento dei Romani, degli ottimati
e dei Vescovi del suo campo, questa assemblea diffidò Gregorio a
comparire a sè innanzi, e, poichè non si presentò, lo dichiarò deposto
e riconobbe con tutte le forme Guiberto per papa. Nella domenica delle
Palme Clemente III fu messo dentro in Laterano, e consecrato da alcuni
Vescovi lombardi; indi, nel giorno di Pasqua, che cadde ai 31 di Marzo,
dopo una fiacca resistenza del partito di Gregorio, egli coronò Enrico
e Berta sua moglie nella chiesa di san Pietro: in pari tempo i Romani
conferirono al loro Imperatore anche la podestà di patrizio[276].
Imperatore e Papa diedero indi tosto assestamento all’amministrazione
delle cose ecclesiastiche e temporali; fu costituito un ministero
lateranense ed un tribunale di giudici, e fu nominato il Prefetto;
Clemente III si circondò di un senato di anticardinali, ed elesse a
nuovo i sette Vescovi del Laterano. Quasi dappertutto Roma e il suo
territorio obbedirono al comando di lui, ed atti giudiziarî furono
segnati colla data del suo pontificato[277].
Allora Enrico strinse prestamente di assedio le fortezze di Roma;
cadere dovevano, e il castel Sant’Angelo abbandonare la preziosissima
preda: forse che anche Ottone III non aveva conquistato il castello?
Il nipote di Gregorio si difese disperatamente nel _Septizonium_,
monumento dell’imperatore Settimio Severo, situato all’estremità
del Palatino dalla parte di mezzogiorno, che i frati del convento
di san Gregorio sul Clivo Scauro avevano tramutato in fortezza
saldissima[278]. Enrico lo assediò con tutte le regole di guerra,
come se fosse stato una rocca; ed infatti tanto grandioso era tutto
quello che i Romani antichi avevano edificato, che perfino le loro
opere di arti belle superavano in solidità le castella della gente
nuova. Gli ordini di colonne magnifiche sovrapposte le une alle altre
caddero in frantumi sotto l’urto delle macchine belliche, ed uno dei
più bei monumenti di Roma ne andò mezzo distrutto; finalmente Rustico
si arrese[279]. Fu preso d’assalto anche il Campidoglio, dove entro a
torri si appiattavano i Corsi, una famiglia partigiana di Gregorio, la
quale forse derivava dalla colonia di gente corsa, ch’era stata fondata
ai tempi di Leone IV[280]. Ne furono smantellate e bruciate le case, ed
Enrico con un senso di orgoglio potè per breve tempo prendere albergo
sul Campidoglio venerando di antichità[281].
Ora al castel Sant’Angelo, dove si nascondeva il Papa! I Romani stessi
lo assediarono e lo cinsero di muro per isolarlo e per affamarlo; ma
frattanto i messaggeri di Gregorio correvano a perdifiato traverso
la Campania, per andarsi a gettare a’ piedi di Roberto Guiscardo, ed
esortarlo che s’affrettasse a portargli liberazione[282]. Nello stesso
castello, dove novant’anni prima un Romano aveva difeso la libertà
della Città contro un Imperatore, adesso un Imperatore stringeva
d’assedio un Papa, che combatteva per riscattare la Chiesa dalla
podestà civile. Può darsi che innanzi all’animo dolente di Gregorio
trasvolassero come fantasime le ricordanze della tragica storia di
questo sepolcro di Adriano, e che gli sovvenisse dei tempi di Belisario
e di Totila, di quelli di Alberico e di Marozia, di Crescenzio e dei
Papi che ivi dentro erano stati uccisi: forse cotali lugubri imagini
gli passavano per la mente in quello che stavasi rimpiattato nelle
oscure stanze arcuate del castello, e dal di fuori risonavano le
grida furibonde dei Romani e dei Tedeschi. Che sorte lo aspettava se
fosse caduto fra le mani di Enrico? Come un tempo il padre di questo
aveva fatto di Gregorio VI, così il vendicatore di Canossa lo avrebbe
trascinato dietro a sè di là delle Alpi, e il massimo di tutti i Papi
avrebbe finito prigione in qualche torre della Selva Nera, o sulle
rive del Reno. Dall’alto dei merli di quel sepolcro Gregorio mirava le
rovine della città Leonina e Roma venale; indi affisava lo sguardo per
la pianura toscana, e non vedeva indizî che giungessero soldatesche
della sua amica; allora si volgeva con petto ansante dalla parte della
Campagna latina, e guardava, guardava se apparissero gli squadroni del
Duca normanno: finalmente un giorno vide luccicare le loro lancie di là
di Palestrina. Come il Guiscardo ebbe udito della pressura del Papa,
deliberò di muovere incontanente a liberarlo; chè, caduto Gregorio,
Enrico contro di lui avrebbe rivolto le armi, e ne sarebbe conseguita
una terribile colleganza di tutti i nemici suoi. Sul principio di
Maggio si pose dunque in cammino con seimila cavalli e trentamila
fanti, fra’ quali si trovavano genti calabresi avide di saccheggio, e
Saraceni di Sicilia ancor più feroci delle prime[283]. Dell’avvicinarsi
di lui Desiderio diè annuncio al Papa, ma ne informò altresì
l’Imperatore; comportamento ambiguo che lo espose a severa censura,
perocchè fosse giudicato che l’abate accortamente facesse da servitore
a due padroni nemici fra loro. La fortuna non aveva per Enrico che
ironici sorrisi; questo Tantalo del medio evo non conseguì mai completo
trionfo. Non poteva scagliarsi contro all’oste che veniva, composta
dei più formidabili guerrieri di quel tempo, giacchè egli aveva
esercito esiguo; non poteva tenersi fermo in Roma, dappoichè i Romani
erano gente mutabile e i Gregoriani tenevano tuttavia in mano alcune
fortezze della Città. Poichè dunque era costretto a cederla prima
ancora di esservi assediato, fe’ smantellare le torri del Campidoglio
e le mura della Leonina; raccolse un parlamento dei Romani, sì come
aveva fatto Vitige all’appressarsi di Belisario; dichiarò ad essi che
le cose dell’Impero lo richiamavano in Lombardia, esortò quegli uomini
costernati a resistere, fe’ loro sperare che sarebbe presto ritornato,
e gli abbandonò alla loro sorte. Addì 22 Maggio si mise in via con
Clemente III per la strada Flaminia, e andò a Civita Castellana, per
muovere indi ancor più verso settentrione[284].
Intanto che Enrico se ne andava i cavalieri del Guiscardo picchiavano
omai alla porta lateranense. Il Normanno era venuto a passo forzato
dalla via che un tempo aveva preso Belisario, passando per la valle
del Sacco; ed ai 24 di Maggio giungeva innanzi Roma, tre dì dopo che
l’Imperatore ne era partito. Ei pose primamente il suo campo presso
all’_Aqua Martia_, dove prudentemente sostò tre giorni, avvegnaddio
non fosse certo se Enrico, ritirandosi, avesse fatto che una finta,
per piombargli d’un tratto alle spalle[285]. I Romani tenevano la
città barricata, e la loro virile resistenza opposta contro Roberto
Guiscardo empie splendidamente un breve capitolo della loro storia
medioevale. Forse la loro incostanza attenua la pietà onde potrebbero
avere diritto; però le loro angustievoli necessità erano pur degne
di vero compianto; l’Imperatore, cui avevano reso la Città, gli aveva
lasciati in balìa del loro destino, e Roma sventurata, dopo i tormenti
di un assedio di tre anni, si vedeva esposta all’avidità depredatrice
di genti normanne e saracene chiamate dal Papa. Roberto trattò coi
traditori e coi Gregoriani che erano nella Città, ed a capo de’ quali
stava il console Cencio Frangipane. Sull’alba del 28 Maggio i suoi
cavalieri salirono da porta san Lorenzo; entrati corsero a porta
Flaminia, la abbatterono, e per di là penetrò in Roma l’esercito
che stava in sull’avviso. Allorchè i Romani udirono risonare dentro
delle mura il terribile grido di battaglia: Guiscardo! Guiscardo! si
gettarono con grande impeto contro i Normanni; ma il Duca, venendo
dal Campo di Marte in preda alle fiamme, passò di gran corsa il ponte
del Tevere, liberò il Papa fuor del castel Sant’Angelo, e fra le
acclamazioni de’ suoi soldati lo condusse in Laterano[286].
La liberazione del Papa e la presa di Roma, gloria della quale sol
pochi eroi si adornarono, risplendono chiari nella storia del celebre
Principe guerriero, cui più di Cesare e di Pompeo fu fida la fortuna.
In Albania aveva distrutto gli eserciti dell’Imperatore d’Oriente,
ed aveva pur testè fugato l’Imperatore d’Occidente e riposto sul
trono della Cristianità il massimo di tutti i Pontefici. Meraviglioso
spettacolo, di quei tali onde pochissimi la storia mostra di eguali,
è vedere Gregorio VII accanto al Guiscardo salvatore suo. Allorchè
il Papa riconoscente strinse fra le sue braccia l’eroe di Palermo e
di Durazzo può darsi che egli scorgesse farglisi innanzi lo spirito
pacificato di Leone IX: e il Guiscardo da parte sua poteva riflettere
con mente attonita alla instabilità delle sorti umane, ricordando il
campo di battaglia di Civita dove s’era genuflesso innanzi a un Papa
che aveva fatto prigioniero, mentre adesso s’inginocchiava innanzi ad
un altro Papa che aveva salvo dalle mani dei suoi acerbi nemici.
Ma Roma infelice, abbandonata al saccheggio degli uomini d’arme
normanni, fu teatro di orrori che non si possono descrivere, e tali da
superare tutte le efferatezze de’ Vandali. Al terzo giorno i Romani
si sollevarono, e con rabbia furibonda si scagliarono sui barbari
vincitori; il partito imperiale si tornò a raccozzare e tentò liberarsi
con un assalto impetuoso, sennonchè il giovane Ruggero corse dal campo
con mille cavalieri e venne in soccorso del padre che era ridotto
a male strette. La Città combattè con gran furia, ma non a lungo, e
soccombette; il tentativo disperato dei Romani fu soffocato nel sangue
e domato col fuoco, chè Roberto per salvarsi fe’ incendiare una parte
della Città. Chetate le fiamme e la strage, Roma apparve agli occhi di
Gregorio cumulo di macerie fumanti; dalle chiese bruciate, dalle rovine
che s’ammonticchiavano per le vie, dai cadaveri de’ Romani, mille voci
si alzavano ad accusarlo; e Gregorio avrà dovuto torcer la faccia per
non vedere i Musulmani trarre al campo i Romani, cacciandoseli dinanzi
a stormi, legati con funi. Donne vituperate, uomini che si ornavano
del nome di senatori, fanciulli, giovani, erano publicamente venduti
in ischiavitù come si fa del bestiame; altri, fra’ quali il Prefetto
imperiale, conducevansi nelle Calabrie prigionieri di Stato[287].
Tuttavolta, Goti e Vandali erano stati più avventurati dei Normanni
del Guiscardo, poichè quelli avevano trovato Roma ancor piena di
tesori immensi, laddove il bottino che facevano i Maomettani venuti
agli stipendî del Duca non pareggiava più pur quel tanto che, dugento
trent’anni prima, i loro antenati avevano raccolto nel san Pietro e nel
san Paolo. Roma era caduta adesso in gravissima povertà, e perfino le
chiese erano vuote di ornamenti. Statue mutilate e senza pregio erano
abbandonate per le vie ingombre di rottami, o giacevano atterrate nella
polvere in mezzo a ruderi giganteschi di terme e di templi, entro cui
appena era se il nemico poneva il piede, avvegnachè ne lo respingesse
un senso di orrore, o la temenza d’esservi ucciso a tradimento. Tratto
tratto, entro a chiese, le quali andavano anch’esse ruinando, si
rinvenivano bruttissimi simulacri di Santi, e il Saraceno ne strappava
sghignazzando l’oro dei doni votivi, che forse v’erano ancora appesi.
I conquistatori sbramarono per alcuni giorni la loro libidine bestiale
di ruba e di sangue, finchè i Romani, con una corda ed una spada nuda
al collo, si gettarono a’ piedi del Duca: e il corrucciato vincitore
sentì pietà di essi, ma non potè più in alcun modo riparare alle loro
perdite[288]. La devastazione di Roma deturpa di più oscura macchia
la storia di Gregorio, che quella del Guiscardo; era Nemesi che aveva
costretto questo Papa, se anche abbrividendo o di malincuore, a fissare
lo sguardo sulla fiamma onde Roma ardeva. Forse che Gregorio VII in
mezzo all’incendio di Roma (ed era per cagion sua che bruciava) non
pare uomo fatale e terribile, pari a Napoleone che tranquillo cavalca
lungo i campi di battaglia bagnati di sangue? Che contrasto fra lui e
la bella immagine di Leon magno che salva dal ferro di Attila la santa
Città, e ne addolcisce le sorti contro alla collera di Genserico! Non
uno dei suoi contemporanei nota che Gregorio abbia tentato di salvare
Roma dal saccheggio, o che abbia sparso una lacrima pietosa sulla
caduta della Città[289]. Tuttavolta può darsi che chi lo avvicinava
abbia raccolto i sospiri che egli versasse in quei terribili giorni; ma
d’altronde per quest’uomo del destino, che cos’era la distruzione di
mezza Roma in paragone all’idea per cui aveva sacrificato la pace del
mondo?
§ 4.
Ildeberto lamenta la caduta di Roma. — Ruina della Città al tempo di
Gregorio VII.
Lacrime versò, alcuni anni dopo, un Vescovo straniero, Ildeberto di
Tours. Ecco il commovente carme di lai, che egli dedicò alle ruine di
Roma deserta:
«_Par tibi, Roma, nihil, cum sis prope tota ruina,_
_Quam magna fueris integra, fracta doces._
_Longa tuos fastus aetas destruxit, et arces_
_Caesaris, et superum templa palude jacent._
_Ille labor, labor ille ruit, quo dirus Araxes_
_Et stantem tremuit, et diruisse dolet._
_Quem gladii Regum, quem provida jura Senatus,_
_Quem superi rerum constituere caput,_
_Quem magis optavit cum scelere solus habere_
_Caesar, quam socius, et pius esse socer._
_Qui crescens studiis tribus, hostes, crimen, amicos_
_Vi domuit, secuit legibus, emit ope._
_In quem dum fieret vigilavit cura priorum,_
_Juvit opus pietas, hospitis unda locum._
_Expendere duces thesauros, fata favorem,_
_Artifices studium, totus et orbis opes._
_Proh dolor! urbs cecidit, cujus dum specto ruinas,_
_Penso statum, solitus dicere: Roma fuit._
_Non tamen armorum series, non flamma, nec ensis_
_Ad plenum potuit hoc abolere decus._
_Tantum restat adhuc, tantum ruit, ut neque pars stans_
_Aequari possit, diruta nec refici._
_Confer opes, ebur et marmor, superumque_
_Artificum vigilent in nova facta manus._
_Non tamen aut fieri par stanti fabrica muro,_
_Aut restaurari sola ruina potest._
_Cura hominum potuit tantam componere Romam,_
_Quantam non potuit solvere cura deum._
_Hic superum formas superi mirantur et ipsi,_
_Et cupiunt fictis vultibus esse pares:_
_Non potuit natura deos hoc ore creare_
_Quo miranda deum signa creavit homo._
_Vultus adest his numinibus, potiusque coluntur_
_Artificum studio, quam deitate sua._
_Urbs felix, si vel dominis urbs illa careret,_
_Vel dominis esset turpe carere fide_»[290].
Ildeberto di Tours fu a Roma sull’incominciamento del secolo duodecimo,
vide la devastazione della Città, le sue ruine antiche e nuove, e
trovò ancor fresche le tracce dell’inimico. Il buon cantore si sgomentò
delle idee pagane che Roma gli faceva rampollar per la mente, laonde
le cancellò con una seconda elegia, nella quale mette in bocca alla
mesta Roma parole di conforto. «Quand’io», così fa dire alla sventurata
Sibilla, «quand’io mi allegrava degl’idoli, mio orgoglio erano i miei
eserciti, il mio popolo, la magnificenza dei miei marmi. Crollarono gli
idoli, crollarono i palazzi, popolo e cavalieri caddero in servitù, ed
appena è che Roma ancor si ricordi di Roma; però adesso io ho cambiato
l’aquila colla croce, Cesare con Pietro, la terra col cielo»[291].
Tutte belle idee, ma non potevano confortare i Romani della rovina
della loro Città, traverso cui si trascinavano tapini, accattoni. Roma
s’era stremata di parecchie migliaia di abitatori, causa la guerra, le
fughe, le morti e le schiavitù. Da secoli essa non aveva sofferto un
guasto così orrido come a’ tempi di Gregorio VII. I ruderi onde s’era
sparsa per vent’anni di guerre combattute fra le fazioni, per assalti
sofferti di dentro e di fuori, per incendî, crescevano adesso in questa
devastazione nemica, la prima che veramente subisse da dopo che Totila
aveva atterrato le sue mura. Possiamo noverare una serie di monumenti
che allora caddero distrutti.
Gli assalti dati da Enrico al san Paolo fecero probabilmente in
pezzi il portico antico che adduceva dalla porta alla basilica;
quanto al portico vaticano, esso ruinò allorchè fu preso il borgo.
Il fuoco aveva devastato la città Leonina, e il san Pietro stesso
ebbe a risentirne danno. Nella Città andarono in guasto il Palatino
e il Campidoglio; altri monumenti muniti dovettero aver diviso la
sorte del _Septizonium_, che allora era parte bellissima dei palazzi
imperiali[292]. Tuttavolta il danno recato da Cadalo e da Enrico fu
di poco rilievo, se si paragoni con quello dell’incendio appiccato
dai Normanni[293]. Infatti il Guiscardo gettò due volte il fuoco nella
Città, primamente quando entrò da porta Flaminia, indi quando i Romani
lo assalirono. L’incendio devastò il Campo di Marte forse fino al ponte
di Adriano; perirono gli avanzi dei portici di questo quartiere e molti
altri monumenti; soltanto il mausoleo di Augusto andò illeso, grazie
alla sua struttura, e la colonna di Marco Aurelio fu salva per via
del luogo isolato in cui era collocata, sopra una piazza d’ogni lato
aperta[294]. Le fiamme distrussero tutto il quartiere ancora inabitato,
che si stendeva dal Laterano al Colosseo, e la stessa porta Lateranense
d’ora in poi ebbe nome di porta «bruciata.» La chiesa antica dei
«Quattro Coronati» cadde in cenere; il Laterano e molte chiese forse
ne soffersero gravemente; difficilmente ne saranno rimasti immuni
il Colosseo, gli archi trionfali, gli avanzi del Circo Massimo[295].
Quanti sono Cronisti, che con narrazione fugace e con noncurante apatia
descrivono questa orribile catastrofe, tutti ad una voce affermano che
una gran parte della Città ne andò distrutta; ed uno Storico del secolo
decimoquinto a ragione pronunciò giudizio che, massimamente fra tutto,
l’ira normanna ebbe gettato Roma nello stato deplorevole in cui al
tempo suo era ridotta[296]. Il Celio (la regione del Colosseo), altra
volta fittamente popolato, continuò bensì ad essere abitato, ma ognor
meno, finchè diventò deserto; egual sorte subì l’Aventino, che ancora
al tempo di Ottone III era abbellito di tanta splendidezza. Chi oggidì,
visitando Roma, trascorre per questi due colli sepolti nei loro silenzî
profondi, e non vi vede sparse che chiese antichissime e ruine romane
dall’aspetto malinconico, può ben dire a sè stesso che il deserto
deriva dai guasti normanni. Poco a poco quei luoghi di Roma furono
abbandonati, e il popolo gradatamente andò addensandosi nel Campo di
Marte, là dove sorse Roma nuova.
La ruina della Città cresceva del resto a questa età rapidamente,
anche per cause interiori. Se più in antico vi aveva contribuito
massimamente l’edificazione di chiese, or vi recava gravissima ragione
il costume che s’era preso di tramutare monumenti antichi in rocche e
in torri. Per giunta, anche città forestiere mandavano a Roma, come
ad una miniera, per raccoglierne marmi e colonne. Il bel duomo di
Pisa edificato nel secolo undecimo, e la celebre cattedrale di Lucca
consecrata da Alessandro II, furono senza dubbio adorni di colonne che
s’avevano avuto da Roma in dono o a vendita. Quando Desiderio costruì
la sua basilica, comperò in Roma colonne e marmi che fece trasportare
per mare dalla via di Porto, e ben può darsi che fra il bottino
da Roberto tratto con sè a Salerno, si trovassero, se non statue
pagane, certamente ornati preziosi e colonne che il Duca adoperava
nell’edificazione del duomo di san Matteo in quella città[297].
Tuttavia anch’egli, sì come Genserico aveva fatto, avrebbe potuto
condur seco dei veri capolavori d’arte, chè alcune considerazioni di
Ildeberto nella sua prima elegia fanno conchiudere qualmente in Roma
restassero statue di marmo o di bronzo, anche dopo del guasto datole
dai Normanni.
§ 5.
Gregorio VII lascia Roma, e va esulando. — Sua caduta. — Muore a
Salerno. — Rilievo della sua persona nella storia universale.
Gli orrori commessi dai suoi liberatori condannarono Gregorio VII a
perpetuo esilio, e questa, se guardar si voglia ai destini umani da
un punto di vista elevato, ne fu sorte meritata: la sua vita politica
finì fra i ruderi di Roma. Quantunque i Romani gli avessero promesso
soggezione, ei si doveva però imaginare che sarebbe caduto vittima
della loro ira, tosto che i Normanni fossero partiti[298]. Roberto
prese ostaggi, pose un presidio nel castel Sant’Angelo, e nel mese
di Giugno partì col Papa per la Campagna, dove assalì inutilmente
Tivoli, ma distrusse altre castella[299]. Con gran dolore Gregorio
avrà gettato da qualche altura per l’ultima volta lo sguardo su Roma,
e avrà preso commiato dal teatro delle sue lotte, dalla Città che
abbandonava in ruine. Egli poteva ben dire a sè stesso che, da eroe,
non aveva soccombuto, ma altresì che vinto non aveva; e tristissimi
pensieri dovevano essere i suoi allorchè correva colla mente ad Enrico,
che dal Po faceva ritorno trionfalmente in patria, dopo di aver
conquistato la Città, preso la corona imperiale, elevato al soglio
il suo Antipapa, costretto Gregorio a caricarsi della maledizione di
Roma, ed a fuggire in esilio. Mentre l’uno dei due avversarî moveva
a settentrione, l’altro era costretto a volgere verso il mezzogiorno,
condannato alla riconoscenza verso un vassallo, che seco lo conduceva
in terra straniera, seguito da turbe di Romani prigionieri e di carri
carichi di bottino. La partenza di questo gran Papa da Roma devastata,
la comitiva che gli fanno le torme di Normanni e Saraceni, contro i
cui correligionari altra volta egli aveva predicato la croce, la sua
triste andata a Monte Cassino ed a Salerno, il pane dell’esilio che ivi
gli porge l’amico suo Desiderio, tutto questo pone un tragico termine
al dramma della sua vita: e qui, come nella fine di Napoleone, che
muore solitario a sant’Elena, la giustizia eterna celebra uno de’ suoi
magnifici trionfi.
Mentre a Salerno volgeva in mente il progetto di tornare a Roma
alla testa di un esercito, Gregorio vi passò di vita, addì 25 Maggio
dell’anno 1085, senza che neppur morte curvasse la sua tempra indomita.
Nell’agonia sclamava: «Amai la giustizia e odiai la colpa, perciò muoio
in esilio»[300]: parole rivelatrici di questa mestissima verità, che
gli uomini veramente grandi non trovano che martirio e solitudine; e in
bocca di Gregorio mettevano in rilievo le più riposte fibre dell’indole
sua grande e fiera. Ma quella forza di potentissimi spiriti,
quell’animo vasto che quasi non ha pari, non tiene suo luogo nella
bella schiera dei savî e dei riformatori, cui tutti i popoli senza
distinzione onorano come benefattori del mondo. La ricordanza di lui
sveglia ammirazione, ma non accende il fuoco dell’entusiasmo, quale è
quello che desta un ideale creatore, nè conforta, colla dolce simpatia
che s’accompagna agli uomini i quali composero a pace il mondo. A lui
compete un posto fra i potenti della terra che hanno commosso il mondo
con opera violenta ma salutare; solo l’elemento religioso lo sublima
ad una sfera assai più elevata di quella che è propria dei monarchi
secolari. Accosto a lui Napoleone cade in una grande povertà d’idee.
Anche Gregorio VII fu l’erede di antichi intendimenti del Papato.
Però tutto suo è l’incomparabile genio di dominatore e di statista,
e nessun uomo di Roma antica o del tempo moderno ebbe le sue audacie
rivoluzionarie[301]. Questo mirabile frate non tremò al pensiero di
scardinare l’ordinamento che fino alla sua età aveva retto Europa,
e di elevare su quei ruderi il trono del Papa. Però la sua vera
grandezza fu prima che giungesse al pontificato; da papa travalicò,
perocchè nel fugace momento della sua potenza abbia voluto raccogliere
insieme l’opera cui sarebbero occorsi dei secoli. Chi vuol giungere
l’impossibile, non può parere che un visionario, e tale fu il suo
tentativo di signoreggiare il mondo politico.
Stupenda è la potenza di genio con cui Gregorio VII conquistò la
libertà della Chiesa, e fondò la dominazione della gerarchia. Il regno
de’ preti, che non brandivano altre armi fuor di una croce e di un
vangelo, di una benedizione e di un anatema, merita più ammirazione
che tutti i regni insieme uniti de’ conquistatori romani od asiatici.
Questo impero spirituale potrà condannarsi, potrà odiarsi, ma, finchè
duri la terra, sarà sempre un fenomeno di potenza morale che non ha
riscontro d’esempî. Gregorio VII fu eroe soltanto in siffatto regno
sacerdotale. La sua mente per verità non concepì il genere umano
che sotto la forma della Chiesa, e la Chiesa solamente in forma di
monarchia pontificia. Strana e spaventosa, e tale che desterà le
meraviglie anche delle generazioni venture, fu l’idea di porre avanti
gli occhi del mondo peccaminoso un uomo mortale che fosse infallibile e
simile a Dio, di mettergli in mano le chiavi del cielo e dell’inferno,
di assoggettare il mondo al dominio assoluto di questo sol uomo,
apostolo di umiltà, ma in pari tempo vicario di Dio[302]. Quell’idea fu
il sogno mistico di un’età di schiavitù, d’ignoranza, e di necessità
violente, in cui il genere umano, non peranco tratto dalla scienza in
discordia con sè stesso e col mondo, ma puerilmente credulo, voleva,
a conforto suo, vedere e toccare l’eterno principio del bene incarnato
in una persona. Forse il più sorprendente fatto che la storia conosca
è questo, che ad un uomo fu conferita la podestà di legare e di
sciogliere nell’ordine morale; ma la cosa si spiega quando si sappia
che per tempo lungo la Chiesa fu passione suprema, podestà santissima,
idea universale della gente umana. Solo dalla sua cornucopia scaturiva
tutto ciò che di profondo v’aveva nelle cose di fede e di scienza;
da essa avevano origine l’armonia, la bellezza, tutte le felicità
dell’anima nelle cose celesti e terrene. Fu per la prima volta, dopo
le lotte che ebbero principio con Gregorio VII, che anche le classi
secolaresche, fino allora rozze, materiali, abbrutite, incominciarono a
fiorire nella coltura dello spirito.
Nessuna meraviglia dunque che la forza e la grandezza della Chiesa
militante assumessero siffatta natura audace in Gregorio. Ma la storia
non ha confermato l’idea che ei s’era foggiata contrariamente alla
dottrina cristiana, perciocchè essa andasse a ritroso del concetto più
grande cui il genere umano s’inspira. Gli insegnamenti degli Apostoli
durano; per lo contrario il tempo, da un pezzo, ha roso i principî
gerarchici di Gregorio, od altrimenti la coltura fatta universale li
mette in derisione come sogni antiquati di gente retrograda e fanatica.
A Gregorio può farsi rimprovero che egli ebbe diviso la Chiesa in
due campi; la Chiesa profana, dei laici privati del loro diritto di
elettori, e la Chiesa sacra, casta dei preti elettori di sè stessi:
e invero il grande concetto della republica cristiana fu falsato dai
principî di Gregorio, avvegnaddio la gerarchia usurpasse il luogo
della Chiesa[303]. Gli avanzi della forma antichissima che avevano
avuto le comunità cristiane andarono distrutti per opera di Gregorio
VII; nell’istituto gerarchico della Chiesa egli introdusse uno spirito
di burocrazia, nel Papato infuse uno spirito cesareo. Quantunque
questo sistema in sè perfetto riunisse nella sua costituzione tutte
le forme politiche, democrazia, aristocrazia, monarchia, nondimeno
il suo meccanismo posto in moto dalla volontà di un uomo solo, e
l’accentramento di tutte le forze dogmatiche in una casta, educarono i
mali tutti dell’arbitrio religioso e della tirannide: quindi è facile
comprendere che l’opera di Gregorio VII doveva trarre dietro a sè la
riforma tedesca. Poichè Ildebrando per primo separò veramente la Chiesa
dal popolo, fu egli che distrusse il concetto evangelico; più tardi
dal suo principio derivò, come conseguenza necessaria, anche la sua
separazione dalla civiltà, e contro di questa la Chiesa, che è soltanto
gerarchia, oggidì combatte con repugnanza ostile, sempre intesa al
difettoso passato del medio evo, sempre incapace di accogliere entro di
sè lo spirito di libertà, che è spirito di giovinezza novella.
Il meglio che Gregorio abbia fatto (ed egli non lo presagì) fu di aver
rotto nel mondo il sonno delle menti, mercè una lotta che per la prima
volta ricercò tutte le intime fibre della vita morale. Da quest’unico
uomo sparse in ogni cerchia della Chiesa e dello Stato un impulso
immenso. La lotta gigantesca di queste due forme che rappresentano
l’universo sociale, la miscela barbaramente feudale in cui dapprima
si confusero, la loro separazione progressiva, il loro antagonismo
durevole, composero la grandiosa vita morale del medio evo. E oggidì
ancora si fatica a volere ordinare la Chiesa e lo Stato completamente
liberi l’uno dall’altro, a guarire la Chiesa dall’ultima sua rigidezza
gerarchica, a guidarla ai principî universali della libertà e
dell’amore, a renderla socievole, a comporre una volta finalmente il
regno universale della cultura e della pace. Nell’età della barbarie,
quando valeva il diritto del più forte, gli uomini non furono capaci
di comprendere il concetto sublime del Cristianesimo. Forse che la
Chiesa di Gregorio VII e del medio evo attuò gli insegnamenti del
Cristianesimo? forse che le chiare idee di questo, espressione della
natura eterna dell’uomo e della società, sono attuate oggidì? Finì lo
Stato feudale franco, sparve la potenza della Chiesa gregoriana, ma
dopo la loro caduta non ha che incominciato ad albeggiare l’aurora
di una stagione novella nella vita degli uomini. I nostri occhi
vedono i ruderi ancor giganteschi del medio evo, un dopo l’altro
smuoversi e cadere nel gran fiume dell’armonia sociale, che dopo
innumerevoli impedimenti scorre attraverso questo duro e pigro mondo,
e ci avvia verso una felicità, il cui solo presagio fa beate le anime
generose[304].