§ 1.
Desiderio, eletto papa, rifiuta la tiara. — È per forza elevato in Roma
al pontificato, con nome di Vittore III. — Fugge a Monte Cassino. —
Riprende a Capua la dignità pontificia (1087). — È consecrato in Roma.
— Condizioni della Città. — Vittore III fugge a Monte Cassino, e vi
muore (1087). — Ottone di Ostia è eletto e ordinato a Terracina con
nome di Urbano II (1088).
Caduto Gregorio, Roma somiglia ad un palco scenico vuoto, che soltanto
a rilento va nuovamente popolandosi di personaggi minori. Le opere
ed eziandio la caduta di un uomo grande esercitano influenza anche
dopo che egli è scomparso dal mondo, e lasciano segno nel mare del
tempo in mille cerchi di onde che vanno facendosi sempre più chete, e
finalmente si perdono nella vastità. Attorno al feretro di Gregorio
stavano ritti gli uomini della gerarchia, che avevano incanutito
nelle lotte per essa combattute; così forse in antico i generali di
Alessandro magno avevano fatto cerchio al suo cadavere. Chi doveva
raccogliere l’eredità dell’impero religioso? le piccole passioni della
gelosia e dell’ambizione dovevano adesso mandarlo in ruina? Questo
sarebbe accaduto di uno Stato secolare, ma nel regno de’ preti, i
quali non avevano dinastie famigliari da fondare, era ad ogni tempo
erede l’eguale spirito gerarchico, che si conservava principio
indestruttibile.
Gregorio, morendo, aveva designato quattro candidati all’elezione
pontificia, ed erano Desiderio di Monte Cassino, cardinale di santa
Cecilia in Transtevere, Anselmo di Lucca, Ottone di Ostia, Ugo di
Lione. I voti dei Cardinali si raccolsero su Desiderio. La ricchezza
dell’abate, la reverenza in cui lo tenevano i Principi di quell’età,
le sue attenenze coi Normanni, financo i suoi rapporti coll’imperatore
Enrico, rendevano desideratissima la elezione di lui. Giusto adesso la
morte di Roberto Guiscardo privava il papato di un appoggio potente;
quell’uomo straordinario, sorto come Gregorio dalla polve, come lui
ornamento e splendore eroico della storia d’Italia, moriva a Cefalonia
poco tempo dopo del Papa, addì 17 di Luglio[305]. Credevasi dunque
non esservi adesso altri che Desiderio, il quale potesse scongiurare
le calamità minaccianti nel caso in cui gli eredi del Duca fossero
venuti a dissidio e avessero mancato di fede. Ma l’ambizione dell’abate
avrebbe dovuto essere immane, se in questo tempo gli fosse parsa
gradevole la tiara. La pace onde godeva a Monte Cassino lo ammoniva che
v’avrebbe potuto finire i suoi giorni tranquillo e felice, rallegrato
dalle dolcezze delle muse, sfogliando manoscritti adorni di miniature
porporine, o disputando lietamente con uomini dotti; capiva che
sarebbe stata follia voler mutare il bello e ricco monastero con Roma
selvaggia, gettarsi in lotte senza fine col mondo, mettersi in balìa
delle cabale di Cardinali tutti invidia e ambizione, stuzzicare, in una
parola, il destino a farlo segno de’ suoi colpi mortali. I due anni che
succedettero tosto dopo la morte di Gregorio offrono lo spettacolo di
una vera contesa che si combattè per ragione della corona papale, non
per farne conquista, ma per iscansarla. Si può dire che questo fatto
mirabile sia il migliore elogio funebre della grandezza di Gregorio;
pareva che il morto Papa stendesse la mano fuor della sua sepoltura, e
vi tenesse inchiovata la tiara. Desiderio, uomo di sangue principesco
(scendeva della casa longobarda di Benevento), ripetutamente
sospinto verso il trono pontificio da Cardinali e da Principi, ne
indietreggiava, ne tremava, come se in quello avesse veduto qualche
cosa di orribile. Bello era il sentimento umano della sua repugnanza,
se anche fosse indizio di debolezza; però la natura dell’uomo è sempre
e dappertutto eguale a sè stessa, e anche qui non manca un prelato, il
quale pieno di invidiosa avidità, dietro alla spalla di Desiderio, fa
l’occhiolino alla corona dei Papi.
L’anno 1085 trascorse senza che potessero mettersi d’accordo: l’abate
dichiarò il suo rifiuto a Giordano principe di Capua, alla contessa
Matilde, ai Cardinali, e protestò volere influire affinchè un Concilio
si raccogliesse in Roma a nominare un pontefice degno del grande
officio. Tuttavolta ei venne a Roma col principe Gisulfo soltanto alla
Pasqua dell’anno dopo. La deserta Città era pur sempre divisa in due
campi armati, gli Imperiali uniti fra loro, i Gregoriani angustiati
e in aspettative, condotti dal console Cencio Frangipane, capo della
Republica[306]. Sperava Desiderio che s’avessero tutti acchetati al suo
rifiuto; per lo contrario i Cardinali e gli ottimati, congregatisi in
santa Lucia presso il Septizonio, gli si gettarono a’ piedi, pregandolo
di esser papa. Egli si consultò con Cencio, propose il Vescovo di
Ostia, offerse, fino a tanto che la Chiesa riavesse pace, di mantenere
del proprio il Papa, chiunque ei fosse. Ma il popolo proruppe in grida
furiose acclamando al suo nome, i Cardinali irritati proclamarono lui
pontefice (ai 24 maggio), e disperato vide gettarglisi sulle spalle la
porpora, con nome di Vittore III; soltanto non fu possibile d’indurlo a
indossare il bianco vestimento, detto _alba_[307].
Non pertanto l’elezione di Vittore III non avvenne senza contrasto; un
tumulto che s’appiccava nella Città gli era lezione di ciò che a lui,
papa, si aspettava. Il partito di Enrico, che possedeva pur sempre
fortezze parecchie in Roma, aveva da qualche tempo trovato il suo
capitano nel Prefetto imperiale. Costui era stato condotto prigione da
Roberto Guiscardo, ma ne lo aveva liberato Ruggero, succeduto nella
duchea, poichè era venuto in gran collera contro al collegio de’
Cardinali che aveva rifiutato di confermare l’Arcivescovo di Salerno.
Tostochè il suo proprio vantaggio glielo suggerì, il vassallo della
santa Sede cessò di darle assistenza; il Prefetto di Enrico venne,
raccolse armi in Campidoglio, ed impedì che Vittore fosse consecrato in
Vaticano. Il neo-eletto Papa, quattro soli giorni dopo, scivolò di mano
ai nemici e agli amici con una partenza che seppe di fuga; e poichè i
Conti della Campagna parteggiavano per l’Imperatore, dovette tor la via
di mare da Ardea, arrivò a Terracina, vi spogliò le insegne del papato,
e corse di botto a chiudersi nel suo diletto convento[308].
Qui rimase un intiero anno, sordo alle instanze dei Vescovi e de’
Principi e alla voce di san Pietro che lo ammoniva di prendere il
governo della sua nave senza nocchiero, sbattuta dalle procelle
dei tempi. Cardinali, nobili romani col loro capo Cencio, e Vescovi
dell’Italia meridionale, vennero a Capua nella quaresima dell’anno
1087 per provvedere all’elezione pontificia, e si raccolsero intorno al
principe Giordano, che era stato creato avvocato della Chiesa. V’erano
presenti anche Ruggero, duca delle Puglie, e il detronato principe
Gisulfo. Parvero ambigui la condotta ed i sentimenti dell’abate, e il
partito gregoriano, a lui fortemente nemico, con Ugo di Lione e Ottone
di Ostia alla testa, cercò di impedirne la rielezione. Bastò questo
perchè Desiderio (addì 21 di Marzo) riprendesse volontariamente le
insegne pontificie. Se v’aveva ambizione umana che potesse scuoterlo
gli era il pensiero insopportabile di vedere la tiara posarsi in capo
di uno dei suoi avversarî, massime di Ugo di Lione[309].
Passata Pasqua, Vittore III si mise in cammino per Roma colla
accompagnatura di Giordano e di Gisulfo. Il piccolo esercito venne per
mare, da Ostia risalì il Tevere, e s’accampò fuor della città Leonina,
giacchè il san Pietro, entro cui dovevasi consecrare il Papa, era in
potere dell’inimico. Infatti, fuggito Vittore, il Prefetto imperiale
s’era impadronito di Roma, e in gran fretta aveva richiamato Clemente
III. Però la continua anarchia non consentiva a questo di sperare
gran fatto bene; universale era la spossatezza, Enrico lontano,
Roma indisciplinata, straziata, piena di ruina, e le soldatesche di
Matilde stavano ancora in armi. Che aspetto presentasse allora la
Città, e quali fossero le sue condizioni, si può più presto imaginare
che dire. Clemente III venne, raccolse i suoi partigiani, e pose
residenza in Vaticano. È meraviglioso il pensare che la basilica di
san Pietro d’allora in poi servì di propugnacolo vero alle fazioni;
la basilica santissima della Cristianità fu nei secoli undecimo e
duodecimo assediata e difesa alla paro del _Septizonium_ o del castel
Sant’Angelo; sotto a’ suoi portici il soldato combattè ferocemente come
dai merli di qualunque rocca. I Normanni presero d’assalto la basilica;
Clemente fuggì e riparò nella Città, dove si trincerò in un’altra
chiesa fortissima, nel Panteon antico, e Vittore III fu consecrato
addì 9 Marzo in san Pietro dal cardinale vescovo di Ostia. Chi avrebbe
potuto biasimare Desiderio, quando sbigottito rifiutava di ascendere al
papato?
Solo otto giorni dopo, ei lasciò Roma, tratto da ardente desiderio di
rivedere il suo convento, ma era colà appena arrivato, che messaggieri
della contessa Matilde vi capitavano a richiamarlo, perocchè ella
fosse venuta coll’intento di rendere forte la signoria del Papa in
Roma. Sospirando, Vittore assecondò al loro invito, e le milizie
della Contessa gli sgombrarono financo l’entrata in una parte della
Città, dove egli pose dimora insieme con Matilde nell’isola Tiberina:
però non possedeva che il Transtevere, il castel Sant’Angelo, il san
Pietro, Ostia e Porto. Il maggior numero dei Romani teneva dalla
parte di Clemente e ferveva di odio contro il papato gregoriano,
come quello che aveva dovuto gettarsi in braccio de’ Normanni, e
traeva sempre novellamente questi demoni devastatori nella sventurata
Città. Oltracciò la venuta di un legato imperiale infondeva novello
coraggio ai partigiani di Guiberto; in mezzo ad orribili battaglie
or si perdeva, or si riconquistava il san Pietro, e Vittore III,
caduto infermo, partiva di Roma nel Luglio per la terza volta. Ancora
nell’Agosto raccoglieva a Benevento un Concilio nel quale confermava
i decreti di Gregorio e scomunicava di bel nuovo Clemente III; indi,
sentendosi presso a morire, si faceva trasportare al suo monastero.
Colà nominò Oderisio ad abate, chè anche da papa aveva continuato
a tenere il governo del convento; raccomandò che si eleggesse a suo
successore nella sedia apostolica Ottone cardinal vescovo di Ostia,
e addì 16 di Settembre passò di vita, vittima tragica del papato, al
cui pondo invano aveva tentato di scampare. Desiderio abate fu uomo
grande e di nominanza imperitura; papa Vittore III non fu che un’ombra
ingloriosa. Come egli aveva desiderato, i frati diedero sepoltura al
restauratore della loro abazia nell’abside della sala del «Capitolo»,
e colà sulla pietra sepolcrale gli scrissero un bello e toccante
epigramma[310].
Di tutti i più celebri campioni della riforma, che un tempo si avevano
raccolto intorno al vessillo di Gregorio, Desiderio è l’ultimo che
sparisce del mondo: infatti un anno prima di lui era morto Anselmo
di Lucca. Sorgono adesso una novella generazione di uomini e tendenze
nuove, in mezzo alle quali Matilde, Enrico e Clemente, superstiti di
una grande età passata, incominciano a trovarsi soli e a disagio.
Ottone di Ostia era stato dapprima rivale di Vittore III, indi s’era
con esso lealmente pacificato. La voce del morente aveva eletto lui a
papa, e d’altronde era stato uno dei quattro candidati designati da
Gregorio VII. Ugo di Lione, sebbene anch’egli di quei quattro, non
poteva più gareggiare con Ottone, avvegnachè Vittore III lo avesse
scomunicato, come nemico della Chiesa. Però l’elezione di Ottone s’andò
procrastinando; Roma si trovava in potere dell’Antipapa, i Cardinali
venivano fra loro a disputa, ed erano dispersi chi da una banda, chi
dall’altra. Messaggi dei Tedeschi seguaci della parte gregoriana, e
messaggi di Matilde li richiedevano ripetutamente che dessero un capo
alla Chiesa abbandonata nell’anarchia: alla fine parecchi di loro, che
s’erano raccolti intorno a Oderisio abate, bandirono un Concilio per
l’elezione.
Addì 8 Marzo 1088 quaranta fra Vescovi, Cardinali ed Abati si
congregarono a Terracina; Giovanni di Porto rappresentava il clero
romano, Benedetto prefetto pontificio ne rappresentava il popolo, e
vi intervenivano legati di Germania e della contessa Matilde[311].
Ai 12 di Marzo Ottone fu gridato papa con nome di Urbano II. Fu il
primo pontefice, che, conformemente al decreto di Nicolò II, ricevesse
l’ordinazione fuori di Roma, in una città di provincia.
§ 2.
Urbano II. — Incominciamento della sua vita, suo stato. — Clemente III
è in possesso di Roma. — Urbano II si gitta in braccio ai Normanni che
lo conducono a Roma. — Sue condizioni infelici nella Città. — Matilde
sposa Guelfo V. — Enrico IV torna in Italia (1090). — Sue nuove lotte.
— I Romani chiamano di nuovo Clemente III nella Città. — Ribellione
del giovine Corrado. — Condizioni infelici dell’Imperatore. — Urbano
II s’impadronisce di Roma. — Uno sguardo a ciò che erano il Papa e
l’Imperatore in questa età.
Urbano II, francese, era nato a Chatillon, in vicinanza di Reims, ed
era stato monaco di Cluny: lo zelo della riforma e la soda coltura
teologica apparati in quel convento gli avevano procacciato la cattedra
di Ostia. Enrico IV lo aveva sostenuto qualche tratto di tempo
prigioniero, ma pare che il Re non trovasse in lui un’opposizione
troppo acerba. Era stato in Germania, da legato, nel tempo in
cui Gregorio VII aveva potuto uscir libero di Roma, e in quel suo
officio s’era iniziato profondamente in tutti i rapporti delle cose
ecclesiastiche e politiche: possedeva intelletto più potente di
Desiderio, abilità grande di oratore e finezza diplomatica molta; in
lui il partito cattolico vedeva l’uomo che avrebbe battuto le vie di
Gregorio VII, e con accortezza trovato nuovi modi di combattimento,
or che esauriti s’erano gli antichi. Così annunciò tosto egli stesso
alla Cristianità che voleva reggere il Papato secondo le idee di
Gregorio[312]: però trovavasi in condizioni difficili; in Germania,
dove dopo il ritorno di Enrico la guerra civile non aveva mai posato,
era morto testè (nell’anno 1088) Erminio secondo antirè, dopo di
aver fatto sottomessione all’Imperatore; i Sassoni, ed eziandio quasi
tutti i Vescovi di parte pontificia, s’andavano sempre più accostando
a quest’ultimo. Dal 1087 il giovine re Corrado, figlio di Enrico,
trovavasi in Lombardia; finalmente l’Imperatore minacciava di tornare
in persona, di schiacciare Matilde e di affermare il potere di Clemente
III durevolmente in Roma.
Clemente teneva in suo possesso la Città, venale a tutti i partiti;
durante questo tempo di governo di antipapi e di antiprefetti vi
dominava la più spaventosa anarchia; non v’era giorno che per le vie
di Roma non si combattesse; la Città era quasi una montagna di ruine,
entro cui non si scorgeva che tirannide di ottimati feroci, e miseria
di popolo mendico.
Pareva che Gregorio VII avesse lasciato sorti di esilio in retaggio
ad una lunga serie di successori suoi, chè dopo di lui molti di essi
troviamo quasi sempre fuggenti ed esuli da Roma: strano caso di cui
finora non s’era mai visto l’eguale nella storia de’ Papi. Urbano
II dovette trattenersi quasi tutto intiero l’anno 1088 nell’Italia
meridionale, dove i fratelli Ruggero e Boemondo erano venuti a
un’acerba guerra di successione, fino a che riusciva fatto al loro zio
Ruggero di Sicilia ed al Papa di comporli a pace. Il papato trascinava
la vita sotto la dubbia protezione di Principi normanni; ed era altresì
un esercito normanno che nel Novembre 1088 conduceva Urbano II a Roma.
Così la Città tornava ad essere il campo di battaglia di due Papi
che per le vie combattevano l’un contro l’altro, scambievolmente si
maledicevano, e con voce alterna si discacciavano.
Urbano pose dimora nell’isola Tiberina, difeso da Pierleone: impotente
era e povero tanto che le matrone di Roma gli mandavano elemosine;
però con sottili accorgimenti e senza posa tesseva trame d’inganni,
entro cui faceva cadere i suoi nemici. Clemente, per lo contrario,
dominava la massima parte della Città, ma doveva deplorare il suo
destino sventurato che lo condannava a sostenere un titolo a prezzo
di sforzi sovrumani[313]; e forse in cuor suo faceva voti sinceri
di poter finire i giorni che gli rimanevano di vita nella modesta
cerchia del suo arcivescovato. Urbano II, Enrico IV, Matilde, il mondo
desideravano pace, pace; ma la forza della fatalità che pesava sul capo
di tutti i partiti, e che senza tregua aveva messo sossopra un’intiera
generazione, li spingeva ciecamente avanti nel loro sentiero, e
cumulava astuzie sopra astuzie, colpe su colpe. Enrico stesso sarebbe
stato omai inchinevole a pacificarsi colla Chiesa, e soltanto i Vescovi
scomunicati, i quali non potevano che sostenersi in piedi o cadere
con Clemente III, gliene mettevano impedimenti: frattanto casi di gran
rilevanza lo costringevano perfino a scendere nuovamente a guerra in
Italia.
Come Urbano II conobbe che il partito di Matilde, fatto debole,
diventava più propenso a patteggiare con Enrico, e come ebbe ragion
di temere che l’Imperatore fosse per tornare e per vincere, mise in
moto tutte le sue astuzie, e giunse destramente a dare alla Contessa
un novello marito, alla Chiesa un campione ispirato a intendimenti
egoisti. Guelfo IV, figlio di Azzone II margravio di Este e di
Conigonda sorella dell’ultimo Duca svevo della famiglia de’ Guelfi,
era diventato nell’anno 1055 l’erede di quella casa, e aveva cambiato
la sua patria Italia con Alemagna, mentre colà Fulco fratel suo
continuava la linea d’Este. Guelfo aveva sposato la figlia di Ottone
duca di Baviera, e nell’anno 1071 aveva ricevuto in feudo da Enrico
questa duchea, tolta al suocero suo che s’era ribellato. Però aveva
più tardi disertato le bandiere dell’Imperatore, ed era divenuto
uno dei più fervidi seguaci di Gregorio: fino negli ultimi tempi era
stato il caporione e l’anima del partito romano in Germania, e agli
11 Agosto 1086, a Bleichfeld, non lungi da Würzburg, aveva battuto
Enrico. Tuttavia anche quel valoroso guerriero, affranto della lotta,
sarebbe venuto ad un accomodamento coll’Imperatore, se tutt’a un tratto
non s’avesse dato esca alla sua ambizione, che mirava a ingrandire la
potenza della sua famiglia in Italia. Il suo giovine figliuolo Guelfo
V fu scelto ad essere vittima dell’arte politica di un padre, avido
di possedimenti, e di un furbo Papa, chè entrambi lo destinarono sposo
della contessa Matilde. Non erano i vezzi della Principessa, giunta ai
quarantadue anni, ma i suoi beni che destavano desiderio, e benanco
Roberto, erede di Guglielmo d’Inghilterra, vagheggiava la mano della
donna: ella la porse al giovine Guelfo. Lo sponsalizio si celebrò
nell’anno 1089; Guelfo infuse tosto novelle forze nel partito cattolico
d’Italia, ed Enrico fu costretto a discendere ancora una volta in
questa contrada[314].
Quando quest’uomo dalle cento battaglie, accompagnato dai due
Hohenstaufen, Federico e Corrado, calò dalle Alpi nella primavera del
1090, ei trovò contro a sè quella stessa contessa Matilde, cui aveva
combattuta da sì lunghi anni. La grande Principessa, la cui bandiera
teneva adesso in mano un giovinetto diciottenne sposo suo, era, come
l’Imperatore, condannata a una vita irrequieta, sempre in guerra; e
se ci desta meraviglia vedere l’operosità istancabile di un Principe
che pugnava per il suo Impero, ci riesce quasi un mistero la tenacia
fanatica di una donna che non aveva figli. Non andremo descrivendo le
guerre energiche che Enrico sostenne in Lombardia, nè la resistenza
ostinata di Matilde, la quale, quantunque i suoi vassalli mormorando
la sollecitassero a far pace, con caparbietà femminile sdegnolla:
l’attenzione nostra è rivolta alla città di Roma, sebbene le sue
condizioni non escano della solita monotonia. Clemente III era stato
discacciato dai Romani incostanti; ma Urbano non poteva tuttavia
diventar signore della Città, ed anzi era costretto ad andar girovago
nell’Italia meridionale, dove cercava conservarsi l’amicizia dei
Normanni[315]. Anche Giordano di Capua profittava del disordine per
farsi padrone di terre romane, e quando morte il colpiva a Piperno, nel
paese de’ Volsci, s’era impossessato di quasi tutta la Campagna[316].
Frattanto, mentre Urbano raccoglieva Sinodi a Melfi, a Troja e a
Benevento, eziandio i Romani si staccavano da lui: infatti, fallito un
tentativo di pace cui aveva inteso il vecchio Guelfo, Enrico veniva
avanzandosi, e i Romani, subendo la sua influenza, si voltavano alla
sua parte. Nell’anno 1091 s’impadronivano con assalimento repentino del
castel Sant’Angelo, ne cacciavano il presidio pontificio, e soltanto
a gran fatica s’impediva che radessero al suolo la rocca: indi nella
Città chiamavano nuovamente Clemente III, che si trovava al campo di
Enrico[317].
Le quante volte era in Roma, l’antipapa aveva agio di congregare
alcuni Cardinali scismatici e i Vescovi suburbani da lui eletti,
per celebrarne Sinodi che nondimeno restavano privi di efficacia.
Antivescovi desolavano il territorio di Roma, e quasi tutti i Conti
della Campagna riverivano Clemente III, perciocchè quei signori
profittassero dello scisma per rubacchiare a man salva la Chiesa[318].
Nel frattempo l’amministrazione delle cose ecclesiastiche e secolari
per la massima parte trovavasi in mano di Guiberto: per verità anche
Urbano aveva i suoi ministri, i suoi giudici, i suoi prefetti, ma loro
difettava potenza, e di dentro e di fuori della Città, atti giudiziarî
venivano pur sempre segnati coll’epoca di Clemente III. Urbano dovevasi
star contento a scomunicare il suo avversario da Benevento, dove nel
Marzo dell’anno 1091 riuniva un Concilio, ma nella Città non poteva
entrare, e in questo anno e nel successivo era costretto a celebrare
fuori delle sue mura le feste Natalizie, laddove Clemente pontificava
in san Pietro.
La caduta di Mantova (avvenne in Aprile dell’anno 1091) e di altre
città, lo scoraggiamento del partito di Matilde, la defezione di Roma,
misero sbigottimento nell’animo dei Cattolici, laonde lambiccarono il
cervello a sollevare contro l’Imperatore un nemico nuovo e formidabile.
Le astuzie dei preti, l’odio di una femmina degenerato adesso in vero
fanatismo, e l’avarizia del vecchio Guelfo, combinarono il più malvagio
di tutti i disegni. Da parecchi anni il giovine Corrado, maggiore dei
figli di Enrico, era suo vicario in Italia: dissimile per indole dal
padre, ne aveva ereditato soltanto la tempra incostante, non la foga
appassionata. Tutti i contemporanei lo dipingono bello della persona,
d’animo mite, propenso alle arti di pace. Può darsi che da lungo tempo
i preti avessero avviluppato nei loro lacciuoli il cuore del giovine,
che, atterrito di quella lotta smisurata, sentiva repugnanza dei rozzi
uomini onde Enrico si circondava, e crucciavasi dell’anatema della
Chiesa. Probabile è che il figliuolo non approvasse i principî del
padre, e le dissolutezze, cui questi si dava in braccio, distruggevano
il rispetto figliale che l’altro gli avrebbe dovuto. Corrado si lasciò
sedurre a ribellione; il padre ebbe sentore del suo proponimento,
e lo fece imprigionare, ma il giovine scappò, e si rifuggì presso
Matilde, che l’accolse con gran gioia. La ribellione cui ella lo
sospinse spogliò la illustre donna di tutto lo splendore che fino a
questo momento ne aveva abbellito la vita. Spenti s’erano i sentimenti
geniali, inspiratori della sua giovinezza: a Canossa, a fianco del
suo amico Gregorio, quando intercede a pro dell’avvilito re Enrico,
Matilde è un profilo di donna che induce a reverenza; sedici anni più
tardi, a fianco del suo sposo, che non è dappiù di un ragazzo, mentre
ricovera sotto le sue «grandi ali» il figlio ribelle di quello stesso
re Matilde non è che una femmina fanatica[319]. Ella mandò Corrado al
Papa, e questi assolse il giovine traditore del padre. Nel tempo stesso
Guelfo non oziò, ma intese a raccogliere una lega lombarda contro di
Enrico; la defezione di Corrado trasse con sè quella di molte città;
Milano, sede un dì del partito imperiale, Lodi, Piacenza, Cremona si
dichiararono a favore di lui, e conchiusero una lega di vent’anni col
giovine duca Guelfo e colla contessa Matilde: indi, nell’anno 1093,
Corrado fu coronato a Milano re d’Italia[320].
Allorchè sull’animo dello sciagurato re scese il cumulo di tanti
dolori, la fuga, la deserzione e la coronazione del suo figliuolo,
colto di mestizia si chiuse in un solitario castello, e disperato
brandì un ferro, e fu per uccidersi[321]. Qualunque siano stati i
falli che commise (i suoi fieri nemici molto senza dubbio inventarono
ed esagerarono), qualunque colpa abbia avuto della defezione del
figliuolo, la sua sorte fu delle più crudeli. Anche la sua seconda
moglie, Prassede o Adelaide di Russia, fuggì di Verona, corse a
Matilde, e adescata dai preti, da quella povera barbara ch’ella era,
in due adunanze ecclesiastiche svelò innanzi all’universo mondo, senza
vergogna, ma non senza colpa, i misteri del suo letto nuziale[322].
L’avvenuta mutazione delle cose concedeva agio ad Urbano II di venire
adesso a Roma, sulla fine di Novembre del 1093. Il suo antagonista non
si trovava più nella Città, ma s’era ricoverato nel campo di Enrico;
tuttavia le genti di Guiberto tenevano in loro mano il Laterano,
il castel Sant’Angelo ed altri luoghi muniti; perciò Urbano era
costretto a rinchiudersi nelle case dei Frangipani. Questa famiglia
aderiva costantemente ai Pontefici legittimi; essa aveva fortificato
di munimenti il suo palazzo in prossimità di santa Maria Nova, sulle
ruine della «Casa aurea» di Nerone, e vi aveva eretta una torre,
che si appellava _Turris Cartularia_: l’arco di Tito era compreso
dentro di quella fortezza baronale, ed apriva ovvero chiudeva il suo
ingresso dalla via Sacra[323]. Ivi dunque pose dimora Urbano sotto
la protezione di Giovanni console, figlio di Cencio e nipote di
quel Leone Frangipane, che intorno al mille aveva dato origine alla
celebre famiglia. In deplorevoli condizioni stavasi il Papa, poichè
era crivellato di debiti; l’abate Goffredo di Vendôme, venuto in
questo tempo nella Città per faccende del suo convento, fu commosso a
pietà delle sorti di lui, vendette tutto ciò che possedeva, lo trasse
di difficoltà e gli diede copia di denaro con cui potè corrompere
Ferrucio, che Clemente III aveva posto da comandante del Laterano.
In sulla Pasqua dell’anno 1094 Urbano entrò nella residenza dei
Pontefici, e per la prima volta sedette sul trono lateranense, che,
secondo la sentenza dell’Abate, da tempo lungo era stato vedovo di Papi
cattolici[324].
Una tetra imagine del decadimento di Roma offre Urbano II, afflitto
vecchio, che compera la residenza pontificia col denaro di un Abate
straniero, e siede nel deserto Laterano, circondato da partigiani rozzi
e da Vescovi, che per barbarie non sono da meno di quelli: di là guarda
al cumulo di ruine cui, monumento di Gregorio VII, son ridotte chiese
e vie, e contempla Roma desolata e squallida, abitata da un popolo
immerso nelle miserie e agitato da passioni fiere. Nella storia v’hanno
forse molti esempî di sventure quali son quelle che pesano sul capo di
Enrico IV a questo medesimo tempo? divorando l’affanno del figliuolo
ribelle, e coltivando in mente pensieri suicidi, ei vive obliato in un
castello lombardo, mentre tutto all’intorno le province sono devastate
dal ferro e dal fuoco, sì come all’età delle guerre gotiche: e tutto
questo è conseguenza della controversia delle investiture, e monumento
del settimo Gregorio.
§ 3.
Condizioni cui è ridotto il mondo, causa la controversia fra la Chiesa
e lo Stato. — Le Crociate. — Il loro commovimento universale infonde
fortezza al Papato. — Urbano II predica la crociata a Piacenza e a
Clermont (1095). — Attenenze della città di Roma colle Crociate e colla
cavalleria. — I Normanni d’Italia prendono la croce. — L’esercito
crociato, condotto da Ugo di Vermandois, passa per Roma, donde è
cacciato Clemente III. — Urbano II ritorna nella Città.
La lunga guerra che s’era combattuta fra la corona e la tiara aveva
precipitato tutto l’Impero in miserie così grandi che non si possono
descrivere; il furore dei partiti aveva riempiuto tutti i ceti sociali
di odii contro natura, di divisioni, di colpe. La ribellione di
Corrado contro al padre non era che il simbolo chiarissimo in cui la
gente umana di quell’età scorgeva riflettersi lo stato suo proprio,
chè nel mondo vedevansi padri combattere contro figliuoli, fratelli
contro fratelli, Principe contro Principe, Vescovo contro Vescovo,
Papa contro Papa. Una divisione così acerba della vita sociale, quale
dapprima non s’era vista mai nella storia, sembrava dilaniare lo stesso
Cristianesimo, e distruggere la veneranda maestà dei suoi misteri. La
tenebra di una maledizione mortifera aveva velato la faccia del mondo;
dov’era il Salvatore, tutto benedizione e carità? Se in quel tempo
Cristo fosse tornato in terra, avrebbe visto con gran meraviglia che
la religione d’amore fondata da lui s’era sviata dalle fonti purissime
della sua origine fino a non riconoscersi più; e Pietro con istupore
avrebbe trovato che i suoi successori nell’officio apostolico erano
affaccendati ad erigersi un trono di Cesari sulle ruine di Roma, sul
sepolcro di lui, e appellavansi «pontefici massimi,» come s’erano in
antico chiamati gli Imperatori di Roma.
Sul finire di questo secolo il mondo europeo somigliava ad un campo di
battaglia su cui era calata l’ombra della notte; gli eserciti, spossati
di forze, ma non satolli di odio; desideranti in cuore la pace, ma
condannati da colpe ancora inespiate a continuare la guerra fratricida,
aspettavano il novello mattino per iscagliarsi ferocemente l’uno contro
all’altro. Però, all’albeggiare del giorno, credevano di vedere un
cherubino librarsi nel cielo, accennar loro di seguirlo verso Oriente,
e comandare che conchiudessero la pace di Dio e muovessero in armi
alla santa Gerusalemme, dove si conveniva che presso al sepolcro del
Redentore facessero penitenza delle peccata loro e del mondo.
Ei si vede chiaro che il fenomeno meraviglioso delle Crociate riceve
spiegazione dall’indole di questo tempo. Se anche molte altre cause
v’abbiano avuto loro parte, la controversia delle investiture fu
certo una delle leve di questo moto smisurato. Tutti i risultamenti
della storia sono conseguenza dell’occulto lavorìo degli impulsi e
delle necessità degli uomini; colpe, follie, errori, istessamente che
virtù, intelletto e genio, sono le ragioni che rimestano la storia e
la spingono innanzi nel suo cammino. Dopo la corruzione profonda del
secolo decimoquinto, di cui caddero martiri Giovanni Huss, Geronimo e
il Savonarola, gli uomini arsero del desiderio di farne espiazione,
e dalle sacre Scritture la Riforma resuscitò Cristo di cui si aveva
perduto la memoria. Nel secolo undecimo, la gente umana era di quattro
interi secoli più fanciulla e più rozza, ed essa andò a cercare il
Salvatore nella sua tomba materiale. Laonde le Crociate rappresentarono
il ritorno degli uomini alle fonti della salute, in una spedizione vera
che s’avviò all’Oriente, culla della religione cristiana.
Non era Cristo quasi obliato nel mondo? Il culto della Vergine, degli
Apostoli, e di una legione di Santi non l’aveva cacciato in bando? Roma
non aveva vestito il simulacro di un principe degli Apostoli col manto
di patrizio secolaresco? di lui, nel secolo ottavo, un Papa non aveva
potuto dire che tutto Occidente lo venerava come Dio in terra? Pietro
era simbolo della gerarchia romana, dell’unità della Chiesa universale,
ma non della salute che ogni anima cristiana invocava. Non era forse
meglio di andare a cerca del figliuolo di Dio, anzichè di volgersi al
portinaio del cielo? Dalle porte di Roma (così s’aveva insegnato al
mondo di credere) passava la via che conduceva diritta al paradiso,
ma di quelle porte era pure uscita e s’era rovesciata per le terre
la maledizione di Gregorio VII, e le aveva riempiuto di flagelli. I
vizî del clero, molti Papi di vita riprovevole, gli orrori di guerre
partigiane eterne, avevano diminuito la venerazione di Roma, e nell’età
di Enrico IV appena era se pellegrini giungevano ancora alla Città,
e appena se entravano nel profanato san Pietro, ch’s’era tramutato in
fortezza delle genti di Guiberto. Mentre da tempo omai lungo schiere
sempre più rade di pellegrini venivano al sepolcro del principe degli
Apostoli, sempre più numerose erano quelle che movevano alla tomba
di Cristo; e Roma aveva trovato un’emula di santità in una città
israelitica situata nella remota Asia[325].
Se ci avranno pensato un po’ sopra, può darsi che i Romani abbiano
maledetto le Crociate che traevano i pellegrini pii e fiumi di
denaro ad un indirizzo diverso da quello della loro Città; però se
questa dovette far amara esperienza che quelle fonti di guadagno
s’erano inaridite, la Chiesa romana attinse invece forze nuove dal
nuovo entusiasmo. In un tempo nel quale le loro sorti erano ancor
dubbie nella lotta che tuttavia durava con Enrico IV i Pontefici si
misero, senza frapporre indugio, alla testa di un immane movimento, e
progredirono colle idee del tempo; dalle divisioni a minuzzoli e dagli
interessi meschini, cui era discesa la controversia della riforma, si
levarono ad un’idea cristiana universale, ad un subbietto sublime di
religiosa fantasia; si tolsero di dosso nemici remoti e prossimi, e
argomenti di eresia e di scisma, e li cacciarono in Siria; congiunsero
nuovamente la Chiesa ad unità in una grande passione che scaldava tutta
Europa, e così si crearono una novella altezza nella storia universale.
La nostra generazione contempla con meraviglia un secolo nel quale un
eremita in luride vesti, a cavalcione di un asino, correva il mondo, ed
era accolto come messaggiero di Dio; un’età in cui la descrizione dei
mali ond’erano oppressi i Cristiani nella remota Gerusalemme infiammava
mezzi i popoli a furore religioso, e dalla loro patria li traeva nella
tomba spalancata che gli aspettava in Asia. L’oppressione dei Cristiani
di Siria non era dura oltre misura, nè gli Storici di quella età hanno
potuto riferire di massacri di venticinquemila persone, quale fu quello
che avvenne a Damasco nell’anno di civiltà 1860. Se avesse avuto un
simil fatto a predicare, Pietro di Amiens avrebbe probabilmente spinto
mezza Europa contro Asia; oggidì invece lo si avrebbe per un cervel
malato e sarebbe accolto con beffa. La gente umana per buona ventura
non è più capace d’imprendere guerre omicide per idee religiose, ma
forse ha anche perduto il sentimento bollente e giovanile per ciò che
v’ha di grande e di sublime nell’umanità. Dopo otto secoli sarebbe
insania affermare che le Crociate sieno state conseguenza di una
follia religiosa; furono una manifestazione dell’idealità di quei
tempi, un parto della intiera indole del medio evo, una grande epoca
nella vita stessa degli uomini. Chi pensa all’efficacia elettrica di
quell’impulso, ed alla forza operosa che dentro di esso riuniva popoli
di schiatte diverse, i quali prima non s’erano mai congiunti in uno
scopo comune, vi ravvisa lo spettacolo di una grandezza che umilia le
divisioni e le ingenerose debolezze della moderna arte politica[326].
Urbano II ornò di gloria il suo pontificato colla prima Crociata
che egli stesso predicò. Invitato dalla contessa Matilde ad andare
in Toscana, indisse un Concilio a Piacenza. Le allegrezze con cui
lo accolse Lombardia, la moltitudine di chierici e di laici che si
riunirono colà (in sul principio di Marzo del 1093), gli diedero a
divedere che la causa di Enrico era perduta, che egli aveva vinto
la sua. Non vi fu chiesa abbastanza grande per capire la moltitudine
accorsa a quel parlamento; fu duopo congregarsi a cielo aperto. Una
commozione profonda agitava il mondo, che Gregorio VII aveva scosso
in tutte le fibre; un nuovo spirito lo animava. Innanzi al Concilio
si presentò la prima ambasceria di Bisanzio che venisse a chieder
soccorso, e fu confortata con promessa di assistenza: però una seconda
assemblea universale fu bandita a Clermont per il mese di Novembre,
dove un Papa francese avrebbe fatto appello ai Franchi cavallereschi
di muovere a sostegno della guerra di Oriente. Prima che Urbano
andasse colà, ricevette a Cremona l’omaggio del giovine Corrado, e,
a patto che rinunciasse al diritto d’investitura, gli fe’ balenare la
prospettiva che otterrebbe l’Impero. Il ribelle acciecato andò indi a
Pisa ad incontrare la sua ricca fidanzata ch’era figliuola di Rogero
di Sicilia; quanto al Papa, egli partì per Francia, ov’era aspettato al
Concilio.
Nella pianura di Clermont lo salutarono tredici Arcivescovi e dugento
cinque Vescovi commossi a fervore, gli prestarono omaggio molti
maggiorenti delle terre francesi, e lo applaudirono le grida febbrili
delle migliaia di uomini accorsi che accampavano intorno alla città,
simili a una nube gravida di forze elettriche, la quale attendeva la
scintilla della sua parola per divampare in fuoco e in fiamme. Tutti
gli oratori di Grecia e di Roma avrebbero portato invidia ad Urbano
non soltanto per la grandiosissima delle missioni, ma eziandio per
la simpatia che trovava negli uditori convenuti a questo parlamento
celebre nella storia universale: appena v’ha altro luogo da questo in
fuori, in cui la parola abbia sortito pari potenza di affascinare le
moltitudini. Ancora in tempo sì tardo la lingua di Cicerone prestava
all’oratore la sua magnifica e sonante maestà per infiammare turbe,
nella cui bocca da lunghissima età s’era corrotto il latino antico.
Altrove, quando parlatori vollero infervorare i loro uditorî in una
grande idea, adoperarono l’adulazione, lodandone le più belle virtù,
di cui per lo meno facevano supposto che fossero forniti i loro
ascoltatori; l’oratore sacerdote vedeva invece quei mille e mille
composti per massima parte di ladri e di assassini, e questi predicati
ben lungi che attenuarne l’entusiasmo, gliene davano una foga più
vigorosa. Strano contrasto! una meta sublime è additata al sentimento
del mondo; e ladri e assassini, appunto perchè tali, sono chiamati a
salirne le cime eccelse. Urbano non tenne un discorso, ma una predica,
e la più potente spinta s’ebbe quella moltitudine udendo parlare
della penitenza dei peccati, della Crociata considerata come opera di
disciplina, e volta a ottener di quelli l’assoluzione. Il Papa dipinse
in brevi parole la cattività della remota città del Re dei Re, dov’egli
aveva operato, sofferto la passione ed era morto: per dar poi maggior
peso a’ suoi ammonimenti, Urbano trasse in suo soccorso lacrime,
gemiti e sentenze dei Profeti, ed esortò la Cristianità a cingere
tutta concorde la spada, e a liberare Cristo dalle catene turchesche.
«Levatevi, volgete le vostre armi, intrise di sangue fraterno, contro i
nemici della fede cristiana. Voi oppressori di orfani e di vedove, voi
uccisori e profanatori di chiese, voi predoni degli altrui beni, voi
che ricevete denaro per isparger sangue cristiano, voi che simili ad
avoltoi correte dietro al lezzo dei campi di battaglia, affrettatevi:
se amate l’anima vostra, movete con Cristo duce alla difesa di
Gerusalemme. Voi tutti che foste rei di tai delitti che vi dividono dal
regno di Dio, riscattatevi a questo prezzo; così vuol Dio...»
Spesse volte la più focosa eloquenza non giunse a capo di indurre una
moltitudine al partito conforme a’ suoi più prossimi vantaggi: invece
Urbano trasse a entusiasmo il parlamento di Clermont per lontani
confratelli di fede, e per una lontana città, che terre e mari e mille
anni di età separavano d’Europa. Il suo uditorio, stretto in fitta
calca (poca gente onesta poteva contarsi in esso) interruppe spesse
volte il Papa col grido fanatico: _Deus lo volt, Deus lo volt_[327].
Principi, cavalieri, vescovi, servi attaccarono con mani tremanti
di fretta una rossa croce all’abito; ambizione, genio di avventure,
delitti di ogni maniera potevano ricoverarsi sotto di quel segno;
tutti gli uomini di stato servile, genti oppresse, delinquenti, banditi
potevano raccogliersi intorno alla bandiera dell’impresa, coll’animo
fidente di guadagnarne assoluzione delle peccata in vita, paradiso
in morte, e, prima, d’impadronirsi in Siria di monti d’oro. L’esito
fu ancor più completo di quello che Urbano avesse potuto aspettarsi.
Sebbene alcuni Vescovi lo spronassero a mettersi lui stesso alla testa
della spedizione, egli se ne scansò, ma nominò Ademaro vescovo di Puy a
suo vicario.
Lo Storico della città di Roma guarda intorno a sè per cercare quai
Romani sieno accorsi a schierarsi sotto il vessillo del Redentore,
e a portare un contingente romano nel campo storico delle Crociate,
chè sarebbe suo còmpito di descrivere i _Gesta Dei per Romanos_:
però neppur uno ei ne discerne. Probabilmente il Senato e il popolo
avrebbero fatto le grasse risate, se Urbano avesse loro chiesto
di animarsi a santo furore, di abbandonare le rovine di Roma, di
muovere alla liberazione della città di Gerusalemme, che in antico
Imperatori romani avevano distrutta: era pur della sua caduta che
l’arco di Tito serbava ancora ricordanza, e il Laterano celebrava a
sua gloria di custodirne l’arca dell’alleanza, e i tardi nepoti di
quel popolo israelita fin dai tempi di Pompeo abitavano presso il
ponte del Tevere, disprezzata scuola di stranieri. Rade volte i Romani
s’accesero di entusiasmo per idee grandi, e al sentimento romantico
della cavalleria stettero tutti muti. Ovunque alitò lo spirito dei
Germani e dei Normanni, la cavalleria spiegò la sua potenza d’eroismo
coi suoi arbitrii, coi suoi sollazzi, colle sue violenze, colla sua
operosità che la traeva errante per terre e per mari; al contrario,
in questo periodo di tempo la massima parte d’Italia non ebbe indole
che la ponesse a paro di quelle altre genti. Le città operose trassero
dalle Crociate una fonte di guadagni con traffichi e con navi da
trasporto; Roma n’ebbe ragione di decadenza più grande. Nè in questa
Città la cavalleria poteva acquistar forma e figura; la Chiesa, che
tarpava lo svolgimento d’ogni floridezza secolaresca (e molto per essa
contribuiscono le donne), non concesse che quella mettesse radice;
e del resto le tradizioni dell’antichità facevano dei nobili romani
altrettanti senatori e consoli, ma cavaliere nessuno. Ad un torneo che
s’avesse dato in Roma nell’arena del Circo antico tutta sparsa d’erba,
avrebbero fatto contorno, vicinanza piena di contrasti acerbi, chiese
e chiostri e rovine della vecchia Roma; e sui gradini del Colosseo
s’avrebbero dovuto congregare a mirarne lo spettacolo, più monache
piagnolose che donne sorridenti, più frati e preti che nobiluomini e
cittadini. Per verità il feudalismo era penetrato dentro delle terre
romane, ma il sistema del vassallaggio, composto di parecchi elementi
che posavano sull’ordinamento della cavalleria, poteva aver vita
soltanto in una corte secolare, non in una corte di ecclesiastici. I
nobili romani di questa età erano genti rozze, dimoravano fra monumenti
antichi, divisi in fazioni, combattenti in lotte continue fra di sè,
coi Papi e cogl’Imperatori, tutti avidi d’oro, poveri tutti. Da altra
parte nella Campagna albergavano Conti, predoni grandi e piccoli,
annidati in castella, sopra greppi montani, la cui vista era orrida
allora come è oggidì, avvegnachè nessuna opera di coltivazione, in
nessun tempo, abbia avvivato le terre, antiche residenze di Conti,
quai sono Segni, Ceccano, Monterotondo, Palestrina, Civita Castellana,
Galeria. Non trovatori vaganti visitavano i manieri di quei signori
feroci; nè in essi, nè in Roma si radunava mai una corte di dame
leggiadre a coronare di fiori un cavaliere vincitore della lizza. La
vaga poesia del medio evo non raccolse mai il volo sulle meste ruine di
Roma, dove, sopra le riverse colonne di granito, pareva che sedessero
le ombre severe di Senatori antichi, ploranti la caduta della loro
Città.
La cosa andò diversamente alla corte dei Principi normanni dell’Italia
meridionale. Nati cavalieri, avevano conquistato arditamente le loro
belle contrade dov’erano venuti da avventurieri; colle loro robuste
lance avevano discacciato di Sicilia i Musulmani, e incusso spavento
all’Imperatore greco: perciò allo squillo della tromba santa saltavano
in piedi lietamente, correvano all’armi per compiere nuove imprese, per
conquistar paesi nuovi; e l’Italia normanna decorava la prima Crociata
colle geste di Tancredi e di Boemondo, eroi immortali. Tancredi, fiore
della cavalleria, seguì le bandiere di Boemondo congiunto suo, poichè
questo figliuolo del Guiscardo, maggiore di età, ma posposto al suo
più giovane fratello Rogero, rovesciava la tenda che spiegava innanzi
ad Amalfi assediata, e moveva anche egli nell’anno 1096 a Gerusalemme.
Sotto quei due capitani si raccolsero genti italiane, forse anche delle
province romane, ma il Cronista che, poeta precursore del Tasso, ne
passa in rassegna l’esercito, non fa menzione di uomini di Roma, che
fossero in mezzo a loro[328].
Il passaggio di un esercito crociato diede impulso ai Normanni di
prendervi parte. I Francesi settentrionali, i Normanni francesi ed
inglesi venivano sotto la capitananza di Ugo di Vermandois fratello
del re di Francia, di Roberto di Fiandra, di Roberto di Normandia
figlio di Guglielmo il Conquistatore, e di Stefano di Chartres e
Blois: passavano di Toscana, e per Roma andavano nelle Puglie, poichè
ivi dovevano imbarcarsi a Bari[329]. Quei Principi s’incontrarono a
Lucca col Papa, il quale tornava a Roma; colà egli li benedì, affidò
ad Ugo il gonfalone di san Pietro, e potè indi servirsi di loro,
facendosene conquistar Roma e cacciare le genti di Guiberto fuor del
san Pietro. Colle fresche memorie del sacco che avevano sofferto per
opera di Guiscardo, può darsi che i Romani stessero in gran trepidanza
vedendo avvicinarsi i Normanni di Francia e d’Inghilterra; e fortunati
potevano reputarsi che quell’esercito magnificamente armato fosse
composto di soldatesche disciplinate, cui comandavano i più splendidi
Principi dell’Occidente. Se i Cronisti ci avessero detto qualche
cosa di più sul soggiorno che quei Crociati fecero a Roma, noi forse
li vedremmo dar l’assalto ad alcuni monumenti dove si appiattavano
a riparo i Guibertisti. Le soldatesche di Francia e d’Inghilterra
meravigliarono di dovere, nel loro cammino a Gerusalemme, sguainare
le spade in mezzo di Roma santa contro i fieri nemici del Papa, e
intriderle nel sangue di scismatici che neppur giungevano a domare:
e dovettero sentire un brivido di spavento omai in Roma trovando i
Turchi, e vedendo Cristiani omicidi minacciar loro, i sacri pellegrini,
perfino dentro del santuario di san Pietro, mentre oravano presso alla
«confessione» dell’Apostolo. «Quando fummo entrati nella basilica»,
così narra un testimonio oculare che fu fra quei Crociati, «vi trovammo
le genti dell’imbecille papa Guiberto colla spada in pugno; ed eglino
si ciuffavano le offerte votive che noi deponevamo sugli altari; si
arrampicavano sulle travi della chiesa e di là ci scagliavano addosso
pietre, in quello che noi ce ne stavamo ginocchioni in orazione,
perocchè volessero trucidare chiunque loro sembrava che parteggiasse
per Urbano.» Fulchero confessa che i Crociati mirarono con orrore lo
stato spaventoso della città capitale della Cristianità, ma lasciarono
a Dio di farne le vendette; chè molti di essi di Roma se ne tornarono
vilmente alle loro case, e gli altri continuarono il loro cammino alla
volta di Bari, passando da Monte Cassino[330].
Queste furono le attenenze che la città di Roma s’ebbe colle Crociate:
l’energica dipintura che dà Fulchero risparmia allo Storico di dire
una sola parola di più. Del rimanente, Urbano trovò il suo profitto
nel passaggio che fecero i Crociati. Eglino obligarono Guiberto ad
abbandonare la Città; probabilmente conquistarono qualche torre e
fortezza; e il Papa, che entrò in Roma in coda ad essi, potè almeno
celebrarvi tranquillamente le feste natalizie. Adesso egli era padrone
di quasi tutta la Città, chè soltanto il castel Sant’Angelo (ad
assediare il quale i Crociati non avevano voluto far sosta) restava
ancora in potere dei Guibertisti[331].
§ 4.
Attenenze di Enrico IV colla prima Crociata. — Il Papa si pone a capo
del movimento universale. — Guelfo V si separa da Matilde. — I Guelfi
passano dalla parte di Enrico, nonpertanto la causa di questo è perduta
in Italia. — Enrico IV ritorna in Alemagna (1097). — Conclusione delle
sue tragiche lotte. — Muore Urbano II (1099). — Muore re Corrado
(1101). — Enrico IV muore miseramente (1106). — La persona di lui
innanzi al giudizio dei posteri.
La prima Crociata fe’ palese la debolezza dell’Impero, il quale
restò al di sotto della missione che era propria di esso. Non si
spettava forse a còmpito dell’Imperatore, come capo secolare della
Cristianità, di porsi alla testa di questo grande commovimento, di
spiegarne lo stendardo, e di guidare Principi e popoli alla guerra
santa? Per colpa delle circostanze e di Enrico IV, l’Impero lasciò
trascorrere e perdette un momento di tanta rilevanza, che l’eguale
non fece più ritorno. In tutta la storia del medio evo non v’è altro
tempo pari a questo del cominciamento delle Crociate, donde possa
vedersi, meraviglioso fatto, il fenomeno di una corrente spirituale
che invade e trascina tutta la gente umana; in nessun’altra occasione
mai si sente tanto grande ammirazione della potenza degl’impulsi
religiosi, e delle fortune o del genio dei Papi. Mentre il Pontificato
toglieva in mano sua la missione che incombeva all’Impero, esso balzava
quest’ultimo dalle cime della storia universale, e vi si assideva
esso. Gregorio VII aveva chiaramente compreso la rilevanza della pugna
che si doveva accendere fra Europa ed Asia, e aveva inteso a farsene
duce; questo pensiero ei lasciava ai suoi succeditori in eredità, e il
sottile Urbano la raccoglieva. Non importava che il Papa in persona
si prendesse o no la capitananza della spedizione, chè il mondo è
dominio delle idee, e di queste i Papi erano guidatori. Poichè le
Crociate erano creazione della Chiesa, la Chiesa mostrava al mondo
sè esser quella che riuniva i popoli ad unità. Enrico IV oscuramente
s’accovacciava in un castello dell’Italia superiore, in quel mentre
che, senza di lui, i parlamenti di Piacenza e di Clermont iniziavano
nella storia universale un’epoca nuova: Enrico IV, che se ne fa
spettatore inoperoso, ci pare quasi caduto più in basso di quello che
fosse allorchè correva penitente a Canossa; l’anatema del Papa lo ebbe,
per così dire, scomunicato fuor del grembo della storia.
Abbiamo veduto Enrico accasciarsi in Italia sotto il peso della rivolta
del suo figliuolo; colà la sua causa pareva perduta, e altresì in
Germania volgeva a grave pericolo. Ma il capriccio del destino che
lo palleggiava, lo rialzò tutt’a un tratto dalla sua caduta. Una
discordia famigliare forma uno strano episodio della gran guerra fra
la Chiesa e lo Stato, che proprio adesso pareva andarsene smarrita in
mezzo al maggiore movimento delle Crociate. Le idee spingono il mondo
verso un avvenire remoto, laddove sono gli interessi che guidano i
più prossimi fatti degli uomini; e la «sacra fame dell’oro,» la quale
nelle cose umane ha la sua brava parte come i più idealistici impulsi
di religione, ci farà mai sempre ricordevoli che metà della storia è
dominata dalla materia. Il matrimonio di Matilde con Guelfo era forse
stato un legame puramente platonico, e ciò era avvenuto per volontà
della donna e per arte politica di Roma; la Contessa non aveva voluto
un marito, ma un uomo che impugnasse la sua bandiera nella lotta contro
Enrico; non un erede dei suoi dominî, ma un servitore dei suoi intenti.
I meriti conseguiti e la più matura età davano però al giovine Guelfo
il coraggio di uscire della sommessione in cui s’era fino adesso
tenuto verso la moglie sua, laonde le faceva capire di voler egli
governare e possederete sue terre: sennonchè Matilde gli rispondeva
trattandolo da ragazzo arrogante. Probabilmente questo dissenso fe’
venire in aperto ciò che ai due Guelfi s’era tenuto celato, ossia
che il retaggio di Matilde era omai donato alla Chiesa, avvegnadio la
Contessa in un istromento avesse promesso tutte le sue terre al suo
amico Gregorio[332]. Quantunque le più prossime ragioni della rottura
fra i due sposi ci restino buie, ei si può tuttavia accogliere per
vero, che quella donazione v’avesse grande influenza. Dopo il Concilio
di Piacenza il giovane Guelfo si divise apertamente da Matilde, ed è
difficile che ciò avvenisse senza la cooperazione di Urbano; il furbo
Papa discioglieva un matrimonio che di tale non aveva che l’apparenza,
dopochè da quel legame s’era avvantaggiato a servigio suo; anzi gli
tornava il conto che ciò accadesse, perchè così s’allontanava uno
che pretendeva ai beni di Matilde. Il mondo aveva testè udito le
rivelazioni di una Regina che accusava il marito delle più abbominevoli
colpe conjugali, ed ora ascoltava le confessioni di un Principe, il
quale o avrà accusato la sua illustre moglie per ciò che non adempieva
al debito conjugale, o avrà messo in piazza un cotale platonismo,
qualunque di esso fossero le ragioni, per velare i veri motivi della
separazione[333].
Il vecchio Guelfo venne a fretta e a furia in Italia: come vide che
del suo figliuolo non s’era fatto che un fantoccio di marito, e che
lo si aveva giuntato del retaggio di Matilde, lo prese seco, e andò,
smaniante d’indignazione, al campo di Enrico. L’avarizia dei Guelfi
si gettò d’un tratto dietro alle spalle qualunque rispetto religioso
e politico; lo scomunicato nemico diventò ad un volger d’occhi l’amico
più caro. Allora Enrico uscì della solitudine per tornar a combattere
contro Matilde, e i Guelfi corsero a Germania dove, con meraviglia di
tutti, rafforzarono con gran fervore il partito dell’Imperatore.
Tuttavia Italia andò perduta per Enrico. La grande Contessa ebbe
la gloria durevole di aver resistito dodici anni contro le armi
dell’Imperatore, e di avere efficacemente difeso sotto il suo scudo
il Papato. L’Imperatore dovette lasciarla padrona del campo, poichè,
nell’anno 1097 tornò in Alemagna, e questa volta per sempre; per vero
dire il papa suo Clemente III continuò ad opporre una debole resistenza
dalle sue castella, ma rimase uomo impotente nel suo arcivescovato
di Ravenna, mentre Urbano II finalmente veniva in possesso di tutta
Roma. Pierleone protettor suo s’impadroniva, ai 24 di Agosto 1098, del
castel Sant’Angelo, che prendeva a tradimento; e allora il Papa potè
dirsi padrone vero di Roma[334]. Urbano fu più astuto e più fortunato
di Gregorio VII; se questi può paragonarsi a Cesare, Urbano rispetto a
lui fu Augusto: dopo tempeste cotanto violente, dopo una vita trascorsa
in esilio ossia in peregrinazioni occupate in grandissima operosità,
questo Papa potè finalmente godere di un breve periodo di quiete e
di trionfo. Nell’Italia meridionale egli avvalorò la sua alleanza coi
Normanni, coi quali era in rapporti di intima amicizia, e benanco (da
Salerno ai 5 Luglio del 1098) nominò il conte Rogero di Sicilia e i
suoi successori a legati apostolici nell’isola[335]. Dopo la Pasqua
dell’anno 1099 congregò a Roma un grande Concilio, ed in questo rinnovò
tutti i decreti suoi e dei suoi predecessori[336].
Dopo di aver riferito delle tragiche battaglie che Enrico IV combattè
contro i Papi, allo Storico non resta quasi altro a dire, fuorchè
informare della morte degli uomini maggiori. Urbano passò di vita
addì 29 di Luglio del 1099. Se sia giunta al suo orecchio la novella
che Gerusalemme era caduta, ai 15 del Luglio, in mano dei Crociati,
ben potè egli chiudere con letizia gli occhi all’ultimo sonno. Non
morì in Laterano, chè il palazzo pontificio era allora in ruina, e
la Città era pur sempre piena di scismatici ardenti di fanatismo e
di nemici omicidi[337]. Il Papa avventurato, che ebbe dato principio
alle Crociate, fu costretto a dimorare nelle tetre case di uno dei
suoi difensori; morì nel munito palazzo di Pierleone in vicinanza
della chiesa di san Nicola in Carcere, e financo il suo cadavere
dovette trasportarsi al san Pietro per rigiri di vie solitarie del
Transtevere[338].
Anche Clemente III doveva in breve, e prima di Enrico, essere sciolto
dalle cure della vita, laddove la grande Contessa sopravvisse a
tutti i suoi illustri contemporanei: quanto al giovine Corrado morì
disprezzato e in abbandono a Firenze, omai nell’anno 1101. La Storia
della Città non può seguitare più oltre in Alemagna i passi del suo
infelice padre; non le è consentito descrivere le sue nuove lotte, nè
la scellerata sedizione di Enrico suo secondo figliuolo, nè finalmente
la sua tragica fine; maledetto dalla Chiesa, deposto dai Principi
tedeschi, maltrattato dallo snaturatissimo figliuolo, morì a Liegi,
addì 7 Agosto dell’anno 1106, fra le braccia di alcuni amici che gli
rimasero a tutta prova fedeli[339]. Non faremo altro che volgere un
mesto sguardo al sarcofago di Enrico, la cui salma, dissotterrata
da preti fanatici nella chiesa di Liegi dov’era stata deposta, fu
tramutata in un’isola deserta della Mosa, dove vediamo un solitario
frate, pellegrino di Gerusalemme, sedervi accanto e recitargli le
preci dei morti. L’uomo deposto in quella tomba era stato un peccatore
geniale, ma altresì un prode guerriero; e chi giudica spassionatamente
deplora che la prima metà della sua vita sia stata quella di uno
scapestrato e di un despoto, ma la ragione de’ suoi falli in parte
spiega da sventuratissimi casi in cui fu travolta la sua giovinezza
orbata della guida di un padre, e che lo fecero subbietto di contrasto
delle fazioni e delle loro abiette avidità. La lotta che sostenne
contro il più violento dei Papi manifesta tutte le contraddizioni di
un animo tentennante; se cadde a Canossa non bisogna accusarlo troppo
feramente, perciocchè occorra riflettere all’indole di quell’età di
superstizione, paurosa degli anatemi ecclesiastici, reverente degli
esercizî esterni di penitenza; età di avvilimento della dignità umana
che si curvava sotto alla sferza dei preti. Mancò di fermezza contro
alla calma energia di Gregorio, e questo è insegnamento a’ Re ed anche
a’ cittadini che l’uomo somiglia ad una nave sbattuta qua e là da’
venti, se non si afforzi proponendosi nell’intima coscienza una legge
del diritto e del dovere, e se uno scopo determinato non indirizzi
l’uomo alla conseguenza delle sue proprie opere. Senza dire di tutte
le altre armi che gli mettevano in pugno l’indole dell’animo, il suo
genio, la forza della Chiesa, ciò che diede a Gregorio VII una grande
superiorità, si fu lo scopo fermo e tradizionale cui mirò; tardi
soltanto a re Enrico diventò pienamente chiaro lo scopo cui doveva
mirar egli; e anche allora gli restò sempre oscurato da condizioni tali
di cose, in cui la potenza della fede religiosa gli opponeva ostile
contrarietà. Tuttavolta grande e gloriosa fu la sua lotta instancabile
contro il despotismo romano, e gli fruttò eterna gratitudine del suo
paese natìo, chè, senza il suo eroico coraggio, Alemagna sarebbe caduta
vassalla della tirannide ecclesiastica. Enrico IV fu precursore degli
Hohenstaufen; grande e tragico atleta, vivrà immortale nei fasti della
nazione tedesca[340].
§ 5.
Coltura di Roma nel secolo undecimo. — Il clero romano è inoperoso.
— Guido di Arezzo inventa le note musicali. — Condizioni delle
biblioteche in Roma e fuori. — La Pomposa. — Monte Cassino e gli
Istoriografi che vi fioriscono. — Farfa. — Il _Registrum_ di Gregorio
di Catino. — Subiaco. — Principiano le collezioni di Regesti romani.
— Deusdedit. — Continuazione difettosa delle Storie de’ Pontefici. —
I Regesti di Gregorio VII. — Pier Damiani. — Bonizone. — Anselmo di
Lucca. — Scritture polemiche sulla questione delle investiture.
Porremo termine alla storia della Città nel secolo undecimo, dando
un’occhiata allo stato in cui vi si trovava a quel tempo la coltura
dello spirito: però poco in verità ne avremo a dire.
Nel secolo decimo non riuscimmo a scoprire in Roma un sol uomo
fornito d’ingegno letterario; neanche in tutto il secolo undecimo
uno solo ne troviamo che si elevi fra quei cittadini. Un sì lungo
deserto nelle cose scientifiche ha qualche cosa di spaventoso, seppur
vogliasene trovare spiegazione nei casi di un’età tanto bruttata di
sangue. Quantunque, dopo la prima metà del secolo undecimo, nel resto
d’Italia si svolgano i germi della coltura nuova, Roma sola continua ad
avvolgersi in un solitario silenzio. Le città incominciano a fiorire
di libertà, e queste spronano i cittadini all’opera intellettuale; le
scuole di scienze profane fanno le loro prime armi per svincolarsi
dalla Chiesa; si attende allo studio delle discipline giuridiche; i
commerci creano e diffondono cognizioni, i grandi avvenimenti fanno
sentir bisogno di chi ne dia narrazione. Non v’ha che Roma su cui
non iscendano cosiffatte influenze a fecondarla; qui tutte le forze
sono assorbite nella grande lotta della riformazione; i Papi che ne
sono alla testa, educati in Alemagna o nelle Gallie, si affaticano a
mondare chiese e conventi dalla corruttela dei costumi, ma non hanno
tempo di allevare un clero colto. La serie dei Papi, in parte degni
di riprovazione, che si succedono fino al Sinodo di Sutri (benanco i
Romani ebbero ad appellarli «idioti»), può denotare il periodo della
barbarie più profonda, insino a che Roma si rianima a vita nuova
per l’influenza della coltura germanica e gallica, istessamente di
quel che avvenne al tempo di Silvestro II e di Gregorio V. I Papi
riformatori sono stranieri, e straniero è il meglio dei Cardinali che
li circondano.
Nulla sappiamo delle condizioni in cui fossero le scuole romane a
questo tempo. Negli altri paesi documenti ci fanno conoscere che
v’erano dottori di leggi, scolasti e maestri; non così a Roma. Guipone
richiedeva ad Enrico III che s’imitasse l’esempio degl’Italiani, e che
s’ordinasse ai nobili tedeschi di mandare i loro figliuoli alle scuole;
però è difficile che un tal costume lodevole egli avesse appreso
in Roma[341]. Qui la nobiltà e il ceto de’ cittadini mediocri erano
meno istruiti che quelli di Bologna e di Pisa, di Pavia e di Milano,
quantunque in Roma dovessero pur sempre esservi scuole di grammatica,
nelle quali si apparava la dottrina degli scrittori antichi: infatti lo
studio della grammatica era allora in Italia diffuso assai, e molto si
pregiava uno stile artificiato e composto con colori rettorici[342].
Nelle belle lettere e nelle scienze profane Roma restava addietro della
restante Italia; duravano le condizioni stesse che abbiam visto nel
secolo decimo. Le Croniche rimate di frate Donizone da Canossa, che
descrisse in versi (quantunque per certo sieno barbara cosa) la vita
della grande contessa Matilde, le altre di Guglielmo pugliese, in cui
le geste eroiche di Roberto Guiscardo trovarono, se non un Virgilio,
almeno un narratore intelligente, non invaghirono alcun frate romano
a farsene imitatore: e neppur giovò l’esempio delle poesie liriche
del Damiani e di Alfano di Salerno; a questa età perfino non v’hanno
che poche epigrafi od epigrammi. Però il canto ecclesiastico avrebbe
potuto venire in nuovo fiore, dopo che Guido di Arezzo, benedettino nel
convento della Pomposa presso a Ravenna, ebbe trovato le note della
musica, e dischiuso così la serie di quelle invenzioni di genio, che
dalla fronte della gente umana cancellarono la barbarie. L’invidia
de’ suoi confratelli tonsurati cacciò Guido fuor del chiostro, laonde
quest’uomo, da cui deriva la prima scoperta che si celebri nella
storia della civiltà umana, ne fu anche il martire, e potè paragonare
sè medesimo a quell’artefice che Tiberio mandò a morte perchè aveva
trovato un vetro che nessun urto riusciva a infrangere. Tedaldo,
vescovo di Arezzo, gli diè ricetto presso di sè, e presto Giovanni XIX,
quantunque ignorante fosse, lo chiamò a Roma. Il Papa si fe’ dare la
spiegazione dell’Antifonario di Guido, imparò in breve tempo a cantare
una strofa, e comandò che quel metodo meraviglioso s’introducesse nella
scuola di canto ch’era in Laterano. Ancor leggiamo la lettera in cui
Guido narra beatamente del suo trionfo; e il monaco partì di Roma, ma
promise ritornarvi, per dare insegnamento della sua invenzione[343].
Forse Roma non si diè cura di trattenere l’illustre uomo, od altrimenti
fu egli (come per verità confessa) che fuggì di quel deserto desolato
di febbri. Fra le cause dell’ignoranza de’ preti romani un Cardinale
del tempo di Gregorio VII reputava che, oltre alla povertà la quale
impediva loro di andare a studio in iscuole straniere, v’entrasse
eziandio l’insalubrità di Roma che ne teneva lontani i maestri
forestieri: infatti la ruina in cui erano caduti molti quartieri della
Città doveva averla ridotta una catacomba vera[344]. Oltre a questo,
era povera, piena di fazioni, e la corte pontificia non si curava
allora di scienze. Nè Lanfranco di Pavia, precettore di Alessandro II,
nè Anselmo di Aosta, discepolo di Lanfranco, più celebre del maestro e
padre della teologia scolastica, furono tratti ad andare a Roma. Dal
convento di Bec in Normandia quegli astri massimi del secolo decimo,
lombardi amendue, gettarono, un dopo l’altro, il loro lume in Francia
e nell’Occidente, e si succedettero nell’Arcivescovato di Canterbury,
dove morirono.
Neppur dei Papi riformatori si tiene nota, che promulgassero decreti,
i quali espressamente togliessero cura delle scuole; soltanto Gregorio
VII nell’anno 1078 rinnovò il comandamento che presso ad ogni chiesa si
fondassero scuole per il clero[345].
Le biblioteche di Roma a quest’età sono per noi un ignoto; tuttavia può
darsi che si desse provvedimento alla loro conservazione, avvegnachè
neppur nel secolo undecimo s’interrompa la serie dei bibliotecarî,
laddove neppur uno di questi ci venga citato per nome nel secolo
successivo e in quello decimoterzo[346]. La decadenza degli studî
scientifici tarpava il fervore a ciò che si desse compimento alla
biblioteca Lateranense, e in conventi romani appena v’erano monaci, i
quali s’intendessero di scrivere codici. Il Damiani deplora perfino la
mancanza di copisti, e dichiara pochi essere stati quelli che sapessero
leggere correntemente le scritture ch’ei metteva in carta[347]. Roma
del continuo aveva ragione di coprirsi il volto per vergogna, se poneva
sè stessa a raffronto con monasteri italiani che di qua e di colà
attendevano a discipline scientifiche. Di quell’età pervenne a noi un
catalogo dei libri che si conservavano nella biblioteca della Pomposa,
e il compilatore si fa tutto tronfio, considerando che essa era più
ricca di quella di Roma. Guido e Geronimo abati vi avevano, a forza di
grave dispendio, raccolto libri da ogni parte del mondo, e il numero di
essi per quel tempo era grande assai. A vero dire erano poche le opere
di soggetto profano; ed Eutropio e la _Historia Miscella_, Plinio,
Solino e Giustino, Seneca, Donato e Livio (omai mutilato) sono posti a
mazzo cogli scrittori di teologia[348].
Ancor più pregevole fu l’operosità dei frati di Monte Cassino ad
ammassare ed a trascrivere codici. L’età d’oro di questa abazia si
associa al nome di Desiderio; molti codici ei fece raccogliere e
compilare, e fra questi si potevano colà rinvenire più autori profani
che in tutti gli altri luoghi: oggidì ancora lo studioso sfoglia con
reverenza religiosa parecchi bei codici in pergamena a caratteri
longobardi, che l’abate fece copiare. Monte Cassino si adorna di
elettissima gloria nella storia letteraria dei secoli undecimo e
duodecimo; delle poesie di Alberico, di Alfano, di Desiderio, di
Oderisio e di Amato potremmo senza alcun pregiudizio far senza, ma,
per lo contrario, sono grandi e imperituri i meriti che si acquistò
Amato (intorno al 1080) colla sua storia dei Normanni, e quelli che si
ebbe conseguito Leone Marsicano (più tardi cardinale di Ostia, sotto
a Pasquale II) colla sua Cronica di Monte Cassino[349]. Benanco la
medicina, che per influenza degli Arabi fioriva nella prossima Salerno,
era studiata nel convento, e come uno dei suoi più caldi cultori
vi splendeva l’africano Costantino, che tradusse in latino scritti
arabici e greci, vero portento di sapienza caldaica, che aveva appreso
viaggiando in Oriente.
Mentre Monte Cassino si procacciava benemerenze tante, per nessuno di
siffatti pregi splendevano i Benedettini di Farfa e di Subiaco, che
dimoravano in vicinanza di Roma. Monte Cassino tenne con fervore grande
le parti di Roma, ed anzi due Pontefici riformatori uscirono del suo
convento; Farfa invece difese costantemente i diritti della podestà
imperiale. L’operosità letteraria dei frati farfensi ebbe soltanto
indole locale e monastica. Notammo già a’ tempi di Ottone III lo
zelante operare di Ugo abate, del quale possediamo alcune scritture che
descrivono il decadimento del suo chiostro[350]: difendere le libertà
di questo fu l’intendimento continuo e massimo dei suoi successori. In
corrispondenza a questa necessità ebbe pertanto origine, sulla fine
del secolo undecimo, il celebre _Registrum_ dei documenti giuridici
che Farfa possedeva. Frate Gregorio di Catino, nobile sabinate, fu
richiesto dall’abate Berardo II di raccogliere in una collezione
tutti gl’istromenti concernenti Farfa, ed egli fornì questa laboriosa
opera fra l’anno 1092 e il 1099; il suo discepolo Todino men bene la
proseguì fino al 1125, nel quale anno ebbero anche fine i documenti,
e l’abazia cadde in podestà del Papa. Quella pregiata raccolta di
Regesti è una fonte delle maggiori per la storia del medio evo romano;
ed ivi essa attinge notizie fin per le cose del secolo antecedente,
e ne ha attinto anche questa nostra Storia della Città[351]. Degna di
ammirazione è la cura onde i monaci riunirono insieme e trascrissero in
pergamena i diplomi di Principi, di Imperatori e di Papi, i registri
dei loro possedimenti, gl’istromenti di enfiteusi, gli atti di liti,
carte tutte che s’erano andate ammassando da più di tre secoli. Quello
stesso Gregorio archivista raccolse in un codice separato i contratti
di affittanze, e oltracciò accumulò ancora diplomi, istromenti e date
istoriche nella informe, anzi mostruosa «Cronica di Farfa»[352]. Non
alle considerazioni dello storico si appartengono tutti questi lavori,
ma a quelle degli studiosi d’archivî e dei giureconsulti, perocchè
Gregorio non abbia voluto comporne un’opera storica, ma piuttosto
documentarne i diritti di Farfa: e con buona ragione a lui si attribuì
eziandio un componimento intitolato: «Difesa dei diritti imperiali,»
che si riferì alla questione delle investiture, ed è uno degli
scritti polemici che furono compilati all’età della controversia sulla
riformazione[353].
Anche Subiaco compose nel secolo undecimo un _Registrum_ eguale, ma
senza convertirlo in una cronica[354]. Questo monastero antichissimo
non salì in rilevanza, quantunque arricchisse e poco a poco
assoggettasse al suo dominio le terre circostanti. Al tempo di Leone
IX l’abate Umberto, francese, abbellì il convento con edificî, ne
costruì il cortile, e ne incominciò la mirabile cripta detta il
«Santo Speco»[355]. Però l’abazia si spossò di forze, causa divisioni
continue, e sostenne eterne lotte col vescovato di Tivoli, coi
Conti delle terre de’ Marsi, coi Crescenzî della Sabina, e con altri
tirannelli che erano nel suo vicinato.
Se quei conventi raccoglievano con cure tanto assidue i loro Regesti,
maggior ragione di fare il somigliante, avrebbe dovuto avere la
chiesa in Roma. Gli archivî dei conventi delle città erano zeppi
di documenti, eppure niuno li trascrisse in collezione. Duranti i
torbidi del secolo decimo e dell’undecimo, senza dubbio una parte
dell’archivio Lateranense periva, ma anche quello che ne avanzava
avrebbe ricompensato ad usura le fatiche di un raccoglitore.
Effettivamente sulla fine del secolo undecimo a un cotal lavoro
si diede incominciamento, avvegnachè si volesse avvalorare con
documenti i diritti di libertà della Chiesa romana contro alla podestà
imperatoria. Deusdedit, cardinale di parte gregoriana, nativo di Todi
e in origine monaco, riunì nella sua Collezione di Canoni, i diplomi
degl’Imperatori, le scritture di donazioni, le carte d’investiture
feudali, financo vecchi contratti di locazioni ancor dei tempi dei
primi Gregorî e cataloghi di Papi[356]. Tuttavia questi Regesti
romani ricevettero forme più perfette soltanto dopo la fine del secolo
duodecimo, allorquando i cardinali Albino e Cencio v’ebbero rivolto
cure diligenti.
Poichè il Papato rifioriva, sembra che avrebbe dovuto rianimarsi anche
la lena di chi ne dettasse la storia; per lo contrario, anche in questo
secolo la continuazione fatta a Roma delle Storie de’ pontefici,
consiste soltanto in cataloghi officiali e barbarici, oppure in
notizie informi a modo di croniche[357]. Nulla v’ha che tanto sveli
la barbarie crassa del clero romano, quanto il fatto che esso non fu
capace di tramandare ai posteri la narrazione dei grandi eventi di
quell’età. Roma dovette lasciare ai paesi forestieri la cura di tessere
le biografie dei maggiori Papi riformatori; un Arcidiacono di Toul
scrisse la Vita di Leone IX, e per desiderio di Gregorio VII la scrisse
eziandio san Brunone di Segni, il quale tuttavia non potè farne che una
meschina cosa: un Tedesco, canonico a Regensburg, Paolo di Bernried,
compilò la Biografia di Gregorio VII, quantunque anch’egli non ne abbia
fatto che un’opera difettosa e goffa[358].
In un’età nella quale la Storiografia italiana dava vita alle opere
dei milanesi Arnolfo e Landolfo, alle Storie di Amato, alle Croniche
di Gaufrido Malaterra, di Guglielmo di Puglia e di Leone Marsicano, in
questa età sarebbe rimasta buja una delle più rilevanti epoche della
storia pontificia, se non si fossero per buona ventura conservate le
numerose lettere di Gregorio VII. Questa celebre collezione, appellata
_Registrum_ di Gregorio VII, che fa riscontro all’epistolario di
Gregorio I, fu a diritta ragione considerata come vera opera della
letteratura romana del secolo undecimo. Chi scrive di storia letteraria
può cavarne un giudizio dello stile latino che in questo tempo era
usato dalla cancelleria romana; lo storico delle cose politiche
ne trae materia inapprezzabile, e il biografo vede riflettersi in
quello specchio fedele l’intelletto grande, inflessibile, freddo di
un monarca, la cui anima non iscaldò, nè abbellì mai spiro alcuno di
poesia[359].
Il contrapposto di Gregorio fu Pier Damiani, ma quest’uomo che
ebbe talento vivace, sebbene sia degli ingegni di secondo ordine,
non appartenne a Roma che di tratto passeggiero. Di quel che operò
abbiam detto, e de’ suoi scritti ci siam giovati parecchie volte;
in essi si trovano associati il sentimento mistico e un generoso
spirito cristiano. Il Damiani raccolse in sè gran parte della cultura
del secolo decimo; le sue scritture, omelie, trattati teologici ed
esegetici, biografie di Santi, apologie del monachismo, lettere ai
contemporanei, poesie, rivelano un uomo che aveva ricevuto una soda
istruzione grammaticale e teologica, un amabile sognatore, ma non mai
un pensatore filosofo[360].
Appena è se nella angusta cerchia della storia letteraria di Roma
possiamo comprendere un altro scrittore che abbia avuto nominanza
all’età di Gregorio: questi è Bonizone, che intorno al 1075 fu vescovo
di Sutri. Partigiano di Gregorio dei più zelanti, sofferse persecuzione
da Enrico, e, dopo casi che ci sono ignoti, vuolsi che fosse ucciso
dagli Imperiali. Egli fu benemerito della storia pontificia a lui
contemporanea. Nella sua maggiore opera intitolata: «Della persecuzione
della Chiesa», egli ne abbozzò alla breve e con nessuna scienza gli
eventi fino ad Enrico II, indi ne descrisse diffusamente i fatti fino
alla morte di Gregorio VII. La sua dicitura è abbastanza chiara; ombra
non ha di fanatismo; ad onta di errori non pochi e di fatti travisati,
l’opera sua è inestimabile; nei suoi libri abbiamo il primo tentativo
che s’abbia fatto di scrivere la storia del Papato, se pur sia come
lavoro di tendenze partigiane. Le notizie di Bonizone trapassarono in
molte altre raccolte di Biografie pontificie e di Croniche[361].
Eziandio l’erudito Anselmo, vescovo di Lucca, direttore spirituale
di Matilde, non appartenne a Roma, della cui causa fu tanto zelante
e operoso. La grande controversia della riforma infuse massimamente
un impulso gagliardo e di lunga durata nella letteratura di Alemagna
e d’Italia: anche ai dì nostri in cui, dopo quasi otto secoli, la
rivoluzione italiana del 1859 trascinò il Papato in una lotta mortale
contro il sentimento di nazione, vedemmo sorgere una letteratura di
opuscoli (_brochures_) di egual fatta, la quale per parecchi rispetti
ci fa sovvenire del tempo in cui s’agitò la controversia delle
investiture. Ma, anche oggidì, la città di Roma fu quella che meno
d’ogni altro paese contribuì a quel torrente di libricciatoli e di
scritture, prò e contro all’unità d’Italia, prò e contro al dominio
temporale, prò e contro alla sovranità mondana dei Papi, ossia al
diritto di possedere Roma città capitale, che Italia, riunita adesso
a nazione per la prima volta dopo la caduta dell’Impero romano, ebbe
conseguito opportunità di rivendicare a sè medesima[362].