CAPITOLO QUINTO.

§ 1.

Alessandro II muore. — Ildebrando sale alla cattedra pontificia. — Sua

vita, sua meta. — È ordinato papa, addì 29 Giugno 1073.

Alessandro II passò di vita nel giorno 21 di Aprile dell’anno 1073;

a lui succedette il celebre Ildebrando. In quest’uomo, che ebbe

genio vero e forte di monarca, rivissero gli spiriti serii, arditi,

grandiosi, stoici dei Romani antichi, ed egli s’asside in luogo, dove

s’alza la pietra di confine di due epoche sociali, l’una che tramonta,

l’altra che sorge. Nel fondo, l’animo suo non ha indole ecclesiastica

ma politica; a mala pena pare che il vestimento sacerdotale si attagli

al suo dosso, e la rilevanza di lui sta in questo, che con una delle

maggiori rivoluzioni, di cui la storia conosca, foggiò a nuovo le

attenenze che fin adesso s’erano composte fra la Chiesa, il mondo e la

podestà civile. Fu il Cesare di Roma pontificia; sua meta politica fu

la onnipotenza del Papato.

Ildebrando però non fu romano nè latino di nascimento. Vuolsi che

Bonizone, padre di lui, sia stato un povero falegname di Saona,

paese tosco, laonde il massimo Papa di Roma uscì di quella stirpe

longobardica, onde Toscana era fittamente popolata[200]. Fanciullo,

venne a Roma sotto le cure di un suo zio, che era abate del convento

di santa Maria sull’Aventino; e qui può darsi che vestisse l’abito dei

Benedettini, poichè diventò monaco, e più tardi entrò nell’ordine di

Cluny, alle cui idee gerarchiche il suo genio diede vita di dominio.

Tuttavia la sua indole fervida non si seppellì nel misticismo ascetico

di quell’età; la sua anima ne emerse ribollente di una forza fanatica,

ma sana e robusta; imparò a sprezzare il mondo, ma gliene rimase

l’ambizione di dominarlo.

L’idea gretta di una santità claustrale non alitava nello spirito

d’Ildebrando, ch’era nato a stringere rapporti operosi col mondo

nell’ordine politico. La vista di una società profondamente corrotta

aveva messo schifo nell’animo lirico del Damiani e l’aveva spinto alla

vita eremitica; più gran dolore provò l’anima di fuoco di Ildebrando,

scorgendo il decadimento gerarchico della Chiesa di Roma. Occorre

pensare che durante la sua giovinezza, in quell’età quando più l’uomo

è smanioso di farsi strada, aveva veduto un mostro morale assiso

sulla cattedra di san Pietro; occorre pensare che la Chiesa romana

era allora discesa al basso grado di un vescovato provinciale, ed

una feroce famiglia di Conti la teneva in conto di investitura de’

suoi figliuoli cadetti. Uno spirito riflessivo, invasato del compito

che si spettava al Papato nella storia universale, doveva ben presto

farsi ragione delle cause della sua ruina, e cercare i modi della sua

restaurazione. Cause ne erano la preponderanza della podestà civile

sopra il clero diventato corporazione feudale, e la dissoluzione della

disciplina ecclesiastica; per ripararvi faceva mestieri riformare

quella disciplina, unificar tutta la Chiesa sotto l’autorità suprema di

Roma, svincolare il Papato primieramente dalla supremazia della nobiltà

cittadina, indi dal Patriziato regio, affrancare finalmente il clero

dalla investitura laicale.

Nei tempi in cui più s’aggravava la loro pressura per ragioni di scismi

e di fazioni cittadine i Pontefici erano soliti di chiamare a Roma i

Re tedeschi, e di coronarli a imperatori; ed ogni volta ne pagavano

il servigio passeggiero, rinnovando il proprio vassallaggio sotto la

podestà dell’Impero. Il giovane Ildebrando era stato spettatore del

Sinodo di Sutri, in conseguenza del quale Enrico III aveva avvilito

il Papato riducendolo a un vescovado, ed investendone i suoi favoriti

Tedeschi, istessamente come usava fare per le diocesi di Bamberga o

di Magonza. Quell’Imperatore dietro sè aveva tratto prigione Gregorio

VI; e Ildebrando, intanto che seguiva in esilio a Colonia quel suo

Pontefice, aveva avuto agio di meditare quanto dura fosse la servitù

in cui il Papato era stato travolto dall’Imperatore liberator suo.

Occorreva dunque trasportare la battaglia fuor del recinto della

Città, combatterla sopra un campo universale, farne teatro tutto quanto

l’Impero. Volevasi liberare il Papato dalla podestà imperiale, e questo

poteva conseguirsi soltanto allora che la Chiesa si fosse svincolata

dalla legge dello Stato. Da secoli il feudalismo aveva in modo

strettissimo intrecciato fra loro i due ordinamenti; volevasi dunque

proibire che le investiture fossero concedute dalla mano dei laici, e

liberare così la Chiesa dalle pastoje feudali dell’Impero; il celibato

doveva separare tutto il clero dalla società laicale, dai suoi doveri,

da’ suoi interessi; oblighi il clero non doveva averne verso altri che

il Papa, e allora soltanto questi, sollevato sopra tutti i Metropoliti

e sopra tutte le Chiese provinciali in qualità di loro capo imperante,

avrebbe potuto tentar di fiaccare eziandio la podestà regia e di

renderla sua vassalla.

Questi grandi disegni andarono poco a poco assumendo forma e figura

nell’intelletto d’Ildebrando. Abbiamo veduto l’infaticabile operosità

che egli mise in moto dopo l’esaltamento di Leone IX; divenuto

cardinale e cancelliere dopo il decreto sull’elezione, lo abbiamo

veduto conquistare passo passo libertà e potenza al Pontificato. Le

anime grandi nascono e si educano in mezzo a rivoluzioni violente, e

Ildebrando, prima di diventar papa, formò sè stesso nel lavorio della

riformazione, durante il reggimento di sei Papi. Lungo e difficile fu

il tirocinio della sua dominazione; però mai nessun monarca prese come

lui le redini dell’autorità con tanto profonda cognizione delle cose

del mondo, degli uomini e delle sue proprie forze, nè ebbe mai una sì

chiara coscienza della meta cui doveva raggiungere.

Il partito della riforma aveva bello e stabilito il piano della nuova

elezione pontificia, nè in esso era rimasta estranea Beatrice di

Toscana. In foga tempestosa, qualmente Iddio ispirasse il popolo,

dovevasi elevare l’arcidiacono al pontificato. Non ancora, ai 22

di Aprile, il morto Alessandro era stato calato nel suo sepolcro

in Laterano, che voci entusiastiche gridarono papa Ildebrando; i

Cardinali lo tolsero in mezzo a sè con gran giubilo, e lo condussero

fra grida popolari di gioia in san Pietro in Vincoli, dove fu eletto

ossia acclamato papa. I Cardinali lessero il decreto elettivo già

in precedenza compilato, e il popolo ivi raccolto in fitta calca,

potè giustamente plaudire alle lodi, che, senza ombra di adulazione,

celebravano le virtù dell’eletto[201].

Il primo Gregorio, allorchè era stato creato papa, aveva tentato di

scansare colla foga la missione che gli era affidata; a Gregorio VII,

all’abile ministro di Stato di cinque Papi, non s’avrebbe acconciato

un’umiltà restìa. Egli non brogliò per la elezione; della sua riuscita

viveva sicuro, e senza temenza poteva rispondere all’appello, al paro

di un capitano vincitore di venti battaglie, che le legioni salutano

imperatore. Eppure quest’uomo dalle grandi fortune s’arretrò per un

istante, spaventato di quel culmine di potenza che, spesse volte,

anime volgari avevano salito con gioconda fretta, inette com’erano di

misurarne la fatale altezza[202].

Gli avversarî di Ildebrando, ai quali molto stava a cuore di poter

mostrare che l’elezione di un tal Papa era macchiata di simonia,

sorsero a dire che era stata il parto del raggiro e della corruzione.

Il detto era menzogna: la gran moltitudine dei Romani aveva votato

per lui, perciocchè fosse l’uomo voluto dal tempo; la sua vita

irreprensibile metteva rispetto, ammirazione il suo genio. E nella sua

previdente accortezza Ildebrando s’avrebbe forse preso la tiara, se

un’elezione contraria ai canoni lo avesse immantinente esposto alle

frecciate de’ suoi innumerevoli nemici?

Il nuovo decreto sull’elezione aveva espressamente serbato a Enrico

il diritto di confermazione; nè Gregorio poteva farne senza. Egli die’

pertanto l’annuncio della sua elezione anche al Re; non ne ricercò il

consentimento, ma con prudenza differì la sua consecrazione finchè di

quello si fosse assicurato o avesse potuto farne senza. La severità

con cui un tal uomo doveva senza riguardi umani condurre a compimento

i decreti della riforma poneva in angustie i Vescovi simoniaci delle

Gallie e di Alemagna, laonde si consigliò ad Enrico che non confermasse

l’elezione. Se, invece di un giovine Principe traviato dalle passioni,

un uomo energico fosse seduto sul trono tedesco, non avrebbe ei

tollerato l’esaltamento di Gregorio, ma, prima che acquistasse

potenza, avrebbe rovesciato uno che inevitabilmente gli sarebbe stato

avversario. Però questo Papa, al pari di molti grandi reggitori,

ebbe la felice ventura di salire a potenza in un’età, nella quale

i forti uomini erano morti, e i nemici viventi erano gente debole.

Le sue grandiose vittorie, che oggidì ancora formano la meraviglia

dei posteri, poterono avverarsi soltanto perchè il reame tedesco era

sbalestrato nel disordine; e così durò la cosa, fino a tanto che un

giovine scapestrato occupò il trono di Alemagna.

La sedizione dei popoli di Sassonia opponeva ogni maniera di ostacoli

alla podestà regia di un Principe immaturo al governo, nè Enrico osava

di peggiorare le sue condizioni mal secure, provocando contro di sè

il più terribile di tutti i nemici. Mandò pertanto il conte Eberardo

a Roma, perchè tutelasse il diritto della corona e disaminasse il

procedimento tenuto nella elezione; ma questa fu una formalità di

convenienza, nulla più. Gregorio VII fu consecrato papa addì 29 di

Giugno, che era il giorno del principe degli Apostoli: intervennero

alla ceremonia il cancelliere imperiale d’Italia, la marchesana

Beatrice e l’imperatrice Agnese[203].

§ 2.

Gregorio VII riceve giuramento di vassallaggio dai Principi di

Benevento e di Capua. — Roberto Guiscardo rifiutasi di prestarlo.

— Disegni di Gregorio rivolti a rendere i Principi e i loro regni

vassalli della Chiesa romana. — Bandisce una crociata universale. —

Matilde di Toscana e Gregorio VII. — Suo primo Concilio in Roma; suoi

decreti di riforma.

La Storia ecclesiastica narra diffusamente delle lotte che Gregorio

VII sostenne per procacciare onnipotenza al Papato; la Storia nostra

deve restringersi a più sobrî limiti. Quantunque non possa fare a meno

di gettare uno sguardo all’indirizzo generale di quest’età ed alle sue

attenenze prese in grandi proporzioni, essa deve tuttavia attenersi

soltanto alle cose di ordine politico, e mostrare quali sorti subisse

la città di Roma in mezzo alla contesa che divampò fra la corona

e la tiara; quale fu la sua parte in questa controversia che agitò

l’universo mondo: avvegnaddio anche l’opera della Città non vi restasse

estranea; le relazioni che tenne a ciascun tempo cogli Imperatori e coi

Papi fecero di essa una potenza vitale nella storia del mondo.

Prima di congregare il suo primo Concilio Gregorio andò nelle Puglie

per definire nuovamente i doveri che i Normanni avevano verso il

Papato; capitano prudente, voleva innanzi d’ogni altra cosa assicurarsi

un buon terreno di battaglia. Poichè riuscì loro impossibile di

scacciare i Normanni, i Papi cercarono se non altro di distogliere

quei pericolosi vicini dagli obblighi feudali che gli avvincevano

all’Impero, di adoperarli in servigio della Chiesa, e in pari tempo,

usando l’arte politica di Roma antica, d’indebolire quei vassalli

colla scissura e colle gelosie. Nell’Agosto dell’anno 1073 Gregorio

ricevette giuramento di sudditanza dal longobardo Landolfo VI di

Benevento, e nel Settembre ottenne l’omaggio del Principe di Capua.

Riccardo si fece tributario, promise di non prestare giuramento di

vassallaggio all’Impero, se non ne avesse il beneplacito del Papa,

e si obligò di difendere lo Stato della Chiesa e la validità della

legge sull’elezione[204]. Il Guiscardo non volle seguire l’esempio

di un rivale; il vincitore di Sicilia si scansò eziandio di ricevere

in feudo dal Papa quelle terre che egli già possedeva per propria

conquista; capiva quali ne fossero gl’intendimenti monarchici;

pretendeva patti migliori e maggior guadagno di territorî. Non giurò

dunque vassallaggio, e allora Gregorio con astuta arte tenne diviso

lui da Riccardo[205]: nè destava più meraviglia l’affaccendarsi con cui

il Papa tentava di far dell’Italia meridionale una provincia vassalla

di Roma; però meravigliosa era la schiettezza con cui prestamente

manifestava altre e maggiori pretensioni della santa Sede.

Se oggidì un Pontefice promulgasse che Principi stranieri gli devono

vassallaggio, tutto il mondo lo guarderebbe collo stesso stupore onde

si guarda un pazzo; eppure fu un tempo in cui i Papi con gran serietà

affermarono di essere eziandio signori supremi politici di mezzo il

mondo; e popoli udirono queste pretese senza impensierirsene, e Re

li temettero, oppure bassarono la testa innanzi a loro. La donazione

di Costantino fu il suolo da cui in origine germogliarono idee così

audaci; più tardi i feudi normanni servirono di titolo ulteriore a

richieste più ample. Appena fu divenuto papa, che Gregorio mise a

terrore i Re, esprimendo l’intendimento suo di fondare una seconda

dominazione universale romana. Le terre dell’Occidente dovevano

diventare Stati vassalli di Roma ecclesiastica; i loro Principi, uomini

feudali di san Pietro. I predecessori di Gregorio avevano esaurito le

loro forze per riconquistare i patrimonî perduti, ma quest’uomo potente

mirò assai più in là che ai brandelli dello Stato ecclesiastico, mirò

alla signoria del mondo; laonde è ancora con istupore che leggiamo le

sue lettere, scritte in buona parte subito dopo il suo esaltamento al

pontificato, nelle quali chetamente dichiara a’ Principi stranieri che

i loro regni sono proprietà della santa Sede.

Queste idee tanto esagerate derivavano eziandio dal concetto che

Cristo fosse signore del mondo, e che il Papa, da vicario suo,

partecipasse al suo privilegio: però i Pontefici non avrebbero osato

di esprimere quelle pretese, se non ve li avessero incoraggiati il

concetto mistico in cui si teneva la natura del Papato e la confusione

immane che sconvolgeva i rapporti politici degli Stati. Conquistatori

accorrevano a Roma per imprimere alle loro ruberie un titolo giuridico,

per chiedere al Vicario di Cristo che a prezzo del giuramento di

vassallagio loro concedesse la «grazia di Dio»; pretendenti offerivano

al Papa in feudo i loro regni, perchè così mettevano al sicuro la

loro corona. Furberia e sentimento religioso spingevano i Principi a

porsi sotto la protezione morale della Chiesa; Re coperti di delitti o

animati di spiriti pii le offerivano annue contribuzioni, spremendole

dalle tasche dei loro popoli che nulla sapevano del negozio, e il

Laterano di Roma tramutava i donativi pii in tributi obbligatorî.

La Chiesa era avvezza che proprietarî angariati da maggiori potenti

le donavano i loro beni allodiali, e da essa li riavevano in feudo

ecclesiastico; parimenti dunque la Chiesa cercava di estendere gli

stessi rapporti giuridici, dalle piccole proprietà ampliandoli ai

reami, e intendeva a rendersi tributarî tutti questi. I suoi titoli

erano innumerevoli, e spesse volte dei più stravaganti: Gregorio VII

pretese alla signoria feudale sulla Boemia, perciocchè Alessandro II

avesse accordato al duca Wratislao l’uso di una mitra; sulla Russia,

perchè il principe di Nowogorod, venuto fuggitivo a Roma, aveva

visitato la tomba di san Pietro e gli aveva offerto in feudo il suo

paese; sull’Ungheria, perchè Enrico III aveva appeso in san Pietro qual

dono votivo la lancia regia e la corona di quella contrada conquistata.

Appena fu eletto papa, Gregorio mandò in Ispagna il cardinale Ugo

acciocchè vegliasse a guardia della signoria suprema della Chiesa,

dacchè su quel regno il Pontefice vantava diritto fino da tempo

antico[206]. Eguali esigenze professò sulla Corsica e sulla Sardegna,

sulla Dalmazia e sulla Croazia, sulla Polonia, sulla Scandinavia,

sull’Inghilterra, e colla più grande serietà tenne tutte queste terre

in conto di proprietà di Pietro santo[207].

L’audacia prettamente romana di siffatte pretensioni ci parrebbe

oggidì cosa incredibile, se essa precisamente non avesse posato sopra

di un criterio religioso onde allora si concepivano le cose del tempo

e del mondo; essa pertanto vuol essere considerata secondo lo spirito

che dominava nel medio evo. La calma convinzione con cui Gregorio

VII esprimeva quei vanti, adorna perfino di una certa grandiosità

il mistico pensiero ch’ei si foggiava in mente, sul rapporto che

intercedeva fra le cose passeggiere e caduche della terra e il

principio eterno della religione. Per lui il mondo non era che la forma

dell’idea cristiana, forma transitoria e accidentale nella sua figura

politica, eterna invece nella Chiesa che reputava essere l’ordinamento

mondiale, ossia il regno di Dio, il quale raccoglieva in sè tutti gli

altri instituti, da stromenti destinati a servirlo.

Tuttavolta il regno della realità non corrispondeva a quello ch’ei

s’era figurato secondo le idee che primamente cercò di mandare a

compimento nell’Italia meridionale. Travagliava egli l’intelletto

in serî disegni di guerra contro a’ Normanni; temeva la crescente

grandezza di Roberto Guiscardo, il quale, ardito e accorto, procedeva

verso il bello intento di riunire in un reame l’Italia meridionale.

Gregorio VII non poteva tollerare che un conquistatore di tanto genio

gli stesse dappresso come nemico; bisognava o annientarlo o ridurselo

vassallo. Dapprima sperò di esser più fortunato di Leone IX, e di

poter condurre a buon termine una lega meridionale, ma il suo animo,

soverchiamente esaltato dal possedimento della tiara, fu trascinato

ben presto fuor degli scopi veri dell’impresa. Se uno di più prossimo

raggiunse, questo non fu che parte di un intiero sistema grandioso.

Aveva infatti composto disegno di porsi a capo di un esercito europeo,

e di cacciare in prima d’Italia Normanni, Greci e Saraceni, indi

di salvare Bisanzio dalla mezzaluna, di assoggettarla alla Chiesa

romana, e finalmente di piantare la croce a Gerusalemme. Così scrisse

lettere a’ Principi d’Italia, a Guglielmo di Borgogna, e (ancor nel

Dicembre dell’anno 1074) ad Enrico, cui diceva che voleva prendere la

capitananza della crociata, e lasciare a lui la difesa della Chiesa

romana[208]. Progetto fantastico, e in che tempi! Ciò che avrebbe

dovuto avvenire alla fine del suo pontificato egli pose arditamente

a suo incominciamento come se, presagendo le formidabili lotte che lo

aspettavano in Italia, avesse pensato di evitarle, trascinando dietro

di sè in Oriente il mondo infervorato. Sperava forse con una spedizione

violenta, favorita dagli entusiasmi della Cristianità, di compiere i

suoi progetti gerarchici in Europa con minori impedimenti? o con quel

piano voleva egli celare il suo vero intendimento di rendersi soggetta

l’Italia meridionale? chè ei doveva pur comprendere di non potersi

cacciare a capo fitto nella guerra religiosa d’Oriente, se prima la

Chiesa non avesse conseguito independenza nell’Occidente. In tal caso

Gregorio VII s’avrebbe posto a capo della crociata, e forse avrebbe

rapito la sua nominanza immortale a Goffredo di Buglione, che a questo

tempo era ancor giovinetto. Però, nella storia universale restò vuota

una pagina, che avrebbe descritto il maggiore di tutti i Papi movere

alla testa di miriadi d’uomini fanatici, simile ad un entusiastico

Alessandro o Trajano coronato di tiara.

Fallì l’idea della crociata; il piano colossale sfumò cambiandosi in

una meschina parodia. Per verità si raccolsero cinquantamila uomini

di soldatesche italiane ed eziandio ultramontane, e il Papa (il quale

nel Sinodo tenuto in Marzo dell’anno 1074 aveva scomunicato Roberto)

li passò in rassegna, insieme con Gisulfo di Salerno, in vicinanza di

monte Cimino, presso a Viterbo: tuttavia poco stette che le Contesse

di Toscana rimasero sole nel loro fervore. Può darsi che Roberto

Guiscardo, a cui danno Gregorio aveva aizzato Riccardo di Capua e

Gisulfo di Salerno, mandasse a vuoto con sue arti siffatta alleanza:

così andò a monte anche la spedizione contro ai Normanni[209].

In tal guisa Gregorio non ebbe ancora la bella ventura di assicurarsi

completamente il vassallaggio dell’Italia meridionale; ma per compenso

trovò in Toscana devozione senza limite. Potè egli tenere questa terra

in conto di una ben munita trincera, che dalla parte di settentrione

lo copriva dagli assalimenti di Alemagna; ivi volse dunque i suoi

sguardi con miglior senno pratico; il sogno di dominazione universale

svanì in aria; ma Gregorio del retaggio di Matilde compose ai Papi uno

Stato ecclesiastico. La Contessa, allevata alla scuola di sua madre,

donna pia e coraggiosa, diventò amica sua, e fu l’anima proteggitrice

della gerarchia pontificia. La celebre Principessa aveva comune con

Gregorio la nazione, imperocchè anch’ella fosse discesa da’ padri di

origine longobarda[210]: aveva allora ventotto anni. Era come se non

fosse maritata, causa la continua assenza del suo sposo, Goffredo il

Gobbo, il quale, uomo valoroso e prudente, non divideva i fanatismi

religiosi, nè le idee politiche della moglie: sempre si tenne egli

stretto alla bandiera di Enrico, in quello che Gregorio s’avvantaggiava

dell’antipatia di Matilde per il marito, affine di incatenarla corpo

e anima ai suoi disegni. Le dava a consigliero spirituale il pio

vescovo di Lucca, Anselmo cluniacense, e rade volte mai un confessore

ha raccolto i voti confidenti di un’anima sì timorosa di Dio, e nel

tempo stesso così energica, com’era quella di Matilde. Il rapporto di

amicizia personale che si contrasse fra Gregorio e lei esercitò grave

efficacia nella storia universale, ed è in essa eziandio esempio unico,

avvegnachè nessun’altra volta si abbia visto un Papa stringere vincoli

così rilevanti con una donna giovane e di forte volontà. Invano l’odio

e la sospettosa malignità ebbero cercato di contaminare i legami di

quelle due anime: chi giudica con calmo intelletto rifiuterà sempre

di strappare un Gregorio VII fuor della cerchia sublime del suo animo

che comprendeva il mondo, per immergerlo nei piaceri di un amorazzo;

peraltro facilmente può darsi che nella sua amicizia ammiratrice la

Contessa mettesse tutto il sentimento onde il suo cuore di donna era

capace. Matilde, dotata di spiriti gagliardi, orgogliosa, superiore per

cultura al suo tempo, ebbe animo compiutamente regio, ma, ammaliata dal

genio di Gregorio, servì a’ disegni di lui, dedicandovi mente virile,

cuore di donna, e fede sincera nell’ideale che di lui s’era formata.

Non aveva figli, e questo basta a spiegar tutto. Se ella non fosse

stata altro che una monachella fanatica, una Marcella o una Scolastica

del suo secolo, tutt’al più la avrebbe posta in rilevanza l’amicizia di

un Gregorio: ma invece, questa Debora guerriera del Papato avrebbe, per

pratiche virtù di governo, pareggiato in ogni tempo le poche regine che

per grandezza furono illustri[211].

Matilde volle consecrare la sua operosità a pro delle idee di Gregorio

intervenendo al primo Concilio, in cui il Papa (nella prima settimana

di quaresima dell’anno 1074) congregò molti Vescovi e Principi. Ivi

con grande energia egli promulgò nuovamente i decreti di riformazione

banditi dai suoi predecessori, e destituì senza remissione i preti

ammogliati e simoniaci. Con sue lettere comandò ai Vescovi di tutto

Occidente di adempiere, ogni eccezione rimossa, a quelle deliberazioni,

e omai l’Episcopato s’era avvezzato ai dettami dittatorî del Papato

romano. Parimente come Leone l’Isaurico aveva voluto con un solo

editto mondare la Chiesa dai simulacri idolatri, così Gregorio voleva

finalmente mondarla dai sacerdoti ribelli ai canoni; così adesso come

allora, tutta Cristianità ne andò commossa profondamente. Nel secolo

ottavo un despota bizantino aveva inalberato il vessillo della sana

ragione, e un Papa, per nome Gregorio, si era frapposto in mezzo a

lui ed alle imagini de’ santi; adesso, nel secolo undecimo, un Papa

sorgeva in nome della legge morale e della disciplina ecclesiastica,

e un Imperatore tedesco si frapponeva in mezzo a lui ed alle passioni

umane: però sventuratamente dietro al suo scudo regio si ricoveravano

troppi abusi e troppi vizî. Ogni qual volta la Chiesa venne a lotta

contro l’Impero, vi si mescolarono sempre scopi di politica mondana;

ma nel secolo undecimo non era più il debole avanzo del despotismo

romano contro cui la Chiesa, avida di sorgere a potenza, conquistasse

l’autonomia dogmatica e il dominio temporale; erano invece due sistemi

omai divenuti grandi e antichi, i quali combattevano l’un contro

all’altro; seguivano entrambi un errato indirizzo, in quanto ciascuno

di essi voleva conseguire la supremazia, tuttavolta uno di ragionevole

entrambi ne avevano, in quanto miravano a delimitare i confini che

loro naturalmente competevano. La feudalità aveva intrecciato quasi

inestricabilmente i limiti della podestà ecclesiastica e della podestà

civile; era uno stato di cose reso omai intollerabile; l’ordinamento

ecclesiastico cercava con una rivoluzione violenta di svincolarsi da

quello politico, ma questo non poteva nè voleva prosciogliere l’altro

dall’obbligo feudale. Una guerra più lunga e più terribile di quella

dei trent’anni, una guerra che ne durò cinquanta, fu la conseguenza

di questa rivoluzione, e Roma, sede dei Papi, fu parecchie volte

sventurato teatro di questa lotta di varia fortuna, continuò sempre ad

esser l’origine donde essa scaturì, e si mantenne santuario in cui si

conservavano i due simboli della pugna combattuta, la corona imperiale

e la tiara.

§ 3.

Condizioni di Roma. — Gli avversarî di Gregorio. — Guiberto di

Ravenna. — Enrico IV. — Contrarietà che si oppone in Alemagna contro

a’ decreti di Gregorio. — Suo decreto che proibisce ai laici di dare le

investiture. — Il romano Cencio attenta contro la vita di Gregorio.

Anche in Roma era grande la contrarietà che si opponeva a Gregorio.

Colà centinaja di preti, in onta alle decisioni dei Sinodi, vivevano

in concubinato; i loro figliuoli o i loro nepoti erano avvezzi ad

arricchire coi beni della Chiesa, e ad ereditare le prebende dei padri

o degli zii. Un Cronista, in quello che dà una sguardata alla basilica

di san Pietro, ci descrive le condizioni di tutta la Chiesa romana.

V’erano in quella basilica sessanta mansionarî, laici conjugati,

guardiani del tempio; di giorno solevano ingannare i forestieri

celebrando la messa travestiti da cardinali e beccandosi le offerte dei

gonzi; di nottetempo poi gavazzavano nella chiesa in orgie sfrenate,

e i gradini degli altari erano profanati di turpezze, di ruberie e di

assassinî. Gregorio durò fatica a cacciarne quell’immondo sciame[212].

Tutti i preti deposti, i loro clienti e la loro parentela lo odiavano

a morte, e perciò si alleavano colla nobiltà cittadina che gli era

avversa. Anche l’Arcivescovo di Ravenna se la intendeva in secreto

coi malcontenti. Era insignito allora di quella dignità Guiberto,

antico cancelliere e vicario d’Italia, ch’era stato anima dello scisma

di Cadalo, oppositore dichiarato d’Ildebrando e de’ suoi progetti,

uomo giovine, pieno di ambizione, accorto e coraggioso. Sulla fine

del pontificato di Alessandro II era giunto con finissimi artificî

a ottenere la cattedra arcivescovile di Ravenna; aveva assistito

personalmente al Sinodo dell’anno 1074, e, fatta in apparenza

sottomessione, aveva acconsentito a riceverne il seggio, che a lui

di già competeva, per concessione giuridica del nuovo Papa da lui

odiato. Però ei si rifiutava di armare i suoi vassalli alla guerra

progettata contro a’ Normanni, nè volle fornirli per punire il Conte di

Bagnorea che s’era ribellato; teneva misteriosi convegni con Cencio, e

probabilmente la corte tedesca gli aveva dato incarico di informarla su

quali e quanti partigiani potesse fare assegnamento in Roma[213].

Era a prevedersi una rottura col Papa. Finchè trionfò la ribellione

dei Sassoni il giovine Enrico fece l’umile, e promise a Gregorio di

sottomettersi ai decreti di riforma, ma la compassionevole lettera che

in questi sensi scriveva era dettata soltanto dalla necessità onde in

quel momento era angustiato[214]. Da altra parte, svelatamente e senza

riguardo alcuno, continuava a vendere gli officî ecclesiastici; la

Chiesa di Germania, come quelle di tutti gli altri paesi, era bruttata

di simonia, e nella massima parte i preti vivevano accasati con donne.

Perciò ella doveva sembrare veramente opera temeraria l’impresa

di ridurre ad obbedienza sotto i decreti di Roma tanti prelati che

avevano potenza di principi, tante migliaia di sacerdoti che erano

sparsi nell’Impero. Allorchè dunque, dopo il suo primo Concilio,

Gregorio mandò suoi legati in Germania in compagnia dell’Imperatrice

madre, i suoi decreti sollevarono colà una tempesta indescrivibile.

L’opinione publica era costretta a condannare il commercio degli officî

ecclesiastici; i Vescovi non raccapezzavano ragione alcuna per iscusare

la simonia, ma a sufficienza ne trovavano per combattere il divieto

monastico del matrimonio, dicendo che era contrario alla dottrina

cristiana[215]. In questa tragica lotta, nella quale l’istituto del

matrimonio diventò argomento che travagliò la storia universale, la

ragione di natura soccombette, e vinse l’oscuro spirito del monachismo:

a favor suo combattevano le mistiche idee del secolo, ed il decreto

del celibato fu molto abilmente associato col salutifero divieto della

simonia.

I legati pontificî (giova considerare che l’uso dei legati dall’età

di Gregorio assunse un carattere affatto nuovo, poichè adesso, pari

a’ proconsoli di Roma antica, questi nunzî andavano per le province

della Chiesa universale), i legati pontificî chiesero ad Enrico che

dimettesse i consiglieri già scomunicati da Alessandro II, ai quali

massimamente si dava colpa del commercio di officî spirituali, e gli

intimarono comando che fosse data esecuzione in Alemagna alle decisioni

sinodali. Tuttavolta l’animoso Liemaro, arcivescovo di Brema, fu quegli

che salvò l’onore della Chiesa germanica, rifiutando, insieme con altri

Vescovi, di riconoscere per autorevole un Sinodo che doveva celebrarsi

in Germania davanti a legati romani.

Alemagna, Francia e Italia erano tutte in fiamme, pro e contro del

Papa. La immane lotta che vedeva dichiararsegli contro riempì Gregorio

stesso di inquietudini[216]. I nemici che aveva in Roma, i Vescovi

di Lombardia, i Normanni gli davano gravi pensieri; cercò alleanze,

e nelle difficoltà disperate in cui si trovava involto indirizzò i

suoi voti financo alla Danimarca, ed esortò quel re Sueno di venire

in ajuto alla Chiesa, promettendogli in ricambio il possedimento di

una provincia nell’Italia meridionale. Similmente come gli Imperatori

bizantini toglievano a’ loro stipendi genti del settentrione, Sarmati

e Unni, per adoperarli nelle loro guerre d’Italia, così Gregorio

avrebbe voluto trascinare i campioni del Jutland e del Seeland contro

i Normanni, loro affini di stirpe, e contro altri nemici, e, senza

scrupoleggiare di amore per l’Italia patria sua, avrebbe loro dato in

feudo le costiere da questi ultimi occupate[217].

Nel suo secondo Concilio (tenuto sulla fine di Febbraio dell’anno

1075) proibì che il clero ricevesse investitura dai laici; d’ora in poi

nessun Vescovo o Abate avrebbe potuto più essere insignito da Re o da

Imperatori, da Duchi o da Conti, di anello e di pastorale: così gettava

arditamente il guanto di sfida a tutte le podestà civili. Quando i Papi

riformatori avevano divietato il traffico degli officî ecclesiastici,

avevano colpito un condannevole abuso, ma adesso Gregorio dava di

cozzo contro un privilegio antichissimo dei Re, i quali decoravano

i Vescovi, prima ancora che fossero consecrati, dell’anello e del

pastorale, a distintivo dei beni che ricevevano in feudo dallo Stato.

Quel rapporto feudale fra laici e preti, che era divenuto istituzione

di diritto publico, doveva adesso tutt’a un tratto disciorsi; il clero

doveva uscire del sistema feudale. Fu questo celebre decreto la favilla

che accese una guerra di cinquant’anni; e in tal modo la Cristianità

pagò la pena di quelle religiose debolezze per cui s’aveva donato

alle Chiese beni e città, e di quella insania per cui i Re avevano

dotato i preti di potenza principesca. Per verità il possedimento

di beni regî inoculò orribili mali nella Chiesa; chè senza riguardo

a intelligenza dell’eletto, perfino senza preventiva elezione, la

podestà civile vendeva o donava officî ecclesiastici alle più sozze

creature del favore di corte. Spesse volte il Re nominava Vescovi

e Abati seguendo il capriccio che gli frullava in un breve istante

pel capo, e lo faceva mettendo loro in mano un bastone; diventavano

allora vassalli della corona, servivano da capitani nelle guerre e

in persona combattevano nelle battaglie: appena era se il vestimento

sacerdotale li distingueva da’ Duchi o da’ Conti, coi quali avevano

nello Stato comunanza di diritti e di doveri, di bisogni e di ogni

sorte di vizî. Occorreva mondare il clero da condizioni secolaresche

tanto contrarie alla missione apostolica; così esigevano religione e

umanità. Gregorio VII volle svincolare la Chiesa da quella dipendenza

in cui lo Stato la teneva, eppure volle conservarne gli immensurati

possedimenti; nè avrebbe compreso verità di ragione, se qualche

pensatore di buone intenzioni gli avesse detto che la più diritta via

per liberare il clero dalla soggezione all’autorità politica, sarebbe

stata quella di ridurlo nuovamente povero e religioso, sì come erano

stati gli Apostoli[218]. Il suo pensiero audace questo era: guarentire

alle Chiese di tutti i paesi il loro dovizioso dominio temporale,

affrancarle dovunque del loro obligo feudale verso la corona,

assoggettarle soltanto al Pontefice, tramutare così mezza Europa in uno

Stato ecclesiastico romano.

Pareva che fosse giunto il tempo propizio per togliere ai Re il diritto

di investitura, chè infatti Enrico trovavasi in male strette, premuto

com’era dai Sassoni. Però la vittoria ch’ei ne riportava nel Giugno

1075 presso la Unstrut gli lasciava libere le mani, e adesso cominciava

a sentirsi re. Milano, Ravenna, Roma, i Normanni gli offerivano

un’alleanza naturale; e un buon indirizzo che s’avesse dato alle cose,

meglio di quello che sapessero fare Cencio, Guiberto e Ugo cardinale

(il quale aveva nuovamente disertato la causa della Chiesa), avrebbe

riunito una lega formidabile a danno di Gregorio. La podestà regia

s’era restaurata a Milano. Dopo che per lunghi anni questa città era

stata dilaniata dalla guerra dei Paterini, nobili e popolo s’erano

sollevati contro alla tirannide insopportabile di Erlembaldo. Questo

capitano era caduto combattendo per le vie di Milano, col gonfalone

di san Pietro in pugno; i Milanesi avevano chiesto ed ottenuto da

Enrico un arcivescovo, e Gregorio, alla cui corte erasi ricoverato

il discacciato arcivescovo Attone, non potè impedire che Tedaldo

ne ricevesse l’investitura[219]. Lo destituì dell’officio, ma non

pertanto, insieme colla caduta di Erlembaldo, ruinò l’influenza di lui

a Milano.

Il suo nemico più operoso era Cencio, capo di tutti i malcontenti di

Roma. Il Prefetto della Città ebbe il coraggio di sottoporre questo

prepotente uomo a inquisizione, ma non si osò di eseguire la sentenza

di morte pronunciata su di lui; Matilde stessa perorò a suo favore.

Cencio diede ostaggi; la sua torre fu smantellata, ed egli rimase un

tratto di tempo tranquillo[220]: era la calma di chi medita vendetta.

Allorchè la rottura con Enrico fu resa inevitabile, Cencio combinò

il suo piano per rovesciare Gregorio; richiese il Re in nome dei

Romani, che assumesse la podestà cittadina, e gli promise di dargli

in suo potere il Papa prigioniero[221]. Un attentato contro la vita o

contro la podestà del Pontefice, similmente che al tempo della prima

controversia delle imagini, doveva (così almeno si sperava) metter un

termine alla lotta. È incerto se Enrico prendesse parte in ciò; ad ogni

modo, la cospirazione non ebbe effettivo ajuto dai Lombardi, nè dai

Normanni, nè dal Re, e si ridusse solamente ad un atto di violenza di

un bandito, la cui odiosità s’accrebbe per circostanze di luogo e di

tempo.

Ciò che avvenne nel Natale dell’anno 1075 è uno dei più lucenti episodî

che emergano fuor della storia di Roma nel medio evo. Nella vigilia di

quel giorno santo il Papa celebrava, come di solito, la messa presso

all’altare del presepio in santa Maria Maggiore: tutto ad un tratto

s’alza tumulto di grida e d’armi, e Cencio si scaglia entro la chiesa

colla spada in pugno seguito dalla nobiltà congiurata. Va all’altare,

afferra il Papa per le chiome, lo trascina seco sanguinoso di percosse,

lo gitta sul suo cavallo, e via lo porta per Roma in mezzo alla tenebra

notturna, e lo serra nel suo palazzo ch’era posto nella regione detta

Parione[222]. La Città si commuove, le campane suonano a stormo,

il popolo brandisce le armi, i preti con gemiti velano gli altari,

le milizie sbarrano le porte, si corrono le vie portando fiaccole:

nessuno ha visto il Papa. Al mattino successivo il popolo si raccoglie

sull’antico Campidoglio per consultare che sia a farsi; paiono tornati

i giorni della congiura di Catilina. Finalmente si ha avviso che il

Papa è prigioniero nella torre di Cencio. Ivi infatti Gregorio si

trovava ferito e solo. Lo si aveva sottoposto a gravi maltrattamenti;

il malandrino, che non aveva potuto condurlo fuori della Città, aveva

chiesto d’essere infeudato dei migliori beni della Chiesa; i suoi

vassalli avevano coperto il Papa di scherni, le sue feroci sorelle

simili a furie lo avevano subissato di un torrente d’invettive,

nelle quali probabilmente non era risparmiato il nome di Matilde:

però Gregorio in mezzo a tutto questo non aveva ismarrita la sua

dignità[223]. Se anche la fazione di Cencio avrà tentato di suscitare

Roma a libertà, la sua voce non fu intesa; la sua breve resistenza fu

prestamente domata, e il popolo diede furibondo assalto al palazzo per

liberare Gregorio.

Come Cencio si vide perduto, supplicò grazia, od a spada tratta

la impose; gli perdonò il Papa, e promise che gli avrebbe concesso

assoluzione, se dopo di aver peregrinato a Gerusalemme, fosse tornato

pentito a’ suoi piedi[224]. Forse mai in nessun’altra occasione più

chiaramente che in quella notte e dopo il suo salvamento, Gregorio

rivelò il suo coraggio e la generosa indole sua; mantenne fede financo

al suo assassino che protesse dal furore popolare. Lo si ricondusse

in trionfo a santa Maria, dove l’uomo meraviglioso, più avventurato di

Leone III, ripigliò a dire la messa interrotta. Il popolo distrusse le

case di Cencio e della sua fazione, e frattanto il feroce capitano co’

suoi parenti pigliava il largo[225], ma era appena giunto alla prima

pietra miliare, che gli sbolliva l’idea di peregrinare a Gerusalemme,

e preferiva di gettarsi ghignando in uno de’ suoi castelli nella

Campagna; vi raccoglieva vassalli e uomini malcontenti, e devastava

impunemente i dominî della Chiesa[226].

Questo destino irto di contrasti subì il maggiore di tutti i Papi;

innanzi a lui tremava il mondo, a’ suoi piedi si prostravano Re, ma

i ribelli Romani ponevano le mani su di lui e lo trascinavano pei

capelli. Egli seppe umiliare i suoi nemici coronati, ma non giunse a

punire i più disprezzabili de’ suoi avversari, onde nel silenzio del

cuor suo dovette ripensare alle considerazioni di Salomone, quando

meditava sulla vanità di tutte le umane grandezze.

Gregorio uscì del bujo di quella notte collo splendore di uomo invitto

e di martire. Anche il popolo aveva splendidamente dato prova che lo

amava e che venerava il genio suo; e questa era per lui cosa di grave

rilievo e lo innalzava molto. Può darsi che i suoi nemici accusassero

Enrico di complicità nel delitto; certo è che solo frutto del

forsennato attentato si fu di mandare a vuoto anche l’ultima speranza

di una conciliazione. Gregorio, concitato a ira, gettò adesso lungi

da sè anche l’ultimo rispetto di timore umano, se qualche cosa pur

v’era che ancor lo rattenesse, e volle mover tosto in campo contro il

massimo de’ suoi nemici fra’ Principi. Trattavasi adesso di far curvar

la podestà civile dell’Impero romano sotto ai decreti della Chiesa; e

la lotta che si combattè fra Enrico IV e Gregorio VII, rappresentanti

della Chiesa e dello Stato, è forse il più gran dramma cui la storia

politica abbia mai dato vita.

§ 4.

Gregorio VII la rompe con Enrico IV. — Il Re fa deporre il Papa in un

Concilio raccolto a Worms. — Lettere di lui a Gregorio. — Enrico IV

è scomunicato e deposto in un Concilio raccolto a Roma. — Agitazione

che se ne sparge nel mondo. — Rapporti fra i due antagonisti. — I

ventisette Articoli attribuiti a Gregorio VII.

Poichè Enrico, giovine e imbaldanzito della vittoria riportata sui

Sassoni, non adempieva più ad alcuna delle sue promesse, e adesso come

per lo innanzi andava vendendo officî ecclesiastici, e teneva alla

sua corte i consiglieri scomunicati, l’animo impetuoso di Gregorio ne

traeva ragione di operare in modo, che spingeva il Re agli eccessi

estremi. L’ultima lettera che il Papa indirizzava ad Enrico, era la

provocazione di un avversario accorto e prudente, che nella quiete

e nel silenzio s’era armato in guerra: chiedevagli che facesse una

penitente confessione delle sue peccata, esigeva financo la malleveria

di qualche Vescovo che attestasse essere sincero il pentimento del Re,

ed arditamente faceva capire ad Enrico che avrebbe potuto toccargli la

fine di Saule[227]. Legati romani erano anche partiti per Goslar ad

ammonire il Re di far ammenda delle sue colpe e de’ suoi vizî, e gli

annunciavano l’anatema della Chiesa se si fosse rifiutato di obbedire.

Con giusta ira il figlio di Enrico III, che era il primo principe

della Cristianità, raccolse quella intimazione; sennonchè, in vece di

opporre al Pontefice un’ironia temperata, il suo bollore giovanile

scoppiò in furie, e diè di contra al suo avversario con veemenza e

con grosse armi. Rimandò vergognosamente i legati, e con gran collera

convocò a Worms un Concilio: in esso, ai 24 di Gennaio, i Vescovi

tedeschi, senza molto pensarci su, dichiararono esser il Papa deposto.

Ogni statista di soda mente avrebbe dovuto condannare il giovine Re,

che con questo comportamento malaccorto manifestava una così grande

mancanza d’intelletto politico. Credeva egli che il Papa fosse debole,

perciocchè coi suoi decreti avesse concitato contro di sè tutti i

maggiorenti laici ed ecclesiastici dell’Impero; ma s’ingannava della

forza che credeva di avere pronta a’ suoi servigi, e i nemici di

Gregorio lo ingannavano, dandogli a credere che il Papa si trovasse

in condizioni disastrose a Roma, per ciò solo che il cardinale Ugo,

scomunicato e irrequieto, erane il più acerbo accusatore innanzi

al Sinodo di Worms, cui si dava l’aria di assistere con autorità di

ambasciatore dei Romani[228]. Può darsi che delle lunghe e puerili

litanie di delitti che si apponevano a carico di Gregorio dubitassero

gli stessi più fieri nemici del Papa; nondimeno il sentimento di

libertà commoveva la Chiesa nazionale tedesca contro a un Papa

avido d’impero, che privava l’Episcopato dell’ultimo avanzo di sua

independenza, destituiva Vescovi senza inquisizioni sinodali, eccitava

le comunità stesse a ricusar loro obbedienza ecclesiastica; a un Papa

che fuor della sua persona pareva non iscorgere nel mondo altro che

sudditi. Prima d’ogni altra cosa dunque Enrico chiamò in armi contro il

Pontefice la Chiesa nazionale minacciata ed i Vescovi.

Oggidì il Papato non è che la ruina di quello che fu: la sua podestà

teocratica sopra i Re ci sembra una leggenda meravigliosa; eppure

oggidì ancora, quando leggiamo gli atti di quel tempo, noi, freddi e

calmi spettatori dei fatti delle età trascorse, respiriamo qualche poco

dei suoi bollori, delle sue passioni. Il Re scriveva così al Papa:

«Enrico, re non per usurpazione ma per volontà santa di Dio, a

Ildebrando non papa, ma infinto frate.

»Questo saluto ti meriti, seminatore di zizzania, tu che maledici

ogni gente della Chiesa, invece di benedirla. Ti dirò brevi parole:

gli Arcivescovi, i Vescovi e i preti calpestasti sotto a’ tuoi piedi,

come schiavi privi di volontà. Li tratti tutti da ignoranti, te solo

tieni per sapiente. Ogni cosa tollerammo per reverenza della cattedra

apostolica; ma tu scambiasti reverenza per tema, e ti ribellasti

perfino contro la podestà regia che Dio ci concesse, e minacciasti

torcela, quasi che la signoria e l’impero stessero non nelle mani di

Dio, ma nelle tue. Cristo chiamò noi all’Impero, non te al Papato. Te

lo guadagnasti con cabale e con falsità; disprezzasti la tua tonaca

monastica, e con denaro ti procacciasti favore, con favore armi, con

armi la cattedra di pace, e la pace ne bandisti, poichè armasti i

sudditi contro ai signori, predicasti lo sprezzo contro ai Vescovi

ordinati da Dio, e desti facoltà perfino agli uomini secolari di

deporli e di condannarli. E tu vuoi deporre me, re incolpevole cui Dio

solo giudica, se i Vescovi dichiararono che a Dio solo si spettava

di pronunciare sentenza sopra un Giuliano apostata? Non è Pietro,

pontefice vero, che dice: Temete Iddio, riverite il Re? Ma tu non temi

Dio, e perciò non riverisci me che sono ordinato da lui. Te colpisce

l’anatema di san Paolo, te condanna il giudizio di tutti i nostri

Vescovi, e ti dice: Scendi della sedia apostolica che usurpasti,

acciocchè altri la occupi che non faccia violenza alla religione, ma

insegni la pura dottrina di Pietro. Io, Enrico, re per grazia di Dio,

ti grido con tutti i nostri Vescovi: scendi, scendi»[229]!

Così diceva Enrico a Gregorio in quella lettera che è prezioso

documento di quest’età. La deposizione del Pontefice decretata da un

Sinodo tedesco, illegale perocchè pronunciata da una sola parte senza

che l’altra si ascoltasse, fu un fatto inaudito negli annali della

Chiesa; tutto l’Occidente ne fu commosso. Frattanto i legati regî

valicavano le Alpi; gli ottimati e i Vescovi lombardi gli accoglievano

con giubilo grande, si congregavano a Piacenza, aderivano alle

deliberazioni di Worms, e anche da parte loro deponevano il Papa.

Rolando, ch’era un prete del basso clero di Parma, fu incaricato di

recare a Roma i decreti di Worms e di Piacenza: quanto ai Romani,

eziandio ad essi Enrico aveva indiritto un bando, in cui, da loro

patrizio, gli ammoniva a disertar la fede di Gregorio e ad eleggere

un novello papa[230]. E giova considerare che, sebbene Enrico non

fosse imperatore, la dignità del Patriziato romano gli offeriva un

apparente fondamento giuridico a procedere contro il Papa, perocchè,

anche nella deposizione che faceva promulgare contro di Gregorio egli

facesse appello a quella sua podestà. Il messaggiero arrivò il giorno

innanzi alla riunione (addì 22 Febbraio) di un Concilio, che s’aveva

ordinato raccogliersi in Laterano. Aperta la sua prima tornata col

solito canto di un inno, si presentò Rolando, e impavidamente disse

al Papa: «Il signor mio, il Re, e tutti i Vescovi di là dai monti, ti

comandano di scendere incontanente dalla cattedra usurpata, avvegnaddio

senza la volontà di loro e dell’Imperatore nessuno possa pervenire a

siffatta dignità. Voi tutti, o fratelli», e qui l’oratore si rivolse

al clero, «cito a comparire per le future Pentecoste al cospetto del

Re, e ivi dalla sua mano riceverete un Pontefice, poichè questi qui

presente non è papa, ma lupo vorace.» Cotali parole furono accolte

da grida d’indignazione; i congregati s’alzarono furibondi dai loro

scanni; il Cardinale di Porto gridò che si pigliasse il mariuolo; e

il Prefetto della Città si scagliò colla spada nuda su Rolando. Forse

un fanatico colpo di spada avrebbe mandato a rotoli l’audace edificio

di Gregorio, ma il Papa si frappose prestamente, e impedì l’uccisione

dell’ambasciatore.

Tornata la calma, il Sinodo si mise all’opera con energia. I Vescovi

lombardi e tedeschi, che avevano sottoscritto i decreti onde dicemmo,

furono scomunicati, e Gregorio, fin da quando incominciò il Concilio,

ebbe il contento di accogliere alcuni di quei prelati tedeschi, che

pieni di temenza erano corsi di qua delle Alpi a gettarglisi ai piedi.

Quanto al Re, il Sinodo chiese che si punisse colla massima pena della

scomunica ecclesiastica; e frattanto l’imperatrice Agnese assisteva

nella basilica alle sessioni di un Concilio, di cui ogni parola che

v’era pronunciata, parve scendere grave grave a trafiggerle il cuore.

La vedova del forte Enrico, allontanatasi dal suo figliuolo, s’era data

in balìa dei preti romani; però il fumo degl’incensi che ella respirava

in Roma, non poteva averle intieramente assopito i suoi sentimenti di

madre[231].

L’anatema di Gregorio corse il mondo come un fulmine vero, e come

fulmine colpì la testa del primo monarca della Cristianità. Giammai

la folgore di una scomunica operò effetto pari. Tutte le censure de’

Papi sono state inerte cosa rimpetto a questa di Gregorio ch’ebbe tanta

efficacia nella storia universale, da metter in fuoco l’Occidente:

spettacolo orribilmente sublime di quel tetro medio evo, e diverrà

sempre più meraviglioso quanto più la gente umana, progredendo nel suo

cammino, si discosterà da quell’età.

La fede universale poneva in grembo al capo della Chiesa la podestà

di benedire e di maledire, e nessuna potenza mondana gli contestava

il diritto delle censure ecclesiastiche. I Re, come tutti gli altri

laici, erano soggetti alla disciplina della Chiesa, e il superbo

Gregorio poteva sclamare: «Quando Cristo disse a Pietro, pasci le mie

pecorelle, ne ha forse eccettuato i Re?» Anatemi erano le armi dei

Pontefici reputate legittime; or doveva un Gregorio tenere a schivo

di adoperarle contro un Principe che con abusi metteva a soqquadro

la Chiesa, e aveva deposto il Papa? Tuttavolta l’audacia inaudita di

questo anatema commosse il mondo. Infatti non s’era ancora sollevata

tanto alto l’idea dell’autorità del Papa che non mettesse spavento

l’opera sua onde aveva scomunicato il Re dei Romani; e più meraviglia

metteva l’arroganza, finora senza esempio, per cui il Vescovo romano

promulgava essere il capo dell’Impero decaduto delle sue corone, e

ne scioglieva i sudditi del loro giuramento, e seminava così per le

terre odio e ribellione[232]. Potranno i secoli venturi farsi un’idea

adeguata che furonvi tempi in cui il Papa derivò da un pacifico e

poveretto Apostolo una potenza così simile a quella di Dio? L’età

nostra, che in qualche modo non si discosta ancor molto dal medio

evo, omai stupisce gravemente allorchè pensa che usurpazione tanto

enorme della maestà divina s’arrogò un meschino mortale, figlio fugace

di un’ora brevissima, un uomo che benedicendo o condannando vuole

imperare all’eternità, lui, l’uomo che il soffio di un minuto incerto

può schiacciare, senza che pur traccia ne resti. La è pur mostruosa

la grandezza di quel sacerdozio dei tempi di mezzo, che si elevò così

temerariamente sopra i limiti del finito!

La novella che il Re romano era deposto destò per tutto Occidente una

sensazione grande, da non potersi credere. Tutto l’Impero romano (dice

un Cronista di quell’età) ne tremò; il giudizio degli uomini andò

stravolto da un’azione così inaudita, in quello che i preti rovistavano

gli annali del Papato per trovarne di che giustificare Gregorio con

somiglianti avvenimenti dei tempi trascorsi, e speravano di acchetare

il malcontento e le meraviglie con qualche esempio di autorità

vescovile, che per verità a questo caso mal si acconciava[233].

Enrico e Gregorio, adesso nemici a vita e a morte, erano entrambi

entrati nella stessa lizza per assalirsi; entrambi s’erano l’un l’altro

deposti; entrambi avevano abbandonato il terreno del diritto, e s’erano

arrogata un’autorità che non avevano. Però non combattevano ad armi

eguali. Un Re di quel tempo, se anche impugnava una spada di eroe, era

un inerme contro un Papa che impugnava il dardo della scomunica. Un

Re che combatteva contro un Papa, era un uomo di forze ordinarie alle

prese con un mago. Enrico s’era cacciato in questa mischia con impeto

cieco; Gregorio invece aveva combinato con savia arte il suo piano di

guerra; e il Papa, che apparentemente non aveva alleati, poteva alla

fine schierarne in campo più, e più forti che il suo regale nemico.

Entrambi avevano indole despotica; ma l’arbitrio del Re si frangeva

di contro all’opposizione costituzionale che gli movevano gli Stati

dell’Impero, laddove la possanza gerarchica che il Papa esercitava

su’ Vescovi e su’ Concilî, non avea più limiti. L’animo leggiero

di un Principe vizioso attenua la sollecitudine che sentiremmo

delle sue sorti; ed i veri abusi onde la Chiesa verminava e ch’egli

proteggeva rendevano desiderato il trionfo del Pontefice, fino a tanto

che ei prendeva quelli di mira. Tuttavolta l’intemperante disegno

dell’infallibilità e dell’onnipotenza pontificia che Gregorio scriveva

sul suo vessillo, è cosa che spaventa la mente di chi deve giudicarne,

e affievolisce la nostra sollecitudine per quella salutare riforma,

anche se sia duopo riconoscere che era necessità di liberare la Chiesa

dalla servitù politica. Sebbene v’abbiano dei dubbî sul vero tenore

dei ventisette Articoli che furono inseriti nei Regesti di Gregorio, ad

ogni modo ci giova fermarci sui più notevoli, avvegnachè corrispondano

in tutto e per tutto allo scopo che Gregorio VII si propose, e a ciò

che egli stesso professò apertamente nelle sue lettere.

«Dio solo fondò la Chiesa romana. Non altri che il Papa ha diritto di

promulgare nuove leggi, di fondare nuove comunità, di deporre Vescovi

senza bisogno di decisioni sinodali. Egli solo ha diritto di servirsi

delle insegne imperiali. Ei solo porge il piede al bacio di tutti i

Principi. Soltanto il suo nome è invocato in tutte le Chiese. Il suo

nome, papa, è uno al mondo. Ha diritto di deporre Imperatori. Ei può

sciogliere i sudditi dalla loro fede verso reggitori ingiusti. Senza

della sua autorità nessun capitolo, nessun libro è canonico. Le sue

sentenze non ammettono sindacato. A nessuno è lecito di giudicarlo. La

Chiesa romana non errò mai, nè fallirà mai in tutta la eternità, come

attesta la sacra Scrittura. Tosto che il Papa è consecrato secondo

i canoni, diventa santo pei meriti di san Pietro. Quegli soltanto è

cattolico che crede colla Chiesa romana»[234].

§ 5.

Gli Stati dell’Impero in Germania si staccano da Enrico IV. —

Egli si sveste della podestà regia. — Valica le Alpi per mendicare

l’assoluzione dalla scomunica. — Suo suicidio morale a Canossa (1077).

— Grandezza morale di Gregorio VII. — I Lombardi disertano il Re. —

Questi si riaccosta ad essi. — Muore Cencio. — Muore Cinzio. — Muore in

Roma l’imperatrice Agnese.

Enrico ricambiò l’anatema coll’anatema, ma presto conobbe quale e

quanta fosse la potenza del suo avversario romano, che destramente gli

seminava nella stessa sua terra la ribellione, offeriva ai maggiorenti

la prospettiva attraente del trono, armava fanatismo e superstizione,

quei due alleati formidabili della podestà sacerdotale, seduceva

clero, nobili e popolo di Alemagna a disertare la bandiera di un

despota scomunicato, ed a scegliersi un altro Re, cui egli, papa,

tostochè l’avesse trovato uomo degno, voleva impartire la consecrazione

apostolica. Se Enrico avesse posseduto forza vera di monarca avrebbe

sopportato senza gran danno l’anatema; per lo contrario la sua

podestà d’impero non riposava che sopra il fondamento mal securo della

feudalità, ed era soltanto a questo organamento che i Papi andavano

debitori della buona riuscita dei loro disegni[235].

La storia dell’Impero tedesco descrive qualmente Principi, Vescovi e

non tutto ma molto popolo abbandonassero un Re ch’era temuto e odiato

se non pure sprezzato; a noi basta osservare che fu precisamente il

partito tedesco a lui avverso, che gittò nell’obbrobrio umiliante di

Canossa questo Re fornito di alti pregi e valoroso in guerra, ma roso

da passioni scapigliate. Alemagna, ribellantesi per motivi politici,

gli era per due buoni terzi ostile, e parteggiava per Roma; i suoi

nemici potenti, Guelfo di Baviera, Rodolfo di Svevia e Bertoldo di

Carinzia disprezzavano l’invito con cui gli aveva chiamati a Worms,

ed anzi eglino stessi convenivano a Treviri coi legati pontificî.

I Principi s’impaurivano dei suoi intendimenti monarchici, e questa

temenza e la sciagurata loro smania di parteggiare gli alleavano a

Roma. A nulla valevano le istanze del Re, che gli scongiurava affinchè

nella sua persona non insultassero alla dignità della patria e

dell’Impero. L’assemblea di Treviri tradì la patria, poichè riconobbe

come di buon diritto le audacie del Pontefice che aveva scomunicato

il Re, e conseguentemente riverì in lui la podestà di farsi giudice e

arbitro dell’Impero. Essa protestò che Enrico sarebbe destituito se

per il giorno 2 Febbraio 1077 non fosse prosciolto dalla scomunica;

in quel dì un parlamento raccolto in Augusta sotto la presidenza del

Papa avrebbe pronunciato giudizio di lui: fino a quel tempo doveva egli

vivere a Spira in condizione di uomo privato. Il Principe scoraggito

subì un vitupero quale appena un Carlo il Calvo avrebbe tollerato;

ritrattò i decreti pronunciati contro il Papa, e si ritirò a Spira.

Gregorio, che i Tedeschi avevano invitato ad andare ad Augusta,

annunciò loro che si sarebbe ivi recato. Ma mentre quegli attraversava

le terre della sua amica, Enrico veniva a cerca dell’assoluzione,

e con poca accompagnatura, arrampicandosi per sentieri battuti dai

banditi, valicò i ghiacciai del Moncenisio, orrenda via in quella

stagione invernale. Il Re era uomo cui mancava fermezza di propositi,

laonde si buttava d’uno in altro eccesso: trovatosi abbandonato, gettò

lungi da sè le armi, e dal culmine della superbia regia si lanciò nel

vortice della più profonda vergogna, nè più nè meno di un suicida,

e si prostrò alle ginocchia del nemico suo, che, stupefatto egli

stesso di quel che avveniva, gli impose il piede sul collo. Udendo

che Gregorio era in procinto di venire in Germania, il suo intelletto

gli suggerì di impedirnelo: un uomo di cuore avrebbe raccolto un

esercito e si sarebbe gettato fra il Pontefice e l’Alemagna, ma Enrico

avea dell’astuzia, non genio. La prima spedizione che imprendeva

in Italia il figliuolo di quell’Enrico III, le cui soldatesche

coperte di ferro avevano fatto tremar tutto il paese, offre il gramo

spettacolo di un esule scomunicato, di un peccatore mendico che viene

in pellegrinaggio penitente; è il trionfo della superstizione che

la vince sull’intelletto e sul sentimento di onore, però è eziandio

una grande vittoria che la forza morale, rappresentata dalla Chiesa,

consegue sopra despoti rozzi. Quel po’ di bello che si mesce in tanto

brutto a mitigare il vitupero della venuta di Enrico si è la commovente

tenerezza della sua sposa, la ripudiata di un tempo, che adesso con

grande amore divide seco lui le traversie e i pericoli.

Come Enrico comparve in Italia, Lombardia lo salutò con gran giubilo.

Gli Italiani del settentrione avevano veduto Re tedeschi scender

dalle Alpi soltanto per muovere a Roma da prepotenti a intronizzarvi

o a deporvi Papi, ed a prendersi l’Impero; laonde eglino credettero

ch’ei fosse venuto per rovesciare dalla sua cattedra Gregorio «nemico

dell’uman genere». Da molte città dell’una sponda e dell’altra del

Po numerosi vassalli accorsero a lui, e Gregorio, facendo sosta a

Mantova, si ricoverò a Canossa, che era un castello di Matilde, e vi

si rinchiuse. Frattanto il Re ascoltava i discorsi dei Conti e dei

Vescovi, e il suo cuore trambasciato ondeggiava fra l’orgoglio e la

paura che in pari tempo se lo disputavano. Però, indicibile cecità era

la sua; e, simile ad uomo accalappiato dagli incantesimi di un mago,

il giovine ributtò i Lombardi, e si gettò in braccio ad una vera morte

morale. Lo spaventava la Dieta di Augusta che era prossima a radunarsi;

la vergogna gli inceppava il piede, ma l’angustia lo spronava a correre

a Canossa, le cui torri fatali finalmente gli apparivano in vista.

Colà, dietro una triplice cinta di mura, stavansi un prete che lo

aveva maledetto, e una femmina che copriva quel prete sotto lo scudo

della sua protezione, nel tempo stesso che ogni giorno Vescovi di

Germania, affranti dai rimorsi, arrivavano al castello per implorare

la assoluzione. Enrico entrò in negoziati per ottenerla; e alcune

donne, la contessa Matilde e la contessa Adelaide suocera di lui, si

frapposero paciere da sorelle pietose.

Nella storia del Papato vivranno eternamente splendidi due episodî,

monumento della grandezza spirituale dei Pontefici; Leone innanzi cui

indietreggia Attila terribile conquistatore, e Gregorio avanti cui

s’inginocchia Enrico IV in abito di penitente. Però chi consideri

questi due avvenimenti celebri nel mondo, ne proverà sentimento

diverso; il primo lo indurrà a venerazione di una grandezza morale

purissima, il secondo non gli desterà altro senso che di meraviglia

di un animo quasi sovrumano. Tuttavolta la vittoria del monaco inerme

ha più diritti all’ammirazione del mondo che tutte le vittorie di

Alessandro, di Cesare o di Napoleone. Le battaglie che i Papi del medio

evo combatterono non furono guadagnate con ferro e con piombo, ma con

potenza morale; ed è appunto l’uso o l’efficacia di mezzi così sottili

e morali che talvolta rendono il medio evo più grande dell’età nostra.

Rincontro a Gregorio Napoleone non è che un barbaro.

Tre giorni stette lo sventurato Re aspettando fuor della porta più

riposta della rocca, a piè nudi nella neve, coll’abito di penitente

gettato sulle sue vestimenta, supplicando di essere accolto, e

amaramente piangendo. Gregorio traeva in lungo, non fidandosi di un

Principe incostante; ed era cosa naturale: tuttavolta l’umiliazione

che subiva, rendeva il Re oggetto di commiserazione, e la durezza del

Papa dovette sembrare crudele financo a Matilde[236]. Finalmente il

Pontefice assolse l’avvilito Re (questo avvenne a’ 18 di Gennaio), ma

in quell’istesso punto ne fece a brani la dignità regia: comandò che

deponesse nelle sue mani la corona, vivesse da uomo privato fino a

tanto che un Concilio lo giudicasse, promettesse con giuramento che,

ove fosse riposto in trono, sempre avrebbe obbedito al volere del

Papa[237]. Gregorio comprendeva che il Papato per mezzo suo celebrava

in quell’istante un fasto imperituro nella storia del mondo; tuttavia

gli è in cosiffatti momenti di trionfo che un animo ben fatto rammenta

la inanità di ogni grandezza, onde lo incoglie un sentimento mesto

di pietà e di perdono. Un dì Ottone I aveva versato lagrime vedendo

un Papa dappoco, che supplichevole gli tendeva le braccia; ed anche

Gregorio pianse di commozione vedendo il Re dei Tedeschi, il capo

supremo dell’Occidente, gettarsi lacrimoso ai suoi piedi sul nudo

terreno. Però nell’animo di bronzo del frate romano le tenerezze

non durarono che un volger di ciglia, e la calma maestosa in cui

si ravvolse compiendo il suo giudizio su di Enrico, lo circonda di

sublimità tremenda.

«Se io», diceva mentre spezzava l’ostia, «se io son colpevole di

quel che mi si accusa, mi uccida in questo istante quest’ostia»; e

la consumò fra le grida di giubilo del popolo commosso a fanatismo;

e freddo e calmo offerse l’altra metà al Re perchè si assoggettasse a

pari giudizio di Dio. Dinanzi questa orribile prova che sostenne senza

dignità, Enrico si accasciò in un deplorevole nulla. Buon per lui che

non diventò spergiuro come Lotario; e forse tuttavia la vergogna di

questo istante risvegliò nel fondo del suo cuore spiriti virili, e

moralmente lo ritemprò.

Tutte le cose umane hanno un limite di altezza e di decadenza, donde

poi scendono e si rialzano. Quello stesso momento vide Gregorio

all’apogeo della sua fortuna, Enrico nella profondità della sua

miseria; quegli lentamente andò declinando a proporzioni ordinarie,

questi lentamente andò risorgendo. Come uomo che si risveglia da un

sogno spaventoso, il Re uscì di quel castello in cui aveva spogliato

la dignità dell’Impero e la grandezza de’ suoi padri, ed un silenzio

glaciale come di tomba, fu tutto quel che trovò in Lombardia. I prodi

Lombardi che erano ancora in armi, si distolsero da lui con isprezzo;

i Conti, i Vescovi gli voltarono le spalle o lo accolsero freddamente;

le città in cui germogliavano vigorosi gli spiriti republicani, si

rifiutarono di dargli albergo, ovvero con lentezze sprezzanti gli

sporsero provvigioni fuor delle loro mura. Un sentimento di mal animo

serpeggiava per l’Italia settentrionale; Enrico aveva esposto la corona

a un obbrobrio incancellabile; essi erano stati pronti a combattere il

nemico comune uniti con lui, ed egli aveva traditorescamente fatto la

sua pace vergognosa: volevasi dunque porre il piccolo Corrado nel luogo

del suo imbelle padre, con quello volevasi muovere a Roma, coronarvelo

imperatore, discacciare Gregorio, eleggere un altro Papa[238].

Enrico aveva appena lasciato Canossa, che diventò lo zimbello di un

nuovo conflitto. Se egli, come protestò ai Lombardi, abbia cercato

l’assoluzione non per altro che per riacquistar libertà e vendicarsi

del Papa, non v’ha alcuno che non deva condannarne la falsità e scusare

la severità del Pontefice. Soltanto che un profondo conoscitore del

cuore umano qual si era Gregorio, doveva predire a sè medesimo che

egli avrebbe potuto bensì infliggere la massima onta ad un Principe

fervido di passioni, ma non costringerlo a tollerarla per tutta la

vita: la intemperanza della vittoria si ritorse naturalmente a danno

di Gregorio. Colla sua buona ragione rifiutò al Re ciò che questi gli

chiedeva, di torre in Monza la corona d’Italia; Enrico tenne ancora

un tratto i Lombardi lontani da sè, indi cercò di riconciliarsi

con loro, ed a Piacenza ricevette i suoi partigiani che con maschia

dignità avevano respinto l’assoluzione che il Papa loro aveva offerto

da Canossa. Guiberto di Ravenna gli si avvicinò, e così anche Cencio.

Questo Romano doveva meravigliare d’un Re che s’era gittato nella

polvere innanzi a quello stesso Papa, che egli poco tempo prima aveva

trascinato per i capelli fuor di una chiesa; e adesso ei veniva a Pavia

per ritentare la sua buona fortuna contro Gregorio, ma Enrico, così

almeno pare, si faceva scrupolo di accoglierlo. Il Romano sitibondo di

vendetta si poneva a sentinella fuor delle porte di Canossa, ed era

infaticabile a combinar piani e a ordire congiure, quando di repente

moriva a Pavia. I Gregoriani fecero grandi allegrezze che l’inferno

s’avesse inghiottito Catilina, ma i banditi dal Papa, coll’arcivescovo

Guiberto alla testa, accompagnarono con ostentazione di pompe il loro

amico alla sepoltura[239].

Se l’inferno avrà fatto un boccone dell’empio Cencio, il paradiso avrà

dischiuso le sue porte al pio Cinzio. Il Prefetto della Città, cui

Gregorio durante la sua assenza aveva confidato il governo di Roma,

morì sul finire dell’estate di questo stesso anno 1077, trucidato in un

agguato che Stefano, fratello di Cencio, gli aveva teso nella Campagna.

I Romani del suo partito lamentarono la morte del loro Prefetto e la

vendicarono; presero d’assalto la rocca di Stefano, s’impadronirono

di lui, piantarono innanzi al san Paolo la sua mozza testa, e i socî

che lo avevano ajutato a commettere l’assassinio, punirono di morte o

di bando[240]. Così Cinzio divise la sorte di Arialdo e di Erlembaldo,

amici suoi. Anche alla tomba di lui accorsero in gran folla i credenti,

e il Prefetto, che vivente gli aveva talvolta edificati con prediche,

operò adesso in morte miracoli, come a un martire si conveniva. I suoi

avanzi mortali, deposti in un sarcofago di marmo nel «paradiso» del san

Pietro, furono colà venerati per tempo lungo[241].

Addì 14 Dicembre, lo seguì nella fossa la sventurata madre di Enrico.

Ella morì in Laterano, angosciata del figliuolo ch’era caduto in tanto

profonde miserie. Il suo cadavere fu sepolto presso al san Pietro,

nella cappella di Petronilla; ella ed Ottone II furono i soli Re di

nazione tedesca che abbiano avuto tomba in Roma[242].

§ 6.

Enrico IV prende animo a restaurare la dignità del regno. — Rodolfo di

Svevia, antirè. — Enrico torna ad Alemagna, Gregorio a Roma. — Entrambi

cercano l’amicizia di Roberto Guiscardo. — Cadono gli ultimi Dinasti

longobardi nell’Italia meridionale. — Uno sguardo al passato del popolo

longobardo. — Roberto presta in Ceprano giuramento di vassallaggio a

Gregorio VII. — Guglielmo il Conquistatore e Gregorio VII. — Il Papa

riconosce Rodolfo per re, e scomunica una seconda volta Enrico IV. —

Guiberto di Ravenna, antipapa. — Mutazione di fortuna.

Il maschio pensiero di restaurare nuovamente la dignità del regno si

afforzò nell’animo di Enrico, dai cui occhi cadde adesso il magico

velo. Ei comprese chiaramente qual fosse la missione sua, e la

intraprese con coraggio di eroe, laonde vediamo questo Principe nella

seconda metà della sua vita lottare da guerriero valoroso contro la

podestà del Pontefice romano, sì come dopo di lui la combatterono gli

Hohenstaufen, alla cui celebre famiglia fu egli che concesse la duchea

di Svevia.

I ribelli tedeschi avevano invitato il Pontefice ad andarne a

Forcheim, dove, nel mese di Marzo, volevasi pronunciare giudizio

sul Re. Lui pertanto Gregorio ammoniva che si presentasse, e che gli

desse salvocondotto a Germania, conformemente al patto conchiuso a

Canossa. Ma Enrico, rispondendo in termini ambigui, cercò di impedire

quell’andata, e il Pontefice spedì allora legati suoi proprî ad

Alemagna. Intenzione di lui doveva essere non già di schiacciare il Re

umiliato, bensì di farne un vassallo della santa Sede, di costringerlo

a rinunciare al diritto di investitura ed a riverire tutti gli

altri comandamenti di Roma. Però la repentina elezione di un Antirè

sconvolgeva tutti i suoi piani; chè, ai 13 di Marzo dell’anno 1077,

Rodolfo di Svevia era eletto re di Germania alla presenza dei legati

pontificî, e promulgavasi essere Enrico destituito. L’esaltazione

dell’Antirè, alla quale Gregorio più tardi con giuramento solenne

protestò di non aver avuto parte alcuna, addusse un’imprevista

mutazione di tutte cose, e restituì un novello impulso di corrente agli

avvenimenti che fin qua s’erano arrestati ristagnando. Quell’elezione

mandò a monte il trattato di Canossa, e fece che gli avversarî di

Enrico in Germania si tramutassero in gente ribellata a quel Re, che

il Papa aveva pur dianzi assolto[243]. Prudenza imponeva per certo a

Gregorio di tenersi qualche tratto indeciso, affine di trar profitto

di quella condizione privilegiata di arbitro fra due Re, nessuno dei

quali egli riconosceva per tali: così infatti un cambiamento quasi

meraviglioso di potenza, aveva tratto l’Impero tedesco in quelle stesse

condizioni nelle quali s’era trovato il Papato a’ tempi di Enrico

III. Enrico fu costretto a correre in Alemagna, a combattervi per

difendere la sua corona; pose Tebaldo arcivescovo di Milano e Dionisio

di Piacenza da suoi vicarî in Italia, e nell’Aprile valicò le Alpi per

tornarsene al suo paese. Questa patria che aveva lasciata con sì poca

dignità regia, rivide adesso da re, ed è mirabile cosa contemplare

quest’uomo scapestrato rialzarsi dell’umiliazione sofferta in Italia,

rifatto forte guerriero. La sua persona bella e maestosa, i suoi modi

regî, la sua energia e il suo ardimento si rivelano adesso per la prima

volta, uscendo dell’oscurità in cui s’erano occultati, e provano che

nelle sue vene scorreva il sangue dei più gloriosi Principi dell’Impero

tedesco.

Frattanto dalle castella di Matilde, Gregorio udiva le grida di

battaglia e di sfida che gettavano i Lombardi, coi quali Enrico

s’era del tutto pacificato. Privilegî dati da lui rafforzavano le

giovani libertà delle città, e Italia temeva l’ambizione di regno

di un grande Pontefice, più che la supremazia d’impero di un Re

indebolito. I Lombardi di ogni città e tutta Romagna inalberarono la

bandiera di Enrico[244], interchiusero a Gregorio i passi delle Alpi,

imprigionarono i suoi legati, e ormai nel Maggio poco mancò che in una

dieta di Roncaglia rinnovassero i decreti pronunciati a Piacenza, e

deponessero il Papa. Soltanto le soldatesche di Matilde impedirono che

colle armi lo assalissero.

Gregorio rimase ancora qualche mese nell’Italia settentrionale, indi

conobbe che gli era impossibile di toccare il suolo di Germania.

Tornato nel Settembre a Roma, dovette capire d’aver posto il piede in

un avvillupato labirinto, e che soltanto adesso sarebbe cominciata

quella lotta colla monarchia germanica, che egli aveva sperato in

sì breve tempo di condurre a termine. Per verità trovava la Città

tranquilla, ma quello che lo angustiava era il progredire de’ Normanni.

Enrico faceva a tutt’uomo di ridurlo a mal punto con questi formidabili

nemici, ma l’astuto Roberto Guiscardo con grande abilità non si

dichiarava per lui, nè per il Papa. Non imprese del Re su di Roma, non

spedizioni guerresche del Papa turbavano più i suoi disegni, laonde

imprendeva a sottomettere la Campania, dove Amalfi gli dava opportunità

di volgere le sue armi contro Gisulfo di Salerno suo cognato, ch’era un

despota crudele e amico fervidissimo di Gregorio[245]. Indarno cercò il

Papa di impedirne la caduta, chè Roberto strinse alleanza con Riccardo

di Capua, fin adesso rivale suo, indi nel Maggio 1077 assediò Salerno,

conquistò la città, e costrinse eziandio Gisulfo, ch’era chiuso nella

cittadella, ad arrendersi. L’ultimo Principe longobardo, figlio di quel

Guaimaro che in antico era stato un sì magnifico signore, ne trasse

salve la miserabile vita e la libertà; il Papa con gran dolore lo

ospitò in Roma; quivi lo adoperò a’ suoi servigi, e, come vien detto,

lo pose da rettore della Campagna romana[246].

In siffatto modo scomparvero gli Stati longobardi dell’Italia

meridionale, dove per trecento anni avevano tenuto testa agli

Imperatori d’Oriente e d’Occidente, ai Papi ed ai Saraceni.

Meravigliosa fu la tenacia con cui si mantenne la razza del popolo

longobardico; quantunque la sua lingua antica si perdesse nell’idioma

romano, il suo sangue si conservò tuttavia in alcune famiglie, che con

grande orgoglio derivarono la loro origine dai conquistatori discesi

con Alboino. Ancor giù nel secolo duodecimo, i documenti dell’Italia

meridionale sono pieni di questi nomi longobardi antichi, Machenolfo,

Landolfo, Pandolfo, Adenolfo, Gisulfo, ovvero di questi altri, Maraldo,

Castelmanno, Romualdo, Audoaldo, Musando, Ademaro, Litto, Arechi,

Radelgrimo, Adelberto, Adelfaro, Radelchi, Guiselgardo, Roderico[247].

È bella gloria del popolo longobardo di aver avuto una nobile ed

efficace parte a comporre la nazione italiana. La sua razza s’ebbe

ostinatamente conservata da dominatrice, e per un cinquecento anni fu

la veramente libera d’Italia, protetta dal giure longobardico, che Re

savî in mezzo alla barbarie, diedero un tempo all’Italia a vece del

codice di Giustiniano: quella legislazione non cessò che dopo la prima

metà del secolo duodecimo. Nei libri di questa Storia abbiamo spesse

volte notato che in un periodo lungo di tempo furono pur sempre uomini

longobardi i quali stettero a capo degli avvenimenti e della cultura

d’Italia; e la cosa durò fino alla contessa Matilde, a Gregorio VII ed

a Vittore III, illustri ornamenti del popolo longobardico in questa sì

tarda età[248].

Roberto volle adesso far suo anche il pontificio Benevento, in quello

che Riccardo, conformemente a’ patti, cingeva Napoli di assedio.

Gliene dava pretesto l’asilo che Gisulfo aveva trovato a Roma; e la

morte di Landolfo VI, ultimo principe che non lasciava discendenza

e che avevane tenuto il trono solo perchè era stato vassallo feudale

del Papa, lo allettava a conquistare la città. Sulla fine dell’anno

1077 pose campo innanzi a Benevento, e mandò sue milizie di scorridori

nella Campagna romana, nella Marca di Ancona, sulle coste di Tuscia,

nel territorio de’ Marsi, nella Marca di Spoleto. Però la resistenza

gagliarda di Benevento gli fu d’intoppo; lui non iscosse la scomunica

di Gregorio, sibbene l’arte politica del Papa rese vacillanti i

Principi di Capua[249]. Riccardo morì davanti a Napoli nell’Aprile

1078, riconciliato colla Chiesa; il figliuol suo Giordano capì ciò

che il Papa gli fece rappresentare, che alla fine i buoni successi di

Roberto lui pure avrebbero precipitato in ruina; quindi fu che egli

levò l’assedio di Napoli, giurò in Roma vassallaggio al Papa, si alleò

coi Beneventani, pose il guasto al campo di Roberto, chiamò a rivolta

i Baroni delle Puglie e delle Calabrie, e costrinse così il Guiscardo

a venir col Papa a’ patti. Gregorio, da quell’uomo prudente ch’era, si

fe’ vedere condiscendente, chè gli bisognava adesso la protezione de’

Normanni contro ad Enrico, avvegnachè proprio adesso fosse apertamente

venuto con lui a una seconda rottura, ed il Re già s’apparecchiasse

a muovere contro di Roma. Non è che una favola che egli adescasse

il temuto Normanno colla prospettiva della corona imperiale; ad ogni

modo gli conferiva abbastanza vantaggi. Andò in persona a Ceperano sul

Liri, ed ivi ricevette, addì 29 Giugno 1080, il giuramento feudale di

Roberto Guiscardo. Il Duca si staccò di Benevento, che adesso diventò

per sempre possedimento pontificio, ma Gregorio non insistette per la

restaurazione di Gisulfo, ed anzi lasciò provvisoriamente in mano del

conquistatore le città di Salerno e di Amalfi, ed anche alcune parti

della Marca di Fermo, tutti possedimenti di san Pietro; poi lo infeudò

delle Puglie, delle Calabrie e di Sicilia. In cambio, Roberto si

obbligò di pagare un tributo annuo, e di difendere la Chiesa, sì come

aveva giurato tempo prima a Nicolò II[250].

Di tal guisa, Gregorio in mezzo alle sue condizioni difficili, s’era

fatto di un inimico un amico e un avvocato della Chiesa. L’orgoglio

del Normanno cedette alla ragione politica ed ai suoi grandi disegni

indiritti alla conquista di Grecia; egli si sottopose alla investitura

pontificia che gli fu concessa «per grazia di Dio e di san Pietro»; e

da quell’ora, per più di seicent’anni, i Re delle due Sicilie dovettero

confessarsi vassalli della santa Sede. Gregorio chiese una simile

professione di vassallaggio anche a Guglielmo il Conquistatore, re

d’Inghilterra, il quale, nel tempo medesimo in cui le genti di sua

istessa stirpe s’impadronivano dell’Italia meridionale, aveva fatto sua

la Britannia. Speravano i Papi di guadagnare in Inghilterra la partita,

parimenti come in Italia la avevano vinta, perocchè volessero che anche

ivi i predatori normanni conquistassero la terra, per riceverla indi

da Roma in feudo. Guglielmo aveva assalito Inghilterra col beneplacito

pontificio, inalberando il vessillo di san Pietro; di qui la Curia

romana faceva derivare i suoi diritti di alta signoria su quel paese,

ma il Re si rideva delle pretensioni di Gregorio, e in una lettera

laconica le mandava come stracci all’aria[251].

Nel frattempo il Papa era stato costretto a prendere una risoluzione

rispetto ad Enrico, che Bernardo cardinale, legato in Germania, aveva

novellamente scomunicato nel Novembre 1077. I Sassoni inveleniti

avevano assediato d’istanze il Papa affinchè riconoscesse una buona

volta Rodolfo per re, e ripudiasse finalmente Enrico. Così dunque ei

fece nel Sinodo tenuto a Roma nel Marzo 1080; bandì che Enrico era

decaduto dell’Impero di Germania e d’Italia, maledisse le sue armi come

avrebbe fatto un incantatore, riconobbe solennemente Rodolfo come re,

e invocò gli apostoli Pietro e Paolo affinchè mostrassero al mondo che

possedevano la potenza non soltanto di legare e di sciogliere in cielo,

ma eziandio di dare e di torre anche in terra, imperi, principati,

contee e d’ogni maniera possedimenti. L’intemperanza della passione

disfigura omai le fattezze di Gregorio[252].

Sennonchè l’efficacia di questo secondo anatema non fu eguale a

quella del primo, chè Enrico adesso, da principe ferrato in guerra,

raccolse lo strale della scomunica sul suo scudo, mentre tutta

l’Italia settentrionale si sollevava in favor suo. Raccolse i diecinove

Vescovi del suo partito, a Magonza, nel dì 13 di Maggio, ed ivi eglino

dichiararono per la seconda volta destituito Pontefice[253]. Così da

una parte e dall’altra si ripetevano gli stessi fatti d’altra volta;

soltanto che Enrico con buona ragione andava adesso più oltre, ed

ai 25 di Giugno 1080, faceva che molti Vescovi d’Italia, congregati

a Bressanone, eleggessero Guiberto di Ravenna a pontefice. La sua

lotta contro di Gregorio assumeva eziandio indole di controversia

ecclesiastica; nell’istesso modo che il Papa lo insidiava in Alemagna

con un Antirè, parimenti da parte sua traeva in campo a combatterlo

un Antipapa. Oltracciò Ravenna era paese tale che grande reverenza

poteva trarne un Antipapa. Da dopo del secolo decimo, quei Patriarchi,

nemici antichi de’ Papi, avevano conseguito potenza degna di principi;

l’Esarcato, provincia ricca e vecchissima dello Stato ecclesiastico,

qual era composto all’età dei Carolingi, s’aveva nel corso del tempo

svincolato completamente da Roma; era diventato possedimento degli

Arcivescovi ravennati, e questi nelle singole città ponevano Conti

loro proprî, e presto infeudavano terre a vassalli ereditarî, mentre

eglino stessi tenevano in feudo l’antico possedimento dei Papi, non per

investitura di questi, sibbene degli Imperatori.

Un avversario così antico di Gregorio, qual era Guiberto di Ravenna,

iniziato profondamente in tutti i rapporti allora esistenti fra

la Chiesa e lo Stato, doveva necessariamente scendere in lizza

da antipapa, ed era più pericoloso di quello che un tempo avesse

potuto esser Cadalo. Nascita illustre, dottrina, intelletto politico

lo rendevano chiaro; da lungo tempo la sua ambizione aveva inteso

alla tiara e pensato di torla a Gregorio; e adesso aveva titolo di

papa e doveva conquistarsi dal lontano san Pietro consecrazione e

potenza[254]. Di Bressanone andò diffilato in Lombardia; e il Re,

che pel venturo anno aveva deliberato di imprendere la sua spedizione

su Roma, si volse dapprima contro ai Sassoni. Nell’Ottobre perdette

la sanguinosa battaglia combattuta sull’Elster, ma fu in pari tempo

liberato dal suo avversario. Rodolfo cadde morto; l’inverno passò, e la

primavera dell’anno 1081 vide Enrico calare dalle Alpi con un esercito,

per venire a Roma a castigarvi il suo nemico[255].

Qui accade una grande mutazione di sorti nella storia fortunosa di

Enrico e di Gregorio. Imperocchè al flusso del destino che finora aveva

sollevato al sommo dell’onda l’audace Pontefice, succedano adesso un

tragico reflusso, la lunga e grave pressura che Gregorio sofferse in

Roma, la sua caduta, la sua morte in esilio. Però il genio meraviglioso

di quest’uomo eroico, se non ha più la potenza di prima, rifulge forse

di luce più viva nel periodo della decadenza, fino a che la sua stella

scompare dall’orizzonte della storia per tuffarsi solitaria e grande

nel mare del tempo.

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 4/8 · 第 11 / 34 题