CAPITOLO QUARTO.

§ 1.

Alessandro II. — Cadalo scende in Italia. — Benzone viene a Roma con

un’ambasciata della Reggente. — Parlamenti tenuti nel Circo e sul

Campidoglio. — Cadalo, ossia Onorio II, conquista la città Leonina.

— Muove a Tusculo. — Goffredo di Toscana impone un armistizio. —

Repentino mutamento delle cose in Alemagna. — Per opera di Annone di

Colonia Alessandro II è riverito per papa (1062). — Entra in Roma.

Prima che Cadalo movesse contro Roma, Ildebrando attese con

instancabile operosità ad acquistarsi aderenti, ed a negoziare con

Goffredo di Toscana, cogli ottimati di Lombardia e coi Normanni.

Alessandro II, animo fiacco cui mancava independenza di volontà, si

rincantucciava dietro la persona del suo Arcidiacono, in cui riponeva

tutta la fiducia, e ch’egli tosto elevava alla dignità di cancelliere.

Accanto di Ildebrando stava il Damiani, della cui penna enfatica quegli

si giovava a combattere con opuscoli acconci, in pro della causa di

Roma. Cadalo non diè bada alla focosa filippica con cui l’eremita

lo scongiurava a desistere dalla sua usurpazione, e gli vaticinava

(fu però falso profeta) che sarebbe morto nel termine di un anno. Il

Vescovo di Parma, dapprima cancelliere dell’Impero sotto di Enrico III,

era uomo di corte di qualche ingegno, nè raccapezzava motivo alcuno per

credersi un usurpatore, chè anzi trovava egli a sufficienza motivi di

chiamar così l’avversario suo. Le doti personali di lui troppo scarse

erano perchè mettessero in temenza il partito d’Ildebrando, ma le

sue dovizie erano di principe, laonde sperava di schiudere con chiavi

d’oro il san Pietro, facilmente sì come le porte di Roma venale. Armava

soldatesche, e nella primavera dell’anno 1062 scendeva in Italia, dove

il partito imperiale con grandi onori lo conduceva di città in città,

mentre Beatrice di Toscana indarno gli frapponeva ostacoli nel suo

cammino. Fece sosta a Parma per afforzare il suo esercito coi vassalli

del suo Vescovato, per congiungersi coi Romani ribelli e per muovere

indi contro la Città.

Benzone, vescovo di Alba in Piemonte, gli era stato posto a’ fianchi

perchè andasse ambasciatore della Imperatrice a’ Romani. Questo

furibondo nemico di Ildebrando e de’ suoi Papi, contro i quali aveva

armeggiato con satire abbastanza efficaci di punta, non si faceva

scrupolo di calunnia o di menzogna; l’audacia con cui assaliva le

persone de’ suoi avversari, la sua arguzia e il suo ingegno potevano

fare impressione sugli Italiani, se per soprassello ei loro avesse

promesso monti d’oro in compenso della parte che prendessero a pro

di Cadalo[156]. Cominciò egli dunque con fargli degli aderenti in

Toscana, indi andò fra i Romani per indurli ad abbandonare la causa

di un Papa eletto contrariamente alla legge. I partigiani della corte

germanica andarono a levare presso alla porta di san Pancrazio il

vivace ambasciatore, e festanti lo addussero in Campidoglio, dove fu

albergato nel palazzo di Ottaviano[157]. Al Vescovo compiacentesi della

magnificenza pomposa sembrò d’essere eguale al legato di un qualche

Imperatore antico; i rozzi Consoli di Roma e gli officiali del palazzo

con loro alte e bianche mitre in capo gli parvero altrettanti _Patres

conscripti_, e allorchè si fece a parlare dai ruderi del Campidoglio

può darsi che paragonasse sè stesso per lo manco a Cicerone[158].

La nobiltà si radunò a parlamento fra gli avanzi di un circo, ossia

ippodromo. Il Circo massimo (se ne torna ad incontrare qualche volta

menzione ne’ documenti) aveva perso la figura antica, chè la ruina

era andata rodendolo per cinquecento anni, dacchè un Re dei Goti ivi

dentro aveva dato gli ultimi giuochi di carri. I suoi due obelischi

giacevano a terra franti, i suoi archi di trionfo erano fatti a pezzi,

e nel mezzo dell’arena cresceva l’erba, sì come avviene anche oggidì:

però i suoi ordini di gradini potevano pur sempre servire da sedili

ad un’assemblea. Questo antichissimo teatro dei più splendidi sollazzi

di Roma si rianimò di nuova vita nell’anno 1062, quando vi entrarono a

frotte i barbarici nepoti, ispidi d’armi; e là dove un tempo le fazioni

dei Verdi e degli Azzurri s’erano accapigliate per i loro guidatori di

cocchi, altre fazioni venivano adesso ad azzuffarsi con pari fanatismo

pei loro Papi[159]. Ei può parere cosa degna di nota per la Roma

di quel tempo, che un parlamento si congregasse in luogo profano; e

questo giova ad apprenderci che gli elementi cittadini erano sorti

vieppiù gagliardi, dopo che la costituzione di un Senato ecclesiastico

e i disegni monarchici del Papato gli avevano massimamente allettati

a resistenza più fiera. Benzone destramente diede all’adunanza il

carattere di comizio del popolo romano; papa Alessandro si vide

costretto a presentarsi ivi in persona, e questo fu un trionfo per

il partito laicale. Allorquando il Pontefice entrò a cavallo entro

l’arena, circondato di Cardinali e di suoi partigiani armati, fu

accolto con tumulto, e Benzone ebbe la bella ventura di potergli

scagliar contro un’orazione tonante. Lo chiamò traditore spergiuro

della corte tedesca cui andava debitore del Vescovato di Lucca, lo

appellò intruso che aveva assalito Roma con armi normanne, e finalmente

in nome del Re gli comandò di scendere dalla cattedra di san Pietro e

di chiedere perdonanza a’ piedi di Enrico. Applausi romorosi accolsero

il suo discorso; invece grida feroci fecero seguito alla risposta di

Alessandro, il quale protestò che per fedeltà al Re aveva accettato la

elezione, e che a lui avrebbe mandato un’ambasceria. Tosto dopo il Papa

cavalcò fuori del circo colla sua fazione, e Benzone fu ricondotto da’

suoi al palazzo di Ottaviano.

Al dì vegnente Benzone convocò un’altra volta il partito imperiale:

di questa «tornata del Senato» egli ci ha dipinto un pomposo quadro

parlamentare, e ci ha registrato alcuni discorsi dei Padri congregati,

i quali presero posto a seconda che alla loro dignità si spettava;

primo Nicolò, maestro del «sacro palazzo», illustre e dovizioso

Romano, discendente (così almeno a creder suo) dei Trebazî antichi;

indi Sassone _de Helpiza_ presidente de’ giudici, Giovanni figlio

di Berardo, Pietro _de Via_, Bulgamino e il fratel suo, Berardo _de

Ciza_, Gennario, Cencio Francolini, Bonifilio, e ottimati altri di

ordine senatorio[160]. Nicolò, maestro del «palazzo», analizzò con

quali mezzi Ildebrando avesse elevato Anselmo al papato[161]; indi

con un’ambasceria spiccata «dal Campidoglio» si fe’ invito a Cadalo

affinchè venisse prestamente a tor possedimento del pontificato; e

Benzone, che stava aspettandolo, si diè vigile cura di tener raccolti i

Romani sotto la sua bandiera, perocchè gli avesse trovati più mutabili

di «Proteo».

Cadalo, ossia Onorio II, accompagnato da Guiberto cancelliere,

compatriota suo, che come capo del partito imperiale era stato

propriamente quello che lo aveva creato papa, partì di Parma; per

Bologna s’avviò a Sutri, dove giunse addì 25 Marzo e dove trovavansi

a salutarlo Benzone, molti nobili romani ed i Conti di Galeria[162].

Mossero indi tutti verso Roma, e posero campo presso a Monte Mario.

Dopo che si ebbe senza alcun profitto negoziato con Leone _de

Benedicto_, che aveva pieni poteri da Alessandro, gli aderenti di

Ildebrando uscirono ad assalto; la battaglia fu fiera e sanguinosa,

ma Cadalo entrò da vincitore nella città Leonina addì 14 di Aprile.

I prati di Nerone furono coperti di centinaja di morti, molti Romani

annegarono nel fiume, la Città risonò di lai dolenti, in quello che i

vincitori strombazzavano lietamente che, da Evandro in poi, Roma non

aveva subìto una sconfitta eguale. Anche il Damiani, che tosto dopo

indirisse a Cadalo una lettera tutta acre di collera, fu tratto a

invocare le reminiscenze delle guerre civili combattute fra Cesare e

Pompeo, e rammentò eziandio la mitezza di Totila che, presa Roma, aveva

risparmiato i cittadini: così la memoria di un Re goto trovò ancora

onoranza in un’età, nella quale delle sue geste obliate leggevasi

novella soltanto nel Libro Pontificale.

Però Cadalo non potè entrare in Roma per il ponte di Adriano o dal

Transtevere; e neppure ardì di soffermarsi nella città Leonina, ma

riprese quartiere nei prati di Nerone. Cinque giorni rimase egli colà,

poi, udendo che Goffredo era in cammino, levò atterrito le tende, e,

traghettato il Tevere presso al castello Flajano[163], ricevette un

sussidio di mille uomini che gli vennero condotti dai figliuoli del

conte Burello della Campania; indi si congiunse ai Conti di Tusculo

e pose campo presso a quella rocca, di cui era allora a capo uno dei

figli o dei nipoti di Alberico, appellati Gregorio, Ottaviano o Pietro

e Tolomeo. Questi signori continuavano ad attribuirsi diritti legittimi

su di Roma, e perciò s’appellavano sempre consoli o senatori dei

Romani[164].

Colà venivano anche legati dell’Imperatore greco a rianimare le

speranze di Onorio II: il Bizantino lo riveriva, e avidamente coglieva

l’occasione dello scisma romano perchè intendeva a cacciare dalle

Puglie i Normanni, alleati di Alessandro, coll’ajuto dell’antagonista

suo. Ancor prima, Costantino Ducas aveva negoziato, per mezzo di

Pantaleone prefetto di Amalfi, coi Romani ossia con Benzone, e gli

aveva richiesti che inducessero la Reggenza tedesca ad associarsi in

una comune impresa contro ai Normanni. E adesso rinnovava quelle sue

proposte, ma indarno, poichè la venuta di Goffredo recava una subita

mutazione di cose.

Se lo sposo di Beatrice fosse stato uomo di genio, egli si sarebbe

giovato di quelle opportunità propizie per impadronirsi del Patriziato

e per fondare un regno italico; ei si restrinse invece a far le

parti di mediatore autorevole, perocchè a lui, così dichiarava, si

competesse di condurre a Roma i Papi. Venuto presso a ponte Milvio,

impose ai partiti di dar tregua alle armi, indi da Tusculo dettò

un accomodamento, giusta il quale i due Papi dovevano tornarsene

ai loro Vescovati, finchè egli fosse andato in persona alla corte

tedesca per farvi pronunziare sentenza di loro controversia. Cadalo si

rallegrò di aver potuto comperare a prezzo di una grande moneta questa

intromissione e l’agio di ritirarsi a Parma; Alessandro anch’egli

docilmente se ne andò a Lucca[165].

Il Duca pose presidio in Roma, ma la fazione di Cadalo teneva in

poter suo la fortezza di san Paolo e la città Leonina, dove Cencio

figlio di Stefano era padrone del castel Sant’Angelo. D’ambo le parti

si cercò adesso di guadagnar in proprio favore la corte di Germania;

colà andò Goffredo, e il cardinale Damiani mandò una scrittura

apologetica. Ristucco della vita che menava in Roma, questo santo aveva

rinunciato al Vescovato di Ostia e s’era ritirato a Fonte Avellana;

però non cessava di servire alla Chiesa, che parecchie volte usonne

da suo legato[166]: e quando Goffredo era entrato in negoziati collo

scomunicato Cadalo, il Damiani gli aveva scritto una lettera donde

schizzava lo sdegno; adesso poi difendeva la causa della Chiesa romana

con una scrittura dettata in forma di dialogo[167].

Frattanto i casi che di repente avvenivano in Germania, e nei quali

non era estranea l’arte politica di Ildebrando, favorivano la causa

di Alessandro II. Annone arcivescovo di Colonia, d’intesa col duca

Goffredo, giusto in quello cacciata l’Imperatrice dal governo, aveva

con violenza trascinato seco il giovine Enrico nel suo Vescovato, e

usurpato la reggenza. Quel prelato, anima avara e falsa, era nato

a far la disgrazia di Alemagna e dell’Impero; sperdette i diritti

della corona facendo accettare il decreto promulgato da Nicolò II

sull’elezione, e ottenne facilmente che un Concilio, raccolto ad

Augusta nel dì 28 di Ottobre del 1062, riprovasse la elezione di

Cadalo, e dichiarasse Alessandro II essere pontefice legittimo.

Completa fu la vittoria del partito di Ildebrando, il quale potè

trionfare soltanto per opera di Annone, chè anche Guiberto, il più

intelligente uomo che la parte imperiale contasse fra i suoi e di

cui era l’anima, fu cacciato, e l’officio di cancelliere d’Italia

affidato a Gregorio vescovo di Vercelli. In pari tempo il doca

Goffredo fu nominato _Missus_ per Roma, dove egli fu incaricato di

ricondurre Alessandro II, che andò a levare da Lucca. In conseguenza

di ciò la parte d’Ildebrando ricevette con molta allegrezza il Papa

suo nel Gennaio del 1063; le soldatesche di Goffredo si congiunsero

coi Normanni e tennero occupate Roma, la Sabina e la Campagna,

dove assediarono o devastarono le castella dei Conti, ma non furono

capaci di sgombrare la Giovannipoli e la città Leonina dai Romani

che parteggiavano per l’Impero: Alessandro II venne in possedimento

soltanto della Città propriamente detta, e con animo trepidante pose

dimora nel Laterano.

§ 2.

Annone è rovesciato in Germania. — Cadalo ritorna a Roma. — Scoppia

nella Città una seconda guerra a cagione del Papato. — Cadalo cade. —

Alla fine si riconosce Alessandro II per papa.

I Tedeschi avevano rinunciato a Cadalo, ma i Romani si mantenevano

costantemente fedeli alla sua bandiera, e indirizzavano fervide istanze

all’imperatrice Agnese, chiedendo che il loro papa Onorio tornasse.

Questo sventurato pretendente che s’aveva visto tradire dalla stessa

corte di Germania, dava fondo in Parma ai suoi tesori per assoldare

milizie con cui voleva tentare una nuova impresa contro Roma. Molti

Vescovi lombardi gli davano appoggio, ed una reazione che succedeva

alla corte tedesca gli dava benanco promessa di presto vincere. Il

traditore Annone perdeva il favore del giovine Re, presso al quale lo

soppiantava il magnifico e ambizioso vescovo Alberto di Brema, e il

partito dell’Imperatrice s’impadroniva di bel nuovo del reggimento.

Allora Alberto cercava di minare anche in Roma l’opera di Annone,

esortava i Romani a perseverare con coraggio, incorava Cadalo a porsi

in possesso della cattedra pontificia, e dava incarico a Benzone di

ricondurlo a Roma.

Lo scisma scoppiava una seconda volta; il mondo cristiano mirava con

gran malcontento queste ripetute lotte che si combattevano fra due

Papi per cagione della tiara, lotte che insozzavano Roma di sangue,

ma che erano sostenute con sì povere forze d’armi da destare più

meraviglia che sollecitudine. Riccardo di Capua e Roberto Guiscardo

avevano continua faccenda nell’Italia inferiore; non potevano

mandare a Roma forti soldatesche, nè soprattutto lo volevano fare,

perciocchè dall’anarchia di Roma quei Principi astuti avessero tutto

da guadagnare, e già intendessero cupidi sguardi alla Campagna romana.

Goffredo di Toscana seguiva un pari indirizzo politico, nel tempo

istesso che d’altra parte la confusione delle cose di Germania e la

giovinezza del Re impedivano che s’imprendesse una spedizione su Roma.

Pertanto Cadalo poteva contare soltanto sui suoi vassalli e sulle genti

da lui stipendiate, che egli riuniva co’ suoi aderenti romani.

La guerra civile si riappiccò nell’anno 1063, allorchè Cadalo comparve

innanzi a Roma. Di nottetempo s’impadronì egli del san Pietro, e pose

sede nel castel sant’Angelo sotto la protezione di Cencio[168]; indi

le sue soldatesche tentarono di aprirsi la via al Laterano, e si pugnò

con furore. La salvezza di Alessandro II, «idolo dei Normanni», era

riposta nelle spade di quei cavalieri, dei quali Ildebrando animava il

coraggio, ma eglino, dopo una violenta mischia combattuta per le vie,

venivano ricacciati sul Celio. Sperò adesso Cadalo di insignorirsi

veramente del Laterano, ma l’esaurimento di forze fece sì che le armi

posassero per un lungo mese, in capo al quale i Conti della Campagna

osarono finalmente di muovere all’assalto contro il palazzo pontificio.

Però l’impresa fallì, quantunque i Normanni subissero gravi perdite

a cagione di una imboscata in cui davano dentro dappresso all’_opus

Praxitelis_, nelle terme di Costantino, là dove erano i due colossi

di marmo. L’Antipapa con grato animo presentò i Conti di pellicce

preziose e di abiti di seta, regalò le milizie splendidamente, e i

Romani giubilando intrecciarono danze intorno a Cadalo, che per loro

faceva da vitello d’oro. Or disponevasi che le città circostanti

dovessero a vicenda fornire Roma di un presidio di armigeri[169], ma

dall’altra parte rinforzi di Normanni ed eziandio di Toscani venivano

a dar nerbo alla fazione di Ildebrando. La battaglia ardeva senza

fine e acerbamente per le strade. Nessun altro luogo al mondo più di

Roma offeriva così grande opportunità per le guerre cittadine; ivi i

monumenti degli antichi erano altrettante fortezze formate tali per

loro natura o tali ridotte coll’arte. Infatti, da più di un secolo

maggiorenti e abati avevano edificato torri, od a munimento di torri

avevano elevato edificî romani: se potessimo dare un’occhiata a ciò

che Roma era in quel tempo vedremmo un labirinto di oscuri palazzi

saldamente fortificati e una foresta di torri alzate ad ogni ponte, e

in piazze e in vie molte.

Più di un anno Roma sofferse di questa orrenda guerra civile, in

quello che i due Papi, a cui beneficio era combattuta, sedevano l’uno

nel Laterano, l’altro nel castel Sant’Angelo, ambidue tremanti, e

intenti a cantar messe, a promulgar bolle e decreti, ed a scagliarsi

l’uno contro l’altro anatemi. I Conti della Campagna che derivavano

da origine tedesca (fra loro era Rapizo di Todi), avevano promesso a

Cadalo di sostenere a vicenda per ogni mese l’officio di capitano in

Roma, ma egli rabbrividiva al solo pensare che l’incostanza dei Romani

potesse tradirlo; perciò senza posa dispensava oro a piene mani, e

acconciamente il Damiani poteva paragonare lui a Giove, Roma a Danae,

nel cui grembo scendeva in figura di pioggia d’oro. Cadalo, «tribolo

della Chiesa, ruina della disciplina apostolica, nemico del genere

umano, radice di peccato, araldo del diavolo, apostolo dell’Anticristo,

freccia dell’arco di Satana, verga di Assur, naufragio della castità,

uomo di fango, fango del secolo, pasto ammannito per l’inferno»,

Cadalo in una parola, «verme orribile e ravvolto nelle sue spire»,

s’appiattava nel sepolcro di Adriano, e a proprio beneficio poneva

il mondo a soqquadro, in quello che Alessandro, o, come Benzone lo

appellava, Asinandro, accoglieva nel Laterano i Paterini, continuava a

compilare decreti contro il concubinato dei preti, e seminava il mondo

di «ortiche e di vepri». Con questo garbo grottesco i partiti avversi

si pungevano a furia di opuscoli[170].

Frattanto una fresca milizia di Normanni assediava porta Appia e il

san Paolo. Perciò Benzone in nome dei Romani scriveva a re Enrico e

ad Alberto lettere piene di querimonie, nelle quali rammentava loro

le gloriose imprese compiute dagli Ottoni, da Corrado e da Enrico,

quando questi Principi erano venuti a Roma[171]. «Gli apostoli Pietro e

Paolo», diceva lo stravagante Vescovo, «hanno conquistato Roma, rocca

del romano Impero, strappandola ai pagani, l’uno armato di croce,

l’altro di spada; l’hanno data ai Greci, ai Galli ed ai Longobardi,

ma da ultimo e per sempre l’hanno posta in mano ad Alemagna. E voi,

consiglieri dell’impero tedesco, voi tradite ora questo possedimento

che non volete conservare all’Impero; invece di mantenervi padroni

d’Italia come hanno fatto i padri vostri, la lasciate alla balìa dei

Normanni, e voi, Tedeschi, biascicate questa strana orazione:

_Ab omni bono libera nos Domine,_

_Ab arce imperii libera nos Domine,_

_Ab Apulia et Calabria libera nos Domine,_

_A Benevento et Capua libera nos Domine,_

_A Salerno et Malfia libera nos Domine,_

_A Neapoli et Gerentia libera nos Domine,_

_A felice Sicilia libera nos Domine,_

_A Corsica et Sicilia libera nos Domine[172]»._

Il messaggiero apportatore di queste lettere tornò colla inane parola

che si imprenderebbe una spedizione contro a Roma. Fu un andirivieni

continuo di negoziatori e di ambascerie. Anche Costantino Ducas promise

un naviglio e un esercito; deputati dei Greci e dei Longobardi di Bari,

furono condotti da Pantaleone di Amalfi dentro del castel sant’Angelo,

e a Cadalo parvero messaggieri del cielo. Tosto dopo egli mandò a

Quedlinburg Benzone, che parlava il tedesco, affinchè scongiurasse il

giovine Re di venire a Roma. Benzone andò, tornò con mari e monti di

promesse, e con magniloquenza ampollosa ne fece annunzio ai Romani

nel san Pietro: ma che giovava che gli adulasse con accertarli che

degnissimi erano dei loro avi, che Scipione e Catone e Fabio e Cicerone

erano risorti in mezzo a loro, che il Re eleggerebbe senatori d’infra

i loro militi, e principi d’infra i loro Senatori[173]? Continuavano

le condizioni disperate di Onorio II; la parte d’Ildebrando ripigliava

il sopravvento anche in Alemagna, Annone discacciava Alberto, e i

Romani, che inutilmente erano stati aspettando la venuta di Enrico, si

staccavano finalmente da un Papa di cui erano sazi fino alla noia. Per

più di un anno Cadalo s’ebbe soffermato dentro il sepolcro di Adriano

a riempierlo di suoi sospiri, ma dovette finalmente partirne in fuga

con miserabile accompagnatura, dopo che in ultima era stato per giunta

svaligiato dal suo protettore Cencio[174].

Annone riportò vittoria completa sui suoi avversarî. In un Concilio

tenuto in Germania aveva chiesto che si ponesse fine allo scisma, e

adesso domandava ad Alessandro II che per formalità comparisse innanzi

ad un Sinodo raccolto a Mantova, dove era citato anche Onorio II.

Questi dapprima non si presentò, e più tardi fallì un assalto da lui

mosso contro Mantova, laonde (addì 31 Maggio 1064) fa deposto, ed

Alessandro II conseguì reverenza di pontefice legittimo. Onorio II

visse ancora alcuni anni da vescovo di Parma. Fu così posto fine alla

divisione della Chiesa; Alessandro II sotto la protezione di Goffredo

venne a Roma, e il partito avverso chinò il capo sotto il reggimento

d’Ildebrando[175].

§ 3.

Cresce la potenza di Ildebrando. — Sforzi di riforma. — I Normanni.

— Defezione di Riccardo che muove contro Roma. — Goffredo e il Papa

conducono un esercito contro di lui. — Nuovo trattato. — L’imperatrice

Agnese prende il velo in Roma. — Lotte a Milano. — Erlembaldo Cotta,

milite di san Pietro. — Arialdo muore.

Ildebrando aveva raggiunto lo scopo che s’era prefisso in mente: or

che si prestava reverenza ad Alessandro, ne andavano delusi i deboli

tentativi che la Reggenza tedesca aveva fatto per conservare il

Patriziato; adesso con più energia di prima potevansi combattere le

pretensioni che la corona di Germania moveva sull’elezione pontificia.

Il mirabile frate fu dai suoi contemporanei paragonato a Mario, a

Scipione od a Cesare; stupivano essi che quell’uomo sorto di basso

stato, avesse animo sì potente, e lo celasse in una personcina

minuta[176]. Pier Damiani, spirito fiacco e privo di intelletto

politico, innamorato di un concetto di Chiesa che non era l’idea di

Ildebrando, sollevava a lui «suo santo Satana» lo sguardo pieno di

rispettoso timore; diceva di essere più obbediente a quest’uomo che

non a Dio e a san Pietro, anzi lui appellava signore e dio del Papa

istesso, che gli andava debitore della tiara[177]: e la Chiesa pendeva

dal cenno di quell’uomo misterioso il quale spirava in essa una vita

nuova.

Frattanto il divieto del matrimonio de’ preti precipitava tutta

Cristianità in una rivoluzione sociale. Troncavansi i legami del

sodalizio civile, per istrapparne al suo corpo umano la moltitudine del

clero, e per foggiarla in esercito monastico ai servigî del Papa. Il

Pontefice scagliava anatemi sopra anatemi contro ai Vescovi ed ai preti

ribelli, i quali un po’ alla volta andavano sottomettendosi, parimenti

di quello che faceva eziandio l’incostante cardinale Ugo Candido, il

quale, come gli suggeriva l’interesse suo proprio, tornava in seno

alla Chiesa. Mai più s’aveva visto nel Laterano un’operosità eguale

a questa; il palazzo pontificio riboccava di legati di tutto il mondo

cristiano, di Vescovi, di Principi, di uomini della più alta rinomanza

e dei primi gradi, che vi accorrevano per assistere ai Concilî.

Dopo che Roma, all’età dei Crescenzî e dei Tusculani, aveva cessato

di essere centro della Cristianità, tutt’a un tratto la vigoria di

Ildebrando le restituiva il valor suo di città capitale del mondo.

La nobiltà romana per adesso non osava più maneggiarsi affine di

riprendere la podestà temporale; schiacciati erano i Crescenzî e i

Tusculani; ogni tentativo di rivolta era imbrigliato dalla temenza

dei Normanni e di Goffredo. Questo Principe, ossia la moglie sua,

proteggeva Roma dalla parte di settentrione; al mezzodì dovevano

servirle di baluardo i vassalli normanni. Grandi servigî avevano essi

ormai prestato alla Chiesa; per opera di loro s’era condotta a termine

la prima elezione pontificia tornata a libertà, nè senza le buone lame

delle loro spade, Alessandro II avrebbe potuto resistere a Cadalo.

Pertanto i Pontefici avevano grandi oblighi di riconoscenza verso

queste genti vassalle, e l’obligo era maggiore del sentimento che per

loro ne provavano. Forse la ricompensa data a Riccardo di Capua non

era stata pari alle fattegli promesse, forse si ponevano impedimenti

alle sue mire; certo è che del tempo dello scisma egli aveva saputo

accortamente profittare a sue ruberie, e i prosperi risultamenti

ottenuti in breve tempo lo rendevano più audace. Tutto a un tratto

(nell’anno 1066) ruppe egli il suo giuramento di vassallaggio,

e di protettore si mutò in nemico della Chiesa. Può darsi che lo

avessero secretamente chiamato i Conti della Campagna ed i Romani,

i quali, colla caduta di Onorio II, avevano perduta la speranza di

una intervenzione tedesca. Rapidamente passava egli il Liri, prendeva

Ceperano, traversava e devastava il Lazio, poneva campo in vicinanza

di Roma, e chiedeva per sè la dignità di patrizio: senza dubbio questa

podestà gli era stata promessa dagli avversarî di Ildebrando[178].

Tanto oltre erano venuti i Normanni nei soli tredici anni trascorsi

dalla battaglia di Civita!

Le conquiste di Riccardo nella Campania, dove nell’anno 1063 aveva

diggià assalito all’improvviso Gaeta, mettevano del resto grande

spavento alla corte di Germania, cui erano tornati inutili gli

ammonimenti onde finora l’avevano esortata Cadalo e Benzone. Il

giovine Enrico s’era messo in cammino alla volta d’Italia, ancor

prima che udisse della spedizione di Riccardo contro a Roma; ma,

giunto in Augusta, tornavasi indietro, perciocchè Goffredo non si

fosse ivi congiunto con lui, sì come era stato stabilito[179]. Però

il Margravio di Toscana, che teneva sè stesso in conto di patrizio di

Roma, scese in gran fretta chiamato da Ildebrando; e con lui andò la

giovine contessa Matilde figliastra sua, che forse per la prima volta

entrava nelle mura di Roma, e prestava così il primo suo servigio alla

Chiesa[180]. All’avvicinarsi di Goffredo, i Normanni diedero di volta;

Riccardo si gettò dentro di Capua, e Giordano figliuol suo si accampò

nella pianura di Aquino per tagliare la strada ai nemici. Allorquando

Goffredo, accompagnato dal Papa e dai Cardinali, mosse nel Maggio 1067

con grande oste contro di Aquino, sembrò che certa fosse la disfatta

dei Normanni, ma Giordano con gran valore tenne fermo dieciotto giorni

presso a quella città[181]: la fame e la febbre menarono grande strage

nell’esercito di Goffredo, e finalmente l’oro operò quello che stava

nei voti degli accorti Normanni. L’avaro Margravio tradì di buona

voglia le speranze della Curia romana; negoziò con Giordano presso al

ponte di sant’Angelo di Todici, in vicinanza di Aquino, e, con grande

doglianza del Papa, voltate le fronti dell’esercito tornò indietro.

Certo che egli aveva restituito alla Chiesa la Campagna e costretto i

Normanni a conchiudere un nuovo patto feudale, ma Roma non otteneva

guarentigie che la premunissero da un nuovo assalimento di questi

pessimi vicini suoi[182].

Come fu abbonacciata questa tempesta, Ildebrando potè nuovamente

ripigliare il corso dei suoi disegni, senza che cosa alcuna ne lo

disturbasse. In questo istesso anno 1067 ebbe financo il contento di

veder venire a Roma l’imperatrice Agnese in aspetto umile di penitente.

La madre di Enrico, quella donna che aveva messo sossopra il mondo

cristiano con uno scisma, era stata tocca nel fondo della coscienza

dagli ammonimenti di monaci cluniacensi. La lotta onde s’erano

combattuti i partiti per ragione della Reggenza la aveva spossata;

aveva perduto ogni influenza sul suo figliuolo datosi al libertinaggio,

e la vita le era venuta a nausea. La caduta Imperatrice giunse a

Roma, coperta di vesti di tela, tenendo in mano un libro di preghiere

e cavalcando un triste ronzino. Volle cambiare il diadema col velo

monastico, si prostrò con pianti presso alla tomba dell’Apostolo, e

si confessò a frate Damiani, il quale con gran letizia sclamò che la

regina Saba era andata a Gerusalemme per apprendervi da Salomone la

sapienza, ma che l’imperatrice Agnese veniva a Roma per impararvi la

semplicità del pescatore. Il pio Cardinale confortò con avvertimenti

la illustre donna, usando lo stile di san Girolamo; parecchie lettere

le scrisse che noi possediamo ancora; le citò ad esempio le tragiche

sorti di Imperatori romani, il breve regno o la fine spaventosa de’

quali ci insegna qual sia la labilità di tutte le cose umane, e le

additò lo stesso sposo di lei, che nel bel fiore delle sue forze

era precipitato dal trono nella sepoltura[183]. La penitenza e la

venuta dell’Imperatrice a Roma furono però qualche cosa di più che un

argomento di trionfo e di pia edificazione per gli uomini fanatici;

chè Ildebrando potè servirsi dell’antica Reggente, facendosene uno

strumento politico influente su di Enrico e di Germania.

A questo tempo le battaglie della riforma divamparono con nuova

veemenza a Milano. Due uomini ardimentosi tenevano colà le parti

di Roma; però, mentre il diacono Arialdo zelava unicamente per il

compimento della riformazione, il fratello di Landolfo coltivava

eziandio intendimenti politici. Erlembaldo Cotta, animo saldamente

temprato, uno degli uomini di maggior rilevanza che siano stati a

questa età, era acceso di furibondo odio contro i preti licenziosi che

avevano oltraggiato il suo letto nuziale: tornato di un pellegrinaggio

a Gerusalemme, avrebbe voluto vestire la tonaca, ma Arialdo lo induceva

a servire la Chiesa colle armi in pugno, sì come aveva fatto Giuda

Maccabeo[184]. Erlembaldo entrò pertanto nel luogo del suo defunto

fratello Landolfo; dopo che i nobili ebbero fatto cadere Lanzo _de

Curte_, il popolo milanese (che sembra si avesse allora dato una

costituzione democratica) lo elesse a capitano: ed egli si levò a

signore della città, e in mezzo ad eroiche lotte coll’arcivescovo

Guido, colla nobiltà e col clero maggiore, la dominò per alcuni anni

con mano robusta.

Stretti in amicizia con Alessandro II, anch’esso milanese, Erlembaldo

e Arialdo andavano spesso a Roma e ne tornavano per concertarsi nei

comuni disegni. Il Papa diede appoggio alla tirannide dell’ambizioso

Capitano, il cui pietismo monastico non gli impediva di sfoggiare una

pompa magnifica, come se fosse stato un potente duca. Ove Erlembaldo

avesse potuto, con pari fortuna de’ Normanni, farsi signore dell’Italia

settentrionale, il Pontefice avrebbelo tollerato, purchè soltanto

da vassallo suo gli avesse tratto a soggezione il clero e i nobili

lombardi. Nell’anno 1066, Alessandro II accolse quei due uomini a Roma

in pieno concistoro, quivi creò Erlembaldo a cavaliere della Chiesa, e

gli affidò un bianco vessillo adorno di croce rossa[185].

L’età nostra, in cui sempre più rari si vanno facendo i bollori

delle indomite indoli primitive e la ragione individuale scolpita

di maschia fortezza dell’animo dura fatica a formarsi il concetto

di siffatte nature fiere, e potentemente infiammate agli odî e agli

amori. In quelle indoli risiede uno dei caratteri che rende attrattivo

il medio evo; e nella grande lotta che ora incomincia fra la Chiesa

e l’Impero emergono molte e strane persone di questa maniera. A capo

di tutte vengono Erlembaldo e Arialdo, eroe che ha del monastico il

primo, diacono fanatico l’altro. Entrambi giunsero a capo che il

Pontefice scomunicasse l’arcivescovo Guido, e, appena che furono

tornati a Milano, succedette un’acerrima lotta, nella quale cadde

vittima Arialdo. Questo entusiasta pio fu colto dalla parte avversa

mentre fuggiva, e con crudelissime barbarità martirizzato; presto però

Erlembaldo riprese il sopravvento, tanto che discacciò l’Arcivescovo,

e benanco pose un altro in sua vece. Tali erano le condizioni di Milano

a questo tempo; ne abbiamo parlato, perchè molte cose che avvennero in

Roma sarebbero incomprensibili se delle prime non si avesse contezza.

§ 4.

Debolezza del Papa in Roma. — Dissoluzione dello Stato della Chiesa.

— La Prefettura urbana. — Cencio, caporione de’ malcontenti in Roma. —

Cinzio, riformatore fervente, diventa prefetto della Città. — Goffredo

di Toscana muore; Beatrice conserva il possesso dei feudi imperiali. —

Muore Pier Damiani. — L’Abazia di Monte Cassino. — Festività magnifica

della dedicazione della sua basilica, nuovamente edificata da Desiderio

(1071).

Le lotte per cagione della riforma commossero tutto intiero il

reggimento di Alessandro II con travaglio febbrile; massimamente

da dopo la controversia delle imagini il Papato non era passato per

età alcuna più torbida di questa. Il Pontefice volgeva continuamente

la sua operosità fuor di Roma, principalmente in Toscana e nel suo

vescovato di Lucca, cui, neppur dopo di esser diventato papa, aveva

rinunciato, per non perderne i redditi. Quantunque s’avesse messo il

bavaglio alle fazioni aristocratiche di Roma, tuttavolta lo stato

della commossa Città era mal sicuro, e Alessandro di buon grado ne

partiva le quante volte poteva farlo. La sua podestà temporale era

ristretta a minimi termini, ed il Papato mancava di forze per lottare

contro i Conti della Campagna. Laddove, al tempo dei Carolingi, i Papi

avevano mandato i loro Rettori, i loro Consoli e Duci da giudici, da

generali, da officiali delle finanze nelle più remote castella, fino

nella Pentapoli e nella Romagna, a questa età invece appena era se una

siffatta autorità di comando possedessero nelle vicinanze di Roma[186].

Lo Stato della Chiesa, nell’ampiezza che aveva avuto sotto a’

Carolingi, s’era sfasciato; Conti che in antico erano stati officiali o

fittavoli della Chiesa erano diventati signori ereditarî delle città,

nelle quali ponevano loro _Vicecomites_; nei Vescovati e nelle Abazie

forniti di esenzione, i prelati possedevano financo banno di conti, ed

eleggevano loro proprî officiali nelle cose dell’amministrazione e loro

giudici[187]. Tutto quello che s’aveva potuto allora conservare dello

Stato ecclesiastico, il Lazio, la Marittima, una parte della Sabina

e della Tuscia romana, era dominio della Chiesa soltanto nel campo

dell’idea; in realtà queste province s’erano frastagliate in cento

piccole baronie e in cento dinastie.

Anche in Roma le grandi famiglie irridevano alla signoria territoriale

del Pontefice. La nobiltà, ossia Senato, esercitava nelle forme

tradizionali l’amministrazione delle faccende cittadine e teneva gli

officî degli ordini giudiziarî, sebbene per certo adesso come per lo

passato, ancor si vedesse il Papa occupare la presidenza nei giudizi

civili, o mandarvi chi lo rappresentasse. Il Prefetto urbano a questa

età non soltanto aveva una gran parte nelle cose della giustizia

civile, ma possedeva la giurisdizione punitiva in Roma e nel territorio

della Città, come presidente dei giudizî criminali[188]. L’officio suo

era più rilevante che mai; gli ottimati facevano cupidamente ressa

per ottenerlo, e Roma di consueto s’empieva di tumulto allorquando

trattavasi di surrogare taluno in quella dignità. I Romani, nobili

e plebei, ai quali da dopo di Nicolò II era stata tolta la elezione

del Pontefice, conservarono ostinatamente il diritto di elezione

alla massima delle loro magistrature cittadine; eleggevano essi in un

loro parlamento il Prefetto; ma l’Imperatore, quante volte poteva far

valere la sua autorità di patrizio, all’eletto dava l’investitura, o

consentiva che gliela concedesse il Papa in vece sua. Naturalmente che

i Pontefici facevano ogni sforzo per ridurre la Prefettura urbana di

officio imperiale in officio papale; per lo meno riuscì loro a questo

tempo di porre spesse volte in carica alcuni Prefetti senza prendersi

riguardo alcuno della investitura imperiale.

Negli ultimi anni del reggimento di Alessandro II l’elezione di questo

magistrato diede occasione ad una scissura gravissima. Il romano

Cencio, ch’era figlio di un Prefetto, aveva continuato, anche dopo la

caduta di Cadalo, a provocare con sue braverie il Papa: quell’uomo

doveva essere uno della famiglia dei Crescenzî, in cui possedimento

era pervenuto il castel Sant’Angelo (detto torre dei Crescenzî); però

non teneva egli più in mano sua questa fortezza importante, avvegnachè

dopo la sconfitta di Cadalo gliela avessero tolta. S’agitava Cencio

con grandi maneggiamenti per conseguire la podestà civica, ma non

aveva ereditato la forza, nè le buone fortune, tuttochè passeggiere,

dei suoi antenati. Il padre di lui, Stefano, era stato prefetto della

Città; nè il partito d’Ildebrando lo aveva espulso dell’officio, chè

anzi, giunto a morte, aveva desiderato che in quello gli succedesse il

figliuolo: sennonchè la fazione della riforma elevava alla prefettura

un religiosissimo uomo, Cencio ovvero Cinzio, figlio di quel Giovanni

Tinioso che Ildebrando aveva creato prefetto nell’anno 1058[189]. Le

narrazioni contemporanee dipingono in Cencio, figliuolo di Stefano,

nè più nè meno che un mostro morale, un empio, assassino e ladro e

adultero, un Catilina redivivo; ed è probabile che esse non aggravino

di tinte fosche più del vero le malvagità di questo capo della fazione

di Cadalo. Poichè dunque colui non riesce a ottenere la prefettura,

che fa? sbarra dalla parte della Città il ponte di Adriano per via

di una torre che vi edifica, e vi colloca guardiani i quali levano

pedaggio da tutti i passanti[190]. Se un ottimate romano, seguendo il

costume de’ Conti malandrini, poteva taglieggiare lungo la via, proprio

alle porte del san Pietro, ei si può di leggieri giudicare quanto

poca forza possedessero i Pontefici nella Città. Se eglino avessero

potuto rendere presta ai loro servigî la milizia, avrebbero spazzato

la Città da quei nobili briganteschi; per lo contrario non sempre

della milizia erano eglino padroni, ma queste soldatesche cittadine

spesso trovavansi in condizione di independenza assoluta, e servivano

agli intendimenti delle loro fazioni, ovverossia ai maggiorenti che ne

rappresentavano le idee. Il Pontefice non teneva in mano sua le briglie

di un reggimento disciplinato ed energico, chè anzi Roma, precisamente

come Milano, trovavasi divisa in due grandi campi, e scissa in parti

di illustri famiglie, attorniate da’ loro vassalli. I Papi non avevano

altri aderenti fuor di quelli che con buone persuasioni o a forza

d’oro attiravano dalla loro, o fuor dei vassalli cui davano in feudo i

beni ecclesiastici: e poichè i patrimonî di san Pietro, a questa età

erano andati pressochè tutti mangiati, così anche il numero dei loro

_Milites_ parati a combattere non poteva esser che minimo.

È probabile che Ildebrando avesse posto in opera ogni mezzo, affine

di metter la Prefettura della Città in mano di un amico della riforma.

Cinzio, figliuolo di Giovanni, era destinato a fare in Roma le parti di

cavaliere della croce, quello che Erlembaldo faceva a Milano; _miles_

della Chiesa doveva tenere in riga la nobiltà e il popolo, e sgombrare

la via alla riformazione. Laddove Cencio avversario di lui vien dipinto

come un vero demonio, i contemporanei del suo partito lo hanno invece

azzimato delle virtù di un santo[191]. Il pio Prefetto era stretto

di intima amicizia con Ildebrando, con Alessandro e coi due campioni

milanesi della riforma: al paro di questi ferveva di zelo, ma non ne

aveva l’oscuro fanatismo, avvegnachè Roma fosse, per i martiri, un

suolo infecondo. I Romani miravano con occhio stupito il loro Prefetto

urbano, che nel san Pietro publicamente predicava penitenza al popolo;

fino il Damiani era costretto a meravigliare che un officiale laico

della Republica predicasse e restituisse in onore la dottrina dei

primi cristiani, i quali avevano reputato che ogni cristiano fosse

anche sacerdote; massima che difficilmente si conciliava col sistema

di Ildebrando[192]. Di quello strano predicatore diceva il Damiani che

era un duplice operaio nella vigna del Signore, Mosè ed Aronne ad un

tempo istesso; ma aggiungeva che il popolo voleva un Prefetto che gli

desse sentenze, non un giudice che attendesse a edificarlo nelle cose

di religione; e il generoso frate era costretto ad ammonire l’amico

che, per salute dell’anima sua, non negligesse il bene temporale del

popolo, poichè, sclamava, il rendere giustizia non è altro che fare

orazione[193]. Nulla dipinge meglio i contrapposti che s’accoglievano

in Roma a quell’età, più del contrasto in cui vediamo posti due

uomini romani; Cencio da una torre vicina al ponte di Sant’Angelo

ruba e assassina, Cinzio predica in san Pietro e dimentica di render

giustizia.

L’ultimo tempo di Alessandro II fu illustrato da altri notevoli

avvenimenti. Due celebri uomini, Goffredo di Toscana e Pier Damiani

precedettero quel Papa nella tomba. Il Margravio morì in Lotaringia

nell’anno 1069. Erede dei suoi dominî lorenesi fu il suo figliuolo,

natogli di un primo matrimonio, Goffredo il Gobbo; però questi sposò

Matilde, figlia unica di Beatrice, per guisa che perdurarono in

mano della stessa famiglia la Lotaringia e il retaggio italico del

margravio Bonifacio[194]. Così grande era la debolezza del Re tedesco

che non fe’ valere il diritto che gli competeva di riprendersi il

margraviato di Toscana; tacitamente dunque fu consentito il principio

che la eredità si trasfondesse anche nella linea femminina; alla

vedova rimasero i titoli e i feudi imperiali del suo primo marito, e

più tardi li trasmise alla sua figliuola: quanto alla Chiesa romana,

cui sarebbe riuscito assai pernicioso un Margravio di Toscana, di

Spoleto e di Camerino che fosse stato aderente di Alemagna, continuò

essa accortamente a godere della protezione delle due eminenti donne

Beatrice e Matilde.

In quest’età così grandemente commossa a’ sensi religiosi emersero

in Italia alcune illustri femmine. Un secolo addietro abbiamo notato

le persone di una Teodora e di una Marozia, di una Berta e di una

Irmengarda, le quali, alla testa di fazioni, contribuirono a decidere

delle sorti d’Italia e di Roma. Sulla metà del secolo undecimo torniamo

a vedere alcune donne che esercitano una grande influenza sul loro

tempo, ma la cui rilevanza differisce nel fondo da quella delle femmine

che le precedettero. Oltre a Beatrice e alla figlia sua, e omai da

tempo più lungo, la marchesana Adelaide di Susa splende in Piemonte,

per ingegno, per ricchezza e per potenza[195]. Parimenti come Beatrice,

aveva anch’ella preso due volte marito, e tutte le due volte era

rimasta vedova, primamente di Erminio duca di Svevia, indi di Odone

margravio; nell’anno 1065 aveva sposato sua figlia col giovane Enrico.

Sazio di lei, voleva questi più tardi ripudiarla, ma la Chiesa romana

impedì che la separazione avvenisse; Pier Damiani andò nell’anno 1069

da legato suo a Worms, ed il Re, per la prima volta, chinò il capo al

comando pontificio.

Fu questa l’ultima ambasceria che il Damiani sostenne fuori d’Italia

in servigio di Roma. Morì a Faenza, addì 22 di Febbrajo dell’anno

1072, a sessantasei anni di età, lasciando fama di essere stato il più

religioso uomo della Chiesa a questa età sua, ed uno dei più fervidi

campioni della riforma, cui dedicò tutto sè stesso colle più pure

intenzioni[196]. Poco tempo innanzi di morire aveva assistito alla più

splendida festività ecclesiastica che finora fosse stata celebrata

in Italia: infatti al 1 di Ottobre dell’anno 1071 si era consecrata

la basilica di Monte Cassino, cui Desiderio aveva dato l’ultimo

compimento.

Quell’Abazia era allora la magnifica d’Italia. Vivevano in essa

raccolti duecento monaci, molti dei quali coltivavano assiduamente

gli studî di scienze profane non meno che di sacre discipline; e

il convento aveva dato degli uomini celebri. Ivi Stefano IX era

stato abate nell’anno 1057, ma Desiderio successore suo splendette

più chiaramente di lui per il suo ingegno letterario, ovvero per la

dottrina di quegli eruditi che egli congregava nella sua accademia

monastica. Mentre gli Stati longobardi andavano decadendo, Monte

Cassino ricettava tuttavia nel suo seno l’ultimo fiore degli intelletti

di quella nazione germanica. Desiderio stesso, altrimenti detto

Dauferio, discendeva della casa longobarda di Benevento. La più parte

dei monasteri d’Italia impoveriva, laddove smisuratamente grandi

erano le dovizie di Monte Cassino, e il dominio territoriale di questa

republica monacale che sedeva come in trono sopra uno sterile monte

di suolo calcareo, era un vero Stato fiorente nel mezzo dei giovani

Stati dei Normanni e di quelli morenti degli ultimi Longobardi.

Sebbene e Longobardi e Normanni di quando in quando mettessero a

sacco i patrimonî dell’Abazia, eglino erano tuttavia costretti di

restituirli, e gli audaci conquistatori meno forse temevano le censure

del Laterano di quello che tremassero della scomunica dell’Abate che

la brandiva in mano, simile ad un piccolo Giove, dall’alto del suo

monte Cassino o Cairo, per iscagliarla tratto tratto sulle loro teste

«indegne a nomarsi». Monte Cassino era la Mecca così dei Longobardi

meridionali che dei fieri Normanni; eglino derubavano san Benedetto, ma

lo veneravano nel profondo del cuore, e cantando salmi peregrinavano

alla sua tomba. Colà accorrevano per purgarsi di tutte le loro colpe

d’ordine morale e politico, e cambiavano in oro e in argento i secoli

di penitenza, il cui cumulo pesava sulla loro coscienza: per tal

guisa il convento accortamente ammassava nelle camere arcuate in

cui custodiva il suo scrigno le costose peccata di loro e di altri

Principi, insieme coi donativi degli Imperatori greci[197]. I Pontefici

e i Cardinali non potevano che guardare con occhio invidioso i forzieri

da cui rigurgitavano i bizantini d’oro, o che ammirare le pietre

preziose ed i tappeti damaschini i quali erano ivi conservati: e con

gran dolore dovevano paragonare l’impoverimento del Laterano con questa

ricchezza favolosa, per via della quale Desiderio in cinque anni aveva

tirato su la nuova basilica, meraviglia dell’Italia meridionale di

quella età.

Principi, signori e prelati convennero d’ogni parte alla festa della

consecrazione. Vi andò il Papa con Ildebrando, col Damiani e con molti

altri Cardinali; e vi furono presenti dieci Arcivescovi dell’Italia

meridionale e quarantaquattro Vescovi. V’intervennero anche i Conti

normanni e gli ultimi Principi longobardi; vi furono Riccardo di Capua

col figliuol suo Giordano, e Rainolfo suo fratello, poco prima nemici

di Roma, adesso vassalli riconciliati con essa; Gisulfo di Salerno,

Landolfo, che era pur sempre signore di Benevento, Sergio duca di

Napoli, Sergio di Sorrento, i Conti de’ Marsi, innumerevoli cavalieri

e nobiluomini: non vi mancarono che Rogero e Roberto Guiscardo,

perocchè giusto in quei giorni fossero occupati ad assediare Palermo.

La splendida assemblea somigliò ad un grande parlamento di Roma e

dell’Italia meridionale, quale rade volte si fu raccolto in tanta

moltitudine di personaggi così illustri. Lo sguardo di tutti poteva

qui saziarsi ad ammirare gli eroi della lotta ecclesiastica, i cui

decreti tenevano ancora il mondo in fiamme; e l’uno poteva di leggieri

susurrare all’orecchio dell’altro, che fra non molto all’infermo

Alessandro sarebbe succeduto nel pontificato il grande Ildebrando:

tuttavolta difficilmente avrebbe alcuno mai potuto presagire che

eziandio all’abate Desiderio sarebbe toccata la tiara.

La festività durò otto giorni; Italia non aveva mai veduto cosa alcuna

di simile, ed oggidì ancora lo studioso non può scansarsi da un senso

di pietà, allorchè a Monte Cassino, dove non dura più in piedi la

basilica celebre di Desiderio, prende in mano la grande pergamena,

sulla quale, nel giorno della dedicazione, Alessandro II, Pier Damiani,

Ildebrando, Desiderio, Riccardo di Capua, Giordano, Rainulfo, Landolfo

di Benevento, Gisulfo di Salerno apposero i loro nomi, in parte

scrivendoli di loro mano[198].

La solennità di Monte Cassino fu una festa di politica alleanza

conchiusa fra Roma e i Normanni, e in pari tempo una festa della

Chiesa nazionale italica: in qualunque modo fu un segno di grave

significazione contro l’Impero tedesco. In essa gl’intendimenti

d’Ildebrando celebrarono, come in un simbolo, i primi trionfi

dell’età nuova che aveva posto i suoi inizî nella storia della Chiesa

romana[199].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 4/8 · 第 10 / 34 题