§ 1.
Genio politico di Ildebrando. — Piano di lui. — L’Imperatore elegge
Gebardo di Eichstadt a pontefice. — Goffredo di Lotaringia sposa
Beatrice di Toscana. — Enrico III viene in Italia. — Vittore II, papa.
— Muore l’Imperatore (1056). — Reggenza dell’imperatrice Agnese. —
Vittore II, vicario dell’Impero in Italia. — Potenza di Goffredo. —
Il cardinale Federico, fratello suo. — Muore Vittore II. — Stefano VI,
papa.
Il grande moto in cui si travaglia a questa età la Chiesa, mette
nell’ombra anche la storia della città di Roma, o per lo meno vi
predomina. Da lungo tempo la Città era stata teatro e centro delle
battaglie combattute fra la Chiesa e lo Stato, laonde soltanto con
gravissima difficoltà poteva essa costituire le sue proprie forme di
municipio, e cadeva in servitù or del Pontefice or dell’Imperatore,
dividendosi in fazioni che seguivano l’uno o l’altro dei due.
Trascorsa l’età degli Ottoni, la nobiltà romana s’aveva reso suddito
il Papato, e non senza tumulti aveva tenuto un tratto il Patriziato;
ma la sua potenza cittadina, che non aveva ottenuto ordinamento
durevole, decadde le quante volte l’Impero oppure il Papato presero
ad operare con impulso vigoroso. Enrico III, che abbattè la tirannide
dei Tusculani, trasferì a Germania insieme col Patriziato anche la
elezione pontificia, e coi suoi Papi tedeschi ispirò una novella forza
vitale alla Chiesa; ma non appena, coll’ajuto di Alemagna, s’ebbe
essa affermato nuovamente a gagliardìa, ridomandò al suo salvatore il
diritto di elezione e finalmente pienezza di libertà. Ildebrando fu
allora non soltanto l’uomo di maggior intelletto che vivesse in Roma,
ma fu eziandio uno dei più grandi ingegni politici che abbiano fiorito
fra tutti i popoli ed in tutti i tempi. Con questo statista in cocolla,
Cesare benanco e Ottaviano alla loro età sarebbero stati costretti
a entrar in lizza, per disputargli il massimo luogo. Guidatore del
moto di riformazione, ridusse ben presto tutti gli altri uomini a
non essere dappiù che stromenti in mano sua: tali furono i santi e
i frati di cui egli infiammava il fervore fanatico, i Papi cui dava
indirizzo, i Paterini di Lombardia che con intento democratico spingeva
a combattere l’aristocrazia e l’Episcopato arrogante, le fantastiche
e potenti Contesse di Toscana di cui s’acquistava l’amicizia, i
predatori Normanni, nei quali si guadagnava altrettanti vassalli e
difensori della Chiesa romana. Sulla bandiera che quel prete audace
inalberava, stavano scritte dapprincipio due sentenze attinte al canone
di disciplina, la condanna del concubinato e quella della simonia:
entrambe mettevano al nudo due vere piaghe di quell’età, ma alla
fine con grande accortezza tramutavansi in armi, che spalancavano una
breccia dalla quale il Papato penetrava entro ai campi dell’autorità
dello Stato, e ritoglieva alla corona tedesca il Patriziato, e si
conquistava la dominazione morale del mondo.
Nei suoi disegni, Ildebrando non poneva allora peranco in primo luogo
quella libertà di elezione pontificia, che da tempo antico la podestà
civile aveva saputo restringere ad angusti limiti. Infatti la temenza
in cui s’era di un Imperatore potente, e le condizioni mal secure di
Roma, dove la nobiltà si sarebbe nuovamente impadronita dell’elezione,
costringevano la parte sacerdotale a chinare il capo pazientemente
sotto al diritto imperiale. Così eziandio era pensiero lontano dalla
mente di tutti di romperla con Alemagna.
Se Ildebrando, cui Leone IX morendo aveva raccomandato di provvedere
al bene della Chiesa, avesse ambito la tiara, l’avrebbe egli ben
conseguita, perocchè tutti gli occhi fossero omai volti a questo
solo frate, e lui gli zelatori ad alta voce richiedessero pontefice.
Per lo contrario, egli andava alla corte dell’Imperatore, affine, se
eragli possibile, di trarre di Germania un nuovo Papa, che ajutato
dall’Imperatore, sincero e fervido promotore della riforma, fosse
utile a’ suoi piani. Gli ottimati della corte d’Enrico guardavano con
gran meraviglia quel monaco che veniva, deputato del clero romano, ad
immischiarsi nella elezione pontificia; ma non tutti coloro potevano
fin d’allora imaginare che quell’uomo sarebbe divenuto capo di una lega
sacerdotale ampiamente diffusa, potente e ostile a Germania. Dopo che
alla corte del Patrizio furono giunti anche i legati romani del partito
nobiliare aderente ad Alemagna, Enrico, indottovi dalle urgenti istanze
di Ildebrando, elevò il Vescovo di Eichstädt al papato[115]. Gebardo
che apparteneva alla famiglia dei conti di Calw, congiunta di parentela
coll’Imperatore, era uomo esperto nelle cose di Stato, quantunque ancor
giovine fosse, e consigliere fidato di Enrico; perciò a quest’ultimo
costava grave sacrificio il partirselo del fianco, ma sperava che
l’accorgimento d’un amico fedele gli tornerebbe di buon profitto in
Italia, dove adesso aveva conseguito stato potente un uomo ribelle
all’Impero.
Bonifacio di Toscana era caduto, addì 6 di Maggio dell’anno 1052,
per mano di un assassino; e due anni dopo, Beatrice vedova di lui
aveva sposato Goffredo duca di Lotaringia. Nemico dell’Impero era
questi, e, venuto esulando in Italia, ora s’impadroniva, a dispetto
dell’Imperatore, delle grandi province prima soggette a Bonifacio,
e le governava in nome dei tre figliuoli che il morto aveva lasciato
ancora in età minore. Così diventava il principe più forte che fosse
in tutta Italia. Questa terra teneva porta sempre aperta alle fortune
degli stranieri: stranieri erano i suoi Imperatori e i suoi Duchi,
stranieri i suoi Papi e molti de’ maggiori Vescovi suoi, stranieri
erano i Normanni che giusto adesso raccozzavano a forza di ruberie
il loro Stato nell’Italia meridionale. Se un uomo prode e astuto come
era Goffredo, si fosse unito con loro, se fosse giunto a riunire sotto
il suo scettro tutta l’Italia di mezzo, non avrebbe egli forse potuto
conquistarsi la corona d’Italia e di Roma, ed elevare al Papato chi più
gli fosse talentato?
Fu per questa ragione che Enrico scese in Italia; condusse a Verona
il Papa designato, e di là lo mandò a Roma, dove Gebardo di Eichstädt
salì con nome di Vittore II alla cattedra apostolica: da un anno essa
vacava, poichè erasi omai giunti al dì 13 Aprile del 1055. L’Imperatore
non venne a Roma; ordinò colla solita energia le cose dell’Impero
nell’Italia superiore, ed ivi prestamente i maggiorenti gli si
sottomisero a obbedienza. Anche Beatrice comparve innanzi a lui per
patrocinare la causa del matrimonio che aveva contratto con uno, il
quale anticamente s’era ribellato contro la tirannica legge di Stato.
L’Imperatore irritato la sostenne prigioniera insieme con Matilde
figlia di lei; ma il suo sposo fuggendo si sottrasse alla collera del
Principe che raggiungerlo non potè, ed anzi costrinse l’Imperatore
a far subito ritorno, poichè riprese le armi in Lotaringia. Enrico
andò tuttavia insieme col Pontefice al Sinodo congregato a Firenze,
indi riprese la via di Germania, dopo di aver conferito a Vittore
II pienezza di poteri, come a suo vicario nelle cose d’Italia; qui
il Papa doveva tenere in riga Goffredo duca. Federico, fratello di
questo, s’era posto al servigio della Chiesa ancora a’ tempi di Leone
IX, affine di sgomberarvisi la via ad alto stato, e quel Papa lo
aveva sollevato alle dignità di cardinale diacono e di cancelliere,
e da ultimo lo aveva mandato da legato suo a Bisanzio, dove Federico
si era acquistato rinomanza per suo ingegno diplomatico e per grande
fortezza di animo. Ritornato adesso con dovizie molte, l’Imperatore
aveva comandato al Papa che lo ritenesse in custodia, ma Federico posto
sull’avviso scampava alla disgrazia, ricoverando a Monte Cassino dove
vestiva cocolla, ed ivi, oppure nell’isola di Tremiti, si celava al
corruccio del lontano Imperatore.
Vittore II visse un anno in Roma, tutto consecrandolo alla riforma
della Chiesa. Anch’egli come i predecessori suoi provava gran disagio
a rimanere colà, e si struggeva di desiderio della sua Germania[116].
A questo paese andò nell’estate dell’anno 1056, chiamatovi dalle
cose della Chiesa e della sua patria; ma presto, presso al cadavere
dell’Imperatore suo amico, ebbe il dolore di vedere innanzi a’ suoi
occhi spente gloria, vigoria di forze, potenza di dominio, fortuna. Il
grande Enrico III morì addì 5 Ottobre del 1056, quando aveva soltanto
trentanove anni, e con lui finì la serie dei potenti Imperatori di
stirpe franca che avevano elevato Germania all’apice della sua potenza
universale. La morte immatura di questo Principe scosse, trasformò
il mondo, e fu massima sventura eziandio per Alemagna. Vicino alla
sua tomba rimanevano un bambino re e una donna tutrice sua; le terre
tedesche e Italia piombavano nel disordine dell’anarchia, ma la Chiesa,
che intendeva ad elevare sè stessa, si vedeva tutt’a un tratto libera
dalla dittatura imperiale. Mentre Vittore II piangeva presso la bara
del suo amico, sì come un tempo Silvestro II aveva pianto accanto
al letto di morte di Ottone III, il monaco Ildebrando aveva di che
predire a sè stesso i trionfi che riporterebbe sul derelitto erede
dell’Imperatore di Alemagna e d’Italia.
L’imperatrice Agnese, figlia di quel grande duca Guglielmo di Aquitania
cui in passato i Lombardi avevano offerto la loro corona, tenne la
reggenza a pro del figliuol suo Enrico IV, che toccava appena i sedici
anni; però fecelo con maggiori difficoltà e con minor ingegno di
quello che anticamente avesse avuto Teofania. Consigliere suo doveva
anzi tutti essere papa Vittorio, perciocchè a lui l’Imperatore morendo
avesse raccomandato lo Stato e il suo erede: pieno di buona volontà diè
egli opera a ordinare le cose di Germania, e raffermò la successione
del giovinetto Principe, ma ben presto dovette tornarsene a Roma, dove
fu mandato da vicario imperiale d’Italia. Quivi in nome dell’Imperatore
il Papa governò (strano caso!) tutti i territorî appartenenti alla
corona, e fin tanto che visse resse eziandio Spoleto e Camerino con
pienezza di autorità ducale[117]: non v’era adesso altro che la potenza
di Goffredo, che tenesse in bilico una podestà di cui a mala pena s’era
mai visto la maggiore. Vittore dovette pertanto non frammettere indugio
a guadagnarlo a sè, chè anzi, omai nella dieta tenuta a Colonia nel
Dicembre dell’anno 1056, lo ebbe riconciliato coll’Imperatrice.
Goffredo potè ricondurre in Italia la moglie sua e la figliastra
Matilde, riconosciuto dall’Impero per posseditore di tutti i feudi
di Bonifacio margravio. La sua potenza pari a quella di un Re, gli
concesse d’allora in poi un’influenza grande sulle cose della Chiesa,
maggiore di quella che in antico avessero avuto i Duchi di Spoleto.
Egli teneva sè medesimo in conto di patrizio di Roma, cui spettava di
indirizzare la elezione pontificia o di addurvi i Papi; e senza dubbio
l’imperatrice Agnese a Colonia gli aveva veramente conferito se non
titolo di patrizio, almeno autorità durevole di _Missus_ per Roma e la
tutela del Papato: tempo prima il duca Bonifacio aveva esercitato pari
officio[118].
Allorquando Vittore II, nella primavera dell’anno 1057, venne una
seconda volta a Firenze tentò di rendere a sè affezionata questa
famiglia lotaringia. Federico fratello di Goffredo era già stato da
lui confermato ad abate di Monte Cassino, e adesso, al 14 di Giugno,
da Firenze lo creava eziandio cardinale prete di san Crisogono nel
Transtevere. Ildebrando aveva disposto che il Lotaringio sarebbe
futuro papa; frammezzo a Roma ed a Germania poneva egli questa famiglia
potente, che soltanto d’apparenza s’era conciliata coll’Impero tedesco,
e col soccorso di essa sperava di conquistare la independenza della
Chiesa.
Con grande pompa venne il novello Cardinale a Roma, dove ricevette
orrevoli accoglienze, come al fratello del primo Principe d’Italia si
conveniva: tolse possedimento della sua chiesa titolare, e pose dimora
sul ruinoso Palatino, nella chiesa ossia nel monastero di santa Maria
_in Pallara_, dove fin d’allora avevano loro residenza Benedettini di
Monte Cassino[119]. Appena era arrivato, che capitava novella della
morte di Vittore II: cadeva così il solo appoggio che l’Impero avesse
in Italia, e la casa lotaringia tutt’a un tratto si vedeva presso
all’apogeo di sua potenza. Adesso, morto l’ultimo Papa imperiale mentre
durava la reggenza di una debole donna, potevasi osare di mettere
a prova la libertà dell’elezione pontificia; e, com’è ben naturale,
questa non poteva cadere che sul Cardinale lotaringio, poichè egli solo
era l’uomo potente che fosse da tanto di sfidare la corona germanica.
Federico, nato al principato, aveva animo prudente, severo, vigoroso;
lui tutt’a un tratto e ad una sol voce Roma chiedeva per papa,
quantunque Ildebrando, che l’altro, per serbare convenevoli apparenze,
aveva proposto a candidato, non fosse ancor giunto. Nobili, clero,
popolo corsero impazienti nel giorno 2 di Agosto al Palatino; ne
condussero il potente uomo a san Pietro _in Vincula_, dove con massima
prestezza lo si elesse e proclamò papa con nome di Stefano IX; quindi
fu tratto trionfalmente a prender possesso del Laterano, e, omai
ai 3 di Agosto, ordinato in san Pietro. Così i voti di molti Romani
si raccolsero di buon grado sopra un uomo di spiriti principeschi,
perseguitato dall’Imperatore tedesco; con lui poterono compiere di bel
nuovo liberamente un atto di elezione pontificia, il primo dopo tanto
tempo dacchè fu loro dato poterlo fare[120].
L’esaltamento di Stefano sciolse anche dell’ultima pastoia l’influenza
dei Lotaringi in Italia. Il Margravio di Toscana si prendeva adesso
anche Spoleto e Camerino, e riuniva pertanto sotto il suo dominio quasi
tutte le terre che si stendono da Mantova e da Ferrara fin giù basso al
territorio romano. Che cos’è più naturale del pensiero che il novello
Papa avesse destinato di dare al fratel suo la corona imperiale, e
che soltanto con questo scopo Goffredo lo avesse levato alla dignità
pontificia?
Con dolore la corte tedesca udì della morte di Vittore, con ira udì
della libera elezione di Stefano; ma troppo debole era dessa per
rivendicare colla forza i perduti diritti del Patriziato, che ad ogni
modo il popolo romano non soltanto ad Enrico III, ma eziandio ai suoi
succeditori aveva trasferito. Qualche tempo dopo, Stefano IX mandò a
Germania, da nunzio suo, Ildebrando, dove questo valente diplomatico
doveva giustificarlo e ottenerne pacificazione. Il Papa lo aveva eletto
ad arcidiacono (già era abate di san Paolo presso di Roma), e gli
aveva così impartito il primo officio della curia; poichè poi vedeva
pendere imminente la discordia fra la corte alemanna e la santa Sede
non frapponeva tempo a radunare intorno a sè campioni animosissimi.
Ildebrando fu il vero capitano del partito che voleva la riforma, e
Pier Damiani, che Stefano trasse a Roma facendolo cardinal vescovo di
Ostia, fu suo profeta zelantissimo. L’indole di questo monaco, il suo
indirizzo e le sue opere ben si meritano qualche attenzione, perocchè
rappresentino un grande elemento di vita, da cui non può tenersi
separata nemmanco la storia della Città, quale fu a questo tempo.
§ 2.
Gli eremiti e san Pier Damiani. — Disciplina di penitenza. — Stefano IX
raccoglie intorno a sè uomini illustri, eleggendoli a cardinali.
Le quante volte si corruppe la disciplina ecclesiastica, sempre
abbiamo veduto sorgere uomini santi, e porre un argine alla ruina
della Chiesa. Di tal fatta persone vedemmo quando parlammo di Odone di
Cluny, di Romualdo e di santo Nilo, e la serie di lor gente continuò
nel secolo undecimo. Per necessità naturale delle cose Benedetto IX
trovò l’antitesi di sè in santi della sua medesima età, e la storia del
monacato a quel tempo è ricca di meravigliosi rilievi. Mentre Vescovi
dimentichi di Dio celebravano loro orgie pagane, monaci convulsamente
assorti in devozioni pie dimoravano entro a celle romite in montagne
inaccessibili, e anacoreti ferventi, nell’abnegazione di sè stessi,
intraprendevano a espiare le colpe degli uomini peccatori con penitenze
di sè incolpevoli. In quelle celle ossiano caverne del pietismo
viveva la famiglia ignota al mondo dei minori profeti, del cui zelo di
vita, condotta nelle campagne e nelle foreste, erano soli testimoni
gli abitatori dei monti e de’ campi. Però queste migliaia di eremiti
non formano che i bassi gradini di una piramide; a quelli superiori
s’elevano uomini di più eletta indole, che in cerchia sociale più ampia
si acquistarono potenza, e dirizzarono l’animo e i patrimonî degli
uomini alle fonti, donde scendevano i rivi che andavano poi nutrendo la
Chiesa di Roma. La stessa età vide fiorire Domenico di Sora, Brunone
di Segni, Gualberto di Vallombrosa, Guido di Pomposa e Pier Damiani;
quest’ultimo, intelletto eccellente nel monacato, non ingegno creatore
e pratico secondo il genio antico, ma fornito di grandi forze di
mistica fantasia: e di queste accortamente seppe giovarsi Ildebrando
per accendere di estasi il mondo, in quello che egli con freddo
raziocinio e con prudenti calcoli poneva le fondamenta del suo sistema
gerarchico.
Lo spirito di Romualdo sembra aver continuato a vivere in petto di Pier
Damiani. Al pari del primo, nato anch’egli a Ravenna (nell’anno 1007),
ebbe sventurata fanciullezza, e dovette attendere a guardia dei majali,
fino a che alcuni parenti suoi lo tolsero a educare. Datosi agli studî
della grammatica diventò uomo erudito, e financo insegnò a Ravenna,
ma il suo animo inclinevole alla mestizia lo trasse ai silenzî della
vita solitaria. Si fece monaco e finalmente eremita a Fonte Avellana,
che era un convento di solitarî istituito da Romualdo, nelle vicinanze
di Gubbio. In tempi andati l’ordine di Benedetto, republica monastica
socievole e dedicata al lavoro, aveva esercitato influenza benefica
sulla barbarie; più tardi s’era abbandonata l’idea cardinale che quello
s’aveva preso a legge, e da dopo di Romualdo erano venuti sorgendo
i romitaggi. Intorno alla metà del secolo undecimo per tutta Italia
si trovavano sparsi anacoreti, ma ordinati erano in congregazioni,
come in quella di Romualdo a Camaldoli e nell’altra ancor più severa
di Gualberto a Vallombrosa. Quei solitarî, alleati nello stesso
principio di mistica penitenza rivolta a combattere la corruttela della
Chiesa, rappresentavano un esercito sparpagliato, eppur combattente
di conserva, che si trincerava in campo non per la riformazione
della società, ma per quella della Chiesa e per la signoria di Roma.
L’influenza che gli eremiti esercitarono su tutte cose, financo sulle
condizioni politiche di quell’età, tocca quasi il mistero, e forse non
può paragonarsi altrimenti che colle scuole dei Profeti dell’antico
Testamento.
Al pari di Romualdo, anche san Pier Damiani fondò romitaggi, raccolse
discepoli che da apostoli della vita solitaria mandò nelle province; e
la rinomanza del priore di Fonte Avellana si sparse per tutta Italia.
Bentosto diventò egli uno dei più operosi campioni che facevano guerra
ai vizî ecclesiastici della sua età, alla vita immodesta del clero e
alla simonia. Se qualche scrittore di satire avesse voluto dipingere un
quadro della Chiesa, ne avrebbe allora trovato tema più abbondante di
quello che avuto aveva san Girolamo; e lo stesso Pier Damiani in alcune
scritture, sì come prima di lui fece Raterio, descrisse la lussuria dei
Cardinali e dei Vescovi, degna di altrettanti satrapi[121]. Anzi tutto
cominciò egli a correggere il costume del monacato, ma la sua riforma
ebbe natura diversa dalla regola di Benedetto che s’inspirò a principî
liberali e pratici. Sua intima sostanza si era la penitenza; essa dava
pertanto origine ad un sistema di mortificazione, che oggidì parer deve
puerile e mette repugnanza.
Il monaco pio, che si flagellava a furia di disciplina, riusciva a
mitigare il dolore delle percosse, poichè nel suo vaneggiamento credeva
che gli angeli plaudissero dal cielo ad ognuno de’ suoi colpi; ma le
sue battiture certo non contribuivano alla felicità sociale, sì come
invece avrebbe fatto un lavoro fornito con opera intelligente. Lo
spirito umano s’era nuovamente abbuiato così tanto, fino ad illudersi
che l’uomo si avvicinasse massimamente all’imagine di Dio in quella
forma di dolorosa imbecillità. Il Damiani stesso ci ha abbozzato il
ritratto di siffatto genere di penitenti. «In una delle nostre celle»,
così narra egli, «abbiamo un selvaggio idiota, che balbetta cinquanta
salmi, e li ripete sette volte al giorno. Sono quindici anni che
egli non esce della sua cella; i capelli gli sono cresciuti fino alla
caviglia, la sua barba è tutta irta che mette paura. Per tre giorni
alla settimana non accosta alla bocca cibo di sorte, per tre altri
prende qualche po’ di pane e di acqua. Alla domenica ei si cuoce una
vivanda che dovrebbe essere una specie di ghiottoneria; il gustarla
o soltanto l’annasarla teniamo essere una buona prova di penitenza.
La sua cella ammorba di puzzo, l’acqua che ei beve somiglia a feccia,
e d’abito non muta mai. Sollazzo dei suoi giorni e delle sue notti
sono due serpi, i quali, mentre canta i suoi salmi, accarezzandolo gli
cingono il capo[122]». Noi che viviamo a questi nostri giorni guardiamo
al povero idiota Martino Storace con un senso di penosa compassione
qual’è quella che desta la vista di un pazzo; anche il Damiani dichiara
non essere buona questa specie di mortificazione; la sua coltura e lo
spirito della musa poetica che gli scaldava il petto gliene mettevano
repugnanza, ma non gli impedivano di raccomandare la disciplina come
strumento essenziale di santificazione; laonde diventò quasi maestro e
padre dei flagellatori.
Fin da’ tempi antichi una delle armi più potenti che la Chiesa
abbia tenuto in mano sua si furono le penitenze che essa imponeva
al peccatore. Una generazione ineducata di uomini non vergognava
di sottomettersi alla pena dei proprî trascorsi, sostenendola nella
forma puerile di castighi corporali; benanco un Imperatore, qual si
fu Enrico III, soventi volte adoperò sulle sue carni il flagello, e
per il corso di alcuni secoli, genti di tutti i ceti e di tutte le
famiglie, financo nobili donne, offerivano il dorso nudato ai colpi
di disciplina che loro somministrava qualche monaco o qualche diacono
dalla fronte fanatica o dal labbro sorridente. Nel secolo undecimo
s’era introdotto un formale computo aritmetico in riferimento al numero
ed al valore dei colpi di flagello. Ad ogni peccato corrispondeva un
periodo di tempo di penitenza, ma le colpe, delle quali la natura umana
si caricava, assai più erano che le epoche di penitenza onde potevasi
disporre; laonde parecchi peccatori avevano notato a taccuino tanto
grave numero di debiti, che avrebbero dovuto vivere dei secoli per
mondarsi e diventar giusti secondo il canone di penitenza. Or dunque la
Chiesa veniva loro in ajuto, concedendo alla gente ricca di commutare
il numero degli anni di penitenza in somme di denaro destinate a pii
scopi ed ai poveri, accordando di sostituirvi corrispondenti colpi di
disciplina, digiuni e canto dei salmi. Un patrimonio veramente immenso
di denaro, di possedimenti e di terre, che offerto era per il riscatto
dell’anima (_pro redemptione animae_), affluiva di tal maniera negli
scrigni della Chiesa, fino a che il rimborso a moneta contante, che
contro all’insegnamento cristiano si faceva della colpa morale, diè
occasione alla riforma di Lutero. Nel medio evo l’anima dell’uomo era
serva assoluta del sacerdozio e dipendenza della Chiesa (_ecclesiae
adscripta_), la quale sopra questo rapporto di colpa e di espiazione
fondò quel suo potere, che pare quasi meraviglioso.
Giusta il canone, un anno di penitenza era pari a _solidi_ ventisei,
ossiano talleri trenta pei ricchi, e a _solidi_ tre pei poveri; però un
giorno di penitenza corrispondeva eziandio a venti colpi somministrati
sulla palma della mano, oppure a cinquanta salmi; un anno di penitenza
si parificava con conto tondo a tremila colpi di frusta, purchè vi si
accompagnasse per soprappiù il canto de’ salmi. Pertanto il peccatore
poteva fornire in termine corto, mercè di determinati esercizî, alcuni
secoli di penitenza. La bravura tutto propria del Damiani era superata
dalla maestria del corazzato Domenico, il quale con furibonda prestezza
sapeva mediante la frusta purgarsi di secoli. Costui indossava
costantemente sulla nuda persona una corazza di scaglie di ferro,
armatura che lo muniva nella lotta contro gli impuri spiriti della
lussuria; nè la svestiva se non quando prendeva in ciascuna mano un
flagello, e cantando salmi si batteva quel tanto che corrispondeva
ad un secolo e più di penitenza. Dapprincipio il Damiani compieva in
un anno l’opera di un secolo, ma il corazzato lo accertava che poteva
giungerne a capo in sei brevi giorni. Infatti tremila colpi fanno un
anno; nel canto di dieci salmi (così ne aveva fatto esperto conto)
si occupa uno spazio di tempo durante il quale con gran comodità un
uomo può somministrarsi mille colpi; il salterio ha cencinquanta
salmi e quindi inchiude cinque anni di penitenza; questi cinque
moltiplicati per venti fanno cento; dunque chi recita venti volte il
salterio accompagnandosi con colpi di disciplina, compie un secolo di
penitenza[123]. Il Damiani propose a modello l’energia del suo amico, e
difese fervidamente il valore della disciplina contro un altro monaco
Pietro, il quale ebbe il coraggio e l’intelletto di condannare lo
spaventoso istituto della flagellazione[124].
Se si guardi al ributtante spettacolo che presentano siffatti martiri
di un delirio, senza tener conto dell’oscuro tempo in cui eglino
vivevano, non si può che metterli in derisione come vere figure da
baia; ma se si pongono in relazione colla loro età diventano anch’essi
vere persone di tragica natura, al pari di tutte quelle altre vittime
che, sebbene in forma differente, la gente umana in ogni epoca deve
sagrificare per conseguire la sua libertà morale.
Però se il Damiani non avesse avuto altri meriti, fuor di un cotal
zelo per la sferza, nessuna celebrità avrebbe acquistata a sè stesso.
Per lo contrario ei fu dappiù che un semplice asceta. Romualdo era
stato uomo ignorante; il Damiani fu erudito, tenne relazioni con tutti
i personaggi più cospicui del suo tempo, e sui grandi e sui piccoli
esercitò influenza con sue lettere. La corruttela del clero lo accorava
sinceramente e nel profondo dell’anima: Ildebrando era la testa
politica della Chiesa, ma il Damiani era il cuore che con sentimento
d’amore batteva in petto ad essa. Aveva intelletto debole, ma grande
semplicità monastica, natura lirica, fantasia che si pasceva di imagini
mistiche: appunto per tutto questo esercitò influenza sulla moltitudine
del popolo. Ingegno cotale, in cui esuberava l’entusiasmo della fede,
non era fatto per rimanersi sepolto nella solitudine, e Stefano IX lo
costrinse a venire a Roma. L’eremita si dibattè contro alla vita che
era costretto a condurre in mezzo ai Cardinali ed a’ maggiorenti; chè,
per quanto allora nell’universale l’alto clero mancasse di cultura,
tuttavia, da dopo di Leone IX, contava esso in Roma alcuni uomini
illustri per dottrina e per intelligenza. Le attenenze di Roma col
mondo, parimenti come il grande còmpito ecclesiastico che loro si
spettava, davano fin d’allora a questi Cardinali una maestà quasi
principesca. «Allorchè mi trovo», così deplorava il Damiani, «in mezzo
a quei Vescovi, mi si sopraffà di facezie e di sali attici, di urbane
parole e di mille questioni che fanno di noi preti altrettanti retori
o buffoni. E se a tutto questo oppongo un viso ingenuo o vergognoso,
mi si dà dell’inumano, dello zelante, della tigre ircana, dell’uomo di
sasso»[125]. Il frate severo aveva sufficienti ragioni di tenere il
broncio ai Cardinali che col falcone in pugno correvano a caccia per
la campagna, o come altrettanti lanzichenecchi sedevano giocando ai
bossoli; ed eglino alla loro volta avevano di che celiare della sua
ruvidità anacoretica, quando vietava loro benanco l’innocente giuoco
degli scacchi[126]. Il Damiani obbedì al comando che lo chiamava ad
Ostia e a Roma, e dappoi fu adoperato in servigio della Chiesa da
nunzio, da paciero, da mediatore di partiti, da apostolo del celibato e
da oratore popolare.
Oltre a lui vivevano allora altri ingegni forniti di maggior senso
pratico e di più grande energia, che Stefano IX chiamò intorno a sè,
oppure trovò di già in Roma. Umberto borgognone, cardinale vescovo di
Silva Candida, Stefano cardinale di san Crisogono e monaco di Cluny,
Anselmo di Badagio vescovo di Lucca, Desiderio abate di Monte Cassino e
cardinale di santa Cecilia, finalmente Ildebrando, erano a quel tempo
gli uomini che alla Chiesa imprimevano più o meno forti impulsi di
vita nuova. Da tempo lungo Roma non aveva raccolto entro di sè tanti
illustri Cardinali, e questo collegio di consiglieri del Pontefice
andava pertanto procedendo verso un nuovo e splendido avvenire. Roma
civile rimaneva qual era, ma Roma ecclesiastica in brevissimo tempo
s’era tanto mutata da non potersi più riconoscere. Uomini di gran
levatura attorniavano un Papa di gran levatura; al pari di questo erano
anch’essi stranieri ed educati nell’ordine di Cluny e nella regola di
san Benedetto. Forse che la Chiesa poteva sommergere sì come sarebbe
avvenuto di uno Stato temporale, essa che all’esausto suolo di Roma
non era ristretta con angusto legame, ma assorbiva forze fresche
e rigogliose da tutti i paesi della terra per ringiovanirsi sempre
novellamente?
§ 3.
Progetti di Stefano IX e sua morte. — Benedetto X è elevato dai
nobili al pontificato. — Gerardo di Firenze, con nome di Nicolò II. —
Ildebrando trae soccorso dai Normanni. — Nuovo decreto sulla elezione.
— Progressi dei Normanni. — Eglino prestano al Papa giuramento di
vassallaggio. — Caduta di Benedetto X.
Mentre Stefano IX con tutte le sue forze dava opera alla riforma,
andava egli in pari tempo ravvolgendo in mente disegni arditi di
ordine temporale. Voleva cacciare d’Italia la dominazione tedesca,
fondare un impero italico sotto di Goffredo, ampliare lo Stato della
Chiesa. La mente principesca di Stefano si mostra chiara nella leggenda
_Felix Roma_, che è incisa sopra una delle sue bolle di piombo: così,
dopo lungo periodo di tempo, un Papa tornava ad ornare la canuta
Roma di quel titolo onde per l’ultima volta la aveva decorata il
goto Teodorico[127]. Stefano odiava i Normanni, perciocchè fosse
stato compagno di Leone IX a Civita e ne avesse divisa la sventura;
sperava egli di poterne torre vendetta colle armi del fratel suo,
e di conseguire indi il compimento delle pretese che la Chiesa
moveva sull’Italia meridionale. Sennonchè egli difettava di nerbo
di denaro, e perciò chiedeva che gli fossero restituiti i donativi
che aveva ricevuti dall’imperatore Costantino e, portati con sè da
Bisanzio, lasciati in deposito a Monte Cassino; benanco gli stava a
cuore di impadronirsi del tesoro dell’Abazia e lo domandava. I monaci
piagnucolando portarono a Roma il loro argento e il loro oro; tuttavia
il Pontefice non toccò queste ricchezze del monastero e le restituì.
Il concitamento dell’animo suo, che si travagliava in giganteschi
progetti, limò la sua vita; volle andare dal fratel suo a Firenze,
e, prima di partire, si fe’ promettere dai Romani che, in caso di sua
morte, non imprenderebbero ad eleggere chicchessia se prima Ildebrando
non fosse tornato di Germania. E appena fu giunto a Firenze, vi
passò di vita ai 22 di Marzo dell’anno 1058[128]. Se Stefano IX, uomo
d’indole eletta, avesse retto più a lungo il pontificato, facilmente
sarebbe egli giunto a capo, in unione col fratel suo, di dare un
assetto differente all’Italia. Con lui si chiuse la serie di cinque
Papi tedeschi che, da dopo di Clemente II, furono ascesi alla cattedra
di san Pietro[129].
Questa morte diè tosto opportunità ad una reazione della nobiltà nella
Città e nel suo territorio. La fazione tusculana afferrò l’occasione
propizia per trarre a sè novellamente il patriziato e la elezione
pontificia; financo i Crescenzî si allearono con quella; tutti i
partiti, cui la severità riformatrice dei Papi stranieri aveva chiamato
in vita, tutti gl’instizziti nemici d’Ildebrando, schierandosi sotto
gli ordini del clero donnaiuolo e simoniaco, si sollevarono in pari
tratto. A capo della famiglia tusculana era allora tuttavia Gregorio,
figlio di Alberico e fratello di Benedetto IX; a lui si aggiunsero
Gerardo conte di Galeria e figlio di Rainero, i figliuoli di Crescenzio
conte di Monticelli (presso a Tivoli), e illustri Romani in gran
numero. Costoro penetrarono nottetempo nella Città, e sollevarono con
grande violenza Giovanni Mincio, cardinale vescovo di Velletri, alla
sedia pontificia con nome di Benedetto X[130]. I Cardinali volsero
in fuga con Pier Damiani alla loro testa, nè potendo altro fare,
scagliarono il loro anatema contro agli invasori; Roma risonò di
tumulto in mezzo a quell’assalimento armato e il popolo, letificato
coll’oro ed eziandio col sacco dato allo scrigno di san Pietro, prestò
nuovamente omaggio al Papa della nobiltà tusculana[131].
Per tal guisa l’opera laboriosa di tanti Concilî cadeva tutt’a un
tratto distrutta; nuovamente i capitani della Campagna erano tornati
in possesso della podestà patrizia, Benedetto X sedeva sulla cattedra
santa tutto l’anno 1058 senza che alcuno lo combattesse, ed era
riverito papa in Laterano. Goffredo di Toscana non gli opponeva
impedimento di sorta, ma nell’Aprile l’imperatrice Agnese mandava
Ildebrando a Firenze da suo legato, fornito di pieni poteri; e questi
in un Sinodo tenuto a Siena ai 18 Dicembre, conveniva con Goffredo
e con Beatrice nella scelta di Gerardo vescovo di Firenze. La
necessità di quel tempo costringeva il partito clericale a implorare
la confermazione della Reggenza tedesca; e financo la nobiltà romana
che apparteneva alla fazione ostile dei Tusculani aveva mandato
ambasciatori a Germania, e protestato di volere in ogni circostanza
serbar ligia fede al giuramento prestato in antico ad Enrico III[132].
L’Imperatrice allora incaricava Goffredo di condurre l’eletto a Roma;
il Margravio armava a tal uopo un esercito, ma, come era avvenuto al
tempo di Enrico III, dovevasi primamente tenere un Concilio in Sutri.
Guiberto, cancelliere dell’Impero e, dopo la morte di Vittore II,
vicario imperiale in Italia, accompagnò il Duca a Sutri, dove, sulla
fine dell’anno, fu pronunciata la deposizione di Benedetto, e per
papa fu riconosciuto con tutte le valide forme Gerardo. Tosto dopo
si mosse contro a Roma, dove i capitani erano risoluti a difendere
prodemente il loro Pontefice. Però Ildebrando riusciva a corrompere
una parte dei Romani e benanco alcuni dei Conti ribelli, laonde ancor
prima che l’esercito si avvicinasse alla Città, le fazioni erano colà
venute a lotta fra loro con rabbia feroce. I Transteverini, ossia
il loro capo Leone _de Benedicto Christiano_, uomo di origine ebrea,
apersero la porta, per modo che le soldatesche di Goffredo occuparono
la città Leonina e l’isola[133]. Ildebrando di sua propria autorità
espulse dall’officio Pietro, che fin adesso era stato prefetto, e
ne affidò la carica ad un nobile di Transtevere, appellato Giovanni
Tinioso, in quello che le milizie del Margravio cingevano di assedio il
Laterano[134]. Allora Benedetto X se ne fuggì al castello di Passarano,
possedimento di Regetello, figlio di Crescenzio prefetto; e poco tempo
dopo, partendo di colà, si ricoverò presso il Conte di Galeria[135].
Fu conseguenza di tutto ciò, che Gerardo di Firenze, oriundo borgognone
salì alla cattedra santa nel Gennaio dell’anno 1059 con nome di Nicolò
II, senza che chicchessia gli movesse contrarietà: nel tempo istesso
Ildebrando andava affrettatamente nella Campania, conchiudeva una
lega temporanea coi Normanni, e conduceva indi con sè a Roma trecento
dei loro cavalieri. Si congiunsero questi coi soldati pontificî, e
assalirono l’Antipapa in Galeria, ma dovettero levar l’assedio per
tornarsene più tardi con rinforzi[136].
Il rovescio repentino che il suo sistema aveva subìto per opera della
nobiltà cittadina fece sì che il partito riformatore raddoppiasse di
energia sotto la capitananza di Ildebrando, che adesso era ministro
onnipossente in Roma. Or dunque volevasi affermare la libertà della
elezione pontificia, in modo da sottrarla a qualsiasi influenza della
nobiltà romana, e (se si poteva giungerne a capo) anche a quella della
corona germanica. Pertanto Nicolò II congregò, nell’Aprile del 1059,
centotredici Vescovi al suo primo Concilio solenne: in esso il Papa
dei nobili, Benedetto X, fu condannato; si rinnovò il divieto del
concubinato dei preti e della simonia; finalmente una novella legge si
promulgò sulla elezione pontificia.
Questo decreto celebre, che fu creazione della mano e della mente
di Ildebrando, elevò il collegio dei Cardinali romani a vero senato
ecclesiastico, dal cui seno solamente, col procedere del tempo,
dovevano uscire i Papi. Nel decreto si statuiva che la vera e propria
elezione avrebbe spettato ad essi, i quali, a seconda de’ loro gradi,
erano vescovi del territorio della Città, e preti e diaconi delle
chiese titolari di Roma; ordinavasi che alla loro scelta, d’allora in
poi, clero e popolo non avrebbero potuto far altro che assentire[137].
Mentre dunque la nobiltà cittadina pretendeva di esser essa pur
sempre il Senato romano, il Papa contrapponeva a quei Consoli e a
quei Senatori il Collegio cardinalizio, e omai, dopo di quel decreto
sull’elezione, il Damiani paragonava i sette Cardinali vescovi del
Laterano al Senato di Roma antica[138]. Uno spirito di monarchia
s’apprendeva alla Chiesa, la quale, più e più sempre, assunse forma
esclusiva di corporazione politica. Per verità il decreto non bandiva
tutto affatto dal diritto di elezione i tre antichi ordini elettivi
(_Clerus, Ordo, Populus_), ma il loro assentimento tenuto per
accessorio altro non fu quindi in poi, che una forma tradizionale. Il
popolo fu escluso dall’elezione; l’antichissimo fondamento democratico
ne andò demolito, e la nomina del Vescovo massimo diventò privilegio
di una minoranza aristocratica di preti residenti in Roma. Finalmente,
all’uopo di sottrarre la elezione pontificia alla violenza di
rivoluzioni cittadine, fu statuito non esservi più obligo che avvenir
dovesse entro le mura della Città, ma fu consentito che eziandio un
piccolo numero di Cardinali potesse eleggere con rito canonico il Papa
in qualche luogo diverso: si dichiarava che il Papa potrebbe benanco
appartenere a qualche chiesa fuori di Roma.
Non si osò dar di frego al diritto patriziale della corona tedesca,
poichè Guiberto cancelliere nol volle lasciar attenuare; però
con accortezza se ne restrinse il limite, fino a ridurlo soltanto
un diritto onorifico personale. Con parole ambigue fu detto, che
l’elezione avverrebbe per opera dei Cardinali, «salvo il debito
onore e la reverenza già assicurata al nostro diletto figlio Enrico,
attuale Re, e, così Dio conceda, futuro Imperatore, ed ai successori
di lui che avranno conseguito personalmente questo diritto dalla Sede
apostolica[139]».
Dopo che col proceder del tempo la cerchia degli eligenti s’era
andata ognor più restringendo, l’elezione del maggior Vescovo della
Cristianità venne posta di tal maniera in mano di pochi Vescovi e preti
elettori, di uomini cioè che allora non peranco indossavano la porpora,
ma col correr del tempo dovevano dividere la signoria temporale del
Papa in qualità di pari suoi, e, più orgogliosi dei Senatori antichi,
pretendere alla dignità di nati principi. Fra tutte le metamorfosi
che la Chiesa subì, la costituzione di questo Collegio fu forse ciò
che massimamente ne fece deviare l’organamento dalla sua origine
evangelica. Quantunque un principio naturale suffraghi l’idea che il
diritto elettivo debba essere esteso all’universale, tuttavolta il
pratico adempimento di siffatta regola presuppone condizioni di popolo
primitive od altrimenti intelligenza diffusa anch’essa all’universale;
effettivamente però quelli che veramente eleggono ed anche imperano
saranno in tutti i tempi i pochi potenti o i pochi savî. Un buon
Patrizio, ossia un buon Imperatore come era Enrico III, avrebbe potuto
eleggere dei Papi buoni; un’intelligente aristocrazia elettrice avrebbe
potuto fare lo stesso: in breve, il decreto sull’elezione promulgato
da Nicolò II, non potè premunire la Chiesa d’avere Papi cattivi, ma fu
d’immensa rilevanza per la libertà del Papato. Esso tolse per sempre il
più considerevole fattore della storia cittadina di Roma dalle mani del
popolo romano, e presto assai anche da quelle della podestà imperiale.
Finchè visse Enrico III nessun Papa avrebbe saputo arrischiarne il
grave passo, ma i Cardinali, con maggiore accortezza dei Patrizî e
dei Senatori di tutti i Romani, seppero profittare di ogni periodo
di assopimento dell’Impero tedesco; e il sistema ammirabile della
gerarchia somigliò ben presto ad una fortezza gigantesca munita di
cento muri concentrici, che a vicenda si coprivano l’un l’altro.
L’arditezza del disegno avrebbe reso più trepidi Nicolò e Ildebrando,
se omai non si avessero assicurato soccorso di alleati. In questo
tempo la Chiesa romana capiva di dover combattere una battaglia
di vita e di morte col reame tedesco, e trovavasi in condizioni
pari a quelle cui erano venute le cose durante la controversia con
Bisanzio per ragione del culto delle imagini. Affine di resistere ai
Longobardi ed agli Esarchi, la Chiesa un dì aveva confermato sul loro
trono Pipino e Carlo, uomini nuovi e usurpatori, gli aveva chiamati
in Italia e costituiti avvocati della santa Sede. Adesso che sono
minacciati in pari tempo dai Patrizî tedeschi e dalla nobiltà romana,
i Papi ripongono le loro speranze precisamente in quei Normanni che
ancora sono legati nell’anatema della Chiesa. L’occhio perspicace di
Ildebrando vedeva infatti bene addentro che questa stirpe, la quale
mirava ad alzarsi in potenza, avrebbe formato in Italia una dinastia,
e che da essa, se la si avesse riconosciuta sotto certe condizioni, si
avrebbe tratto di due maniere guadagno; se ne avrebbe avuto uno Stato
vassallo della Chiesa ed un ajuto potente contro la città di Roma e
contro l’Impero tedesco.
Dopo la loro vittoria riportata su di Leone IX i Normanni avevano fatto
rapide conquiste, e già ad essi prestavano obbedienza quasi tutte le
Puglie e le Calabrie. Il progetto di Stefano IX, che mirava a cacciarli
d’Italia, fallì colla sua morte; l’anarchia che travagliava il Papato
favorì le imprese dell’ardito Roberto Guiscardo; e costui, sorto dai
bassi inizî di predare lungo le strade, reggeva da dopo il 1056 la
republica militare normanna in qualità di conte, essendovi succeduto
ad Umfredo fratel suo, i cui figli aveva soppiantato contrariamente
ad ogni fede. La impotenza di Bisanzio, la debolezza in cui Germania
era caduta sotto la reggenza, le necessità del Papato, quelle proprie
dei Normanni, tutto s’accordava per farne costituire uno Stato.
Nell’anno 1058 Riccardo di Aversa toglieva la celebre città di Capua a
quell’ultimo Principe longobardo, che fu Landolfo V[140]. Poco dipoi
Roberto Guiscardo s’impadroniva della forte Troja su di cui il Papa
levava sue pretese; e Nicolò II lo colpiva d’anatema come spogliatore
di beni della Chiesa. I Pontefici, che rade volte avevano potenza
di difendere con milizie i loro possedimenti, dopo il secolo nono
cominciarono a metter mano alla inesauribile armeria lateranense delle
scomuniche; e le pene spirituali che colpir dovevano soltanto le colpe
morali, conversero arditamente in armi della loro politica mondana.
Sebbene una scomunica non sempre fosse pari ad un cherubino che colla
spada fiammeggiante si ponesse a guardia del patrimonio minacciato,
tuttavolta essa metteva spavento all’assalitore, perocchè fra le genti
di questo tempo la sua mistica efficacia recasse angustia d’animo per
lo meno eguale a quella che destava un’eclisse di sole[141]. Sennonchè
un eroe guerriero, avido di dominare, meno forse temeva per la salute
dell’anima sua, che per la sicurezza delle province rapite e riluttanti
al suo giogo, le quali il Papa avrebbe potuto facilmente commovergli
contro, se avesse da parte di Dio posto fuor del diritto il rapitore.
Oltracciò, le conquiste di Roberto erano grandi abbastanza perchè
se ne costituisse uno Stato, cui, secondo la fede di quell’età, il
riconoscimento pontificio imprimeva carattere di validità e di giure
divino. Entrambi le parti pertanto andarono in cerca l’una dell’altra,
e si raccostarono. I vincitori di Civita, Riccardo di Aversa e
Roberto Guiscardo, si presentarono a Nicolò in Melfi, dove questo
Papa nell’anno 1059 raccolse un Concilio; entrambi uomini audacissimi,
senza fede e coscienza, capitani di ladronaie, tutto coperti di sangue,
predoni grandi, sani e salvi a dispetto di molti anatemi ecclesiastici,
eroi invincibili. Colà eglino ricevettero in feudo dalla santa Sede
le terre conquistate, eccezion fatta di Benevento. Si tennero così
in non cale i diritti dei principi spodestati, parimenti come non
si diè bada alla così detta sovranità suprema dell’Impero tedesco;
fu vista così un’autorità legittima d’impero sparire e un’altra
sorgere da una ladreria. In tutti i tempi la legittimità ha dovuto
chinare il capo e cedere all’interesse personale, e lo stesso Stato
della Chiesa è sorto soltanto per ciò che i Pipini calpestarono i
diritti dei Merovingi ed i Papi soppiantarono quelli dei Bizantini:
unicamente ciò che può parere strano si è la fidanza di un Papa, il
quale a stranieri dispensò province straniere come se fossero roba
sua, e financo confermò preventivamente in loro possedimento terre
che erano ancora da conquistare[142]. Riccardo fu riconosciuto per
principe di Capua; il Guiscardo con titolo di conte e di duca fu
infeudato delle Puglie e delle Calabrie, e gli fu eziandio promessa la
Sicilia, una volta ch’egli avesse tolta l’isola di mano degli Arabi e
dei Greci. I Normanni prestarono al Papa giuramento di vassallaggio
coll’obligo di un annuo tributo; giurarono di soccorrere la Chiesa
affinchè conservasse i suoi possedimenti, e di ajutare nelle cose del
pontificato i Papi eletti giusta i canoni dai migliori Cardinali[143].
Per tal guisa il decreto di Nicolò II circa la elezione venne posto
sotto la tutela armata dei Normanni, e fu riconosciuto da questi nuovi
principi primamente che da altri.
Fu in conseguenza del trattato di Melfi, che Nicolò e Ildebrando
condussero con sè a Roma un esercito di Normanni. I Conti di Tusculo,
di Preneste e della Sabina furono tosto ridotti a obbedienza, e
l’Antipapa fu per la seconda volta assediato in Galeria[144]. Questo
castello, discosto quindici miglia da Roma, stava presso al fiume
Arrone nella diocesi di Silva Candida, e dal secolo undecimo in poi
era possedimento di Conti, i quali se ne avevano fatto un dominio
ereditario[145]. Gerardo conte, che ivi dava ricetto a Benedetto
X, era uno dei più potenti tirannelli della Tuscia romana; capo del
partito avverso a Ildebrando, era stato scomunicato da parecchi Papi,
e per ultimo anche da Nicolò colle maledizioni più tremende. Ei si
difese prodemente nella sua rocca, e soltanto dopo parecchi assalti
fu costretto a consegnare l’Antipapa. Benedetto X venne a’ negoziati
dall’alto delle mura; trenta nobili romani gli giurarono che sarebbe
rispettata la sicurezza della sua persona, ed egli venne nella Città e
vi pose dimora nelle case della madre sua, che erano in vicinanza alla
santa Maria Maggiore. Un Concilio, sopra del quale Ildebrando esercitò
le sue arti d’intrigo volte a precipitare Benedetto, depose ancora una
volta quest’ultimo, lo espulse dall’ordine sacerdotale, e lo confinò
per tutta la vita nel monastero di sant’Agnese presso a Roma[146].
§ 4.
Irritazione che desta in Roma il decreto sull’elezione. — I nemici del
sistema d’Ildebrando cospirano. — Nicolò II muore nel 1061. — I Romani
ed i Lombardi domandano a re Enrico che elegga un papa. — Condizioni
di Milano. — I Paterini. — I Cotta e Arialdo. — In Roma la fazione di
Ildebrando elegge Anselmo di Lucca a pontefice. — La corte germanica
solleva al papato Cadalo di Parma.
Lo scisma era superato e vinta la contrarietà dell’aristocrazia. D’ora
in poi, in istrettissima vicinanza, la spada normanna s’avrebbe librato
minacciosa su di Roma, laonde, non appena s’ebbero di ciò accorto i
Romani, che diventarono partigiani risoluti della corte germanica.
S’aveva questa offeso del decreto sull’elezione e della infeudazione
che il Papa s’era arrogato di dare ai Normanni; pareva che i diritti
dello scettro tedesco e i diritti della città di Roma fossero stati
parimente e d’un istesso tratto lesi. Gli interessi dell’una e
dell’altra parte convenivano ad associarsi in una lotta comune contro
il novello Papato, e da ora avanti, per tre secoli, Roma si scisse
in fazione imperiale e pontificia. Ildebrando raccolse intorno al suo
vessillo tutti gli aderenti della riforma, ma il partito avverso era
più numeroso. A questo appartenevano i Conti di Tusculo, di Galeria,
di Segni e di Ceccano, i discendenti dei Crescenzî, antichi nemici di
Tusculo, e quasi tutti i capitani d’origine germanica che erano nella
Tuscia e nel Lazio: nel tempo medesimo la nobiltà cittadina era guidata
dal feroce Cencio figlio di Stefano prefetto, e fra il clero stesso
si accoglieva una fazione nemica, la quale aveva per duce Ugo Candido,
cardinale di san Clemente, alsaziano di nascita. La unione con Alemagna
e la grande scissura che tosto scoppiava nella Chiesa davano alla
nobiltà romana una forza momentanea; molti di quei signori scendevano
di origine germanica, e perciò tenevano le parti dell’Impero tedesco;
altri, sebbene di razza latina, combattevano con eguale fervore la
signoria del Papa sulla città di Roma. Tanto minor potenza finalmente
avevano i Pontefici di vincerla su quei Baroni, perocchè da tempo lungo
i primi non uscissero più delle grandi famiglie di Roma, e perciò in
queste più non trovassero alcun sicuro appoggio: per tenersi soggetta
Roma erano costretti di servirsi del braccio di odiati stranieri, dei
Normanni[147].
Come Nicolò II fu morto a Firenze nel giorno 27 Luglio del 1061,
le cose volsero alla catastrofe. Tutti i nemici della riforma si
strinsero insieme; volevasi adesso tor vendetta della spedizione dei
Normanni che molte nobili castella avevano distrutto, volevasi abolire
il decreto sull’elezione, rinnovare il Patriziato. I Conti della
Campagna, i nobili della Città, Cencio co’ suoi fratelli, i figli
di Baruncio, Cencio e Romano, Berizone ed altri, Ugo cardinale con
alcuni Vescovi si raccolsero a parlamento in Roma, e si accordarono
di conferire formalmente al giovine re Enrico il Patriziato e i
diritti consueti dell’elezione pontificia[148]. Pertanto i congiurati
contro il nuovo Papato avevano intendimenti conservativi, e nutrivano
sentimenti contrarî all’idea nazionale. Al Re mandavano i simboli del
Patriziato, la clamide di color verde, la mitra, l’anello e il diadema,
e, riferendosi in pari tempo al decreto di Nicolò II sull’elezione,
giusta il quale non potevasi eleggere alcun papa senza la cooperazione
di Enrico, lo richiesero che desse a Roma un pontefice[149]. Ad
istigazione di Guiberto cancelliere s’aggiunsero ai Romani molti
Vescovi di Lombardia e ambasciatori di Milano, i quali sollecitarono
l’Imperatrice affinchè non permettesse che al figliuol suo si rapissero
i diritti della corona, e chiesero per Papa un uomo delle terre
lombarde, del paradiso d’Italia, come essi le appellavano, ed un tale
che fosse aperto avversario del celibato.
Il profondo commovimento destato dalla riforma, non fu in nessun
luogo maggiore di quello che agitava Milano. Questa città ricca di
traffichi superava allora per isplendore tutte le altre, e la sua
importanza politica per qualche tratto di tempo gettò nell’ombra
eziandio Roma. Non peranco infatti Roma s’era elevata all’altezza di
vere lotte sociali, così come era avvenuto di Milano, dove esisteva
una cittadinanza media potente, e dove s’era ordinata una costituzione
republicana[150]. Già in secoli anteriori quegli Arcivescovi avevano
combattuto gagliardamente la podestà assoluta del Papato: il diritto
cui pretendevano di coronare i Re d’Italia li rendeva omai emuli dei
Pontefici, i quali coronavano questi Re a imperatori. Il clero milanese
era immensamente ricco, e «innumerevole come le arene del mare»[151].
Pertanto giusto là i decreti di riforma avevano cagionata la più acerba
irritazione, poichè ivi gli officî ecclesiastici andavano a compera dei
figli della nobiltà, e nel maggior numero i preti vivevano accasati con
donne. Ma la dissolutezza del clero nobile per contrapposto educava il
più ardente fervore della riforma nella parte democratica del popolo,
e la controversia ecclesiastica vieppiù veemente diventava, perocchè in
pari tempo sortisse indole politica e sociale.
Guido di Velate, da dopo il 1045 succeditore di Eriberto
nell’arcivescovato e creatura dell’Impero, tornò perciò in odio dei
riformatori: intorno a lui si schierarono tutti gli aderenti del
sistema antico, mentre dall’altro canto, il partito della riforma,
che appellavasi dei Paterini, trovò suoi capi anche in alcuni
nobiluomini[152]. Due fratelli della nobile famiglia dei Cotta,
Landolfo e Erlembaldo, diventarono un dopo dell’altro capitani del
popolo, e, presso a loro, il fanatico diacono Arialdo conseguì
rinomanza con sue prediche[153]. Questi uomini avevano stretto
relazioni vivissime con Ildebrando, per guisa che Milano, parimente
come Roma, venne a dividersi in due fazioni, l’una delle quali teneva
per l’Imperatore, l’altra per il Pontefice; l’una voleva mantenere gli
abusi nella Chiesa, l’altra intendeva a introdurre la riformazione
senza badare a checchessia. Per verità Guido arcivescovo era stato
costretto da decisioni conciliari a far sommessione, allorchè Nicolò II
nell’anno 1059 avea mandato da suoi legati in quella città il Damiani
e Anselmo di Badagio, vescovo di Lucca e milanese di nascita. Però la
conciliazione non fu di lunga durata; la scissura dei partiti eruppe
di bel nuovo, e la morte di Nicolò II precipitò Milano e Roma in eguali
guai di disordine.
Gli Imperiali di Lombardia si collegarono pertanto coi Romani affine
di levare a papa un uomo che non fosse della parte di Ildebrando. I
riformatori romani da canto proprio mandarono il cardinale Stefano
alla corte tedesca; ma quando questo legato, che ivi non ottenne
accoglienze, si fu tornato a Roma senza risultamento alcuno, Ildebrando
si fe’ cuore di farla del tutto finita colla corte di Germania.
Congregò egli i Cardinali addì 1 Ottobre del 1061, e, conformemente
a quel che disponeva la legge nuova sull’elezione, fece eleggere
a pontefice il Vescovo di Lucca. Sebbene questo zelante prelato
fosse uno dei patroni dei Paterini, tuttavia stava egli da lungo
tempo in rapporti di buona amicizia colla corte germanica, perlochè
Ildebrando poteva ancora sperare di giungere per mezzo suo ad un equo
accomodamento. La elezione di Anselmo non avrebbe violato il decreto di
Nicolò II, se dal Re si avesse per lo meno ricavato la confermazione;
ma questo non avvenne, e così Ildebrando aizzò apertamente la podestà
regia. Uno scisma lungo e guerre civili sanguinose dovevano essere le
conseguenze di questo fatto audace.
Anselmo di Lucca, nominato Alessandro II, fu posto sulla sedia
pontificia colla forza delle armi di Riccardo di Capua: infatti,
Desiderio abate aveva guadagnato questo Principe affinchè conducesse il
novello Papa a Roma, dove alcuni nobili, Leone _de Benedicto_, Cencio
Frangipane e Giovanni Brazuto stavano a’ fianchi di Ildebrando[154].
Però, soltanto dopo una violenta battaglia cogli Imperiali Anselmo potè
di notte tempo e per rigiri di vie meno frequentate mettersi dentro al
Laterano.
Mentre adesso Riccardo, da vero Normanno, s’era fatto di casa a Roma, e
vi mozzava parecchie teste di Conti o di Consoli suoi nemici, giungeva
alla Città la novella che in Alemagna s’era eletto un Papa. I Vescovi
tedeschi e alcuni di Lombardia, sotto la presidenza dello zelante
Guiberto, s’erano congregati a Basilea; ivi gli ambasciatori dei
Romani, con Gerardo di Galeria e con Cencio alla loro testa, avevano
formalmente coronato a patrizio il decenne re Enrico. Il Concilio poi
aveva cassato i decreti di Nicolò II e la elezione di Alessandro II
come illegali, ed in unione coi deputati romani, addì 28 di Ottobre,
aveva eletto a pontefice il veronese Cadalo, vescovo di Parma[155].
Sciaguratissimo errore fu l’esaltamento di questo prelato; un uomo che
avesse avuto genio, energia e rigido costume avrebbe potuto mandare
facilmente a vuoto i disegni di Ildebrando; invece l’animo fiacco di
Cadalo non seppe giungerne a capo.
Ancora una volta stavansi di fronte due Papi, l’uno in Roma, l’altro di
là dalle Alpi, donde si apprestava a scendere in armi per discacciare
il suo avversario dal Laterano. Rare fiate il mondo aveva atteso
con pari ansietà ad una lotta simigliante, avvegnaddio le parti, che
si schieravano dietro ai due Papi, non più fossero semplicemente di
uomini faziosi, ma fossero le due podestà mondiali, la Chiesa romana e
l’Impero romano.