§ 1.
I Romani cacciano via Benedetto IX, e fanno papa Silvestro III. —
Benedetto a sua volta lo discaccia. — Egli vende la cattedra santa
a Gregorio VI. — Roma ha tre Papi. — Un Sinodo romano delibera di
chiamare Enrico III, perchè ne liberi Roma.
Parecchi anni trascorsero prima che il novello Re tedesco venisse in
Italia: questo Re era Enrico III succeduto al padre, giovane, energico,
pio, principe magnifico; a lui, come a Carlo magno e ad Ottone il
grande, si spettava la missione di restaurare Roma a dignità, di
purgarla dalla barbarie e di introdurre riforma nella Chiesa che era lì
lì per sommergere. Infatti Benedetto IX continuava pur sempre ad essere
il disonore del Papato; pareva che un demonio d’inferno, sotto la
maschera del prete, sedesse sulla cattedra di san Pietro, e colle sue
arti oscene profanasse i misteri santi della religione.
Benedetto IX, riposto sulla sedia pontificia nell’anno 1038, protetto
da Gregorio fratello suo, che, da senatore dei Romani, reggeva ossia
malmenava la città, conduceva senza impedimento in Laterano la vita di
un sultano turchesco; egli e la famiglia sua empievano Roma di ruberie
e di assassinî; ogni ordine giuridico cessato aveva[62]. Finalmente,
ai 7 Gennaio 1044, il popolo si levò a furibonda rivoluzione; il Papa
fuggì, ma i suoi vassalli si sostennero nella città Leonina contro gli
assalimenti dei Romani. Al Pontefice aderivano le genti del Trastevere,
ed egli chiamava suoi amici e partigiani dalla Campagna; Gerardo
conte di Galeria veniva con molti cavalieri alla porta dei Sassoni,
e respingeva i Romani battendoli, in quello che un terremoto si univa
ad accrescere la desolazione della ribellata Città. La Cronica antica
che narra di questi fatti non dice se dopo tre giorni di battaglia
il Trastevere fosse preso di assalto; essa offre soltanto notizia
che i Romani concordemente dichiararono di non volerne saper più di
Benedetto, ed a loro papa elessero Giovanni vescovo della Sabina, che
prese nome di Silvestro III[63].
Anche questi dovette la sua esaltazione alla forza dell’oro con cui
seppe corrompere i sediziosi e il loro capitano Girardo _de Saxo_.
Questo potente Romano con grande astuzia aveva dapprima promessa in
moglie a Benedetto IX la sua figliuola, indi gliela aveva negata[64],
avvegnaddio il Papa non avesse provato ritegno di qualunque cosa per
grave che fosse, pur di conseguire la mano di quella Romana cui era
congiunto di parentela. Il padre di lei lo sedusse colla speranza
di farla sua, e poichè gli ebbe chiesto che primamente deponesse la
tiara, Benedetto, il quale bruciava di desiderio della donzella, non
si oppose, e durante la rivolta di Roma fecelo. Lo agitava il demonio
della lussuria, e fra il popolo superstizioso si andava vociando che
nel cupo delle foreste avesse commercio coi diavoli, e con arti magiche
inducesse le donne a fare il piacer suo; si voleva che in Laterano
si fossero trovati i libri d’incantesimi coi quali egli scongiurava i
demonî[65]. Frattanto la cacciata di lui faceva inviperire l’orgogliosa
famiglia sua, e l’odio del Papa vieppiù bramava di vendicarsi del
giuoco onde l’aveva falsamente raggirato Girardo; la sua fazione
numerosa teneva ancor fermo nel castel Sant’Angelo, e il suo magico
oro ammaliava Roma; dopo quarantanove giorni Silvestro III era gettato
giù della cattedra apostolica, e vi risaliva il Tusculano anelante
vendetta: questo accadeva ai 10 di Aprile dell’anno 1044[66].
Dappoi Benedetto IX dominò ancora per il periodo di un anno e ventun
giorno, mentre Silvestro III trovava riparo in una rocca nel Sabinate,
se pure non si ricoverava entro qualche ben munito monumento di Roma,
e continuava ad appellarsi papa. Una tenebra per noi benefica ci
tien celati gli orrori che s’ebbero visti in quest’anno. Odiato dai
Romani, malsicuro del trono, angustiato continuamente dalla paura che
la rivoluzione nuovamente scoppiasse, Benedetto si trovò costretto
ad abdicare. Bartolomeo abate di Grotta Ferrata lo esortò a farlo, ma
egli, senza sentirne scrupolo o vergogna, vendette il Papato a denaro,
tal quale fosse stato una balla di mercanzia. Stipulò un contratto
formale, in cui per il prezzo di un cospicuo reddito, e precisamente
del denaro di san Pietro proveniente dall’Inghilterra, cedette, addì
1 Maggio 1045, la sua dignità di pontefice a Giovanni Graziano, che
era il ricco arciprete della chiesa di san Giovanni, posta presso a
porta Latina[67]. Poteva mai la profanazione dell’officio santissimo
della Cristianità andar più in là di quello cui fosse tratta con
questa vendita? eppure il commercio delle dignità ecclesiastiche era
divenuto di uso così universale in Roma e nel mondo tutto, che non potè
reputarsi troppo grave enormezza se alla fin fine anche un Papa vendeva
la cattedra di san Pietro.
Giovanni Graziano, ossia Gregorio VI, si gettò dietro le spalle i
canoni, e fecelo con arditezza di animo tale, che forse fu compresa da
pochissimi dei suoi contemporanei; uomo degno di ricordanza, comperò il
Papato per torlo da mani inique, eppure in quel suo orribile tempo fu
tenuto per idiota, laddove forse ebbe mente capace di serî intendimenti
e magnanimi. Tuttavolta è difficile cosa che Pier Damiani, il quale
fu in quell’età il monaco più di tutti fervente del bene, avesse
contezza di quel mercato allorquando, dopo l’esaltamento di Gregorio
VI, scrivevagli giubilando, che finalmente fosse tornata all’arca santa
la colomba recante il ramo d’ulivo[68]. Può darsi che il Santo pio lo
conoscesse di persona e avesse in lui notato qualche virtù; financo
le aride Croniche del tempo, le quali certamente a torto lo dipingono
per rozzo e inesperto, tanto che dovette torsi un vicario, non hanno
saputo attribuirgli a colpa vizio alcuno. I Cluniacensi di Francia
e le congregazioni d’Italia salutarono tutti il suo avvenimento al
pontificato come principio di giorni migliori; e in quella bujissima
epoca di Roma tutt’a un tratto si colloca a’ fianchi di questo
Papa simoniaco un frate giovine e ardito che, dopo eroici sforzi di
un’intiera età d’uomo, rialza il Papato caduto in tanto stremo ad una
grandezza che non s’avrebbe potuto presagir mai. Per la prima volta
esce adesso fuori della sua oscurità Ildebrando, che vediamo a lato di
Gregorio VI diventarne cappellano; e questo solo dimostra che Gregorio
non era un idiota. Non sappiamo fino a che punto fin d’allora si
estendesse l’operosità di Ildebrando, e s’egli abbia avuto parte alla
illegale esaltazione di Gregorio; però nel «vicario», di cui parlano i
Cronisti, può darsi facilmente che si celasse quel giovane frate pieno
di genio e di ambiziosi disegni che fu consigliero di Gregorio VI, e
che più tardi, in grata memoria di lui, si appellò Gregorio VII. Del
resto un fatto così straordinario come fu l’innalzamento di Gregorio
VI al soglio pontificio non era troppo repugnante all’indole di
Ildebrando.
Mentre adesso Benedetto IX continuava in Tusculo, oppure in Roma, a
menare la sua scapigliata vita di piaceri, Gregorio VI fu papa per
quasi due anni colla buona volontà di salvare la Chiesa, che chiedeva
una riformazione fondamentale e che tosto dopo la ebbe. Il Papato,
che fino adesso era stato un feudo ereditario dei Conti tusculani era
andato tutto a soqquadro; il _Dominium Temporale_, dono fatale dei
Carolingi che in mano dei Pontefici diventò un vero vaso di Pandora,
donde si rovesciarono mille e mille malanni a ruina di Roma, questo
Dominium era scomparso, poichè appena era se la Chiesa imperava ancora
sulle più prossime castella, poste nel territorio della Città[69].
Cento piccoli signori, capitani ossiano vassalli della Chiesa
appartenenti all’alta nobiltà, stavano pronti a dare l’assalto a Roma;
tutte le vie erano infestate di masnadieri, tutti i pellegrini erano
spogliati d’ogni loro roba; dentro la Città le chiese erano in ruina,
in quello che i preti tripudiavano in loro baccanali. Non v’era giorno
che non avvenissero assassinî a rendere mal sicure le strade; nobili
romani si scagliavano financo dentro il san Pietro colla spada in pugno
per rubarne i donativi che mani pietose andavano forse ancora deponendo
su quell’altare. Il Cronista che descrive questo stato di cose celebra
a gloria di Gregorio che egli vi pose un argine. I capitani feroci
cinsero bensì di assedio la Città, ma egli ragunò animosamente la
milizia, vi ristabilì qualche ordine, e perfino conquistò molte
castella nel territorio della Città: ed è verosimile che Silvestro
avesse osato di tentare un’impresa contro Roma, ma soccombesse di
contro all’energia spiegata da Gregorio. Tumultuario e orribile fu il
breve e oscuro periodo del pontificato di quest’uomo, e ben presto, a
cagione della severità da lui usata contro la ladronaja, venne in odio
degli ottimati ed eziandio dei Cardinali, che non meno di quegli altri
erano avidi di predare[70].
Per quanto pur Gregorio VI facesse sotto l’influenza di monaci francesi
e italiani affine di torre la Chiesa da così barbarico abbrutimento,
non v’era tuttavia che la dittatura germanica la quale potesse
salvarla, sì come era avvenuto a’ tempi di Ottone magno. Poco andò che
gli sforzi del Papa non ebbero più alcun risultamento; esaurite erano
le sue forze, e i suoi avversarî poco a poco presero il sopravvento.
Tanto insanabile anarchia durava in Roma, che si narra qualmente tutti
e tre i Pontefici vi risiedessero ad un tempo, l’uno in san Pietro,
l’altro nel Laterano, il terzo in santa Maria Maggiore. Alla fine
gli sguardi dei migliori uomini romani si volsero al Re di Alemagna;
l’arcidiacono Pietro, senza pur consultare Gregorio, congregò un Sinodo
in Roma, ed in esso fu risoluto di muovere fervente istanza ad Enrico
perchè venisse a prendere la corona imperiale, e a resuscitare la
Chiesa dalla sua ruina[71].
§ 2.
Enrico III scende in Italia. — Raccoglie a Sutri un Concilio (1046). —
Gregorio VI abdica. — Enrico III eleva al papato Suidgero di Bamberga
con nome di Clemente II: questi lo corona imperatore. — Descrizione
della coronazione imperiale. — Traslazione del Patriziato a Enrico III
ed a’ suoi succeditori.
Enrico III venne nell’autunno dell’anno 1046 alla testa di un grande
esercito, con fervida volontà di diventar signore di Roma e di farsi
riformatore della Chiesa romana. Il decadimento di essa, che omai
trascendeva ogni limite, era cagione che crescesse anche in tutti gli
altri paesi la corruttela del clero; la sua restaurazione doveva essere
pertanto un beneficio per l’universale. Nessuno fuvvi che si levasse da
nemico contro il Re; Vescovi e Duchi (fra i quali Bonifacio, potente
margravio di Toscana) gli prestarono omaggio; Gregorio VI, anch’egli,
mossegli incontro fino a Piacenza, nella speranza di guadagnarlo alla
sua causa: però il Re lo congedò, protestando che il destino di lui e
degli Antipapi sarebbe deciso da un’assemblea della Chiesa, che avrebbe
giudicato a tenore dei canoni.
Poco tempo prima del Natale dell’anno 1046 congregò egli infatti a
Sutri, in mezzo alle buone lance del suo esercito, un concilio solenne
di Vescovi: ivi Silvestro III fu deposto dal pontificato e condannato
a far penitenza in un chiostro, ma quanto a Gregorio VI il Concilio
stette dubbioso se avesse autorità di giudicarlo. Gregorio, che era
uomo sincero od altrimenti s’affidava alla coscienza de’ suoi buoni
intendimenti, accondiscese a narrare in publico la storia del suo
esaltamento, e pertanto fu tratto a giudicarsi di sua propria bocca
colpevole di simonia ed indegno del papato[72]. Egli allora depose
le insegne di quella dignità, e siffatta abnegazione di sè tornò a
grande onore suo. Allora Enrico, insieme coi Vescovi e con Bonifacio
margravio, mosse alla Città, la quale non gli chiuse in faccia le
porte, perciocchè Benedetto IX si fosse nascosto a Tusculo, e i suoi
fratelli non osassero di opporre resistenza. Roma, stanca degli orrori
dei Tusculani, accolse giubilando il Re tedesco come suo liberatore.
Mai più da quel tempo in poi Re alcuno di Germania fu ricevuto dal
popolo romano con sì liete acclamazioni; non mai altro Re operò cose
parimente grandi di quelle ch’ei fece, nè fu apportatore di eguali
mutazioni di cose. Colla spedizione di Enrico III su Roma incomincia
un’epoca nuova nella storia della Città e massimamente in quella della
Chiesa; sembra che le acque del diluvio si ritraggano, e che, approdata
l’arca al monte di san Pietro, uomini ne scendano che ad un nuovo mondo
diano genti nuove e nuove leggi. Che significato poi abbia nelle cose
umane la legge, potenza terribile e severa che uccide, lega e raccoglie
ad unità, ben poche età ne fecero esperienza al paro di quelle che
adesso si verranno succedendo.
Un Sinodo tosto adunato dichiarò ancora una volta destituiti tutti
e tre i Papi[73]; pertanto era necessario eleggere un Pontefice
canonicamente.
Come già aveva fatto Ottone III prima della sua coronazione, così
anche Enrico conduceva con sè l’uomo che doveva conseguire la tiara,
e che a lui doveva porgere la corona. Avrebbe bastato un cenno di
comando per far crear papa il Vescovo di Bamberga, ma Enrico non
volle offendere nessuna delle forme legali. Come re di Germania non
possedeva egli alcun diritto sulla Città, nè sulla elezione pontificia;
perciò primamente dovette farsi attribuire questo diritto, e la cosa
senza dubbio avvenne per via di un trattato, che fin da Sutri aveva
conchiuso coi Romani. «Signori romani», disse l’accorto Enrico con
accento di sprezzo nel parlamento che convocò in san Pietro addì
24 di Dicembre, «Signori romani, per quanto insensati sieno sempre
stati finora i vostri comportamenti, io vi lascio tuttavia libertà di
eleggere il Pontefice secondo il costume antico; fra i qui congregati
prendetevi quel Papa che più vi grada». Ed i Romani sommessamente
risposero: «Quando è presente la maestà del Re non ci compete decidere
dell’elezione; quando essa non è presente, fatevi Voi rappresentare
dal Vostro Patrizio. Questi infatti non del Papa, ma dell’Imperatore
è patrizio nelle cose della republica. Noi confessiamo di essere stati
abbastanza malaccorti da aver creato papi degli uomini idioti. La regia
autorità vostra è quella cui si spetta di dare alla Republica romana
il beneficio delle leggi e l’ornamento dei costumi, e di prestare alla
Chiesa braccio di difensore[74].»
I Senatori dell’anno 1046, che con tanta umiliazione cedevano al Re
tedesco il preziosissimo dei diritti, serrarono gli occhi per non
vedere le ombre di Alberico e dei tre Crescenzî, avvegnachè questi loro
Patrizî gli avrebbero accusati di tradimento verso di Roma. I Romani di
quei giorni, miserabili e indegni, malvagi e divisi, masnada piuttosto
che popolo, meritavano più che mai di essere gli schiavi di una volontà
straniera: d’altronde erano parati ad ogni sacrificio, pur di liberarsi
dalla tirannide dei Tusculani. Nulla dimostra l’estremo esaurimento
di loro forze e le gravissime loro sofferenze, più di questa facile
rinunzia di un diritto, che altra volta aveva costato tanta fatica
a Ottone magno, quando lo aveva voluto torre alla Città. Roma faceva
vergognosa confessione di non avere fra’ suoi alcun ecclesiastico il
quale fosse degno o capace del Papato, perocchè il clero cittadino
fosse rozzo e tutto impeciato di simonia. Oltracciò tutte le altre
circostanze di cose esigevano che si eleggesse a papa un uomo che
non fosse romano e neppure italiano. I Romani richiesero Enrico che
loro desse un buon Papa, ed egli presentò alla consenziente adunanza
Snidgero vescovo di Bamberga, e lo condusse alla sedia apostolica,
quantunque quegli accettar non volesse. Clemente II, consecrato nel
giorno di Natale dell’anno 1046, pose tosto la corona imperiale in
capo di Enrico e della moglie sua. V’erano ancora a sufficienza Romani
che coi loro proprî occhi avevano anticamente visto, ai giorni di
Ottone III e di Gregorio V, succedersi immediatamente il simigliante
avvenimento di un’elezione pontificia e di una coronazione imperiale:
adesso che il secondo Papa di nazione tedesca saliva alla cattedra
di san Pietro può darsi che in cupo odio ricordassero, come il
primo avesse vissuto pochi e tristi anni in Roma, e sventurato fosse
morto[75].
La coronazione di Enrico III si compiè fra condizioni di cose tanto
rilevanti e con calma sì perfetta, che qui ne si offre la più acconcia
opportunità di descrivere in brevi tratti la solennità che in generale
occorreva per le coronazioni imperiali. Da dopo di Carlo magno queste
ripetute ceremonie formarono il più splendido spettacolo che in Roma si
celebrasse, accosto alle coronazioni o processioni lateranensi dei Papi
che avvenivano con maggiore frequenza, e delle quali più tardi daremo
un’idea[76].
Quando l’Imperatore eletto moveva colla moglie sua e colla sua comitiva
alla coronazione, era accolto dal clero e dalle corporazioni della
Città presso a santa Maria Traspontina, in vicinanza di un monumento
denominato _Terebinthus_ di Nerone[77]. Ivi, prossimamente al castel
Sant’Angelo, era la _Porta Castelli_, dove il Re romano soleva giurare
ai Romani di voler mantenere in vigore le leggi e le consuetudini
della Città: questo stesso giuramento ei prestava fin da quando
giungeva ad un piccolo ponte che era nei prati di Nerone[78]. Dalla
porta il corteo procedeva fino alla scalea del duomo; alcuni Senatori
camminavano a’ fianchi del Re; lo precedeva il Prefetto della Città
recando la spada nuda, e i suoi valletti andavano gettando denaro.
Giunto alla gradinata, scendeva di cavallo, e saliva col suo seguito
sulla piattaforma, dove sedeva il Papa circondato dell’alto clero,
aspettandolo: il Re gli baciava il piede e faceva sacramento che
sarebbe retto difensore della Chiesa; riceveva dal Papa l’osculo di
pace ed era da lui adottato per figliuolo della Chiesa. In mezzo a
cantici solenni entravano ambidue nella chiesa di santa Maria _in
Turri_, che era presso alla scalea del san Pietro, ed ivi il Re era
formalmente ordinato canonico della basilica[79]. Indi, condotto dal
Conte palatino del Laterano e dal Primicerio dei giudici, veniva fino
alla porta d’argento del duomo, vi faceva preghiera, e il Vescovo di
Albano pronunciava su di lui la prima orazione. Anche dentro del san
Pietro un numero infinito di mistiche ceremonie era preparato al Re.
Colà, non lungi dall’ingresso, si trovava la _Rota Porphyretica_,
ossia una pietra di porfido di forma circolare, infissa nel pavimento;
lì presso sedevano il Re ed il Papa, ed il candidato imperiale vi
pronunciava la sua professione di fede; dipoi il Cardinale vescovo
di Porto si collocava nel mezzo della _Rota_, e diceva la seconda
orazione. Fatto ciò, il Re veniva coperto di nuovi abiti, e dentro
della sacristia era creato cherico dal Papa e vestito della tunica
e della dalmatica, del piviale, della mitra e dei sandali; indi era
condotto all’altare di san Maurizio dove lo seguiva la sua consorte,
che aveva anch’ella compiuto ceremonie simiglianti ma meno faticose.
Colà il Vescovo di Ostia ungeva del crisma l’Imperatore sul braccio
destro e sulla nuca, e diceva la terza orazione solenne[80].
Se il Principe che s’incoronava era compreso veramente della eccellenza
della sua missione, certo è che la solennità della funzione, la pompa
mistica e pesante, la grandiosa monotonia delle preci e dei cantici
che risonavano sotto il soffitto dell’antichissimo duomo santificato
di sublimi ricordanze, dovevano scuoterlo nel più profondo dell’anima.
La meta sublime di tutte le ambizioni umane, la corona di Carlo magno
posava sull’altare del Principe degli Apostoli e mandava raggi di
luce all’occhio ansioso di lui. Ma prima il Papa metteva in dito del
Re consecrato l’anello d’oro, a simbolo della fede, della costanza e
della potenza del suo reggimento cattolico; con simile significato lo
cingeva della spada, e allora finalmente gli poneva in capo la corona.
«Ricevi», diceva, «il segno della gloria, il diadema del regno, la
corona dell’impero, nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito
Santo; sgombra l’animo dal nemico capitale e da ogni sorte di peccata;
sii giusto e pietoso; vivi in amore pio, così che un giorno tu possa
ricevere la corona eterna dalla mano del Signor nostro Gesù Cristo,
in unione dei beati.» La chiesa allora risonava del «Gloria» e della
laude: «Vita e vittoria sia all’Imperatore e agli eserciti di Roma e di
Germania»; e rimbombava delle grida giubilanti e senza fine dei fieri
uomini d’arme che salutavano imperatore il loro Re nelle barbariche
favelle tedesche, slave e romanesche[81].
L’avventurato Imperatore deponeva indi le insegne dell’impero, e
serviva in officio di suddiacono la messa che il Papa celebrava: finita
questa, il Conte palatino gli traeva di piede i sandali e gli calzava
i rossi stivali usati dagl’Imperatori, cogli sproni di san Maurizio:
allora tutto il corteo usciva col Pontefice dalla chiesa e moveva al
Laterano lungo la via appellata Trionfale, per Roma tutta addobbata
a festa, in mezzo allo scampanio di tutte le chiese[82]. Presso
certe stazioni eranvi preti che cantavano laudi, e le Scuole ossiano
corporazioni ivi stavano disposte a salutare l’Imperatore che passava.
Innanzi e dietro di lui andavano i valletti spargendo a larghe mani il
denaro, e parimente tutte le Scuole e tutti gli officiali del palazzo
ricevevano il _Presbyterium_, ossia consueto donativo di denaro. Si
chiudeva la solennità con un banchetto servito nel palazzo pontificio.
Se le circostanze lo consentivano, il dì seguente l’Imperatore andava
processionalmente a udir la messa in Laterano; nel terzo giorno veniva
coronato al san Paolo; nel quarto giorno a santa Croce in Gerusalemme.
Questi che abbiam dato non sono che i tocchi più scarsi di una
coronazione imperiale di quell’età; le ceremonie derivate dalle pompe
bizantine s’erano stabilite da dopo di Carlo magno, e nell’essenziale
rimasero sempre eguali, sebbene col procedere del tempo molto vi si
mutasse e di nuovo si aggiungesse. Non v’ha alcuna pompa dell’età
nostra che giunga più allo splendore ed alla grandezza di quegli
spettacoli. La moltitudine di duchi e di conti, di vescovi e di abati,
di cavalieri e di signori che vi assistevano colle loro comitive,
la ricchezza dei loro abiti, la stranezza de’ loro volti e delle
loro lingue, le schiere marziali degli uomini di guerra, la mistica
magnificenza del Papato romano con tutti i suoi ordinamenti di forma
pittoresca, le fogge dei Romani laici, dei giudici, dei senatori,
dei consoli, dei duci, delle milizie raccolte sotto i loro gonfaloni,
le vestimenta mirabili, variopinte, fantastiche, finalmente, teatro
sublime del dramma, Roma severa, tetra, piena di ruine, traverso cui
il corteo della coronazione incedeva solennemente; tutto questo doveva
presentare un quadro sì poderoso e seducente nei suoi colori attinti
alla storia mondiale, che perfino un Romano avvezzo alle magnificenze
dei tempi di Trajano, lo avrebbe mirato con occhio attonito. Le
coronazioni tornavano a dare a Roma il carattere di città universale.
Allorchè i Romani di quel tempo ne erano spettatori, potevano ben dire
a sè medesimi che Roma aveva ancora Imperatori eletti o acclamati da
essa, e coronati da’ suoi Vescovi, affinchè in nome di Roma, almeno nel
dominio dell’idea, signoreggiassero il mondo. Le migliaia di stranieri
che accorrevano alla Città vi lasciavano oro in gran copia, e il popolo
affamato poteva satollarsi qualche settimana col guadagno fatto nella
coronazione. Ma se patriotti degli spiriti di Alberico e di Crescenzio
pensavano che questi Imperatori, i quali entravano con tanta pompa,
non erano romani, nè italiani, ma tedeschi, che neppure intendevano
motto di loro lingua, che a proprio arbitrio creavano i loro Papi,
che, mentre venivano con loro eserciti a Roma, lasciavano dietro di sè
in ceneri le città d’Italia, furibondi cacciavano tutt’a un tratto le
spade celate di sotto ai fiori, e la plebaglia inferocita si scagliava
sul Vaticano per trucidarvi l’Imperatore poc’anzi coronato: così il
quadro bellissimo e imponente della storia universale in pochi istanti
si tramutava nel tumulto della battaglia che si appiccava per le vie, e
che alla fine era soffocata in mezzo a fiumi di sangue.
Però Enrico III, in mezzo a condizioni di cose tanto fauste per lui,
non doveva temere questo consueto scoppio di odio nazionale. Ben anzi,
subito dopo della coronazione, i Romani lo investirono eziandio di
quella podestà di patrizio che tenuta avevano Carlo ed Ottone: financo,
dovevano andarne per sempre forniti i suoi succeditori nell’Impero.
Nobili, cittadini e clero con romorosa acclamazione confermarono
questo importante decreto, mercè cui la Città e la Sedia apostolica
andavano assoggettate onninamente alla corona germanica. Senza muovere
contrarietà di sorte, i Romani si spogliarono dell’esercizio della
volontà loro propria, e tutt’al più provarono il vano contentamento
che una sì alta podestà fosse attribuita all’Imperatore, per mandato
del popolo romano. Con solenne ceremonia Enrico fu coronato patrizio
nel san Pietro; una clamide di color verde, un anello e un aereo
diadema furono le insegne della sua podestà cittadina[83]. Il potente
Imperatore accondiscese a fregiarsi dei segni di una magistratura
che ottimati romani avevano prima di lui tenuto, e benanco si espose
alla censura di essere disceso a livello dei Conti di Tusculo[84].
Tutta volta potè egli acconciamente paragonarsi ad Augusto, il quale
s’aveva fatto attribuire la podestà tribunizia ed altre cariche della
Città; d’altronde ben sapeva egli eziandio che agli occhi di Roma il
Patrizio rappresentava le prerogative sovrane del Senato e del popolo.
Per tal guisa, quella dignità acquistò rilevanza maggiore di quanta ne
avesse avuto ai tempi di Ottone III; ed è massimamente degno di nota
considerare come nel medio evo un titolo romano antico ottenesse forza
sì grande, da diventare finalmente una delle maggiori cagioni delle
guerre lunghe e terribili che furono combattute nell’Impero fra la
podestà civile e quella ecclesiastica. Lo stesso Cronista, che mirava
di mal genio il Patriziato di Enrico, avvertiva che questo titolo
vano non si trovava nei fasti di Roma pagana, e neppure in quelli di
Roma cristiana, ma derivava dal bizantino Narsete; e aggiungeva che
i capitani di Roma si erano di esso serviti per arrogarsi il diritto
della elezione pontificia. Da dopo del secolo decimo vi si era più
efficacemente associata l’idea che racchiudesse in sè la podestà di
eleggere Papi; sennonchè questa podestà si faceva discendere non già
dagli Esarchi, ma da Carlo magno, cui, anticamente, Adriano insieme col
Patriziato avrebbe ceduto la elezione e la investitura de’ Pontefici
e de’ Vescovi. Perciò nelle rivoluzioni di Roma, i capi temporali
della Città si nomavano tosto anche patrizî, e, come tali, eleggevano
eziandio Pontefici[85]. Ora il forte Enrico, il quale oltracciò
comprendeva che avrebbe potuto condurre a salvamento la Chiesa soltanto
allora che avesse sottoposto del tutto al voler suo la Sedia pontificia
e la Città, non disdegnava di riunire all’Impero quella podestà con
legittimo vincolo. Nè arrossir doveva di un titolo, onde lo stesso
Carlo magno aveva fatto uso in alcuni diplomi, avvegnaddio anzi così
ragguardevole paresse al tempo suo quel titolo di patrizio dei Romani,
che Enrico III in documenti romani si denota effettivamente con
esso[86].
Il popolo romano aveva ceduto al Re tedesco il solo diritto che
possedeva. Forse che non avrà avuto sua parte anche il clero per
indurlo a far ciò? Infatti, tanto grande reputavasi il vero servigio
che Enrico aveva prestato alla Chiesa con distruggere la tirannide
nobiliare e con far cessare lo scisma, che a quel tempo non pareva
di averlo comperato troppo caro al prezzo estremo della libertà di
elezione del Pontefice. I pochi uomini generosi che si trovavano in
mezzo al clero dicevano senza reticenze, avere Enrico conseguito quella
podestà in compenso dei meriti suoi, parimenti come Davide, in premio
di aver vinto Golia, aveva ottenuto la mano della figlia del re[87].
Tornava la Chiesa a respirare: in questo momento di liberazione
sembrava che essa si rallegrasse soltanto dei dì presenti, nè pareva
che scorgesse i danni venturi di quell’altra tirannide che essa
medesima aveva evocato. Pochi soltanto erano quelli che nel dubbio
e nella costernazione prevedevano un fosco avvenire. La podestà
imperatoria s’era restaurata in Roma senza limiti, sì come al
tempo di Ottone I; il diritto di elezione e d’investitura era per
sempre trasferito all’Impero tedesco, e il capo di questo riceveva
giuramento di sudditanza dai Romani di tutti i ceti. Tuttavolta, grandi
rivoluzioni e lotte che dovevano agitare in tutte le viscere il mondo,
furono le conseguenze di questo patriziato attribuito alla corona
germanica. Può darsi che il presentimento di esse si facesse strada
nell’animo di Ildebrando, oscuro cappellano del deposto papa Gregorio
VI, allorquando vide coronarsi la fronte di Enrico III col serto di
patrizio; però è difficile cosa che egli a questo tempo presagisse
qualmente, trentun anno più tardi, il figliuolo del potente Imperatore,
deposta la corona nella polvere, piegherebbe le ginocchia innanzi a
lui, divenuto Gregorio VII.
§ 3.
Incomincia la riforma della Chiesa. — Enrico III muove nell’Italia
inferiore, indi per Roma torna in Alemagna. — Clemente II muore (1047).
— Benedetto IX s’impadronisce della santa Sede. — Bonifacio di Toscana.
— Enrico innalza Damaso II al pontificato. — Fine di Benedetto IX. —
Morte di Damaso. — Brunone di Toul è nominato papa.
Non appena che un Vescovo tedesco fu salito alla cattedra di san
Pietro, uno spirito di riformazione incominciò ad alitare nella Chiesa;
infatti dai Pontefici germanici ebbe principio il grande riorganamento
di cui a quest’epoca Gregorio VII fu l’eroe. Quel medesimo Enrico
III, il quale assoggettava all’arbitrio suo la elezione pontificia,
e poneva un dopo dell’altro quattro Pontefici tedeschi sulla cattedra
apostolica, apriva con zelo fervente le vie a questa riforma. Alemagna
e Italia dovevano adesso andar purgate della piaga onde le travagliava
il commercio degli officî ecclesiastici.
Colla cooperazione di Enrico Clemente II tenne, di già nel Gennaio
dell’anno 1047, il suo primo Concilio contro gli abusi della simonia;
indi, sul finire di quel mese stesso, accompagnò nell’Italia
meridionale l’imperatore. Mosse questi per la via Latina nella
Campania, dove, nel suo cammino, ridusse a obbedienza alcuni capitani,
senza che però si assoggettasse i Tusculani[88]. Noi seguiremo nella
sua andata a monte Cassino, a Benevento e a Capua; ivi dappertutto il
gran Principe colla sola sua presenza ristabilì l’autorità dell’Impero.
Omai sul principio della primavera fece ritorno per Roma, e qui tolse
con sè Gregorio VI, cui Ildebrando seguì nel suo esilio in Alemagna.
Non fu senza buona ragione che il Papa deposto venne allontanato di
Roma, perocchè la sua dimora colà avrebbe potuto diventar fomite di
divisioni nuove. Anche Clemente andò col seguito dell’Imperatore, il
quale volle condurre seco in Germania il suo servigevole Vescovo perchè
vi operasse la riforma ecclesiastica. Se il Papa tedesco sfuggì alla
sorte di Gregorio V, lo dovette alla sua lontananza; avvegnaddio i
Romani, quantunque per necessità si fossero sottomessi all’autorità
imperiale, continuassero a odiarla come si odia la pressura di un
giogo; neppure il più potente fra gli Imperatori giunse a domare una
città in cui non teneva residenza, in cui non lasciava presidio, che
gli si ribellava non appena che l’aveva perduta di vista.
Nel frattempo Benedetto IX teneva sua dimora a Tusculo, di dove mirava
con rabbia la mutazione di cose avvenuta in Roma. I suoi agenti in gran
segreto andavano preparandogli il terreno fra il popolo venale. Odio
e invidia lo spingevano ad aspirare novellamente al manto pontificio,
e, «mago alleato del diavolo», faceva mescere a Clemente II un veleno:
così almeno narrano i Cronisti, e il dubitarne sarebbe follia. Il Papa
tedesco morì repentinamente a Pesaro nel giorno 9 di Ottobre 1047,
forse mentre tornava di Germania a Roma[89]. Allora Benedetto IX corse
tosto nella Città, e con ghigno di scherno si assise nuovamente sulla
cattedra apostolica.
Bonifacio di Toscana aveva sotto mano ajutato la sua restaurazione.
Questo despota ambizioso, il più potente dei signori che allora fossero
in Italia, aveva a furia di ruberie raccolto insieme un dominio di
terre che lui, creatura di Germania, doveva render nemico degli intenti
tedeschi. L’opera cavalleresca di Azzo, castellano di Canossa e avo
suo, che ivi aveva accolta e protetta la fuggente regina Adelaide,
aveva dato origine alla prosperità della sua famiglia longobarda, che
s’adoperò a sollevarsi in alto luogo, ma fiorì breve tempo. Il figlio
di Azzo, che fu Tedaldo margravio, era diventato padrone di Mantova,
di Ferrara, di Brescia, di Reggio e di Modena, e godeva il favore
di Enrico II, come quegli che era stato suo vassallo fedelissimo in
Italia duranti le lotte combattute con Arduino re nazionale[90]. Così
Tedaldo potè lasciare ricchi possedimenti in retaggio al suo figliuolo
Bonifacio, il quale sulle prime si tenne aderente a Germania non meno
strettamente del padre. Posto dall’imperatore Corrado nel luogo del
ribelle Rainerio margravio di Toscana, Bonifacio d’allora in poi dominò
anche su questa Marca, e così aggiunse province a province, e ammassò
dovizie immense. Mortagli poi la moglie Richilda senza avergli lasciato
figliuoli, sposò egli Beatrice figlia di Federico, duca dell’alta
Lotaringia, e celebrò in Italia le sue nozze con pompa più che regia.
Beatrice partorì al marito, che già invecchiava, Federico e Beatrice,
e, nell’anno 1046, Matilde, quella che più tardi diventò sua erede, e
celebre contessa di Toscana, e proteggitrice della gerarchia romana.
Enrico mirava con sospetto la grande potenza del Margravio; infatti
essa gli era minacciosa di pericolo più che non fosse la potenza di
Milano, la quale, morto Eriberto, aveva fatto sommessione ed accolto
l’arcivescovo Guido, creatura regia. Nel suo ritorno l’Imperatore fe’
tentativo di impadronirsi del Margravio, ma questi gli si sottrasse
fuggendo. Odiava egli il regime tedesco, tendeva a ottenere durevole
influenza su Roma, vagheggiava il Patriziato, e sapevagli male che
Enrico si fosse preso anche questa podestà. Tuttavolta, in Roma aveva
egli incensato la potenza regia, largheggiando di omaggi, e può darsi
che l’Imperatore, per guadagnarlo alla sua causa e per porre sotto la
protezione di lui il papa suo Clemente se lo avesse effettivamente
nominato vicario nelle cose di Roma. In antico i Duchi di Spoleto
erano stati i _Missi_ dei Carolingi per Roma, ed Enrico, dopo la sua
coronazione, deve aver concesso al margravio Bonifacio la medesima
autorità, quantunque non v’abbia documento alcuno il quale provi che lo
fregiasse del titolo di patrizio dei Romani.
Bonifazio dunque favorì il rivolgimento di Roma affine di ferire al
cuore la influenza tedesca, e tollerò che per la terza volta Benedetto
IX togliesse possedimento del Papato. Però alcuni ambasciatori romani
forniti di pieni poteri erano di già andati celeremente all’Imperatore,
per richiedergli quali fossero le sue volontà nella novella elezione,
e gli facevano proposta di Alinardo arcivescovo di Lione, che in Roma
era amato e possedeva una rara cognizione della lingua italiana.
Tuttavolta, trovandosi addì 25 Dicembre 1047 in Pölthe, Enrico
fece eleggere a papa il vescovo Poppone di Bressanone, e lo mandò
a Bonifacio, ordinando a questo _Missus_ suo di condurre a Roma il
designato Pontefice. Il Margravio rifiutossi di farlo, Poppone dovette
ritornarsene all’Imperatore, e non ci volle altro che la minaccia
risoluta di Enrico per indurre il vecchio Bonifacio all’obbedienza. Le
sue soldatesche cacciarono allora Benedetto IX fuor di Roma, ed egli
stesso guidò il Papa tedesco in Laterano, dove Damaso salì, ai 17 di
Luglio dell’anno 1048, sulla cattedra santa[91].
Dopo di essere stato papa un’ultima volta, occupando la sedia
apostolica per il periodo di otto mesi e nove giorni, Benedetto IX si
ritrasse nel suo castello di Tusculo. Ignoto è il modo in cui finisse.
Vien detto che sazio fino alla nausea della vita, ei si chiudesse nel
convento di Grotta Ferrata, e quivi, di quel gran pagano che era,
si convertisse a santo costume: chiunque conosca l’indole di quei
tempi non terrà la cosa per impossibile; però altri racconti meno
benevoli dichiarano che egli continuasse a vivere «da bestia» fino a’
suoi ultimi giorni[92]. Con lui ebbe termine la tirannide dei Conti
di Tusculo, ma questa famiglia, che ebbe dato a Roma cinque e forse
più Papi, Giovanni XI, Giovanni XII, Benedetto VIII, Giovanni XIX,
Benedetto IX, conservò ancora, fin giù nel secolo duodecimo, influenza
sulla storia della Città, a cagione della ricchezza onde la sua casa
era potente.
Il novello Papa tedesco abbandonò la Città, non appena che s’ebbe
fatto vedere ai Romani. Sia che lo affannasse il calore estivo o che
lo travagliasse angustia dell’animo, il povero Damaso sentì bisogno
di uscirne, dacchè più felice s’era trovato vivendo da vescovo
in una cittaduzza del Tirolo, vero luogo d’idillio, di quello che
esser potesse felice papa in Roma imbarbarita. Si ricoverò dunque a
Palestrina, ossia Preneste. Questa città era tuttavia un feudo della
Chiesa, posseduto dai successori di Benedetto e di Stefania senatrice;
morto era il margravio Giovanni, ma il feudo era adesso tenuto da
Emilia sorella di lui[93]. Sopite erano le controversie colla curia
romana, i posseditori di Palestrina erano dei Crescenzî, cioè nemici
dei Tusculani; laonde Damaso II poteva abitarvi con gran sicurezza.
Sennonchè morte repentina lo toglieva del mondo, addì 8 Agosto del
1048, ventitre soli giorni dopo la sua ordinazione[94].
Può darsi che morisse di febbre, ma la rapidità della sua fine,
come di quella del suo predecessore, destò dei sospetti giustamente
concepibili[95]. Forse che il terribile Benedetto IX gli aveva
propinato un veleno? o i Romani avevano assassinato il Papa tedesco?
Quando i loro legati andarono nel Natale a Frisinga, per chiedere
al Patrizio di Roma il suo terzo Pontefice, i Tedeschi li mirarono
con occhio di avversione, e non fuvvi alcun Vescovo che agognasse
alla mortifera tiara. Finalmente il Vescovo di Toul trasse Enrico
di difficoltà, perocchè quell’uomo illustre sentisse non tanto un
desiderio ambizioso, quanto uno zelo pio di cimentare la sua vita per
la riformazione della Chiesa. Egli accettò la dignità che gli veniva
offerta, ma a patto che la sua elezione dovesse compiersi in Roma,
affinchè non gli si potesse dar rimprovero di intrusione.
Brunone, figlio di Eberardo conte, nativo dell’Alsazia e prossimo
congiunto di Corrado imperatore, viveva nel suo vescovato una vita
quale veramente a sacerdote si addiceva, e per rare virtù apostoliche
e per cultura si era acquistato rinomanza. Questo quarto Pontefice
di nazione tedesca fu uno dei più splendidi ornamenti della cattedra
santa, e sgombrò la via ad un periodo nuovo della storia di Roma.
Avvenne infatti una riformazione che foggiò a novello stato la Chiesa
e le sue attenenze colla podestà civile; e il tempo che adesso
succedette, grande e memorando per mutazioni politiche e sociali
d’Italia, rialzò il Papato dal suo deplorevole decadimento, e con
rapidità quasi vertiginosa lo ridusse a potenza universale del mondo
nell’ordine spirituale.
§ 4.
Leone IX sale alla cattedra apostolica (1049). — Sua operosità
riformatrice. — Corruttela della Chiesa. — Libro del Damiani
intitolato _Gomorrhianus_. — Simonia. — Ildebrando. — Il Papa difetta
di redditi. — Macbeth viene a Roma. — L’Italia meridionale. — Leone
IX s’impadronisce di Benevento. — Combatte contro i Normanni. — È
sconfitto presso a Civita; muore (1054).
Allorchè, nel Febbrajo dell’anno 1049, i Romani videro il loro novello
Papa entrare nella Città con poca accompagnatura, a piè scalzi ed in
preghiera, dovettero meravigliare di una così insolita vista. Pareva
che nella imbarbarita Roma entrasse un Apostolo. Non armate schiere
di Tedeschi o di Toscani, non ottimati potenti conducevano questo
Vescovo, che in aspetto di pellegrino bussava alla porta della Città,
per chiedere ai Romani se in nome di Cristo lui volessero accettare per
papa. Però lo accompagnava un uomo che più pregio aveva della possanza
di un Re, un genio ancora ignoto al mondo, che si celava sotto la
tonaca modesta di frate cluniacense. Questi era Ildebrando, quel desso
che era stato cappellano dell’esiliato Gregorio VI. Il novello Papa lo
aveva tolto in Francia con sè, e vien detto che per sollecitazione sua
Brunone di Toul avesse indossato abito di pellegrino e protestato di
non salire alla cattedra santa, se prima non l’avessero eletto in Roma
colle forme volute dai canoni. Ildebrando, che silenzioso e senza pompa
entrava in Roma al fianco del Papa designato, era veramente il genio
di un’età novella che adduceva dentro della Città eterna il Papato,
guidandolo per vie affatto nuove.
I Romani andarono con processioni a levare presso porta Leonina lo
straniero pellegrino. Questi, venuto in san Pietro, disse loro che
l’Imperatore lo aveva scelto a papa, ma ch’egli farebbe ritorno al suo
vescovato, se la elezione concorde del popolo non gliene conferisse
la dignità[96]. Siffatta elezione non poteva essere che cosa di mera
apparenza; però il principio che egli professava publicamente guadagnò
alla sua causa il popolo e gli guarentì anni tranquilli in Roma. Poichè
chiedeva l’assentimento dei Romani, pareva che anch’egli condannasse la
dittatura imperiale, e d’ora in poi doveva essere continuo intendimento
della Chiesa riconquistarsi la libertà della elezione pontificia.
Appena che Leone IX, uomo pio ma tenace di propositi, si fu seduto
(da dopo il giorno 12 di Febbraio) sulla cattedra di san Pietro, tutta
la Chiesa sentì spirare un vento acuto e settentrionale, apportatore
di stagione nuova e di riformazione severa. Gli annali della storia
ecclesiastica descrivono l’operosità quasi febbrile con cui Leone
attese a purgar la Chiesa per via di Concilî che flagellavano la
simonia e il concubinato dei preti, per via di pratici ordinamenti di
amministrazione, per mezzo finalmente dell’Episcopato che rialzava
in dignità[97]: ma la storia della Città non può volgere più che
una occhiata passeggiera a quegli sforzi del Papa ed alla celebre
controversia della eucarestia, combattuta a lungo coll’intelligente
eretico Berengario. Se, vinta la repugnanza, un moralista volesse
scendere nella lordura di quell’età, ei troverebbe bastante argomento
per dipingere i delitti del clero di Roma; e a tal’uopo potrebbe
prendere in mano il libro intitolato _Gomorrhianus_, in cui un Santo
di quell’istesso tempo, Pier Damiani, descrisse con generosa ira, ma
con nauseabonda schiettezza, i quattro peccati contro natura onde
s’imbrattavano i preti: ed era a Leone IX medesimo che il Santo
dedicava il suo scritto[98]. Tutti i contemporanei rappresentano
coi più oscuri colori la immoralità del clero; nè più corrotto
poteva essere nella voluttuosa Milano, di quello che fosse in Roma
imbarbarita. Tuttavolta il Baal di Sodoma e di Gomorra era forse
alla Chiesa meno pernicioso che Simon Mago, avvegnachè quest’ultimo
incatenasse il clero alla balìa dei potenti laici, dai quali esso
comperava a contanti le sue dignità.
In questo tempo s’erano vendute quasi tutte le cariche ecclesiastiche
che recavano lucro. Ne avevano tolto possesso le famiglie di nobili,
e a forza di denaro ne avevano investito i loro figliuoli o i loro
congiunti, tutta rozza gente. All’età dei Patrizî o dei «Senatori di
tutti i Romani», gli officî ecclesiastici, a cominciare da quello di
lettore e salendo fino alla dignità di cardinal vescovo, erano stati
posti in commercio al migliore offerente, e alla perfine lo stesso
Papato era stato barattato al prezzo di una rendita annuale. Allorchè
dunque, nell’Aprile dell’anno 1049, Leone IX tenne il suo primo
Concilio, ebbe egli di che spaventarsi quando gli venne in chiaro che
le chiese di Roma sarebbero rimaste vuote di preti, se avesse voluto
procedere con rigore. Ed i preti si rivoltarono violentemente contro le
deliberazioni del Concilio, e costrinsero il Papa ad usare indulgenza e
mitezza; ma parecchi Vescovi e cherici furono puniti colla destituzione
dal loro officio. Dietro di Leone IX s’alzava a sorreggerlo, quasi
che fosse il genio della riforma, Ildebrando, il monaco e priore
di Cluny, quegli che lo aveva accompagnato nel suo pellegrinaggio a
Roma, e adesso era diventato suddiacono suo e abate di san Paolo: da
questo tempo in poi, durante il reggimento di sei Papi, fu egli in
Roma onnipossente ministro, ossia, se ci corra la dicitura moderna,
segretario di Stato.
Le lotte che gli toccava sostenere per cagione della riforma, e il suo
continuo andare e venire d’Italia e Germania, impedirono sulle prime
che Leone IX desse opera alle cose politiche dello Stato ecclesiastico.
Diventato papa, trovava ridotti al verde gli scrigni; e, se pur
ancora erano affluiti alla camera pontificia proventi dei patrimonî
o redditi di altra maniera, Benedetto IX se gli aveva mangiati fino
all’ultimo quattrinello. Leone IX pertanto sofferse grande penuria
di finanze, a tale da non sapere in che modo cibare la sua piccola
corte, da dover financo pensare a vendere le sue vesti: e se non fosse
stato un inaspettato donativo di denaro che gli capitava da Benevento,
quelli del suo seguito se ne sarebbero fuggiti in Alemagna[99]. Grande
era la miseria di Roma; il popolo infingardo non aveva industria; i
poveri numerosissimi erano avvezzi a ricevere elemosina dalla Chiesa
o ad andar questuando dai pellegrini stranieri, sì come anche ai dì
nostri accade. I Cronisti notano che nell’anno 1050 veniva a Roma
in pellegrinaggio Macbeth re di Scozia, e vi dispensava generose
elemosine. Così dunque anche in questo tempo Re carichi di delitti
continuavano a venir peregrinando in Roma, dove alleggerivano il
fardello della loro coscienza ossia dei loro sacchetti di denaro; e
l’avida Città accoglieva tutti questi stranieri con onori e con mani
sporte. Nell’accorrenza di quei tiranni pellegrini, chi pensa alla
venuta di Macbeth a Roma vi trova non poca attrattiva[100].
La Città rimase cheta, poichè Leone fe’ sussistere le forme del
reggimento civico. Il buon accordo che regnava fra lui e l’Imperatore
teneva i Romani in timore, e la verace religione del Papa li
costringeva a venerarlo. Benedetto IX aveva fatto del Laterano un
ridotto di disonestà; Leone IX lo tramutò in ospitale. Però di buon
grado ei lasciava spesso Roma solitaria, e solo ad intervalli di tempo
vi si soffermava; viaggiava instancabile per l’Italia, per le Gallie,
per l’Alemagna, raccogliendo Concilî, sempre intento al grande scopo di
risollevare la Chiesa al buon costume e di raffermare la potenza della
santa Sede. Tuttavia, una volta che aveva indossato la porpora, neppure
quest’uomo così dedito alle cose sacerdotali, poteva tenersi remoto
dalle bisogne temporali. Andato in pellegrinaggio a monte Gargano, di
quell’altezza aveva tosto gettato l’occhio suo, con intendimenti di
statista, sull’Italia del mezzodì; ed un giorno doveva venire in cui lo
avrebbe colpito la censura di alcuni Santi, perciocchè anch’egli, come
Giovanni VIII, sarebbe entrato in quel paese alla testa di un esercito:
in sì strane contraddizioni la miscela della podestà spirituale e di
quella temporale trascinò quelli stessi che furono i più religiosi
fra i Pontefici. Sennonchè sarebbe follia di vituperarli per ciò, o di
riprovare la Chiesa perchè possedeva lo stato temporale, se quello era
un tempo in cui una signoria cotale possedeva ogni Vescovato, in cui la
Chiesa aveva bisogno di un corpo politico per serbarsi in vita.
Da dopo di Carlo magno la Curia romana aveva agognato al possedimento
della Campania e delle Puglie. Le pretese degli antichi dominî che
il Vescovo di Roma aveva ivi perduto durante la controversia delle
imagini, il Vescovo aveva ampliato in veri diritti sulle province;
ed a siffatta estensione gli avevano servito di fondamento la così
appellata donazione di Costantino ed altri diplomi falsificati. I
Papi, gli Imperatori d’Oriente, quelli di Occidente pretendevano tutti
alla signoria sull’Italia inferiore; però, mentre gli Imperatori ivi
pugnavano colla spada alla mano, i Papi non potevano far altro che
guizzarvi dentro di soppiatto, industriandosi a loro pro in mezzo ai
leoni combattenti. In pari tempo i Principi longobardi continuavano
ad esser signori nel paese, e continuavano le città marittime a
godere di libertà quasi assoluta, in quello che i Normanni alla
loro volta servivano tutte le parti, per tradirle tutte. Al tempo di
Leone IX in Salerno dominava Guaimaro IV principe magnifico; in Capua
imperavano Pandolfo IV e Pandolfo V padre e figliuolo; signoreggiavano
in Benevento Pandolfo III e Landolfo figlio suo. Da loro canto,
dopo eroiche lotte contro a’ Greci, sostenute sotto la capitananza
di Guglielmo braccio di ferro, figlio di Tancredi di Hauteville, i
Normanni avevano, fino dal 1043, fondato una republica militare nelle
Puglie, con Melfi a città capitale, e, prima ancora, altri di loro,
sotto il comando di Rainolfo, s’erano stabiliti in Aversa. Le due bande
dapprincipio avevano riverito il Principe di Salerno per loro signore
feudale; ed Enrico III, per vendicarsi di Benevento che un tempo gli
si era ribellata, aveva dato ai Normanni eziandio alcune parti di quel
Ducato. Però, giusto al possesso di Benevento aspiravano da lunga
pezza i Papi. Leone IX vi andava in persona omai nell’anno 1050, vi
negoziava con quei cittadini, e poteva accertarsi co’ suoi proprî
occhi dei guasti barbarici che i Normanni davano a quel territorio. I
Beneventani, ristucchi dei loro Principi longobardi, temevano di cadere
in balìa di quelle bande che avrebbero distrutto il loro municipio;
invece pareva ad essi che di tutti i signori il Papa sarebbe stato
per loro il più sopportabile, a cagione di sua lontananza. Cacciarono
pertanto i loro Principi, che allora si gettarono in braccio ai
Normanni, e addì 25 di Giugno dell’anno 1051 si elessero a signore
territoriale il Pontefice.
Nell’anno seguente l’Imperatore lo confermò nel governo di quella
città, perciocchè Enrico gliene cedesse il reggimento in cambio del
vescovato di Bamberga, che in tempo passato Enrico II aveva donato
alla Chiesa romana. Di tal guisa i Papi colla loro accortezza si
conquistarono la città antica e celebre di residenza dei signori
Longobardi, e se la conservarono fino al tempo nostro[101].
Di già nell’estate dell’anno 1051 Leone IX aveva tentato di tenere
i Normanni lontani da quel gioiello prezioso di paese; perciò aveva
affidato la tutela di Benevento al principe Guaimaro ed eziandio
a Drogone, che era successo a Guglielmo nella contea delle Puglie:
sperava così di renderlo devoto a’ suoi servigi. Ma Drogone e Guaimaro
caddero poco tempo dopo sotto pugnali assassini, e i Normanni avidi di
preda continuarono ad assediare Benevento e a devastare il territorio
circostante. I Vescovi e le città scongiuravano il Papa affinchè li
liberasse da omicidî stranieri, che di soldati s’erano tramutati
in despoti veri dell’Italia meridionale. Il pio Leone accoglieva
fiducia di giungervi a capo, e a quest’uopo ne andava all’Imperatore,
nell’estate dell’anno 1052.
Tuttavolta non altro gli fu dato che di assoldare qualche centinaio di
Tedeschi e di raccozzare una torma di avventurieri d’ogni maniera: li
condusse con sè di qua delle Alpi nel Febbraio del 1053, quando tornò
accompagnato da Goffredo di Lotaringia e dal fratel suo Federico, che
era cancelliere della Chiesa. Ragunò altresì l’eribanno di alcune
province d’Italia, andò indi a Roma e mosse nella Campania, dove
parecchi Dinasti longobardi e Conti delle Puglie condussero sotto
alle sue bandiere i loro vassalli[102]. Gli Italiani del suo esercito
stavano sotto gli ordini dei figliuoli di Burello conte, di Trasimondo
e di Azzo, che erano i due conti del territorio de’ Marsi; però tutta
la soldatesca, che giungeva a un numero di uomini non dispregevole,
era posta sotto la capitananza di due cavalieri tedeschi, dello svevo
Guarniero e di Rodolfo. Sa di strano vedere il pio Leone IX cambiarsi
in duce d’eserciti; tuttavolta nella sua giovinezza, quand’era ancor
diacono, egli aveva condotto in Italia, nel nome di Corrado II, i
vassalli del Vescovo di Toul; d’altronde scendeva egli di una stirpe di
Conti guerrieri, e, massimamente, or che si trattava di difendere o di
ampliare il suo dominio temporale, neppur questo Papa poteva rinnegare
il duplice carattere di prete e di principe, che i Vescovi di quel
tempo riunivano in sè. Le imprese guerriere dei Pontefici delle epoche
feudali non possono pertanto essere giudicate che alla misura datane
dall’indole del loro tempo.
Leone se l’era intesa anche coi Greci, il cui «katapan» era a
quel tempo Argiro, figliuolo di Melo, entrato adesso ai servigî di
Bisanzio, e adorno dei titoli pomposi di duca d’Italia, delle Calabrie,
di Sicilia e di Paflagonia[103]. Leone aveva sperato di giungere
all’intento che altra volta Giovanni X aveva conseguito, di riunire
cioè una lega dei due Imperatori, degli Italiani e dei Longobardi,
e di esterminare così i temuti Normanni. Fallì nulladimeno il suo
proposito, giacchè Argiro non gli fe’ giungere mai un soldato. Ad ogni
modo la forza della spedizione impensierì i Normanni, e gli angustiò la
presenza personale del Pontefice, che loro aveva scagliato l’anatema.
Mandarono perciò messaggeri, e richiesero che in buona pace si dessero
loro in feudo le terre che aveva già loro concesso l’Imperatore;
in cambio promisero che presterebbero omaggio e tributo alla
Chiesa romana. Conquistatori arditi, avrebbero potuto pretendere al
possedimento delle città che si avevano guadagnato mercè la lama delle
loro spade, con ben maggiore diritto di quello che i Papi derivavano
da’ Diplomi, o che gli Imperatori tedeschi traevano dal titolo astratto
della signoria dello Stato. Ma il Papa acciecato fidava nel numero dei
suoi soldati, e prestava troppo inclinevole orecchio alle grida dei
prodi Svevi, i quali irridevano alle minute corporature dei Normanni e
contavano di sperdere tutti quei masnadieri senza lasciar pur traccia
di un solo di loro. I Normanni si ritirarono costernati della ripulsa
subita, e si prepararono a combattere il Padre santo, come si conveniva
con un capitano nemico.
La battaglia che fu combattuta a Civita nella Capitanata il 18 di
Giugno dell’anno 1053, è forse la più memoranda che registrino gli
annali del Papato temporale. Oggidì ancora, e sono scorsi ottocento
sette anni da quel giorno[104], la sua ricordanza vive scolpita nella
mente degli uomini, e va paragonata alla disfatta di Castel Fidardo
avvenuta ai 18 Settembre 1860, quando gli scomunicati Piemontesi
(arditi conquistatori dei patrimoni di san Pietro, sì come furonlo i
Normanni colpiti di anatema al tempo di Leone IX) hanno schiacciato,
nel nome dell’unità d’Italia, le deboli legioni straniere raccolte da
Pio IX sotto gli ordini del Lamoricière. Così è: lo Stato della Chiesa
ha durato fino ai giorni nostri; fino ai giorni nostri è rimasto sempre
eguale a sè stesso negli assalimenti che gli hanno mosso i Principi,
e nella difesa che i Papi hanno opposto con mercenarî stranieri e con
bolle di scomunica; fino ai giorni nostri il medio evo ordì sempre a
nuovo le istesse fila dei suoi casi.
Le schiere dei Normanni si ordinarono sotto il comando di tre valenti
eroi, che furono Riccardo conte di Aversa, e i figliuoli di Tancredi di
Hauteville, Umfredo conte delle Puglie e Roberto Guiscardo, l’Ulisse
di quell’età eroica. La loro forza di guerra non contava che tremila
cavalli e qualche poco di fanteria, ma quei piccoli e destri cavalieri
erano veri demonî in sella, fulmini alla carica e presti alla ritirata.
Quando il Papa, dai merli di Civita, benedisse il suo esercito, il
suo animo non trepidava, ma aveva fede di certa vittoria. I Tedeschi,
imbracciando forte lo scudo colla sinistra e brandendo la spada
di battaglia colla dritta, ributtarono trionfalmente l’assalto dei
Normanni condotti da Umfredo, che si scagliarono su di loro saettandoli
colle frecce e impugnando le aste[105]; per lo contrario gli Italiani,
smarritisi al primo assalimento di Riccardo, si gittarono in fuga
scompigliata, e Guiscardo prese allora di fianco i pochi Tedeschi.
Questi valorosi Svevi si serrarono in battaglia quadrata, pugnarono
e caddero fino all’ultimo uomo[106]. Allora i vincitori cinsero il
castello di Civita, dove il Papa e i Cardinali in grande angustia
si tenevano chiusi. Il sobborgo era in fiamme, di fuori i Normanni
venivano furibondi all’assalto, di dentro i terrazzani saccheggiavano
le salmerie pontificie, minacciavano di dare il Papa in mano ai
nemici, e finalmente lui e i Cardinali cacciavano fuori della città.
In tanta difficoltà Leone mandò a negoziare coi Normanni, e questi
vennero reverenti a invitare il santo prigioniero che accettasse la
loro protezione. Di buon diritto avrebbero essi potuto trascinare in
una delle loro castella quella preziosa preda di guerra, ma il dolente
Leone era difeso dall’usbergo di Pietro santo. Cambiò quindi le parti
di cattivo capitano in quelle del buon pastore, e i feroci guerrieri
piegarono le ginocchia innanzi al loro prigioniero, e umilmente gli
baciarono i piedi apostolici[107]. Indi, con garbo cavalleresco lo
presero in mezzo di loro, e gli promisero di condurlo liberamente a
Benevento.
Il Pontefice avvilito stette in orazione due giorni pregando pei
morti in battaglia, e li fe’ seppellire con solennità. Sebbene il suo
Biografo ci assicuri che si confortasse poichè trovava i cadaveri dei
suoi guerrieri illesi da insulto di animali rapaci, laddove i corvi
avevano divorato gli occhi dei morti Normanni, tuttavolta la vista del
campo di battaglia dovrà avergli predicato in cuore, non essere il Papa
chiamato a versare, per intendimenti politici, il sangue dei credenti;
non essere missione sua di cambiare la palma dei Santi colla spada dei
capitani. La furba superstizione di quella età bandì che dal suo letto
di morte Leone IX scorgesse i caduti di Civita, vestiti di abiti d’oro,
fargli cenno colle palme che tenevano in mano; ma in verità questi
«martiri», fra cui del resto si trovava buon numero di assassini e di
ladroni, erano accusatori della sua coscienza apostolica, e trassero
in breve alla tomba l’uomo generoso afflitto di rimorso[108]. O si
dovrebbe credere che i Papi, per ciò che erano eziandio principi
temporali, avessero due nature e due coscienze?
La novella della accaduta battaglia corse rapida come il vento per
tutte le terre. Un Papa santo e venerato, dicevasi, aveva sguainato
la spada non contro a’ Saraceni, ma contro a credenti cristiani,
ed era caduto in potere dei nemici. Se in quella guerra egli avesse
esterminati i Normanni, tutto il mondo lo avrebbe celebrato liberatore
d’Italia da quelle bande brigantesche; poichè invece aveva soccombuto
diventò oggetto di acerbo biasimo. Alcune voci s’alzarono altamente a
dichiarare che la sua sorte era stata castigo di Dio, «avvegnachè al
sacerdote convenga combattere soltanto colle armi dello spirito, e non
sguainare una spada di ferro per cose mondane: non ebbe il Salvatore
comandato ai successori suoi di assalire i popoli alla paro di Principi
secolari, ma di far guerra alle loro peccata mercè di ammonimenti
pii[109]». Se poi i difensori di Leone IX avessero voluto disarmare
queste giuste accuse, obiettando che erano stati i Normanni a muover
assalimento contro il territorio della Chiesa, uomini pii avrebbero
imposto loro silenzio con queste parole di san Girolamo: «Se la colomba
vede un altro augello che toglie nutrimento dal suo nido, non gli
strappa essa le piume, o il becco, o le zampe, e neppure ne mormora.
Parimenti la Chiesa di Dio, colomba vera, non chiede la restituzione di
ciò che le fu rapito, ma simile ad agnella, offre essa il suo vello a
chi la tosa: così la Chiesa non deve ritogliere al ladro la roba sua,
ma pazientemente lasciargliela. Per fermo di quanto essa perde in beni
terreni, d’altrettanto si arricchisce in quelli del cielo[110]».
Non sappiamo se quel gran Padre ecclesiastico avrebbe pronunciato
cotale sentenza, ove uno Stato della Chiesa ai suoi giorni fosse
esistito. Una massima di pietà spinta a questo estremo è troppo
angelica per uomini di qualunque fatta, così che diventa malpratica
nella vita, e casca nel ridicolo. Tuttavolta, il concetto formatosi
ai tempi di Leone IX sul rapporto in cui la Chiesa stava col dominio
temporale era ancora assai remoto dal punto di veduta sotto cui oggidì
si considera quella grave questione. Il santo Damiani biasimò con
franchezza e acerbamente l’opera del Pontefice, che pure era amico
suo. Come prima di lui aveva fatto sant’Agostino, come dappoi fece
Dante, anch’egli stabilì un confine tra lo Stato e la Chiesa, tra il
pastorale e la spada. «Se nella causa della fede», sclamava, «per la
quale la Chiesa universale vive, non è lecito ad alcun uomo privato
di brandire la spada, in che modo è mai permesso che pei possedimenti
temporali e transitori della Chiesa una soldatesca coperta di corazza
infellonisca, impugnando le spade? Com’è lecito che per la perdita
di vilissimi beni il Cristiano uccida il Cristiano? Si lesse mai che
Gregorio intraprendesse o comandasse cosa alcuna di simigliante, egli
che pur sofferse tante violenze e depredazioni dai Longobardi feroci?
Un Papa santo si è mai levato in arme? Le controversie della Chiesa ben
possono essere decise colla legge del foro o con editto dei Concilî, ma
quel che appartiene a tribunale giudiziario od a sentenze pontificie
non può, ad obbrobrio della Chiesa, venir deciso con violenza di
armi[111].» Ben si vede che il Damiani non aveva peranco alcuna idea di
quel che si fosse lo Stato della Chiesa o il regno temporale del Papa;
la sua mente non si faceva altro concetto che di possedimenti mondani
e caduchi, di vilissimi beni, in paragone di quegli eterni pei quali il
Papa veramente era papa.
Colla loro vittoria i Normanni si ebbero conseguito la consistenza
giuridica delle loro conquiste. Leone gli assolse della scomunica, ed
è probabile che promettesse di riconoscere i possedimenti che erano
venuti in loro padronanza; la sua sconfitta pose il primo fondamento di
posteriori investiture feudali, donde i Papi (così meravigliose erano
le loro fortune) ottennero la signoria feudale del reame di Napoli.
Con cavalleresca cortesia e con accortezza pratica i vincitori
condussero i loro prigionieri a Benevento, dove il Papa giunse cinque
giorni dopo della battaglia, infermo di corpo e affranto di dolore.
Lo splendido accoglimento ch’ei s’ebbe in quella città non potè
confortarlo; ma ei rimase colà tutto l’inverno, mentre i Normanni forse
lo sollecitavano all’adempimento di patti che ci sono ignoti[112]. Del
resto l’idea di conchiudere con loro un trattato durevole entrava sì
poco nel pensiero di Leone IX, che piuttosto ei pensava di raccogliere
una nuova lega contro di loro. Da Benevento spedì egli a Bisanzio
i cardinali Federico di Lotaringia e Umberto con una sua lettera,
nella quale, in modo velato e con dissimulazione dei fatti avvenuti,
narrava al greco Imperatore la sua sventura, lo eccitava a combattere i
Normanni procedendo di conserva coll’imperatore Enrico, e in pari tempo
gli richiedeva che restituisse alla Chiesa romana i suoi antichi dominî
nell’Italia meridionale, od anzi che le desse tutto ciò che donato le
avevano Costantino e i successori di lui[113]. Per tal guisa, anche
questo Papa invocava a suo pro una donazione favoleggiata, che alla
santa Sede avrebbe dato in possedimento Roma, Italia e l’Occidente.
Umfredo conte gli fu scorta nel dì 12 Marzo del 1054 a Capua, di
dove, ai 3 dell’Aprile successivo, Leone fe’ ritorno a Roma, non
trionfante come in antico Giovanni X era tornato dal Garigliano, ma
da uomo avvilito che non ebbe più un’ora lieta di vita. Tosto infermò
gravemente, e comprendendo che s’appressava la sua fine, si fece
trasportare, addì 13 di Aprile, nel san Pietro: appena n’ebbero i
Romani contezza, che corsero al Laterano per volervi dare saccheggio,
ma i meriti di Leone, dice un credulo Cronista, tanto grandi erano, che
quei ribaldi uomini, giunti innanzi al palazzo, non poterono più muover
passo, come se i loro piedi avessero profondata radice nel suolo.
Leone IX morì ai 19 di Aprile, quando aveva raggiunto soltanto il suo
cinquantesimo anno di età. Il dominio temporale della Chiesa fu causa
della sua morte immatura, come fullo di molti Pontefici. La sventura
di Civita oscura lo splendore della sua persona che fu ornamento della
cattedra santa; essa per verità non cancella l’aureola di santità
onde la Chiesa riconoscente ha retribuito i grandi meriti di quel pio
riformatore, ma, come avviene di tutte le virtù umane, molto vi mesce
di natura terrena[114].