§ 1.
Stato che la città di Roma tiene nella storia universale durante il
secolo undecimo. — Influenza che gli elementi civici esercitano sopra
il Papato. — I Lombardi eleggono Arduino a loro re; i Romani eleggono
Giovanni Crescenzio a patrizio. — Silvestro II muore nel 1003. —
Giovanni XVII e Giovanni XVIII. — Tusculo e i suoi Conti. — Sergio IV.
— Fine di Giovanni Crescenzio, nel 1012.
Il secolo undecimo fu una delle età che ebbero massimo rilievo
nella storia del Papato; in nessun altro luogo fece mai mostra
di sè un contrapposto così vivo di decadenza profonda e di
repentino risorgimento di una stessa podestà. Spenti gli Ottoni, si
rinnovellarono in Roma condizioni di cose pari a quelle che s’erano
composte dopo la caduta dell’Impero de’ Carolingi; la potenza
pontificia decadde nell’ordine morale e in quello politico, e la Città
si adoperò con gran lena affine di levarsela di dosso per sempre. Non
arrivò essa peraltro a questo intento, poichè il Papato non cedè pur di
un passo, ma durò principio indestruttibile ed ostile allo svolgimento
degli elementi cittadini; soltanto di qualche tratto passeggiero
se ne potè reprimere la forza, ma a rimuoverlo non si giunse mai,
avvegnachè il Papato col soccorso di potenze straniere tornasse sempre
a sollevarsi gagliardo. In Roma non v’aveva una cittadinanza che
prestasse solide fondamenta ad una costituzione civica; solo v’erano
ancor sempre le possenti famiglie di nobili, i capitani ossiano i
grandi vassalli feudali della Chiesa, sedenti nella Città e nella
provincia, i quali strappavano ai Pontefici il potere, e per ragione
di questo combattevano gli uni contro gli altri. Nella prima metà del
secolo undecimo imperarono costoro da patrizî su Roma, elessero papi
del grembo di loro famiglie, ridussero la santa Sede a loro retaggio
famigliare, ed il Pontificato precipitò in una barbarie tanto orribile
da far sembrare che fossero tornati i tempi dei più infamati Imperatori
dell’antichità. Tuttavolta, a questo stato di cose succedette tosto
quella reazione memoranda, che con meravigliosa prestezza rialzò la
Chiesa romana dal suo decadimento, e fece di essa una potenza dominante
nel mondo.
Le attenenze civiche cooperarono a ciò assai efficacemente, giacchè la
Città medesima ministrava le più prossime cause a’ moti della storia
universale: le continue relazioni in cui la Città si trovava cogli
Imperatori e coi Papi, financo gli avvenimenti che accadevano entro la
cerchia ristretta delle sue mura, la contrarietà che opponeva contro
la signoria pontificia, la pressura che i Pontefici sofferivano da
parte della nobiltà cittadina, il loro bisogno perdurante di ajuti, la
incessante distretta che gli angustiava e la vigilanza con cui dovevano
spiare i loro nemici; in una parola tutte queste cose unite insieme
produssero conseguenze che influirono fino sui luoghi più remoti, e
diedero origine ad amplissimi rapporti politici. Ei v’ha ragione di
affermare, che se non fosse stata quella costante opposizione che la
città di Roma mosse contro il reggimento pontificio, la storia del
Papato non sarebbe entrata nelle vie per cui procedette prima e dopo di
Gregorio VII.
Posteriormente all’inizio del secolo undecimo il concetto del
Patriziato romano conseguì rilevanza nella storia universale: quando i
Re tedeschi ebbero tolto questo Patriziato alle mani dell’aristocrazia
di Roma e l’ebbero aggiunto alla corona germanica, esso fu che diede,
unitamente alla podestà sulla Città, anche il diritto di disporre
della cattedra santa; fu giusto perciò che il Patriziato diventò la
più prossima causa della pugna la quale si combattè fra la Chiesa che
si andava liberando e la podestà dello Stato. Quella ebbe posto appena
il piede nel sentiero della riformazione interna, che si sforzò con
tutta la sua energia a scuotere il giogo dei Patrizî. Non più dovevanvi
essere Papi nobiliari, nè Papi regi; l’elezione pontificia doveva
esser libera, e appartenere soltanto al clero. Così avvenne che il
Patriziato della Città diede cagione alla celebre legge di Nicolò II
sulla elezione pontificia, e alla creazione del Collegio cardinalizio;
così, alla fine, avvenne che la lotta dei Papi contro al Patriziato si
allargò massimamente in quella universale del diritto d’investitura.
La grande controversia delle investiture domina eziandio la storia
della Città nell’ultima metà del secolo undecimo. Roma continua ad
essere l’origine di quella disputa, e si serba teatro dove il genio di
Ildebrando svolge la sua ammirabile operosità, non soltanto per fondare
un nuovo Stato della Chiesa con province vassalle, ma per plasmare il
Pontificato, fatto libero dal Patriziato, in una potenza signoreggiante
il mondo. Guerre civili lunghe e sorti terribili sofferse Roma
sventurata in conseguenza della grande battaglia che si accese fra
la Chiesa e l’Impero; e noi vedremo prolungarsene le lotte anche nel
secolo duodecimo, fino a che la Città stessa, all’età delle Republiche
cittadine d’Italia sorgenti in fiore, esce da così grandi tempeste in
forma nuova di republica.
Morto Ottone III, Italia si vide liberata dal suo Re, Roma dal suo
Imperatore. Non v’era erede alcuno che potesse pretendere ai titoli
del primo Ottone, laonde sarebbe stato questo un momento prospero per
gli Italiani a dichiarare estinta nella loro terra la potenza regia e
imperiale dei Tedeschi, e a conseguire la loro independenza. L’Italia
settentrionale dava tosto la corona dei Lombardi ad un Principe del
suo paese, sì come fatto aveva al tempo di Berengario; chè omai il
giorno 15 di Febbraio dell’anno 1002, si levava a re Arduino, margravio
d’Ivrea, un potente signore che Ottone III aveva messo al bando
dell’Impero.
I Romani ponevano il diadema di patrizio in capo al figlio del celebre
Crescenzio, e d’allora in poi Giovanni imperò dieci anni da signore
della Città[1]. La famiglia di lui, nemica della signoria tedesca, era
cara ai Romani, come quella che si era sacrificata a pro della libertà
cittadina; perciò il popolo si distolse dai Conti di Tusculo e si diede
ai Crescenzî. I parenti del Patrizio, Giovanni e Crescenzio figliuoli
di Benedetto e di Teodoranda, dominavano da conti sulla Sabina; e
Giovanni benanco si appellava duca e margravio, forse perchè reggeva
anche Spoleto e Camerino. Il Patrizio creava un altro Crescenzio a
prefetto della Città[2], e la sorella sua Rogata, adesso senatrice dei
Romani, aveva egli congiunta in matrimonio con Ottaviano, figlio di
Giuseppe, che era un duce longobardo nel Sabinate[3].
Frattanto, ancor per lo spazio di un anno il vecchio Silvestro
lamentava l’abbandono in cui era lasciato nel solitario Laterano, dove
può darsi ch’ei cercasse il conforto dell’animo fra le sue dilette
pergamene: finalmente la morte, e forse era violenta, lo toglieva
di pena, addì 11 di Maggio dell’anno 1003. Il suo terzo succeditore
gli eresse un monumento in san Giovanni, ed oggidì ancora puossi ivi
leggere l’elogio dell’illustre Pontefice, e rammemorare le leggende
molte, di cui il medio evo ha ornato la vita di questo «mago», che
sedette sulla cattedra di san Pietro[4].
L’epitaffio ivi posto deplora che, morto lui, la pace sparve dal
mondo, e la Chiesa precipitò nella confusione di tutte cose. Però il
reggimento di due Papi succeduti a Silvestro, è involto in profonda
oscurità; Giovanni XVII dal nome di Sicone, moriva sette mesi dopo la
sua esaltazione; indi, nel 25 Dicembre 1003, Giovanni XVIII saliva alla
cattedra santa: furono uomini romani ambidue, parenti o per lo meno
creature del Patrizio, che li levò in potere[5].
Alcuni documenti soltanto tengono in Roma memoria del reggimento di
Giovanni XVIII[6]. Durante il suo pontificato, che durò più di cinque
anni, rimase egli suddito al Patrizio, e appena fu se osò di volgere
qualche timido sguardo al lontano Re di Germania. Enrico duca di
Baviera, che ivi era pervenuto al trono, si struggeva di desiderio
di rinnovare l’Impero della nazione tedesca, ma di mezzo alla corona
imperiale e lui s’inframmetteva tuttavia il lombardo Arduino, che era
re, se non altro, nelle sue Alpi. Nell’anno 1004 Enrico II lo aveva
cacciato indietro, ma non lo aveva disfatto per sempre; nella ribelle
Pavia, che tosto dopo faceva dare alle fiamme, s’aveva egli bensì preso
la corona d’Italia, ma era tornato indietro ad Alemagna, lasciando Roma
al reggimento dei Crescenzî. Può darsi che la sconfitta di Arduino,
la coronazione di Enrico e l’aspettazione ch’egli movesse contro
Roma ispirassero qualche forza al partito tedesco della Città e che
allentassero la fede nei Crescenzî. Quella fazione stava allora sotto
la capitananza dei Conti di Tusculo, avvegnachè costoro, in odio dei
Crescenzî, fingessero di nutrir simpatie verso il regno germanico.
Quindici miglia distanti da Roma, più sopra di Frascati, durano oggidì
ancora le meste ruine di Tusculo antico e medioevale. La vecchiezza
di questa città aveva superato quella di Roma, perocchè l’origine sua
si perda fra i miti di Ulisse, il cui figlio Telegono, nato di Circe,
dicevasi esserne stato il fondatore. Terra della gente latina, aveva
essa pugnato a luogo contro Roma; il capo suo Mamilio Ottavio aveva
dato entro a quelle mura un asilo all’ultimo dei Tarquinî suocero suo,
ed era caduto dappoi nella battaglia combattuta presso il lago Regillo,
lasciando alla città la tradizione gloriosa e durevole del suo nome.
Da Tusculo erano derivate alcune celebri famiglie, i Mamilî, i Fulvî,
i Fonteiani, gli Juvenzî e soprattutti i Porcî, avvegnaddio quel tetro
castello fosse stato culla dei severi Catoni[7]. A chi visita le rovine
di Tusculo sembra che da esse si rizzino le ombre di parecchi uomini
celebrati al florido tempo della sapienza romana, e il pellegrino
ricerca il luogo ove si elevavano l’accademia di Cicerone e la sua
villa, dove furono scritte le «Disputazioni tusculane». Marco Bruto,
Ortensio, Lucullo, Crasso, Metello, Cesare, alcuni Imperatori de’ tempi
più tardi, ebbero posseduto colà loro ville, poichè la fiorente pendice
di quel monte era, a’ tempi de’ Romani, coperta di magnifiche case
di campagna, similmente come oggidì ancora i grandi di Roma possedono
loro ville bellissime a Frascati, vaga terra edificata nel medio evo,
ancor prima che Tusculo cadesse[8]. Nel secolo decimo Tusculo durava
in vita ed aveva fama di città quasi inespugnabile, piena di ruine
della magnificenza antica. Chi ne possedeva il castello dominava i
monti Latini ed una parte della Campagna; e la positura dava a Tusculo
importanza maggiore di quella che potesse aver mai qualunque altra
rocca del territorio romano.
La famiglia di Conti che ivi dominava (_de Tusculana_) discendeva da
Marozia e da Teodora, ed il nome famigliare di Teofilatto che in essa
si manteneva dimostra che il «Senatore dei Romani» era stato uno degli
antenati di quella casa. Può darsi che Alberico figlio di Marozia
avesse posseduto Tusculo per eredità venutagli dalla madre, però nessun
documento ne discorre. Noi potremmo con qualche arditezza far derivare
i Tusculani da Teofilatto, ma disdegniamo di darci ai balocchi di
alberi genealogici, i quali ci farebbero risalire nientemeno che a
Mamilio Ottavio[9]. Decorato del titolo _de Tusculana_, ai tempi di
Ottone III per la prima volta nella storia, fa sua comparsa Gregorio,
senatore de’ Romani, favorito di quell’imperatore, e senza dubbio
conte di Tusculo[10]. La Biografia di santo Nilo lo descrive per un
despoto dovizioso, astuto, destro in opere di violenza, e ne narra che
allorquando il Santo venne a Roma nell’anno 1002, Gregorio gli donò un
pezzo di terra sopra cui fu edificato il convento basiliano appellato
di Grotta Ferrata[11].
Gregorio, figlio o nipote che fosse di Alberico, aveva sposato Maria,
ed era padre di tre figli, Alberico, Romano e Teofilatto. Questi
feroci baroni tenevano loro residenza sull’erta di Tusculo, e di là,
come falchi predatori, intendevano lo sguardo in giù su Roma, dove
adesso Giovanni Crescenzio dominava da patrizio, e dove il loro avo
Alberico, cinquant’anni prima, aveva signoreggiato da re. Pertanto essi
volgevano l’animo a impadronirsi di Roma, come se s’avesse trattato
di un possedimento di loro famiglia: nè l’occasione propizia si fece
molto aspettare; probabilmente, allorquando Giovanni XVIII venne a
morire nel Giugno 1009, riuscì ai Tusculani di condurre a buon fine
un’elezione pontificia secondo che meglio loro giovava[12]. Succeditore
di quel Pontefice fu Sergio IV, vescovo di Albano, forse tusculano egli
medesimo, durante il cui reggimento i Crescenzî sempre più perdettero
terreno di sotto al piede[13]. Tuttavolta Giovanni Crescenzio continuò
a tenere il governo, e gli atti di quel tempo ci fanno conoscere
che l’epoca di lui, senatore dei Romani e patrizio, continuava ancor
nell’anno 1011 ad essere registrata con nota officiale[14]. I documenti
cel mostrano con veste di magistrato supremo di Roma e del territorio
della Città, quando raccoglie «placiti» nel suo palazzo (parimenti
come in antico aveva fatto Alberico), circondato dei suoi giudici
che si appellavano senatori, e con accosto Crescenzio, prefetto della
Città[15].
Però la ricordanza delle sorti che avevano colpito lo sventurato padre
suo era il tormento di Giovanni, e sul capo di lui pendeva minacciosa
la spedizione che Enrico II meditava su di Roma. Il Papa faceva voti
che a Roma venisse; cercava il Patrizio di tenernelo lontano, ed i suoi
messaggeri trattavano con Arduino ed anche con Boleslao di Polonia,
affichè di là delle Alpi dessero faccenda al Re[16]. In quello che
Crescenzio dominava in Roma colla violenza, che derubava il san Pietro,
che incamerava beni ecclesiastici, adulava egli re Enrico come a signor
suo, e se lo ingraziava per via di lettere e di donativi; però in ogni
maniera cercava di impedire che scendesse a torsi la corona. Il suo
reggimento, che poteva mantenere soltanto finchè un Imperatore non
v’era, riempiè l’intervallo di tempo che trascorse fino alla prossima
coronazione imperiale: però Crescenzio morì nella primavera dell’anno
1012, innanzi che Enrico movesse in Italia, e la sua morte ridonò al
Papato qualche libertà, in quello che spianò al Re tedesco la via di
Roma[17]. Ella è colpa unicamente dei Cronisti manchevoli di notizie
se possiamo dir così poco di un Patrizio, il quale per dieci anni
possedette la signoria della Città, tenne lontani i Papi dal poter
temporale e restituì a Roma per tempo sì lungo la sua libertà civile.
Il figlio dell’illustre Crescenzio deve essere stato uomo di spiriti
gagliardi, ma nulla sappiamo delle istituzioni che desse alla Città.
La morte di lui (tosto dopo avvenne quella di papa Sergio) gettò nel
precipizio i Crescenzî[18]. Questa famiglia, che nel ferreo medio evo
si adorna di splendore, similmente ad una stirpe di Gracchi o di Bruti
imbarbariti, ed ebbe ognor dato uomini che furono campioni di libertà e
guerrieri animosi contro a Papi e ad Imperatori, durò ancora gran tempo
nel Sabinate; ma in Roma, dove tuttavia per un buon secolo s’incontra
spesso il nome Crescenzio, più non tenne alto luogo[19]. Questa
famiglia lasciò padroni del campo i Conti di Tusculo, i quali tosto
adesso si levano a tiranneggiare lungamente su Roma, ed a tramutare la
cattedra di san Pietro in loro possedimento ereditario.
§ 2.
Gregorio eletto papa, è cacciato da Teofilatto ossia Benedetto VIII.
— Enrico si dichiara in favore del Papa tusculano. — Enrico II viene
a Roma ed è coronato imperatore (1014). — Condizioni di Roma e del suo
territorio, in cui sono sorti Conti ereditarî. — La nobiltà romana in
qualità di Senato. — Romano, senatore di tutti i Romani. — Tribunale
imperiale. — È repressa una sollevazione dei Romani. — Enrico II
ritorna. — Fine di Arduino re nazionale.
Il partito dei Crescenzî elevava bensì un Gregorio romano alla cattedra
pontificia, ma il candidato che i Tusculani vi opponevano contro, ne lo
sbalzava abbasso. Teofilatto, figlio di Gregorio di Tusculo, penetrava
coi suoi fratelli nella Città; le due fazioni venivano a combattimento,
disputandosi il possedimento della tiara e della podestà cittadina, e
finalmente Teofilatto discacciava il suo emulo, s’impadroniva colla
violenza del Laterano, e per mano di un laico si faceva consecrare
papa, con nome di Benedetto VIII. Tutto questo avveniva nel Maggio
dell’anno 1012.
Da dopo che non v’era più Imperatore alcuno la nobiltà romana si aveva
ripigliato il diritto di elezione; ma l’espulso Gregorio s’affrettava
di andarne al Re in Alemagna, per chiedere giustizia del suo diritto, a
lui come a giudice supremo di Roma. Enrico si prendeva le sue insegne
pontificie, e lo confortava accertandolo che sarebbe andato a Roma, e
colà avrebbe ordinato che in forma canonica si sottoponesse ad esame la
controversia[20].
Messaggi di Benedetto VIII erano omai giunti alla corte del Re, poichè
quel Pontefice tusculano non chiudeva in petto sentimento alcuno
della libertà di Roma o d’Italia; più gli stava a cuore di rendersi
securamente padrone della cattedra di san Pietro, offerendo di bel
nuovo la sua patria al giogo degli stranieri. A ricompensa della
confermazione sua prometteva ad Enrico il Patriziato e la continuazione
dell’_Imperium_ nella nazione tedesca. Non è forse dissennatezza di
ingiuriare i Re germanici perchè si prendevano quello che gli Italiani
stessi loro andavano sempre nuovamente offerendo?
Enrico II abbandonò al suo destino Gregorio, che forse era stato
eletto giusta il rito dei canoni, e consentì che un Conte tusculano
continuasse ad esser papa[21]. Egli stesso assunse allora nome di «Re
dei Romani», e con questo novello titolo, onde si fregiarono, di quel
tempo in poi, tutti i Re di Germania, pronunciò spettarsi alla corona
tedesca l’Impero e la signoria suprema su di Roma[22]. Benedetto
VIII si afforzò per conseguenza di ciò nel pontificato, discacciò
i Crescenzî; il Prefetto urbano di questo nome fu deposto, e il suo
officio dato ad un altro romano Giovanni; gli officî più rilevanti
cascarono in mano della fazione tusculana[23]. Soltanto la dignità
di patrizio niuno osava più di arrogarsi, poichè essa competeva al
Re alemanno; però il Pontefice poneva i suoi fratelli a capo delle
cose di amministrazione e di giustizia. «L’eminentissimo console e
duce» Alberico, che di già sotto di Ottone III era stato maestro del
«palazzo» imperiale, dimorava nelle case del suo antenato in vicinanza
dei santi Apostoli, e colà teneva tornate giudiziarie, come prima aveva
fatto il patrizio Giovanni[24].
Frattanto Enrico ponevasi in cammino alla volta di Roma, celebrava
a Pavia le feste natalizie dell’anno 1013, e costringeva Arduino a
ritirarsi nella sua marca d’Ivrea. Mentre in Roma colla morte del
Patrizio il partito nazionale soccombeva l’animoso Piemontese s’ornava
tuttavia della porpora di re d’Italia. Questo illustre titolo aveva
corrisposto al suo concetto, soltanto allora che la bella contrada era
stata veramente unita sotto allo scettro dei Goti, ma tutti i Re che
dappoi se ne decorarono s’appellarono così da uno Stato che intero
non possedevano. Tuttavolta il fiero Arduino, il quale non d’altro
poteva dirsi padrone che di un paio di città e di poche montagne,
può pretendere alla gloria di essere stato l’ultimo re nazionale che
Italia abbia avuto fino a Vittorio Emanuele II di Sardegna. Fece egli
il tentativo glorioso di chiudere Italia in faccia agli stranieri,
ma questa terra lacerata di divisioni, era allora (e lo fu fino alla
ricostituzione violenta che s’ebbe ai giorni nostri) incapace di
ispirarsi a pensiero di nazione. Arduino vide il Re tedesco muovere a
Roma, e impedirnelo non potè.
A Ravenna Enrico s’incontrò col Papa e deliberò con lui di restaurare
l’Impero germanico; indi s’incamminò a Roma, dove l’altro lo
precedette. Qui la fazione dei Crescenzî era tuttavia numerosa e aveva
per capitani Giovanni e Crescenzio, nipoti del Patrizio. Per verità,
gli agenti di Arduino eccitavano il popolo affinchè si opponesse alla
rinnovazione dell’Impero che pur da soli quindici anni avevasi bandito
da Roma, ma la vista delle corazze d’Enrico reprimeva gli sforzi del
partito nazionale romano, e le voci dell’odio erano coperte dai cantici
di lode officiale, con cui il Re tedesco alla sua venuta era salutato,
secondo la costumanza antica[25]. Presso alla porta della città Leonina
le Scuole erano andate ad accogliere lui e la sua consorte Cunigonda;
li toglievano in mezzo a sè dodici Senatori, sei dei quali portavano
lunga barba, gli altri avevano raso il volto, e tutti incedevano
«misticamente», recando in mano bastoni[26]. Addì 14 di Febbraio
dell’anno 1014, si celebrò nel san Pietro la coronazione di Enrico e
della sua sposa colle forme solite. Il novello Imperatore consecrò al
Principe degli Apostoli la corona regale di cui fino allora s’era cinto
il capo, e dedicò al convento di Cluny un donativo che aveva ricevuto
dal Pontefice a simbolo della sua podestà d’impero. Era un pomo
imperiale composto in oro, sormontato di croce e ornato di diamanti;
secondo il mistico intendimento di quell’età, il globo significava
il mondo, le pietre preziose collocate ai quattro lati esprimevano
le virtù cardinali, la croce denotava i doveri che l’Imperatore avea
assunto verso Cristo ed eziandio verso il Papa che, come vicario
suo, si attribuiva la podestà di promuovere i Re a imperatori[27]. Un
convito tenuto nel Laterano poneva fine alla festività, e da entrambe
le parti potevano andarne contenti; Enrico aveva restaurato nella sua
nazione l’_Imperium_, Benedetto ne aspettava la restaurazione dello
Stato ecclesiastico.
Durante la torbida età di Ottone III, le terre di san Pietro, quante
di esse ancora possedeva la Chiesa, erano state abbandonate a nuovi
saccheggi, e la dominazione del patrizio Giovanni aveva anche da
ultimo strappato ai Pontefici ogni briciola di potenza politica. Da un
lato e dall’altro del Tevere erano sorti dei Conti, con possedimenti
ereditarî[28]. I Tusculani dominavano nei monti Latini; nella Campagna
signoreggiavano i Conti di Ceccano o di Segni, appellati, a preferenza
di altro nome, conti della Campagna; nella Sabina imperavano i
Crescenzî; la casa dei Conti di Galeria espandeva la sua potenza nella
Tuscia; dalle terre Marsie fino a Subiaco s’andava omai dilatando
la famiglia franca di Trasimondo, di Berardo e di Oderisio[29]. Il
sistema feudale metteva in pezzi lo Stato antico della Chiesa; i
Vescovi avevano conseguito diritti di conti, e del dominio che un tempo
i Carolingi avevano fondato a pro di loro, i Pontefici possedevano
poco più che le ingiallite carte di donazione, conservate nei loro
archivî. Benedetto VIII accrebbe quelle pergamene con una scrittura
di confermazione, data dall’imperatore Enrico, che nella serie dei
Privilegî va conosciuta sotto il nome di diploma di Enrico I. Questo
documento somiglia per tutto a quello di Ottone, se si faccia eccezione
di alcune addizioni concernenti Fulda e Bamberga; la scritta originale
peraltro non può esibirsi a mostra, e la copia, che desta non pochi
dubbî, manca di data; per molte ragioni poi si rende verosimile che il
Diploma non appartenga all’anno 1014[30].
Più rilevante sarebbe per noi se avessimo notizia della costituzione
onde allora si reggeva la città di Roma, della quale Benedetto VIII
riprendeva il possedimento temporale. Ma un buio fitto ricopre anche in
questa epoca l’organamento di Roma. Poichè in documenti romani compare
il nome di «Senatori», preso in modo collettivo sebbene nol sia in
singolare; poichè dodici uomini fregiati di quel titolo ebbero parte a
salutare solennemente Enrico, ciò solo può dimostrare che la ricordanza
del Senato antico erasi fatta, da dopo di Ottone III, sempre più
viva, fino a che condusse alla sua effettiva ripristinazione. I nobili
di Roma che continuavano a ornarsi di un titolo illustre, formavano
tuttavia fin d’allora un ceto senatorio da cui gli altri erano esclusi,
e possedevano le cariche della magistratura e gli officî giudiziari
della Città.
La nobiltà pretendeva al diritto di elezione dell’Imperatore parimente
di quella pontificia, e, fuor di dubbio, prima che avenisse la
coronazione di Enrico II, s’avevano guadagnati e uditi i voti dei
Senatori. Nessuna novella abbiamo dei comizî che tenessero, o dello
stato politico onde si reggessero questi rozzi nobiluomini, che
sull’incominciamento del secolo undecimo andavano con titolo senatorio
aggirandosi in mezzo alle ruine di Roma. Di qua e di colà nei documenti
giunsero fino a noi gli elenchi dei loro nomi, ed in essi incontriamo
alcune note famiglie del tempo degli Ottoni; ma d’altra parte non ci
occorre di trovare pur un solo Romano che si sottoscriva «Senatore».
Infatti, la dignità speciale di «Senatore dei Romani» durava anche
adesso, e dimostra che gli istituti di questa età erano rimasti
eguali a quelli del secolo decimo. Fossero i Papi o no signori del
_Dominium_, Roma temporale era pur sempre una republica nobiliare sotto
la presidenza di un capo, che, a seconda delle circostanze, i Romani
stessi si eleggevano, o che era imposto loro dal Pontefice.
Benedetto VIII pose il fratel suo Romano alla testa di questa
Republica, e lo creò senatore di tutti i Romani; o forse fu
l’Imperatore che volle lusingare il Tusculano impartendogli quella
dignità, egli che era patrizio di Roma, sebbene con questo nome non
si appellasse[31]. Il Senatore dei Romani era principe della nobiltà
che congregava in assemblea, i voti della quale indirizzava o forzava
quando avveniva di eleggere il Papa; era altresì condottiero delle
milizie e, soprattutto, capo della giustizia civile. Vedemmo Alberico
essere stato nell’anno 1013 console e duce, e lo vedemmo tenere giudizî
da presidente di tribunale civile; però, due anni dopo il fratello suo
compare investito della magistratura civica con dignità «di senatore di
tutti i Romani», ed Alberico invece ci si fa innanzi semplicemente da
console; soltanto più tardi ripiglia a far mostra di sè con qualità di
conte palatino[32]. Infatti qualche tempo ancora durarono in Roma e nel
territorio romano i titoli antichi di console e di duce.
Del rimanente, l’Imperatore poneva il suo proprio tribunale nella
Città, sì come fatto avevano i suoi predecessori. Innanzi a quello Ugo
di Farfa denunciò il conte Crescenzio, che tuttavia sempre importunava
l’Abazia, come era stato suo costume di fare al tempo di Ottone
III. Durante la signoria del Patrizio aveva egli rapito nuovamente
al monastero alcune castella, e Giovanni fratel suo s’irrideva del
Pontefice dalla sua rocca di Palestrina, che le milizie di Benedetto
VIII vanamente cingevano d’assedio. Sedette dunque l’Imperatore a
giudizio, e secondo la consuetudine del tempo aggiudicò all’Abate
querelante le castella, dandogli un bastone in simbolo del suo diritto;
indi richiese il Papa affinchè riunisse la milizia romana alle sue
soldatesche, e movessero assieme nella Sabina. Però una sollevazione
che avveniva in Roma faceva scampare dall’aula del tribunale le parti
litiganti[33]. L’odio dei Romani, i quali probabilmente se l’erano
intesa con Arduino e coi Margravî di Este, scoppiava violentemente
l’ottavo giorno dacchè erasi celebrata la coronazione: speravano essi
di trucidare i Tedeschi o di cacciarli cogliendoli con assalimento
improvviso, e il ponte di Adriano diventava il campo di una feroce
carneficina, colla quale tutto, come al solito, finì. Da dopo il tempo
di Ottone I questi tumulti si ripeterono quasi ad ogni coronazione,
per modo che avrebbero potuto considerarsi come l’ultima scenata della
festività. Le quante volte gli Imperatori designati entravano in Roma,
erano salutati cogli inni officiali, ma non appena si allontanavano dal
san Pietro o dalla mensa del Laterano, che il popolo romano si levava
furibondo per discacciare dalla Città gli stranieri; e gli Imperatori
di Roma soventi volte ne partivano a precipizio come gente fuggitiva,
dopo di aver trascinato la loro recente porpora in mezzo a torrenti di
sangue[34].
Enrico fece condurre in catene al di là delle Alpi i caporioni
del tumulto, ed egli stesso fece ritorno in Alemagna carico delle
maledizioni e dei tesori delle città italiche, o dei beni tolti a’
suoi nemici. Molti Conti dell’Italia media e settentrionale sostenne in
ostaggio, e molti di loro aveva posto sotto custodia in Roma dove erano
stati invitati ad assistere alla coronazione: però, non sì tosto egli
fu partito, che si apersero le loro prigioni, e quei vassalli sitibondi
di vendetta sguainarono nuovamente la spada per combattere, uniti ad
Arduino, contro l’Imperatore straniero. Sennonchè a nulla approdarono
gli sforzi di quel partito degli Italiani che intendeva a rovesciare
la podestà imperiale tedesca, dappoichè l’Italia settentrionale,
frastagliata in piccoli e in grandi margraviati, in contee ed in
vescovati forniti di immunità, non possedeva adesso più la forza che
aveva avuto a’ tempi di Berengario. L’ultimo Re nazionale d’Italia si
vide ristretto ad un angusto dominio in Piemonte, sostenne la guerra di
Conti e di Vescovi parteggianti per Alemagna, e finalmente, abbandonato
dai suoi vassalli, sprezzato dall’Imperatore, gettò la spada e vestì
la cocolla di san Benedetto per isparire dietro la soglia del convento
Fructuaria (1015)[35].
§ 3.
Benedetto VIII domina robustamente in Roma. — Sua impresa contro i
Saraceni. — Pisa e Genova vengono in fiore. — Italia meridionale. —
Ribellione di Melo contro a Bisanzio. — Prime bande di Normanni (1017).
— Fine sventurata di Melo. — Benedetto VIII esorta l’Imperatore ad una
guerra nell’Italia inferiore. — Spedizione di Enrico II nelle Puglie
(1022).
Anche in Roma Benedetto VIII conseguiva forza e sicurezza dal suo
partito che ivi adesso dominava. Mentre divideva colla famiglia sua la
podestà civica, gli riusciva di assoggettarsi gli ottimati romani ed i
capitani, ossiano i vassalli feudali della Campagna. Romano, per lungo
tempo capo del governo cittadino, ajutò il fratello a conservarsi il
possedimento della cattedra apostolica[36]. I Crescenzî nella Sabina si
sottomisero al Pontefice, il quale in persona condusse contro a loro
le sue milizie, ed a lui obbedirono come a principe del territorio.
Benedetto era uomo massimamente fornito d’intelletto e di gagliardia;
viveva in lui l’indole guerriera della sua casa, e, al paro di Giovanni
VIII e di Giovanni X, possedeva egli altresì abbastanza mente politica
per sollevare novellamente al grado di potenza italica il Pontificato,
che i suoi predecessori avevano ristretto ad una cerchia angustissima
di operosità.
In questo tempo i Saraceni erano di bel nuovo divenuti formidabili;
nell’Italia inferiore tenevano in pressura Salerno, e nel mare Tusco
flagellavano il continente e le isole; sbarcavano in Toscana e vi
incendiavano Pisa; indi s’impadronivano di Luni. Nell’anno 1016
Benedetto VIII si dava cura di raccogliere un naviglio di collegati,
ed egli stesso in persona guidava un esercito contro gli Infedeli. Si
conseguì una grande vittoria e si raccolse un ricco bottino; tuttavia
poichè il condottiero dei Musulmani (Istorie arabe lo appellano Abu
Hosein Mogêhid, Istorie cristiane gli danno nome di Musetto) s’era,
dopo della battaglia di Luni, ricoverato in Sardegna, il Papa si
fe’ mediatore di una lega colle città marittime di Pisa e di Genova:
Mogêhid fu cacciato dall’isola, e questa tosto dopo diventò colonia
pisana[37].
Tempo innanzi, allorquando minacciava pericolo da parte dei Saraceni,
i Papi avevano stretto alleanza colle Republiche meridionali di Amalfi,
di Napoli e di Gaeta; ora col secolo undecimo emergono tutt’a un tratto
Pisa e Genova, uscendo fiorenti da una lunga tenebra di loro infanzia;
e se ancor non sono pienamente libere, nondimeno iniziano ormai l’età
splendida delle Republiche cittadine dell’Italia settentrionale[38].
In pari tempo, nell’Italia meridionale si andavano preparando
avvenimenti che dovevano esercitare una influenza gravissima sul
Papato e su Roma. La dominazione antichissima di Bisanzio, retaggio
di Belisario e di Giustiniano, doveva ivi finalmente spegnersi; e
doveva altresì sgomberarsi il terreno dalle rovine che il vecchio
ducato dei Longobardi aveva seminato a Benevento, a Capua ed a Salerno:
occorreva che questi ruderi cedessero il luogo ad uno Stato costituito
da alcuni avventurieri predoni, chiamati a congiungere per la prima
volta in unità politica quelle belle provincie. Dopo la sconfitta
di Ottone II i Greci s’erano nuovamente impadroniti delle Calabrie e
delle Puglie, e vittoriosi s’erano avanzati nella Campania. Il loro
governatore, chiamato «katapan», risiedeva in Bari, ed era un vampiro
che dissanguava quelle terre sventurate, languenti nella disastrosa
miseria cui le avevano ridotte le eterne scorrerie dei Musulmani e
le eterne battaglie combattute fra questi, i Greci, i Longobardi e le
città marittime.
Però la gente longobarda, che viveva nell’Italia meridionale, faceva
uno sforzo repentino, inteso a scuotere il giogo dei Greci. Melo, un
longobardo illustre di Bari, si sollevò unitamente a Datto, genero
suo, nell’anno 1010[39]. Andò cercando guerrieri e alleati contro a
Bisanzio; presso al monte Gargano trovò dei pellegrini di Normandia,
fe’ lor vedere in che stato fosse ridotta la terra, e gli invitò a
prendere stipendio coi loro prodi compatriotti sotto il suo stendardo
ribelle: pari voto espressero i cittadini di Salerno, che quaranta
pellegrini ed eroi normanni avevano liberata dall’assedio mossovi
contro dai Saraceni. Così accadde che Melo nell’anno 1017 potè condurre
in campo contro a’ Greci una schiera di Normanni di fresco assoldata.
Questi avventurieri erano venuti sotto la capitananza di Gisalberto, un
cavaliere che aveva emigrato dal suo paese a cagione di un assassinio
commesso; Benedetto VIII avevali accolti assai orrevolmente in Roma,
e gli aveva confermati nel proposito di servire sotto di Melo, contro
a’ Greci. Così per un evento casuale dava egli omai principio a quella
associazione di Roma e dei Normanni, che più tardi doveva essere
feconda di tante conseguenze.
Quanto a Melo, neppur egli presagiva che in quei valorosi da lui
arrolati aveva chiamato altrettanti conquistatori nella sua patria; e
la sua ribellione fervidamente favorita dal Pontefice cadde a vuoto,
ad onta della più eroica prodezza. Sull’incominciamento dell’Ottobre
1019 fu egli disfatto completamente da Bugiano «katapan», in vicinanza
dell’antico Canne, lasciò Italia, corse in fretta dall’Imperatore a
Bamberga chiedendogli ajuto, e morì colà «duca d’Italia», nell’Aprile
dell’anno 1020[40].
I progressi dei Greci, al cui fianco s’era adesso schierato anche
Pandolfo IV, principe longobardo di Capua, sbigottirono il Papa, il
quale temeva la restaurazione della potenza bizantina, pericolosa alla
independenza del Papato e ai disegni che questo volgeva sull’Italia
inferiore. Anch’egli andò a Bamberga nella Pasqua dell’anno 1020,
ed esortò Enrico a discendere in Italia, a respingere i Greci dalle
frontiere di Roma ed a ristabilire la podestà dell’Impero nella
Longobardia meridionale. Compiute le splendide festività che si
tennero per la consecrazione del suo duomo favorito, Enrico congedò il
Pontefice promettendogli che sarebbe fra breve venuto, e dandogli un
diploma in cui confermava alla Chiesa i suoi possedimenti.
Frattanto Benedetto invocava la venuta dell’Imperatore con insistenza
sempre maggiore. Di già il «katapan» minacciava di entrare nella
Campagna e di castigare il Pontefice, che aveva con tanto ardore
secondato la ribellione di Melo. Assistito da Atenulfo abate di Monte
Cassino, fratello di Pandolfo di Capua, assalì egli all’improvviso,
nel Giugno dell’anno 1021, la torre prossima al Garigliano, nella quale
il Papa aveva collocato a presidio gli avanzi della legione normanna,
sotto gli ordini di Datto; e questo capitano fu condotto prigioniero
a Bari, e, chiuso in un sacco, fu gettato in mare[41]. Pareva che i
Greci avessero affermato la loro signoria nelle Puglie: i Principi
longobardi professavano di essere vassalli di Bisanzio; in vicinanza
di Benevento i Greci perfino edificavano una città munita, cui davano
il nome immortale di Troja, e Benevento istesso, dove aveva signoria
Landolfo V, minacciava di cadere in loro balìa. Con un movimento
ardito i Bizantini sarebbero giunti nientemeno che a Roma, se la loro
mente fosse stata capace di accogliere un pensiero di genio; per lo
contrario, il generale greco sostò presso al Garigliano, e nell’autunno
Enrico comparve in Italia.
La spedizione contro il mezzogiorno, cui l’Imperatore diè opera al
principio del successivo anno 1022, fu presta e vittoriosa. Entrò
egli in persona dalle Marche col nerbo maggiore dell’esercito; altre
schiere condotte dai vescovi Pilgrimo di Colonia e Poppone di Aquileja
vennero dalla via di Roma e dal territorio Marsio nella Campania; le
città e le fortezze dei Greci e dei Longobardi, ed eziandio Troja,
cui l’Imperatore in persona cinse di assedio, si arresero. Pandolfo
di Capua fu mandato in esilio in Alemagna, in vece di lui fu messo
Pandolfo di Teano, e l’abazia di Monte Cassino fu data a Teobaldo abate
che era aderente di Germania, dopo che Atenulfo ebbe trovato morte
fuggendo per mare. Anche la piccola schiera dei Normanni sopravvissuti,
che stavano sotto il comando di Torstaino, ricevette ricompensa con
beni posti nella Campania, in quello che i nipoti del duca Melo erano
nominati conti e vassalli dell’Impero. Dopo di avere così restaurata la
podestà imperiale in una parte delle Puglie, e dopo di avere impreso
un pellegrinaggio sul Gargano e fattevi preghiere, Enrico ritornò in
quel medesimo estate in Germania passando da Roma; però lo seguivano
soltanto scarsi avanzi del suo esercito, avvegnachè le febbri e la
pestilenza lo avessero quasi tutto distrutto[42].
§ 4.
Principî della riforma sotto di Benedetto VIII. — Muore (1024). — Suo
fratello Romano si prende la tiara con nome di Giovanni XIX. — Enrico
II passa di vita nel 1024. — Stato d’Italia dopo la morte di lui. —
Giovanni XIX chiama Corrado II di Germania a Roma. — Spettacolo che
presentano le spedizioni di Roma a questa età. — Coronazione imperiale
(1027). — I Romani si sollevano con gran furore. — Re Canuto a Roma.
Benedetto VIII fe’ vedere di essere un papa fornito di fortezza
d’animo non comune. Contraddicendo alle tradizioni della sua casa,
aveva egli ristabilito una stretta lega del Papato coll’Impero, affine
di raffermare sè medesimo nel possedimento di Roma, e di vincere le
potenze che gli erano ostili in Italia. Per opera di quest’uomo il
Pontificato riconquistò le sue attenenze col mondo, e si studiò di
recuperare la influenza perduta sulle Chiese provinciali. La Storia
ecclesiastica può eziandio celebrare Benedetto VIII come uno dei primi
riformatori che operarono secondo le idee di Leone IX e di Nicolò II;
fu egli infatti che incominciò ad opporsi con decreti sinodali contro
al concubinato dei cherici e contro alla simonia, ossia commercio delle
dignità ecclesiastiche[43]. Tuttavolta, il vigore che egli ispirò alla
Chiesa romana fu dovuto soltanto alla fortezza personale sua; e non
appena trapassò di vita, che Roma ed il Papato precipitarono in istato
di gravissima barbarie.
Come morte lo ebbe rapito nella primavera dell’anno 1024, il
possedimento della cattedra pontificia non uscì di mano della sua
famiglia. Romano fratello di lui, che fino a questo tempo era stato
«senatore di tutti i Romani», si spogliò delle vestimenta laicali,
e indossò gli abiti pontificî, dopo che ebbe comperato o imposto
per violenza i voti della sua elezione: così quel Conte tusculano fu
ordinato nella primavera dell’anno 1024, con nome di Giovanni XIX[44].
Ei sembra che anche da papa abbia conservato la dignità di senatore sì
come prima l’aveva tenuta; ed infatti non v’ha documento alcuno da cui
si paia che ne venisse investito il fratel suo Alberico, quantunque a
questo avrebbe dovuto essere trasmessa: Alberico continuò come dianzi
ad appellarsi soltanto conte palatino e console[45].
Pareva che il novello Pontefice non avesse in mente alcun concetto
dei doveri che il ministero suo gli imponeva. Era uomo di animo
tanto semplice od altrimenti sì avaro che, avendogli l’Imperatore di
Bisanzio spediti a Roma dei ricchi donativi, intendeva di accordare al
Patriarca greco il titolo di vescovo ecumenico. Ma i Vescovi d’Italia
e la Congregazione di Cluny si sollevarono vivamente contro siffatto
proposito, e si fu allora soltanto che il Papa riuscì a comprendere
la gravità di ciò che era stato in procinto di fare: nella sua beata
ignoranza il Senatore di tutti i Romani non aveva conosciuto più in là
che di nome l’esistenza delle Decretali pseudo-Isidoriane, ed aveva
avuto assai poca opportunità di studiare le decisioni conciliari dei
suoi predecessori[46].
Tosto dopo la sua esaltazione moriva Enrico II ai 13 Luglio nell’anno
1024. Non si sapeva a chi sarebbe toccata la corona tedesca, e
questa incertezza per brevi istanti rialzò le speranze d’Italia.
Però gli ottimati non osavano più di eleggere dal loro seno un re
nazionale; e, senza risultamento alcuno, offerivano la corona ad
Ugo, figlio di Roberto re di Francia, e financo a Guglielmo duca di
Aquitania. Infatti, il matrimonio che questo Principe possente aveva
contratto con Agnese, nipote di Adalberto antico re d’Italia, dava a
lui una sembianza di diritto legittimo. Italia era frastagliata in
tante signorie e in tante fazioni, che non poteva più indirizzarsi
all’intento di un’utilità generale della nazione. La parte tedesca
durava gagliarda anche in Lombardia, dove trovava aderenti nei Vescovi,
creature o favoriti degli Imperatori; d’altro canto gli ottimati che
gli Imperatori avevano reso deboli per la cresciuta potenza vescovile,
erano fra sè disuniti, al paro delle città che allora venivano in bel
fiore, che odiavano bensì l’Impero tedesco, ma non peranco potevano
liberarsene unendosi in lega fra loro.
Pertanto, Corrado II il Salico, eletto re dei Tedeschi agli 8 di
Settembre, si ebbe subito gli omaggi dei Vescovi lombardi, e, sopra
tutti, quelli del potente Eriberto di Milano: Corrado teneva alta in
mente sua l’idea fondamentale che ciascun Re tedesco fosse altresì
signore d’Italia e designato imperatore dei Romani; ed in siffatta idea
i Vescovi lo confermavano. Anche Giovanni XIX lo chiamò a Roma, e gli
mandò il Vescovo di Porto e Berizone, nobile romano della Marmorata,
col vessillo di san Pietro, perchè lo inalberasse nella guerra
che combatteva in Ungheria; e le lettere del Pontefice lo facevano
certo del possedimento pacifico della corona imperiale, che lo stava
attendendo[47]. Italia dunque mentre non aveva potenza di opporre
contrarietà alcuna alle pretese di Re stranieri, si condannava da sè
medesima ad essere provincia soggetta ad Alemagna.
Nella primavera dell’anno 1026 Corrado II ricevette in Milano la corona
di ferro dalle mani di Eriberto. Per vendicarsi, secondo la durezza
barbarica di quel tempo, dell’animosa Pavia che aveva distrutto il
«palazzo» di Enrico II e chiuse a lui in faccia le porte, ne poneva
a guasto il territorio: andato indi a Ravenna, ivi il popolo si
sollevava con gran furore per trucidare gli odiati stranieri, ma quello
scoppio di odio era soffocato in mezzo a fiumi di sangue. Nel nostro
secolo neppure i Tedeschi possono considerare con ischietta gioia lo
spettacolo delle spedizioni colle quali i loro avi movevano su di Roma;
essi devono dar compianto a Italia che di quelle imprese ebbe sì la
colpa, ma ne sofferse il danno per più di trecento anni. Allorquando
i Re alemanni scendevano dalle Alpi coi loro eserciti e colle loro
splendide comitive le città erano condannate a nutrire e ad alloggiare
quelle moltitudini, e a far le spese della corte imperiale; financo
la giurisdizione dei tribunali ordinarî cessava tosto che compariva il
giudice supremo. Dentro ai vuoti forzieri dell’Imperatore colavano, a
titolo di donativi o per violenza di estorsioni, i tesori delle città,
il sudore dei coloni angariati dai vassalli ecclesiastici e laicali, e
le sostanze incamerate di centinaia di ribelli. La soldatesca imperiale
composta di rozzi uomini d’arme, raccolti da’ paesi settentrionali e
financo dalle terre slave, era il terrore dei sobrî Italiani, che la
natura meridionale dotava di più finezza, e che in ogni età superarono
tutti i popoli per pulitura di costume. Non deve far meraviglia se
mirando le orgie di quei soldati che tenevano Italia in conto di
provincia schiava del loro Re, gli Italiani chiedevano a sè medesimi
con ira amara perchè mai la loro contrada dovesse essere condannata a
eterna servitù sotto gli stranieri; nè fa stupore se con odio feroce
si sollevavano ad ogni momento nelle città per cui passava l’esercito
che s’incamminava su Roma. Però la maestà brutale di un Imperatore del
medio evo a mala pena degnava di volgere uno sguardo di compassione
alle città fumanti d’incendio, ai poveri campi devastati, alle vie
coperte di cadaveri, alle carceri riboccanti di rei di tradimento.
Reputava piuttosto essere necessità inseparabile dalle imprese di Roma
vedere i cittadini più ragguardevoli di una città prostrarsi innanzi al
suo trono, tremanti, a piè scalzi, con appesa una spada nuda al collo,
di quello che il riflesso delle fiamme onde ancora ardeva la loro
città, ne illuminava i pallidi volti.
Innanzi alle armi del valoroso Corrado si piegavano finalmente le città
nemiche e Pavia stessa; i Margravî di Este, di Susa e di Toscana aveva
egli ridotti a obbedienza, e senza trovare impedimento alcuno entrò
in Roma. Addì 26 di Marzo dell’anno 1027 Giovanni XIX celebrò nel san
Pietro la coronazione di lui e della sposa sua con grandissima pompa
e alla presenza di due Re, che furono Rodolfo III di Borgogna e Canuto
d’Inghilterra e di Danimarca[48]. Tuttavia la solennità fu conturbata
dall’ambizione puerile degli Arcivescovi di Milano e di Ravenna,
ciascuno dei quali pretendeva di avere la preminenza; la dissensione di
quegli altieri prelati si appiccò alle loro comitive, e Roma fu messa
a terrore da una mischia che fu combattuta per le vie fra Ravennati e
Milanesi, senza che ancora vi avesse preceduto l’ultima scenata onde
per solito si poneva termine alle feste dell’incoronazione. Nè mancò
pur essa: una rissa accidentale, che s’accendeva per una miserabile
pelle di bue fra un Romano ed un Tedesco, bastò a mettere in furia il
popolo. Però, dopo un massacro orribile di «innumerevoli» Romani, i più
eletti uomini della Città tornarono innanzi al trono dell’Imperatore,
che dimorava nel palazzo prossimo al san Pietro, e tremanti, a piè
scalzi, tenendo una nuda spada al collo, pregarono ai piedi di lui
misericordia[49].
Può darsi che la vista di cotali orrori mettesse sbigottimento nel
cuore pio del grande re Canuto, non già perchè la cultura di lui si
levasse al di sopra di quel suo tempo, ma perchè ne andava distrutto un
bel sogno che egli aveva accolto in mente. Indotto da lungo desiderio
e da un voto pio, era venuto alla Città santa pellegrinandovi con
bisaccia e bordone, ed in vece di un asilo di amore e di pace, come
Roma avrebbe dovuto essere a seconda del suo concetto ideale, trovava
soltanto una sede selvaggia di tumulti aperti a tutte le fazioni ed a
tutte le furie: la città di Roma, occorre pur dirlo, non fu durante
il medio evo che la orribile sconciatura di una idea sublime. Nella
sua lettera indiritta di colà al popolo inglese, Canuto lasciò un
ingenuo ricordo del soggiorno che tenne in Roma. Vi annunciava con
molta letizia di averne venerato tutti i santuarî, e di essere stato
tanto più avventurato, dacchè i savî (ossiano i preti) lo avevano
ammaestrato qualmente Pietro avesse ricevuto dal Signore la podestà di
legare e di sciogliere; perlochè molto profittava all’uomo di avere
il guardiano delle chiavi celesti a suo avvocato appo Dio. Con gioia
infantile narrava le onorevoli accoglienze ricevute da tutti i Principi
che dal Gargano al mar Tusco erano convenuti attorno al Pontefice
ed all’Imperatore; e diceva che gli era stata concessa immunità di
pedaggio per tutti gli Inglesi e i Danesi, pellegrini e mercanti,
che fossero andati a Roma. L’intelligente Principe affrancava altresì
gli Arcivescovi dei suoi Stati dalle gravi contribuzioni che ne erano
dovute per ragione del _Pallium_; egli poi prometteva da parte sua che
sarebbe stato puntualmente pagato a Roma il denaro di san Pietro[50].
Neppure gli orrori di cui era stato co’ suoi proprî occhi testimonio
riuscirono a diminuire la venerazione di un barbaro Re per la santa
Città. Nel religioso fervore dell’animo suo protestava ai suoi sudditi,
che in Roma aveva fatto voto di governare i suoi popoli con giustizia,
e di espiare i falli della giovinezza coll’intelletto de’ suoi anni
maturi. Lettera eccellente e dimostrazione memoranda della immensa
potenza morale, che il concetto di Roma esercitava in quell’età. Se
una pari influenza benefica si fosse appresa all’animo di tutti i
despoti che peregrinavano alla eterna Città, questa avrebbe conseguito,
nella credenza de’ popoli riconoscenti, diritti ancor maggiori alla
venerazione della gente umana.
§ 5.
Rescritto di Corrado II sull’uso del diritto romano nel territorio
pontificio. — Sua impresa gloriosa nell’Italia meridionale; suo
ritorno. — Muore Giovanni, e si eleva al pontificato Benedetto IX,
fanciullo della famiglia tusculana. — Vita scellerata di quest’uomo.
— Condizioni orribili del mondo tutto. — La _Treuga Dei_. — Benedetto
IX fugge presso l’Imperatore a Cremona. — Notevole rivolgimento
sociale che avviene in Lombardia. — Eriberto di Milano. — L’Imperatore
riconduce a Roma Benedetto IX. — Muove nell’Italia inferiore, e passa
di vita nell’anno 1039.
Nel breve soggiorno tenuto in Roma Corrado non si ristrinse a dare
soltanto dei soliti privilegî, quali leggiamo di lui, a favore di
monasteri[51]. Probabilmente a questo stesso tempo appartiene un
rescritto imperiale, nel quale, a cagione della continua lotta che
durava fra’ giudici longobardi e quelli romani, l’Imperatore statuiva
che d’allora in poi, così in Roma che nello Stato romano, dovessero
giudicarsi secondo il codice di Giustiniano tutte le controversie alle
quali fin là s’era applicato il diritto longobardico. Così cessò di
avere esistenza la Costituzione imperiale data da Lotario nell’anno
827, e il giure romano si elevò quindi a vera legge territoriale: fu
una vittoria completa che la nazione romana riportò sopra gli elementi
germanici che si erano infiltrati entro di essa; massimamente in
quest’età, cominciarono siffatti elementi a disciogliersi dappertutto
in Italia, in quello che le forme romane dell’antichissimo municipio
risorgevano sotto a consoli eletti annualmente, e cacciavano in bando
le istituzioni franche e longobarde[52].
Corrado lasciò Roma sul principio del mese di Aprile, per andarne
nell’Italia inferiore, dove rassodò la reverenza all’Impero che ivi
ricominciava a vacillare. Indi fece ritorno, passando per Roma, e di
già ai 24 di Maggio fu a Verona. Il suo braccio potente in guerra,
la sua severità imperatoria, la sua giustizia costringevano Italia ad
avere temenza ed estimazione del dominatore, la cui rapida impresa era
stata pari al trionfo di un Cesare. Lo stesso popolo suo lo accolse
coll’orgoglioso sentimento che la turbolenta Italia era diventata
provincia suddita all’Impero[53].
Da allora in poi Giovanni XIX signoreggiò tranquillamente in Roma.
Il Papato e la Città furono dominio della famiglia di lui, la quale,
anche dopo la morte di Giovanni, occupò la cattedra santa con uno dei
suoi: però la Cristianità dovette essere indotta a spavento, mirando
un fanciullo che l’arbitrio del padre fasciava nelle vestimenta
pontificie, che era coronato solennemente dai Cardinali vescovi e
adagiato sul seggio dell’Apostolo, da vicario di Cristo. L’infame
Giovanni XII era diventato papa a dieciotto anni; Benedetto IX della
sua stessa famiglia lo fu appena a dodici. Che mondo doveva essere
allora quello, se i popoli tolleravano in buona pace un ragazzo per
reggitore della Chiesa, se i Re lo riverivano per tale, e i Vescovi non
avevano rossore di riceverne la consecrazione, e le insegne della loro
dignità, e le bolle! Pareva che si smarrisse il concetto ecclesiastico
del Papato, e che la cattedra vescovile di san Pietro si tramutasse
nello scanno di un conte: per lo meno, nulla v’era più che la
distinguesse da quella vergognosa costituzione che reggeva i Vescovati
di questo tempo in tutti i paesi, sulle cui cattedre le grandi famiglie
di principi e di nobiluomini ponevano uomini di loro stirpe o loro
creati, e talvolta perfino dei giovanetti, veri bambini. Una fitta
tenebra morale scendeva a coprire la Chiesa. Se in addietro erano stati
tempi nei quali Cristo aveva dormito nel suo tempio, sembrava adesso
che egli fosse fuggito a volo dal suo santuario profanato, e lo avesse
lasciato in balìa dell’audace Simon Mago.
Teofilatto era nipote dei suoi due predecessori, e figlio di Alberico
conte palatino e console[54]. Il padre suo, tosto che fu morto Giovanni
XIX, si affrettò ad assicurare alla sua casa le due somme podestà: armi
e denaro facilmente lo ajutarono a venirne a capo in Roma, dove tutto
era venale, dove il clero, per dirla colle parole di papa Vittore III,
viveva immerso in una barbarie senza limite. Il fanciullo Benedetto
IX tolse, senza alcun impedimento, possesso del Laterano sul principio
dell’anno 1033[55]. Aveva tre fratelli, Gregorio, Pietro e Ottaviano;
il primo dei tre doveva essere più attempato di lui, perciocchè tosto
si prendesse la podestà di patrizio. Potrebbesi far le meraviglie
perchè papa non diventasse Gregorio, ma forse può darsi che i Romani
sofferissero più facilmente di riverire un ragazzo per loro Vescovo,
anzichè per capo del loro reggimento civile. Gli stessi Conti di
Tusculo facevano sì poco conto dell’officio pontificale, che credevano
potesse reggerlo un bimbo ancora ineducato; però questa audacia fu il
precipizio della potenza di loro casa, che un Papa fanciullo non potè
tener sollevata a convenevole altezza. Gregorio fratel suo fu pertanto
posto alla testa del reggimento civico; ad ogni modo, per temenza
dell’Imperatore, non prese egli nome di _Patricius_, ma si appellò
soltanto _Consul_, e probabilmente eziandio «senatore di tutti i
Romani»[56].
Tosto che il giovane Papa sentì ribollire nel sangue quelle forze e
quegli istinti che andavano svegliandosi in lui seduto sulla cattedra
di san Pietro, diè principio a una vita svergognata. Uno dei suoi
successori nel pontificato, Vittore III, narra che Benedetto IX empiè
Roma di ruberie e di assassinî, e confessa di raccapricciare a dover
dire quanto scellerata e laida fosse stata la sua vita. Un altro
contemporaneo, Rodolfo Glaber, monaco di Cluny, dipinse l’esosa figura
di questo mostro nel fondo del quadro che ei colorì della sua età,
in cui peste e fame andarono devastando Europa intiera. Il mondo era
infermo di un’epidemia morale del paro che fisica; per farsene un’idea
occorre leggere i Cronisti di quell’età. Fra quegli orrori peraltro,
appunto allora ebbe origine la umana legge della pace di Dio, la
_Treuga Dei_, che fu primamente promulgata dai Vescovi della Francia
meridionale. Questo trovato benefico, conforto massimo degli uomini di
quell’età, torna a bellissima gloria della Chiesa, la quale diè prova
così, che anche in mezzo a condizioni tanto terribili di cose non s’era
spento sul suo altare il fuoco sacro della carità e dell’amore. Però
l’abbondanza dei ricolti che succedevano dopo l’anno 1033 fece sì che
i popoli dimenticassero abbastanza presto i flagelli sofferti; e il
buon frate deplora la fralezza dell’umana natura che, appena uscita
delle prove onde con giustizia l’aveva punita il Signore, ritornava
alle crapule e agli assassinî, agl’incesti e ai delitti, nei quali i
Principi e il Papa erano i più operosi fra tutti[57].
Con Benedetto IX il Papato toccò nel costume quell’apice estremo
di decadimento che, secondo le leggi della morale natura, genera il
ritorno a condizioni migliori. La barbarie in cui Roma era involta a
questo tempo probabilmente mitigherebbe il giudizio che cade sull’età
di Giovanni XII, o supererebbe d’infamia quella più tarda dei Borgia,
se l’una epoca colle altre esattamente si paragonasse. Però, soltanto
un incerto chiarore scende a dar luce su questo tempo disastroso,
in cui un Papa, fanciullo del taglio di Caligola, e vizioso come
Eliogabalo, faceva da vicario di Cristo. Vediamo in confuso i capitani
di Roma congiurare di uccidere il giovane scellerato nella festa
dell’Apostolo presso all’altare, ma nel momento stabilito oscurarsi
il sole, ed il terrore che se ne spandeva impedire forse che il fatto
si compiesse: Benedetto così aveva tempo di scamparne dandosi alla
fuga[58]. Può essere che in questo tumulto la fazione dei Crescenzî
s’avesse adoperato più di tutte le altre[59]; ma l’intendimento
falliva, ed il Pontefice sfuggitone doveva vivere ancora lunghi anni a
danno di Roma e a vitupero della Chiesa. Quindi nell’anno 1037 correva
egli presso l’Imperatore a Cremona per assicurarsi della protezione
sua.
Corrado era infatti disceso in Italia nell’inverno dell’anno 1036,
dappoichè qui lo richiamava un gravissimo moto che ribolliva in
Lombardia. Il sistema feudale subiva un rivolgimento interiore. I
piccoli vassalli, ossiano valvassori, che avevano avuto i loro beni
in feudo dai maggiori signori, Duchi, Conti, Vescovi e Abati, si
ribellavano contro l’arbitrio e la tirannide di costoro, chiedendo
uno stabile ordinamento della proprietà. Ad essi si associavano i
piccoli signori, che senza vincolo feudale liberamente sedevano sopra
beni di loro retaggio ma la cui libertà era continuamente minacciata
dai Vescovi, entro le cui giurisdizioni immuni dimoravano. Il
lombardo Eriberto, arcivescovo di Milano, era il principe più potente
dell’Italia settentrionale, e signore feudale di città e di vassalli
molti: uomo superbo e d’indole ferma, era cagione che scoppiasse questa
rivoluzione sociale, la quale si propagava bentosto fra tutti i ceti,
e traeva nella lotta l’Impero tedesco. Gli uomini liberi e i cavalieri
feudali si sollevavano contro all’Arcivescovo e conchiudevano una lega
lombarda; Eriberto alla fine faceva appello all’Imperatore. Può darsi
che Corrado da lunghissimo tempo vagheggiasse di trovare un’opportunità
per umiliare il gran Vescovo, il quale possedeva in Lombardia una
potenza tanto grande, che all’Impero poteva diventare più perniciosa di
quello che fosse stata la potenza del re nazionale Arduino. Nella Dieta
di Pavia Eriberto si rifiutò di obbedire alla sentenza di Corrado, e
l’Imperatore, preso d’imprudente collera, fece incarcerare lui e tre
altri Vescovi, senza sottoporli nemmanco a inquisizione. Il repentino
imprigionamento del maggiore prelato d’Italia destò un chiasso
incredibile, e inasprì profondamente gli animi contro l’Imperatore, la
cui opera adesso parve agli Italiani esser efferatezza di tiranno. Il
prigioniero potè fuggire a Milano, e l’odio che questa e altre città
nutrivano contro alla podestà dell’Impero tedesco lui prese tosto a
rappresentante della idea di nazione. Di tal guisa ebbe origine la
prima guerra vittoriosa che con intento nazionale la città di Milano e
le sue collegate mossero contro ai Re tedeschi.
Fu durante questo moto dell’Italia settentrionale, e dopo che
Corrado ebbe promulgata la legge feudale che ai vassalli concedeva la
trasmissione ereditaria dei loro beni, fu allora che Benedetto IX venne
a lui a Cremona[60]. Il primo monarca dell’Occidente dovette scender
tanto basso da prestare onore ad un ragazzaccio scapestrato, poichè era
papa, e poichè egli di un Papa abbisognava. Benedetto, ossiano i suoi
consiglieri, esortarono l’Imperatore a venire a Roma e a rimetterlo
sulla sedia pontificia: in ricambio di questa domanda, ben poteva
Benedetto pronunciare la scomunica contro il proscritto Arcivescovo
milanese, sì come Corrado richiedeva. Non erano soltanto le cose di
Roma che inducevano l’Imperatore all’impresa, ma altresì il malo ordine
che dominava nelle Puglie, dove Pandolfo IV di Capua, che era stato
restituito nel principato, soggiogava da ogni parte città, metteva a
sacco il convento imperiale di Monte Cassino, e minacciava la Campagna
di Roma.
Corrado pertanto mosse nell’inverno dell’anno 1037 più verso
mezzogiorno; di Parma, che s’era ribellata e ch’ei lasciava dietro ai
suoi passi cumulo di ruine fumanti, andava a Perugia, e celebrava la
Pasqua dell’anno 1038 a Spello in compagnia del Papa. È incerta cosa
se Benedetto IX, dopo di essere partito di Cremona, tornasse a Roma,
oppure se, giusto allora scacciato, andasse in cerca dell’Imperatore,
oppure se già fuggitivo lo aspettasse. Ci basta sapere che Corrado lo
riconduceva, ovvero lo rimandava a Roma[61]. Se l’Imperatore avesse
avuto orecchio da comprendere il peso delle querimonie che i Romani
levavano contro di Benedetto IX, avrebbe dovuto rifiutarsi di prestare
il suo braccio a questo giovane malvagio, ma egli era ben lungi dal
pensiero di liberare la Chiesa romana da condizioni di cose tanto
desolate: era tutto assorto negl’intendimenti politici; massimamente
gli tornava a buon conto che il partito dei Tusculani favorevole a
Germania mantenesse il suo potere su Roma, e assai più gli premeva
di giovarsi a’ suoi scopi della marionetta papale. Benedetto, come
lo induceva riconoscenza, scagliò un anatema sul capo dell’orgoglioso
Eriberto, il quale, tenendosi a riparo delle trecento torri di Milano,
si rise di quello scherzo puerile: Corrado poi, il quale forse lasciava
un presidio a protezione del miserabile Papa, procedette innanzi
fino a Monte Cassino. Addì 13 di Maggio fu a Capua, donde Pandolfo
era fuggito; diede questo ducato a Guaimaro principe di Salerno, e
infeudò al normanno Rainolfo la contea di Aversa. Questa città, fondata
nell’anno 1030 da quel condottiero di bande venute agli stipendî di
Sergio duca di Napoli, diventò l’embrione dello Stato normanno, che
venne sorgendo nell’Italia inferiore. La peste scoppiò nell’esercito
di Corrado, e fece sì che nell’estate istesso l’Imperatore movesse a
ritorno: egli medesimo portò con sè in Alemagna il germe della morte,
ed ivi passò di vita ai 4 di Giugno dell’anno 1039.