XVIII.

Una selva di spruzzoli.--Recessi ombrosi.--La casa di un

egoista.--Irritazione di nervi.--Correzioni storiche a un cattivo

dipinto.--Anna d'Austria.--Un bel madrigale.--Ricordo d'amore, raggio

di sole.

Me ne andrò da Versaglia senza aver visti i celebri zampilli e getti

d'acqua, a cui si dà moto soltanto in certe occasioni solenni, e che

vi trasformano i laghi di questa villa in una selva di spruzzoli. Ma

anche senza questi giuochetti, i laghi di Versaglia sono belli a

vedersi, coi loro cavalli marini e le loro divinità mitologiche

folleggianti a fior d'acqua. Abbondano i recessi solitarii dottamente

architettati e rivestiti di borracina, che invitano a sedere, anzi

meglio, a sdraiarsi. Raccomando il bosco d'Apollo, una specie di

Elicona, col suo fonte Castalio, presso una grotta, ove Febo sta a

chiacchiera con le Muse, all'ombra di cento famiglie di erbe e

d'arbusti, i cui rami spenzolanti vi dànno un senso di grata frescura.

Io ho sentito una voglia matta di avere una palazzina in quel bosco e

davanti a quella grotta; la qual cosa dimostrerà una volta per tutte

ai malevoli che io non sono un uomo di pessimo gusto. Soggiungo per

altro che, se non mi permettessero di fabbricare la palazzina nel

bosco d'Apollo, mi contenterei di abitare mille passi più in là, nel

piccolo Trianon, e alla più trista nel grande. Perchè son due, i

Trianon, non troppo distanti l'uno dall'altro; e sono due, perchè non

sono tre. Infatti, il loro nome ve lo dice: _tria non_.

Quanto al palazzo, vedete la mia modestia, non mi sentirei di

abitarci. Eppure, se c'è palazzo fatto a posta, direi quasi tagliato

alla misura d'un uomo solo, è proprio questo. Nella sua sterminata

grandezza si sente e si vede il carattere personale, la boria

egoistica del suo fondatore, e questo sentimento, questa apparenza,

non sono punto cancellati dalla trasformazione superficiale del

palazzo in Museo e dalla ospitalità accordata «a tutte le glorie della

Francia.»

Vi ho parlato di quelle grandi tele che decorano, deturpano, secondo i

gusti, le pareti di troppe sale, ripetendo a sazietà, anzi fino alla

nausea, le dure fattezze e gli atteggiamenti da ballerino del gran re

Luigi XIV. Ce n'è uno, tra questi, che m'ha urtato maledettamente i

nervi. Immaginate per fondo del quadro una sala, che riconoscete

subito, per averla veduta lì presso e averla sentita chiamare _la

grande galerie_; da un lato è Luigi sul trono, seduto, col cappello in

testa, la mazzetta tra le dita e le braccia comodamente appoggiate.

Principi e grandi signori stanno in piedi ai due lati del trono. Nel

mezzo del quadro è un vecchio, vestito d'un'ampia toga, che, già

saliti i tre gradini del palco, s'inchina profondamente, col berretto

nella mano sinistra e accostandosi la destra al petto, quasi in atto

di picchiare e di dire _mea culpa_. Dietro a lui, ma ancora sul

pavimento della sala, quattro personaggi in toga, e nello stesso

atteggiamento del primo, su cui sembrano modellarsi intieramente.

Dietro a loro un mastro di cerimonie; nel fondo cinque o sei figure di

cortigiani, che ci sono probabilmente come saggio d'un numero

maggiore, affollato nella gran sala dei ricevimenti reali.

A tutta prima non mi ero commosso. Ne avevo veduti già tanti, di quei

quadri, neppure commendevoli come opere d'arte, che, guardatolo appena

alla sfuggita, muovevo già il passo per seguitar la mia strada. Ma il

cicerone proprio allora mi disse:--_Le doge de Gênes venant faire ses

excuses...._--

Rizzai la testa, trattenni nelle dita la voglia d'uno scappellotto,

che avrebbe messo a soqquadro il palazzo e forse m'avrebbe fatto

accoppare da tutte le glorie della Francia, mi volsi di nuovo al

quadro e guardai la scena che vi ho brevemente descritta. Molte cose

mi dispiacevano nel dipinto; ma erano storiche e ci voleva pazienza.

Per altro, una non era storica, e mi parve sconveniente che il gran re

l'avesse lasciata dipingere da' suoi impiastratori di tela. Che cosa

significava quel re seduto e col cappello in testa, davanti al doge di

Genova, che aveva salito in quel punto i tre gradini del trono? Apro

le memorie del tempo, scritte in Francia, da francesi, e trovo che,

alla vista del doge, il re si coperse e invitò il doge a coprirsi;

solo i quattro senatori stettero a capo scoperto. Le memorie

aggiungono che il doge fece un discorso giusta i termini del trattato;

che il discorso fu umile, ma colui che lo pronunziava fu costantemente

dignitoso e fiero; che solo quando ebbe finito di parlare si scoperse

il capo, salutando, e gli fu risposto con pari cortesia.

Apro le storie genovesi e trovo quest'altro racconto, che ben

s'accorda col primo. Passati il doge e i senatori da Parigi a

Versaglia, furono sul principio introdotti nell'appartamento degli

ambasciatori; quindi, vestiti delle toghe che solevano portare nelle

occasioni solenni, salirono, con cento cavalieri del loro seguito, per

la gran sala, ove facevano spalliera i cento svizzeri della guardia

del corpo, armati d'alabarde. In cima della scala, quattro gradini a

basso (notate esattezza minuziosa del cronista!), si trovò il

maresciallo duca di Duras, capitano della guardia del corpo, vestito

«in abito nero di complimento, all'italiana,» il quale, avendo

inchinato il doge, si avanzò a facilitargli il passo in mezzo alla

moltitudine dei cortigiani, che ingombrava le scale, gli atrii e

l'appartamento regio. Entrato il doge nella sala, ov'erano sotto le

armi i moschettieri, proseguì per diverse stanze fino alla grande

galleria, a capo della quale stava il re, con monsignore il Delfino a

destra e il duca d'Orléans a sinistra.

«Era la galleria, per quanto capace e vasta, così piena di personaggi

e di nobiltà dell'uno e dell'altro sesso, che non fu possibile al doge

e ai senatori di arrivare così presto alla presenza del re; onde più

volte il re stesso, levatosi in piedi, con la mano e con la voce fece

segno che s'aprisse la strada, nè bastando questo, calò i due gradini

del trono e fece mostra di battere con la picciola canna che aveva in

mano. Ma essendo finalmente il doge arrivato _in vicinanza_ del trono,

dopo di aver salutato il re, _che lo attendeva in piedi_, si coprì.

Indi il medesimo doge, voltatosi dall'una e dall'altra banda per

vedere se i quattro senatori erano a' suoi fianchi, si levò di nuovo

la berretta, _come fece il re il cappello_; ed essendosi _l'uno e

l'altro_ ricoperti, il doge con pari energia e franchezza proferì il

seguente discorso.»

Ommetto il discorso e la risposta del re, ommetto i complimenti fatti

separatamente da questo ai quattro senatori; ommetto le nobili

accoglienze avute dai poveri, ma non umili, inviati di Genova, presso

i principi e le principesse _del sangue_. Riferirò soltanto che Luigi

XIV «rimase così preso dalle maniere del doge (Francesco Maria

Imperiale Lercaro) e insieme così soddisfatto dell'abbondante miniera

di scienze varie, speculative e pratiche, che trovò in lui, che fu

udito più volte commendarlo tra' suoi; e dire, in riguardo della

straordinaria franchezza mostrata nella prima udienza dal medesimo

dogo nel profferire l'orazione, che «egli aveva parlato con riverenti

espressioni, ma con aria e portamento da principe.»

Così Filippo Casoni, che attinse alle fonti vive. Un altro manoscritto

di quel tempo narra che il trono era «alzato solamente di due gradini»

e aggiunge che essendo ito il doge a deporre l'abito cerimoniale, e

avendo indossato un abito color violetto, sedette a mensa «su d'un

_fonteglio_.» Altri, nello stile d'allora, avrebbe voltato il francese

_fauteuil_ in «sedia d'appoggio.» Ma non badiamo a queste minuzie e

seguitiamo col manoscritto. «Molte dame, delle principali della Corte

e delle più qualificate, erano accorse a veder pranzare il Duce e gli

facevano corona all'intorno, quando, essendogli presentato il

_dessert_, le regalò dei più bei frutti della tavola. Fece in appresso

il Duce una visita privata al re; stette coperto con esso in discorso,

con dimostrazione di particolar gradimento.»

In Parigi e in Versaglia il doge Lercaro e i senatori, che furono

Giannettino Garibaldo, Agostino Lomellino, Paride Salvago e Marcello

Durazzo, godettero di quei divertimenti «che sogliono dare ai

forestieri sì gran città e sì gran corte» e con speciale invito del re

furono spettatori «dei giuochi meravigliosi delle acque ne' giardini

reali.»

Il re Luigi (sono gli storici di Francia che lo dicono) trattò il doge

Lercaro con la squisita cortesia di cui si faceva una legge. I

ministri Louvois, Croissy e Seignelay gli si mostrarono più arcigni;

la qual cosa fece uscire il Lercaro in questa bella sentenza:

--Il re, con le sue oneste accoglienze, ruba ai nostri cuori la

libertà; i suoi ministri ce la rendono.--

E qui viene a taglio di ricordare che il marchese dei Seignelay,

avendo chiesto a Francesco Maria Imperiale Lercaro che cosa trovasse

di più curioso a Versaglia, ne ebbe la memoranda risposta:

--_C'est de m'y voir!_

Raccontano a Genova che la frase fosse detta dal Lercaro ad un

senatore della sua comitiva; e ciò forse per potersi servire del

vernacolo genovese, che la rende in due monosillabi: _mi chi_. Ma gli

scrittori francesi, a cui pare abbia fatto senso, la vogliono detta

nella loro lingua, e il citare che fanno il Seignelay ad interlocutore

del doge, m'induce a credere che abbiano ragione loro. Il marchese di

Seignelay era stato col Duchesne al bombardamento di Genova, ed era il

figlio di quel Colbert, che l'aveva a morte coi genovesi, per ragioni

di rivalità commerciale. Con lui, nemico garbato, ma nemico

riconosciuto, la malinconica ed altera risposta del genovese era

proprio a suo luogo.

È piuttosto fuori di luogo la lunga narrazione del fatto. Ma il

lettore mi renderà giustizia in questo: che io, per amore di brevità,

mi sono astenuto dal raccontare le cause, o per dire più esattamente i

pretesti della guerra. Mi premeva soltanto di mettere in chiaro che

quel dipinto orgoglioso è in qualche sua parte bugiardo. Ciò non muta

il fatto delle scuse, non tempera il dolore del sopruso patito, lo so;

ma infine, se è permesso ai popoli di essere gli artefici delle

proprie disgrazie (e Genova, come tante altre città italiane, non è

stata per questo riguardo con le mani alla cintola), è bello di

conservare una certa maestà nella sventura e di meritare l'ammirazione

degli stessi nemici. Specchiamoci in questo esempio, ma sopratutto

adoperiamoci in guisa da non dover neanche lasciare di queste mezze

consolazioni ai nepoti.

Muto registro; se no, la politica invade. Prima di uscire da

Versaglia, sono andato a salutare un'immagine cara alla mia

adolescenza, e probabilmente anche alla vostra. Anche voi, da

giovinetti, avrete letti (io li ho divorati senz'altro) i _Tre

Moschettieri_, i _Vent'anni dopo_, il _Visconte di Bragelonne_; anche

voi avrete fatto raccolta (io ne ho fatto a dirittura una razzìa) di

tutti i libri che si riferivano ad Anna d'Austria. Intorno a quella

figura di regina, senz'anima, forse, ma non già senza cuore, c'è tutto

un ciclo di romanzi, come intorno al buon re Arturo della Tavola

Rotonda. Li ho letti tutti quanti e riletti; tornerei forse a leggerne

ancora, e a cercarne di nuovi, se non fossi stato a Versaglia e non

avessi veduta l'eroina. Dio buono, che amaro disinganno! Dov'era

andata l'Anna d'Austria delle cronache contemporanee, bella per donna

e per regina, fatta per ispirare amore e rispetto, alta della persona,

elegante di forme, cogli occhi verdi e trasparenti, la bocca piccina e

vermiglia come un bottoncino di rosa, e i capegli lunghi, morbidi, di

quel biondo muto, che dà tanto risalto alla bianchezza delle carni?

Ahimè, sarà forse stato perchè avevo veduto poco prima la signora

Récamier; ma il fatto sta che Anna d'Austria m'è scaduta un pochino. È

bianca, sì; ha bianche e ben tornite le braccia e le mani, di cui era

tanto orgogliosa; ma fermi lì, non c'è altro da ammirare. Povera la

capigliatura; cortino il collo e le spalle ineleganti d'una bofficiona

come se ne vedono tante; le labbra tumide senza grazia, gli occhi

verdognoli senza trasparenza, il naso tirato e depresso alla radice,

la fronte stretta e allungata, traente alla forma cucurbitacea, che

era il carattere distintivo della famiglia; eccovi Anna d'Austria,

quella donna che fu argomento di tanti fervidi amori e di tante

gelosie feroci. Vedendola, ho sentito il desiderio di dirle: signora,

perdonate, ma io non capisco più il duca di Buckingam.

Eppure, no, non può essere che sia lei. Anna d'Austria, abbastanza

disgraziata in quella sua vita, che ha da un capo Luigi XIII, il

cardinal Mazzarino dall'altro, e l'ombra del cardinale di Richelieu

nel mezzo, doveva aver poca fortuna anche col pittore, destinato a

tramandarne le sembianze ai posteri. Dev'essere così; è certamente

così. Arrotondo quella fronte con uno sforzo di fantasia, metto un po'

di fosforo in quegli occhi, dò una toccatina a quel naso, alleggerisco

quel collo; ed ecco l'Anna d'Austria della mia adolescenza, l'Anna

d'Austria amata da Giorgio Villiers, duca di Buckingam, che fece tante

sublimi sciocchezze per lei e a cui la vita fu interrotta da un colpo

di pugnale, forse perchè non avesse a farne delle altre.

Anna d'Austria amò Giorgio Villiers? Quanto e fin dove? L'hanno voluto

sapere un po' tutti; ma Chamfort chiude la bocca a tutti, con una

sentenza che vale tant'oro: «Intorno a questo negozio (egli scrive) la

metà di ciò che si dice non è vero, e la metà di ciò che è vero non si

sa.» Certo, la passioncella ci fu; non se ne fece mistero; divenne

quasi uno scherzo familiare il rammentarla. Quando il cardinale di

Richelieu presentò il suo segretario, Giulio Mazzarino, alla bella e

vigilata regina, le disse sorridendo: «Voi lo amerete, signora; egli

somiglia un pochino a Buckingam.»

Sedici anni dopo la morte di Giorgio, e spariti anche dalla faccia

della terra i due uomini che più fieramente l'avessero odiato, Anna

d'Austria, allora ritirata a Rueil, incontrò in un viale il Voiture,

suo poeta favorito. Costui veniva innanzi cogitabondo, o fingeva.--A

che pensate?--gli domandò la regina.--Pensavo,--rispose il Voiture,

rizzando la testa come un uomo che si sveglia,--pensavo....

Je pensais que la destinée

Après tant d'injustes malheurs

Vous a justement couronnée

De gloire, d'éclat et d'honneurs,

Mais que vous étiez plus heureuse

Lorsque vous étiez autrefois

Je ne veux pas dire amoureuse....

La rime le veut toutefois.

Je pensais (car nous autres poètes

Nous pensons extravagamment)

Ce que, dans l'humeur ou vous êtes,

Vous feriez, si, dans ce moment,

Vous avizies en cette place

Venir le due de Buckingam,

Et lequel serait en disgrace,

De lui, ou du père Vincent.

Il P. Vincenzo era il confessore della regina. Anna d'Austria

(racconta la signora di Motteville) non si offese dei versi; anzi, li

trovò così belli, da volerne una copia, che custodì lungamente nel suo

pensatoio.

Ricordo d'amore in una triste esistenza; raggio di sole in un cielo

tempestoso!

Lutezia · 第 32 / 36 题