Una selva di spruzzoli.--Recessi ombrosi.--La casa di un
egoista.--Irritazione di nervi.--Correzioni storiche a un cattivo
dipinto.--Anna d'Austria.--Un bel madrigale.--Ricordo d'amore, raggio
di sole.
Me ne andrò da Versaglia senza aver visti i celebri zampilli e getti
d'acqua, a cui si dà moto soltanto in certe occasioni solenni, e che
vi trasformano i laghi di questa villa in una selva di spruzzoli. Ma
anche senza questi giuochetti, i laghi di Versaglia sono belli a
vedersi, coi loro cavalli marini e le loro divinità mitologiche
folleggianti a fior d'acqua. Abbondano i recessi solitarii dottamente
architettati e rivestiti di borracina, che invitano a sedere, anzi
meglio, a sdraiarsi. Raccomando il bosco d'Apollo, una specie di
Elicona, col suo fonte Castalio, presso una grotta, ove Febo sta a
chiacchiera con le Muse, all'ombra di cento famiglie di erbe e
d'arbusti, i cui rami spenzolanti vi dànno un senso di grata frescura.
Io ho sentito una voglia matta di avere una palazzina in quel bosco e
davanti a quella grotta; la qual cosa dimostrerà una volta per tutte
ai malevoli che io non sono un uomo di pessimo gusto. Soggiungo per
altro che, se non mi permettessero di fabbricare la palazzina nel
bosco d'Apollo, mi contenterei di abitare mille passi più in là, nel
piccolo Trianon, e alla più trista nel grande. Perchè son due, i
Trianon, non troppo distanti l'uno dall'altro; e sono due, perchè non
sono tre. Infatti, il loro nome ve lo dice: _tria non_.
Quanto al palazzo, vedete la mia modestia, non mi sentirei di
abitarci. Eppure, se c'è palazzo fatto a posta, direi quasi tagliato
alla misura d'un uomo solo, è proprio questo. Nella sua sterminata
grandezza si sente e si vede il carattere personale, la boria
egoistica del suo fondatore, e questo sentimento, questa apparenza,
non sono punto cancellati dalla trasformazione superficiale del
palazzo in Museo e dalla ospitalità accordata «a tutte le glorie della
Francia.»
Vi ho parlato di quelle grandi tele che decorano, deturpano, secondo i
gusti, le pareti di troppe sale, ripetendo a sazietà, anzi fino alla
nausea, le dure fattezze e gli atteggiamenti da ballerino del gran re
Luigi XIV. Ce n'è uno, tra questi, che m'ha urtato maledettamente i
nervi. Immaginate per fondo del quadro una sala, che riconoscete
subito, per averla veduta lì presso e averla sentita chiamare _la
grande galerie_; da un lato è Luigi sul trono, seduto, col cappello in
testa, la mazzetta tra le dita e le braccia comodamente appoggiate.
Principi e grandi signori stanno in piedi ai due lati del trono. Nel
mezzo del quadro è un vecchio, vestito d'un'ampia toga, che, già
saliti i tre gradini del palco, s'inchina profondamente, col berretto
nella mano sinistra e accostandosi la destra al petto, quasi in atto
di picchiare e di dire _mea culpa_. Dietro a lui, ma ancora sul
pavimento della sala, quattro personaggi in toga, e nello stesso
atteggiamento del primo, su cui sembrano modellarsi intieramente.
Dietro a loro un mastro di cerimonie; nel fondo cinque o sei figure di
cortigiani, che ci sono probabilmente come saggio d'un numero
maggiore, affollato nella gran sala dei ricevimenti reali.
A tutta prima non mi ero commosso. Ne avevo veduti già tanti, di quei
quadri, neppure commendevoli come opere d'arte, che, guardatolo appena
alla sfuggita, muovevo già il passo per seguitar la mia strada. Ma il
cicerone proprio allora mi disse:--_Le doge de Gênes venant faire ses
excuses...._--
Rizzai la testa, trattenni nelle dita la voglia d'uno scappellotto,
che avrebbe messo a soqquadro il palazzo e forse m'avrebbe fatto
accoppare da tutte le glorie della Francia, mi volsi di nuovo al
quadro e guardai la scena che vi ho brevemente descritta. Molte cose
mi dispiacevano nel dipinto; ma erano storiche e ci voleva pazienza.
Per altro, una non era storica, e mi parve sconveniente che il gran re
l'avesse lasciata dipingere da' suoi impiastratori di tela. Che cosa
significava quel re seduto e col cappello in testa, davanti al doge di
Genova, che aveva salito in quel punto i tre gradini del trono? Apro
le memorie del tempo, scritte in Francia, da francesi, e trovo che,
alla vista del doge, il re si coperse e invitò il doge a coprirsi;
solo i quattro senatori stettero a capo scoperto. Le memorie
aggiungono che il doge fece un discorso giusta i termini del trattato;
che il discorso fu umile, ma colui che lo pronunziava fu costantemente
dignitoso e fiero; che solo quando ebbe finito di parlare si scoperse
il capo, salutando, e gli fu risposto con pari cortesia.
Apro le storie genovesi e trovo quest'altro racconto, che ben
s'accorda col primo. Passati il doge e i senatori da Parigi a
Versaglia, furono sul principio introdotti nell'appartamento degli
ambasciatori; quindi, vestiti delle toghe che solevano portare nelle
occasioni solenni, salirono, con cento cavalieri del loro seguito, per
la gran sala, ove facevano spalliera i cento svizzeri della guardia
del corpo, armati d'alabarde. In cima della scala, quattro gradini a
basso (notate esattezza minuziosa del cronista!), si trovò il
maresciallo duca di Duras, capitano della guardia del corpo, vestito
«in abito nero di complimento, all'italiana,» il quale, avendo
inchinato il doge, si avanzò a facilitargli il passo in mezzo alla
moltitudine dei cortigiani, che ingombrava le scale, gli atrii e
l'appartamento regio. Entrato il doge nella sala, ov'erano sotto le
armi i moschettieri, proseguì per diverse stanze fino alla grande
galleria, a capo della quale stava il re, con monsignore il Delfino a
destra e il duca d'Orléans a sinistra.
«Era la galleria, per quanto capace e vasta, così piena di personaggi
e di nobiltà dell'uno e dell'altro sesso, che non fu possibile al doge
e ai senatori di arrivare così presto alla presenza del re; onde più
volte il re stesso, levatosi in piedi, con la mano e con la voce fece
segno che s'aprisse la strada, nè bastando questo, calò i due gradini
del trono e fece mostra di battere con la picciola canna che aveva in
mano. Ma essendo finalmente il doge arrivato _in vicinanza_ del trono,
dopo di aver salutato il re, _che lo attendeva in piedi_, si coprì.
Indi il medesimo doge, voltatosi dall'una e dall'altra banda per
vedere se i quattro senatori erano a' suoi fianchi, si levò di nuovo
la berretta, _come fece il re il cappello_; ed essendosi _l'uno e
l'altro_ ricoperti, il doge con pari energia e franchezza proferì il
seguente discorso.»
Ommetto il discorso e la risposta del re, ommetto i complimenti fatti
separatamente da questo ai quattro senatori; ommetto le nobili
accoglienze avute dai poveri, ma non umili, inviati di Genova, presso
i principi e le principesse _del sangue_. Riferirò soltanto che Luigi
XIV «rimase così preso dalle maniere del doge (Francesco Maria
Imperiale Lercaro) e insieme così soddisfatto dell'abbondante miniera
di scienze varie, speculative e pratiche, che trovò in lui, che fu
udito più volte commendarlo tra' suoi; e dire, in riguardo della
straordinaria franchezza mostrata nella prima udienza dal medesimo
dogo nel profferire l'orazione, che «egli aveva parlato con riverenti
espressioni, ma con aria e portamento da principe.»
Così Filippo Casoni, che attinse alle fonti vive. Un altro manoscritto
di quel tempo narra che il trono era «alzato solamente di due gradini»
e aggiunge che essendo ito il doge a deporre l'abito cerimoniale, e
avendo indossato un abito color violetto, sedette a mensa «su d'un
_fonteglio_.» Altri, nello stile d'allora, avrebbe voltato il francese
_fauteuil_ in «sedia d'appoggio.» Ma non badiamo a queste minuzie e
seguitiamo col manoscritto. «Molte dame, delle principali della Corte
e delle più qualificate, erano accorse a veder pranzare il Duce e gli
facevano corona all'intorno, quando, essendogli presentato il
_dessert_, le regalò dei più bei frutti della tavola. Fece in appresso
il Duce una visita privata al re; stette coperto con esso in discorso,
con dimostrazione di particolar gradimento.»
In Parigi e in Versaglia il doge Lercaro e i senatori, che furono
Giannettino Garibaldo, Agostino Lomellino, Paride Salvago e Marcello
Durazzo, godettero di quei divertimenti «che sogliono dare ai
forestieri sì gran città e sì gran corte» e con speciale invito del re
furono spettatori «dei giuochi meravigliosi delle acque ne' giardini
reali.»
Il re Luigi (sono gli storici di Francia che lo dicono) trattò il doge
Lercaro con la squisita cortesia di cui si faceva una legge. I
ministri Louvois, Croissy e Seignelay gli si mostrarono più arcigni;
la qual cosa fece uscire il Lercaro in questa bella sentenza:
--Il re, con le sue oneste accoglienze, ruba ai nostri cuori la
libertà; i suoi ministri ce la rendono.--
E qui viene a taglio di ricordare che il marchese dei Seignelay,
avendo chiesto a Francesco Maria Imperiale Lercaro che cosa trovasse
di più curioso a Versaglia, ne ebbe la memoranda risposta:
--_C'est de m'y voir!_
Raccontano a Genova che la frase fosse detta dal Lercaro ad un
senatore della sua comitiva; e ciò forse per potersi servire del
vernacolo genovese, che la rende in due monosillabi: _mi chi_. Ma gli
scrittori francesi, a cui pare abbia fatto senso, la vogliono detta
nella loro lingua, e il citare che fanno il Seignelay ad interlocutore
del doge, m'induce a credere che abbiano ragione loro. Il marchese di
Seignelay era stato col Duchesne al bombardamento di Genova, ed era il
figlio di quel Colbert, che l'aveva a morte coi genovesi, per ragioni
di rivalità commerciale. Con lui, nemico garbato, ma nemico
riconosciuto, la malinconica ed altera risposta del genovese era
proprio a suo luogo.
È piuttosto fuori di luogo la lunga narrazione del fatto. Ma il
lettore mi renderà giustizia in questo: che io, per amore di brevità,
mi sono astenuto dal raccontare le cause, o per dire più esattamente i
pretesti della guerra. Mi premeva soltanto di mettere in chiaro che
quel dipinto orgoglioso è in qualche sua parte bugiardo. Ciò non muta
il fatto delle scuse, non tempera il dolore del sopruso patito, lo so;
ma infine, se è permesso ai popoli di essere gli artefici delle
proprie disgrazie (e Genova, come tante altre città italiane, non è
stata per questo riguardo con le mani alla cintola), è bello di
conservare una certa maestà nella sventura e di meritare l'ammirazione
degli stessi nemici. Specchiamoci in questo esempio, ma sopratutto
adoperiamoci in guisa da non dover neanche lasciare di queste mezze
consolazioni ai nepoti.
Muto registro; se no, la politica invade. Prima di uscire da
Versaglia, sono andato a salutare un'immagine cara alla mia
adolescenza, e probabilmente anche alla vostra. Anche voi, da
giovinetti, avrete letti (io li ho divorati senz'altro) i _Tre
Moschettieri_, i _Vent'anni dopo_, il _Visconte di Bragelonne_; anche
voi avrete fatto raccolta (io ne ho fatto a dirittura una razzìa) di
tutti i libri che si riferivano ad Anna d'Austria. Intorno a quella
figura di regina, senz'anima, forse, ma non già senza cuore, c'è tutto
un ciclo di romanzi, come intorno al buon re Arturo della Tavola
Rotonda. Li ho letti tutti quanti e riletti; tornerei forse a leggerne
ancora, e a cercarne di nuovi, se non fossi stato a Versaglia e non
avessi veduta l'eroina. Dio buono, che amaro disinganno! Dov'era
andata l'Anna d'Austria delle cronache contemporanee, bella per donna
e per regina, fatta per ispirare amore e rispetto, alta della persona,
elegante di forme, cogli occhi verdi e trasparenti, la bocca piccina e
vermiglia come un bottoncino di rosa, e i capegli lunghi, morbidi, di
quel biondo muto, che dà tanto risalto alla bianchezza delle carni?
Ahimè, sarà forse stato perchè avevo veduto poco prima la signora
Récamier; ma il fatto sta che Anna d'Austria m'è scaduta un pochino. È
bianca, sì; ha bianche e ben tornite le braccia e le mani, di cui era
tanto orgogliosa; ma fermi lì, non c'è altro da ammirare. Povera la
capigliatura; cortino il collo e le spalle ineleganti d'una bofficiona
come se ne vedono tante; le labbra tumide senza grazia, gli occhi
verdognoli senza trasparenza, il naso tirato e depresso alla radice,
la fronte stretta e allungata, traente alla forma cucurbitacea, che
era il carattere distintivo della famiglia; eccovi Anna d'Austria,
quella donna che fu argomento di tanti fervidi amori e di tante
gelosie feroci. Vedendola, ho sentito il desiderio di dirle: signora,
perdonate, ma io non capisco più il duca di Buckingam.
Eppure, no, non può essere che sia lei. Anna d'Austria, abbastanza
disgraziata in quella sua vita, che ha da un capo Luigi XIII, il
cardinal Mazzarino dall'altro, e l'ombra del cardinale di Richelieu
nel mezzo, doveva aver poca fortuna anche col pittore, destinato a
tramandarne le sembianze ai posteri. Dev'essere così; è certamente
così. Arrotondo quella fronte con uno sforzo di fantasia, metto un po'
di fosforo in quegli occhi, dò una toccatina a quel naso, alleggerisco
quel collo; ed ecco l'Anna d'Austria della mia adolescenza, l'Anna
d'Austria amata da Giorgio Villiers, duca di Buckingam, che fece tante
sublimi sciocchezze per lei e a cui la vita fu interrotta da un colpo
di pugnale, forse perchè non avesse a farne delle altre.
Anna d'Austria amò Giorgio Villiers? Quanto e fin dove? L'hanno voluto
sapere un po' tutti; ma Chamfort chiude la bocca a tutti, con una
sentenza che vale tant'oro: «Intorno a questo negozio (egli scrive) la
metà di ciò che si dice non è vero, e la metà di ciò che è vero non si
sa.» Certo, la passioncella ci fu; non se ne fece mistero; divenne
quasi uno scherzo familiare il rammentarla. Quando il cardinale di
Richelieu presentò il suo segretario, Giulio Mazzarino, alla bella e
vigilata regina, le disse sorridendo: «Voi lo amerete, signora; egli
somiglia un pochino a Buckingam.»
Sedici anni dopo la morte di Giorgio, e spariti anche dalla faccia
della terra i due uomini che più fieramente l'avessero odiato, Anna
d'Austria, allora ritirata a Rueil, incontrò in un viale il Voiture,
suo poeta favorito. Costui veniva innanzi cogitabondo, o fingeva.--A
che pensate?--gli domandò la regina.--Pensavo,--rispose il Voiture,
rizzando la testa come un uomo che si sveglia,--pensavo....
Je pensais que la destinée
Après tant d'injustes malheurs
Vous a justement couronnée
De gloire, d'éclat et d'honneurs,
Mais que vous étiez plus heureuse
Lorsque vous étiez autrefois
Je ne veux pas dire amoureuse....
La rime le veut toutefois.
Je pensais (car nous autres poètes
Nous pensons extravagamment)
Ce que, dans l'humeur ou vous êtes,
Vous feriez, si, dans ce moment,
Vous avizies en cette place
Venir le due de Buckingam,
Et lequel serait en disgrace,
De lui, ou du père Vincent.
Il P. Vincenzo era il confessore della regina. Anna d'Austria
(racconta la signora di Motteville) non si offese dei versi; anzi, li
trovò così belli, da volerne una copia, che custodì lungamente nel suo
pensatoio.
Ricordo d'amore in una triste esistenza; raggio di sole in un cielo
tempestoso!