Rassegna alla corsa.--Passeggiate e giardini.--Armi ed armature.--La
casa degl'Invalidi.--Il soldato con la testa di legno.--Un rogo di
trofei.--Napoleone I e la storia.--Dove andiamo?--Al _Père Lachaise_.
L'Istituto, l'Accademia, l'Osservatorio, l'Università, la Sorbona, gli
Archivii, la Scuola paleografica; ecco un bel numero di cose che
vorrebbero essere attentamente studiate. Queste ed altre, che per
amore di brevità non accenno neanche, son glorie vere e durevoli della
Francia; parecchie di queste non hanno riscontro presso le altre
nazioni: tutte concorrono a darlo il primato in quella che si potrebbe
chiamare la distribuzione del pensiero moderno, agevolata dall'uso di
una lingua che tutte le persone un po' colte, o parlano, o
cincischiano, o almeno intendono, nelle cinque parti del mondo. Ed è
naturale che sia così, poichè la lingua dei gallo-franchi, impastata
di tanta romanità, favorita da tanti secoli di fortuna politica, è
come l'anello di congiunzione tra le lingue nordiche e le meridionali
d'Europa. Ma, tornando alle cose di cui sopra, io sono pur costretto a
passarmene, perchè queste lettere non eccedano la misura della
discrezione. Immaginando che siate stanchi di palazzi e di musei,
lascio da banda il Lussemburgo, un Pitti parigino, col suo giardino
maraviglioso, che fu tracciato pensando a quello di Boboli. Non vi
trattengo neppure coi pochi avanzi romani di Parigi, nè coi molti
medievali, tra cui l'elegantissima torre di San Giacomo e la severa
cattedrale di Nostra Donna, che mi condurrebbero Dio sa dove,
fors'anco a parlarvi dell'arte gotica; un'arte che io, mezzo pagano,
ammiro grandemente, ma senza capirla poi troppo.
Ci sarebbe da descrivere i giardini, i parchi, le passeggiate
campestri, per cui Parigi è famosa. Infatti, le delizie di questo
genere non si restringono tutte nel bosco di Boulogne e nei Campi
Elisi. Per esempio, una lettera la vorrebbero per sè quelle amenissime
_Buttes Chaumont_, gruppetto di colline, tra cui, da un avvallamento
di verdura, si rizza una balza acuta, sormontata da una specie di
Tempio della Sibilla, come nelle vicinanze di Tivoli. Ma la lettera
non sarebbe che un esercizio di stile, da farsi ammirare, o accoppare,
secondo i casi, e nell'uno o nell'altro, da non farsi capire. Io, già
lo indovinate, non riuscirei che a farmi accoppare; _ergo_, acqua in
bocca. E taccio, per la stessa ragione, del _Jardin d'acclimatation_,
vastissimo ritrovo, di piante esotiche e d'animali domestici delle
varietà più rare; taccio del _Jardin des Plantes_, ancora assai ricco
per la sua flora, ma non più tanto per la fauna, ond'era in altri
tempi così celebre. I leoni, le tigri, le pantere, i leopardi, ed
altri nobili rappresentanti della famiglia felina, debbono aver
lasciate le polpe nell'assedio del 1870. Per contro, è rimasta
incolume la bellissima collezione di rettili, tra cui molti
coccodrilli, boa, serpenti a sonagli, pitoni, naje, aspidi di
Cleopatra, vipere, ceraste, e via discorrendo; nè occorre il dirne la
ragione ai lettori.
Sarebbe piuttosto il caso di una lunga fermata all'_Hôtel des
Invalides_, monumento ed istituzione ugualmente ammirabili, e per sè
stessi, e pel museo d'armi e d'armature, che v'è annesso, dalle
accette di selce fino alla mitragliatrice, dagli arnesi del guerriero
gallo fino ai calzoni corti del soldato di Sambre-et-Meuse, con una
giunta ricchissima di tutte le foggie antiche e moderne dei
combattenti d'ogni parte del mondo. Ma anche questa sarebbe
archeologia, e voi vorrete ormai tornare allo studio del vivo, magari
anche uscir fuori da questo commercio epistolare. Prendiamo una via di
mezzo; vi parlerò degli Invalidi, che abitano ancora là dentro,
aspettando l'appello dell'ultima sera e i tre rulli del silenzio
finale. Son gente malinconica e poco socievole, quantunque vivano
insieme. Già, a quell'età, e venendo da corpi diversi, non è più il
caso di stringer vincoli di famiglia posticcia. Mangiano e dormono
sotto il medesimo tetto, ma si sparpagliano volentieri per le vie
circostanti; quali a piedi, e sorreggendosi sulle grucce, quali in una
carrozzella, di cui muovono i congegni da sè. I pochi che restano a
soleggiarsi nel cortile, presso la batteria trionfale, composta di
cannoni d'ogni forma e d'ogni provenienza, parlano poco e mal
volentieri tra loro.
Io ne ho trovato uno molto cortese; ma la stessa sua cortesia mi è
stata cagione d'un disinganno. Vedendogli qualche medaglia sul petto,
gli avevo domandato quali campagne avesse fatto.--_Des campagnes? Je
n'en ai pas;_--mi rispose--_J'étais aux cuirassiers; je n'ai donné que
dans les émeutes._--
Un soldato decrepito scaldava al sole il suo magro corpicciuolo e
parecchie medaglie, tra le quali spiccava la stella della Legion
d'onore. Chiesi al mio cicerone se quello fosse un soldato del primo
Napoleone.--Sì,--mi rispose,--delle ultime campagne del grande
Impero.--E quella decorazione?--Sì, è decorato; gli hanno reso
giustizia.--Per qual fatto d'armi?--Per nessuno; l'ha avuta tre mesi
fa;--mi rispose il cicerone corazziere. Capii così in digrosso, che,
dopo un certo numero d'anni d'invalidato, si acquista il diritto alla
stella. È una decorazione d'anzianità; quando uno l'ottiene, si può
dire benissimo che gli hanno reso giustizia.
Gl'invalidi furono raccolti per la prima volta in questo ospizio da
Luigi XIV. Anticamente, anzi fino dai tempi di Carlomagno, e in forza
d'un suo decreto, erano posti a carico dei monasteri e delle abbazie,
sotto il nome di _oblati_; cosa che non doveva piacer molto ai priori
d'allora, nè dovrebbe piacere agli abati d'oggidì, comunque
_laudatores temporis acti_. Luigi XIII fu il primo ad istituire una
comunità _ad hoc_, sotto il nome di _Commanderie de Saint Louis_, ove
gli storpi e i mutilati dell'esercito fossero alloggiati e nutriti. Il
figlio compì l'opera del padre, allargandola alle proporzioni d'un
grande ospizio, capace di duemila ricoverati.
Un po' di buona vita aveva fatto dei primi Invalidi la gente più
allegra e burlona del mondo. Nacque allora la leggenda dell'invalido
con la testa di legno, che i visitatori più semplici dell'ospizio
andavano cercando di piano in piano, di camera in camera, senza
trovarlo mai, quantunque ognuno degli invalidi, a cui si rivolgevano
per informazioni, giurasse di averlo lasciato poc'anzi, in questo
luogo, o in quell'altro, aggiungendo qualche volta che doveva essere
andato dal barbiere, ma che non poteva star molto a ritornare. Per
fortuna dei Calandrini, uscì fuori una _Guide de l'Étranger_ _à
Paris_, che, accennando a questo invalido con la testa di legno,
soggiunse pietosamente: «_qui jamais n'a existé_.»
Ora, ve l'ho detto, gl'Invalidi sono diventati malinconici. Inoltre,
vanno diminuendo; le pensioni, fatte più grasse, danno agio ad
ufficiali e sott'ufficiali di andarsene a vivere in provincia, presso
gli avanzi delle loro famiglie; meno bene, forse, ma con la loro bella
indipendenza. Tuttavia, l'ospizio rimane una bella istituzione e un
monumento degno di essere visitato. La chiesa è piena di bandiere
prese al nemico, ma tutte posteriori al 1815. I vecchi trofei di
quattro secoli, in numero di millecinquecento, furono coraggiosamente,
ma non lietamente, bruciati in mezzo al cortile, quando Napoleone I fu
domato dalla fortuna e gli eserciti alleati stavano per entrare in
Parigi. Tra que' trofei erano le insegne e la spada di Federico II.
Alle spalle della chiesa degli Invalidi, e congiunta con essa, è
quell'altra in cui sono sepolte le ceneri di Napoleone. Egli è là, il
grand'uomo, nel suo masso di granito rosso finlandese, sorretto da un
basamento di marmo verde; egli è là, chiuso nelle sue cinque casse, di
latta, di magògano, di piombo, d'ebano e di quercia, l'eroe che ha
sbalordita l'Europa con le sue vittorie e con la sua immane caduta;
amato e venerato ancora, con tutto il male, odiato e maledetto ancora,
con tutto il bene che ha fatto, e, dopo tutto, non giudicato più
severamente da nessuno, che non lo fosse da sè medesimo in un momento
di epico malumore.
La cosa è narrata da Lord Holland, nelle sue preziose memorie.
Napoleone non amava il Rousseau, e al conte di Girardin, che gli
lodava il filosofo ginevrino come un uomo di rette intenzioni,
rispose:--«no, egli era un uomo cattivo; se non fosse stato per lui,
la Francia non avrebbe avuta la rivoluzione». E siccome il Girardin
non potè trattenere un sorriso,--«volete dire, soggiunse Napoleone,
che, senza la rivoluzione, la Francia non avrebbe avuto neanche me? È
possibile; ma essa, dopo tutto, non ne sarebbe stata che meglio.»--
Siamo giusti, anche con quest'uomo che si condanna da sè; la Francia
non ne sarebbe stata peggio, di certo. Ma la rivoluzione, anche a non
volerci vedere tutte le fiere bellezze che innamorarono un mondo
d'inconsapevoli copisti, era un fatto necessario nell'ordine delle
cose. Si può disputare del più e del meno, abbominare le esorbitanze,
credere perfino che i «diritti dell'uomo» fossero già vivi ed operanti
nelle coscienze, prima d'essere incisi nelle tavole della legge; ma
bisogna riconoscere che quello scoppio d'ira fu un effetto logico di
cause non dimenticabili, come tanti altri fatti grandi e piccini,
utili e dannosi, sovrabbondanti nel bene e soverchianti nel male. I
fatti hanno le loro ragioni efficienti, che li concatenano, e le
tradizioni d'un popolo, che li sviano qualche volta, ne signoreggiano
il corso; questa doppia azione, diretta e riflessa, costituisce la
storia. E Napoleone, figlio e ministro della fortuna, sorto dalle
rovine di una grande vendetta che aveva oltrepassato l'intento,
artefice d'una nuova tirannide per naturale ambizione, ma altresì d'un
nuovo ordine di cose, che altri, in condizioni normali, non avrebbe
potuto instaurare, doveva essere un flagello e una benedizione pel
mondo. Incantesimi rotti, ostacoli vinti, abissi colmati, ecco l'opera
di un uomo. E quando si pensa che fu un uomo per davvero, non un
fantoccio in balìa dei partiti o del caso, si può guardare con
rispetto quel masso di granito e pensare che esso è ancora meno saldo,
ancora meno durevole, della gloria immensa a cui si accompagna.
Giovenale ha chiesto una volta: «_quot libras in duce summo?_» Ma
questo signor Giovenale non è tutto oro di coppella. Le grandi larve
siedono ancora sui pugni d'ossa e di polvere, che furono le loro
spoglie mortali. Si pensa, davanti a quelle reliquie, e lo spirito si
eleva. Tutto ciò che eleva lo spirito aiuta il progresso dell'umanità
e ne ingentilisce il costume, rendendo a mano a mano più agevole il
gran punto, che pure è tanto difficile ancora, della convivenza
sociale. Convivenza! esclama il pessimista; per che fare? In verità,
io non ne so nulla, e non credo che gli altri ne sappiano di più. La
stessa domanda si potrebbe fare pel nostro sistema planetario, che è
pure così ben conosciuto in tutta la sua distribuzione meccanica.
Dicono gli astronomi che andiamo di questo passo verso il _lambda_
della costellazione d'Ercole; ma non è anche accertato, pur troppo,
che ci fermeremo laggiù.
Per intanto, questi frettolosi viventi di Parigi vanno al _Père
Lachaise_, e non tutti hanno la fortuna di allogarsi in un masso di
granito. Ci sono stato anch'io, ma non già per restarci, come vedete.
Il luogo mi piace poco. È una collina, c'è alberi e sole; ma i cippi
sono troppo ammucchiati, serrati in fila, sui margini di certe strade
selciate, come quelle che danno già tanta molestia ai viventi. I
monumenti solitarii son pochi; abbondano i tabernacoli, e vi ricordano
quelli dei crocicchi campestri.
Trovai molta gente che si affollava ad una di quelle nicchie, per
scrivere il nome in un libro, come si fa nelle anticamere dei
grand'uomini ammalati. Curiosa maniera di rendere omaggio al Thiers,
che è sepolto là dentro; ma, dopo tutto, è una maniera che vale quanto
un'altra. Lì presso è il monumento di Raspail, coperto affatto, come
sepolto, sotto un monte di corone. Per contro, il povero Gall,
l'inventore della frenologia, è lì, a due passi dal Raspail, senza il
tributo d'un fiore; non avrebbe neanche l'occhiata del viandante, se
non fosse pel suo sistema delle protuberanze del cranio, rappresentato
a contorni, che si vedono incisi su tre facce del cippo.
Un bel monumento, sormontato da una statua di bronzo, ricorda Casimiro
Périer; una tribuna oratoria, in marmo, onora la memoria di Garnier
Pagés. Béranger ha voluto onorare l'amicizia, facendosi seppellire
nella tomba del suo diletto Manuel, il grande oratore, morto tanti e
tanti anni prima di lui. Grandi ricordi non cercati s'incontrano ad
ogni piè sospinto. Io ho cercato Rossini e Bellini, di cui resta il
cenotafio, poichè le ceneri sono tornate alla patria, e Alfredo de
Musset, il cui salice disseccato non dà più ombra alla terra ove dorme
il poeta.
Salendo per una viottola a destra, mi sono imbattuto in un monumento
gotico, che non avevo cercato, ma che sarei oggi dolentissimo di non
aver visto. Colà, sotto un padiglione sorretto da svelte colonne, come
in un letto antico, stanno composti nel sonno eterno, l'uno a fianco
dell'altro, due celebri amanti, Abelardo ed Eloisa. Chi rammenta la
badia del Paracleto? Chi rammenta il _concettualismo_ e le dispute con
Bernardo di Chiaravalle? Una mezza dozzina di eruditi. Ma i due amanti
sono rimasti nella memoria di tutti; un grande amore, sopravvissuto
alla tomba,
Vince di mille secoli il silenzio.