XIII.

_Sequitur lamentatio._--Usanze barocche.--Il tempio dell'arte

drammatica.--_La entième de Hernani._--Onorate l'altissimo poeta.--Il

bello e il deforme.--I miei classici.

Rimango nei teatri, se non vi spiace, perchè ci ho dell'altro da

dirne.

Quella forzata intromissione del rivenditore di biglietti d'ingresso

deve sicuramente far comodo a qualcheduno; poniamo agli stessi

impresarii teatrali, i quali s'ostinano a tener chiusi fino

all'ultim'ora i _bureaux de location_; ma essa non fa comodo

certamente al forastiero, che se ne lagna, nè al parigino, che la

tollera. E questa non è la sola tra le noie a cui va incontro chi si

reca a teatro. Ugualmente molesta, se non forse di più, è

l'istituzione sociale delle _ouvreuses de loges_; veri sciami d'arpie

che infestano tutti i teatri di Parigi. Se non si trattasse che della

mancia per un ombrello, una spolverina e uno scialle, di cui

l'_ouvreuse_ ha voluto ad ogni costo liberar voi e la vostra signora,

meno male; e tanto meno male in una loggia che non somiglia punto alle

nostre d'Italia, in una loggia dove siete in sei, ed anche più, non

avendo di vostro che la sedia occupata da voi. Ma il guaio grosso è

nel modo in cui dovete entrare e rimanere, acciuga infelicissima,

nell'anfiteatro.... del teatro.

Si chiama impropriamente anfiteatro una certa escrescenza che fanno i

teatri di qui, all'altezza della prima fila dei palchi; specie di

mezza luna che si avanza, come una platea sulla platea, ma senza

coprirla tutta; che è larga e piena nel mezzo, e si assottiglia a mano

a mano sui lati, fino a non dar luogo che per un posto solo. È fatta a

scaglioni co' suoi sedili e i suoi cunei, fra mezzo ai quali salgono

le gradinate di passaggio, come nei teatri e negli anfiteatri romani;

donde il nome che ho detto. Ora, badate a me. I sedili, in questa

mezza luna, come nelle altre spartizioni del teatro, son tutti

numerati; ma i posti numerati non si sono venduti al _bureau de

location_, bensì negli uffici di rivendita, e a prezzi naturalmente

esagerati. Il posto che avete preso, con molto sforzo, al _bureau de_

_location_, vi dà diritto anch'esso di entrare nell'anfiteatro, ma

dipende dalla bontà dell'_ouvreuse_ e dall'argomento _ad hominem_,

cioè, no, _ad foeminam_, che le avrete fatto luccicare sott'occhio, di

ottenere il meno peggio dei posti, inventati lì per lì, la mercè di

certe assicelle di legno, collocate di gradino in gradino, tra cuneo e

cuneo, o, per parlare il linguaggio del tempo, tra settore e settore.

L'_ouvreuse_, angelo di misericordia, può darvi anche un cuscino, da

mettere sull'assicella di legno; ma quel cuscino vi bisogna pagarlo,

come avete pagato il servizio di non essere spinto su, coi meno

fortunati, nel punto più alto e più lontano della gradinata di

passaggio.

Quanto alla gente dei posti numerati, entrata che sia a fare il suo

mestiere di acciuga, ha più poca speranza di muoversi. Perchè uno

possa uscire, a prendere una boccata d'aria, bisogna che dieci o venti

persone, sedute nella gradinata di passaggio più vicina, si alzino

l'una dopo l'altra, tolgano il cuscino, sollevino la ribalta, e ad una

ad una gli concedano il passo. Immaginate la noia che date, e i

moccoli che ognuno attacca, nel santuario della propria coscienza,

tutti per voi, e non già per pregarvi del bene. Conchiudo dicendo che

questa dell'anfiteatro è un'usanza barocca; quella dell'_ouvreuse_,

che vi presiede e ne approfitta, una invenzione diabolica; e l'una e

l'altra non hanno poco contribuito a guastarmi coi teatri francesi.

Ho detto teatri francesi, al plurale, in forma collettiva. Parlando al

singolare, abbiamo il Teatro Francese, così detto per antonomasia, che

vuol essere eccettuato. La verità avanti ogni cosa, e il Teatro

Francese avanti ogni teatro di commedia, di dramma, o di tragedia, che

sia di presente in Europa, anzi nel mondo civile. Anch'esso ha la

mezza luna e le _ouvreuses_, forse per dimostrarvi che non c'è niente

di perfetto nel mondo sullodato; ma questa imperfezione è largamente

compensata dalla abolizione della musica, o, per dire più esattamente,

di quel concertino di trombe, violini, violoncelli _et similia_, che

tien luogo d'orchestra in tanti teatri moderni. «_Le plus cher de tous

les bruits_», come lo ha definito in un momento di cattivo umore il

Gautier, non vi lacera gli orecchi, sotto pretesto di riempir

l'intermezzo; il manico del contrabbasso non si rizza indiscretamente

fra voi e gli attori, non si curva curiosamente ad origliare, come un

servitore della commedia antica, le conversazioni amorose de' suoi

giovani padroni.

Tacerò dello scelto uditorio che assiste alla rappresentazione del

Teatro Francese. È un po' cosmopolita, il pubblico di questi ultimi

mesi; ed io per conseguenza ho dovuto vederlo tale, alcune sere fa

alla centesima rappresentazione dell'_Hernani_. Per altro, anche

questo pubblico cosmopolita, più curioso che intelligente, più

stupefatto che buongustaio, sentiva anche lui la maestà dell'ambiente.

Questo è il maggior tempio dell'arte drammatica; messe piane non se ne

dicono; tutte messe cantate. Molière, Racine, Corneille, sono i

canonici più autorevoli del capitolo; seguono pochi altri, ultimi

venuti, tra i quali l'Augier; Victor Hugo c'è entrato giovane, di

straforo; ma oggi, grazie all'ingegno suo e al consenso del popolo, ha

dignità di arcivescovo.

Descrivervi questa _centième_ del dramma di Vittor Hugo, non si può;

nè io son uomo da tentar l'impossibile. Vi schicchero alla buona le

mie sensazioni, e non tutte, perchè in verità non mi ci raccapezzo;

tante furono, e così vive. Anch'io ho dovuto applaudire _à tout

rompre_, incominciando dai guanti; applaudire ripetutamente,

furiosamente, come se fossi un _romain_, uno _chevalier du lustre_, un

_clacqueur_ (tre sinonimi, per dire un applauditore salariato), oppure

un romantico della vecchia scuola, un discepolo del Maestro, un

Ugolatra, insomma. Sapete che cosa sia, o meglio, che cosa fosse,

trent'anni fa, un Ugolatra, e che cosa l'Ugolatria. Vittor Hugo,

autore a ventisette anni della famosa prefazione del _Cromwell_, era

detto per eccellenza il Maestro, i fedeli alle sue dottrine, si

chiamavano i discepoli, gli apostoli; perfino il modesto luogo in cui

si riunivano a spezzare il pane della nuova vita e a sbocconcellare la

costoletta dell'amicizia, si chiamava, con nome evangelico, il

Cenacolo. Luigi Reybaud, in que' tempi, canzonò gentilmente la nuova

religione letteraria nei primi capitoli del suo _Jerôme Paturot à la

recherche d'une position sociale_. E certo l'esagerazione ci fu, non

indegna di riso; ma non tutta per colpa dei discepoli di Vittor Hugo;

molta invece nel pubblico di certi pretesi classici, ai quali

dispiacevano maledettamente gli _enjambements_ del verso nuovo, e che

andavano su tutte le furie perchè Donna Sol gridava, in un momento di

febbre amorosa, ad Ernani:

Vous êtes mon lion superbe et généreux,

o perchè Don Cesare di Bazan, nel quarto atto del _Ruy Blas_, diceva

d'una vecchia governante:

affreuse compagnonne

Dont la barbe fleurit et dont le nez trognonne.

Ma quale distanza da quei tempi al nostro! Ora quegli sdegni

pudicamente accademici non si capiscono più; le celie non hanno più

eco; i dardi della critica si sono spuntati; una cosa sola rimane,

l'ammirazione del pubblico pel teatro di Vittor Hugo. Stupendo teatro!

E come lo si rivedrebbe tutto volentieri, rappresentato da questi

valenti artisti della Commedia francese! _Cromwel_, _Marion Delorme_,

_Hernani_, _Angelo_, _Marie Tudor_, _Lucrèce Borgia_, _Le roi

s'amuse_, _Ruy Blas_, _Les Burgraves_, creazioni immortali! E dire che

qualche critico, oggi ancora, fa colpa a Vittor Hugo di aver voluto

essere uno Shakespeare! L'ambizione, dopo tutto, era nobile. Ma uno

Shakespeare riveduto e corretto; che orrore! Fermiamoci qui e mettiamo

in chiaro la faccenda. Non consta da nessun documento che Vittor Hugo

abbia mai detto o pensato una cosa simile. È da credersi solamente che

chiunque, oggi, foss'anche un altro Shakespeare, si mettesse a

scrivere pel teatro, non potrebbe più, nè vorrebbe, dar libero corso a

quei getti d'eufimismo che guastano la semplicità del discorso, a

quelle trivialità che frammezzano i luoghi sublimi, a quelle

sregolatezze d'immaginazione e a quelle licenze di storia e di

geografia, che sono come a dire la scoria del prezioso metallo, in cui

Shakespeare ha gittate le sue creazioni. E neanche si lascerebbe

ingannare da una certa lode che si vuol dare oggi al tragico inglese,

di aver badato sopratutto a concentrare la luce del suo genio e

l'attenzione dello spettatore su d'un solo personaggio, curandosi meno

degli altri e niente affatto degli accessorii; perchè nessuna

affermazione, a proposito dello Shakespeare, è più arbitraria di

questa, che lo vorrebbe far passare per un esageratore degli antichi,

anzi che pel caposcuola dei moderni. Quel concentrarsi dell'azione in

un solo carattere non è punto provato, non ha quasi esempio nel teatro

dello Shakespeare; il riscontro di due caratteri, o l'antitesi di due

passioni, ecco invece la sua novità. La gelosia d'Otello ha il suo

contrapposto e il suo risalto nell'amore di Desdemona; l'ambizione di

Macbeth deriva i suoi terribili ardimenti da quella di sua moglie;

l'amore e la fatalità si contrastano epicamente il campo nel dramma di

Romeo e Giulietta; l'amore e il dovere, nella fosca leggenda di

Amleto, e così via. O contrasto, o dualità; non si esce di qui, nel

teatro dell'inglese. Che cosa ha fatto il francese? Ha allargato il

quadro; ha fatto girare più aria, ha dato contorni più ricisi a tutti

i suoi personaggi. Figure in luce e figure in ombra, di tutto si è

curato con uguale amore, e non meno degli accessorii. Concorrono tutte

le parti all'azione? Contribuiscono all'effetto? Aiutano a svolgere la

filosofia del dramma? Sì, come è dimostrato ampiamente e luminosamente

dall'esito. L'accusa di avere stemperata la forte unità dell'azione

shakesperiana, non regge. Il francese, come l'inglese, ha veduto e

sentito il dramma nel contrasto. Se egli non esce dal paragone così

grande come lo Shakespeare (che ha il merito di essere venuto il

primo) ne esce come Vittor Hugo; ed è già qualche cosa. Diamo tempo al

tempo; e vedremo il resto, o per dir meglio, vedrà chi sarà vivo.

Parrà strana in me questa abbondanza di lode per uno dei cosidetti

novatori. Ma io, se Dio vuole, non sono un fossile. D'altra parte, la

tanto decantata insurrezione di Vittor Hugo contro l'estetica antica,

è vera come l'altra accusa che dicevo poc'anzi. Il suo teatro è

proporzione, misura, euritmia; l'apoteosi del deforme, che altri vuol

vedere in alcune accidentalità dei suoi drammi, io non l'ho trovata

che nelle prefazioni, in cui qualche volta si compiace ad ingrossare

la voce, per metter paura ai Filistei: ad ogni modo, Rigoletto e

Quasimodo non sono niente più sciancati e contraffatti di Vulcano e di

Tersite, due dissonanze armoniche del gran poema di Omero. E poi, dato

e non concesso che il brutto, artisticamente reso, sia il brutto della

natura, e che il contrapposto non sia esso medesimo, in giusta misura,

una necessità dell'arte, chi vorrà lagnarsi di certi ritorni alla

verità, anche quando è volgare? Amico dell'arte antica, io trovo che

sono perfettamente compatibili con essa e che anzi le hanno dato

qualche volta un risalto maggiore. I grandi d'ogni tempo si son presi

le loro libertà; solo gl'imitatori non le intendono, e direi quasi che

fanno bene a lasciarle da banda, perchè certe cose non devono essere

permesse ai mediocri. I sommi poeti non hanno paura di attingere alle

vecchie sorgenti. Dante può esser lui, cioè l'uomo del mondo moderno,

chiedendo alle Muse antiche una nuova forma di poesia; classico

nell'ordinatezza della sua mente, può scendere al Tartaro con

Virgilio, salire in cielo con Esiodo ed Omero. Molte volte le

differenze di scuola non sono che alla superfìcie. E perciò io,

lasciando stare la quistione se Vittor Hugo abbia violato o no le

regole di Laharpe e di tutti i mediocri legislatori del Parnaso, mi

consolo di vedere in lui un classico della grande maniera, che è

l'unica buona. Quella cura dell'accessorio, che indica l'amante della

finitezza, quel parallelismo di caratteri, che denota il cultore

dell'euritmia, quella elevatezza di sentimento, che mostra il fautore

della bellezza morale, quell'onda di poesia che si svolge, varia e

sonora, da tutte quelle scene ammirabili, ed accenna il poeta sublime,

mi dànno l'opera compiuta in ogni sua parte, come sapevano pensarla,

condurla e finirla, i maestri della mia scuola, i santi del mio

calendario.

Con buona pace delle coscienze timorate (perchè ce ne sono ancora, tra

i classici di seconda mano) e non importa se con grave scandalo di

certa gente chiassona, a cui sembra di aver inventato la polvere,

perchè ha trovato una nuova insegna di bottega, io dò a Vittor Hugo il

posto suo; lo metto tra i classici.

Lutezia · 第 27 / 36 题