Le grandi cose e le piccole.--Teatri e concerti.--_Incipit
lamentatio._--Il più costoso tra tutti i rumori.--Caffè
cantaiuoli.--_Il faut que jeunesse se passe._--I sette castelli del
diavolo.--Cavalli e pantomimi.--L'amore al lavoro.
Abbiamo veduto il palazzo del campo di Marte con tutte le sue
_dépendances_, e abbiamo veduto il palazzo del Louvre; l'esposizione
del presente e l'esposizione del passato, la transitoria e la
permanente; a farla breve, le due grandi cose di Parigi.
Ma Parigi non vive solamente di grandi cose; vive molto e sopratutto
di piccole. Chi non ha lette _Les petites industries_ di Edmondo
Texier, uno studio pubblicato sulla famosa Guida di Parigi del 1867,
dove l'arguto scrittore del _Siècle_ racconta come, vadano a finire i
trecentomila mozziconi di sigaro buttati quotidianamente per via, come
si faccia il pan grattato per le trattorie di quart'ordine, come si
fabbrichino le creste di pollo e le ossa di prosciutto, e via
discorrendo, non sa quanto ingegno ci voglia per cavare il nuovo dal
vecchio, nè quanta fortuna arrida a questi sforzi di una civiltà
sopraffina. Qui niente d'inutile, niente di perduto o di buttato via;
dei rilievi d'un pranzo della _Maison dorée_ si fa un _arlequin_ dei
Mercati; cogli avanzi dell'_Acadèmie nationale de musique_ (che così
pomposamente si chiama il teatro dell'Opera) si possono fare le
musichette dei _cafés chantants_. Qualcheduno pretende che ci sia uno
scambio, come un movimento di flusso e riflusso; ma io non ardisco
andare tant'oltre.
All'Opera si spende troppo e non è dato a tutti di entrarci. Il
_bureau de location_ si apre un'ora prima dello spettacolo; bisogna
far coda all'ingresso, per sentirsi a dire, un'ora dopo, che primi,
secondi e terzi posti, tutto è andato a ruba da cinque giorni, e
magari da quindici. Volete un biglietto d'anfiteatro, d'orchestra, o
di loggia, per la medesima sera? Lo troverete sicuramente, ma ad uno
di quegli uffici di rivendita, che sono frequentissimi nelle vicinanze
dei teatri, e specialmente sui _boulevards_, pagando, secondo le
circostanze, quaranta o sessanta lire quello che è segnato per
quindici sui prezzi correnti del _bureau de location_, il quale non ha
mai nulla per voi.
Tra parentesi, che cosa ne avviene? Quello che è avvenuto due
settimane fa, appunto alla grande _Académie nationale de musique_. Un
tenore si ammala, poche ore prima dello spettacolo. Come supplirlo, da
un momento all'altro, e senza la possibilità di una prova d'orchestra?
Cambiar lo spartito! Magari; ma, per far ciò, mancano le decorazioni,
il vestiario, le scene. In quella gran mole, così bella, quantunque
farragginosa, dell'architetto Garnier, non c'è posto per un magazzino,
per una attrezzeria proporzionata al bisogno. Ci vuole almeno un
giorno per introdurre e mettere a posto tutto ciò che occorre allo
scenico allestimento del _Profeta_ o del _Faust_. Dunque? Bisogna
rimandare la gente che sta per entrare in teatro e restituirle i
danari: cioè, intendiamoci, promettere di restituirli la mattina
vegnente, con comodo, e mediante il sistema della coda al _bureau de
location_.
L'impresario non sa darsene pace. È una brutta cosa dover restituire
22,000 lire, chè tante ne erano entrate in cassa quel giorno. Ma il
caso dello spettatore è anche più brutto. Il biglietto d'ingresso,
secondo la tarifia del teatro, val quindici lire? Gli restituiscono
puntualmente le sue quindici lire. Ma quel biglietto egli lo aveva
pagato sessanta in un _bureau_ di fuori via, che naturalmente non
restituisce nulla, perchè non era lui il mallevadore della
rappresentazione. E così avviene che il sullodato spettatore abbia
pagato quarantacinque lire per non veder nulla, e per sentire
altrettanto. In verità, è troppo caro.
Del resto non vi lagnate; se siete buongustai, non avete perduto altro
che l'occasione d'un disinganno. L'esecuzione musicale è meschina; le
decorazioni son tutto. Questi famosi spettacoli (e qui non parlo
solamente per l'_Académie nationale de musique_) si reggono per la
moltitudine degli spettatori, che si dànno la muta ogni sera; il buon
esito è assicurato da una _claque_ intelligente: la riputazione è
formata da una critica, anche più intelligente della _claque_.
Per queste ragioni, ed anche un pochino per questi pericoli,
rinunzieremo a certe musiche grandiose e andremo a sentire la
musichetta dei caffè cantaiuoli. Sono veri teatri, questi caffè,
somiglianti a certe arene d'Italia; platea all'aperto, qualche volta
protetta da un velario; quattro alberi intorno, ma non sempre; il
palcoscenico in fondo, elegantissimo, con grandi specchiere,
lampadari, fiammelle di gasse; queste poi a centinaia, a migliaia,
sotto tutte le forme conosciute dal cavaliere Ottino, ed altre ancora,
dentro e fuori del recinto, imprigionate in bellissimi globi di
cristallo. Bisogna trovarsi sull'imbrunire ai Campi Elisi, in questa
amenissima passeggiata che dalla piazza della Concordia mette all'Arco
della Stella e al Bosco di Boulogne; le fiammelle di tutti quei caffè,
vedute attraverso le piante, riescono d'un effetto magico, fantastico,
e.... trovate voi gli altri epiteti, perchè io ci perdo la scrima. Di
tanto in tanto un concertino di corni da caccia vien fuori ad
avvertirvi che quelle fiammelle dei Campi Elisi non sono le anime dei
giusti, e che potete entrare liberamente anche voi. Entrate di fatti,
o all'_Alcazar_, o agli _Ambassadeurs_, o all'_Horloge_; ai primi
posti sborserete tre lire, ai secondi la metà, sotto forma di
pagamento per un gotto di birra, o per un _mazagran_ (caffè in
bicchiere) che avrete domandato al tavoleggiante e che egli vi avrà
posto su d'un listello orizzontale di latta, appiccicato alla
spalliera d'una sedia, che sarà in linea perpendicolare davanti alla
vostra. Inutile il dirvi che per una seconda portata si paga da capo,
ma non più così caro.
Frattanto, sul palcoscenico le cantilene si succedono e si
rassomigliano. La più parte sono sciocchezze, senz'altro sugo che
quello di un doppio senso fatto abilmente capire, o dalla bellezza, o
dalla grazia, di chi canta e gesticola; bene inteso, se chi canta e
gesticola appartiene al «devoto femmineo sesso.» Le voci, per solito,
si fanno desiderare; gli abbigliamenti sono elegantissimi e spesso
anche limitatissimi. Intorno alla cantante, o al cantante, sedute su
certi canapè, come in un salotto e durante un concerto di società, si
vedono spesso dieci dodici tra baronesse e contesse di princisbecco,
le quali non hanno altro ufficio che di muovere il ventaglio, di
guardare a destra e a sinistra _sicut leo rugiens_, e di mostrare i
denti, _quaerens quem devoret_. Di queste dame non è piccol numero
neanche in platea. Guai a voi, se siete Mozambicco, cioè a dire non
avvezzo a queste magnificenze; la testa vi gira, e, nell'uscire dal
tempio, non vedete più i meandri della sacra selva, donde vi bisogna
uscire, per tornarvene a casa. Fortunatamente, non è lontana la piazza
della Concordia, coi suoi mille lampioni accesi, colle sue statue
colossali in giro e col suo obelisco nel mezzo. Arrivate là, guidato
da quella gran luce; vi parrà d'essere in Alessandria d'Egitto.
L'obelisco di Cleopatra vi guarda; se non siete Marc'Antonio, ci
scatta poco.
Ho citato tre caffè cantaiuoli, ai Campi Elisi. Poco distante è il
Mabille, un giardino dove si balla, cioè, correggo la frase, dove si
vede ballare. Il luogo ha più fama che non meriti; i forastieri ci
vanno in folla e ne ritornano disillusi, qualche volta stomacati.
Bullier, una variante, o riscontro di Mabille, è sull'altra riva della
Senna; gli studenti ci abbondano. _Il faut que jeunesse se passe._ Non
dico di no; purchè passi all'esame!
Un teatro, o caffè, o giardino, più curioso di tutti è parso a me
quello delle _Folies Bergères_, poco discosto dal _boulevard_
Montmartre. C'è un teatro chiuso, con gallerie, platea ed orchestra;
c'è un giardino, colla sua brava fontana zampillante nel mezzo, ma
tutto coperto da cristalli e anch'esso con gallerie che corrono torno
torno; un medesimo vestibolo vi conduce al bivio, anzi al trivio del
giardino, della platea, delle scale, che mettono su, alle gallerie
dell'uno e alle logge dell'altra. Da per tutto i deschetti di zinco;
da per tutto i tavoleggianti, pronti a servirvi; in alcuni punti di
passaggio i banchi, a cui siedono le rappresentanti dell'autorità
padronale; tra queste una giovine donna, con veste scollata, i baffi e
le fedine lunghe un palmo, che sta a sentire, col suo sigaro ai denti,
le giaculatorie dei _gommeux_, in adorazione davanti a lei. Lungo gli
anditi e le gallerie è una processione continua di viscontesse e di
duchesse Christophle, sfarzosamente vestite, che vi passano daccanto,
distribuendo occhiate imperatorie. Potete offrir loro un rinfresco; la
galanteria francese non lo impedisce, e Baiardo nei panni vostri
farebbe lo stesso. Se non lo fate, niente di male; son tanto alla
mano, quelle gran dame, che quel rinfresco, alla vostra tavola, sono
capaci di offrirselo da sè.
Qui, lo confesso, fui Mozambicco, rimasi a bocca aperta, cogli occhi
sbarrati, davanti a tanto spreco di luce, di eleganze, ed anche di
povera carne umana. Triste spettacolo, per un moralista dell'antica
maniera! Uno della nuova vi asserirà che il chiudere questi ritrovi
non muterà le condizioni fisiologiche, o patologiche, del «cervello
del mondo.» Io credo che sarebbe già un tanto di guadagnato a togliere
la mostra, e che tante disgraziate coscienze perderebbero l'incentivo.
Un tempo si diceva: _le roi s'amuse_: ora Parigi ha preso il posto e
fa le veci del re; per divertire Parigi e i suoi centomila ospiti di
tutto l'anno, occorre molta gente in scena, qualunque sia lo
spettacolo. L'operaia del giorno è _figurante_ di sera; il figlio di
Parigi, chiusa la bottega, va a fare il _romain_, il _claqueur,
n'importe quoi_, in un teatro qualunque; magari il ballerino a
Mabille. Egli pure si diverte, e si diverte _gratis_, aiutando a
quest'opera di corruzione intensiva, che rende così piacevole agli
uni, così molesto agli altri, il soggiorno di Parigi. Il garzone del
mio parrucchiere, un bravo ragazzo, dopo tutto, che legge due volte
alla settimana il _Journal des abrutis_, e lo capisce, mi ha
confessato di fare ogni sera il _claqueur_ al teatro dello Châtelet,
contribuendo largamente al trionfo dei _Sept Châteaux du Diable_,
rappresentazione fantastica, mimica, coreografica, lirica e
melodrammatica, che abbraccia tutti i generi, e ne rasenta degli
altri.
Questa _féerie_ dello Châtelet meriterebbe una lettera da sola. Siamo
nel prologo all'inferno, dove Belzebù si cruccia di non aver più carne
per la sua pentola. Un diavolo agli sgoccioli, come vedete, e a
Parigi! Che cosa fa lui, per rimediare a questa carestia? Corre in
Bretagna, a perseguitare due contadinotte, le quali hanno fatto voto
di andare in pellegrinaggio ad un santuario dei più reputati; le fa
passare per sette tentazioni, corrispondenti ai sette peccati
capitali, in sette castelli incantati, l'uno più meraviglioso
dell'altro. Ma ohimè, povero diavolo! Le contadine arrivano al
santuario, in barba sua; un po' sbattute, se vogliamo, un po' lacere,
ma finalmente ci arrivano, in compagnia dei loro innamorati, cantando,
ballando, curiosando, attraverso il serraglio di Stambul, le piazze di
Ninive, il regno di Gargantua, ed altri luoghi consimili, che dànno
occasione allo scenografo, al macchinista, al corpo di ballo, di farsi
un onore immortale.
Non meno portentosi di quelli dello Châtelet, sono gli spettacoli
dell'Hippodrôme. Il teatro, tutta in ferro, capace di diecimila e più
spettatori, ha un'arena, che è vasta, a giudicarne così ad occhio e
croce, come quella del Colosseo. Figuratevi che tutti gli artisti,
perfino i _clowns_, quando vengono a fare i loro giuochi, entrano
nell'arena in carrozza a quattro cavalli, cogli staffieri dietro,
tutti incipriati, pronti a saltar giù, per aprir lo sportello ai
gloriosi mattaccini. I giuochi sono stupendi, qualche volta paurosi,
come quello dell'Atlante che si porta su, colla punta dei piedi, il
suo globo di cartone per una spirale alta cinquanta metri, e se lo
riporta giù, collo stesso metodo, su quella lista di legno, larga
cinquanta centimetri, senza ringhiera, e con una inclinazione del
quaranta per cento. Bella sicurezza d'occhio e bella forza di punte!
Ad ogni intermezzo, poi, compariscono i nani e il gigante cinese; i
nani sono alti sessanta centimetri; il gigante due metri e
trentacinque; dico trentacinque. Quando gira attorno, avvicinandosi
alle gradinate, e sorride, si ha paura d'essere attratti, mandati giù
per quella bocca, come un rosso d'uovo. Ultima è sempre una pantomima,
in cui c'entrano tornei medievali, mostre di cento cavalli, di
splendide armature d'acciaio, colla solita moltitudine di figuranti;
parigini e parigine, che ingrossano la compagnia equestre, e mostrano
(chi vorrebbe negarlo?) di prendere amore al lavoro.