Una scivolata nell'estetica.--L'apparato scenico.--In Aquisgrana.--Un
pensiero a Gustavo Modena.--Istituzione che va copiata.--Sara
Bernhardt.--Ricordi fotografici.--La trinità poetica del secolo XIX.
Lodare o criticare l'_Hernani_ come opera d'arte, dopo quarantott'anni
di vita e di fama universale, mi parrebbe opera vana, salvo nel caso
di uno studio particolare espressamente fatto, o di un corso
d'estetica drammatica. Io non me la sento di dettare il corso, nè di
fare lo studio; inoltre, comincia ad entrarmi addosso la paura di
tornar molesto ai lettori, con certe fermate troppo frequenti ai
santuari dell'arte. E di queste non vorrei aver biasimo, poichè esse,
nell'animo mio, rappresentano tutta l'utilità, poca o molta che sia,
dell'epistolario parigino a cui vi ho condannati.
Alle corte, perchè si viaggia, se non per vedere e studiare? E perchè
si scrive di viaggi, se non per dar conto alle genti di ciò che s'è
veduto e studiato? Qui sono troppe cose, non che da studiare
intimamente, da vedere correndo. Ma poichè di talune ho avuto a dir
corna, e forse mi rimarrà dell'altro da criticare, mi si lasci il
gusto di osservare più lungamente ciò che merita lode. Parigi è un
mondo (le Guide lo fanno dire, se non erro, a Carlo Quinto); e appunto
come il mondo, ci ha il suo bello e il suo brutto, le sue paludi e i
suoi poggi. Questa volta mi trovo sulla vetta d'un colle; lasciatemi
star sulla vetta; se no, ricasco, sapete dove? nelle _Folies
Bergères_.
Dunque, torniamo a bomba, poichè bomba va. Sono stato al Teatro
Francese, ho assistito alla _centième de Hernani_ e ne parlo come di
uno spettacolo che mi ha fatto un gran senso. Non ho da difendere
l'orditura del dramma, nè da palliare certe imperfezioni, nè da
attenuare i bei difetti della gioventù dell'autore. Sento nello
_Hernani_ il caldo della passione, ci vedo la grandezza del fare
cavalleresco, proprio del paese e del tempo in cui è collocata
l'azione, insieme con quella varietà di carattere che è tutta propria
del Cinquecento, un secolo che ebbe i più ardenti innamorati, i più
sottili politici, i più feroci odiatori del mondo. Le linee della
composizione saranno forse un po' caricate; ma non bisogna dimenticare
che una certa esagerazione di forme è anche necessaria alle statue, e
in genere a tutti i monumenti che non vanno considerati da vicino. È
onesta licenza in arte di ingrandire quelle parti che debbono colpire
di più, dar carattere al tutto. Anche qui, è quistione di misura; ma,
se applichiamo queste norme allo _Hernani_, troveremo che l'autore non
ha abusato della licenza. Il suo dramma è tutto umano, anche con le
proporzioni del colosso; i suoi personaggi hanno in sè tutta la
varietà e l'impasto di virtù e di debolezza, che sono proprii
dell'anima umana. Non domandate loro una troppo stretta osservanza del
«_sibi constet_» di Orazio. Ecco tre uomini, in diverse condizioni,
mossi da un medesimo sentimento, intorno a Donna Sol. Perchè non
ammetterete tra loro la differenza, e dentro di loro la
disuguaglianza, che è portata necessariamente dalle loro condizioni
rispettive? Sono tutti uomini innamorati, ma internamente combattuti,
Ernani dalle sue collere di bandito, Ruy Gomez de Silva dalla sua
alterezza di castellano, Carlo V dai suoi sopraccapi di re e dalle sue
ambizioni di imperatore _in fieri_.
Mi accorgo di scivolare nell'estetica, e fo punto. Il dramma di Vittor
Hugo è posto in scena, al Teatro Francese, con uno sfarzo, che da noi
s'usa a mala pena nei balli. Conosco degli umori malinconici, a cui
questo apparato scenico dispiace nei drammi, come quello che svia
l'attenzione dell'uditorio e nuoce alla piena comprensione dell'opera.
Costoro, senza avvedersene, vanno dietro a qualche critico, che fu da
principio autore drammatico e non ebbe pur troppo i cosidetti
lenocinii del palcoscenico a salvarlo da una brutta figura. Per me,
tengo un'opinione diversa; non intendo perchè un autore si debba
stillare il cervello a rappresentare il vero meglio che può, se non ha
poi da farlo ammirare sulla scena, come lo ha veduto lui nella mente.
Si aggiunga che, dove il poeta abbia immaginato un gran quadro, le
magnificenze del suo pensiero sembreranno ampollosità e muoveranno
alle risa, quando non siano degnamente accompagnate dai loro
accessorii. Immaginate Carlo V nel sotterraneo della cattedrale di
Aquisgrana, presso la tomba di Carlo Magno; fate che il cannone abbia
tratti i due colpi che annunziano al re di Spagna il suo innalzamento
alla dignità imperiale; e poi fate entrare, se vi dà l'animo, due re
meschinamente vestiti, con mezza dozzina di straccioni alle costole,
che vengano ad ossequiare il nuovo monarca. Si riderà, a quella vista;
quanto più saranno elevati i discorsi, più omeriche saranno le risate
del pubblico.
Al Teatro Francese, nella famosa scena del sotterraneo d'Aquisgrana,
entrano due re, vestiti da re ed accompagnati da re, coi loro
trombettieri, araldi, vessilliferi, paggi, cavalieri e soldati; una
comitiva degna dell'annunzio che porta e dell'uomo che lo riceve. Del
vestiario dei principali artisti si potrebbe parlare a lungo, senza
lodarlo abbastanza. C'è Carlo V, tra gli altri, che par lui, proprio
lui, spiccato da un quadro del Tiziano; meglio ancora, uscito pur
dianzi dalle mani del sarto di S. M. Cattolica.
Perchè ho citato Carlo V, incomincerò dall'artista che ne sostiene la
parte. Il Worms è un attore intelligente e coscienzioso, pieno di
severa eleganza nel portamento e nel gesto. Notevole la impertinenza
altezzosa del giovine re nell'appartamento di Donna Sol, la sua
freddezza orgogliosa nell'incontro notturno con Ernani, la sua
fierezza prepotente nella sala di ricevimento del castello dei Silva,
il passaggio del suo carattere ad una gravità solenne, quasi ad una
grandezza imperatoria, presso la tomba di Carlo Magno. Ho detto quasi,
e pensatamente. Perchè Worms non ha esagerata la figura di Carlo V;
gli ha fatta compiere una grande azione, ma come doveva compierla lui,
con una buona dose di calcolo; e la sua esecuzione è stata il migliore
commento di quel carattere, come l'aveva pensato, ma non potuto
confessare, il poeta.
Così intendo l'artista; e il Worms, che lo è in modo così pieno, mi è
piaciuto da capo a fondo, perfino in quelle sue inflessioni di voce,
così aristocraticamente beffarde, con cui egli certo ha inteso di
compiere il suo personaggio. C'è un punto (del terz'atto, mi pare) in
cui egli deve dire a Ruy Gomez: _adieu, duc!_ Bisogna sentire come
glielo dice; quanto lievito di malumore in quel suo accento
strascicato, che lo porta a pronunziare la frase come se fosse scritta
in quest'altra forma: _adieue.... deuc!_
Del Mounet-Sully, che fa la parte d'Ernani, mi dicono che sia questo
il suo caval di battaglia; e lo credo facilmente. È giovane, di membra
vigorose, che non escludono l'eleganza; ha larghi e bei lineamenti,
neri gli occhi ed aperti, la chioma folta come una giubba leonina.
Tutto impeti nel gesto e nella voce, ora gorgoglia, come un torrente
tra i sassi (e allora non ne capite più una sillaba) ora si allarga,
ma per poco, in un fiume sonoro. Capisco che questa di Ernani, parte
concitata e quasi febbrile, da attaccarsi alla brava, come si
attaccherebbe un ridotto nemico, sia fatta, meglio di qualunque altra,
per lui, e che i suoi medesimi difetti possano dargli impronta di
maggior verità, in quella giovanile scompostezza di nobile
insalvatichito, che è il carattere di Don Giovanni d'Aragona.
I confronti tra questo primo attore e parecchi dei nostri italiani,
tornerebbero forse a suo danno. Lascio Gustavo Modena, quel divino
artista, che fece tutto bene, entrando, per dir così, nella pelle de'
suoi personaggi; contenuto a forza nel _Cittadino di Gand_, arcigno
nel _Filippo_, crudele e bigotto nel _Luigi XI_, terribile nel
_Sampiero_, epico nel _Saul_, e sempre e da per tutto quel che voleva
essere, non una linea di meno, o di più. All'altezza del Modena non
era mai giunto, e forse non giungerà più nessuno. Ma il paragone non
sarà possibile neanche coi due grandi scolari del Modena, voglio dire
col Rossi e col Salvini, troppo nutriti dal midollo del leone, troppo
pieni degli esempi e dei precetti di un tanto maestro. Per altro, si
contenti la Francia del suo primo attore, di colui che dovrà succedere
nella fama al Lemaître e al Bocage; nel Mounet-Sully c'è stoffa di
grande artista; ho notato in lui certi slanci e certe violenze, che
nessuno ha più (almeno, così naturali) in Italia. Verrà giorno che la
Francia otterrà il primato anche nell'arte di Roscio, se nessun
giovane da noi si mostrerà degno di prendere il posto dei pochi
valenti che abbiamo, segnatamente pel dramma. Anche per questo
rispetto, un periodo di decadenza incomincia in Italia. I nostri
giovani artisti, il dramma lo recitano bene ancora, ma non lo sentono
più.
Quello che piace in modo singolare al Teatro Francese è l'ottimo
complesso di tanti attori, avvezzi a recitare insieme, quali il gran
dramma e la tragedia, quali la commedia antica e moderna. Si nota in
essi un accordo, un impasto, una fusione, un'arte di chiaro-scuri, che
fa pensare alle orchestre meglio affiatate d'Italia. Peccato non avere
anche noi, a Roma, qualche cosa che somigli alla istituzione del
Teatro Francese! Eppure, sarà necessario pensarci, chi non voglia
credere e far credere che la coltura d'un paese stia tutta nel freddo
e dimenticabile insegnamento scolastico.
Ho lasciato ultimi due artisti, ma non mi rimarranno tuttavia nella
penna. Uno è il Maubant, che si fa ammirare per recitazione corretta
nella parte di Ruy Gomez de Silva, ma forse non è intieramente a
posto. Ha del padre nobile, anzi che del tiranno; è grasso, per
giunta, e, quantunque improntato di nobiltà negli atti e nell'accento,
riesce leggermente stonato, sotto le spoglie di quel bilioso
castellano, a cui l'amore, come un vino generoso in una cattiva botte
(passatemi il paragone volgare), si è inacetito nel cuore. Per contro,
Sarah Bernhardt... Ma qui ci vorrebbe un inno, un peana, un carme
secolare; ed io, quando pure mi sentissi da tanto, temerei sempre di
parervi esagerato. Attrici più attrici di lei, cioè a dire più esperte
nei grandi effetti della scena, nelle smorzature e nei rinforzamenti
della voce, o del gesto ne hanno su per giù tutte le nazioni d'Europa;
ma un'artista più intimamente vera, più schiettamente donna di lei,
non credo che esista. Perfino i suoi silenzi sono meravigliosi. Ce n'è
uno, assai lungo e pericolosissimo, nel primo atto dello _Hernani_;
quando la povera Donna Sol è colta nel suo appartamento, da Ruy Gomez
e da un nugolo di servitori, in compagnia di due sconosciuti. Tutti
gli occhi sono rivolti su lei; frattanto Ruy Gomez sfodera tutta la
sua alterigia castigliana, per fare un'intemerata coi fiocchi. E lei,
frattanto? Molte attrici qui sarebbero cadute sotto il mediocre; altre
avrebbero affrontato il pericolo e fatto di Donna Sol un'audacissima
donna, come ce ne son tante nelle antiche tragedie, che non si trovano
impacciate in nessun luogo e non hanno paura di nulla. Sara Bernhardt
ha trovato il modo di vergognarsi con nobiltà; di stare alla berlina
senza audacia, senza smarrimento di spirito, di saper quel che deve
alla presenza di suo zio e del re, senza dimenticare Ernani e il
pericolo che egli corre là dentro per lei: tutto ciò con una misura,
con una naturalezza stupenda.
Sarah Bernhardt è fatta per la scena; smilza della persona e tutta
nervi; gli occhi d'una mobilità e d'una profondità non comune;
armonica la voce, sebbene non robustissima; gli atteggiamenti, i
gesti, i moti tutti della persona, improntati di naturale eleganza. È
donna, lo ripeto, in tutta l'estensione artistica della parola. Dove
le altre facilmente strafanno, e per poco non appariscono uomini per
esuberanza di vita e d'ardore, ella conserva i suoi mirabili istinti
femminei. Sono dolente di andarmene da Parigi, senza vederla ed udirla
in qualche altra parte del suo repertorio; ma ho la certezza che ella
riesca benissimo in tutte. Un nostro italiano, che la Francia ha
adottato, il Parodi, è ancora tutto compreso d'ammirazione pel modo in
cui l'impareggiabile attrice gli ha interpretato una parte di vecchia
cieca (cieca lei Sarah Bernhardt, con quegli occhi!) nella sua _Rome
Vaincue_, dramma potente, che presto avrà dei fratelli, e degni di
lui.
_Bernheim Jeune, marchand de tableaux et curiositès_ sul _boulevard_
di Montmartre, vende ritratti fotografici di Sara Bernhardt in tutti
gli atteggiamenti e in tutte le foggie. Sono i ritratti più costosi
della bottega, e tuttavia gli vanno come il pepe. Non c'è forastiero a
Parigi, che, dopo essere stato al Teatro Francese, non voglia portarsi
via Sarah Bernhardt, almeno in fotografia. E un ritratto non basta.
Del Thiers, del Gambetta, di Emilio Zola, di Ottavio Feuillet e via
discorrendo, una copia, e non più; di Sarah Bernhardt quattro, cinque,
sei, magari dieci, spendendo una ventina di lire.
Su questi pezzi di cartone la gentile attrice è ritratta in veste di
pittore, che dà l'ultima pennellata ad un quadro; o di scultore, che
medita, appoggiato col gomito al trespolo che sostiene un busto di
donna, a cui manca forse l'ultima mano. Sarah Bernhardt è pittrice e
scultrice; non so di qual pregio nell'arte, perchè non ho visto nulla
di suo. Con buona licenza della scultrice e della pittrice, preferisco
Donna Sol, con la sua veste di broccato, che le sale fino alla radice
del collo, disegnando le sue forme snelle, con le braccia abbandonate,
le mani intrecciate sulle ginocchia, la testa appoggiata alla
spalliera d'un seggiolone gotico, gli occhi mezzo velati dalle ciglia
lunghe. Davanti a quella elegante persona si rinnovano in una tutte le
sensazioni che la valorosa artista mi ha fatto provare, due settimane
fa, alla _centième de Hernani_.
E penso poi a quel vecchio glorioso, il cui genio ispira artisti così
potenti; a quell'altissimo poeta che tutti debbono invidiare alla
Francia, perchè, volere o no, è il primo poeta vivente d'Europa, e
sarà, col Byron e col Goethe, uno dei tre primi poeti del secolo.