XI.

Inno a Venere.--Un po' di storia.--L'editto di Teodosio.--Senza

braccia--Il nome dell'autore.--Induzioni ragionevoli.--Ho detto la

mia.--Una massima di Lisippo.--Imperatori romani.--Messalina.... col

bambino.

Come una statua monca, e rotta per di più in cinque o sei pezzi, abbia

potuto infiammare la fantasia, non solamente a me, che son l'ultimo

degli ultimi, ma a parecchie generazioni di poeti e di dotti, di

orecchianti e di orecchiuti, è cosa veramente degna di nota, ed anche

un pochino di studio.

È giovata a questa Venere la storia del suo ritrovamento; poi la

controversia lunghissima, e non ancora finita, intorno al vero suo

essere; da ultimo, e più di tutto, il carattere singolare della sua

bellezza. Come vedete, c'è qui l'embrione d'un panegirico, diviso in

tre punti, secondo le buone regole della sacra eloquenza. Adottiamo

quest'ordine prestabilito, che si conviene alla divinità del soggetto,

e aiuterà in pari tempo a chetare i bollori della nostra ammirazione.

Ecco la storia.

L'isoletta di Melos, oggi di Milo, è una delle Cicladi, ossia

dell'Arcipelago greco. Aveva, _in illo tempore_, su d'una collina

davanti all'ingresso della rada, un colmo di case, che parve un

villaggio a Tucidide, ma che divenne una città bella e buona, con

tanto di teatro, come attesta Diodoro Siculo e come le sue rovine

dimostrano. Oggi la città è tornata un villaggio, e dicesi Castro.

Lassù, nel febbraio del 1820, presso alcune grotte sepolcrali sotto la

cinta delle vecchie mura di Melos, un povero contadino, a nome Jorgos,

stava lavorando di zappa intorno ad un vecchio ceppo d'albero, che

voleva sradicare da un ciglione di terra. Ai colpi del contadino, il

ceppo, scambio di balzar fuori, si affonda in una buca. Jorgos, senza

volerlo, ha scoperto un ipogèo, una specie di grotta quadrata, larga

da quattro a cinque metri e profonda altrettanto, rivestita

d'intonaco, non senza indizii di quadrature policrome. Da buon greco

moderno, che conosce il pregio di simili incontri, Jorgos discende nel

sotterraneo, e trova, mezzo affondate nel terriccio, parecchie erme di

Dei, come un Mercurio, un Bacco indiano, e finalmente il torso d'una

Venere, mancante delle braccia e di tutta la parte inferiore,

dall'anca in giù. Lavora indefessamente e trova il resto della statua,

fino al plinto, insieme con rottami di braccia e di mani, di zoccoli,

d'iscrizioni e via discorrendo. Da quegli avanzi non c'è modo di

ricomporre le braccia della Dea. Ci sono, per esempio, tre mani; ma

quali sono veramente le due che le convengono? Jorgos non sta a

beccarsi il cervello; ha il grosso della statua, e questo gli basta

per capire che egli tiene in poter suo un capolavoro dell'arte antica

e che potrà cavarne un bel gruzzolo di piastre.

Quella Venere, evidentemente, era stata calata entro la buca da

qualche divoto, ai tempi in cui prevaleva la religione ufficiale di

Costantino, e forse qualche anno dopo il famoso editto di Teodosio,

quando i vescovi andavano attorno, armati del braccio secolare, ad

abbattere i simulacri, a diroccare i templi della vecchia religione

pagana. È noto che la più parte delle antiche statue furono conservate

alla posterità con questi inganni pietosi; tra l'altre la Venere

Capitolina e l'Ercole Mastai.

Fatta la scoperta di Milo, il signor Brest, agente consolare della

Francia in quell'isola, ne avvisò prontamente il suo ambasciatore a

Costantinopoli, che spedì a Milo un suo segretario, il visconte di

Marcellus. Nel frattempo, aveva toccato a Milo la _Chevrette_, su cui

era imbarcato un giovine uffiziale, il Dumont d'Urville, che vide la

Venere, e l'avrebbe comperata per milledugento lire, se il comandante

della corvetta non gli avesse dimostrata l'impossibilità di prendere

quel sopraccarico a bordo. Giunto il Marcellus colla nave dello Stato

l'_Estafette_, trovò che appunto allora la Venere era stata venduta

per quattromila lire ad un frate. Come, ad un frate? Sicuro, al P.

Economos, che, accusato di malversazioni a' suoi superiori, e chiamato

a Costantinopoli per render conti, voleva con quel donativo ottenere

la protezione di un Nicolaki Morusi, dragomanno dell'Arsenale. Si

oppose a quel contratto il Marcellus presso i primati dell'isola, e,

quantunque la statua fosse già stata imbarcata su d'un brigantino

greco sotto carica per Costantinopoli, ottenne di farla trasbordare

sull'_Estafette_, pagandola seimila lire al contadino, in nome del suo

ambasciatore, il marchese di Rivière. Dispiacque la cosa al Morusi,

cui il frate era andato a lagnarsi; i primati di Milo furono presi,

bastonati senza misericordia e condannati a pagare una multa di

settemila piastre. Li rimborsò il generoso signor di Rivière; ottenne

che il governo turco facesse delle scuse; ma le bastonate nessuno potè

più levarle ai poveri anziani dell'isola.

La Venere di Milo giunse a Costantinopoli il 24 di ottobre. Vederla e

desiderare di trovare le braccia mancanti, fu un punto solo pel

marchese di Rivière. Ma le ricerche riuscirono infruttuose, quantunque

andasse egli in persona. Certe estremità, rinvenute nell'ipogèo, o

poco lunge di là, non offrivano la medesima bontà di lavoro; altre,

come ho già detto, ridotte a pochi frammenti, non si prestavano ad un

restauro neanche approssimativo. C'era quel pezzo di mano col pomo,

che poteva far credere ad una Venere vincitrice del giudizio di

Paride; ma, senza contare la nessuna certezza che fra tre mani

rinvenute nell'ipogèo, quella del pomo fosse proprio da attribuirsi

alla statua, parve che con questa faccenda del pomo non si accordasse

troppo il ritrovamento contemporaneo d'un pezzo di zoccolo, o plinto

che si voglia dire, la cui frattura combaciava col plinto della

Venere, e la prolungava in modo da far supporre la presenza di una

seconda statua, più piccola, e non certamente di proporzioni

corrispondenti alla prima. Sul piano di quel frammento vedevasi

appunto una incavatura, adatta a ricevere il piede della statua

minore; sull'orlo, poi, si leggeva una iscrizione, che, supplita di

tre lettere in ognuno de' due capiversi, diceva così:--_Agesandro,

figlio di Menide,--d'Antiochia sul Meandro,--fece_.

Il ritrovamento di questo zoccolo, a cui non si pose troppa attenzione

da principio, guasta le uova nel paniere a coloro che pretendono la

Venere di Milo essere stata accompagnata ad un Marte, come si vede in

parecchi gruppi dell'antichità. Quello zoccolo non presenta la

larghezza necessaria a sostenere un Marte. Inoltre, esso è alquanto

più alto del plinto su cui poggia la Venere; il qual plinto,

precisamente sotto il piè sinistro della Dea, s'innalza un pochettino

anch'esso, come per accompagnarsi a quell'altro. C'era proprio bisogno

di alzare la base, per collocarvi il dio della guerra, già

naturalmente più alto della sua pretesa compagna?

Ma allora? che cosa ci poteva stare su quello zoccolo di giunta? O un

cippo, un'erme, come si ha in un esemplare d'Afrodite, conservato nel

Museo britannico; oppure.... oppure quell'unico tra gli Dei che, oltre

l'avere una stretta relazione con Venere, ha la statura più piccola e

fa intendere e rende naturalissimo quel rialzamento di base. È un'idea

mia, nata da un pezzo, fortificata da una visita al Museo nazionale di

Napoli, diventata certezza davanti a quel frammento di base, o, per

dire più esattamente, al disegno che ne ha fatto nel 1821 il signor

Debay.

Andate nel Museo Nazionale di Napoli e vedrete laggiù la Venere

Vincitrice, così detta di Capua. È nel medesimo atteggiamento della

Venere di Milo; gli occhi a mezz'aria, il piede sinistro su d'un

elmetto posato a terra; il braccio sinistro levato, per sostenere una

lancia; il destro abbassato, coll'indice teso in atto di comando.

Davanti a lei, e molto accosto è Cupido, coll'ali dimesse; nella mano

sinistra tien l'arco, e nella destra una freccia, che offre riverente

alla madre. Guardate al Louvre la Venere di Milo. L'elmo sotto i piedi

non c'è; ma di queste varianti d'esecuzione son molti gli esempi.

Abbiamo per contro l'assoluta somiglianza nei rispettivi atteggiamenti

degli omeri, indizio certo di una identica azione delle braccia. Se a

questo aggiungete il resto di base, la cui frattura perfettamente

combacia col plinto, mentre il piccolo spazio del suo piano e

l'incavatura nel mezzo paiono fatti a posta per dar luogo ad una

figura d'adolescente, in grande dimestichezza colla Dea, non avrete

più modo di dubitare. La Venere di Capua ha una sorella; sorella

maggiore, mi affretto a confessarlo. Quanto alla storiella della

Vittoria, sul fare di quella in bronzo del Museo di Brescia, non è più

il caso di parlarne. La Venere di Milo non può essere una Vittoria,

più di quello che lo sia la Vittoria di Brescia, che è una Venere

anche lei, alla quale un bel giorno, probabilmente sotto Vespasiano,

fondatore del tempio in cui essa è stata rinvenuta, furono aggiunte le

ali e lo scudo. La posteriorità della raffazzonatura è evidente. Del

resto, sia Vittoria, o Venere, quella di Brescia ha il peplo, e quella

di Milo è sempre più Venere di lei, perchè ha il torso nudo. E che

torso, e che nudo!

La statua, per dirvi tutto, è di marmo corallitico; un marmo d'Asia,

assai lodato da Plinio, che lo dice nella bianchezza e nell'apparenza

molto vicino all'avorio. L'ipogèo, nel quale fu rinvenuta, è a

cinquecento passi dal recinto del teatro di Milo, che forse era

dedicato a Venere, come quello di Pompeo in Roma, e come in generi

tutti i teatri antichi. La famosa Venere d'Arles fu appunto scoperta

nelle rovine del teatro romano di quella città provenzale. Salviano,

nel suo libro _De gubernatione Dei_, lasciò scritto: «_colitur Venus

in theatris._»

Quanta erudizione, buon Dio! Ma essa non è che la millesima parte di

ciò che si è stampato intorno alla meraviglia di Milo. E anch'io, dopo

tutto, ci avevo da dire la mia.

Resterebbe da aggiungere qualche cosa intorno alla bellezza scultoria

dell'opera, che è veramente singolare, e corrisponde per l'appunto a

quel ritorno allo studio del vero, che tenne dietro alla scuola di

Policleto. Una certa sprezzatura artistica nel trattare i capegli

denota l'epoca avanzata dell'arte. Quell'impercettibile mancanza di

simmetria tra i due lati del viso, quella lieve irregolarità nelle

proporzioni del collo, ed altre piccole licenze, che non isfuggono

all'occhio esercitato dell'artista, accennano alla copia d'un modello

vivente, anzi che alla stretta osservanza dei cànoni. Il pensiero

corre involontariamente a Lisippo, che teneva in molta stima i

trattati di Policleto, da cui confessava di aver cavato tutto il suo

sapere, ma che, additando i viandanti a' suoi giovani allievi, diceva

loro: «siano questi i vostri esemplari.» Massima eccellente in bocca a

Lisippo, il quale non perdeva di vista i principii, e ricordava con

reverenza i maestri.

Qualunque sia, Agesandro o Lisippo, l'autore, questa Venere è un

felice impasto di grazia soave e di grandezza eroica. È monca e piena

di rappezzi; ma la divinità di quel torso e di quella faccia,

l'eleganza snella e giovanilmente materna delle sue proporzioni, sono

tutto quello che si può immaginare di più bello in arte e in natura.

Veduta lei, manca la voglia di veder altro, e ci si scalda poco per

quella raccolta d'imperatori romani, che è veramente tra le più ricche

d'Europa. Figuratevi che d'ogni imperatore, busto o statua, ci sono

due, tre, quattro, fino a sei esemplari. Tra i più rari ho notato un

Pertinace, nudo e colossale, e un Nerone, alquanto più grande del

vero; per contro, essendo in marmo, dee ritenersi meno briccone del

vero.

Finirò con una statua di Messalina Augusta, che mi ha grandemente

colpito; grassotta, genialotta, cogli occhi un po' grossi, alla guisa

di certi miopi, i ricciolini sulla fronte, ravvolta in una sontuosa

rica, e con un bambino nelle braccia: il suo generoso Britannico, di

cui parla Giovenale, in un verso orridamente famoso.

È strano l'effetto di quella statua. Se in cambio di trovarla a Roma

dugent'anni addietro, vale a dire in terra di pagani e in un tempo

assai più pagano del nostro, l'avessero scoperta dieci anni fa, sul

territorio di Lourdes, si sarebbe gridato al miracolo, e la portentosa

immagine di Nostra Signora, innalzata sugli altari, farebbe prodigi a

bizeffe, coi ciechi, con gli storpi, e magari anche con le donne

sterili.

Debbo confessare tuttavia che un miracolo essa lo ha fatto per me,

quantunque non trasformata da nessuna apoteòsi. Dopo averla

considerata un bel pezzo, mi sono appressato a lei e le ho bisbigliato

un nome; non già quello di Claudio, non già quello di Silio; il nome

di Pietro Gossa. E quella briccona mi ha fatto il bocchino.

Lo credo, io!

Lutezia · 第 25 / 36 题