X.

Greci e Romani.--Norme dell'arte eterna.--Policleto e

Leonardo.--Variazioni e correzioni.--_Chassez le naturel..._--Scoltura

antica.--Restauri intelligenti.--La contessa di Tripoli e la Venere di

Milo.--Ci siamo.

«_Qui nous délivrera des Grecs et des Romains?_» Un bel verso, non c'è

che dire, ed una bella scappata di malumore. Ma chi ci libererà adesso

da tutti i mediocri della critica, che da un pezzo in qua non sanno

dir altro? No, riveritissimi e colendissimi (i superlativi contano qui

come nella sopraccarta delle lettere); no, osservandissimi e

prestantissimi signori; nè greci nè romani saranno banditi da casa

nostra, per compiacere a voi altri, che non li vedete di buon occhio,

_et pour cause_. Sappiate che questi greci e questi romani sono

cerusici coi fiocchi, e che in Italia, ad ogni tanto, fanno qualche

cura maravigliosa, pigliando i poverelli sull'orlo della fossa e

rimettendoli in gambe. Se non le raddrizzano ai cani, mettete pure che

ciò non sia tra i possibili, avendo la natura voluto così, e pei cani

e pei critici.

Latini e Greci, babbi e nonni per noi, hanno dato al mondo l'esempio

di un'arte viva e gagliarda, tutta umana nella sua purezza, tutta

elegante e serena nella sua gravità. Niente di oscuro, di perplesso, o

di vago, nei contorni di quella schietta ma non servile imitazione del

vero; tutto ha un corpo e una bellezza ideale, in quel naturalismo

felice che chiamava gli dei in terra e innalzava gli uomini in cielo.

Queste cose ch'io dico, e le molte che taccio, si fanno meglio palesi

in due forme dell'arte antica, nella scoltura e nella architettura. Il

marmo non ha mollezze nè abbandoni; può concedersi alle curve,

graziose nella loro medesima sicurezza, ma si nega recisamente alle

cascaggini, alle titubanze, ai galleggiamenti nel vuoto. La colonna,

imitazione dell'albero, ha da star ritta, per esser salda; vuole la

sua misura secondo un rapporto geometrico, la sua base, il suo

capitello, il suo abaco. La statua deriva le sue proporzioni dal vero,

ma dal vero che ammirate, non da quello che vi ripugna e vi offende.

Policleto e Leonardo da Vinci, questi due grandi canonisti della forma

umana, s'accordano senza conoscersi, alla distanza di ventitrè secoli.

Proporzione, ordine, chiarezza, armonia, natura, bellezza, ecco di che

elementi è nata, si è nutrita, e vivaddio si sostiene, l'arte greca e

latina. Cercate nuove forme? Non troverete altro che le varianti, e le

corruzioni di quella. I vostri Arabi, così gentili ricamatori della

parete, così scaltri mascheratori dell'arco, derivano dai Bizantini; i

vostri Gotici, amici del sesto acuto, che fa risparmiare la fatica

delle cèntine sapientemente girate in aria, ingegnosi dissimulatori

dei contrafforti e dei puntelli che tengono ritte le loro cattedrali,

hanno l'arte di seconda mano dai Lombardi, scaduti e poveri, ma dopo

tutto familiari copisti dello stile latino.

Riveriti signori, con tutto quel che segue, sapete a memoria un bel

verso; per fare il paio, imparate quest'altro: «_Chassez le naturel,

il revient au galop._» Il che significa in lingua nostra, che avrete

un bel liberarvi dai Greci e dai Romani; li caccerete dalla porta,

rientreranno dalla finestra, o dal tetto. Non c'è natura, nè bellezza,

ove non sia traccia di loro; l'espressione del bello eterno, venendo a

noi, è passata per essi; ne fa fede la storia della civiltà; chi

sostiene il contrario ha dato il cervello a pigione.

Io li ho veduti anche al Louvre, e li ho salutati con tutta

l'effusione dell'anima, i miei Greci e i miei Romani. Parigi, anzichè

liberarsene, aveva tentato di accrescerne il numero; tanto che, dopo

le vittorie napoleoniche in Italia, la lista delle statue e dei

bassorilievi segnava cento e diciassette capi di più. Nel 1815 tutta

questa roba fu restituita ai legittimi proprietarii. Ma guardate quel

che rimane; sono ancora migliaia di statue, centinaia di capolavori,

quasi tutti levati da Roma, in trecent'anni di scorrerie, di tributi e

d'acquisti. Curioso a vedere come il Mazzarino e il suo re si

contentassero di rottami, scavati in Roma e offerti ai loro incaricati

laggiù; ma più curioso e veramente lodevole il modo in cui furono

restaurati quegli avanzi, spesso informi come l'Ajace, che si fa

chiamare Pasquino su d'una piazza dell'eterna città.

Leggete infatti, a' piedi d'una Giunone, _restaurée en Providenze_:

«moderni, il naso e la bocca, il collo e le ciocche dei capegli, le

due braccia e i due piedi.» E sotto una donna velata, restaurata in

Giunone: «la testa antica, appiccicata, non dovette appartenere alla

statua, essendo di un marmo diverso.» Sotto una Cerere: «sono moderni,

la testa col velo, il braccio destro, la mano sinistra, ecc.» Sotto un

Apollo citaredo: «testa antica, ma non appartenente alla statua, ed

evidentemente di donna. Il naso, il mento, il collo, le braccia, le

gambe, i piedi, la lira e il termine, sono moderni.» E via di questo

passo coi restauri, per molte e molte altre statue, tra le quali

l'Oratore romano, rappresentato nell'atteggiamento di Mercurio, opera

di _Cleomene, figlio di Cleomene, Ateniese_, come dice la leggenda

scolpita in caratteri greci dell'ultimo secolo avanti Cristo; la

famosa Diana di Gabio; l'altra non meno famosa di Versaglia (ritrovata

a Roma, intendiamoci); la Pallade di Velletri, colossale, e lo

stupendo Giasone, che si allaccia i sandali, somigliantissimo al

Gladiatore Borghese, e trovato a Roma, nel teatro di Marcello.

Quest'ultimo, per esempio, è di marmo pentelico; la testa è di

grechetto, ma antica.

Bisogna esser grati ai francesi di questa diligenza, mercè la quale

ogni statua fa la sua buona figura. Nè tutto è restauro, badate; ci

sono in buon dato le statue intiere e i monumenti pressochè intatti.

Per questo rispetto, Parigi non gareggia con Roma, nè con Napoli; ma

può venir terza facilmente; ed è già un bel posto il suo, quando si

pensi che quasi tutti i monumenti, statue, bassorilievi, sarcofaghi,

candelabri ed altri cimelii preziosissimi del museo del Louvre,

provengono d'oltr'Alpi. Quasi tutte le città gallo-romane della

Francia hanno voluto avere i loro musei particolari, in cui esporre i

frutti degli scavi fatti sul luogo. È questo forse l'unico caso in cui

Parigi non si mostri usurpatrice del diritto delle provincie, o, per

dir meglio, sostenitrice accanita di quella legge d'accentramento, da

cui ha derivata la maggior parte della sua stessa importanza.

Tra le rarità del museo, vuol esser notato il quadrante solare di

Gabio, su cui sono scolpite in cerchio le teste dei dodici Dei

maggiori, colla giunta di un tredicesimo, piccolino, paffutello e

sorridente, che apparisce tra Venere e Marte, e sembra collegarli in

un abbraccio filiale. Avete indovinato che quel birichino è Cupido,

che fa rima con _infido_, come sanno i vecchi e gli esperti. Degno di

molta attenzione il planisferio greco egiziano, detto del Bianchini,

dal nome del suo primo illustratore. Curiose le tavole di marmo, su

cui si leggono scolpiti i nomi di tutti i cittadini ateniesi morti

presso il nemico, nella 84.^a olimpiade; e quell'altra che reca incisa

con eleganza mirabile una legge civile di Atene, e che i discendenti

di Costantino avevano ridotta ad abaco di capitello, come si rileva

dalle croci greche, scolpite rozzamente sui lati. Non si può passare

indifferenti a' piedi di una Pudicizia, statua di donna tutta chiusa

nella sua _rica_, che somiglia grandemente alla sua omonima dello

scalone del museo Capitolino. Bisogna fermarsi davanti ad un Marte,

che va eziandio sotto il nome di Achille, e non si può negare un

tributo d'ammirazione a due o tre busti d'Antinoo, forse i migliori

che si conoscano di questo bellissimo favorito dell'imperatore

Adriano. Spero che avrete notato, passando, quel Giove colossale,

lavorato con molta finitezza, ma ridotto poco degnamente ad Erme,

perchè mancante lui delle parti inferiori, e mancanti gli artisti

moderni del coraggio bisognevole per restaurarlo sul serio. Non

badate, ve ne prego, a tutte quelle Veneri, che arieggiano il tipo

conosciutissimo della Venere di Gnido, ma sono lontane dal poter

rivaleggiare colla Medicea di Firenze e colla Capitolina di Roma. In

materia di Veneri, io non conosco ora, non vo' veder altro che quella

di Milo. M'è parso d'intravvederla, in fondo ad un androne. Sicuro è

lei, proprio lei; la riconosco all'atteggiamento imperioso e alla

mancanza delle braccia. Compatite la mia debolezza, sono innamorato

cotto di quella bella monchina. L'amavo prima di conoscerla, come

Goffredo Rudel amava la contessa di Tripoli; l'amavo sulla fede di ciò

che ne aveva scritto il visconte di Marcellus, che andò a farle visita

nella sua isola, entro la stalla del villano Jorgos; l'amavo per le

forme di gesso, che ne portavano attorno i lucchesi. Nel 1871, quando

corse la voce che i petrolieri della Comune avessero appiccato il

fuoco al Louvre, il mio primo pensiero fu per quella bella

prigioniera: non ebbi pace se non quando si riseppe che il Louvre era

illeso dalle fiamme, e che del resto la divina immagine stava in

sicuro da un pezzo, avendola i conservatori del museo calata in un

sotterraneo, al riparo dalle granate e dalle bombe prussiane. Debbo

confessarvi proprio ogni cosa? Un po' per far come gli altri ero

venuto a Parigi, ma molto (l'avevo lasciato nella penna, per non

parervi matto alle prime) molto per veder da vicino questa contessa di

Tripoli.... cioè, no, volevo dire questa duchessa, principessa,

regina, meraviglia di Milo e del mondo.

Studiamo il passo, se non vi rincresce, ed entriamo nel sacrario. La

dea è là, nel mezzo della sala, su d'un piedistallo di granito;

intorno al piedistallo è un cancellino di ferro, e intorno a questo si

affollano, si stringono, si pigiano centinaia di Mozambicchi.

Mozambicchi! che vuol dir ciò? Non vi scandolezzate; è il nome che

Parigi ha superbamente appioppato ai suoi provinciali, venuti coi

treni di piacere a vedere l'Esposizione, ed anche un pochettino ai

forastieri che invadono i suoi caffè, i suoi marciapiedi, i suoi

teatri, le sue trattorie, non lasciando aver pace ai Sibariti della

Senna. Cari, quei Mozambicchi! Ci stiano pure, facciano siepe intorno

al cancello; amano quello che io amo, e non mi posso dolere. Se

madonna fosse viva, sarei geloso, non ho vergogna a confessarlo; ma è

di marmo, e di marmo corallitico, che va annoverato tra i più duri

della creazione, e, come son certo che non me la possono rubare, così

mi sostiene il pensiero che essa non farà l'occhiolino a nessuno. Del

resto, ad un per uno se ne andranno di lì, e, appena mi riuscirà di

ficcarmi là dentro, di aggrapparmi alla ringhiera, vedremo.

Lavoro di gomiti e giungo alle spalle di una giovine coppia. Sono di

sicuro due sposi novelli; lo dice quel tenersi a braccetto con tanta

mollezza confidente; lo dice la loro gioventù; la loro snellezza, e

quel pallore di giglio che tinge la guancia della signora, da me

veduta in isbieco. Stanno un tratto silenziosi a guardare; poi la

signora arriccia il naso, dà una stretta al braccio dello sposo, e con

accento strascicato dalla noia gli dice:

--Non è che questo? (_n'est-ce que ça?_)

Sposina delle mie viscere, come capisco ora i parigini! Sì, è vero, ci

sono dei Mozambicchi a Parigi, ce ne son troppi, e voi siete la regina

della tribù.

Che cosa abbia risposto il _cacico_ alla sua giovine metà, non

rammento; forse non ci ho badato. So che la giovine coppia se ne andò

e che io mi ficcai dentro, guadagnando venti centimetri di ringhiera.

Intorno a me si era fatto un gran vuoto ed un grande silenzio; non

c'erano più Mozambicchi, nè Mozambicche. Non potevo muovermi, è vero;

ma di questo non occorreva dar cagione alla folla. Anch'io ero di

sasso, o, se vi piace meglio, di stucco.

Lutezia · 第 24 / 36 题