Cortesia da padroni di casa.--La scuola francese.--Un viaggio a
ritroso.--Le glorie italiane.--Monna Lisa.--Cristo e la Maddalena.--Le
nozze di Cana.--Un saluto a Raffaello.--Il Correggio, Luca Giordano e
il Panini.--Un capriccio del Rubens.
Che i francesi sappiano essere, col più lieve sforzo di volontà, il
popolo più cortese del mondo, è noto per lo meno fin dal giorno 11
maggio del 1745, giorno della battaglia di Fontenoy e del famoso:
«_messieurs les Anglais, tirez les premiers_.» Qui, negli appartamenti
del Louvre, la cortesia francese non si è punto sbugiardata. I padroni
fanno gli onori di casa; l'arte paesana è tutta nelle prime sale, con
la manifesta intenzione di dare all'arte forastiera il luogo più
nobile.
I maligni potrebbero dire che i francesi fanno così, per non essere
ammazzati da tanti capolavori. E i maligni stavolta avrebbero torto.
Anche l'arte francese dei secoli andati e del principio di questo può
vantare un discreto numero di grandi pittori, che non sfigurano in
nessun luogo e davanti a nessun paragone di scuola. Cito il David,
autore d'intendimenti classici, fors'anche in parte accademici, come
nel _Leonida_ e nelle _Spose Sabine_, ma pieno del sentimento della
natura, come nel parlante _ritratto di Pio VII_. Cito il Gros, pittore
di battaglie napoleoniche, degno illustratore di quella nuova epopea
militare; il Girodet, di cui amo l'_Endimione_ e il _Seppellimento di
Atala_, due scene soavi, l'una del classicismo antico, l'altra del
romanticismo moderno, sentite con una giustezza non comune da un
pittore poeta, che tra romantici e classici intravedeva la pace
futura, solo che gli uni buttassero via un po' del loro contegno
sforzato e gli altri della loro stravaganza cercata. Giunto tardi per
le guerre di scuola, mi commovo pochino pel famoso _Radeau de la
Méduse_ di Géricault, che in cinquantanove anni d'esistenza ha avuto
il torto di annerire maledettamente, come certi uomini hanno quello
d'imbiancare, anche prima di questa età rispettabile. Ma torno ad
intenerirmi per Boucher, Watteau, Fragonard, pittori delicatissimi,
l'ultimo dei quali è anche notevole per un magnifico impasto di
colori; saluto con memore affetto il Poussin e Claudio di Lorena,
eccellenti ingegni scaldati al nostro sole, e mi fermo con rispetto
davanti ai ritratti di Filippo di Champagne. Il migliore tra questi vi
rappresenta il cardinale di Richelieu; di Ricciliù, come dicevano gli
storici italiani del tempo.
Lo Champagne è un pittore di quel Seicento, che fu così manierato in
arte, così amico dei panneggiamenti spezzati e svolazzanti e delle
posture acrobatiche; ma del Seicento non ritragge nulla, e lo si
direbbe piuttosto un pittore di dugent'anni più addietro, se le foggie
de' suoi modelli non tradissero l'età. Lo accusano di freddezza nella
composizione, e in generale di poco movimento nelle figure. A me non
sembra; ci vedo piuttosto una casta durezza, che non manca di
attrattive. Dopo tutto, c'è l'espressione dei volti; e, in un
ritratto, che cosa volete di più? Quegli uomini son cupi; quelle dame
fanno violenza alle labbra, perchè non ne scatti il sorriso. Malgrado
le vesti sfoggiate e i colori smaglianti, la nota allegra non balza
fuori dal quadro. Ma pensate che sono re ed uomini di Stato, i quali
non hanno mai detto il loro pensiero quando erano vivi, e non debbono
dirlo adesso, quantunque la critica storica lo abbia posto in luce di
mezzodì; dame e regine che non vogliono lasciarsi sfuggire il segreto
di un caro nome, quantunque le cronache ne spiattellino all'occorrenza
due e ne lasciano caritatevolmente sospettare fin quattro.
I miei complimenti a Filippo di Champagne e passo oltre, chè il tempo
è prezioso e la «via lunga ne sospigne» attraverso queste sale
infinite, ornate con molta magnificenza, decorate di grandi nomi e
tutte provvedute d'una storia. Le tristi e liete avventure di cinque o
sei regni, intorno a cui si è esercitata la vena di tanti romanzieri,
ebbero qui la loro scena stabile. Non troverete più le porticine
segrete per cui passavano i La Mole, o i Buckingam, nè le cateratte
per cui scendevano sotterra i letti reali, ad aiutare le sostituzioni
di principe; ma vi è lecito di credere che il secolo prosaico ha
turate le fessure e ragguagliate le pareti, o che i congegni hanno
fatto la ruggine, o che i romanzieri le hanno sballate grosse, intorno
a questi pavimenti di legno levigato, a queste pareti, oggi tappezzate
di quadri d'ogni forma e misura.
Amate sperimentare la forza delle vostre gambe? Non occorre che
andiate a piedi da Parigi a Versailles; fate semplicemente il giro
degli appartamenti del Louvre, dimenticando anche le sale delle
armature, delle miniature, dei cartoni e degli arazzi, che fanno già
di per sè stesse la metà del palazzo, e contentandovi di quelle
destinate ai quadri, ora andando oltre, ora trattenendovi, all'uopo
ritornando indietro, sempre sulle ali, sempre in sospeso, per dare una
voltata a destra, ed una a sinistra, secondo i casi e i desiderii
improvvisi. Vedete qua e siete per contemplare un Leonardo, ma con la
coda dell'occhio avete intravveduto un Correggio che vi domanda la
priorità. Un Dolci vi chiama; un Sassoferrato vi attira. E poi, che
serve? Navigate nel mare delle Sirene, sempre in mezzo ai Vinci, agli
Allegri, ai Raffaelli, ai Tiziani, ai Veronesi, ai Tintoretti, ai
Domenichini, ai Guercini, ai Caravaggi, ai Tiepoli, ai Giorgioni, ai
Bordoni, ai Pordenoni, ai Caracci, ai Salvator Rosa, ai Giordani, ai
Reni, che ve le fiaccano, le reni, e vi riducono peggio di quel
_Cristo flagellato_ del Vecellio, che trova tanti copisti al Louvre,
degni la più parte di buscarle loro, quelle sonore frustate.
Che dirvi dei Perugini, dei Sebastiani del Piombo, degli Antonelli da
Messina, dei Mantegna e d'altri della pleiade minore, che qui tuttavia
ci hanno il loro meglio e fanno perciò una eccellente figura? Dio mi
perdoni, ma qui, davanti ad una pensosa figura di Leonardo da Vinci e
accanto a certe scene di ninfe e amorini dell'Albani, ho contemplato
lungamente una _Annunziata_, indovinate di chi? del Vasari. Mi sono
rappattumato qui con messer Giorgio degnissimo, il quale mi aveva
seccato un pochino a Firenze, colle sue pitture murali nella sala dei
Cinquecento.
Valorosi artisti d'Italia, come siete ammirati! E come intendo qui
facilmente il bene e il male che avete fatto al vostro paese! Il bene
con coscienza, il male senza volontà. Pervenuti con voi a tanta
eccellenza nell'arte, siamo stati pregiati solamente per questa, e noi
medesimi per lunga pezza non abbiamo avuto altra gloria. Fu male; ma
la gloria era grande, e ciò serva di scusa. In questo campo abbiamo
vinto davvero e per cinque secoli alla fila, col fare largo delle
nostre composizioni, la correttezza del nostro disegno, la sicura
audacia dei nostri scorci, la potenza dei nostri effetti di luce, il
vigore e la pienezza dei nostri colori immortali. Tutti si chiedono
anche oggi come facciano a durare certi bianchi e certi incarnati di
dugent'anni addietro, come non abbiano certe tinte a rinforzare, certe
altre a smarrirsi, mentre i quadri di cinquant'anni fa prendono il
nero come le pipe, il giallo del burro stantìo.
E l'espressione dei volti! Ho citato Leonardo da Vinci, e torno a lui
per quella stupenda _Monna Lisa del Giocondo_, il cui colore,
leggermente scaduto tra il grigio e il violetto, fece dire a Teofilo
Gautier che quella deliziosa armonia violacea, quella tonalità
astratta, è il vero colorito dell'ideale. Bisogna vedere, anche dopo
aver saputo che Leonardo spese quattro anni a dipingere il suo quadro,
bisogna vedere il sorriso di quelle labbra e di quegli occhi! Bocca
chiusa, occhi tranquilli pure, gli uni e l'altra sorridono. Quella di
Monna Lisa è una gioia composta, matronale, profonda. Mi pare che
dovrebbe sorridere così la mia patria, se fosse qui, persona viva, in
mezzo a tante sue glorie.
Badate, l'anima c'è, in tutte queste migliaia di tele; perchè dunque
non avrebbero esse la coscienza di ciò che valgono e dell'onore che
fanno? Il Cristo del Tiziano, che ho già citato una volta, dimentica
perfino di grondar sangue e di avere una corona di spine, per
lasciarvi capire che il suo autore era ben degno di farsi raccattare i
pennelli da un imperatore. Ce n'è uno di Paolo Veronese, che si lascia
rasciugare i piedi nei capegli biondi della più bella creatura di
Venezia, e trova il momento per dare un'occhiata agli spettatori
ammirati. Hanno un bel dire gli apostoli, che la cosa non va; il
Nazareno sorride, pensando che la Maddalena fa bene e Paolo Veronese
fa meglio.
A proposito di Paolo Veronese, guardate quella vastissima
composizione, che va sotto il nome delle _Nozze di Cana_. Non ignorate
che l'artista ci ha ficcato dentro tutti i personaggi più celebri del
tempo suo, Vittoria Colonna e suo marito il marchese di Pescara,
Francesco I, Eleonora d'Austria, Maria d'Inghilterra, Carlo V,
Solimano I, tutti in compagnia di Gesù Cristo al banchetto di Cana, a
cui pare s'invitassero anche i migliori artisti di Venezia, poichè ci
si vede lui, l'autore, insieme col Tiziano, il Tintoretto, il Bassano,
intenti a rallegrare il pranzo con un concertino di viole, di
violoncello e di flauto. Tutti i potenti d'Europa son là; par di
vedere un Congresso, alla fine dei suoi lavori. Si sono firmati i
protocolli; ora si mangia, si beve e si fa un brindisi alla grandezza
d'Italia. Vi prego a credere che non è il Congresso di Berlino.
Raffaello sublime, quali parole troverò adesso, che sieno degne di te?
Fui ospite reverente, in ritardo di tre secoli, nella casa della tua
donna, e sulla fede della scritta «_Raphaeli Sanctio quae claruit
dilecta hic fertur incoluisse_» ho passato colà le mie notti più liete
di sognatore ad occhi aperti. Nel Pantheon mi sono amaramente doluto
di vedere la tua sepoltura e di pensare le tue ossa esposte alle
periodiche inondazioni del fiume; imperocchè quelle ossa mi parvero
degne di star sigillate in una custodia d'oro, collocate sugli altari,
come ciò che avanza delle spoglie mortali d'un Dio. Sarà idolatria; ma
senza idolatria non c'è amore. E come non idolatrarti, o divino,
quando, correndo l'Europa, tra gente che non ci ama, vediamo da per
tutto il tuo nome e la tua mano che ci accompagnano, come lo spirito e
la mano di un altro Raffaello accompagnarono sulle sponde del Tigri il
figliuol di Tobia?
Il Louvre ha molti quadri del Sanzio; parecchi ritratti, un _Arcangelo
Michele_, una _Sacra famiglia_, che è la più reputata di tutte, e
quella _Bella Giardiniera_, che sarebbe, senza la _Trasfigurazione_,
il superlativo dell'arte. In che consiste la grandezza di Raffaello,
che traluce da tutti questi dipinti? Coloritori efficaci come lui, a
Venezia; disegnatori, corretti come lui, a Roma; compositori arditi
come lui, a Bologna. Ma egli adunò in sè tutti i pregi, che si
ammirano sparsi negli altri; ingegno veramente complesso, cavaliero
armato di tutto punto, artista così compiuto nei concepimenti e nelle
grazie del pennello, come fu uomo compiuto, negli splendori della
vita, nella nobiltà del pensiero, nella soavità dell'affetto, nella
gloriosa precocità della morte.
Ripigliamo terra, che c'è da correre. Non guardo più nulla; nè
l'Allegri, che sostiene con due quadri, l'_Antiope_ e una _Madonna_,
il suo gran nome delle gallerie di Dresda e di Parma; nè Luca
Giordano, che rammenta qui in piccolo spazio di tela i pregi singolari
del suo affresco del palazzo Riccardi a Firenze; nè il Panini, men
noto, ma elegantissimo pittore delle moltitudini in festa, le cui
ricche composizioni mi avevano già colpito nel Museo nazionale di
Napoli. Debbo andar oltre, per contemplare tra gli spagnuoli
l'_Assunta_ di Esteban Murillo, una volata nell'ideale, una volata, di
cui l'artista non ha mai più raggiunta l'altezza. Ci sono altri quadri
del Murillo, bellissimi, stupendi; ma, dopo aver vista l'_Assunta_, si
capisce che sono opere d'un grande ingegno, il quale si contenta di
volare a mezz'aria.
E dove lascio il Rubens, che, in venti e più quadri di gran mole,
racconta col pennello la vita e i miracoli di Maria de' Medici? La
vedova di Enrico IV può esser grata al capo della scuola fiamminga. In
quelle composizioni ardite e felici, tirate giù alla brava, l'ingegno
è buttato a piene mani. È un'epopea, quella _Vita di Maria de'
Medici_, epopea diplomatica, ufficiale quanto si vuole, ma sempre
epopea.
Del Rubens mi ha trattenuto lungamente un quadretto, la _Kermesse_.
Non è che una festa di villaggio; ma non ricorda punto la maniera di
Teniers. Anche qui è il magnifico Rubens, e in questa ridda di
bevitori si vede il capriccio immortale d'un grande. Si penserebbe ad
Omero, che ha fatto lo scherzo della Batracomiomachia, dopo la solenne
fatica dell'Iliade, se non si ricordasse, pur troppo, che il paragone
non regge più. Infatti, la critica moderna non ammette che l'autore
d'uno di quei poemi possa essere l'autore dell'altro, ed è giunta a
tale di erudita sfrontatezza, da negare perfino l'esistenza di Omero.
Critica scellerata!