VIII.

Il Louvre e le Tuileries.--Soluzione di continuità.--Storia

eroicomica.--Una etimologia da lupi.--L'architettura del

Risorgimento.--L'arte nostra al Louvre.--Regine, ministri, imperatori

italiani.--Compre e rapine.

Un cortile immenso, tre volte più lungo che largo, in cui potrebbero

esercitarsi comodamente cinque seimila soldati, e in cui s'entra e da

cui si esce, per tre arcate da una banda, verso il centro di Parigi,

per tre arcate dall'altra, verso la Senna; in mezzo al cortile, ma

verso le estremità, due boschetti tondeggianti da un lato, rinchiusi

entro cancelli di ferro, e un arco di trionfo dall'altro, che, con

tutta la sua mole, sembra un giocattolo di bambino sull'orlo di una

tavola da pranzo; intorno a quest'area, due file di fabbricati di

vario stile, fusi oramai nella tinta grigia del tempo, in parte

abbelliti dalla giunta di nobilissimi porticati con terrazze

sovrapposte e grand'uomini di marmo che incoronano le balaustrate, e

qua e là interrotti armonicamente da certi padiglioni, le cui facciate

sporgono in fuori un pochino e i tetti si spingono in su, oltre la

linea normale, co' loro cappelli di piombo; finalmente, a lontano

riscontro, sui due lati minori dell'immenso parallelogrammo, due

palazzi di gran lunga più rilevati, più ornati e più nobili; uno

severo nella sua venerabile antichità, ma vivo ancora e sano, l'altro

più gaio di linee, più giovine all'aspetto, ma morto, col cranio

scoperchiato e le occhiaie vuote; eccovi il Louvre con le Tuileries,

che gli sono.... cioè, diciamo meglio, che gli erano appiccicate da

prima.

La soluzione di continuità rappresenta qui le tradizioni interrotte

tra il passato monarchico della Francia e il suo presente

repubblicano. In questi ultimi anni fu ricostrutto quel po' delle due

ali che l'incendio della Comune aveva scamozzate; ma la saldatura tra

le ali e il corpo delle Tuileries non è stata più fatta, quantunque

governassero i Versagliesi, nè si farà certamente ora che accennano a

voler governare i repubblicani conservatori. Si direbbe, al vedere

così rispettata la sentenza di Erostrato, che la Francia abbia paura

di rifare il nido alle aquile, o il covo alle vipere. Imperocchè

dovete sapere, che alle Tuileries c'è stato un po' delle une e delle

altre, senza contare gli animali di minor conto. E ciò sia detto per

amore della metafora continuata, senza la menoma intenzione di far

torto a chicchessia.

Come palazzo regio, le Tuileries erano cosa moderna. Le aveva ideate

Caterina de' Medici, che, dopo la morte disgraziata di suo marito in

una giostra, non voleva più saperne del palazzo delle Tournelles, e

non amava ancora abbastanza il vecchio Louvre, in cui si era ridotta.

Enrico IV prosegui l'opera incominciata da Caterina, ma non volle

uscire dal Louvre. Maria de' Medici, sua moglie, andò, lui morto, ad

abitare nel Lussemburgo, fabbricato da lei sul gusto del palazzo

Pitti, suo nido natale. Nè Luigi XIII, nè il suo figliuol putativo

abitarono le Tuileries; solamente, e per poco, Luigi XV, fin tanto che

rimase sotto tutela. In quei tempi, la Corte dimorava a Versailles.

Alle Tuileries fu impiantata l'Accademia reale di musica; poscia la

Commedia francese, e Voltaire ci fu incoronato d'alloro. Fu la

rivoluzione (vedete stranezza) che allogò nelle Tuileries i re di

Francia, con un decreto dell'Assemblea costituente. È vero bensì che

l'intenzione non era di lasciarceli a lungo. Infatti, essa li mandò

ben presto alla prigione del Temple e di là al patibolo, con una

doppia sentenza, in cui sì punivano nei figli le malefatte dei padri.

La Convenzione, diventata sovrana, andò lei ad alloggio nel palazzo

destinato per burla all'ultimo dei Capeti. Colà il cittadino

Chaumette, in un momento di georgica ispirazione, domandò che il bel

giardino di Lenôtre fosse ridotto a coltivazione utile, piantato a

ricino, a rabarbaro, ed altri medicinali, per uso degli infermi. Il

rabarbaro non attecchì, e Robespierre potè in quel giardino salvato

celebrare la sua festa idilliaca dell'Ente Supremo, in cui si degnò di

proclamare l'immortalità dell'anima. Colgo l'occasione per dirvi che

il giardino delle Tuileries è al di fuori del palazzo omonimo e non ha

nulla a che fare con gli altri due accennati più sopra, piccole oasi

moderne, con cui si è voluto correggere uno sconcio di prospettiva,

entro la corte magna che si dilunga tra i due palazzi affrontati.

Soltanto con Napoleone I le Tuileries incominciarono ad essere dimora

stabile di monarchi. Seguirono, come sapete, due Borboni, un Orléans e

un altro Napoleone: _après quoi on a tiré l'échelle_. Almeno, così

dicono. E la reggia, abbruciata dai Comunisti, che poco mancò non

incendiassero anche il Louvre, è stata conservata nella sua maestà di

rovina solitaria. Essa non mi dispiace neanche così. È, dopo tutto, un

brano di storia affumicata, che può servire ad ogni classe

d'ignoranti. Gli uni guardano e temono; gli altri guardano e sperano;

il tempo passa e canzona tutti quanti. Gran filosofo il tempo; assai

più filosofo che galantuomo.

Andiamo via e voltiamoci al Louvre; casa nostra, come ebbi l'onore di

dirvi. Era anticamente una torre, e Filippo Augusto ci teneva chiuse

con molta gelosia le sue carte, i suoi sparagni e i suoi prigionieri

di Stato. Come e perchè si chiamasse Louvre un luogo per solito così

poco aperto, non so. Nel latino dei notai si disse _Lupara_, e il

Dizionario di Trévoux pretende che il nome derivi appunto da serraglio

di lupi. Per un dizionario stampato nel secolo XVIII, con approvazione

e privilegio del re, non c'è male; che ne dite?

La torre di Filippo Augusto si moltiplicò in processo di tempo. Quando

Carlo V ci venne ospite di Francesco I, il Louvre contava tredici

torri, murate in cerchio, e coronate dalle loro banderuole di ferro.

Si narra che, per la solenne occasione, Francesco I facesse indorare a

nuovo le banderuole in discorso. Ma siccome non parve a lui che ciò

bastasse ad abbellire la dimora dei re di Francia, pensò bene di

abbattere ogni cosa e di far sorgere _ex novo_ un palazzo degno di lui

e di madonna Diana di Poitiers, favorita di due generazioni, le cui

iniziali e le lune falcate dello stemma dovevano poscia vedersi

scolpite sulla fronte dell'edifizio, immaginate voi con che gusto di

due legittime mogli.

Il vecchio Louvre è un vero miracolo dell'arte del Risorgimento in

Francia. Gli architetti erano Francesi; il gusto italiano. Francesco

II fu il primo ad abitarvi con tutta la sua corte. Enrico IV edificò

il braccio lungo Senna, per congiungere la sua reggia alle Tuileries

edificate da Caterina de' Medici. Luigi XIII, Maria de' Medici, Anna

d'Austria, condussero a compimento la corte quadrata e decorarono gli

appartamenti. Luigi XIV non fu da meno di loro, quantunque non ci

abitasse mai. Pel re Sole era quella una reggia borghese, troppo in

mezzo alla bordaglia dei sudditi; e il re Sole edificava Versailles.

Ma di questo più tardi. Debbo strigarmi dalla storia del Louvre,

narrando che Luigi XIV destinò una parte del palazzo all'Accademia

francese, a quella delle scienze, e ad altre consimili, magnificamente

istituite da lui; un'altra parte alla stamperia reale, alla zecca

delle medaglie, agli archivii e via discorrendo. Così ebbe principio

la nuova vita del Louvre, non più dimora di re, ma santuario delle

scienze e delle arti. La Rivoluzione compì l'opera; il Consolato e

l'Impero l'arricchirono in modo straordinario. E si capisce;

Napoleone, gran cacciatore d'uomini, ma altresì di quadri e statue al

cospetto di Dio, doveva essere pel Louvre un provveditore eccellente.

Tutta la roba nostra, o almeno un due terzi della roba nostra in

materia di pittura, è qui dentro. Mettete insieme le gallerie Vaticane

di Roma, Pitti e gli Uffizi di Firenze, il Museo Nazionale di Napoli e

cinque o sei pinacoteche delle corti minori della penisola; tutti i

capolavori nostrani, raccolti in questi santuarii del bello, non

raggiungono la metà dei quadri italiani del Louvre. Se poi si lasci in

disparte il numero e non si badi che al pregio maggiore o minore delle

opere, la proporzione riesce ancora più notevole a vantaggio del

grande museo parigino. Il quale, se possedesse ancora, come gli

avvenne in un periodo di epiche ruberie, la _Trasfigurazione_ di

Raffaello, la _Comunione_ del Domenichino, la _Madonna di San

Gerolamo_ del Correggio, ed altri due o tre quadri consimili, sparsi

ora nelle gallerie d'Europa, potrebbe vantarsi senz'altro di aver

tutto il meglio delle scuole italiane.

Certo, un sottile accorgimento ha presieduto, per molte generazioni di

re e di ministri, all'incremento della sterminata raccolta. Ministri e

re dovevano aver di continuo i loro segugi e bracchi in giro per le

nostre città, a fiutare la selvaggina e _levarla_, dovunque ella

fosse. Poi, due figlie dei Medici non andarono impunemente a sedersi

sul trono di Francia, nè un Mazzarino sullo scanno di Richelieu. Tutti

quegli Italiani portavano la loro arte con sè, vecchia e nuova, senza

misericordia, senza carità per la patria. E tele rapite all'Italia, e

tele dipinte in Francia da artisti chiamati dall'Italia, andarono di

mano in mano arricchendo le collezioni del Louvre. _Lupara_; serraglio

di lupi! Ma che lupi raffinati, Dio buono! E come fiutavano il genio!

Lutezia · 第 22 / 36 题