Il Louvre e le Tuileries.--Soluzione di continuità.--Storia
eroicomica.--Una etimologia da lupi.--L'architettura del
Risorgimento.--L'arte nostra al Louvre.--Regine, ministri, imperatori
italiani.--Compre e rapine.
Un cortile immenso, tre volte più lungo che largo, in cui potrebbero
esercitarsi comodamente cinque seimila soldati, e in cui s'entra e da
cui si esce, per tre arcate da una banda, verso il centro di Parigi,
per tre arcate dall'altra, verso la Senna; in mezzo al cortile, ma
verso le estremità, due boschetti tondeggianti da un lato, rinchiusi
entro cancelli di ferro, e un arco di trionfo dall'altro, che, con
tutta la sua mole, sembra un giocattolo di bambino sull'orlo di una
tavola da pranzo; intorno a quest'area, due file di fabbricati di
vario stile, fusi oramai nella tinta grigia del tempo, in parte
abbelliti dalla giunta di nobilissimi porticati con terrazze
sovrapposte e grand'uomini di marmo che incoronano le balaustrate, e
qua e là interrotti armonicamente da certi padiglioni, le cui facciate
sporgono in fuori un pochino e i tetti si spingono in su, oltre la
linea normale, co' loro cappelli di piombo; finalmente, a lontano
riscontro, sui due lati minori dell'immenso parallelogrammo, due
palazzi di gran lunga più rilevati, più ornati e più nobili; uno
severo nella sua venerabile antichità, ma vivo ancora e sano, l'altro
più gaio di linee, più giovine all'aspetto, ma morto, col cranio
scoperchiato e le occhiaie vuote; eccovi il Louvre con le Tuileries,
che gli sono.... cioè, diciamo meglio, che gli erano appiccicate da
prima.
La soluzione di continuità rappresenta qui le tradizioni interrotte
tra il passato monarchico della Francia e il suo presente
repubblicano. In questi ultimi anni fu ricostrutto quel po' delle due
ali che l'incendio della Comune aveva scamozzate; ma la saldatura tra
le ali e il corpo delle Tuileries non è stata più fatta, quantunque
governassero i Versagliesi, nè si farà certamente ora che accennano a
voler governare i repubblicani conservatori. Si direbbe, al vedere
così rispettata la sentenza di Erostrato, che la Francia abbia paura
di rifare il nido alle aquile, o il covo alle vipere. Imperocchè
dovete sapere, che alle Tuileries c'è stato un po' delle une e delle
altre, senza contare gli animali di minor conto. E ciò sia detto per
amore della metafora continuata, senza la menoma intenzione di far
torto a chicchessia.
Come palazzo regio, le Tuileries erano cosa moderna. Le aveva ideate
Caterina de' Medici, che, dopo la morte disgraziata di suo marito in
una giostra, non voleva più saperne del palazzo delle Tournelles, e
non amava ancora abbastanza il vecchio Louvre, in cui si era ridotta.
Enrico IV prosegui l'opera incominciata da Caterina, ma non volle
uscire dal Louvre. Maria de' Medici, sua moglie, andò, lui morto, ad
abitare nel Lussemburgo, fabbricato da lei sul gusto del palazzo
Pitti, suo nido natale. Nè Luigi XIII, nè il suo figliuol putativo
abitarono le Tuileries; solamente, e per poco, Luigi XV, fin tanto che
rimase sotto tutela. In quei tempi, la Corte dimorava a Versailles.
Alle Tuileries fu impiantata l'Accademia reale di musica; poscia la
Commedia francese, e Voltaire ci fu incoronato d'alloro. Fu la
rivoluzione (vedete stranezza) che allogò nelle Tuileries i re di
Francia, con un decreto dell'Assemblea costituente. È vero bensì che
l'intenzione non era di lasciarceli a lungo. Infatti, essa li mandò
ben presto alla prigione del Temple e di là al patibolo, con una
doppia sentenza, in cui sì punivano nei figli le malefatte dei padri.
La Convenzione, diventata sovrana, andò lei ad alloggio nel palazzo
destinato per burla all'ultimo dei Capeti. Colà il cittadino
Chaumette, in un momento di georgica ispirazione, domandò che il bel
giardino di Lenôtre fosse ridotto a coltivazione utile, piantato a
ricino, a rabarbaro, ed altri medicinali, per uso degli infermi. Il
rabarbaro non attecchì, e Robespierre potè in quel giardino salvato
celebrare la sua festa idilliaca dell'Ente Supremo, in cui si degnò di
proclamare l'immortalità dell'anima. Colgo l'occasione per dirvi che
il giardino delle Tuileries è al di fuori del palazzo omonimo e non ha
nulla a che fare con gli altri due accennati più sopra, piccole oasi
moderne, con cui si è voluto correggere uno sconcio di prospettiva,
entro la corte magna che si dilunga tra i due palazzi affrontati.
Soltanto con Napoleone I le Tuileries incominciarono ad essere dimora
stabile di monarchi. Seguirono, come sapete, due Borboni, un Orléans e
un altro Napoleone: _après quoi on a tiré l'échelle_. Almeno, così
dicono. E la reggia, abbruciata dai Comunisti, che poco mancò non
incendiassero anche il Louvre, è stata conservata nella sua maestà di
rovina solitaria. Essa non mi dispiace neanche così. È, dopo tutto, un
brano di storia affumicata, che può servire ad ogni classe
d'ignoranti. Gli uni guardano e temono; gli altri guardano e sperano;
il tempo passa e canzona tutti quanti. Gran filosofo il tempo; assai
più filosofo che galantuomo.
Andiamo via e voltiamoci al Louvre; casa nostra, come ebbi l'onore di
dirvi. Era anticamente una torre, e Filippo Augusto ci teneva chiuse
con molta gelosia le sue carte, i suoi sparagni e i suoi prigionieri
di Stato. Come e perchè si chiamasse Louvre un luogo per solito così
poco aperto, non so. Nel latino dei notai si disse _Lupara_, e il
Dizionario di Trévoux pretende che il nome derivi appunto da serraglio
di lupi. Per un dizionario stampato nel secolo XVIII, con approvazione
e privilegio del re, non c'è male; che ne dite?
La torre di Filippo Augusto si moltiplicò in processo di tempo. Quando
Carlo V ci venne ospite di Francesco I, il Louvre contava tredici
torri, murate in cerchio, e coronate dalle loro banderuole di ferro.
Si narra che, per la solenne occasione, Francesco I facesse indorare a
nuovo le banderuole in discorso. Ma siccome non parve a lui che ciò
bastasse ad abbellire la dimora dei re di Francia, pensò bene di
abbattere ogni cosa e di far sorgere _ex novo_ un palazzo degno di lui
e di madonna Diana di Poitiers, favorita di due generazioni, le cui
iniziali e le lune falcate dello stemma dovevano poscia vedersi
scolpite sulla fronte dell'edifizio, immaginate voi con che gusto di
due legittime mogli.
Il vecchio Louvre è un vero miracolo dell'arte del Risorgimento in
Francia. Gli architetti erano Francesi; il gusto italiano. Francesco
II fu il primo ad abitarvi con tutta la sua corte. Enrico IV edificò
il braccio lungo Senna, per congiungere la sua reggia alle Tuileries
edificate da Caterina de' Medici. Luigi XIII, Maria de' Medici, Anna
d'Austria, condussero a compimento la corte quadrata e decorarono gli
appartamenti. Luigi XIV non fu da meno di loro, quantunque non ci
abitasse mai. Pel re Sole era quella una reggia borghese, troppo in
mezzo alla bordaglia dei sudditi; e il re Sole edificava Versailles.
Ma di questo più tardi. Debbo strigarmi dalla storia del Louvre,
narrando che Luigi XIV destinò una parte del palazzo all'Accademia
francese, a quella delle scienze, e ad altre consimili, magnificamente
istituite da lui; un'altra parte alla stamperia reale, alla zecca
delle medaglie, agli archivii e via discorrendo. Così ebbe principio
la nuova vita del Louvre, non più dimora di re, ma santuario delle
scienze e delle arti. La Rivoluzione compì l'opera; il Consolato e
l'Impero l'arricchirono in modo straordinario. E si capisce;
Napoleone, gran cacciatore d'uomini, ma altresì di quadri e statue al
cospetto di Dio, doveva essere pel Louvre un provveditore eccellente.
Tutta la roba nostra, o almeno un due terzi della roba nostra in
materia di pittura, è qui dentro. Mettete insieme le gallerie Vaticane
di Roma, Pitti e gli Uffizi di Firenze, il Museo Nazionale di Napoli e
cinque o sei pinacoteche delle corti minori della penisola; tutti i
capolavori nostrani, raccolti in questi santuarii del bello, non
raggiungono la metà dei quadri italiani del Louvre. Se poi si lasci in
disparte il numero e non si badi che al pregio maggiore o minore delle
opere, la proporzione riesce ancora più notevole a vantaggio del
grande museo parigino. Il quale, se possedesse ancora, come gli
avvenne in un periodo di epiche ruberie, la _Trasfigurazione_ di
Raffaello, la _Comunione_ del Domenichino, la _Madonna di San
Gerolamo_ del Correggio, ed altri due o tre quadri consimili, sparsi
ora nelle gallerie d'Europa, potrebbe vantarsi senz'altro di aver
tutto il meglio delle scuole italiane.
Certo, un sottile accorgimento ha presieduto, per molte generazioni di
re e di ministri, all'incremento della sterminata raccolta. Ministri e
re dovevano aver di continuo i loro segugi e bracchi in giro per le
nostre città, a fiutare la selvaggina e _levarla_, dovunque ella
fosse. Poi, due figlie dei Medici non andarono impunemente a sedersi
sul trono di Francia, nè un Mazzarino sullo scanno di Richelieu. Tutti
quegli Italiani portavano la loro arte con sè, vecchia e nuova, senza
misericordia, senza carità per la patria. E tele rapite all'Italia, e
tele dipinte in Francia da artisti chiamati dall'Italia, andarono di
mano in mano arricchendo le collezioni del Louvre. _Lupara_; serraglio
di lupi! Ma che lupi raffinati, Dio buono! E come fiutavano il genio!