VII.

Arte francese.--Cabanel, Durand, Meissonier.--Dumas figlio in

libreria.--Povero nudo!--Effetti di colore.--Pei miopi e pei

presbiti.--Giusto giudizio sugli Italiani.--Ai pittori dell'avvenire.

E notate, se mai ci fu tempo di vincere, era questo di certo. I

francesi, che, un po' con l'arte vera, un po' con l'altra

dell'_affichage_, del _bavardage_ e del _colportage_ giornalistico,

hanno ottenuto il primato nella pittura e possono vantarsene da per sè

nella lingua più intesa del mondo e nel mercato per tante ragioni più

frequentato d'Europa, i francesi, dico, sono nella pittura ciò che

molti dei nostri sono diventati nella scoltura, dei _faiseurs

agréables_. Vuoi per una trentina d'anni in cui la _Bohème_ artistica

ha spadronato a sua posta, uccidendo coll'arma del ridicolo i

classici, vuoi perchè gli Ingres, i Delacroix, i Delaroche, non

nascono tutti i giorni, vuoi perchè si fanno volentieri i quadretti

quando c'è' un mercante di tele che li compra per rivenderli ai

piccoli salotti borghesi, come si fanno volentieri gli articoli

spiritosi di giornale quando il gusto del pubblico ha sostituito

all'opera pensata i quattro segni quotidiani in punta di penna, il

fatto sta ed è che l'arte francese si trova al lumicino. Hanno qui un

famoso pittore che travia tutti gli altri con l'amore e con la scienza

del piccolo. Non c'è che dire, _c'est un grand petit peintre_. Dei

corazzieri lunghi un dito mignolo, un filosofino, un sergentino, un

piccolo posto di guardia, una vedetta da guardarsi col microscopio,

ecco le tele del signor Meissonier. Son belle, non lo nego; stanno

così bene in un salotto, sopra la spalliera del canapè! Cinquanta

centimetri di lunghezza, cinquantamila lire di prezzo, è roba

regalata. Dunque, tutti Meissonier; così vuole la moda. Chi non può

avere Meissonier, si contenta d'un imitatore fortunato.

Anche il ritratto è in onore e trattato per benino. Cabanel, Carolus

Durand, lo stesso Meissonier, lo hanno elevato a dignità di quadro. Ed

è naturale che sia così. Come ritratto, si preferisce una bella

fotografia del Disdori, o di Numa Blanc, ambedue fotografi sul

_boulevard des Italiens_, e degni di questo centro dell'universo.

Dunque, il ritratto a olio deve ricattarsi sugli accessorii, per

vivere, e Tiziano Vecellio, Paris Bordene, i grandi ritrattisti del

volto, Antonio Vandick, il gran ritrattista del volto e delle mani,

possono andarsi a riporre. Per ciò vediamo Alessandro Dumas figlio

collocato là dove meno si sarebbe immaginato, in una libreria.

Capisco, il Meissonier lo avrà posto in mezzo alle sue commedie e a'

suoi romanzi, rilegati alla foggia dei libri vecchi, _en reliures

d'amateur_, come si chiamano qui. Ma tuttavia, Alessandro Dumas

figlio, rappresentato in una libreria, lui che ha sempre studiato nel

mondo, anzi nel mezzo mondo, _allons donc!_

Quanto ai ritratti di donna, la pittura ad olio si spiega anche più

facilmente. La fotografia non rende l'impasto della carne, e un abito

scollacciato vuole la sua mostra di carne. Sappiate impastare le

carni, dunque. Ci sono qui molti pittori che fanno assai bene le

carni, specie le carni che hanno ricevuta la debita impiastricciatura

di _cold cream_. Per contro, non ce ne sono due che sappiano fare il

nudo. La grazia confonde la bellezza e per conseguenza anche la

verità. Per amore della grazia, qui si dipingono le Veneri e le Ninfe

con un fianco che sporge e l'altro che rientra; Veneri sciancate, a

cui Paride non darebbe neanche una fetta del suo pomo. Ninfe zoppe,

che nessun Fauno s'attenterebbe d'inseguire, per tema di vederle

cadere troppo presto.

Si notano anche le grandi composizioni; e un amico della verità non

deve passare sotto silenzio la Salomè, la Sfinge, la Vestale, il Papa

Formoso, il Carnefice moresco, l'eccidio di Corinto, l'Entrata di

Maometto II in Costantinopoli. Hanno tutte la loro parte di buono, ma

il quadro che vi trattenga e vi comandi l'ammirazione non c'è. I più

ragguardevoli non sono quasi altro che effetti di colore; piacevoli o

no, legittimi o meno, ma effetti di colore. Questa è la malattia degli

artisti moderni in Francia, e la si vede anche meglio nei quadri di

paese, dove la figura è secondaria e non richiede ombra di disegno, o

manca affatto per deliberato proposito dell'artista che rammenta la

massima di Teofilo Gautier: «_l'homme! ça gâte le paysage_». Si dicono

veristi, ma in questi loro paesi, in queste loro marine, il vero non

c'è; solamente l'effetto del vero, a chi si contenti di guardare in

distanza, se è miope. I presbiti soli possono accostarsi; anzi la cosa

è espressamente raccomandata.

Il buono c'è, lo ripeto, e mi pare di averlo anche detto in principio;

ma poichè l'ottimo è sparito, era questo per l'Italia il tempo di

farne lei, presentando cinque o sei quadri, largamente concepiti,

magistralmente eseguiti, come sanno fare certuni. Che cosa, infatti,

non avremmo potuto sperare se ci fosse stato all'esposizione di Parigi

bravamente condotto a olio, il _Galileo davanti al Sant'Uffizio_,

composizione del Barabino, che si ammira a Genova, condotta a fresco,

nella palazzina Celesia? un'altra _Cacciata del duca d'Atene_, opera

dell'Ussi, che merita da per sè sola il viaggio di Firenze? o un altro

_Barbarigo_, come quello che il Giannetti ha dipinto a Venezia, per la

fondazione Querini Stampalia? _J'en passe et des meilleurs_, come dico

Don Ruy Gomez de Silva.

Come va questa faccenda che nessuno, o quasi, dei nostri grandi

pittori di storia ha esposto nulla? Le colpe del governo le ho dette,

e senza riguardi; ma ci sono anche le colpe degli artisti sullodati, e

mostrerei di aver due pesi e due misure, se non calcassi anche su

queste dopo averle accennate di volo nella lettera precedente. Quando

si ha un nome nell'arte bisogna essere presenti a tutte le gare, a

tutte le battaglie, se non a tutte le feste dell'arte. Non ci sono

scuse che tengano; l'Italia non incorona i suoi migliori, perchè essi

nelle occasioni solenni se ne rimangano a casa, o si coprano coi

pretesti del tempo, che è loro mancato. _Noblesse oblige_. Però Enrico

IV poteva scrivere al duca di Crillon, dopo una giornata campale:

«_pends-toi, brave Crillon: on s'est battu et tu n'y étais pas_». Ma

allora il Bearnese aveva vinto, e il rimprovero poteva farsi per

celia; qui siamo nel caso contrario, ed io non fo celia, appioppo un

rimprovero.

È stata indolenza? è stata paura? A buon conto, i pochi buoni che

hanno mandato anche poco, e non del loro meglio, non isfigurano qui.

Si guardano con piacere il _Ripudio di Giuseppina_ del Pagliano e la

_Ragione di Stato_ del Didioni, una medesima scena colta felicemente

da due artisti in due momenti diversi. Sempre uguale alla sua fama

l'Induno, di cui si osserva l'_Italia_ nel 1866, bella composizione

fra il soldatesco e il campestre, già veduta e degnamente encomiata

fra noi. È ammirato il Pasini colle sue scene di Costantinopoli e il

Vertunni con le sue Piramidi, la sua Sfinge nel deserto e le sue

Paludi pontine. Non cito il Michetti, pittore che mi dicono di vaglia,

ma di cui non vedo che un quadro, la _Primavera_, trasparentissimo di

colore, ma troppo bizzarro nel suo concetto allegorico. Lascio il De

Nittis che meriterebbe gran lode per le sue brume londinesi e pel suo

_Ritorno dal bosco di Boulogne_, ma che vive da lunga pezza a Parigi e

a Londra, e non mi pare di scuola italiana. Il _Petit Journal_, in una

sua esecuzione sommaria di tutti i pittori italiani, non manda salvi

che il Pasini e il De Nittis, gabellandoli quasi per artisti francesi,

smarriti, a quanto pare, nella sezione italiana.

Quanto al Pasini, mi pare che l'Aristarco francese abbia torto. Il

Pasini sarà stato lungamente a Parigi, com'egli afferma; cionondimeno

si è conservato un artista italiano. Quanto al De Nittis, non c'è che

dire, l'Aristarco francese ha ragione. E ripeterò con lui, quantunque

di mala voglia, che le tele del De Nittis rialzano un pochettino

l'esposizione italiana, non già la scuola italiana, «_car il est trop

visible que l'Italie, qui a compté successivement tant d'écoles

immortelles, n'en a plus une seule aujourd'hui_». E dedico queste

linee, che non mi dà l'animo di voltare in lingua nostra, a quei

valenti infingardi, che non si sono fatti vivi per l'onore dell'arte

nazionale.

Grazie alla loro mancanza, l'Italia è stata sconfitta. Da chi? _Vatt'a

pesca chi t'ha dato_, sarebbe il caso di ripetere con un sonetto del

Belli. Per me, credo che da tutti potevamo lasciarci battere, fuorchè

dagli austriaci. E quando si pensa che tutto ciò è avvenuto per un

pittore, per un solo pittore di più che hanno mostrato loro, e per uno

di meno che abbiamo mostrato noi, si corre involontariamente col

pensiero a Lissa e a Custoza. In fondo in fondo, è sempre andata così,

tra paese e paese. Date ad una nazione due uomini, uno che sappia

provvedere, ordinare, preparare, un altro che abbia molta fede in sè,

e ne ispiri ne' suoi soldati altrettanta, ed una guerra è vinta, dieci

o vent'anni di primato si ottengono. Il mondo, che giudica ogni cosa

dall'esito, si contenta di queste prove fortunate; donde la

conseguenza che un paese ha mestieri di questi uomini, e guai a lui

quando questi uomini non ci sono, o si nascondono.

Si consolino intanto i veristi d'_à peu près_. Nel paese che più

d'ogni altro deve la sua fama pittorica ai veristi, essi hanno avuto

la lode che meritano e probabilmente la sola che ambiscono. Cito

ancora il famoso articolo del _Petit Journal_. «_Ce ne sont pas les

ruines majestueuses de sa grandeur artistique d'autrefois que l'Italie

nous invite à contempler; c'est un art tout battant neuf, un art à la

mode, qui tient beaucoup du métier et qui a l'éclat tapageur d'une

ville de parvenu. Est-ce à dire que..._ (seguono le citazioni) _ne

soient pas des oeuvres agréables et amusantes à regarder avec leur

papillotement de couleur et l'allure affectée de leurs personnages?

Assurement non. Ces imitations de Fortuny tiendraient honorablement

leur place dans tout exposition qui ne serait pas l'exposition

italienne; mais on s'attriste de les voir, ou plutôt de ne voir

qu'elles, dans les envois de la patrie de Raphaël, de Titien et de

Veronèse_».

Lascio i veristi _sullodati_, per non guastarmi più il sangue, e parlo

ai giovani dell'avvenire. Si diano all'arte grande, se hanno cuore;

studino il vero, senza dimenticare i sommi maestri e il modo in cui

essi hanno saputo renderci il vero. Imitare per imitare, val meglio

andare in traccia dei fulgidi esemplari, per cui l'Italia ha un nome e

desta ancora tanta invidia nel mondo.

E quind'innanzi facciamo come fo io, povero profano, che oramai,

quando vorrò vedere dell'arte buona, sentire la scossa elettrica del

sublime, se sarò a Firenze andrò a Pitti, o agli Uffizii, se sarò a

Roma pellegrinerò apostolicamente fino ai Musei Vaticani, se sarò a

Parigi come ora, domanderò ospitalità in casa nostra.... al Louvre.

Lutezia · 第 21 / 36 题