Dolenti note.--La pittura italiana.--Pittura di genere, pittura
degenere--La quarta figura.--I veristi del Cinquecento.--_Vox audita
est in Rama._--Finanzieri e ciabattini.--Il fazzoletto di cotone.
Vengo alla pittura. Qui non ci batteranno, spero; ci hanno battuti,
battuti sonoramente, battuti _à plate couture_, come si dice sulla
faccia del luogo.
Parlandovi della esposizione pittorica dell'Italia, amerei farmi
intendere appuntino. Ora, per farmi intendere, debbo trovare un
paragone con qualche città secondaria; per esempio, con Genova, che
certamente non si lagnerà di essere citata dopo Parigi, per ragione
d'importanza. E tuttavia, il paragone non reggerebbe. Genova, in
alcune esposizioni della sua Società promotrice di Belle Arti, ha
avuto delle tele come la _Consolatrice degli afflitti_ di Nicolò
Barabino, come la _Morte di Alessandro de' Medici_ del Castagnola, o
del Bellucci, come il _Bernabò Visconti_ del Giannetti, e via
discorrendo. Ma lasciamo andare; poichè il paragone non m'è venuto
esatto, e a trovarne uno migliore dovrei sudarci parecchio, fate conto
che l'esposizione pittorica dell'Italia a Parigi sia una delle
migliori di Genova, ma senza Castagnola, senza Giannetti, senza
Bellucci, senza Barabino.
E adesso che vi sarete formati un'idea approssimativa della cosa,
intenderete ciò che sono per dirvi. A voler prendere questa per
un'esposizione di città provinciale italiana, dove possa anche
capitare uno straniero e derivarne qualche giudizio intorno all'arte
nostra, si può ammettere che qui ci sia molto; ma, per una esposizione
universale, a cui potevamo e dovevamo prepararci come ad una giornata
campale, decisiva, in cui potevamo e dovevamo impegnare tutto
l'esercito, la prima, la seconda linea, ed anche le riserve, c'è'
poco, anzi meno del poco.
Ora, questo pochissimo appartiene tutto alla così detta pittura di
genere, salvo due o tre quadri che appartengono alla gran pittura....
degenere. Parlo liberamente, perchè non ho peli sulla lingua; e cui
non piace mi rincari il fitto. Un valente artista italiano, che ho
incontrato l'altro dì nella sala di belle arti della Grecia (un altro
paese, che non è tornato ancora all'altezza del nome), mi diceva
pietosamente che nei quadri italiani si vede lo studio, l'indagine, la
ricerca del vero, il desiderio di trovare una strada, mentre in altre
scuole, già più avanti della nostra, si nota il periodo della
decadenza, del mestiere ben fatto, ma sempre mestiere. Non ho voluto
dirgli di no; mi sono contentato di rispondergli che le scuole di cui
parlava erano almeno rappresentate al Campo di Marte da tutti i loro
più grandi e più famosi artisti, laddove la nostra aveva il doppio
torto di non aver messo tutti i suoi in linea di battaglia. Se ciò
fosse stato fatto, chi sa? avremmo forse vinto, certamente sostenuto
l'onore della bandiera. Così come ci siamo presentati, facciamo la
quarta figura, e tutti coloro che giudicano l'arte del nostro paese
dai quadri che sono esposti nella sezione italiana, possono dire
queste due cose di noi: che nei meccanismi dell'arte siamo rimasti
indietro, e che non ci salviamo neanche per la nobiltà degli intenti.
Sento già un'aria di burrasca che consola. Ecco il paladino della
grande pittura; della pittura accademica! Sì, signori, della grande
pittura; quanto all'accademia, l'ho in un calcetto, ve la regalo, e
tanto più volentieri, immaginando che spesso vi accadrà di averne
bisogno, per correggere gli errori dei vostri occhi, quando travedono,
deturpano, assassinano il vero. Mi si dirà ancora: volete dunque e
sempre della pittura storica? Non sempre, sebbene la quantità non
guasti; domando dell'arte che miri alto, intesa a contentar l'occhio
fin che volete, ma anche a sollevare lo spirito. L'opera che non fa
pensare, è un'opera inutile.
Del resto, non volete fare della grande pittura? Non ne fate: anzi,
buttatevi tutti a imitare il Meissonier, e diventate milionarii, che
Iddio vi benedica e i mercanti di quadri vi aiutino! Sia pure arte
piccola, ma fatela bene. Diventate maestri in quell'arte
Che alluminar è chiamata a Parisi,
ma battetevi seriamente, per Dio; ma fatevi ammirare dai Filistei che
oggi comandano, col loro buon gusto, nella Terra promessa di Raffaello
e di Tiziano, del Correggio e di Leonardo da Vinci. Intanto, che cosa
vuol dire che qui a Parigi, al Campo di Marte, tutti, maestri e
dilettanti, dotti e ignoranti, _connaisseurs.... et américains_, vanno
in folla e si pigiano nella sezione austriaca? Non già nella francese,
signori, per intenerirsi coi Meissonier; non già nella spagnuola, per
sdilinquirsi nei Fortuny; nell'austriaca, proprio nell'austriaca, che
del resto ci ha poco di buono, ma che ci ha pure un quadro, un quadro
solo, un gran quadro, origine e suggello di tutta la sua straordinaria
fortuna.
Parlo di Giovanni Makart e della sua _Entrata di Carlo V in Anversa_.
Come composizione, il quadro è pieno di difetti; come fattura, manca
di originalità. Ma come tutto ciò è compensato! Come tutto ciò si
dimentica, alla vista di quella tela smisurata! L'artista ha sentito
largamente il soggetto, e questo è già un bel merito, in questi tempi
di gretteria applicata alle arti. Poi, sapete che il quadro non l'ha
dipinto lui? Vi dico una cosa strana, contro cui protesterebbe
volentieri il medesimo autore. Ma il fatto è questo, e non si muta, il
quadro gliel'hanno dipinto in due, e tutt'e due italiani, ma del buon
tempo antico, Paolo Veronese e Tiziano. Ci pensi l'autore, e finirà
col darmi ragione; dirà che non si ricorda bene, che forse dormiva,
davanti alla sua composizione abbozzata, e che quei due grandi, non
nemici suoi, certamente, hanno approfittato del buon momento, per
fargli quel tiro mancino. Benedetti i sonni di un nobile artista,
consolati da cosiffatte apparizioni! Io penso con dolore che fra
duecento e trecent'anni non si potrà dire, neanche d'un quadro
d'artista cinese, che gliel'hanno dipinto due pittori italiani,
espositori a Parigi, nella mostra universale del 1878!
Tiziano Vecellio e Paolo Veronese! Che si fa celia? Due realisti, due
naturalisti, due veristi del tempo loro; che facevano dell'arte larga,
dell'arte grandiosa; che volevano lode e fama, anche accettando le
commissioni dei potenti, e si sarebbero vergognati di fare un
quadruccio, anche quando, non che venderlo ad un borghesuccio
arricchito, dovevano regalarlo a qualche poeta di strapazzo, loro
compagno di cena.
L'arte è così; divina, o nulla. L'arte piccola confina col mestiere,
ci fa le sue scorribande, ci piglia gusto (come lo si piglia, pur
troppo, in tutte le discese!) e finisce col metterci casa. Io, per me,
non intendo l'artista altrimenti che col cuore aperto a tutti i nobili
sentimenti, l'anima a tutti gli alti concetti. Quando ama restringere
il suo orizzonte, lo stimo ancora, se è bravo; ma lo rimando al
disegno industriale, che dopo tutto ha tanto bisogno d'aiuto, per far
fruttificare un altro ramo dell'operosità nazionale.
«Una voce s'è udita in Rama; è Rachele che piange i suoi figli; e non
vuol essere consolata, imperocchè essi non sono più». Così le
Scritture. Ed io sono un po' come la biblica Rachele; piango la
grand'arte italiana, e non so consolarmi di vederla assente da Parigi.
Perchè non è venuta? È così che l'Italia ha tenuto l'invito? Mi dolgo
del fatto co' suoi pittori più famosi; ma mi dolgo sopratutto col suo
governo, accuso la trascuranza di coloro che erano al potere, quando
fu annunziata l'esposizione, indetta la gara di Parigi. Ci voleva
tanto a chiamarsi intorno una mezza dozzina dei.... non dozzinali, per
sapere se intendevano di concorrere, e all'occorrenza per incitarli a
concorrere? Si poteva, per esempio, dir loro in molta confidenza:
«lavorate per la solenne occasione: smettete i quadretti di salotto,
le pale d'altare, le medaglie a buon fresco, per una volta tanto; fate
qualche cosa di grande, che sia degno della mostra universale,
dell'Italia e di voi; se i vostri cinque o sei quadri, per la mole
loro o per la natura del soggetto, non si venderanno laggiù, penseremo
noi, penserà il paese, a cui avrete guadagnata la medaglia d'oro, e,
che più monta, assicurata la fama».
Sicuro, si poteva dir questo. Ma allora.... allora sedeva sulle cose
della pubblica istruzione un uomo.... e su quelle della finanza sedeva
un altr'uomo.... Non li nomino, perchè, in fin de' conti, non sono
essi solamente i colpevoli, e perchè troppi altri, al posto loro,
avrebbero fatto lo stesso. Che serve biasimare Tizio o Caio, quando è
tutta la scuola dei nostri uomini politici che ha mestieri di
rinnovare il suo _credo_? In materia di finanza, i nostri uomini
politici hanno un poco del ciabattino; voglio dire che adoperano
troppo la lesina, salvo a buttarla via, ed anche a rovesciare il
bischetto, in un momento di buon umore, che è per solito nella
domenica del pareggio, e dura qualche volta tutto il lunedì della
sbornia. In materia di istruzione, e per conseguenza anche d'arte, che
cosa aspettarti da loro, se non vivono d'arte e coll'arte? Questa è
libera, si capisce, e non ha più da mendicare la sua vita da un
Augusto, nè da un Leone X. Ma qui, con buona pace dei dottrinarii,
abbiamo un fatto nuovo, che non si giudica coi loro vecchi criterii.
In quella guisa che le grandi reti ferroviarie e le potenti
associazioni di credito hanno dovuto scrollare un tantino l'autorità
dell'antico aforismo economico dei fisiocratici «lasciate fare,
lasciate passare», così le grandi esposizioni internazionali mutano un
poco, per non dir molto a dirittura, le condizioni di assoluta
libertà, e di assoluta trascuranza, in cui sono lasciate le arti. Se
lo Stato provvede a spese ragguardevoli per concorrere ad una di
queste esposizioni, perchè non s'intrometterebbe anche nella bisogna
di stimolare i grandi ingegni, che in quelle mostre, in quelle gare
d'operosità, possono recare il lustro maggiore e l'aiuto più poderoso?
Torno a dirlo; i nostri uomini politici hanno torto; e certuni tra
loro, a cui giova il tenere il portafoglio dell'istruzione pubblica,
hanno torto marcio a non avere intelletto d'amore per l'arte. Capisco
che hanno da godersela coi loro provveditori e colle quistioncelle
burocratiche; una nuova classe di sventurati da aumentare e da
tormentare; gli istituti tecnici da insidiare e da digerire. Ciò basta
alla loro operosità; dopo di che, rimane appena il tempo di spiegare
un fazzoletto di cotone e soffiarcisi il naso. Ma ciò non è bello, no,
non è bello; nè il trascurar l'arte patria, nè il soffiarsi il naso
con un fazzoletto di cotone; specialmente se è giallo.