Ah! no!... Non più singhiozzi!... Mi spezzi la schiena!

Vuoi tu dunque, o mio cuore, commuovere fino alle lagrime

gli echi femminei che un tempo conobbi sulla mia strada

e che ancora m'attendono, in ginocchio, preganti

come domestiche curve intorno a un'agonia...

alla mia agonia danzante e frenetica?...

Il mio cuore trabocca, gronda il mio cuore

d'un orgoglio fantastico e temerario

impennacchiato di rumorosa ebbrezza

e agghiacciato di freddo terrore

come una coppa di _champagne_ avvelenato!

La morte? M'annunciate la mia morte?...

Lo so: laggiù, in quella città stretta dall'odio

sotto il suo campanile alzato come un pugno nero....

lo so: nell'intestino fumoso di una viuzza,

dietro la porta chiusa d'una bettola,

la Morte m'aspetta... (È là ch'ella vive!)

Essa, pezzente scarnita sotto i suoi stracci di nebbia,

è là da sempre, seduta a una tavola,

e tende al visitatore predestinato

la sua faccia d'incandescente cenere,

in cui sfavillano occhi di stagnante putredine!...

Orrore!... Mi sento sulle guance e nell'ossa

il tenebroso brivido di un abbraccio mortale!

Serrate i freni!... Son rotti?... Che fare?

Bisogna dunque che io abbandoni

la pazza frenesia del mio treno

alle ostili sdrucciolate del binario!

Vedete? Come potrei rallentare il mio slancio

ed il ritmo possente del mio cuore nero?

Esploro lontano, e vedo tettoie formidabili

dagli occhi di porpora, arrotondati dall'attesa,

che s'accosciano intorno alla fumida bocca

della stazione,

sulle matasse e le trecce dei luccicanti binarî...

Le sinistre tettoie a quando a quando oscillano,

come nordici pescatori dal gabbano incatramato

che agli scogli s'aggrappan, nello sforzo

di trarre a riva grandi reti ricolme di pesca...

Lo so: voi mi aspettate

sotto i vostri sonori cappelli di latta

dalla falda piatta, aperte le braccia

per regger nasse immense, in cui presto

(voi lo sperate, lo so!) il mio folle treno

balzerà assurdo e guizzante come un pesce preso.

Sono un pesce, lo ammetto!... Ma ribelle, ma invitto!...

Che! Nulla vi spaventa?... Eppur le mie rosse branchie

soffian lontano un alito di fucina,

e le raffiche sferzanti, che torcono i vostri cappelli

di latta vibrante, sapranno atterrarvi!...

Ebbene? che dite? Questo vento pesante

non potrà soffocare il vostro violento ansimare?

Oh! davvero vi ammiro, o sacripanti

irrigiditi nello sforzo d'inchiodare

le vostre fatidiche nasse agli scogli della riva!

Ma non importa: io sono indomabile e posso

flettermi come un'anguilla, cacciandomi

attraverso le strette maglie, e mi diverto oltremodo

ad ascoltare i vostri gridi gutturali

di vapor crepitante!...

Sento incessantemente le mani impazienti

d'un Dèmone carezzevole, furtivo, onnipresente,

che senza sforzo mi strappa con le unghie dorate

un occhio:... gli occhi... le ciglia!...

Oh! qual delirio! Quale orrore squisito!

Le sue unghie s'accaniscono a lisciarmi

la carne del volto, e la sua bocca vorace

passa e mi mangia le labbra!...

Il mio volto è spianato, levigato

come i Cristi scolpiti sui vecchi reliquiarî,

divorati dai baci d'innumeri pellegrini...

Grazie, grazie, Demonio di Frenesia e d'Impossibile,

poichè certo sei tu che sazî la tua fame

sulla mia faccia!... Sei tu che rivesti il mio corpo

d'invisibili labbra e di elettriche nari!...

Per te, tutto il mio corpo

beve, mangia e fiuta

il soffio glacial della Morte!...

Un urto brusco!... un grande scrollìo di cerniere!...

Ah! maledetto guscio di tartaruga! Il mio treno

è incatenato! Io ne fuggo fuori

rompendo i vetri, come un lupo che scappi

abbandonando la coda superflua,

(non è forse un oggetto di lusso?)

alle mascelle d'una trappola!...

Ed entro finalmente nella città!...

10

Il Veliero condannato.

Già il cielo nero si gonfia

del singhiozzo straziante che il mio cuor condannato

sta per lanciare allo Zenit...

Alba sinistra e macerata d'angoscia!... Alba contratta!

Il vento, agonizzando a un quadrivio,

aguzza un suo rantolo estenuato...

O vento crocifisso dai chiodi delle Stelle!...

Riboccano le vie d'un bitume di folla

tutto fumante di tenebre, che scuotere sembra

penosamente la corpulenza delle facciate.

E dovunque il soffio selvaggio del mare

s'ingolfa con fracasso, sbatacchiando

le sue mille teste dai capelli ritti,

le sue mille braccia, le sue mille voci a trivello...

E il Terrore dovunque m'insegue da presso

pungendomi le reni con la spada!...

Pennacchi crollanti di fumo greve e grasso

invischiano orribilmente il tumultuar della folla,

che svolge intorno a me i suoi tentacoli

di piovra colossale dalle ventose fetenti...

Maschi e femmine... tutti mi somigliano!

Sei sempre tu, Demonio delle Frenesie,

che divorasti loro la faccia... Oh! eterna lebbra!...

... Come a me?... Come a me!

Nessuno sentiva l'angoscia

e il crudele rimorso d'aver perduto così

i proprî lineamenti, la propria maschera, il proprio viso

fra le unghie d'un ignoto,

per amor dell'Inferno o del Cielo?

No: per amor delle Nuvole!

Ecco: una donna!... Le mie dita

t'hanno riconosciuta!... Per le poppe t'afferro...

Gridami dunque, gridami se senti

l'orror della mia faccia corrosa!

E non hai tu la brama angosciosa di sapere

il delitto, la follia, la disperazione nascosta

dietro la mia fronte d'avorio?

Poichè son io, il colpevole, il condannato a morte

che trascinate senza saperlo

verso il nulla delle vostre vendette!...

Forse lo ignori?... Silenzio...

Sanno farsi capire le mie dita, affondando

nella tua carne?... Hai tu compreso?...

Ahimè! Io non sento che un pesante scalpiccìo

molle di piedi nudi sulla strada fangosa,

che sembra fermentar d'odio sotto i miei passi...

A destra ed a sinistra, le mura delle case

furtivamente fuggono fra l'ondeggiare

dei fumi e delle fiamme... e la folla si spande,

sinistro ventaglio di palpitante velluto,

nell'ombra spaziosa dei moli e delle banchine...

delle banchine immense di questo porto fatidico!...

Ecco! Uno dopo l'altro gli schiaffi colossali

di un'ondata che s'erge, impennacchiata di luna verde,

imprimono alla folla sussulti e risacche violente

in cui rapido piroetta il mio corpo.

Orrore! che mai vedo, in lontananza,

in cerchio intorno a me?

Non tremare, o mio cuore!...

Digradanti sui declivî dei monti lontani

vedo le case nere che scendono, sbarrando

i loro vetri rossi, col dolce sghignazzare

e col sorriso truce dei loro vecchi balconi sdentati...

A me intorno la folla automatica e bituminosa

si mesce e si confonde coll'agitazione del mare.

Ma da ogni parte fiammeggian pupille,

pupille vive di case precipitanti

il loro galoppo fantastico, di gradino in gradino,

dall'alto al basso di questo gran circo di monti,

per vedermi e seguirmi

con un lungo sguardo inesplicabile.

Le finestre battono le palpebre, rapide,

poichè la bufera raddoppia.

Il porto cupo altro non è

che un vasto scricchiolamento

d'alberature infrante

sotto lo sforzo delle vele dal ventre squarciato,

saccheggiato da artigli feroci!...

Aiuto! Aiuto! Il vecchio porto contorce

la sua immensa carcassa schiacciata

di capanna masticata dal fulmine...

Aiuto!... La tempesta?... Ah! no!...

Questo è un assalto di onde dai denti di lupo!...

Sembrano lupi furibondi per fame,

che s'avventino sulla porta d'una casa,

e in torrenti accaniti

penètrino dalle finestre!

Un gran veliero leva alto il suo scheletro

davanti a me, sul molo.

Le sue ossa piegan sotto cordami simili a budella.

Accorrete dunque in folla, o case scellerate

dalle facce forate di pupille febbrili!...

Inarcate le vostre braccia

e i vostri tetti coperti di tegole... Issatevi

le une sull'altre, per assaporare

il sublime spettacolo della mia morte!

Uragano! Uragano dalla bocca tôrta

come le vaste brecce che il fulmine di Dio

scava nella fronte dei templi sacrileghi,

scatena, scatena dunque la muta

delle tue onde dai denti di lupo!...

Urrà! vedo la lucente madreperla

delle lor zanne, che si arrota, intaccando

il molo irremovibile,

qui sulla soglia di questo gran porto,

le cui alberature oscillanti sussultano

crollando giù come travi carbonizzate!...

Urrà! Urrà!... Mentre dunque l'Angoscia

delle Angoscie mi serra feroce la gola,

io mi rizzo

sull'altissimo cassero di questo veliero spettrale.

Alfine, o mio cuore, prepàrati

a goder della festa gloriosa che la Morte,

tua patrona, t'appresta nei Regni del Nulla!...

Fa presto i tuoi voti, o mio cuore,

i tuoi ultimi voti assurdi!...

Sul mio capo, le vele si gonfian mostruose,

e cozzan le loro mammelle e le lor pance di streghe,

Il molo è superato!... Uragano, mi strozzi!

O Luna verde, mistico ragno

che con laboriose zampe intrecci i miei cordami,

lascia dunque ch'io vomiti l'anima mia frenetica

sulla tua bocca triangolare!... Bevi

sulla mia fronte l'ebbrezza e la demenza

del mio sogno!... Il sogno

è un tormento dalle delizie divine,

ma pur sempre un tormento!...

Tu mi schiacci, Uragano!...

Terrore!... Ecco le onde dai denti di lupo!...

Io vedo i vostri occhi di porpora acuta!...

Io sento i vostri artigli... Li sento!... I vostri denti

mi màstican le guance!... Oh! il dolore

di morire addentato da voi!...

Ahi! Ahi! Sto per morire! Il mio petto

è infranto!... La mia carena scricchiola e si lamenta.

Vele impregnate d'azzurro liberatore!

Vele arricchite dei fiori dell'orizzonte!...

Stridente alberatura, tu sfondi il mio corpo!...

Ahi! Ahi! Più forte!... Ancora! Ancora! Ancora!

Tu godi, t'inebbri, a schiacciarmi così?...

Anch'io ne godo!... Anch'io m'inebbrio!...

Baci dei venti!... Assolventi carezze dell'Infinito!

Io v'assaporo con tutte le labbra

di tutte le mie ferite!...

Oh! Spazio!... Spazio!... Il mio Desiderio,

folle nuotatore uso ai tuffi più audaci,

con furore t'abbraccia

nella schiuma volante e nel vento rapace!...

A me il Sogno sommergente

e l'estasi ondeggiante delle foreste sottomarine!

A me il verginale sbocciar delle perle!...

Alito assopente, trascinami

per le immense pianure di corallo, sommerse!

Aroma dei mari notturni

già spalmati d'aurore profumanti!...

Malinconia delle piovre che snodano il loro sonno

contemplando dal profondo dell'abisso,

attraverso l'elastico cristallo delle acque,

il greve sole levante

galleggiar molle e vermiglio sul mare

come una favolosa ninfea d'oro!...

Aroma evocatore di paradisi perduti,

tutto il mio corpo a brandelli

beve il tuo vigore divinizzante

e muor di te senza fine!...

Ahi! Ahi!... Mi sento morire!... Morire!...

8.

I CAFFÈ NOTTURNI.

(_Canto che finisce in prosa volgare_).

Quand'ero adolescente,

io venivo ogni sera a mendicare oblìo

sotto bassi soffitti, saturi di luce,

seguìto da allegri compagni, l'uno a braccetto dell'altro,

e coi _Fumi_, miei vecchi amici fedeli,

agili e beffardi giocolieri

d'azzurro vestiti e di grigio-perla, abilissimi

nell'arte di far scomparire le apparenze

con una piroetta, e d'imbrogliare

i fili delle nostre memorie.

Tutte le sere, _le Luci_ in tumulto si radunavano là,

spesso ferite a morte e sanguinanti ancora

dopo una rissa a corpo a corpo

con l'Ombra implacabile...

ma sempre ugualmente pronte a scoppiar dal ridere

e a lanciar fino al cielo

le loro bianche grida di martiri inutili!

Io pagavo loro da bere, volentieri,

del Nulla a tutti e del Fuoco in bottiglia,

perchè già sono buoni diavolacci,

nottambuli impenitenti che s'affollano

al crepuscolo, in quell'antro, per soffocare

in sinistro complotto il gran Sogno maledetto,

il gran Sogno ossessionante e puro

delle notti divine...

Bisogna pure, infatti,

strangolare il nostro Sogno,

in qualche posto, allo svolto

d'una viuzza infame, o in un postribolo,

o, meglio ancora, in un caffè-concerto,

tra i vasti specchi mendaci

che sanno scusare i nostri delitti

e le nostre tristezze, moltiplicandoli!...

Specchi sôrti ad un tratto, come miraggi

di trasparente frescura, nel deserto

soffocante e nostalgico dei caffè notturni!...

... In voi più che altrove

si può uccidere il Sogno,

per poi, più tardi, nell'ore gialle dell'alba,

portarne via il cadavere a lenti passi,

e gettarlo in un nero canale,

semplicemente, come si vomita il mal di mare

dal parapetto di bordo!...

Quando non lo si uccide, bisogna metterlo in fuga,

con gran fracasso, picchiando

su la latta rovente del suo cranio,

come fanno gli Orientali, quando sbattono

l'una contro l'altra casse di petrolio,

per sciogliere l'amoroso abbraccio

del Sole e della Luna in eclisse...

Subitamente gli _Alcool_, ritti intorno a noi,

gesticolan dimenando la pancia

e le tonde facce apoplettiche

simili a culi di vecchie scimmie,

e parlan tutti insieme per aver tutti ragione.

Quand'ecco cento odori vischiosi e granulosi

vi palpano dolcemente le nari

o bruscamente vi tiran pel naso....

e si vaga, non si sa dove,

fra l'urtarsi dei Sosia, che fanno smorfie e lazzi

nei mirifici corridoi degli specchi profondi...

Allora, orchestre pesanti si scagliano su la calca,

come orde di negri, con urli selvaggi

e saliva schizzante tra i denti,

con precipitosi tam-tam e con penne

variopinte piantate ritte nei capelli crespi...

E nella folta notte dei loro volti,

a quando a quando, al ritmo della danza,

brilla il gran lampo sbrandellato del loro sorriso

di neve scintillante!...

Ma già i salti pazzeschi delle orchestre

s'incrociano e s'imbrogliano ne' miei nervi, e si urtano

tumultuosi, e dànno impossibili tuffi,

piegati in due, dall'alto di neri vascelli...

Oh! i caffè-concerti della mia giovinezza,

dove trascinavo la mia Anima barcollante,

come si trascina, appeso al braccio, dopo un'orgia

un amico briaco fradicio,

per coricarlo su un qualche divano!...

Ci sedevamo a un tavolino, io e la mia Anima,

a notte inoltrata,

per aspettar la Gioia, e sentivamo piegarcisi

le ginocchia, oppressi dal peso

di un'infinita tristezza, forse millenaria!

Avevamo al collo grevi stole di noia,

e curvi stavamo come vecchi preti,

stanchi, assai stanchi

di far sacrifici al nostro idolo antico!...

Oh! i brividi delle nostre braccia

che sollevavano, fra dita malferme, verso il soffitto

coppe funeree: assenzio o rhum!

E brillavano, fantasmagoriche, le bevande,

sgranando l'ombra loro e il loro fosforo

prima d'assolvere i nostri rimorsi!...

Poi, ad un tratto, al disopra dei nostri pallori

le lampade elettriche brandivano

i loro cuori bianchi,

tenendoli stretti fra dita di ferro,

così da farli gridare, spumanti di latte azzurro...

Oh! poveri cuori feriti

delle lampade elettriche...

Oh! cuori di fuoco, contusi,

spasimanti per mille dolori,

sotto mille pugnali indifferenti e placidi,

pugnali arroventati!...

E quei pugnali di luce

si volgevano contro di noi, inchiodando

le nostre volontà ipnotizzate

sui divani profondi, dalla carne scarlatta

grondante di lave,

sui divani profondi come un tramonto

doloroso d'autunno,

affranto da voluttà cocenti e nostalgiche.

Talvolta le lampade elettriche ci versavan nel cuore

chiari di luna acciecanti, acidi e corrosivi,

nei quali i nostri profili, le nostre lussurie

e i nostri desideri metallizzati

apparivano ad un tratto cesellati

nella madreperla e nell'acciaio scintillante...

Una sera, me ne ricordo,

dei vecchi Soli disperati rotolarono,

con gran fracasso, sotto il soffocante soffitto,

tra le macerie delle nostre tristezze,

come in fondo a cave di tufo abbandonate

che ardessero fra turbini di polvere...

Allora la mia Anima, a me accanto seduta,

comprimendosi il petto con le mani

e agitando il capo stanco,

si mise a piangere, vinta, compassionevolmente,

come un cane lapidato!

Ed io le dissi:--Anima mia! Povera Anima mia!

che vuoi? Qual nuova pena inconsolabile ti tormenta?

Lentamente la mia Anima

sospirò allora il suo lamento:

--Tu conosci la Donna in fiore

dalle labbra di profumo,

conosci la Donna dagli occhi d'azzurro attiranti

che amo ed aspetto dal giorno che seppi

la speranza di vivere, la fame d'amare e godere...

l'amante che le Stelle mi promisero,

nel passato, sui bei laghi della mia giovinezza

piena di cielo!... Oh! io vorrei questa sera

inginocchiarmi davanti a lei,

e spiare il suo sorriso

come spiavamo, io e lei, dall'alto d'una scogliera

lo sbocciare felice degli astri sul mare!...

Ma Ella non verrà, la Donna in fiore

dalle labbra di profumo!...

Uno stregone, forse, la fece prigioniera

mentre passava per qualche sentiero notturno!--

Ancora! Ancora! Moltiplicate i vostri zig-zag,

instancabili archi dei violini!

Archi febbrili che una strana pazzia

incatena agl'istrumenti,

segate, segate furiosamente il cuore dei violini,

e demolitemi l'anima, archi vibranti e slogati

che sussultate, più rossi di martiri

scorticati vivi, inchiodati in croce!...

Oh! Indugiatevi dunque, perdute le mani,

a strizzare senza fine le stanche mammelle,

le mammelle esauste delle bestie agonizzanti,

per trarne, per trarne senza fine del dolore!...

In un terribile incubo, a un tratto,

l'orchestra si gonfiò come dorso di balena,

fra uno scorrere diffuso di amare nostalgie...

Allora, gigantesche brenne

presero a inerpicarsi per la china

d'un calvario esecrabile,

intimo calvario che s'erge nella mia carne!...

Scalpitavano nel mio sangue, le fantastiche rozze,

arrampicandosi per la salita del mio passato...

Le loro groppe montuose, scheletriche,

crocchiavano come colossali panoplie.

Enormi, le loro ossa, che quasi spuntavano nude,

reggevano l'ampia pelle, come un mantello

teso e sollevato su punte di lance!...

Le cavalle mostruose dell'orchestra

mi scalpitavan fra i nervi, come fra i grevi cordami

di una nave squassata dalla burrasca,

e il mio terrore cresceva

quando le cavalle balzavano,

fingendo ad ogni istante di saltare

dal ponte giù nell'immenso naufragio!...

Io tremavo, al sentire mani unghiate di ghiaccio

pettinarmi a piccoli strappi i capelli,

che mi stavano ritti sulla testa!

La mia Anima accanto a me,

sommersi gli occhi nel sogno,

borbottò, come una mendicante allucinata:

--Vedi? Questa bevanda

ha la soavità inebbriata d'un crepuscolo ardente

in cui lentamente inverdisca

e si copra d'ombra un bel volto agonizzante...

Appunto in un crepuscolo così dolce, io sogno

di vederla apparire

e venirmi incontro a braccia aperte!--

Allora sui nostri pallori cadaverici,

sulla mia Anima e su di me,

i violini immensificati, inarcando la groppa

del loro suono, soffiarono come gatti

l'odio acido e giallo della loro gola bavosa!

E la mia Anima esaltata gridò con voce sorda:

--Amico! Amico!... Guarda! Non vedi tu

un'isola rossa, ardente, insanguinata

sbocciare per miracolo, simile a una ferita,

sul mare d'ametista?...

Un'isola presa fra le maglie d'oro

di una purissima sera in deliquio sull'acque?...

Non vedi tu un'isola in fiamme che dondola

come una vasta rosa vellutata?...

Le sue rive son petali colorati di carminio

che sembran vivere e palpitare

sotto la languida carezza dei flutti...

Guarda! Quelle rive s'accendono,

man mano che la nave s'approssima...

L'isola è tutta imbottita di folte verdure;

l'isola gronda di gomme e di lacche rosee,

che tingono i nostri cordami...

Non senti? L'aria crepita e brucia come un incenso.

Vapori dorati di miele

avvolgono gli alberi lungo la riva!

(--_Sacramento!... Chi è quell'animale, quel porco che ha

urtato il mio tavolino?..._)

Amico, guarda! Il Sole scarlatto agonizza

sotto un soffitto di nuvole... Il Sole è schiacciato,

a mezzo il corpo, sull'orizzonte,

e pare una bettola infame, dalle rosse tendine accese!...

Il Tramonto non è più che una lurida osteria,

per metà sepolta sotto il pavimento montante

del mare che oscilla!...

(Oh! Dio!... Cresce il rullìo, e già ruzzolo

nella nausea impura d'un assenzio infernale!...

Certo, s'impastarono ossa di vecchi demonî,

per distillare questo elisir d'oblìo!)--

Con un lungo urlo di rabbia,

il Sole ha rantolato

sotto il tetto pesante delle nubi, laggiù....

Nuvole di sugna, dagli orli aranciati

che lentamente assopiscono

l'isola felice!...

Ah! mi ricordo, mi ricordo, d'aver vissuto, un tempo,

in qualche vita lontana,

sulle vermiglie sabbie di quell'isola

che chiude ad una ad una

le palpebre brune delle sue calde verzure!...

E mi ricordo d'una sera, come questa

inconsolabile e pura!...

Ma è troppo tardi, ormai!... La mia amante

dalle labbra di profumo non verrà più,

poichè è l'ora che i serpenti s'intrecciano in molli tappeti

sui sentieri fioriti dell'Isola felice!...

Una certa sera d'autunno,

dolorante e come stretto da un'angoscia amara

avevo condotta la mia Anima, come al solito,

in un caffè notturno...

La mia Anima? Non aveva bevuto nulla...

Eppure, barcollava come un ubbriaco!

Basta sì poco, per ubbriacarla!...

Poche ore di solitudine, e già eccola brilla!...

Entrammo... Appesa al mio braccio,

floscia e slogata come un fantoccio,

la mia Anima si piegava

a destra ed a sinistra,

battendo l'aria con le braccia

ed urtando le tavole e i passanti!...

UN SIGNORE (_urtato, alzando il bastone_)--Ohè!...

siete ciechi!

LA MIA ANIMA (_canticchiando_)--Tra la la!... Tra la la!...

IO.--Scusate, signore ... Il mio amico è un po' brillo....

IL SIGNORE (_furibondo_)--Andate al diavolo!... Portatelo

altrove, il vostro ubbriaco!...

IO (_alla mia Anima_)--Andiamo! Basta! Non far più

sciocchezze! Sta ritto, e taci! Mi procuri delle seccature!...

Zitto, se non vuoi che ti pianti qui, in mezzo al caffè!

LA MIA ANIMA.--Sì! Sì! hai ragione... Ma non è lecito

avere una faccia come quella!...

(Lulù, una bellissima ragazza, ci chiama con un gesto

alla sua tavola... È l'amante della mia Anima. Sembra

molto ammodo, è vestita di nero, ha la bocca in forma

di cuore, occhi sensuali. Fa smorfie, con grazia, sotto i

pesanti capelli neri che ombreggiano delicatamente il pallore

del suo volto.)

LULÙ.--Amici miei, sedetevi, vi prego... (_Alla mia

Anima_) Come va, caro?... A proposito: ho letto la tua

ultima poesia...

LA MIA ANIMA (_di cattivo umore_)--Mi dispiace, cara... Naturalmente,

non ne avrai capito nulla! Sei troppo stupida...

IO.--Suvvia! Non essere villano!... Tu non dovevi

darle da leggere i tuoi versi... E poi, non mi seccate più

con la vostra letteratura!... Stiamo allegri, e facciamo del

baccano!... Conosci Rosina, la divette?... È deliziosa... Quando

canta, rapisce.

LA MIA ANIMA.--Tanto meglio!... Viva Rosina!... Viva

Rosina!... Ohe! Balliamo!... Viva l'allegria, e al diavolo

la letteratura!... Olà! Olà!... Voglio del baccano! Facciamo

del baccano!... (_La mia Anima ansima, con gli occhi stravolti,

annebbiati di sangue sotto le palpebre frementi_). Ribalterò

la tavola su codesti imbecilli... Vedrai!... Sarà bellissimo!...

Patatrac!... Ecco fatto!... Anche tu, anche tu, devi

far del chiasso!... Ah! ecco Rosina! Silenzio!...

(La mia Anima, puntati i gomiti sulla tavola, guarda

fissamente la scena; ma, presa a poco a poco dal sonno,

piega il capo, in abbandono, sulle braccia incrociate. Subito,

l'orchestra ci si scaglia addosso, picchiando sulla calca

grandi colpi d'archi, coll'indignazione ridicola di un Gesù

nell'atto di flagellare i mercanti nel tempio.)

IO (_alla mia Anima_)--Dormi?... Su! Svegliati! Come

ti pare, Rosina? (_Al cameriere_) Tre _absinthes_!

LULÙ (_rivolta a me, strizzando l'occhio_).--Dite

su... È un gran pezzo che non vi si vede!... Non ci

sente (_Indicandomi col dito la mia Anima addormentata_)

Perchè non venite a trovarmi? _Lui_ (_indicando la

mia Anima_) non c'è mai. Se sapeste com'è noioso!...

Verrete, non è vero?... Quando?... Mi direte cose molte

allegre, e ci divertiremo moltissimo! Ve lo prometto!...

Ma... zitti!

IO.--Siamo intesi, Lulù!...

(E rispondo alla sua occhiata con uno sguardo languidissimo,

pur pensando che è schifoso tradire così, senza

piacere, il mio migliore amico, la mia Anima, con una

ragazza che egli ha il torto di adorare!... Basta!...)

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

(Entrano nel caffè dei nostri amici. Uno di essi batte

sulla spalla della mia Anima, che si desta di soprassalto).

L'AMICO (_alla mia Anima_)--Sai? Lulù mi ha dato da

leggere il tuo poema ... Mi ha detto che è una cosa senza

senso!

LA MIA ANIMA.--Lulù è una sciocca! D'altronde, non

val la pena che tu lo legga!... Non ne capirai un'acca!

GLI AMICI (_in coro_)--La! La! La! Lulù ha ragione...

Siamo del suo parere!... Il tuo poema non è interessante!...

Hai fatto di meglio!...

LA MIA ANIMA.--Cretini!

GLI AMICI (_in coro_)--Che arie!... Sei molto villano,

questa sera, caro amico!

Distruzione: Poema Futurista · 第 4 / 7 段