a singhiozzar sulla voce illusoria
d'una zampogna lontana che mi piange
in fondo alla memoria melodie
appassite e tremanti sulle ciglia
come lagrime di morte!...
Così potrò sentire la tiepida angoscia
di veder rifiorire per prodigio
nei pianti della zampogna il mio lontano passato,
tutti i miei soli defunti che di nuovo s'indorano
nel mio cuore, e l'antico villaggio
subitamente rinnovato, smagliante
nel _din-don_ soleggiato delle campane!...
Solo un momento ti concedo, o mio cuore!...
Più non s'indugi!... Allentate i freni!
Non potete? Schiantateli!...
Che il polso delle macchine centuplichi i suoi slanci!
Ecco: rimbalza il mio treno
in un alone di fiamma e d'oro sanguinolento!...
Oh! nere braccia di fantasmi, fate,
fate girar senza fine le sue ruote dentate di fuoco,
in una velocità esasperata,
precipitevolmente,
perchè io possa saziarmi di tenebre e di vento!
6.
La Tregenda.
Bene! Bene! o mio treno!... Hai ragione
di disprezzare così
la corpulenza oscura delle montagne
rigide di silenzio, che d'ora in ora ingigantiscono
sotto la loro cappa di nuvole.
Via! Via! Corri veloce, diritto alla mèta,
perchè io possa lodare il tuo coraggio!...
Son vane le vostre minacce, vecchi Titani invisibili,
che levate le braccia a tutti gli angoli dell'orizzonte
brandendo in giro cime nere, sospese
sopra il mio capo!...
Io mi burlo di te, Scorpione colossale
accosciato su l'altipiano supremo...
tu che agiti in cielo
le immense tue antenne armate di stelle sanguigne
come di massacranti mazze dorate!...
Subitamente ànsima il mio treno,
spossato e strisciante,
snodando a fior di terra il suo ventre tenebroso,
flessuoso come un gatto gigantesco.
Soffia lontano il mio treno lo sgomento biancastro
dell'alito suo, che si mesce alle scintille
vomitate dalla valle...
Di qua, di là, appiattate nelle vaste pieghe del suolo,
come in fondo a caverne ove brulichi
una tregenda, officine dai cent'occhi di luce,
rantolan senza fine,
con le rosse bocche stupite dei loro grandi forni...
Sembran malefiche gatte, che rizzano
verso il ciel lunghe code
di fumo globuloso...
E il mio treno dal corpo disossato
con destrezza s'insinua sotto le rosee carezze
dei loro grandi sbadigli di fuoco...
Ed ecco che una bava rossiccia di lava
cola fuor dalle porte, mascelle scoppiate...
Vi si rizzano scheletri
di vecchie mendicanti dal passo spezzato, che vanno
trascinando sulla loro schiena ogivale
un gran fascio di fiamme!...
O mio cuor migratore, vuoi tu dunque esplorare
la profondità dei loro occhi violacei?
Quella danza instancabile di sguardi infernali,
quel ribollire di grosse lagrime specchianti
dietro grandi vetrate,
evocavano mostri intenti a fondere
raggi massicci pel Giorno futuro...
Simili essi ad orefici dalle dita sottili,
manipolavano azzurri riflessi
e cesellavan fuochi graziosi,
con febbrili martelli fabbricando
la grande aureola solare.
Frattanto un torpore malarico invischia l'acque stagnanti.
I licheni sui greti son bruciacchiati dai passi
infocati dei demonî che strisciano
verso i rifugi delle streghe...
Maledetto scannatoio, lugubremente infestato
dall'eterno gracchiare dei rospi inspirati!...
Satura di fuliggine e striata di fosforo,
l'aria s'infeltra tutta di vampiri
dai grandi occhi di donna levantina...
Il mio treno veemente si scaglia
nella rasa pianura, ove di tratto in tratto
le tragiche officine si moltiplicano,
lontano, nel buio, furtivamente come lucciole...
Mi avvicino, e subito i fumaiuoli
sembrano lunghe narici
che febbrilmente mandino, a scatti brevi, nervosi,
viventi fumi meticolosi!...
O follia, mia follia, giocoliera eterna!
Al fumo tu dài l'apparenza
d'un grande chimerico verme che rinnovi
e senza posa rigonfi i suoi anelli,
d'un chimerico verme dalla testa puntuta
che sembra mordere il tetto inverosimile
d'un'officina che pure esiste in fondo all'incubo!
Fiera, sinistra, inebbriata di solitudine,
esasperata dalla minaccia degli abissi,
un'officina dal gran dorso merlato
grondante di spavento azzurrognolo, sorge
d'improvviso, a una curva dei binarî,
scoppiando in molteplici risate d'oro!...
Ridiamo, ridiamo, o mio cuore!... Non vedi?
La fonderia ferve tutta d'un caldo sghignazzare
nei suoi enormi forni che fiammeggiano!
Orrore! Sussulta, la fonderia, come un cane infernale
tutto intriso di bragia, e mi vomita in viso
la sua fosforea rabbia e i suoi ferrei polmoni
che crollano interminabilmente!
Cuore! Mio cuore!... Come avrei preveduto
un sì orribil custode
a quegli assurdi muri barcollanti lontano?...
Come un ladro mi accolgono... Eppure sì poco
bramavo io di vedere quella città che dorme
fra le bende del Silenzio, come una mummia,
sotto il giogo opprimente delle Stelle!
Si corra via presto!... Più lungi! Più lungi!...
Ed io fuggo, mollati i freni, contemplando
il sonno immemorabile della città
suppliziata sulle grandi braccia in croce
di quattro immense strade bianche!...
O Titani di granito, le cui braccia alzate
brandiscono montagne sopra il mio capo,
schiacciatemi sotto i vostri massi sospesi!...
Già lo spavento agghiaccia le mie reni di bronzo
con l'alito esasperante della Morte!...
Delle pupille, dovunque, di porpora e d'ocra,
mi stanno immote dinanzi, sbarrandomi la via...
Una fucina massiccia dagli sguardi diabolici,
dalle guance imbellettate di sangue nerastro
emerge lontano, come un volto d'Erinni,
sotto innumeri serpi di fumi aderti e tôrti!...
Vuole atterrirmi forse? La compiango!...
È sì pura delizia traveder, più lontano,
sul tetto d'una officina, raggi infiniti
che in angolo luminoso s'allargano,
simili alle corna di luce che si vedono
sulla fronte a Mosè, nei quadri sacri!...
Di sobbalzo in sobbalzo, con strappi crudeli
e lunghe scivolate, il mio treno fa finta
di schiacciar degli scheletri,
e, a tratti, di saltellare su pance
flaccide di cadaveri!...
All'intermittente chiaro di luna
che pullula e piove dalle nuvole
vedo sotto di me, nella campagna immensa,
una città addormentata accanto a un fiume
che maestosamente s'aggira,
tirannico e bonario come un vecchio guardiano...
Al chiaro di luna intermittente,
i flutti non fingono forse
una lucente armatura?
Ecco il fiume! Ecco il fiume!... Già siamo
sopra il suo dorso!
Danziamo sul ponte, sul grande ponte di ferro,
tettoia dell'Inferno!... Danziamo
nella gabbia del ponte,
fra indiavolate sbarre intrecciate che fuggono
come legioni di scheletri sbandati
correnti in senso inverso alla corsa del treno!
Come potrà non inciampare il mio treno
nell'orrido intrico dei binarî scintillanti?
Attenti! Attenti!... Sono grovigli di serpi,
sfolgoranti e dorati che combatton nell'ombra!...
Son centomila, sono milioni di serpi
che sotto il mio focoso galoppo s'ingolfano
nell'ampia tettoia nerastra
di una profonda stazione!... La corsa è finita!...
S'arresta il mio treno, sbuffante, ansimante
come una belva inseguita nella fonda sua tana!...
7.
Il Fiume tirannico
O perchè non volesti riposarti,
mio povero cuore torturato dall'angoscia
e dall'amarezza, mio povero cuore
sballottato dal beccheggio del desiderio?...
In questa vecchia città insonnolita
presso il suo fiume millenario, coricato
come davanti a una porta un guerriero dormente
dall'armatura che luccica al ritmo del respiro,
in questa città vive la tua Josie adorata!...
Dorme Josie, a quest'ora, nella sua piccola casa
in fondo a una viuzza pia e raccolta
che beata assapora la sabbia del silenzio,
colante nella placida clessidra
del suo verde giardino!...
È qui, Josie, e languidamente beve,
con un dolce alitare, i filtri soavi del sonno
sotto la tirannia crudele
di un'implacabile stella fissa....
Te ne ricordi, o mio cuore?... Appena te ne ricordi!...
Eppure, Ella mi amava con tutto il calore
vibrante del suo corpo, con tutta l'anima sua
che in fiamme azzurre moriva nei suoi occhi purissimi!...
Mi amava ella con tutto il miele
della sua saliva felice,
quando le mie braccia si sforzavano
di amalgamare le nostre carni ed i nostri
poveri cuori errabondi!...
Era soave, Josie, e certo non avrebbe
pesato molto il portarla
fra le braccia per tutta la vita,
verso il gran nulla della vecchiaia... Eppure!...
Ricordo la terrazza ove scorrevano
le nostre belle sere, sotto l'azzurro,
entro l'azzurro odoroso delle glicine,
tra il gonfiarsi e lo sbattere dei panni multicolori
distesi sulle corde e che sembravano
vivere a un tratto la vita ardente e gioiosa
delle vele sul mare!... Gonfi di vento,
i panni multicolori volevano forse
rapire a volo la terrazza e invitarmi a fuggire
vagando via pel rosato cielo della sera!
In un impeto pazzo talvolta afferravo
le sue piccole poppe gonfie di desiderio,
come si afferra ad un tratto una vela vibrante
a un brusco salto del vento,
per raddoppiare il suo slancio
verso l'abbraccio impossibile d'un lontanissimo cielo.
Quando le mani mie trepide
slacciando e lacerando ogni gentile ostacolo
strigliavano il languore estenuato
e la purezza del suo corpo, a saziarne
in ogni punto l'angoscia lasciva,
la voce sua si rompeva ad un tratto
in disperate grida:
--Io sento, caro, io sento che tu non mi ami!--
Dimentica, o mio cuore, quelle grida desolanti
e sogna ancora, piuttosto, le delicate stelle
che certe notti venivano a carezzarci le labbra!
Stelle addomesticate dal calore dei baci!...
Sulla soglia, Josie, a notte alta,
verso di me chinandosi, tese le braccia,
m'offriva le labbra e versavami in cuore
il suo languido addio e le lagrime
della sua carne!
Le sue labbra? Gli azzurri suoi occhi intrisi d'oblio?
... E non seppi goderne!... Ero cieco, mio Dio!...
Nei tepidi meriggi, a primavera,
sulla soglia, Josie mi porgeva le labbra
attente e gli occhi suoi,
prigionieri adorati del mio sogno.
--Sei tu, amor mio?... Brutte cose ho sognato!...
... Ho sognato che i ladri mi rapivano
la tua bocca per sempre!... T'aspettavo,
arsa la carne nella tunica ardente
di un desiderio terribile, ed ero sì ebbra
della mia attesa sfrenata, da volerne morire!
I miei baci errabondi
creavan senza posa il tuo corpo
nell'aria della notte!... Ma tu,
ma tu che hai, amor mio?... Il cuore ti scoppia...
tremi tutto... oh! perchè,
dimmi perchè ti vedo ansimare così!...--
--Saliti ho i gradini a passi giganti,
come si sale con la spada in pugno
la scala d'una torre, per piantarvi
una bandiera di vittoria!
Josie, Josie mia, mentre salivo a te,
simile ero allo spasimo accelerato della lussuria
che nella tua carne so spingere
a forza di carezze!... Simile ero allo spasimo
che ti morde le viscere,
e a poco a poco bruciandoti il dorso,
annegandoti gli occhi, soffocandoti il petto
d'angoscia e di piacere, fa scoppiar la tua bocca
in un altissimo grido,
e lancia alfine la tua anima in fiamme
nell'Infinito!...
«Tutte le mète io voglio raggiungere,
voglio balzare su tutte le cime,
insanguinandomi l'unghie
ai più inaccessibili greppi!
Ho paura che il Tempo nero dai passi veloci
a precedermi giunga sui supremi altipiani
d'un Ideale assurdo!
Odo il tempo pesante dall'ossa di bronzo cozzanti
già risuonare sui miei sentieri,
panoplia sconquassata dal vento dell'inverno!
Voglio che quella rozza morente,
dalle budella profonde come sepolcri,
domandi grazia ai miei garretti instancabili!
Oh! come colmar la mia sete di spazio e d'impossibile
e la mia angoscia nostalgica sulla sua bocca conquisa?
Giammai, giammai Josie le tue braccia soavi
potranno incatenare questo cuore bramoso
di confondere la sua follia
con la follia sfolgorante degli Astri!...
«Oh! che faremo noi due, reclusi nel nostro amore,
sotto il serico lacerarsi delle brezze primaverili,
quando la Sera, crepitante d'un desiderio sfrenato,
verrà senza pudore davanti a noi a spogliarsi,
offrendoci le sue mammelle ignude?
Un simbolo è dunque, là giù, in lontananza,
quel gran fiume d'argento,
che sordamente vuol strozzare con una larga carezza
la Città ebbra e sì vecchia,
e sì rugosa, e sì fragile,
già presa nei nodi gordiani
della vasta corrente squamata di lune molli?
«O perfida Fortuna dal chiaro volto soleggiato,
Fortuna che trascini il tuo gran corpo idropico
squassato da un'eterna risacca
sotto cenci d'azzurro mirabolanti,
ben saprò vincerti, e fermarti
contro un rudere polveroso,
e forzarti, fra i lampi dei miei coltelli alzati,
a concedermi alfine lo scintillìo
magico e l'illusoria melodia
che fanno le tue stelle monetate
tintinnando sul terso metallo dei mari!
Con ondate d'amore, con l'aerea freschezza
di mille azzurre campane, che inaffian di felicità
la nostalgia senza fondo degli spazi
voglio che tu m'inebbrî sollevandomi l'anima
fino alla vasta scalca d'un castello fantastico.
Voglio che vi si spieghi, a saziare la mia rossa fame,
lo splendore fumante d'un impossibil banchetto
sotto i raggi intrecciati delle gemme e delle pupille
lussuriose, e tra le fiamme lanciate
a rimbalzello sull'acqua serena degli specchi!--
--Per sorbire, tu dici, dei vini colore di sogno?--
--No! No! Per ingollare avidamente
della gioia succulenta, poichè sempre,
malgrado i bei demoni che sprizzano ignudi
e grondanti di chiaro di luna,
dalle bevande inebbrianti... sempre,
malgrado tutti gli artigli e le chele roventi
che le droghe m'affondan nella gola,
con crudeltà di granchi mostruosi,
io voglio lasciare la tavola
sputando in viso ai commensali muti
ed andarmene altrove, col sapiente
occulto rodimento del rimorso
e con gli ondeggiamenti
d'una nausea amara che dovrò vomitare
nella laguna della Morte!--
--È qui, è qui, la tua Josie!--Che m'importa?
Tu lasciala dormire, mio cuore!... Ho bevuto
lunghe sorsate d'orgoglio, vuotando
a garganella l'anima mia inebbriante...
Pietà! Già son ebbro e barcollo
corro qua e là inseguendo il mio corpo
e ad ogni passo incespico, sulla riva
di questo fiume sinistro!...
Laggiù... i neri campanili della città rugosa
remeggian nel cielo inarcandosi l'uno sull'altro
per cercar d'infilzare a casaccio le Stelle
come monelli armati di forche a rubar degli aranci!...
Orrore! Orrore! Il terribile fiume ora strangola
la città dove dorme la donna che adori!...
Il fiume febbrilmente allaccia
nelle sue spire d'acciaio
la città dai lunghi campanili puntuti,
che cadono nel buio, ciascuno con la sua stella
tutelare, infilzata come un fulgido arancio
già marcio ma ben guadagnato!--
8.
La posta del giuoco sublime.
Un'altra volta, un'altra volta ancora
i venti selvaggi dàn fiato alle trombe
per invitarmi a raddoppiare lo slancio
del mio galoppo e le mie scivolate diaboliche
sui binari animati che fuggono,
e le mie ruzzolate coi piedi innanzi entro ferrei stivali
verso il fumoso nulla dei prati in pendio.
Lo so: io devo raggiungere in un angolo dello spazio
le vostre corse disinvolte, o Stelle,
e sorpassarvi, poichè lasciaste le strade di luce
che vi son consuete, e correte lontano
agitando le braccia in segno di sfida!
Io vedo il grande vortice e la corrente
che sospinge le vostre coorti di fuoco...
I vostri gesti azzurri a un tratto si moltiplicano
fra la cupa architettura delle nubi rugose,
simulando grevi tetti e porticati profondi!
È ben questo un complotto di guerrieri in maglie d'oro
a un romoreggiante quadrivio di città medioevale,
con flussi e riflussi di lotte a corpo a corpo,
e corazze fracassate, e rossi colpi di spada
che trinciano l'angoscia nera
del silenzio infinito!...
Avanti! Avanti! Al disopra
della ribellione che si propaga a poco a poco
negli eserciti vostri sfavillanti,
udite, Stelle d'oro, l'alto grido:
«Avanti! Avanti!» che vi rimette in sella
sopra il dorso illusorio e fra la danzante criniera
delle vostre nuvole?... Udite
il grido che ancora m'incalza?...
Olà!... Urlatemi dunque
qual'è l'aurea posta di giuoco che promessa vi fu
laggiù in fondo al cielo?...
È dunque assai bella, la mèta lontana a cui correte?...
La pianura s'è mutata in un oceano vasto
di bruma vellutata e intirizzita di mistero,
eppure il mio treno vi si tuffa
con mollezza irresistibile... stupito
di fracassare ad ogni istante il colossale tamburo
di un invisibile ponte levatoio...
Sono allora singhiozzi di bronzo e rimbalzi
d'artiglierie gettate giù dai bastioni, in un fossato...
Troppo tardi!... Vedete, il mio treno è impazzito!...
Calmate, se potete, l'atroce frenesia,
i battiti del suo gran cuore arroventato
e i rantoli bollenti della sua caldaia,
e il suo soffio possente che guaisce e si lagna
bagnando gli echi delicatamente
d'un miagolìo nostalgico di zufolo!...
Stelle! o mie Stelle!... Fissata, è l'ora delle vostre sconfitte!
Stelle stravaganti, esultate per l'ultima volta!
Inebbriatevi al tintinnare dei vostri carriaggi
adamantini! Lanciate a corsa
i vostri cocchî di gemme, sotto lo scampanellare
delle fulgide redini di perle!
V'ammirano i Saggi, vi credono tutelari;
ma invece io darei mille vite per mordervi
e per mangiarvi il cuore bevendovi il sangue!
Accetto la sfida!... Più presto!... Più presto ancora!
Senza posa nè riposo!...
Mollate i freni!... Non potete?... Schiantateli!...
A destra, a sinistra io vedo
neri mulini dinoccolati,
che sembrano correre, a un tratto,
sulle loro palmate ali di tela
come su gambe smisurate...
La luna versa a ondate
i suoi chiari beveraggi di delirio
e d'amor sovrumano, il suo veemente
desiderio di correre con la spada in pugno
sopra infocate mura, verso il bacio morente
delle bocche immortali...
La luna inaffia e abbrucia
col suo liquido argento vivo le curve solenni
d'un paesaggio illimitato, ungendo di forza
e di coraggio i muscoli induriti delle colline striscianti...
I torrenti non sono più
che lucidi intrecci di spade!...
La luna empie lo spazio
d'una immortalità sublime, ove subitamente
le montagne lontane, accentuando l'audacia
della loro postura insolente
levan alte nel cielo radiose facce superbe!...
L'orizzonte merlato di rocce titaniche
con gioia si ritempra in un'acqua d'eroismo
e le cime bagnate di atmosfere divine
aspettan con angoscia i passi rudi d'un nuovo Dio!
Il mio treno scrollandosi qual folleggiante monello
getta alfine il suo lungo cappello puntuto di fumo,
per meglio tuffarsi
nell'oceano indiasprato del chiaro di luna....
Ora la vasta pianura ha vaporose pigrizie
fingendo d'inclinarsi come una morbida spiaggia...
O sfolgoranti sciami di viventi scintille,
danzanti mosche d'oro dall'elitre di zolfo,
io vi son grato perchè tanto punzecchiate
le affrante groppe dei miei vagoni arrembati,
esasperando il loro spavento
e il desiderio instancabile che li anima!...
Sull'immensa pianura tenebrosa e schiacciata
che stride qua e là di grida bianche
sotto gli aguzzi raggi delle stelle,
elevan le montagne la loro sprezzante alterigia
tenendo alzata colle loro braccia nodose
l'ombra fresca delle valli,
come un gran manto di velluto nero.
Ed ora le montagne già stanno per gettare
sulla mia fuga tabarri di sonnolenta frescura...
là, là... guardate, a quello svolto sinistro...
Presto! Ancora più presto!... lo devo fuggire, fuggire...
nuotando estasiato sul fiume inebbriante degli Astri
che si gonfia in piena nel gran letto celeste!...
O morte pianure, estenuate
sotto i vivi pugnali della luce,
pianure d'ombra bituminosa, crivellate
di raggi, senza fine, ben potete
soffiarmi in viso l'alito purulento del Rimorso!...
Molli pianure del passato, intrise di pianto,
visitate dai curvi fantasmi del ricordo,
io vi scavalco sul mio treno impennecchiato d'orgoglio
e mi dondolo in cielo, vogando in accordo
col ritmo impetuoso e la cadenza
meravigliosa di questo fiume stellare!
Che importa se il mio cuore si lamenta, spossato,
traboccante d'amarezza,
stanco d'ebbrezza titillante, gonfio
di gioia grossolana, e pur tanto leggiero,
sottile, come impalpabile, per aver troppo bevuto
alla diaccia lusinga della velocità
verso la notte vorace dell'Infinito?...
Ah! che il mio petto scoppi
al pulsar del mio cuore!...
S'allarghi, s'allarghi il mio cuore,
inghiottente e rosso come il bacio voluttuoso
con cui il sole disseterà
l'agonia della terra!...
A piacer tuo, mio cuore disilluso!...
Nulla deve arrestarti, malgrado l'immensa stanchezza
e l'immensa disperazione!
Nessun'oasi più, sulla terra, per la tua sete, o cuore!
Senza terrore contempla la curva Notte,
ammantata nelle sue tenebre a lunghe pieghe,
che verso lo Zenit trascina la Via Lattea
come una enorme rete d'oro,
piegando sotto la follia ed i fulgidi guizzi
delle stelle squamate come anguille!...
Oh! mangiane, se vuoi, per saziar la tua fame!...
Lo sai, che queste stelle, grappoli succulenti
di luminose uve gonfie di rosso sugo,
uve che maturarono al basso del ceppo
inzaccherate dei vapori cocenti
che all'orizzonte stagnano...
lo sai, mio cuore,
che questi grappoli siderali
sono assai più saporosi d'ogni altro grappolo d'astri?
Ecco di che placare l'immemorabil tua sete!...
Città rugose dai ponti neri
le cui tremule dita affondano
nella giovinezza chiassosa dei torrenti...
Città inchiodate dalla paralisi,
che contro le nubi
in urti sonori spaccate la fronte vibrante
dei vostri campanili cascanti dal sonno...
non vi stancate invano a trascinar lontano
dietro al mio correr veloce le vostre mura crollanti!
Piuttosto riposatevi, e rimanete così,
tutte adunche d'invidia e di rancore
focosamente immote, ebbre d'odio,
perduti gli occhi a contemplare
gli uccelli migratori che fanno soste brevi
sui vostri lunghi campanili,
per schizzar fimo e rivolarsene via
con la stanca indolenza disdegnosa
delle loro ali librate!...
Urrà! Urrà!... Cantate! Ballate,
miei cari desiderî suicidi!
Suvvia, fieri demoni che pedalate furiosi
cavalcando senza sella le ruote giganti
del mio folle treno!...
Addosso! Addosso ai monti!... Dobbiam superarli,
poichè domani il Rimorso
forse potrebbe schernirci ed avrebbe ragione!...
poichè la Morte--pensate!--
potrebbe domani afferrarmi alla cintola
ed obbligarmi a lasciare le staffe!...
Monti! Mammùt in mostruosa mandra
che pesanti trottate, inarcando
le vostre immense groppe,
eccovi superati, eccovi avvolti
dalla grigia matassa delle nebbie!
E odo il vago echeggiante rumore
che sulle strade stampano
i favolosi stivali da sette leghe
dei vostri piedi colossali!...
Lampi! o bei lampi, io disdegno
i vostri colpi d'ascia violetti, vibrati
in pieno sul mio nero cuore!
Lampi! o bei lampi, io disdegno
i vostri scatti sonori!...
Urrà! Urrà! Venti che volete uncinarmi
coi vostri lunghi raffi allo svoltar delle valli,
io vi ho sorpassati, frantumati, vinti!...
Urrà! Urrà!... Son sorpassate o vinte
le cupe Città suppliziate
sulle grandi braccia in croce delle candide strade
Vi ho sorpassate, foreste gesticolanti!...
Ed ecco già sull'arco lontano dell'orizzonte
il Mare dalla lucente armatura lunare!...
Oh! Ebbrezza di tuffarmi nell'onde,
fra l'alito effuso del largo, saturo d'_al di là_!...
Ed ora, a noi due, bel Destino!...
Giochiamo alfine la nostra partita sublime!...
Folle partita che intavolare dovremo
sull'immenso tappeto del firmamento,
in fretta, in fretta, assai prima
che l'Aurora dalle mani scarlatte
venga con un gesto furtivo di baro
a rubarci, l'una dopo l'altra,
le stelle bipartite di nero e d'azzurro
che sono i nostri dadi fortunosi!
9.
Il Demonio lusingatore
O laceranti fischi, bei lampi a zig-zag!...
Sono fosforee forbici di streghe,
che tagliano il velluto e l'orpello delle nuvole,
con ebbrezza squarciando
i palpitanti panneggiamenti delle tenebre seriche
per farne il mio sudario?
Ben vedo sulle cime lontane
fili d'oro ondeggianti che mostruosi gomitoli
sdipanano a casaccio, mentre il Vento
dal lungo pelame di gatto d'Angora
si trastulla con essi, agitandoli
con la sua morbida zampa...
I fischi funerei del vento
squartano senza fine con l'accese unghie loro
il cuor sanguinolento della macchina!...
Che il mio treno voglia forse disossarsi
per mordersi meglio con avidi aguzzi denti,
inondando gli echi del suo dolore irreparabile
e gonfiando d'amarezza la notte
ebbra delle lagrime contenute delle Stelle?...