in picardo, in sciampagnino, in vallone, nel vecchio normanno, qual
conservasi ancora nel Calvados, nella Manica e nelle isole di Jersey e
Guernesey.
La Francia orientale diede nove traduzioni: la Lorena in lorenese
tedesco ed in lorenese francese; l’Alsazia nel dialetto del Basso Reno
ed in quel dell’Alto Reno; la Franca-Contea in due dialetti dell’Alta
Saona, del Doub, del Jura; la Borgogna in borgognone della Côte-d’Or,
in maconese di Saona e Loira; in bressino dell’Ain.
La occidentale diede la traduzione bretone nei quattro dialetti di
Saint-Pol de Leon, di Tréguies, di Quimper, di Vannes; la poitevina, la
vandeana.
La Francia centrale diede la traduzione berrisciona, la nivernese, la
borbonese, la limosina, quella delle Marche; in quattro varietà della
lingua d’Auvergne; ne’ due dialetti più interessanti del Lionese.
Ancor più la Francia meridionale. La Savoja porse tante traduzioni
quasi quante le valli. Il Delfinato nei dialetti dell’Isero, della
Drôme, delle Alte Alpi. Il Contado nella lingua degli antichi
trovadori. La Provenza in quelli di Marsiglia e di Aix; le Alpi
Marittime nell’italiano nizzardo; la Corsica nei dialetti di Bastia
e di Ajaccio. La Linguadoca nelle lingue antiche delle Sevenne, e nel
linguadochese puro di Montpellier e in quel di Tolosa, coltivato nei
giuochi floreali; la Guienna nei dialetti di Rouergue e di Quercy,
dell’Agenais, segnalato ultimamente da Jasmin; del Périgord, del
Bordelese, del Medoc, delle Lande. La Guascogna coi dialetti di Dax,
d’Auch, di Bigorre, e col basco del Labour, della Soul, della Bassa
Navarra. Il Béarn diede il suo dialetto; il paese di Foix l’ariegese,
il Rossiglione quel della Cerdagna.
Le provincie ove non rimase che la lingua nazionale sono la Turena,
l’Angiò, il Maine, l’Orleanese e l’Isola di Francia.
[148] Si noti che ne’ Trovadori ci ha i _Discordi_, componimenti ove si
alternano due o tre lingue, e fra esse l’italiana. Così in Rambaldo di
Vacchiera, citato dal Crescimbeni, abbiamo
Io son quel ben che ben non ho.
[149] Siam costretti a mettere da banda la canzone e due sonetti di M.
Aldobrando da Siena, che vorrebbesi nato nel 1112, morto nell’86. Oltre
che si credette error di cifra per 1212, vengono dalla troppo sospetta
officina sarda.
[150] _Ciera_ per faccia, rimasto ai Lombardi: gli Spagnuoli dicono
_cara. Spera_ specchio. _Aulitusa_ olente, odorosa.
[151] Radice perduta di _galante, ringalluzzire_ ecc. Gallare
d’allegrezza fu registrato dalla Crusca.
[152] _Vulg. eloq._, lib. I. cap. 12.
[153] _Præf. ad epist. famil._
[154] Dico dubitando, perchè il Castelvetro sostiene che alla Corte di
Federico non si scrisse che provenzale e siculo, nulla d’italiano. Il
Trucchi toglie a mostrare che molte delle poesie attribuite a Federico
II e a Pier della Vigna (come quella _Poi che a voi piace, amore_) son
di tutt’altri.
[155] Quod si vulgare sicilianum accipere volumus, scilicet quod prodit
a terrigenis mediocribus, ex ore quorum judicium eliciendum videtur,
prælationis minime dignum est. Si autem ipsum accipere nolumus, sed
quod ab ore primorum Siculorum emanat, ut in præallegatis cantionibus
perpendi potest, nihil differt ab illo quod laudabilissimum est...
Quapropter superiora notantibus innotescere debet, neque siculum
neque apulum esse illud quod in Italia pulcherrimum est vulgare; cum
eloquentes indigenas ostenderimus a proprio divertisse.
Nei diplomi dei re di Sicilia trovansi i titoli di ρήξ, δοῦκας,
πρίνκυπος, φουρεστερίος, κανονίκος, βισκομιτος. In carte siciliane
leggiamo στράτα, κολτούρα, κάμπος, φωσσα nel 1091: nel 92 καστέλλος,
γρούττα; nel 94 σκάλα; nel 1101 πετζα, nel 1112 υιλλάνοι; e così
altrove φούνδακα, φούρνον, πόρτα, δεφενδεύειν, ὀρδινάμος, κογνατοι.
[156] _Scrittori del Trecento_. L’opinione del Raynouard fu ripudiata
da chiunque trattò poi dell’origine delle lingue romanze; ed
espressamente da M. AMPÈRE, _Formation de la langue française_, cap.
III, p. 23-34; ED. DU MÉRIL, _Introduction à Floire et Blancefort_;
FAURIEL, _Leçons sur Dante et les origines de la littérature
italienne_. Intorno agli errori di fatto del Perticari è a consultare
GIOVANNI GALVANI, _Dubbj sulla verità delle dottrine perticariane nel
fatto storico della lingua_. Milano 1845.
[157] Francesco Palermo nell’esaminare i Mss. della già Biblioteca
Palatina di Firenze, de’ quali formò il catalogo, si convinceva a
molte prove, il toscanesimo che si trova nelle scritture antiche di
altri paesi d’Italia esservi stato introdotto da trascrittori toscani.
Quindi l’apparenza, abbracciata in luogo di realtà, che in su’ principj
fosse spontaneo il parlar toscano per tutta Italia, ovvero vi fosse una
lingua nobile italiana, fino dai primi tempi. «I trascrittori toscani,
non servili come gli odierni copisti, nello abbattersi a voci e maniere
che sentissero del forestiero (e cominciava il forestiero dai confini
delle proprie terre), o per necessità di riuscire più intelligibile,
o per avversione al disarmonico e al rozzo, lo riducevano nel loro
volgare. E anche nella stessa città, quelli che di tempo in tempo
trascrivevano lo stesso libro, l’uno riformava più o meno la scrittura
dell’altro, cambiando parole e frasi, conformandosi al modo corrente
del favellare. Il quale vezzo continuarono anche gli stampatori. E così
poi, come gli scrittori e stampatori toscani rintoscanivano le opere
di altre provincie italiane, gli amanuensi e stampatori del di là di
Toscana imbarbarivan del loro dialetto i libri di questa provincia».
_Discorso Proemiale,_ IX. Fra mille esempj ne citerò un solo. In essa
Biblioteca Palatina abbiamo una Devozione, cioè una rappresentazione
pel venerdì santo, che evidentemente mostrasi scritta in romano, ma
copiata nel 1375 da qualche veneto, che trasformò al modo del suo paese
assai parole o frasi; talchè le sono scritte or alla romana or alla
veneta, p. e. _zornata_ e _jornata_; e qualche volta ne resta fino
tolta la rima. Per es., trovava a _mene_, e correggeva a _mi_, e così
mancava la rima con _pene_.
Vedasi pure il Salvini nelle note alla _Perfetta Poesia_ del Muratori.
[158] Diss. XXVIII. Nelle _Nuove Effemeridi siciliane_ 1875
luglio-agosto, Giuseppe Pitré epilogò le ultime opinioni sulla natura
e sul tempo del _Contrasto_ di Ciullo d’Alcamo, e conchiude portandolo
dopo il 1231, ma travestito dai varj copisti.
[159] V. MORSO, _Palermo antico_, p. 466; Palermo 1827.
[160] Vedi la prefazione del Vigo all’accennata raccolta.
[161] _Conspiratio Johannis Prochytæ ex Bibl. script. qui res in
Sicilia gestas sub Aragonum imperio retulere_, _a_ ROSARIO GREGORIO
_edita_; Panormi 1791.
[162] Aggiungono la_ Vinuta de lu re japica a la gitati di Catania_,
scritta da frate Atenasio di Aci nel 1287, e la cronaca di frà Simone
da Lentini.
_Ego frater Simon de Lentinio instandu in Chifalù anno domini 1358 in
la quatragesima mi misi in cori incomenzari la conquesta di Sicilia,
fatta per li Normandi, la quali era in gramatica_ (cioè in latino)
_scrubulosa et grossa, et mali si potia intendiri: secundu lu meu pocu
vidiri la volsi traslatari in nostra lingua_ ecc.
Ne vide una copia nella Biblioteca di Parigi Antonio Marsand (_Mss.
Italiani della regia Biblioteca Parigina._ Parigi 1835), bibliografo
lodato e citato da chi vanta e biasima senza aver veduto. Oltre ignorar
chi sia questo frà Simone, mentre poteva raccorlo dal Mongitore e
dal Di Gregorio, lo crede contemporaneo alla conquista normanna, cioè
avanti il 1100, ed «è in lingua siciliana, stranamente barbara: poichè
i Siciliani ed i Barbari, cercando allora d’intendersi scambievolmente,
ed affaticandosi di pronunciare alcune parole barbare latinamente,
ed alcune latine barbaramente, venne così ad introdursi allora fra i
Siciliani una terza lingua, che potremmo veramente chiamare la lingua
madre di tutte le lingue barbare»!!
Vedasi pure DE GIOVANNI, _Cronache siciliane de’ secoli XIII, XIV, XV_.
Bologna 1865.
Nel vol. III delle _Memorie di Sicilia_ è inserita una dissertazione
di Giuseppe Crispi, intorno al dialetto parlato e scritto in Sicilia
quando fu abitata dai Greci, corredata d’esempj che scendono fino alla
dominazione normanna, cioè al sottentrare dell’italiano. Il dizionario
forse più antico a stampa, certo il primo che s’occupasse di dialetti,
è il siciliano-italiano-spagnuolo di Cristoforo Scobar. Venezia 1520.
[163] _De cathedralis ecclesiæ neap. semp. un._
Pugliese si chiamò sempre il dialetto della bassa Italia, e in quello
scrissero molti, nessuno nel napoletano prima che il Sannazzaro
l’adoprasse nella farsa _lo Glomero_. Re Alfonso nel 1442 ordinava gli
atti si scrivessero non più in latino, ma in pugliese. Ne discorsero
ampiamente il Galeani e Rafaele Liberatore, considerandone l’indole
come grandemente diversa da quella degli altri tutti dialetti d’Italia
per vocali più aperte, pronunzia più larga e rotonda, sostituire vocali
più molli e liquide, mutare il _g_ e il _b_ in _v_, affiggere i pronomi
possessivi (_patreto, vitama, casata_); a tacer quelle ch’essi dicono
gagliofferia e scurrilità, poichè queste tengono piuttosto all’indole
dei parlanti che alla parlata.
Vogliono alcuni che le antiche Atellane continuassero nel Napolitano,
e fossero quelle che poi si chiamarono _farse cavajuole_ (Vedi
MINTURNO, _Poetica_, lib. II. p. 169), specie di egloghe o dialoghi
contadineschi, probabilmente così dette da Cava, poichè «i popolani di
Cava erano stimati in Napoli bizzarri, pronti di mano e feroci», dice
il Capecelatro ne’ _Diarj_, II. 1, 139, 214. Il Partenopeo, cioè Giovan
d’Antonio, ha una farsa intitolata _Scola Cavajola,_ che è un chiasso
ridicolo, riuscente a zuffe e picchiate. Il Niebuhr vedrebbe nelle
Atellane l’origine del Pulcinella.
Il Galiani, con lodi senza misura nè riflessione, sostenne che il
dialetto napolitano fu la lingua primitiva d’Italia, usata sul serio
fino a mezzo del Cinquecento. È un paradosso, come allora, e come egli
principalmente ne usava; e si conosce la lepidissima risposta fattagli
da Luigi Serio nel _Lo Vernacchio_, ma tutte le ragioni che egli adduce
appoggiano il nostro assunto.
[164] _Raccolta di varie cronache e diarj ed altri opuscoli
appartenenti alla storia del regno di Napoli_.
[165] È autentico? lo nega affatto Guglielmo Bernhardi, in un lavoro
pubblicato a Berlino il 1868, _Eine Fälschung des XVI Jahrhunderts_.
Già faceva senso il vedere alterati i fatti e i tempi: taluno li
supponeva tradotti dal latino; il duca di Luynes, che ne fece un
commento storico e cronologico (Parigi 1839), suppose avesse lo
Spinelli notato gli avvenimenti senza indicar l’anno, e un copista li
disponesse come credeva: sul qual dato arbitrario esso Luynes prese a
riordinarli poco felicemente, come fece pure il Pabst ristampandoli
nel vol. XIX dei _Monumenta germanicæ hist._ Camillo Minieri Riccio
stampò quella _Cronaca ridotta alla sua vera dizione e alla primitiva
cronologia_ (Napoli 1865). Il Bernhardi sostiene che sia una
contraffazione del XV secolo, probabilmente opera del Di Costanzo,
che pel primo ne fe’ cenno nel 1572, e che volle così dare a Napoli
la gloria d’aver prodotto il primo storico italiano, e incensar alcune
famiglie facendole partecipi agli avvenimenti d’allora. Le ragioni di
lui sono confutate dal Minieri Riccio (_I notamenti di M. S. difesi ed
illustrati_, Napoli 1870).
[166] _Rer. Ital. Script._, VIII. pag. 906 e 927. Recentemente ne parlò
Arnoldo Busson, _Dier florentinische Chronik des Malespini, und deren
Benutzung durch Dante_, Inaspruck 1869. Sostiene egli che il Malespini
ebbe sottocchio la cronaca di Martin Polacco, sicchè non potette
cominciare a scrivere che nel 1278, e forse solo nel 1293, e ancora se
n’occupava nel 1299: probabilmente la continuazione di Giacchetto fu
dal 1302 al 1309 quando morì Carlo II di Napoli.
[167] Dizionario Geografico _ad vocem_.
[168] Sul _que_ per _che_ dicemmo a pag. 89. Nella poetessa
anglo-normanda Maria del XIII secolo troviamo questo proverbio, _bien
seit chat_ cui _barbe il loiche:_ ben sa il gatto _cui_ lecchi la
barba.
[169] Vedi RICHA, _Notizie storiche delle chiese fiorentine_, t. IV,
part. II. p. 253.
[170] Ap. EMILIANI GIUDICI, _Storia della letteratura_.
[171] La contropruova l’abbiamo nel francese, senza uscir di casa
nostra. Fra le carte angioine conservate nell’Archivio di Napoli, v’ha
registri, dove a caso scegliamo, fra i pubblicati da Camillo Minieri
Riccio (Napoli 1852): _A Raulin de Quilon chatelain du chatel de leuf_
(di Castel dell’Ovo) _militi familiari provisio pro reparatione dicti
castri previa extimatione, in qua sint presentes sindici universitatis
Neapolis..._ fol. 102 _cujus vigore Johan Buczut et seigneur de Grif de
Naple despendeurs deleuvre de reparatio du chatel de salvateur pour la
Universitè de Naple, recipiunt quantitatem a Thesaurariis regiis etc._
E così via: sono del 1281. Nel dialetto di Cambray, nel 1300 dicevasi:
_Le sir de Creki adonc ne fut occhi_ (ucciso)... _Ravisez bien, chey
my, maugrey tant de misère._ (Ravvisatemi bene, son mi, malgrado tante
miserie).
[172] Era stato stampato dal Lami. _Monum. della Chiesa Fiorentina,_
tom. I, pag. 75, poi con maggior diligenza da Filippo Brunetti; infine
da L. Ferri a Padova nel 1841.
[173] Così _bara_ e feretro; _brando_ e spada; _alabarda, partigiana_
e asta, lancia; _forbire_ e pulire; _gonfalone, bandiera_ e vessillo;
_flotta_ e armata; _bizzarro_ e iracondo; _laido_ e brutto; _giardino_
e orto; _ricco_ e dovizioso; _guadagnare_ e lucrare; _snello_ e
rapido; _guiderdone_ e premio; _magione_ e casa; e così via. Non mi
si oppongano voci tedesche di più antica data, giacchè queste non
derivarono dagli invasori, bensì dalla lingua ariana, madre comune
del tedesco e del latino; del qual latino, del resto, ripeto che non
possediamo se non la piccola parte adoperata dai pochi scrittori che ce
ne sopravanzarono.
[174] Il vernacolo di Marsiglia è somigliantissimo a quello di Milano.
[175] Tale è la _Nobla Leycon_ de’ Valdesi, che vorrebbesi del 1100.
Appartiene alle poesie valdesi anche la Barca, da cui leviamo questi
versi:
De quatre element ha Dio lo mont formà,
Fuoc, ayre, ayga e terra son nommà;
Stelas e planetas sont fey de fuoc;
L’aura e lo vent han en l’ayre lor luoc;
L’ayga produy li oysel e li peyson,
La terra li jument e li om fellon.
La terra es lo plus vil de li quatre element,
De lacal fo fayt Adam, paire de tota gent.
O fanc! o polver! or te ensuperbis!
O vaysel de miseria, or te enorgolhis!
Horna te bene quer vana beota (_beltà_),
La fin le mostrare que tu aures obra.
RAYNOUARD, _Choix des poésies orig. des Troubadours_, tom. II, pag. 103.
[176] In Lombardia dicesi _rasol_ della vite, dal sanscrito _rasà_,
cui somiglia più che il greco ῥάξ e il _racemus_ latino. In Calabria si
dice _piria_ e _piriare_, e Petronio ha _pyriare_ per scaldare, da πύρ.
E così _flaga_ per un gran fuoco che serve a far lume, da φλέγω.
La _Grammatik der romanischen Sprachen_ di Federico Diez (Bonn 1836-44,
in 3 volumi, e 2ª edizione 1856-61) è un vero codice delle leggi
fisiologiche e patologiche, secondo le quali i vocaboli si formano e
sformano nelle lingue romanze. Esso non ricorre a lingue straniere,
ma al solo latino, mostrando le norme con cui una voce di questo si
trasforma nell’italiano, nel francese, nello spagnuolo, nel portoghese,
nel provenzale. Vedasi anche sir G. LEWIS, _An essay on the origin and
formation of the romance languages, containing an examination of M.
Raynouard’s theory on the relation of the Italian, Spanish, provençal
and french to the latin_. Londra 1863.
G. I. Ascoli, in questo genere _facile princeps_, nell’_Archivio
Glottologico italiano_ (1875 e seguenti) indaga come nessuno mai fece
il processo generale della formazione dell’italiano, e del modo di
farne stromento o segno dell’unità intellettuale e civile, credendo a
ciò conduca ancor più la penna che la lingua, e la fusione idiomatica
dipenda dalla civile e intellettuale. Non assentendo a coloro che
vanno troppo a cercare le etimologie o derivazioni degli idiomi
nostri negli ariani, neppure arride a quelli che la base italica della
parola romanza credono affatto aliena dal latino letterario, mentre lo
studio rivela più sempre le diversità simultanee o successive, portate
dall’evoluzione storica, e le salde e dirette attinenze fra il latino
delle scuole e ciascuna delle lingue romanze, e massime il ragguaglio
fra quello e queste e l’ampia tela geografica e cronologica in cui la
parte latina si trasformò.
Saviamente avverte come facilmente acquisti gloria o nominanza chi
si mette a studj nuovi (l’abbiamo visto testè colla geologia)...
laonde taluni col pretesto di glottologia negligono la filologia, e
vilipendono lo studio dei classici.
Il nostro Saggio è molto anteriore alla propagazione di questi studj,
oltrecchè l’intento nostro era puramente storico, come poneva il tema
proposto nel 1863 dall’Accademia Pontaniana, al quale noi rispondevamo.
[177] Adduciamone alcune poche, classificandole:
Parentela e affinità. — _Fui, fia, fiastru, frate, sora, nepotu,
genere, nuora, socra, muiiere, vechiu, june, veduva, amica, vecinu_.
Cariche e mestieri. — _Principu, principesa, duca, duchesa, capitanu,
conte, gubernator, ministru, cancellariu, consiliariu, secretariu,
assessor, nobilu, residente, jude, procurator, medicu, doctor,
ingenieru, majestru, negotiatoriu, pictor, musicu, comediantu,
carbonariu, spreziariu, barbieru, macelariu, caldarariu, funariu,
olariu, ciabotariu_ (ciabattino), _fauro, argentariu, ferariu, murariu,
pescariu, pastoriu, boariu, vacariu, porcariu, pecurariu...._
Abitazione e vestito. — _Casa, castelu, corte, palatu, portioriu,
fondamenta, pariete, camera, cucina, stala, granariu, armariu, arca,
scamnu, candelabru, candela, lumina de cera o de sevu, foca, fumo,
esca, caminu, fumariu, carbone, vestamentu, camiscia, calciuni,
maneca, colaru, vas, acu, forfeci, scope, fusu, secure, chiae, bastonu,
sacu...._
Vitto. — _Prandgiu, cina, colazie, pastetu, merinda, pane, farina,
lardu, untu, aceto, rosol, vinu de doi, dei trei qui; albu, rosciu,
muscatu, butelia, ola...._
Corpo. — _Capu, vultu, facie, fronte, temple, nasu, ochiu, orechie,
buca, dinte, umero, dosu, braciu, mana, palmo, degetu, unghie, sinu,
latu, costa, stomachu, genunchiu, polpa, nerva, vena, carne, sange,
pele, os, cornu...._
Azioni. — _Stà, sedè, dormè, saltare, avere, vedere, tacere, cadere,
auscultare, sonare, fàcere, stringere, arare, jocare, ducere, ardere,
armare, cantare, cercare, dare, frangere, figere, fermare, gustare,
implere, rinascere, pascere, perdere, piacere, radere, curere,
vendere_.
[178] In Lombardia dicesi _cicion_ (coccolo), _dessedà, impremudà_; e
possiamo supporre si usassero in latino, giacchè il valacco ha _coconu,
desceptare, imprumutare_.
valacco — quum è? lombardo — comè?
» nòma, numai » nomà (appena).
[179] Xilander prese ad esame lo skip che si parla dagli Albanesi
e dagli Arnauti, e mentre prima credeasi in parentela colle lingue
tartare, o misto informe di neo-latine, attestò fosse ramo antichissimo
delle indo-europee, derivato dal parlare che si osava colà prima della
conquista romana.
[180] ELIADE, _Parallelismu dal intre limba romena sci italiana_.
Queste affissioni di particelle, che pajono differenziare la lingua
italiana dalla latina, in questa non sono inusitate, avendovi _tune,
quippe, cuivis, eccum, eccillum, ergone, intellestin’_. Forse ce
n’aveva altre, più simili alle nostre: forse gli elementi delle nostre
non aveano in latino le ragioni eufoniche o anche grammaticali, per cui
noi le unimmo. Basti l’accertare che non è un sistema nuovo.
[181] Non voglio dire che la conquista non operi mai sulla lingua d’un
paese, ma ci vogliono certe condizioni, di coltura superiore o almeno
pari, di numero proporzionato, di spodestamento degli indigeni, di
mancanza di precedente letteratura: tutte condizioni che non esistevano
per l’Italia, mentre si riscontrano eminentemente nell’inglese, lingua
ibrida, dove si combinano due elementi distintissimi, benchè entrambi
d’origine ariana; l’anglo-sassone e il franco-normando. Su di ciò
vedasi l’opera di Giorgio Marsh (ministro degli Stati Uniti presso il
re d’Italia) _The origin and history of the english language and of the
early literature it embodies_. Londra 1862.
Per coloro che nei nostri dialetti gran parte vorrebbero attribuire al
celtico, noteremo com’egli riscontri che, in paese di tanta ingerenza
celtica com’è quell’isola, pochissimo abbia tal lingua contribuito alla
composizione de’ dialetti inglesi, neppure nella Scozia, ove moltissimi
resti di cimrico appajono nei nomi geografici e genealogici.
[182] Vedi a pag. 78.
Altra particolarità della nostra lingua è l’accoppiare l’aggettivo
singolare al pronome plurale; _voi siete stato allegro_. Quest’è
proprio delle lingue semitiche, come può vedersi nei primi versetti del
Genesi.
[183] Queste voci erano perfetti sinonimi nel latino? Il loro
passaggio all’italiano potrebb’essere un criterio per determinarlo,
e così aggiungere qualcosa al bellissimo trattato di Luigi Döderlein
(professore di Colmar morto nel 1863) dei sinonimi e delle etimologie
della lingua latina (sei volumi, Lipsia 1826-1838). Egli raccomanda
immensamente lo studio delle sinonimie, come lavoro filosofico già
accessibile all’ultima infanzia e alla prima giovinezza, e che porge
al maestro l’opportunità di famigliarizzare l’intelletto colla luce,
arricchire di molte nozioni positive, ampliare anche l’orizzonte del
pensiero.
Il Döderlein distingue tre classi di sinonimi:
I. Quelli che hanno una parentela apparente, fondata solo sul tradursi
colla stessa voce nella lingua nostra, come _liberi_ e _infantes;
animal_ e _bestia; hærere_ e _pendere_. Il confonderli in latino è un
vero solecismo.
II. Quelli tra cui si può stabilire non distinzione sicura, ma che
esprimono idee tanto vicine, che fin gli antichi prendeano talvolta
l’uno per l’altro: p. e. _ater_ e _niger_, _lascivus_ e _petulans_.
III. Quelli la cui differenza non potrebbe assicurarsi sopra testi
classici, e che probabilmente neppur gli antichi distinguevano, come
_fatigatus_ e _fessus, etiam_ e _quoque, pene_ e _prope_.
[184] Como. In chiozzoto dicesi «cummodo che può farlo»
[185] DE ROSSI, _Inscriptiones Christianæ_ ecc.
Anche nel materiale potrebbero mostrarsi infinite somiglianze di
idiotismi nostri coi greci. Per _nè più nè meno_ diciamo _a capello_;
e il greco προς τρικα: noi _allevarsi la serpe in seno_, ed essi οφιν
εν τῳ κολπῳ θαλτειν: noi per bevere molto, _alzare il gomito_, ed essi
μασχαλην αιρειν: noi _amarsi come il lupo l’agnello_, ed essi ως λυκος
αρνα φιλει: noi _alzar le mani_ per dare busse, ed essi αιρειν τας
χειρας: noi _andare secondo la corrente_, ed essi κατα ρουν φερισθαι:
noi _aver a mano_ per avere in pronto, ed essi δια χειρας εχειν: noi
_aver il ventre di pollo_ per non essere mai satollo, ed essi κοιλιαν
εχειν αλεκτρυονος: noi _aver in bocca alcuno_ per parlarne, ed essi
εχειν εν στοματι: noi _comperar le brighe_, ed essi πριάσθαι πραγματα:
noi _dar il cane ad uno_ per canzonarlo, ed essi λυειν κυνα ετι... noi
a chi è affiochito diciamo _vedesti il lupo_, ed essi λυκον ειδες. Il
nostro _cantar a sordi_ è il greco κωφῳ αειν: il nostro _dir un carro
di villanie_ è il greco αμαξην βρασφημιον κατασκεδαζειν: il nostro
_tutto da capo a piedi_ è il loro παντα εκ των ποδων εις την κεφαλην:
d’uno scemo diciamo _non ha sale,_ e i Greci αλμην ουκ ενεστιν αυτῳ:
d’un seccante _m’empie le orecchie_, e i Greci πληρει μοι ωτα.