Anche i Greci dicono bocca (στομα) per foce d’un fiume, e cielo

della bocca ουρανος: belare (βληχισθαι) per piangere: accasarsi per

maritarsi (συνοικειν): essere in istrada (εν τῃ ωδῳ ειναι) per esser

incamminato: star fra l’incudine e il martello (μεταζυ του ακμονος και

σφορας): esser in pensiero per alcuno (ειναι εν φροντιδι περι τινος):

gettarsi nel fuoco (δια πυρος ριττειν εαυτον) per esser pronto a far

di tutto: nè anche per sogno (ουδ’οραν): mettere le mani addosso (την

χειρ επιβαλειν) per catturare: scommettere la testa (περι της κεφαλης

τεριδοσθαι): stuzzicare il vespajo (τας σφηκιας ερεθιζειν): temere

della propria ombra (την αυτον σκιαν φοβεισθαι).

I nostri proverbj «chi va collo zoppo impara a zoppicare — chi

troppo tira, la corda si strappa — far d’una mosca un elefante —

metter il carro innanzi a’ buoi — il lupo cangia pelo non natura

— il ventre non ha orecchi — insegnar nuotare ai pesci — lavar il

capo all’asino — tenere l’anguilla per la coda — una rondine non fa

primavera» equivalgono ai Greci ανχωλῳ περοικησεις υποσκαζειν μαθασῃς:

πορραγησεται τεινομενον το καλωδιον: ελεφαντα εκ μυιας ποιειν: ἠ αμαξα

τον βουν ελαυνειν: ο λυκος την τριχα, ου την γνωμην αλλαττει: γαστρην

ουκ εχει ωτα: ικθον νηκεσθαι διδασκειν: ονου κεφαλην πλυνειν: απ’ ουρας

την εγχελην εχειν: μια χελιδων εαρ ου ποιει.

Chi s’aspetterebbe di trovar in Tucidide il _latte di gallina_, ορνιθων

γαλα? e così mangiar cipolle (κρομμυα εσθιειν) per piangere: e voler

mangiare uno (φαγειν τινα) per isbranarlo: e mostrare le calcagna (το

κοιλον του ποδες δειξαι) per fuggire: e menare per il naso (της ρινος

ελκειν): e un chiodo caccia l’altro (ο πατταλος εξεκρουσε πατταλον).

[186] _Thesauro, templo, clarezza, judicio, tene, pensero_...

In principio si tenne la preposizione _a_ nel valore del latino: onde

in frà Guittone abbiamo «Lungiando a se peccato e villania» (Rime, 1,

59): «Io non posso o non voglio a femina astenere... buono scernendo a

male e male a buono» (Lettera 35); e nel Bencivenni (_Esposizione del

paternostro_, 75): «Chi vuole ordinatamente fare, elli dee cominciare a

se medesimo». (Fior. Virtù, 24). «Insino a ora (da ora) chiunque di voi

chiederà, io adempirò la sua domanda». Questo segno dell’ablativo facea

confusione con quello del dativo, onde si sostituì _da_.

Molte volte è usata dai primi scrittori dove i latini metterebbero

_ad_; non imitati dai successivi. Così frà Giordano da Rivalta, nella

pred. 139: «Maria era povera, e non si pur parea; ed elessela in così

grande stato _a_ far vergogna alla prima reina»: e Giovanni Villani,

467: «Partita sua masnada a più bandiere»; _Ott. comm. di Dante_, 3.

639: «Alla memoria si è da sapere» (quo ad).

[187] Vollero dare come padovanismo la frase del libro I, § 39,

ove dice che gli Albani vengono trasportati a Roma, _raptim quibus

quisque poterat elatis_. Ma questo è piuttosto un ellenismo, χρῶμαι

ὧν ἔχω. Morkof ha una dissertazione _De patavinitate liviana._ Questi

provincialismi sono tanto più notevoli, in quanto il commentatore di

Virgilio, pubblicato dal Maj (_Classicorum auctorum fragmenta_, tom.

VII, p. 269), scrive: _Dicunt Patavini gentiles se Romanorum_.

[188] _Sumpto cultu gallico, non ignarus linguæ fugiebat, pro Gallo

habitus_. VAL. MAX., lib. III.

[189] _Latine loqui a Latio dictum est, quæ locutio adeo est versa, ut

vix ulla ejus pars maneat in notitia_. De verb. signif.

[190] A. GELLIO, XI. 7.

[191] Lib. XXXII. c. 21. Fin al tempo di Cicerone la lingua latina in

Spagna pareva _pingue quiddam atque peregrinum sonare_ (Pro Archia,

10); e san Girolamo esortava una madre a insegnare presto a suo figlio

la latina lingua, _quæ, si non ab initio os tenerum composuerit, in

peregrinum sonum lingua corrumpitur, et externis vitiis sermo patrius

sordidatur_. Ad Laetam, ep. 107.

[192] LIVIO, XL. 42.

[193] FESTO ad vocem _Oscum_.

[194] Nelle _Veterum Oscorum inscriptiones_ (Napoli 1841), Jannelli

pretende dichiarare da 300 monumenti scritti.

[195] _Inscriptiones umbricæ et oscæ quotquot adhuc repertæ sunt omnes_

ecc. Berlino 1841.

[196] A. GELLIO, XVII. 17. Le iscrizioni osche sono le più facili a

intendere, come _aasas_ aras, _dolud_ dolo, _ligud_ lege, _genetai_

genitrici, _kvaisstur_ quaestor, _regaturei_ rectori, _aikdafed_

ædificavit, _deicum_ dicere, _fefacust_ fecerit, _herest_ volet,

_prufatted_ probavit, _set_ sit, _alttram_ alteram, _pùs_ qui,

_amaricatud_ immercato, _malud_ malo, _anter_ inter, _contrud_ contra,

_inim_ enim, _nep_ neque ecc.; — mentre le etrusche danno _etera_

altera, _clan_ natus, _phuius_ filius, _avils_ ætatis, _turce_ donum,

_tece_ posuit. Nella tavola osca di Banzia SUVE PIS CONTRUD EXEIC

FEFACUST _si quis contra hoc fecerit:_ PIS CEUS BANTIUS FUST _qui

civis Bantinus fuerit_. Esso Fabretti conchiude: «La fratellanza dei

vetusti dialetti sparsi in Italia, riconosciuta dai segni alfabetici,

si dimostra meglio coi ripetuti raffronti delle voci umbre ed osche

ed etrusche in tra loro o coll’idioma latino; così l’osco _deded_ e

con etruschi caratteri _tetet_, era _tez_ nell’Etruria, e forse _dede_

nell’Umbria, e _dedet_ e _dede_ (_dedit_) nelle bocche del popolo

romano. Con gl’idiotismi ed arcaismi che occorrono spesso nella latina

epigrafia, si avranno argomenti per discorrere fondatamente intorno

alla origine della lingua italiana, più remota di quel che generalmente

non credesi: moltissime forme popolari verranno innanzi, raccolte dai

monumenti de’ più bei tempi di Roma repubblicana, e dai modesti funebri

ricordi dei primi martiri della Chiesa». Vedi qui sopra, a pag. 160.

[197] _Braich_ diceva l’antico gallo, e i lombardi _brasc_; come dicono

_cadenn_ al modo del bretone e dell’irlandese; _provecc_ (Ciascun fait

gran provecc qui bien tient ce qu’il oie) come nel francese antico;

_fioeu_ come nell’Anjou; _ciao_ come nel gallese; _uss_ come in altri

francesi dialetti. Il milanese _bagai_ risponde al _bugale_ in bretone,

come _smorzà_ per ispegnere: _sango de mi, dove te cascet_ sentesi nel

Berry come nel Milanese: _cova_ per gallina nel Delfinato. Moltissime

voci lombarde sono identiche colle provenzali. Alcune vennero dal

greco senza attraversare il latino, come _toma_ (πτῶμα), _usmà_ (οσμᾗ)

annusare, _peston_ (πιστὸν), _trabescà_ (τρέπω), rud (ῥύπος), _magàri_

(μάκαρι): altre dal latino che non furono adottate dall’italiano

comune, quali _sidella_ (situla), _offella_ (offa), _mica_ (mica

panis); _medina_ per zia, _cogoma_ per bricco, _prestin_ per forno,

_pasquèe_ per piazzuolo erboso, _sbergnà_ per canzonare da _spernere_,

e assai altre, massime nella montagna. _Navascia_ diciamo la bigoncia

in cui si pigia l’uva; e Festo definisce _nevia lignum cavatum ut

navis, quo in vendemiis uti solent. Illò_ per in quel luogo dicono i

villani, e Festo ci avverte pure che _pro huc_, HOC _veteres dicere

solebant, sicut pro illuc_, ILLO.

[198] Vedasi _Il Vangelo di S. Matteo volgarizzato in dialetto

cosentino_... del principe L. LUCIANO BONAPARTE. Londra 1862.

[199] Per brevissimo saggio di dialetti di paesi lontani accenniamo:

_Friulano_ _Milanese_ _Reggino_

sang sang sangu sangue

madonne madonna madonna suocera

diaul diavol diaulu diavolo

ligrie legria lligria allegria

brazz brazz brazzu braccio

trezzis trezz trizzi treccie

mollar mollà mollar lasciarsi cadere

di mano

ven ven veni vieni

lusive la luna lusiva la luna dduciv’a luna splendea la luna.

[200] Vedi MAZZONI TOSELLI, _Origine della Lingua Italiana_, p. 120.

Egli parla d’un poema del 1360 in dialetto bolognese.

[201] Vedi _Scorsa d’un Lombardo negli Archivj Veneti_, per C. CANTÙ.

Milano 1855. Nell’archivio notarile di Venezia è un testamento di Maria

vedova Gradonio de Troja del 1297 settembre, che dice:

«Questo sie lo testamento de Maria, relicta de gradonio de troja.

Ordeno soldi XVI de grossi per mese (messe). Eba mio fio Antonio

adeso soldi XXX de grossi che lo voi andar a lo pasazo per mi quando

elo andera: ese elo non andase, sia tegnuto un altro per mi mandar.

Per congregacion grossi VII = per zascuna. Laso ad almengarda soldi

vi de grossi. A nida soldi vi de grossi cheo li de dar. A dona lena

grossi VII = A sor Margherita soldi II de grossi. A lo nodar che fa

lo testamento mio grossi XXII questo cheo e ordenato si sia trato delo

fito dela casa e si sia pagato quelo che lago per lanema mia eo elagato

ecc.». V. _Atti dell’Ist. Veneto_, 1862, p. 363.

In un poema in terza rima di Francesco di Carrara il vecchio,

pubblicato dal Lami nelle _Delizie_, occorrono idiotismi veneti;

_impazzo, fiòlo, maraveia, angossa, fazza_. Nelle carte di Emanuele

Cicogna è un poema sulla vita di Gesù Cristo, copiato nel 1420,

dove si trova, fra tant’altre bizzarrie, _stagno_ per fermo, qual si

usa tuttora in Lombardia; e «_dumente_ che de la catolica fede sia

zelatore» invece di purchè, come anche oggi dicesi in Lombardia _domà_.

Per quanto l’amor patrio la ripudii e la critica la appunti, non si può

con certezza asserire falsa la lettera di Dante a M. Guido da Polenta,

scritta da Venezia il 30 marzo 1313. In essa egli lamenta che il

Consiglio veneto non intendesse il latino. «Giungendo alla presenza di

sì canuto e maturo collegio, volsi fare l’ambasciata vostra in quella

lingua, la quale, insieme con l’impero della bella Ausonia, è tuttavia

andata ed anderà sempre declinando: credendo forse ritrovarla in

questo estremo angolo sedere in maestà sua, per andarsi poi divolgando,

insieme collo Stato loro, per tutta Europa almeno. Ma ohimè! che non

altramente giunsi nuovo ed incognito pellegrino, che se testè fossi

giunto dall’estrema ed occidentale Tile: anzi io poteva assai meglio

qui ritrovare interprete allo straniero idioma s’io fossi venuto dai

favolosi antipodi, che non fui ascoltato colla facondia romana in

bocca. Perchè, non sì tosto pronunciai parte dell’esordio, ch’io mi

avea fatto, a rallegrarmi in nome vostro della novella elezione di

questo ser Doge, che mi fu mandato dire o ch’io cercassi di alcuno

interprete, o che mutassi favella. Così mezzo fra stordito e sdegnato,

nè so qual più, cominciai alcune poche cose a dire in quella lingua

che portai meco dalle fasce; la quale fu loro poco più familiare e

domestica che la latina si fosse».

Ciò attesterebbe che fin d’allora usavasi il dialetto veneto anche in

materie gravi e di Stato. Del qual dialetto abbiamo nuovi documenti

nelle parole e frasi che il signor Luigi Pasini racimolò in carte

dell’Archivio generale, dove fin nell’XI secolo abbiamo i nomi

_Valentino de pantano, Orso Zorzi Gambaserica, Stephanus de Calle,

Dominicus Zane_, e i luoghi _de Dorsoduro, da Cavanna, patriarcado_,

i fondamenti _dananti ripa_, e _bene repremere et sapare_ l’uva e

pigiarla _a pede coverto_. Questa messe cresce ne’ secoli seguenti, ma

è a dolere ch’egli ce ne dia le voci staccate, anzichè la frase stessa.

Il documento del 1223 porta la denunzia e stima di alcune proprietà,

dove troviamo:

_la casa et la terra de loponte de albrigeto et cognato ejus,

libre_ CCCC

_la casa et la terra de tomao ferrario, libre_ CXIJ _ecc._

e nell’anno seguente:

_illi de ca viadro laboraverunt domum suam da riauto sine

parabola_

_illi de ca zorzo laboraverunt domum suam da rialto sine

parabola_

_matheo barbani de san paulo gita motiglioni_ IIJ _per far atana_

(altana?) _super rivo_.

Oltre le carte già addotte da me e dal Romanin, n’è del 1260-61,

dove si legge: _Ancora fo ordenado che se alcun frar de la scuola

sera infermo, lo gastoldo coli degani sia tegnudo de visitar quelo do

fiade alla domada, o alcun delli a saver le soe condicion e farli ogni

consolacion per si e per li suoi frari._

Più n’abbondano in appresso. Un bando del 1374 in lingua padovana

comincia: «De comandamento del magnifico segnor messer Francesco de

Carrara, de la cità de Pava e del destreto imperial vicario, per uno

trombeta sia fato publica crida in gi logi uxè (_usati_) en la forma

enfrascrita ecc.». E segue l’enumerazione de «zascheduna generazion

e qualitè de delito del quale, secondo raxon o ver statuti de le

dite citè de Verona o de Vicenza o de i so destriti, o de zascheduni

altri logi subieti al magnifico predicto Cansignore, encora en pena

personale, o ver se cum arme ree atrocelmente avesse ferio o empiagò

alguno ecc.».

Dov’è a notare la caratteristica de’ dialetti veneti di scempiar, le

consonanti; e quel che Dante già avvertiva che «i Padovani in tutti i

participj in _tus_ e i denominativi in _tas_ fanno brutta sincope, come

è _mercò_ e _bontè_».

[202] Questa prova fu testè con maggior ampiezza e diligenza rinnovata

dal signor Giovanni Papanti: _I parlari italiani in Certaldo alla festa

del V centenario di monsignor Giovanni Boccaccio_. Livorno 1875.

[203] Alo nom del nostr segnor Yhu Xpst amen. A lan de lassoa natività

MCCCXXI ala quarta indicion en saba a XXV dì del meis de loign en lo

pien e general consegl de la compagnia de messer saint Georz de Cher

a son de campana et a vox de crior. En la caxa de lo dit comun de Cher

al mod uxà e congregà el fu statuì e ordonà per col consegl e per gle

consegler de lo dit consegl e per gle rezior de la dita compagnia gle

quai adonch gli eran en gran quantità e gnun de lor discrepant fait

apres solemn parti che gli infrascript quatrcent homegn de la dita

compagnia seen et debien esser perpetuarmeint e se debien nominer un

hospicii co e hospicii de la compagnia de sein Georz. I quagl homegn

debien e seen entegnu perpetuarmeint consegler a drit e learmeint la

ditta compagnia e i consol e gli homegn de colla compagnia a bona fay,

non declinand a alcuna voluntà se no alchuna utilità del corp de colla

compagnia.

[204] Che mi cercate di ciò.

[205] Vi fossi anche a peso, vi dispiacessi.

[206] Che ho un bel marito, che voi non siete, ben lo vedo.

[207] I documenti più antichi de’ varj dialetti sono raccolti in molti

lavori recenti. Scritture in modenese del XIV e forse XIII secolo

stanno nel fascicolo VIII degli _Opuscoli religiosi, letterarj e morali

di Modena_, t. III. p. 211; sono laude de’ Battuti, esistenti in un

codice, finito di scrivere il 17 luglio 1377; ma i cui componimenti

sono forse da riferire al tempo che quelle Compagnie vennero istituite,

cioè verso il 1260.

[208] _Vulg. El._, I. 11 e 10.

[209] _Vulg. El._, I. 1.

[210] _Vulg. El._, II. 17. Manzoni esaminò quest’opera per confutare

il Perticari e il Trissino (1868); e meglio il D’Ovidio nell’_Archivio

Glottologico_, 1873: tutti dunque posteriori al nostro lavoro e con

altri intenti.

[211] P. E. del lombardo burla quella frase _Inte l’ora del vesper ziò

fu del mes d’october_, che gli par rea più del vero. Non è qui il luogo

a discutere le bizzarre dottrine di Dante in quest’opera, sol noteremo

alcuni punti:

«Il vulgare italiano antico illustre cortigiano (egli dice) è quello

il quale è di tutte le città italiane, e non pare che sia di niuna;

al quale i vulgari di tutte le città d’Italia s’hanno a misurare,

ponderare, e comparare».

Sembra voglia dire che la lingua che si scrive è una che non si parla

in nessun luogo. Chi s’adagerebbe a tale sentenza? Rimproverando

i Fiorentini perchè «arrogantemente si attribuiscono il titolo

del vulgare illustre», rinfaccia loro due vocaboli, _introque_ e

_manicare_. Or bene; questi due vocaboli egli stesso adopera nella

Divina Commedia:

Sì mi parlava, ed andavamo introcque. _Inf._, XX.

E quei pensando ch’io ’l fessi per voglia Di manicar. _Inf._, XXX.

Ma il suo scrivere, quanto alle parole, è identico con quel dei toscani

suoi contemporanei, sicchè, s’egli asserisce d’aver usato lingua

diversa, «ciò tanto gli si dovrebbe credere (dice il Machiavelli)

quanto ch’ei trovasse Bruto in bocca di Lucifero».

Del toscano fa altrove grandi elogi, e dice essersi valso del

vulgare fiorentino, propriamente quello che parlavano suo padre e

sua madre. «Questo vulgare fu congiungitore delli miei parenti, che

con esso parlavano... perchè manifesto è lui esser concorso alla

mia generazione, e così essere alcuna cagione del mio essere... e

così è palese e per me conosciuto esso essere stato a me grandissimo

benefattore... Se l’amistà s’accresce per la consuetudine, manifesto è

in me sommamente cresciuta, che sono con esso vulgare tutto mio tempo

usato». _Convivio_, Trattato I, cap. 13.

[212] Questo partito sembrerebbe opportuno anche per un dizionario

etimologico italiano, dove s’abbandonassero le voci derivate più o meno

direttamente dal latino e dal greco, e si esaminassero quelle che hanno

origine diversa: p. e. _ammiccare, astio, avello, avventare, baccello,

bagliore, balza, berlina, bieco, bigoncia, bilenco, bisbiglio, bolso,

boria, broncio, brutto, bufera, bussare, caffo, ceffo, ciacco, cimento,

covone, crusca, dileggiare, elsa, foggia, frasca, gara, gire, gozzo,

masso, minestra, melma, nastro, pazzo, pentola, pergamo, peritarsi,

pezzente, pignatta, salassare, schiaffo, ticchio, tomajo, topo,

tralcio, vetta, vizzo, vuoto, zolla, zuffa_.

Molte voci abbiamo derivate dal greco, che non trovansi in latino, come

masticare da μασταζειν zio θεἳος

spata σπάθη liscio λισσός

tomba τύμβος mustacchi μύσταξ

ballare βαλλίζειν piatto πλαύτς

botte βύτις pitocco πτωχός

borsa βύρσα tapino ταπεινός.

Girare, che è in Plinio, _Nat. Hist._, viene da γῦρος, donde noi

traemmo _giro_. Magari!, che i Latini diceano _utinam_, è dal greco

μακάριος, e trovasi già in Ciullo d’Alcamo (_macara se dolesseti_), e

in altre lingue romanze, come nel romancio di Coira, _magari ca ei fuss

bucca ver_, così non fosse vero! e nel valacco _màcar cë_: nel serbo

_makar_; nell’albanese _màcar._

In Calabria si dice tuttora _crai, poscrai_ per domani e posdomani;

_velte_ per tronco; _vertola_ per bisaccia.

I grammatici ne dicono che gli Etruschi chiamavano καῶρα la capra: come

i Siculi καγχαλος il ganghero.

Il napoletano dice _strata_, più vicino al latino che strada;

e _annare, comannare_, siccome nel latino primitivo imbattiamo

_innulgentia, verecunnus_, e in Plauto, _tenno, distenno, dispenno_.

[213] Veramente le poesie del Meli, a cambiar ben poco, riduconsi

italiane, dal che sono troppo lontane quelle degli altri:

Già nni invita, già nni chiama

Primavera ’ntra li ciuri (fiori):

Ogni frunda nni dici, ama;

L’aria stessa spira amuri.

Vola un zefiru amurusu

’ntra na nuvola d’oduri;

Chi suavi e graziusu

Scherza e ridi cu li ciuri.

Manna lampi d’alligria

Lu pianeta risplennenti,

Chi rinnova, chi arricria,

Chi abbellisci l’elementi.

[214] Anche il Boccaccio dice che «molti uomini savj moveano

generalmente una quistione che, conciossiachè Dante fosse in iscienza

solennissimo uomo, perchè a comporre così grande, di sì alta materia e

sì notabile libro com’è questa sua Commedia, nel FIORENTINO IDIOMA si

disponesse?».

[215] Purg., VII. 17: Di rimpatto Virgilio domanda a Ciampolo: «Conosci

tu alcun che sia _latino_ sotto la pece?» cioè italiano: e altrove dice

a Dante: «Parla tu, questi è _latino_»; ed era Guido da Montefeltro,

cui poi, nel _Convito_, Dante chiama «il nobilissimo nostro latino»; e

terra latina l’Italia.

[216] Cicco Simonetta scrive nel suo taccuino: 1476 _die lunæ XXI

octobris, ivi ex Mediolano ad S. Mariam de Gratiis de Modœtia, ibi

audivi duas missas ab fratribus loci, et ibi vovi non comedere in die

veneris de pinguedine sive de grasso_. E tale è l’andare di tutto il

latino d’allora.

[217] _Archivio storico italiano_, nº 29 del 1862. Anche adesso, ma più

pochi anni fa, i Piemontesi mescolavano moltissime parole prettamente

francesi al loro idioma; e aveano sempre in bocca _cependant, jamais,

ce matin, désormais, en attendant, vite, c’est à dire, à mon tour, au

pis aller, voilà, c’est ça_, ecc. L’aristocrazia non avrebbe mai detto

altrimenti.

[218] Il Cesari e il Puoti cercarono nella lingua l’eleganza ma non

ne spiegarono la natura. — Fr. H. Jacobi diceva che ogni filosofia, in

ultima analisi, non è che lo studio sempre più profondo dell’invenzione

del linguaggio.

[219] Questa lista sarebbe dunque stata scritta verso il 1454; non nel

1423, come porta ordinariamente.

[220] Questa cifra manca nell’originale: io l’ho posta presuntivamente.

Nel 1490 la rendita totale fu di ducati 1,149,400; le spese ordinarie,

d. 211,400; i salariati d. 37,570.

[221] Sotto nuovo aspetto considerò Cicerone il sig. D’Hugues

professore di Tolosa, cioè come proconsole in Cilicia (_Une province

romaine sous la république_, Parigi 1876), mostrando in che orribile

servitù fossero le provincie sotto la sfrenata podestà dei proconsoli,

che cambiavansi ogni anno con tutti gl’impiegati; colonia di

aristocratici affamati che succedeva alla colonia dei satolli.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo

senza annotazione minimi errori tipografici.

La notazione [-xx] indica che le lettere in parentesi sono sormontate

da una barra o da altro simbolo specificato.

La notazione ^ indica che il carattere seguente è in apice.

Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15) · 第 27 / 27 段