Vi ricordate del Biagioli, pedantesco ammiratore di Dante, che portando

costà a battezzare un suo neonato, voleva mettergli nome Dante; e

chiedendogli il parroco se san Dante ci fosse, — Se vi sia un Dante

santo io nol so; so che v’è il dio Dante». Voi invece me ne fate

un Dante satana, e trovate _ignorance, prévention, esprit de parti,

mauvaise foi_ in chi leggermente ripudia questa tesi. Io mi confesso

francamente fra questi; onde vi tengo obbligato a permettermi che,

senza sentirmi a gran pezza capace di lottar con voi di argomenti, vi

opponga alcuni _pregiudizj legittimi_.

E in prima, ella è regola del processo inglese, e dovrebb’essere d’ogni

buona legislazione, il non aggravare un imputato finchè non siano

esausti gli argomenti in suo favore. Or bene; noi cattolici crediamo

al Testamento vecchio e al nuovo; ma poichè questi sono lettera morta

e bisognano di supplemento e d’interpretazione, ci atteniamo alla

tradizione della Chiesa e alla decisione dei papi. Uno dunque che

c’intimasse di credere nella Bibbia e al papa se vogliamo esser salvi,

e di non abbandonarci al senso individuale, lo pensereste voi perfetto

ortodosso? Ebbene, gli è quello appunto che usa Dante, facendo ai

Cristiani intimare da Beatrice:

Avete il vecchio e il nuovo Testamento

E il pastor della Chiesa che vi guida;

Questo vi basti a vostro salvamento...

Non fate come agnel che lascia il latte

Della sua madre, e semplice e lascivo

Seco medesmo a suo piacer combatte.

Io corsi avidamente alla spiegazione di questi versi nella bizzarra

analisi, onde passo passo voi accompagnate quella che chiamate

_Commedia del cattolicismo_, per vedere come questo passo decisivo

interpretavate. Tenendo i due Testamenti, che abbiamo comuni cogli

eretici, voi dite che per _pastor della Chiesa_ vuolsi intendere il

capo di quell’arcana religione, di quella framassoneria di cui Dante

era adepto non solo, ma apostolo. Eppure la parola di _pastore_ è

da lui applicata sempre ai papi, sia quando li chiama _in veste di

pastor lupi rapaci_; sia quando intima, _di voi pastor s’accorse il

vangelista_; sia quando si lamenta che sia usurpata per _colpa del

pastor_ la giustizia di Firenze.

Quel medioevo, che da taluni vuolsi dipingere sentina di vizj e

dormitorio di servilità, esaminò, discusse, negò: e voi trionfalmente

l’avete mostrato. Ma corre gran divario tra scoprire le piaghe d’un

malato, e ucciderlo; tra dichiarare che una casa è scassinata e ha

bisogno di rinfianchi, e il darvi d’urto per abbatterla; insomma tra

riformare la Chiesa e distruggerla. Vero è che anche nel primo uffizio

si può errare sino all’eresia; e al tempo di Dante i Fraticelli erano

monaci, buttatisi a straordinario rigor di vita, e che pretendevano

dover la Chiesa deporre il lusso e le ricchezze per tornare alla

indotata semplicità primitiva. Gli è quello che Dante ripete in cento

modi, e lo ripetevano persone piissime, gran santi, pontefici, che più?

i concilj, nessun dei quali passò senza gravi lamenti del tralignato

costume e della sciolta disciplina, e senza fare decreti di riforma. Io

collocherei Dante fra questi, e con Pier Damiani, con san Bernardo.

E se quei Fraticelli ammoniti reluttarono, e inorgogliti da una rigida

perfezione, sconobbero l’autorità suprema, allora solo uscirono dalla

Chiesa, allora cessò la discolpa della buona fede. E così fecero gli

Albigesi al tempo di Dante, poi i grandi negatori del Cinquecento.

Voi avete descritto maestrevolmente, cioè in breve, la guerra degli

Albigesi. Erano fuor della Chiesa; e furono perseguitati con buon

diritto, sebbene con modi atroci, convenienti alla ferocia del tempo e

d’una guerra civile, più che non alla mitezza cristiana.

Dubbia ancora è la colpabilità ereticale de’ Templari; e non la Chiesa,

ma un papa, non con bolla definitiva, ma con breve provvisionale li

soppresse; nè sulla loro eresia fu proferita la parola che non falla.

Ora, secondo voi, Dante apparteneva all’ordine de’ Templari, stipite

della moderna framassoneria, e voleva vendicare sui papi la crociata

contro gli Albigesi e la distruzione dei Templari. Ma che? degli

Albigesi non una sola volta io trovo cenno nella _Divina Commedia_,

non una; nè voi ce l’avete potuto vedere che a forza di allusioni, di

premesse, d’interpretazioni; mediante le quali non vi sarebbe stranezza

che non poteste trovarvi. Sembra che il fondo di lor dottrina fosse

il manicheismo; eppure in Dante tutto spira la libera azione di Dio

uno e trino nella creazione e conservazione del mondo, e le quistioni

principali versano attorno al combinare la Provvidenza e la Grazia col

libero arbitrio dell’uomo.

Quanto ai Templari, ho due pregiudizi: che il loro Ordine ricevette la

regola, da chi? da Misraim? da Valdo? no: da san Bernardo. Io non credo

che il retto vostro senso vi lasci scorrere fin ad asserire con Lenoix

(_Origine de la Framaçonnerie_, p. 235) che san Bernardo stesso era un

francomuratore. Dante poi, una volta nomina i Templari: ma dove? dove

scagliasi contro Filippo il Bello, perchè spinse le vele nel Tempio,

e perchè (soggiunge) crocifisse Cristo _nel suo vicario_, che stava in

Anagni. E quel vicario chi era? Bonifazio VIII, la persona più esecrata

da Dante (le ragioni son note), il quale ben nove volte lo bestemmia

nel suo poema. Lo bestemmia, ma come contrariatore dei Ghibellini, come

causa del suo esiglio, come attizzatore delle discordie di Firenze. Ma

il vede oltraggiato da un re e da un avvocato? più non ricorda l’uomo,

sibbene il papa, _il pastor della Chiesa, il vicario di Cristo_.

Pigmalione che s’innamora della propria statua, è immagine che deve

affacciarsi a chi legge il vostro libro: ma sarete perciò inesorabile

a chi le nega l’incenso migliore, il consenso? Che un autore da capo

a fondo dei libri suoi dica il contrario di quel che pensa, ogni sua

frase deva spiegarsi in altro senso da quel che suona; quando dice

santi intenda eretici; quando pecore, intenda capre; quando inveisce

contro gli increduli e la loro presunzione e chi li segue, intenda i

cattolici; che ove loda il _donare_ deva leggersi _dona re_; che quando

professa le verità più austere sulla Trinità, sul papa, _vere claviger

regni cœlorum_, il quale, _secundum revelata humanum genus perducit

ad vitam æternam_, o loda il _santo sene_ Bernardo, o Domenico _santo

atleta della cristiana fede_, faccialo per ironia; che la distinzione

de’ linguaggi nel _Vulgare eloquio_ esprima distinzione di partiti

e di credenze; che nel Convivio, dove commenta le sue Canzoni, si

proponga invece di commentare la _Divina Commedia_, della quale nè un

cenno vi fa tampoco; e trovi modo di commentarle così che i Ghibellini

v’intendano una cosa, e i Guelfi la precisa opposta; che un autore,

insomma, i suoi sentimenti e la sua gloria appoggi a libri scritti

perpetuamente in gergo, perdonatemi, ma sarebbe artifizio degno

del vostro Talleyrand, che diceva la parola esser data all’uomo per

dissimulare il pensiero, anzichè del poeta il quale cantava:

Io mi son un che, quando

Amore spira, noto; ed in quel modo

Ch’ei detta dentro, vo significando.

So che quella parola _Amore_ è la chiave della vôlta di tutto il

vostro edifizio: ma non è bastante fatica il dicifrare i passi oscuri,

senza proporsi d’oscurare gli evidenti? E certo il supporre in Dante

ed errori e verità è men difficile, atteso le tante sue _obscurités,

que ne sont pas encore parvenu à éclaircir toutes les gloses des

commentateurs_. Ma se così è, qual idea è mai cotesta d’un settario di

farsi _per più anni macro_ onde esporre una dottrina in un linguaggio

che non sarà inteso se non da pochi adepti, il che sarebbe un predicare

a convertiti? Eppure Dante in un’opera espone pienamente il sistema

della monarchia ghibellina a contrasto della papale: e quella è la più

chiara, voi dite, anzi la sola chiara; e infatti subì condanne che le

altre no.

Nessuno più di me aborre la tracotanza di chi, in una pagina, buttata

giù, come voi direste, _entre la pomme et le fromage_, pretende

sventare un’opera di lunga lena, di meditata pazienza. Il cielo mi

guardi dal voler così usare colla vostra, benchè io, ammirando _quella

paziente ostinazione nel cercar le traccie rivelatrici_, non possa

accettarne le risultanze. Nè le accettarono i contemporanei di Dante,

i quali pure seppero apporre all’amico suo Cavalcanti di strologare

sulla mortalità dell’anima. Appena Dante morì, vestito, come chiese,

dell’abito di francescano, dicesi che il cardinale Poget cercò turbare

le ceneri del nostro poeta. Poget, cattivo prete e cattivo generale,

che non portava in Italia le benedizioni dell’esule _pastore_, ma ne

menava gli eserciti a devastarla, doveva aborrire il Ghibellino che

non risparmiò mai improperj ai papi, e che nella _Monarchia_ proclamò

canoni diametralmente opposti alle libertà guelfe e alla primazia del

pensiero sopra le spade. Ma, non foss’altro, gli ultimi avvenimenti

m’hanno insegnato a distinguere ciò che uno _fece_ da ciò che _volea

fare_: e certo il Poget non processò nè disturbò il cadavere del

grand’italiano, benchè sia un luogo comune il ripetere che _voleva_

farlo. Dante vivo «invocava mattina e sera il nome del bel fiore»

cioè di Maria (_Parad._, XXIII). Morto appena che fu, la sua Firenze,

la capitana del guelfismo, lo facea leggere e commentare: e dove? in

chiesa e in domenica; e da chi? dal Boccaccio, che voi dite era _en

communauté de doctrines avec le poète_, e che pure non ci lasciò detto

nulla di più chiaro. E l’immagine di Dante fu dipinta in Santa Maria

del Fiore, e il suo viaggio nel duomo d’Orvieto e nel camposanto di

Pisa; un arcivescovo di Milano istituì una cattedra, ove due filosofi e

due _teologi_ il doveano spiegare; al concilio di Basilea si tenevano

lezioni sopra la _Divina Commedia_; finchè Rafael Sanzio dovea, per

commissione d’un papa, e quando la riforma religiosa già ruggiva,

proprio nelle sale del Vaticano dipinger Dante fra i gran maestri in

divinità che coronano l’altare del ss. Sacramento.

Che più? quel risolutissimo campione delle ragioni pontifizie, il

gesuita cardinale Bellarmino, alla sua opera _De summo pontifice_

soggiunse una dissertazione contro un francese protestante (dicono

François Perot), il quale dava Dante come eretico. Esso Bellarmino

sostiene non trovarvisi cosa che contraddica alla verità cattolica,

anzi andar l’intero poema in confutare i protestanti, e assume a

recare _testimonia plurima atque apertissima Dantis, non solum pro

summa romani pontificis auctoritate et dignitate, sed etiam pro aliis

nonnullis fidei nostræ capitibus, ut adversarius intelligat, se, Dante

judice, non modo causa cecidisse, sed etiam plane hereticum et impium

esse._

Che vuol dir ciò? che la Chiesa e i preti, nello _stolido e feroce

medioevo_, cioè quando teneano in mano e i giudizj e la forza per

farli eseguire, si porsero meno intolleranti, che non cerchino esserlo

alcuni d’oggi, i quali, ridotti unicamente alla penna, vogliono almeno

con questa sostenere il diritto della persecuzione e la opportunità

dell’intolleranza. Lasciamoli dire, caro Aroux; e se verrà mai

tempo che essi di nuovo si cerchino salvezza dietro alla tolleranza,

serbiamoci il conforto di non averla rinnegata, nemmeno quando ce ne

faceano delitto. Voi pure siete persuaso che una causa si serve meglio

col mostrare che ella fu abbracciata dai pensatori e dai valentuomini,

anzichè coll’indagar parole e atti di questi, i quali accusino infedeli

anche coloro che del proprio ingegno fecero docile omaggio alla verità.

E se in Dante vogliam pure trovare l’eresia, abbiamola nell’ira a cui

s’inspirò; nel disamore che sparse tra le città d’Italia, preparando

nomi d’improperio con cui insultarsi prima d’uccidersi; nel farsi

giudice fin di pene eterne per rancori, o almen per giudizj privati;

dimenticando che «dove non è carità non è Cristo.

Voi però ecc.».

La quistione di Dante eretico fu ripigliata nel _Calendario Evangelico_

che si stampa a Berlino, dove il dottore Ferdinando Piper, professore

di teologia in quella Università, nel 1865 trattò di _Dante und seine

Theologie_. Egli conviene che Dante pone come supremo bene Iddio, nè

poter l’uomo raggiungere esso bene se non acquistando la beatifica

visione: questa acquistarsi colle virtù teologiche: alle quali ci

ajutano le sacre carte, l’esperienza e la ragione, che però nelle

cose soprasensibili piegasi alla rivelazione. Dante propriamente non

può dirsi uscito dalla Chiesa di Roma: le sue dottrine però menano

dritto alla evangelica. E non solo quanto alla riforma del capo e delle

membra, e quanto al potere temporale: ma anche nel dogma. In fatti (è

sempre il Piper che ragiona) egli non ammette l’infallibilità del papa,

giacchè colloca fra gli eretici Anastasio II papa: non ammette che niun

altro che il presbiterato possa ingerirsi nella Chiesa, poichè egli

stesso se ne ingerisce raccomandando la riforma: non ammette che le

decretali possano esser fonte del vero quanto le sacre carte.

Veda ogni cattolico se questi siano argomenti valevoli a segregar uno

dalla nostra unità.

APPENDICE IX.

STATISTICA

Dal libro XI di Giovanni Villani possiamo ricavare, comecchè imperfetto

e inesatto, il conto discusso della repubblica di Firenze attorno

al 1343. Il fiorino d’oro, di ventiquattro carati e del peso di

settantadue grani, valeva lire tre e soldi due.

_Entrate._

Gabella alle porte; diritto d’entrata e

uscita delle vettovaglie appaltavasi

l’anno _fior._ 90,200

Gabella pel vino a minuto, a un terzo

del valore » 58,300

Estimo del contado a soldi dieci per lire » 30,100

Gabella del sale a quaranta soldi lo stajo

ai cittadini, e venti ai contadini » 14,450

Queste quattro maggiori gabelle

destinavansi alla guerra di

Lombardia, che in due anni e mezzo

costò seicentomila fiorini.

Beni dei ribelli e condannati » 7,000

Gabella sui prestatori e usuraj » 3,000

Gabella dei contratti (registro) » 11,000

Gabella del macello in città » 15,000

Gabella del macello in campagna » 4,400

Gabella delle pigioni » 4,250

Gabella degli albergatori di campagna » 2,550

Gabella delle farine e macinatura » 4,250

Gabella delle accuse e scuse » 1,400

Gabella sul mercato di bestie in città » 2,150

Gabella sul bollo dei pesi e misure » 600

Gabella sulle pigioni del contado » 550

Gabella sui mercanti di contado » 2,000

Gabella sulle trecche e fruttajuoli » 450

Gabella sugli sporti delle finestre di Firenze » 5,550

Gabella dei sergenti » 100

Gabella sulle zattere d’Arno » 100

Gabella de’ revisori delle garanzie date al

Comune » 200

Gabella delle prigioni » 1,000

Prestazioni dei nobili del contado » 2,000

Tassa delle signorie, cioè sui cittadini

che andavano di fuori in uffizio » 3,500

Lucro della zecca sulle monete d’oro » 2,300

Lucro della zecca sulle monete di rame » 1,500

Beni del Comune e pedaggi » 1,600

Spazzatura e affitto delle bigoncie d’Or

San Michele » 750

Ammende e condannazioni » 20,000

Difetti di soldati a cavallo e a piedi,

cioè per dispensa dalla milizia o per

multe incorse durante il servizio » 7,000

Licenza di portar arme; venti soldi per

testa » 1,300

Parte dei diritti percetti dai consoli

delle arti per richiami » 300

La gabella sui cittadini abitanti in campagna,

le gabelle sulle possessioni

rurali, sulle battaglie senz’armi, sui

mulini e la pesca, e quella di Firenzuola,

faceano giungere l’entrata a

circa » 306,000

_Spese ordinarie._

Salario del podestà e sua famiglia _lire_ 15,250

Salario del capitano del popolo e sua

famiglia » 5,880

Salario dell’esecutore degli ordini

della giustizia contro i grandi » 4,900

Salario del conservatore del popolo e

sopra gli sbanditi con cinquanta

cavalieri e cento fanti » 26,000

Salario del giudice delle appellazioni

sopra le ragioni del Comune » 1,100

Salario dell’uffiziale sopra il lusso

delle donne » 1,000

Salario dell’uffiziale sopra il mercato

della biada d’Or San Michele » 1,300

Salario dell’uffiziale sopra il soldo delle

truppe » 1,000

Salario dell’uffiziale sopra le paghe morte

ai soldati » 250

Tesoriere del Comune, notaj e messi » 1,400

Uffizio delle entrate proprie del Comune » 200

Soprastanti e custodi alle prigioni » 800

Mensa de’ priori e loro famiglia in palazzo » 3,600

Salario de’ donzelli, campanaj e servidori

del Comune, guardiani delle

torri del podestà, ecc. » 550

Sessanta arcieri e loro capitano a servizio

de’ priori » 5,700

Notajo forestiere sopra le riformagioni » 450

Pasto de’ leoni, lumi e fuoco in palazzo » 2,400

Notajo al palazzo de’ priori » 100

Salario degli arcieri e uscieri » 1,500

Trombetta del Comune, naccherini, sveglia,

cennamella » 1,000

Limosine a religiosi e spedali » 2,000

Seicento guardie di notte » 10,800

Stendardi e palj per feste e corse » 310

Spie e messi » 1,200

Ambasciatori » 15,000

Castellani e guardie di fortezze » 12,400

Per armi, balestre, freccie » 4,650

Da quarantamila fiorini d’oro per i soldati, che in tempo di pace si

riducevano a settecento in mille a cavallo e altrettanti a piedi; e per

le riparazioni a mura, ponti, chiese, erano le spese straordinarie, cui

supplivano le borse de’ cittadini.

Una lezione diversa è data nelle _Delizie degli eruditi toscani_, vol.

XII. p. 349.

Dönniges (_Acta Henrici VII imperatoris_, part. I. p. 95. Berlino 1839)

stampò come del tempo di Enrico VII un bilancio della repubblica di

Pisa, steso da Vani di Zeno, e riveduto da Bernardo notajo; ma non può

essere di quel tempo, bensì del 1340 circa.

Le entrate nel distretto erano

Dal regno Calaritano in Sardegna _fior. d’oro_ 70,000

Dal regno di Gallura in Sardegna » 20,000

Dalle condannagioni in essi due regni » 10,000

Dall’isola d’Elba, netto di spese » 50,000

Dai castelli di Castiglione, della Pescaja

e dalla badia del Fango, netto » 12,000

Dal castello di Piombino, fra sale e diritti,

netto » 6,000

Mancano l’isola del Giglio ed altri paesi del distretto.

Le entrate della città e del contado

sommavano » 168,000

Gabelle nette fior. 48,400 } 78,400

Condannagioni de’ giudici » 30,000 }

————————————

Entrata totale 246,400

_Spese nel distretto._

Nel regno Calaritano per stipendio di

venticinque uomini a cavallo fissi, a

otto fiorini d’oro il mese ciascuno _fior._ 2,400

Centoventi soldati a piedi per guarnigione

de’ castelli, con lire sei al mese » 2,804

Nel regno di Gallura, venticinque uomini

a cavallo » 2,400

— cinquanta a piedi » 1,161

Nella città e contado:

Per stipendio del podestà e capitano

del popolo » 3,225

Per stipendio di trecensettanta pedoni

per custodia de’ castelli a lire tre,

soldi dieci al mese; e lire 3:2 fanno

un fiorino » 17,144

—————————

in tutto » 29,144

Erano spese straordinarie le truppe tolte a stipendio secondo il

bisogno. Il quadro è affatto incompleto, mancando fin le spese per

armare venti galere, per le fortificazioni, le spedizioni di consoli

e ambasciadori, e ponti, vie, canali, abbellimenti. L’entrata sarebbe

quattro quinti di quella di Firenze.

Raccogliamo dal Ghirardacci il bilancio di Bologna nel 1381.

_Entrate._

I mulini, a soldi quattro la corba _lire_ 97,000

Vino » 60,000

Sale, a soldi otto la corba » 60,000

Mercatanzia » 24,000

Imbottato di pane, cera, prigioni » 50,000

Dazio alle porte, a soldi quattro il carro » 25,000

Bestie e ritaglio » 20,000

Macinatura e pane » 20,000

Folecelli » 12,000

Condanne e pubblici » 10,000

Affitti e pigioni » 10,000

Carteselle » 7,000

Sgarmiato » 8,500

Buratteria » 7,000

Ritenzioni per difetti » 4,000

Gualchieri » 2,000

Frutti e pesci » 3,000

Fieno e paglie » 2,000

Prigioni e banditi » 4,000

La massa » 2,000

Contado d’Imola » 2,000

Prestatori cristiani » 1,360

———————————

427,860

_Spese._

Lancie trecento, a tre cavalli per lancia _lire_ 119,300

Fanti tremila » 157,600

Riparazioni delle mura » 20,000

Munizione a artiglieria » 30,000

Podestà » 7,000

Spesa per gli anziani » 5,670

Vestire la famiglia de’ signori » 1,500

Al vicario del papa » 1,320

Resto di censo » 1,300

Salario dei dottori » 8,000

Corrieri e spie » 6,000

Ambasciadori » 6,500

—————————

364,190

Marin Sanuto, poco dopo il 1450, ci offre un quadro statistico

comparativo delle forze ed entrate delle potenze cristiane, che qui

compendiamo.

Il re di Francia può mandar fuori _cavalli_ 15,000

Il re d’Inghilterra altrettanti » 15,000

Il re di Scozia » 5,000

Il re di Spagna » 15,000

Il re di Portogallo » 3,000

Il re di Bretagna (?) » 4,000

Il mastro di San Jacopo di Galizia » 2,000

Il duca di Borgogna » 1,500

Il re Rinieri » 3,000

Tutti possono averne il doppio in

casa; e così i seguenti:

I Barcellonesi » 6,000

Tutta l’Alemagna alta e bassa, co’ signori

spirituali e temporali, colle città

franche e non franche, e l’imperatore » 30,000

Il re d’Ungheria con tutti i duchi,

signori, principi, baroni, prelati,

cherici e laici » 40,000

Il granmaestro dei Portaspada di Prussia » 15,000

Il re di Polonia » 25,000

I Valacchi » 10,000

La Morea » 10,000

Tutta l’Albania, Croazia, Schiavonia,

Servia, Russia e Bosnia » 15,000

Il re di Cipro » 1,000

Il duca di Nisia nell’Arcipelago » 1,000

Il granmaestro di Rodi » 2,000

Il signore di Metelino » 1,000

L’imperatore di Trebisonda » 15,000

Il re di Giorgiana » 5,000

Il duca di Savoja » 4,000

Il marchese di Monferrato » 1,000

Il conte Francesco Sforza duca di Milano » 5,000

Il marchese di Ferrara » 1,000

Il marchese di Mantova » 1,000

La comunità di Bologna » 1,000

La comunità di Siena » 1,000

La signoria di Firenze, con tutte le sue

entrate, del 1414 avrebbe messo fuori

cavalli 10,000, al presente » 2,000

Il papa s’è veduto del 1414 mettere

cavalli 8,000; al presente » 3,000

Il re d’Aragona nel reame di Napoli » 6,000

I principi del reame che sono potenti,

in casa sua possono fare » 2,000

La comunità di Genova del 1414 avrebbe

potuto tenere cavalli 5,000; ma per

le divisioni e le guerre, al presente

potrebbe tenere fuori di casa cavalli » 2,000

De’ signori infedeli, il Turco » 200,000

Il Caramano » 30,000

Ussum-Cassan metterebbe cav. 200,000

in servizio di Maometto; fuori » 100,000

Il Corassan » 10,000

Zanza » 100,000

Tamerlano con tutta la sua potenza dei

Tartari » 500,000

Il re di Tunisi, di Granata, e le altre

città della Barberia fanno galere e

fuste a danno de’ Cristiani; in casa

hanno cavalli 100,000; fuori di casa » 50,000

_Entrata di alcuni principi cristiani._

Il re di Francia dell’anno 1414 avea

d’entrata ordinaria due milioni di

ducati; ma per le continue guerre

già d’anni quaranta[219] è ridotto

all’entrata ordinaria di _duc._ 1,000,000

Il re d’Inghilterra avea d’entrata

ordinaria due milioni di ducati; le

continue guerre hanno disfatto

l’isola, e al presente ha d’entrata » 700,000

Il re di Spagna del 1410 aveva d’entrata

ordinaria tre milioni di ducati;

ma per le continue guerre è ridotto a » 800,000

Il re di Portogallo aveva d’entrata ducati

ducentomila; per le guerre è ridotto a » 140,000

Il re di Bretagna del 1414 aveva d’entrata

ducati ducentomila; per le guerre

è ridotto in » 140,000

Il duca di Borgogna del 1400 aveva di

entrata tre milioni; per le guerre è

ridotto in » 900,000

Il duca di Savoja, per essere paese

franco, ha di entrata » 150,000

Il marchese di Monferrato, per essere

paese franco, ha di entrata » 100,000

Il conte Francesco duca di Milano (del

1423 il duca Filippo Maria aveva di

entrata un milione di ducati) al

presente per le guerre ha solamente » 500,000

La signoria di Venezia aveva nel 1423

d’entrata ordinaria duc. 1,100,000;

per le grandi guerre che hanno

distrutte le mercanzie, ha d’ordinario » 800,000

Il marchese di Ferrara in detto anno,

aveva d’ordinario ducati settecentomila;

per le guerre d’Italia egli, per

stare in pace, ha » 150,000?

Il marchese di Mantova aveva ducati

cencinquantamila; ora » 60,000

I Bolognesi avevano d’ordinario ducati

quattrocentomila; ma per le guerre

son venuti in » 200,000

Firenze aveva d’entrata

quattrocentomila; ma poi per le grandi

guerre è ridotta in » 200,000

Il papa ha d’ordinario, benchè avessene

più » 400,000

I Genovesi per le grandi divisioni tra

loro sono ridotti in » 180,000

Il re d’Aragona in tutto il suo reame

colla Sicilia ha d’entrata, benchè ne

avesse assai più » 310,000

Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15) · 第 19 / 27 段