all’antica, che vedeva in quel fanciullo il Cristo. Non già che
Virgilio fosse profeta; ma la tradizione d’un vicino redentore era
molto diffusa in quei tempi per l’Oriente; potea Virgilio averla
udita, e trovatala bel soggetto di canto, ove dipingere estesa a
tutto il mondo quella felicità, ch’egli inclinava a vedere ne’ suoi
pastori. Virgilio tutte o quasi tutte le altre egloghe dedusse da poeti
alessandrini a noi conosciuti: chi ardirebbe negare che questa pure
avesse tratta da alcuno a noi ignoto, il quale dagli Ebrei, allora
numerosi in Alessandria, avesse avuto conoscenza dell’aspettato Messia,
e de’ colori con cui Isaia e gli altri profeti dipingeano la nuova età?
E veramente chi ben guardi, trova in quest’egloga de’ pensieri e de’
colori che tengono forte dell’orientale, anzi del profetico; e il poeta
stesso dice d’esporre i vaticinj della Sibilla Cumana.
E noi accettiamo volentieri Virgilio come il più insigne interprete
degli insegnamenti delle Sibille, quali che coteste si siano (vedi
l’Appendice IV). Il libro vi dell’Eneide palesa credenze elevate, quali
in niuna parte riscontransi del paganesimo; una filosofia che sente
di cristiano; quasi che il Verbo divino siasi già accostato alla terra
tanto da balenare a qualche intelletto privilegiato. Ebbene, tutti que’
dogmi pone Virgilio in bocca alla Sibilla.
In essa egloga poi egli dipinge con colori pastorali e mitologici
un’età dell’oro, ma sul fine cangia di tono; sicchè Schmidt, nella
_Redenzione del genere umano_, vi pose rimpetto le due profezie di
David e d’Isaia sulla venuta del Salvatore, come prova che avessero
un’origine comune. Isaia esclama: «Un fanciullo ci è nato, che porterà
sulle spalle il segno della dominazione. Sarà detto l’Ammirabile, Dio
forte, Principe della pace; il suo impero si estenderà ognora più, e
la pace sua non avrà fine. Sederà sul trono di Davide. La giustizia
sarà cingolo sulle reni, e la fede sua bandoliera. Il lupo dimorerà
coll’agnello, il leopardo coricherassi col capriolo, il leone e la
pecora stabbieranno insieme, e un fanciullo li guiderà... Il deserto
s’allegrerà; la solitudine, nella gioja, fiorirà come il giglio,
germoglierà d’ogni parte in un’effusione di letizia e di lode; nelle
caverne, dove stanno i dragoni, crescerà la verzura delle canne e de’
giunchi, ecc.».
E David: — Tu vinci in bellezza i figli degli uomini, e grazia
ammirabile è diffusa sulle tue labbra; lo perchè Iddio ti ha benedetto
in eterno. Tu onnipotente, cingi la spada sopra il tuo fianco, t’armi
e trionfi, e stabilisci il tuo regno mediante la dolcezza, la verità,
la giustizia... Giudichi i popoli secondo la giustizia, e i poveri
con equità. Le montagne ricevano la pace pel popolo, e le colline la
giustizia. Egli salverà i figli dei poveri, e umilierà il calunniatore.
Discenderà come pioggia sul vello, e come acqua dal colmo de’ tetti. La
giustizia apparirà al suo tempo con un’abbondanza di pace, che durerà
quanto la terra, e regnerà dall’uno all’altro mare».
È evidente che il fondo è il medesimo come in Virgilio, sol differendo
nelle diverse idee di grandezza fra i due popoli, e nella maggiore
incertezza che avvolge i Gentili. Fra i quali è notevole come si
fossero allora diffuse le profezie a segno da sgomentare i potenti:
Augusto bruciò duemila libri di vaticinj, gli altri riveduti ed
appurati chiuse sotto al piedistallo dell’Apollo Palatino: vivo
Augusto, erasi annunziato a Roma che la natura partoriva un re al
popolo romano (_Regem populo romano naturam partorire_. SVETONIO
in _Aug._, 94): la credenza antica e costante in tutto l’Oriente
d’un liberatore del genere umano erasi rinfrescata, e che la Giudea
diverrebbe signora del mondo (_Percrebuerat toto Oriente vetus
et constans opinio... esse in fatis, ut eo tempore Judæa profecti
rerum potirentur_. SVETONIO, in _Vesp._, 4. — _Eo ipso tempore fore
ut valesceret Oriens, profectique Judæa rerum potirentur_. TACITO,
_Hist._, V, 13): indovini predissero a Nerone che stavano per perire il
regno di Gerusalemme e l’impero d’Oriente (SVETONIO, in _Ner._, 40):
poco dopo, l’oracolo del Carmelo con promesse di gloria eccitava gli
Ebrei all’ultima ribellione: e Gioseffo ebreo al generale Vespasiano
per adulazione applicava gli oracoli relativi al liberatore dell’uman
genere. Plutarco poi riferisce che, verso l’età di Tiberio, veleggiando
una nave presso l’isola di Paxò, mentre tutti erano svegli e a tavola,
i naviganti da una delle isole udirono una voce che chiamò il piloto
Tamo, in modo sì chiaro che tutti stupirono; alla prima e seconda volta
e’ non rispose, alla terza sì, e allora la voce soggiunse: — Arrivato
all’altura di Palode, annunzia che il gran Pan è morto». E così fece,
e allora parve udire esclamazioni di meraviglia, e chiassosi lamenti
di molte persone: e i testimonj del fatto lo raccontarono a Roma, e
Tiberio il seppe e lo tenne per certo (_De oracul. defect._, 44).
In somma tutto era effusione o ispirata o mentitrice di spirito
fatidico, e Virgilio ne accolse e poetizzò qualche parte in sublimi
versi. Vi accoppiò l’altra tradizione di un grand’anno revolventesi,
nel quale alta fede riponevano gli Etruschi, e il credevano i Romani,
come può vedersi nel _Sogno di Scipione_. E l’uomo è così fatto,
che suppone ad una grande innovazione di fenomeni celesti dover
accompagnarsi un mutamento o un’alterazione di queste basse venture
umane.
Tale interpretazione cristiana fu accolta dai Padri della Chiesa;
e Costantino, nell’arringa che recitò davanti ai vescovi radunati a
Cesarea, ripetè quell’egloga tradotta in greco, siccome un argomento
della divina missione di Cristo, provata fin da testimonianze pagane.
È notevole che Virgilio proclama così sublimemente la gran legge del
progresso; allorchè poetizza le ispirazioni profetiche, gli oracoli;
ma gli mancano questi? ricade nella persuasione degli antichi, che il
mondo vada continuamente in peggio, e che gli sforzi degli uomini non
valgano contro quella corrente che seco trae il naviglio umano:
_Sic omnia fatis_
_In pejus ruere ac retro sublapsa referri._
_Non aliter, quam qui adverso vix flumine lembum_
_Remigiis subigit, si brachia forte remisit,_
_Atque illum in præceps prono rapit alveus amni._
Nelle _Georgiche_, lib. I.
Comunque sia, questo presentimento d’un avvenire diverso, d’una
rinnovazione del secolo, attirarono il rispetto, anzi il culto popolare
a un poeta sì poco popolare qual fu Virgilio. Nel medio evo l’ingegno,
perchè raro, otteneva maggior venerazione, e credeasi capace d’ogni
virtù; sicchè Ovidio, Orazio, Livio furon tenuti pergrandi sapienti;
e, il che allora vulgarmente vi equivaleva, per maghi Aristotele e
Ruggero Bacone. Perocchè qual scienza più utile che l’arcana, potente
a signoreggiar con parole e con atti la natura e gli spiriti? E già per
gli antichi _carmen_ esprimeva i versi non meno che il fascino; lo che
fu ritenuto nella lingua francese (_charmer_).
Virgilio studiò la natura, come il mostrano le sue _Georgiche_: nei
_Bucolici_ accenna spesso a superstizioni dominanti al suo tempo:
_De cœlo tactas memini prædicere quercus..._
_Aspice; corripuit tremulis altaria flammis_
_Sponte sua, dum ferre moror, cinis ipse. Bonum sit!_
_Nescio quid certe est, et Hylax in limine latrat..._
_Quod nisi me quacumque novas incidere lites_
_Ante sinistra cava momiisset ab ilice cornix;_
il VI libro dell’_Eneide_, chi volgarmente lo consideri, è uno
spettacolo di necromanzia ed uno sfoggio di scienza arcana. Virgilio
non aveva ordinato morendo di bruciare il suo poema? ora tutti
gl’incantatori si davano premura di non lasciar sopravvivere i libri
che attestassero i loro patti col demonio, o v’addottrinassero altri.
Virgilio aveva predetto la venuta di Cristo; laonde nelle feste
spettacolose si facea figurare l’immagine di lui insieme colle Sibille.
In quell’inclinazione ad acquistare al cielo gli spiriti più elevati,
alcuno suppose che san Paolo intraprendesse un viaggio a bella posta
per andar a convertire Virgilio, ma lo trovò già morto; avrebbe
desiderato tanto acquistare i libri magici di esso, ma non riuscì. A
Mantova era tenuto a vicenda per mago e per santo; e fin nel secolo
XV vi si cantava un inno nella messa di san Paolo, supponendo che
l’apostolo delle genti, nel giungere a Napoli, volgesse uno sguardo
verso Posilipo, ove riposavano le gloriose ceneri di Marone, dolendosi
di non esser giunto in tempo per conoscerlo e convertirlo:
_Ad Maronis mausoleum_
_Ductus, fudit super eum_
_Piæ rorem lacrimæ:_
_Quem te, inquit, reddidissem,_
_Si te vivum invenissem,_
_Poetarum maxime!_
Ma poichè non potevasi ammettere in paradiso chi fosse mancato di fede
_ne’ piè passi o ne’ passuri_, si volle almeno a Virgilio attribuire la
massima potenza che uom possa avere in terra, e ch’ei se ne servisse
soltanto a vantaggio altrui. Pertanto egli fu supposto fondatore
di città ed autore de’ benefizj che Italia tiene dalla natura. I
Napoletani narravano mille storie intorno alla grotta di Posilipo,
ove additano la scuola di Virgilio, e dove suppongono si ritirasse
a far sortilegi ed insegnare le arti segrete a pochi adepti, che con
quelle principalmente riuscivano a prosperare le campagne. Con quelle
il poeta, in una notte sola, aprì nel masso la famosa grotta; costruì
i bagni di Pozzuoli, e su ciascuna vasca il nome dell’infermità che
guariva; fece una statua che soffiava in modo, che le ceneri del
Vesuvio (per verità non ancora ignivomo) restavano respinte dalle
campagne napoletane; fece un cavallo di metallo, che guariva ogni
cavallo malato; e una mosca pur di metallo, mercè della quale nessuna
mosca più v’ebbe in Napoli. Fu sin detto ch’egli fondasse la città di
Napoli, il cui greco nome di Partenope sarebbe traduzione di Virgilio:
e soggiungevano che Augusto l’avesse donata a quel poeta con tutta la
Calabria. Altre volte egli fa del male, ma contro Augusto, presentato
in tal caso come un tiranno o uno stupido, e che lo avea spogliato
dell’aver suo; e contro il soldano di Babilonia, aggiunta fatta al
tempo delle crociate, quando pure vien fatto educare a Toledo, invece
di Atene come diceano i precedenti. Fin al principio del secolo XVII
mostravasi a Firenze lo specchio di cui si serviva per le operazioni di
necromanzia, e un altro nel tesoro di San Dionigi a Parigi: l’immagine
di lui portavasi al collo come un talismano contro gl’incanti: il suo
sepolcro credevasi recar felicità al paese: e qualvolta fosse toccato,
ne seguiva tremuoto.
Innumerevoli poemi, racconti, romanzi, storie narrano questi prodigi di
Virgilio; ma nessuno ha baje più strane che _I fatti meravigliosi di
Virgilio, figliuolo d’un cavaliere delle Ardenne_, nella _Margherita
poetica_ di Alberto di Eyb (Norimberga 1472). Un rozzissimo Bonamente
Aliprandi, vissuto al fine del XIV secolo, stese una _Cronaca
mantovana_ in terzine, ove le favole più assurde sono accumulate sopra
Marone; e ci perdoni questo genio dell’ordine e dell’armonia se alcun
che ne produciamo.
La madre di Virgilio fu avvertita in sogno che dovrebbe partorire un
gran poeta:
La donna fece l’animo jocondo;
E quando venne lei al partorire,
Nacque il figlio maschio tutto e tondo.
Seguono le tirannidi esercitate sopra Mantova da un tal Arrio
centurione; per cui Virgilio mutatosi a Roma, ottiene il favore
d’Augusto e la restituzione de’ beni suoi, e si mette tutto al poetare:
Ciascuno gli facea grande onore;
Filosofo, e poeta di grandezza,
Di retorica si era lo maggiore.
L’avvenimento di Cristo profetoe,
Nella Bucolica sua di valore...
In mezzo a Roma fece un gran fuoco che ardeva continuo, a ristoro
de’ poveri, e con un arciero che ver quello tendeva una freccia: un
imperatore sperando che questa indicasse qualche tesoro, fece scoccare
quella freccia, ed essa colpì il fuoco e lo spense per sempre. Nel
palazzo imperiale inalzò tante statue quante erano le provincie
dell’impero, con campanelli al collo; e qualunque volta una provincia
si ammutinasse, la statua corrispondente scotevasi e sonava, talchè
gl’imperatori sapevano ove dirigere l’esercito. Fabbricò uno specchio
alto ben cento piedi, sicchè illuminandolo rischiarava tutta la città,
oltre che indicava i ladri, i nemici, le guerre. Combinò pure una gola
di rame, nella quale chi fosse sospettato di colpa metteva la mano per
purgarsi; e se era innocente, la ritirava senza pericolo; se mentiva,
non potea ripigliarla finchè non avesse palesato la verità.
Ma l’uomo è soggetto a peccare, massime per amore, e Virgilio vi cascò;
il quale da una nipote d’Augusto si lasciò gabbare in modo, che essa,
consigliata da un cavaliero suo vago, il persuase a salir da lei entro
un paniere che gli calò dalla finestra: ma come fu a mezz’aria, ivi
lo tenne sospeso, talchè la mattina tutti si preser la baja di lui. Il
poeta se ne vendicò in terribile modo, facendo che in tutta Roma non si
potesse più aver fuoco o lume, se non dalle parti posteriori della sua
tiranna: beffarda beffata.
La donna in quattro piè posta si giace,
. . . . . . . . . . . . . . . .
Per foco va a chi bisogno face.
L’uno all’altro dar foco non potìa,
Perchè e l’uno e l’altro s’ammorzava;
Per sè ogni casa tor ne convenìa.
Molti giorni passati già si stava
Anzi che Roma di foco fornesse;
Lo cavalier gran dolore portava.
Ma Virgilio che a lui non incresse
Per vendicarsi allegrezza facìa,
Contento era che ciascun sapesse
Che quello incanto lui fatto l’avìa,
Per voler la sua beffa vendicare,
Non curando di quel che si dicìa.
Di foco fornita senza mancare
Che fece Roma tutta a compimento,
La donna a casa fu fatta tornare.
Dolse ad Augusto dell’oltraggio; e istigato dal cavaliere, fece cacciar
prigione Virgilio. Ma tener rinchiuso un necromante sarebbe stato
difficile; e
Virgilio d’andarsene pensava.
Nel cortile una nave disegnoe;
Li prigionieri tutti dimandava,
D’andar seco tutti loro pregoe,
Dicendo se con lui volìa andare:
Alcun per beffa andar accettoe.
In quella nave sì li fece entrare;
A ognun per remo un baston dasìa,
Ed egli in poppa se mise a settare;
E a ciascun di loro si dicìa:
«Quando comanderò che navigati,
Ciascun di voi a navigar si dia,
E niente a farlo non ve ne indusiati.
Da le prigioni tutti ci usciremo,
Condurrovvi, e sarete liberati».
Quando gli parve, disse: — Date a remo».
Ciascun mostrava forte a navigare,
La nave si levò. Disse: — Anderemo».
Fuor del cortile si vedea andare,
In verso Puglia la nave tirava,
Per aria la detta si vedea tirare.
I prigionieri, che in prigione stava,
Che nella nave non vollero entrare,
Veduto il fatto, tutti lamentava.
Augusto si querelò co’ suoi baroni d’averlo indotto ad offendere un
uomo, cui il cielo «accordoe Tutte le scienze che il mondo avìa», e
promise, se tornasse in corte, usargli ogni onore.
Virgilio intanto, sceso dalla nave, s’indirizzò a Napoli, ma fallata la
via,
Passati li vespri, si se trovava
Appo una casa, chiedendo albergare.
Non c’è vino; che importa? Virgilio ordina che ammaniscano una corbella
d’uva ancor ghezza, e la mettano in un tinozzo con acqua. Non c’è
prebenda; che importa? Virgilio manda uno spirito che proprio dinanzi
ad Augusto toglie
Un gran taglier di carne allesse
Con molti polli, e si se portò in mano.
Augusto comprese che Virgilio solo poteva avergli giocato quel tiro; e
a spese di lui si cenò a dovizia e si bevve a josa.
In Napoli fur le feste grandi quando si seppe che Virgilio vi stava
s’un’osteria, e il pregarono
Che in Napoli memoria lasciasse
Del gran saper, che di lui fa parlare.
Egli adunque scrisse a un tal Melino «suo discepolo valente», che da
Roma venisse a lui tosto; e come ci fu,
Tornare a Roma sì gli comandoe:
— A Roberto di’ che ’l mio libro ti dia».
Di non legger su in quello lo pregoe.
Melino tosto si se mise in via,
Dì e notte non cessò di camminare
Tanto che lui a Roma giugnia.
Andò a Roberto a dimandare
Lo libro del maestro, che ’l mandava:
Gliel diè Roberto senza dimorare.
Avuto il libro, indietro ritornava;
Di Roma uscito voglia gli venìa
Di legger lo libro lui sì bramava.
Come a legger lo libro si mettìa,
Di spiriti moltitudine granda
Contro di lui tutti se ne venìa:
— Che vuoi tu? che vuoi tu?» tutti dimanda.
Melino allor tutto si spaventoe
E de morir ebbe la tema granda.
Melino si prese ad argumentare,
E di presente a loro comandava
Che quella via debban salegare (_selciare_)
Da Roma a Napoli a compimenti,
Che sempre quella netta debba stare,
Gli spiriti sì furon ubbidienti.
Quella strada si fece salegare
Di sassi vivi senza mancamenti.
Melino a Napoli vien a arrivare:
Virgilio molto forte ’l riprendìa;
Dicea: — Rott’hai lo mio comandamento;
Pena ne porterai per fede mia».
Eccovi come le cronache fanno fabbricare la via Appia.
Virgilio, risoluto di dare più bella prova di necromanzia, fece
compiere un’altra fabbrica meravigliosa:
Castel dell’Ovo quello si fe fare,
E nell’acqua quello si fabbricoe,
Che ancor si vede e per opera pare.
Ancora oltra di quello si incantoe,
Una mosca in un vetro incantava,
Che tutte l’altre mosche si caccioe.
Alcuna mosca in Napoli non entrava,
Questo al popol grandemente piacìa.
Ma un’altra fece che più si montava:
Una fontana d’incanto facìa,
La quale sempre olio si gittava,
E dal gittare mai non s’astenìa;
E quell’olio si continuava
A bastamento di quella cittade:
Grand’allegrezza il popolo menava.
Altre cose e di grandi novitade
Virgilio in quella terra facìa
Maravigliose e di grande beltade.
Preso dalla fama di tanti portenti, Augusto chiamò risolutamente a
Roma Virgilio. Ma quando l’imperatore ritornava d’Asia vincitore, il
poeta se gli fece incontro fin a Brindisi, e «dal gran caldo sì fu
combattuto» che ammalò e morì.
Ottavian, che venia con sua schiera,
Come la morte di Virgilio udia,
Di gran dolor fe lamentanza fera.
Ai suoi baroni allora sì dicia:
— Di scïenza è morto lo più valente,
Non credo che nel mondo il simil sia».
I moralisti del medioevo da tutti questi fatti traevano buoni
insegnamenti; ed anche la fine di Virgilio, secondo una tradizione
diversa, doveva istruire quanto sia fallace la scienza umana. Perocchè
avendo promesso (dice) ad Augusto di fare che gli alberi portassero
tre volte l’anno, ed insieme fiori e frutti maturi e acerbi, e che i
vascelli rimontassero i fiumi, e si guadagnasse denaro colla facilità
con cui si perde, e le donne partorissero coll’agevolezza con cui
concepiscono, ed altre meraviglie, pensò tornar giovane per aver tempo
a compierle. A un fedelissimo servo insegnò dunque che il tagliasse a
pezzi, poi lo salasse in un barile, mettendo la testa sotto, e il cuore
in mezzo, e altre avvertenze da fare nel massimo secreto, finchè egli
si ravviverebbe. L’imperatore, inquieto della lontananza di Virgilio,
fece tanto e tanto, che obbligò il servo a menarlo nel castello
difeso da incantesimi, ove il poeta giaceva a pezzi: il che vedendo, e
credendolo assassinato, egli uccise il servo. L’opera restò interrotta,
e Virgilio più non rivisse.
Traverso alla mitologia del medioevo arrivò la conoscenza di Virgilio,
come degli altri antichi, a Dante, il quale non seppe scegliersi
guida migliore per giungere, fra i pericoli del mondo, a vedere le
pene dei reprobi e le speranze de’ purganti, e fin alla cognizione
delle cose superne e della verace beatitudine. Conformavasi egli alle
credenze popolari allorchè facea dirgli, per niun altro peccato aver
perduto il cielo, che per non avere posseduto la fede; e fa che Stazio
rimanga convertito alla verità pel lume appunto venutogli dai vaticinj
dell’egloga citata, sicchè dice a Virgilio:
... Tu prima m’inviasti
Verso Parnaso a ber nelle sue grotte,
E poi appresso Dio m’alluminasti.
Facesti come quei che va di notte,
Che porta il lume dietro, e sè non giova,
Ma dopo sè fa le persone dotte,
Quando dicesti: Secol si rinnova,
Torna giustizia e primo tempo umano,
E progenie discende dal ciel nuova.
Per te poeta fui, per te cristiano.
_Purg._, XXII.
Una bella e rarissima incisione di Luca d’Olanda rappresenta il poeta
entro una corba, spenzolante a mezz’aria; e una femmina alla finestra
vicina pare che inviti i viandanti a berteggiarlo.
Ad Amsterdam nel 1552 fu stampata _Ene schone historie von Virgilius,
von zijn leven, doot, ende van zijn wonderlike werken di hj deede by
nigromantien, ende by dat Behulpe des Dugrels_.
Görres, nei _Volksbücher_, ragiona a lungo l’istoria popolare di
Virgilio nel medioevo.
Vedansi pure GENTHE, _Virgil als Zauberer in der Volkssage_.
SIEBENHAAR, _De fabulis, quæ media ætate de Publio Virgilio
Marone circumferebantur_.
EDELSTAND DU MÉRIL, _De Virgile l’enchanteur_.
_Franciscus Michel_, _Quæ vices, quæque mutationes et Virgilium
ipsum et ejus carmina per mediam ætatem exceperint, explanare
tentavit_. Un capitolo di questa tesi per laurea è intitolato:
_De scriptoribus medii ævi, qui quædam de magica Virgilii
scientia retulerunt_.
APPENDICE VIII.
DANTE ERETICO
Il concetto di Dante eretico fu ridesto dal signor Eugenio Aroux,
che ne formò un’opera espressa, col titolo _Dante hérétique,
révolutionnaire et socialiste; révélations d’un catholique sur le
moyen-âge_. Parigi 1854. L’opera è dedicata a Pio IX _comme une
protestation contre l’erreur et le mensonge, que le génie même ne
saurait absoudre_. Mentre il silenzio stagna sulle opere italiane, le
francesi sono proclamate in paese, echeggiate di fuori; e così avvenne
di questa. Noi dirigemmo all’autore una lettera, che qui stimiamo
opportuno riprodurre.
_All’amico E. Aroux, Parigi._
_Milano_, 5 _febbrajo_ 1854.
Mi permettete che, invece di storpiar la vostra bella lingua, io
vi risponda nella mia e in quella del vostro Dante per ringraziarvi
dell’invio del vostro libro? Ma ringraziarvi non basta, giacchè me pure
metteste in causa; e, comunque cortesissimo, mi rinnovate il rimprovero
già fattomi, nella vostra traduzione della mia _Storia universale_,
d’aver io dichiarato «delirio o piuttosto capriccio» quel di due nostri
Italiani che vollero dimostrar Dante eretico. Voi campeggiate per loro,
e togliete a sostenere che tutte le opere di Dante sono esposizione
ereticale, ed aspirazioni rivoluzionarie e socialiste.
È destino dei libri che divengono nazionali e popolari il trovarvi
ciascuno ciò ch’e’ vuole; e non abbiam visto cercare nel Vangelo
prove contro la divinità di Cristo, come altre volte cabalisti e
alchimisti scoprivano nella Bibbia i numeri onnipotenti e la polvere
di projezione? Primo ch’io sappia il padre Hardouin, che volle
celebrità mediante i paradossi, nel 1727 sostenne che l’autore della
_Divina Commedia_ fosse un impostore, seguace di dogmi eterodossi.
Ugo Foscolo, trovata ospitalità fra gli Inglesi, a cui potea piacere
un ascendente illustre nella gran negazione della unità cattolica,
resuscitò quest’eresia di Dante, ma come un paradosso pruriginoso,
senza corredo di prove. Il nostro amico Rossetti, sbalzato dalla
patria a roder anch’egli il duro pane dell’esiglio fra gl’Inglesi,
volle forse blandire a questi, nei _Misteri dell’amor platonico_,
fecondando quel germe, e in cinque grandi volumi assunse che, non
Dante solo, ma tutti i poeti erotici volevano cantar tutt’altro amore
da quello ch’esprimevano: assunto pio per salvare que’ begli ingegni
dalla taccia d’essersi logorati in cantar begli occhi, sen di neve e
treccie d’oro. Anche Graul, ministro protestante che nel 1848 stampò
a Lipsia una traduzione tedesca dell’_Inferno_, vuole a tutt’uomo
dimostrare che Dante sviava dal dogma cattolico, e nel _veltro_ ravvisa
Lutero, al quale corrispondono perfino le lettere del nome. Voi vi
valete di tutti, e venendo a mezza spada, e colla sicurezza che vi
danno la conoscenza d’un poeta che avete con tanta abilità tradotto, e
un’erudizione estesissima, dedotta dalle fonti più diverse, assalite
Dante quasi avesse voluto dimostrare che la supremazia papale è il
regno visibile di Satana. Chi vorrà rivedervi il pelo, potrà appuntare
errori di particolarità e sovrattutto di quegli eccessi che son forse
inevitabili in chi toglie a sostenere una tesi distaccata dal senso
ordinario. Che monta? Non la mancanza di difetti, ma l’abbondanza
di meriti rende vitale un libro; e il vostro gli ha: ma voi stesso
m’insegnate che _la plus grande preuve d’estime, qu’on puisse donner à
ses amis, c’est de leur dire la vérité_.