tribuni della plebe.
56. GENS LUTATIA. Il ramo Catulus, venuto al consolato nel 512, diede
letterati e statisti insigni.
57. GENS MÆNIA.
58. GENS MALLIA.
59. GENS MAMILIA, oriunda di Tusculo, dal cui fondatore Telegono
pretendea provenire, cioè da Ulisse. A Roma era plebea. Son noti i rami
_Vitulus, Turinus, Limetanus_.
60. GENS MANILIA.
61. _Gens Marcia_, coi rami _Philippus, Figulus, Rex, Censorinus_.
Marcio Filippo, console nel 698, sposò Azia nipote di Giulio Cesare e
vedova di Cajo Ottavio, divenendo così suocera d’Augusto.
62. GENS MARIA, illustrata da Cajo Mario.
63. GENS MEMMIA. Virgilio la deriva da Mnesteo compagno d’Enea: un suo
ramo era _Regulus_.
64. GENS MESSINIA.
65. GENS MUCIA, soprannominata _Scevola_ dall’assassino di Porsena. Da
padre in figlio trasmetteansi lo studio della giurisprudenza.
66. GENS MUMMIA. Il più illustre ne è l’Acaico, distruttore di Corinto.
67. GENS MUNATIA.
68. GENS NÆVIA. I _Balbi_ e _Sardini_ ne sono i rami.
69. GENS NONIA.
70. GENS NORBANA.
71. GENS NUMITORIA.
72. GENS OCTAVIA, già patrizia. Un ramo divenne plebeo, non si sa
come, finchè Cesare le rese il patriziato. Gli Ottavj plebei furono più
illustri. Cajo Ottavio, d’antica famiglia di Velletri, fu il primo che
ottenesse dignità; e da Azia nipote di Cesare generò Ottaviano, che si
chiamò poi Augusto, e che non lasciò figliuoli.
73. GENS OGULNIA.
74. GENS OPPIA.
75. GENS PAPIRIA. Il ramo plebeo chiamavasi _Carbo_.
76. GENS PEDANIA o PEDIANIA.
77. GENS PÆTILIA.
78. GENS PLÆTORIA.
79. GENS PLANCIA.
80. GENS PLAUTIA O PLOTIA. Ne conosciamo i rami _Proculus, Silvanus,
Hypsæus, Venno, Tucca_, tra cui l’amico di Virgilio. Un Plauzio è
ucciso orribilmente da Nerone, uno fu pontefice, un altro console
nell’834.
81. GENS POMPEIA. Una linea dei _Rufus_ fu detta _Bithynica_ per
una vittoria sui Bitini: l’altra degli _Straboni_, celebre pel Magno
Pompeo, pare essersi estinta co’ due suoi figli Gneo e Sesto nelle
guerre civili; però qualche Pompeo appare sotto gl’imperatori.
82. GENS POMPONIA pretendea discendere da Numa: vi troviamo i
soprannomi di _Matho, Græcinus, Secundus_ ecc. e n’uscì l’amico di
Cicerone. Lucio Pomponio consolare, guerriero, poeta, è mentovato da
Tacito.
83. GENS PONTIA.
84. GENS POPILIA.
85. GENS POPLICIA.
86. GENS PORCIA. Un Porcio Prisco tusculano fu capo d’un ramo, ed ebbe
titolo di _Cato_ per la sua prudenza, e di _Censorinus_ per la sua
severità nell’esercitare la censura. I due suoi figli, portanti egual
nome, si distinsero col soprannome di _Licinianus_ e _Salonianus_
desunto dalla madre. Da quest’ultimo venne Catone Uticese.
87. GENS PUBLILIA. Quinto Filone di questa casa fu console quattro
volte, 415-439, si segnalò nella guerra sannitica, e fu il primo
pretore plebeo. Dopo di lui questa stirpe scompare.
88. GENS ROSCIA.
89. GENS RUBRIA.
90. GENS RUPILIA o RUBELLIA. Rubellio Plauto, accusato d’aspirare
all’impero, è ucciso da Nerone.
91. GENS RUTILIA. Due rami _Rufus_ e _Lupus_. Il più celebre fu Publio
Rutilio Rufo, oratore, filosofo, storico, e console nel 649.
92. GENS SALIA. Ne uscì Lucio Salvio, buon capitano, da cui nacque
l’imperatore Otone, che non lasciò posterità.
93. GENS SCRIBONIA. _Curio_ e _Libo_ erano i rami principali, e
quest’ultimo discendeva da una figlia di Pompeo. Scribonia, maritata in
un Crasso, fu uccisa col marito sotto Claudio.
94. GENS SEMPRONIA. Oltre il ramo _Atratinus_ patrizio, erano plebei i
_Blæsus, Longus, Tudytanus_, e i _Gracchi_ famosi. Un Gracco amante di
Giulia fu esigliato da Augusto, ucciso da Tiberio.
95. GENS SERVILIA. Il _Priscus_ certamente, e i _Cœpio_ probabilmente
erano patrizj; plebei i _Casca, Rullus, Vatia_, ecc. Un di questi
ultimi ebbe il soprannome di _Isauricus_.
96. GENS SEXTIA.
97. GENS SILIA. Cajo Silio fu vincitore di Sacrovir, e Sejano l’obbligò
ad uccidersi. Silio suo figliuolo sposa Messalina, e Claudio imperatore
lo condanna a morte nel 49 dopo Cristo. Silia, moglie d’un senatore, è
esigliata come sospetta d’aver divulgato le secrete lascivie di Nerone.
98. GENS SOLIA.
99. GENS STATILIA.
100. GENS SULPICIA. Fra’ plebei conosciamo i rami _Olympius, Quirinus,
Rufus_.
101. GENS TERENTIA. S’illustrò il ramo _Varro_, donde il famoso erudito
Marco Terenzio.
102. GENS TITINIA.
103. GENS TITIA.
104. GENS TREBONIA, TRIBONIA.
105. GENS TULLIA. Il ramo dei _Cicero_ fu illustre. Non n’è più traccia
dopo Marco, figlio dell’oratore, gran beone, e che essendo console nel
724 con Augusto, fece dal senato condannare la memoria d’Antonio.
106. GENS VALERIA ebbe molti oratori. Messala Barbato, console nel
742, sposò Marcella nipote d’Augusto, e fu avo di Messalina. Valerio
Messalino salì al consolato nell’826.
107. GENS VALGIA.
108. GENS VARGUNTEJA.
109. GENS VENTIDIA.
110. GENS VIBIA.
111. GENS VILLIA.
112. GENS VINICIA.
113. GENS VIPSANIA fu illustrata da Marco Vipsanio Agrippa, amico
d’Augusto. Vipsania, sua figlia, moglie repudiata di Tiberio, morì
naturalmente: ma gli altri cinque figli, avuti da Giulia d’Augusto,
perirono per opera di Livia.
114. GENS VITELLIA, proveniente da un liberto calzolajo. Lucio Vitellio
censore e tre volte console, fu adorator di Caligola, e adulatore
di Messalina, della quale portava come reliquie una pantofola.
L’imperatore e il fratello furono uccisi: sua figlia andò sposa a
Vespasiano.
115. GENS VOCONIA. Suoi rami _Saxa, Naso, Vituli_.
116. GENS VOLCATIA.
117. GENS VOLUMNIA. _Flamma Violens_ fu console nel 447 e 458.
118. GENS VOLUSIA antica, ma sotto la repubblica non era giunta che
alla pretura, e sfuggì alla gelosia degli imperatori. Lucio Volusio,
morto l’anno 20 dopo Cristo, fu il primo che fosse console; e
acquistate grandi ricchezze, assicurò il credito di sua famiglia. Un
altro Lucio Volusio morì nel 57 nonagenario, avendo traversato il regno
di tanti Cesari senza nimicarsene alcuno, benchè ricco.
Sarebbe pure ad annoverare la gente ANNIA spagnuola, da cui i due
Seneca, Marco filosofo, Lucio maestro di Nerone, Anneo Mella suo
fratello e padre di Lucano. Marco Annio Novato, per adozione chiamato
Giunio Gallione, ebbe a fare con san Paolo.
Nei tempi successivi è viepiù difficile seguir le traccie delle
famiglie, prima per la scarsezza di documenti, poi per la confusione
dei nomi, applicandosi questi pochi a troppe famiglie diverse; poi per
le adozioni, che i membri dell’una trasferivano in un’altra. Aggiungasi
la facilità con cui sotto gl’imperatori cangiavansi i cognomi: la quale
è pure indizio del deperimento delle schiatte primitive, desiderato
e sollecitato dagli imperatori, accelerato dalla scostumatezza, che
disperdeva i patrimonj, conculcava la dignità, e impediva o sciupava la
generazione.
Su questo proposito possono consultarsi
C. SIGONIO, _De nominibus Romanorum_.
O. PANVINIUS, _De antiquis Romanorum nominibus_.
R. STREINNIUS, _De gentibus et familiis Romanorum_.
A. AUGUSTINUS, _De familiis Romanorum_.
F. URSINIUS, _Familiæ romanæ nobiliores_. Sono nei vol. II e VII
del _Thesaurus antiquitatum romanarum_ di Grevio.
G. A. RUPERTI, _Tabulæ genealogicæ, seu stemmata nobilium gentium
Romanorum_. Gottinga 1794.
ORTOLAN, _Explication historique des Instituts de l’empereur
Justinien_, Parigi 1854, al lib. III, tit. 2.
Drumann (_Storia di Roma nel passaggio dalla repubblica
alla monarchia, per ordine di genti_, 1830-38) porge le
particolarità delle famiglie romane notevoli al tempo di Cesare
e d’Augusto.
APPENDICE VI.
MONETE, MISURE E VALORI FRA I ROMANI
Affatto incerta è la valutazione delle monete antiche, e i ragguagli
dati dagli eruditi differiscono può dirsi in ciascuno, anche di buon
tratto. Dopo degli altri, e perciò profittando di tutti, ne ragionò
Boeckh, _Metrologische Untersuchungen über Gewichte, Münzfüsse und
Mässe des Alterthums in ihren Zusammenhange_. Berlino 1838.
L’asse, prima unità monetaria romana, era una libbra da dodici oncie
di bronzo non coniato, _æs rude_. Un’impronta vi si pose sotto Numa o
Servio Tullio, che fu una pecora, donde il nome di _pecunia_.
La prima moneta d’argento fu battuta nel 485 di Roma, ed era il denaro
(_dena æris_), equivalente a dieci assi di bronzo: sua metà fu il
quinario; suo quarto il sesterzio, _sesquitertius_, cioè due assi e
mezzo. Per comodo di cambio ebbero la libella = 1 asse, o ad una libbra
di rame; la sembella = 1/2 libbra; il teruncio = 1/4 libbra. In una
libbra v’avea quaranta denari d’argento e voleansi dieci assi per fare
un denaro, sicchè la proporzione del rame all’argento era :: 400:1.
Al fine della prima guerra punica, l’asse fu ridotto da dodici
oncie a due; e quindi il denaro a 1/84 della libbra, ossia grani 73
333; essendo il grano di marco = 0 0531 gramme di peso metrico. La
proporzione dunque fra l’argento e il rame monetato era :: 84 × 10 :
6, ossia :: 140:1. Nell’anno di Roma 536, l’asse fu ridotto al peso
d’un’oncia, e il denaro, senza alterarne il valore, fu alzato a sedici
assi, il quinario a otto, il sesterzio a quattro; onde la proporzione
dell’argento al rame coniato stette :: 112:1. La legge Papiria del
562 abbassò l’asse a mezz’oncia di rame; il denaro restò uguale, e
valse ancora sedici assi; quindi la proporzione fra il rame coniato e
l’argento fu :: 1:56. Ma non era un valor mercantile, bensì arbitrario;
l’asse non restava più che moneta di conto; e unità monetaria divenne
il sesterzio.
Questo _sestertius_ non va confuso col _sestertium_, moneta di conto
che valea mille sesterzj. Spesso negli autori si trova _sestertium_,
genitivo contratto di _sestertiorum_. È marcato _IIS_ o _HS_, cioè assi
due e mezzo: e cogli avverbj _semel, bis, ter, decies_ esprime 100,000
sesterzj, presi una, due, tre, dieci volte. Così ter HS varrà 300,000
sesterzj.
I Romani nel 547 batterono la prima moneta d’oro alla ragione di uno
scrupolo per venti sesterzj; e abbiamo di tali monete coll’impronta
del XX, XXXX, IX. La libbra romana è ducentottantotto scrupoli; perciò
conosciuto il peso dello scrupolo, s’avrà la libbra. Le esperienze più
squisite diedero grani 6154.
Mentre da principio in Roma l’_aureus_ si riferiva allo scrupolo,
dappoi si riferì anch’esso alla libbra, come il denaro. Tale
cambiamento non sappiano bene quando si facesse, ma pare dopo Cesare;
quantunque Eckhel (_Doctrina nummorum_) neghi che durante la repubblica
siansi coniate monete d’oro, per la ragione che troppo bello n’è il
conio, e somiglia a quello de’ Siciliani e de’ Campani. Ma Roma non
poteva adoperare a ciò qualche Greco?
Dopo il 705, la moneta d’oro fu la quarantesima parte della libbra, e
venticinque denari di valore. La proporzione dunque fra i due metalli
era
40×25
:: ————— : 1,
84
ossia press’a poco come 12 a 1.
Ai tempi d’Erodoto, l’oro valea tredici volte l’argento; a quelli di
Platone, dodici; alla morte di Alessandro, dieci; e così al tempo del
trattato fra gli Etolj ed i Romani.
In Italia non troviamo antiche miniere d’oro e d’argento, talchè sino
al 247 avanti Cristo non corse nella settentrionale che moneta di
rame, e sembra che le colonie della meridionale tirassero dalla Grecia
l’argento per le monete loro. Roma esigeva i tributi in argento, lo
che mantenne l’oro ad una proporzione superiore alla greca. Sotto
gl’imperatori succeduti ad Adriano, la moneta andò in disordine: la
proporzione dell’oro coll’argento sotto Domiziano era di 11-1/2. Verso
il regno di Postumo l’argento scompare, poi ricompare con Diocleziano.
Usandosi allora moneta scadente, l’oro dovette crescere enormemente di
prezzo e uscire d’Italia; onde sotto Costantino la proporzione era di 1
a 15; sotto Teodosio il Giovane, di 1 a 18; ma al tempo di Giustiniano
il troviamo ancora di 1 a 15.
Sebbene le monete deteriorassero di peso, il titolo restò quasi
eguale, fra 0.998 e 0.991 di fino per l’oro, e per l’argento da 0.993
a 0.965. Regolator del valore era l’oro, come oggi in Inghilterra;
perciò conservasi inalterato di peso e di titolo, e una _Novella_
di Valentiniano III porta: — L’integrità e inviolabilità del segno
favoriscono il commercio, e mantengono la stabilità del prezzo delle
cose venali».
Così valutando, senza tener conto delle spese di monetazione, Letronne
riscontra il denaro d’argento dalla repubblica sino a Domiziano
rappresentare un valore da centesimi 83 fino a 70, ossia precisamente:
_________MONETE_______ ________________EPOCHE_________________
| | | |
Sestertii Denarii Dal 536 Augusto Tiberio
al 720 -Claudio
4 1 11. 82 79 78
8 2 1.64 1.59 1.56
12 3 2.46 2.38 2.34
16 4 3.27 3.18 3.12
(scrupulum)
20 5 4.09 3.97 3.89
24 6 4.91 4.77 4.67
28 7 5.73 5.56 5.45
32 8 6.55 6.36 6.23
36 9 7.36 7.15 7.01
40 10 8.19 7.95 7.79
(aureus
o solidus)
100 25 20.47 19.87 19.48
400 100 81.88 79.52 77.93
800 200 163.77 159.04 155.87
1.200 300 245.65 238.55 233.80
1.600 400 327.53 318.07 311.75
2.000 500 409.42 397.60 389.67
2,400 600 491.30 477.11 467.60
2,800 700 573,19 556.63 545.54
3.200 800 655.07 636.15 623.47
3.600 900 736.95 715.67 701.41
4.000 1,000 818.33 795.19 779.34
40,000 10,000 8,183.33 7,951.91 7,793.42
400,000 100,000 81,833.33 79,519.10 77,934.24
4,000,000 1,000,000 818,333.33 795,191 779,342.45
40,000,000 10,000,000 8,183,333.33 7,951,910 7,793,424.50
_________MONETE_______ __________EPOCHE_________________
| | | |
Sestertii Denarii Nerone Galba-
Domiziano
4 1 73 70
8 2 1.47 1.41
12 3 2.20 2.12
16 4 2.94 2.83
(scrupulum)
20 5 3.67 3.55
24 6 4.41 4.24
28 7 5.14 4.95
32 8 5.88 5.66
36 9 6.62 6.36
40 10 7.35 7.08
(aureus
o solidus)
100 25 18.38 17.79
400 100 73.52 70.77
800 200 147.04 141.44
1.200 300 220.57 212.32
1.600 400 294.09 283.09
2.000 500 367.62 355.86
2,400 600 441.14 464.64
2,800 700 514.67 495.41
3.200 800 588.19 566.18
3.600 900 661.71 636.95
4.000 1,000 735.34 707.73
40,000 10,000 7,352.39 7,077.29
400,000 100,000 73,523.92 70,772.90
4,000,000 1,000,000 735,239.20 707,729.06
40,000,000 10,000,000 7,352,392 7,077,290.60
Ma le tabelle date da Dureau de la Malle, il quale trattò espresso
dell’_Economia de’ Romani_, fanno il denaro al principio della
repubblica = lira 1.63; sotto Cesare = lire 1.12; sotto Augusto = lira
1.08; sotto Tiberio = lira 1; sotto Claudio = lira 1.05; sotto Nerone =
lira 1.02; sotto gli Antonini = lira 1.
Sotto Costantino Magno, il solido, di cui tagliavansi settantadue alla
libbra d’oro, può valutarsi a lire 15.53, il resto in proporzione:
sotto i suoi successori, cioè nel Basso Impero, a lire 15.10.
La libbra d’oro, così spesso menzionata, può valutarsi a lire 900; a 75
quella d’argento. Sul declinare dell’impero, la libbra d’oro valse lire
1066.
Nel trattato d’Antioco coi Romani, riferito da Polibio e Tito Livio,
si stipula che il tributo si paghi in talenti attici di buon peso, e
che il talento pesi ottanta libbre romane. Sapendo d’altro luogo che
il talento era seimila dramme, otterremo il peso della dramma = grani
82-1/7. Il talento attico si può approssimare a lire seimila.
Ecco le tabelle dei pesi e delle misure romane, secondo Letronne:
PESI
chilogr. grammi
_Scripulum o scriptum_ 1.136
_Sextala_ 4.544
_Sicilicus_ 6.816
_Duella_ 9. 88
_Semuncia_ 13.633
_Vncia_ 27.265
_Sescuncia_ 1½ _unc._ 40.898
_Sextans_ 2 » 54.531
_Quadrans_ 3 » 81.797
_Triens_ 4 » 109. 62
_Quincunx_ 5 » 136.328
_Semis_ 6 » 163.593
_Septunx_ 7 » 190.859
_Bis_ 8 » 218.125
_Dodrans_ 9 » 245.390
_Dextans_ 10 » 272.656
_Deunx_ 11 » 299.922
_As, o libra
romana_ 327.187
_Dupondium_ 2 _asses_ — 654.347
_Tressis_ 3 » — 981.316
_Quadrussis_ 4 » 1. 308
_Quincussis_ 5 » 1. 636
_Sexcussis_ 6 » 1. 963
_Septussis_ 7 » 2. 290
_Octussis_ 8 » 2. 617
_Nonussis_ 9 » 2. 945
_Decussis_ 10 » 3. 272
_Vigessis_ 20 » 6. 544
_Trigessis_ 30 » 9. 815
40 » 13. 87
50 » 16. 359
60 » 19. 631
70 » 22. 903
80 » 26. 175
90 » 29. 447
_Centussis_ 100 » 32. 718
MISURE LINEARI
Uncia
| Palmus
| | Pes (unità di misura)
| | | Cubitus
| | | | Passus
| | | | | Decempeda
| | | | | | Actus
| | | | | | | Militarium
| | | | | | | | Km
| | | | | | | | | metri
1
3 1
12 4 1 0 295
18 6 1½ 1 0 442
60 20 5 3½ 1 1 475
120 40 10 6⅔ 2 1 2 950
1,441 480 120 80 24 12 1 354
60,000 20,000 5,000 3,333⅓ 1,000 500 41⅔ 1 1 475
2 2 950
3 4 425
4 5 900
5 7 375
6 8 850
7 10 325
8 11 790
9 13 275
10 14 750
MISURE DI SUPERFICIE
Pedes q.
| Scripulum
| | Clima
| | | Actus
| | | | Jugerum
| | | | | Heredium
| | | | | | Centuria
| | | | | | | Saltus
| | | | | | | | ettare
| | | | | | | | | are
| | | | | | | | | | metri q.
| | | | | | | | | | |
| 100 | 1 | | | | | | | | | 8
| 3,600 | 36 | 1 | | | | | | | 3| 8
|14,400 | 114 | 4 | 1 | | | | | | 12| 34
|28,800 | 188 | 8 | 2 | 1| | | | | 24| 68
|57,600 | 576 | 16 | 4 | 2| 1| | | | 49| 36
4| 2| | | | 98| 72
L’unità dei quadrati 6| 3| | | 1| 48| 8
era lo jugero, nella 8| 4| | | 1| 97| 44
cui divisione ricorre 10| 5| | | 2| 46| 80
la partizione dell’asse 12| 6| | | 2| 96| 16
in oncie e loro 14| 7| | | 3| 45| 52
frazioni. Lo jugero era 16| 8| | | 3| 94| 88
un bislungo di 240 piedi 18| 9| | | 4| 44| 24
sopra 120, cioè 28,800 20| 10| | | 4| 93| 60
piedi quadrati. 200| 100| 1| | 49| 36
800| 400| 4| 1| 197| 44
MISURE DI CAPACITÀ
Ligula
Cyathus
| Acetabulum
| | Quarantarius
| | | Hemina
| | | | Sextarius
| | | | | Congius
| | | | | | Modius
| | | | | | | Urna
| | | | | | | | Amphora
| | | | | | | | | Culeus
| | | | | | | | | | hl
| | | | | | | | | | dal
| | | | | | | | | | l
| | | | | | | | | | dl
| | | | | | | | | | cl
| | | | | | | | | |
1 | | | | | | | | | | 1 14
4 1 | | | | | | | | | 4 58
6 1½ 1 | | | | | | | | 6 87
12 3 2 1 | | | | | | | 1 3 75
24 6 4 2 1 | | | | | | 2 7 5
48 12 8 4 2 1 | | | | | 5 5
288 72 48 24 12 6 1 | | | | 3 3
384 96 64 32 16 8 1⅓ ½ | | | 4 4
768 192 128 64 32 16 2⅓ 1 | | | 3 8
1,152 288 192 96 48 24 4 1½ 1 | | 13 2
2,304 578 384 192 96 48 8 3 2 1 | 26 3 9 9
46,080 11,520 7,680 3,840 1,920 960 610 60 40 10 | 2 64
20 1 5 28
L’unità di misura di capacità era l’anfora, 30 7 92
che dapprima chiamavasi quadrantal, come 40 2 10 56
quella che conteneva un piede cubo. Il suo 50 13 20
peso, secondo Festo, era uguale a 80 libbre 60 3 15 84
di vino, il che monta a litri 26,3995, posto 70 18 8
il peso specifico del vino = 0,9915. 80 4 21 12
90 26 76
100 5 26 39 9 5
Senza ingolfarci in particolarità, difficilissime come sono tutte
quelle che concernono i valori, indicheremo che nel 454 un montone
compravasi per dieci assi, un bue per cento. A Roma si faceano
distribuzioni di grani a bassi prezzi: questi sono conosciuti, ma
non danno il reale ragguaglio fra il grano e il denaro. Il medio pare
fosse di tre sesterzj al moggio. Il moggio di frumento pesava da sedici
libbre francesi: stava dunque allo stajo :: 1 : 15 (ettolitri 0,101).
Perciò lo stajo sarebbe costato a Roma sesterzj 45 o denari 11-1/4,
cioè 825 grani d’argento. Adunque al tempo della repubblica il rapporto
fra l’argento e il grano era come 2.681 a 1.
Si può credere che l’Italia, all’epoca delle maggiori sue conquiste,
possedesse più ricchezze che ora verun altro paese d’Europa. Ma
ben presto cessarono d’entrare nuovi tributi, mentre cresceva
l’asportazione dei metalli verso l’Arabia, l’India e la Persia, onde
ottenerne le delicature; poi gl’imperatori pagarono tributo ai Barbari,
poi i Barbari stessi vennero a far preda; scemò in conseguenza il
prezzo del grano. Una legge di Valentiniano III del 446 stabilisce che
il soldo italico è il valore di quaranta moggia di grano; il che dà
fra l’oro coniato e il grano la proporzione di 73.911 a 1; ed essendo
allora l’oro coniato all’argento in verghe come 18 a 1, ne viene
che l’argento stava al grano come 4.106 a 1; ossia lo stajo di grano
sarebbe valso appena 538 grani d’argento, non più 825 come al principio
dell’êra vulgare.
APPENDICE VII.
FAVOLE INTORNO A VIRGILIO
La tradizione, che trasfigurò san Giorgio in un cavaliere, il filosofo
Abelardo nel libertino Pietro Bagliardo, Carlo Magno in un capo di
venturieri, Silvestro II papa in un mago, e pose in cielo Seneca,
Plinio, Trajano, fece una trasformazione ancor più degna d’essere
studiata; quella di Virgilio in un necromante.
Al suo tempo, diversissima fama correva de’ costumi di lui, chiamato
verginale da chi per castità, da chi per troppo amore alle ragazze, e
non alle ragazze soltanto. Ma già allora veniva onorato sovranamente;
Properzio prenunziava in lui qualcosa maggiore d’Omero: _Nescio quid
majus nascitur Iliade_; commentatori e biografi di poco posteriori
dicono che il popolo si alzava al comparir suo in teatro, come
all’imperatore; la vita sobria e ritirata, cui la gracile salute lo
induceva, aggiungevagli il prestigio dell’ascetismo e del mistero.
Narrossi ben presto che sua madre aveva sognato partorire un lauro:
ch’e’ nacque senza vagiti; che il platano piantatosi, secondo il
costume del suo paese, al nascer di lui, trascese tutti gli altri
in grossezza. Gli s’attribuiva una scienza portentosa, e la facoltà
di scoprire i difetti nascosti e le qualità arcane degli animali.
Appena morto gli furono poste statue, e alcuni imperatori, come
Alessandro Severo, ne teneano fin nel sacrario domestico: al tempo
di Plinio celebravasi il natalizio di lui: al suo sepolcro venivano a
raccomandarsi le gravide e i poeti: coll’aprire a caso il suo poema si
chiedeva risposta a quesiti, detti _sortes virgilianæ_, tali perfino
da decider uno ad accettare o no l’impero (pag. 242, vol. III). Proba
Falconia con emistichj di lui tessè un poema sul nuovo Testamento; e i
Cristiani vollero leggere una predizione della venuta del Messia nella
famosa _Egloga_ IV.
E davvero fa stupore rincontrare nella limpida facilità de’ _Bucolici_
quell’egloga, tanto misteriosa, che gli sforzi per raccoglierne il
concetto generale uscirono vani fin ora. Festeggia essa la nascita
vicina d’un bambino, che è figlio del cielo, che rinnovellerà il mondo,
che redimerà i peccati:
_Ultima Cumæi venit jam carminis ætas:_
_Magnus ab integro sæclorum nascitur ordo._
_Jam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna;_
_Jam nova progenies cœlo demittitur alto._
_... Incipient magni procedere menses._
_Te duce, si qua manent sceleris vestigia nostri,_
_Inrita perpetua solvent formidine terras._
_Ille deûm vitam accipiet..._
_Cara deûm soboles, magnum Jovis incrementum._
Presagi tanto superbi a chi potevano mai convenire?
S’accordano i critici nel fare quest’egloga scritta il 714 di Roma, e
vorrebbero attribuire questi vanti a un figlio di quel Pollione, cui è
diretto il canto, come ad autore della pace in quell’anno conciliala a
Brindisi fra Antonio ed Ottaviano: ma, prima, è ignoto che quell’anno
alcun figlio nascesse al console; poi, come mai accumulare sul capo
d’un neonato tanti augurj, quel Virgilio che tanta sobrietà di lodi usò
fin con Augusto e colla famiglia di questo?
Pertanto altri (contro l’asserzione di Servio) supposero alludesse
a Marcello, gravida del quale, Ottavia, sorella d’Augusto, andava
allora sposa ad Antonio: ma per quanto questo pegno di pace potesse
parere meritevole di canti, bisogna considerare ch’e’ non era germe
del triumviro, bensì dell’antecedente marito d’Ottavia, sicchè nulla
aveva a fare collo sperato pacificatore del mondo. Altri pensarono
che Virgilio alludesse alle nozze allora conchiuse fra Ottaviano e
Scribonia: ma come potersi pronosticare l’impero del mondo al figlio
di quell’Ottaviano che allor allora avea spartito le provincie coi
due colleghi, e lasciava sperare rintegrata la repubblica, anzichè
stabilire una monarchia?
Non trovandosi fanciullo cui s’appropriassero tali augurj, si credette
che il poeta indicasse l’intera generazione migliore, che la benevola
sua immaginazione gli dava fiducia di vedere. Chi così la pensa voglia
spiegarci di grazia queste frasi:
_Tu modo nascenti puero..._
_Casta fave Lucina..._
_Incipe, parve puer, risu cognoscere matrem;_
e la culla sotto cui sorgono l’ellera e l’acanto; e l’aggirarsi del
giovane fra gli eroi e gli Dei, prima di frenare i venti e pacificare
il mondo.
De Vignoles immaginò che il poeta celebrasse l’êra alessandrina,
ordinata nel 724 di Roma dal senato romano: e se rifletteremo
ch’essa non fu introdotta se non il 29 agosto 729, ci potrà benissimo
rispondere che a quest’anno va riferita l’egloga. Ma che ragion v’era
di tanto magnificare un’êra arbitraria e speciale d’un popolo vinto?
che novità aspettarne? che progenie dovea scendere dal cielo?