(_Sul ristabilimento della via Appia_, 1835), Antonio Nibby (_Viaggio
antiquario nei contorni di Roma_, 1819. _Analisi della carta dei
contorni di Roma_, 1837), il Poletti, Pier Ercole Visconti (_La via
Appia_, 1832) e Luigi Canina. Quest’ultimo nel 1839 stampava a Roma
il volume V della _Storia e topografia della Campagna romana antica_,
ove nel discorso preliminare dà ampia informazione di quelli che
espressamente o indirettamente trattarono dell’argomento stesso. Il suo
concetto sulla credibilità de’ primi storici così esprime: — È vero che
i fondamenti su cui si basano le narrazioni storiche de’ primi tempi
d’Italia, sono poco stabili; ma allorchè non se ne trovano dei migliori
per quanto profondamente si scavi, reputo essere più prudente attenersi
a quei che ci prestano gli strati più sicuri, che di fabbricarne
superficialmente degli artifiziali. Quindi sono di parere che sieno più
nocivi che utili alla maggior cognizione delle cose antiche gli scritti
di coloro che, nulla apprezzando l’autorità de’ prischi documenti,
cercano di distruggere un edifizio basato sulle più profonde radici,
senza saper edificare niente di buono».
Dello stesso si hanno _L’antica città di Vejo, L’antica Etruria
marittima. Descrizione dell’antico Tusculo_, ed altre monografie.
TUSCULO, _Sostruzioni della via Appia; Esposizione topografica
della prima parte dell’antica via Appia_; ed altre monografie.
Possono anche vedersi JACOBINI, _Memorie sullo scavo della via
Appia fatto nel_ 1851.
VIOLA, _Tivoli nel decennio della deviazione del fiume Aniene,
nel traforo del monte Catillo_; 1848.
BORMAN, _Altlatinische Chorographie und Stadtgeschichte_. Halle
1852.
KUDSCHEIT, _Tab. geographica Italiæ antiquæ_. Berlino 1851.
PONZI, _Mémoire sur la zone volcanique d’Italie_, nel _Bull. de
la Société géologique de France_; 1853.
LATEROULLY, _Plan topographique de Rome antique et moderne_.
Parigi 1841.
LEVEIL, _Plan de Rome au temps d’Auguste et de Tibère_. Ivi,
1847.
Un riassunto di tutti in _Ernest Desjardins_, _Essai sur la
topographie du Latium_. Ivi, 1854; e in DYER nel _Dictionary of
greek and roman geography_. Londra 1856.
Per la cronologia:
_Fasti romani_, editi dal Grevio e da Almeloveen.
GHIGI, _Annales Romanorum_, che vanno sino a Vitellio.
E tutti gli illustratori dei Fasti consolari.
Per le costumanze:
BOETTIGER, _Sabina_. Suppone di descrivere le occupazioni d’una
elegante romana.
BECKER, _Gallus_. Viaggio sul modello di quelli del giovane
Anacarsi.
MAZOIS, _Palais de Scaurus, ou description d’une maison romaine_.
— _Ruines de Pompej_.
HAUDEBOURT, _Le Laurentin, maison de campagne de Pline le Jeune_.
DESOBRY, _Rome au siècle d’Auguste._
MEIEROTTO, _Sitten und Lebensart der Römer in verschiedenen
Zeiten der Republik_.
Sul diritto:
SIGONIUS, _De antiquo jure civium romanorum_.
BEAUFORT, _La république romaine, au plan général de l’ancien
gouvernement de Rome_.
— _Histoire critique du gouvernement romain_.
TEXIER, _Du gouvernement de la république romaine_.
SAVIGNY, _Gesch. des römischen Rechts in Mittelalter_. Quivi
e nelle illustrazioni delle tavole d’Eraclea diede idee del
diritto italico ben più precise che non il Sigonio, l’Eineccio
e gli altri precedenti.
COSMAN, _Disputatio historiæ juridicæ de origine et fontibus
legum XII Tabularum._
GRAUERT, _De XII Tabularum fontibus atque argumento._
BACH, _Historia jurisprudentiæ romanæ_.
GIRAUD, _Histoire du droit romain._
WALTER, _Gesch. der Römischen Rechts_.
MACKELDEY, _Storia delle fonti del diritto romano_ (inglese).
HUGO, _Elementi della storia del diritto romano_ (tedesco).
ORTOLAN, _Histoire de la législation romaine_.
— _Explication historique des Institutes de Justinien_.
HAUBOLD, _Institutiones_, con preziose aggiunte di C. E. Otto.
LAURENT, _Histoire du droit des gens et des relations
internationales_.
PELLAT, _Droit privé des Romains._
LA FERRIÈRE, _Histoire du droit civil de Rome._
ZIMMERN, _Gesch. der römischen Privatrechts_.
MACÉ, _Sur les lois agraires_.
MOMMSEN, _Die römische Tribus in administrativer Beziehung_.
Altona 1844.
Per la milizia, omettendo i più antichi:
GHICHARD, _Mémoires militaires sur les Grecs et sur les Romains_.
LANGE, _Historia mutationum rei militaris Romanorum ab interitu
reipublicæ usque ad Constantinum Magnum_.
LOEHR, _Das Kriegswesen der Griechen und Römer_.
SONKLAR, _Abhandlung über die Heeresverwaltung der alten Römer in
Frieden und Krieg_.
Per la religione:
LACROIX, _Sur la religion des Romains, d’après les fastes
d’Ovide_.
HARTUNG, _Die Religion der Römer nach den Quellen dargeslellt_.
AMBROSCH, _Ueber die Religionsbücher der Römer_.
— _Studien und Andeutungen im Gebiet des altrömischen Bodens und
Cultus_.
KLAUSEN, _Æneas und die Penaten_.
WOENIGER, _Das Sacralsystem der Römer_.
Su singoli punti occorrono dissertazioni negli atti delle Accademie,
specialmente in quella delle Iscrizioni di Parigi, e in quelle di
Gottinga e di Torino. In Germania non va anno, massime dopo il Niebuhr,
che non si pubblichino molte monografie; e singolarmente lodate furono
quelle del Savigny, Warnkönig, Schutz, Huscke, Gerlach, Drumann,
Göting, Hullmann, ecc. Tra le francesi sono importanti
DUREAU DE LA MALLE, _Économie politique des Romains_.
LECLERC, _Des journaux chez les Romains_. Tende ad acquistare
alcuna certezza ai racconti anche primevi.
Francesco Greuzer, nell’_Abriss des römischen Antiquitaten_, ad ogni
capitolo offre una serie d’opere a consultarsi in proposito, poi una
sequela di quesiti, indicando succintamente le risposte, e lasciando
che fra le varie scelga il lettore. Per fermarci a quelli che ora ci
occupano, ecco parte del primo capitolo: «Sulle origini, differenti
opinioni degli antichi e de’ moderni, vedasi SCHWARTS, _Osservazioni
su Nieuport, Compend. antiq. rom.,_ pag. 13. — FABRICIUS, _Bibl.
antiquar._, pag. 215-16. — RUHNKEN, _Prælect. academ. in antiq.
rom._, I. 1. — CICERONE, _De Rep._, II. 7. Tradizione che fa Roma
colonia d’Albalonga. Id., II. 2. _Concedamus enim famæ hominum_, e poi
_Ut jam a fabulis ad facta veniamus_. Osservazioni su questo passo
da paragonare colla storia romana di LEVESQUE, pag. 434, e d’altri
moderni. Erodoto sopra Turio in Enotria, anno 310 di Roma, non sa nulla
di Roma, ma parla assai de’ potenti Tirreni che combatterono i Focei,
i. 166 (confrontisi NIEBUHR, _Hist. rom._, I. 84), e che diedero il
loro nome a tutta l’Italia occidentale fino al 420 (DIONIGI D’ALICARN.,
I. 23, 29). Spesso la nazione tirrena ha per capo un lucumone distinto
per sapere (LIVIO, I. 2; V. 33. — ATENEO, IV. 153; XII. 517. — MAFFEI,
_Verona illustrata_, I. — LAMPREDI, _Del governo civile degli antichi
Toscani_, 1760. — LANZI, _Saggio di lingua etrusca_, 1789. — MICALI,
_L’Italia avanti il dominio dei Romani_, 1810. — INGHIRAMI, _Monumenti
etruschi_, 1820). Roma fu fondata dagli Etruschi o dai Tirreni? Roma
è colonia di Cere? (NIEBUHR, I. 162. — SCHLEGEL, _Annali letterarj
di Heidelberg_, 1816, pag. 892). Cere, già Agilla, sulla sinistra
del Tevere, ha comunicato ai Romani il nome di Quiriti, dall’antica
parola _Cairites_, Ceriti (SCHLEGEL, ib.). Trattasi di questi Ceriti
ove è detto che i Cartaginesi e i Tirreni diedero battaglia navale ai
Focei? (NIEBUHR, I. 84). Il fondo della popolazione romana era etrusco
(ceretico)? I patrizj sono una casta sacerdotale di questa nazione?
(NIEBUHR, SCHLEGEL). Gli antichi Etruschi sono forse i soli sudditi
di Romolo? Roma è d’origine greca o pelasga? (BONSTETTEN, _Viaggi in
Italia_, I. 225. — WACHSMUTH, pag. 100. — RAOUL-ROCHETTE, _Sist. de
l’établissement etc._, II. 360), ecc.».
APPENDICE IV.
LE SIBILLE
(Vol. I, pag. 157).
Le Sibille, vergini conscie dell’avvenire e del modo di stornare le
sventure e di esorare gli Dei, le quali palesavano i loro oracoli in
versi, sono un altro problema dell’antichità profana; poi anche della
ecclesiastica, dacchè parvero aggiungere un testimonio all’aspettazione
giudaica del rinnovamento de’ tempi.
Quasi simultanei trovansi apparire questi esseri misteriosi in diversi
luoghi del mondo civile: ma le tradizioni variano fin sul loro numero,
che alcuni portano a dieci, altri riducono a quattro, altri anzi
restringono alla sola Eritrea. Questa, secondo Pausania, scrittore d’un
viaggio in Grecia, dicevasi or donna, or suora, or figlia d’Apollo,
e che da Samo passò a Claro e a Delfo, indi nella Troade, ove la
tomba sua vedevasi nel bosco d’Apollo, con epitafio che ne attestava
l’ispirazione e la verginità: era anteriore alla guerra di Troja, della
quale predisse l’esito. Va aggiunta la Sibilla Libica, forse identica
con Erofile, figliuola di Giove e di Lamia; è la più antica di tutte, e
un inno a lei attribuito era popolare fra gli abitanti di Delo al tempo
di Pausania. La Sibilla di Samo era stata sacerdotessa nel tempio di
Apollo Sminteo, e talora è confusa colla Eritrea. Pausania applica il
nome di Sibille a tutte le indovine antiche; già ai tempi d’Euripide
e di Platone se ne avevano e veneravano gli oracoli a paro con quelli
di Orfeo e Museo; onde possiamo crederle un eco di quelle tradizioni
patriarcali, che per tutto il mondo risonarono con maggiore o minore
mescolanza di favole.
De’ libri ad esse attribuiti l’esistenza è accertata, come qualsiasi
fatto della storia antica. A Roma la Sibilla Cumana era venuta offrirli
a Tarquinio il Superbo; ed avendo egli ricusato comprarli, essa ne arse
tre dei nove che erano, e tornò al re chiedendone il prezzo stesso.
Avutone ancora il rifiuto, bruciò tre altri libri, e tornò domandandone
l’egual prezzo; ond’egli per curiosità li comprò, e trovò che
conteneano _fata urbis Romæ_, come dice LATTANZIO, I. 6, appoggiandosi
a Varrone. Vedi pure DIONIGI, IV; A. GELLIO, I. 19. Ciò vuol dire
ch’essi libri risalgono al tempo dei re; e scritti su tela o su foglie
di palma, conservavansi entro urna di pietra in un sotterraneo del
tempio del Campidoglio. In tempi che l’incredulità religiosa veniva di
moda, Silla prepose quindici sacerdoti a custodirli; Augusto li fece in
gran solennità trasferire dal Campidoglio al tempio d’Apollo Palatino.
Quando si consultavano, i sacerdoti doveano prepararsi con riti ben
diversi dai consueti, cioè col digiuno e colla preghiera: indizio che
contenessero una dottrina più pura; e forse perchè questa combatteva
il politeismo vulgare ed uffiziale, erano celati con tanta cura. In
qual modo si consultassero non appare, ma sembra si facesse coll’aprire
a caso il volume, e leggere le prime parole occorrenti. Le risposte
che se ne traevano, riguardavano soltanto cose ed effetti religiosi,
nè sembra che, ai tempi della repubblica, si consultassero per fini
politici o per indovinare il futuro.
Quando, nelle guerre civili, incendiatosi il Campidoglio 83 anni avanti
Cristo, que’ libri bruciarono, parve pubblica sciagura; si diede opera
a procacciarne una copia; i consoli Ottavio e Curione adunarono sopra
tal bisogna il senato, che mandò tre deputati nella Grecia, in Sicilia,
a Eritrea, a Delfo, a Cuma, per raccorre quanto fosse rimasto di quelle
vecchie predizioni. Tali frammenti formavano più di mille versi, e
furono cerniti e ordinati con uno studio, che attesta l’importanza
attribuita a siffatte profezie, e all’opinione d’un rinnovamento de’
tempi in esse annunziato, e che, secondo Plutarco, doveva essere una
palingenesi del mondo antico, il termine del periodo umanitario. Queste
forse erano soltanto idee popolari, non volute dal Governo, che tosto
rinserrò e ascose que’ frammenti, fra’ quali molti spurj si erano
insinuati, e da cui il vulgo traeva augurj ed altre superstizioni.
Augusto, fatto pontefice massimo 13 anni avanti Cristo, temendo che la
pace pubblica non venisse sommossa da cotesta aspettanza d’un nuovo
ordine di cose, comandò che in un dato giorno fossero consegnati al
pretore urbano tutti i libri o versi Sibillini che alcuno possedesse,
e più di duemila ne mandò al fuoco; fece rivedere gli autentici,
sigillare in doppia cassa dorata, e riporre sotto l’altissima base
dell’Apollo Palatino. Tiberio imperatore ne decretò poi un nuovo esame,
molti espungendone. Poco stante vi fu aggiunto un nuovo volume. Sotto
Nerone andarono in fiamme, ma ancora furono restaurati. Arsero di nuovo
al tempo di Giuliano apostata, poi sotto Onorio nel 395 dopo Cristo, e
sempre furono ripristinati. Finalmente, nel 405, Stilicone bruciò il
codice delle Sibille, nè più si cercò serbarne traccia, attesochè le
profezie erano adempite.
La raccolta dei versi Sibillini fu pubblicata da Galleo ad Amsterdam
nel 1689, con moltissimi falsi, specialmente quelli che riguardano
Cristo. Il Maj nel 1817 diè fuori altri frammenti, e Struve ne
fece la raccolta più compita, _Sibyllinorum librorum fragmenta_,
Königsberg 1818. Ma a quanto or ne possediamo manca ogni carattere di
autenticità. Pure Giuseppe Ebreo, nell’_Archeologia giudaica_, cita un
pezzo dei libri Sibillini, ove si raccontano quasi come nella Genesi
la confusione delle lingue e la torre di Babele; e il citarli mostra
fossero conosciuti al suo tempo. Poco dopo, san Giustino e Teofilo
d’Antiochia adducono versi delle Sibille a favore del cristianesimo.
Altri Padri se ne valgono nelle controversie, cioè dove poteano essere
impugnati se finti fossero o recenti. San Clemente Alessandrino mette
in bocca all’apostolo Paolo un appello ai versi della Sibilla.
Non conchiuderemo per questo che le Sibille fossero ispirate dallo
Spirito Santo e vere profetesse. Forse aveano esse raccolto con maggior
attenzione e minori mescolanze quelle verità, che al paganesimo erano
rimaste dalla rivelazione primitiva, e che insegnavansi ai mistagogi in
grande segretezza, e le aveano deposte in libri. In questi sembra si
contenessero teogonie molto più precise ed elevate che non le diffuse
nelle scuole e nei tempj; e profezie, i cui punti principali erano il
fine delle cose, _finem ævi_, e il Dio re, _Deum regem_. Fine delle
cose, per gli uomini di sangue e di gloria, non poteva essere che
il termine del sistema delle conquiste e della nimicizia universale.
Seneca stesso trae da questa aspettazione qualche tinta melanconica, e
vi si premunisce col suo stoicismo.
Il più insigne interprete degl’insegnamenti delle Sibille è Virgilio,
il quale, nel libro VI dell’_Eneide_, dalla Cumana fa esporre una
filosofia, che la più elevata non aveva mai inteso il paganesimo; quasi
già il Verbo divino si fosse accostato alla terra, tanto da balenare
a qualche intelletto privilegiato. Poi, nell’_Egloga_ IV, dipinge
con colori mitologici e pastorali un’imminente età dell’oro, una
rinnovazione del secolo, attribuendo ancora la predizione alla Sibilla
Cumana. — Vedi l’Appendice VII.
APPENDICE V.
NOMI E GENTI ROMANE
Ogni Romano libero aveva tre nomi, _prænomen, nomen, cognomen_; alcuni
v’aggiungeano l’_agnomen_. A tale attribuzione s’innesta una delle
quistioni più controverse fra gli archeologi e i giurisperiti, che
cosa s’intendesse per _gens_ e _gentilis_. Cicerone, nelle _Topica_,
VI, volendo dare un esempio della definizione, adduce questa: «Gentìli
sono coloro _che hanno lo stesso nome_; non basta: _che sono d’origine
ingenua_; non basta: _de’ cui ascendenti nessuno fu in servitù_; manca
ancora qualcosa: _che non furono diminuiti del capo_; tanto forse
basta, nè altro vedo v’abbia aggiunto Scevola pontefice». Il luogo
degli Istituti di Cajo, ove la quistione era trattata, manca: sicchè
molti sistemi si formarono sopra tal punto.
Credono alcuni che ciascuna gente si dividesse in _stirpi_, e le
varie stirpi in _famiglie_, con un nome comune per tutta la gente, un
agnome per ciascuna stirpe, un cognome per ciascuna famiglia: _agnati_
sarebbero i membri della stessa famiglia o stirpe; _gentili_ gli altri.
Secondo alcuni, gli agnati si fermerebbero al decimo grado; più in là
sarebbero gentili. Altri fermano gli agnati ai collaterali, provenienti
da avo o da padre comune, e dalla loro discendenza; e gentili chiamano
i collaterali, provenienti da bisavoli, trisavoli, o altri ascendenti
più remoti. Distinzioni arbitrarie, e tanto più il supporre che la
gente si componga di famiglie, fra cui il nome comune indica comune
origine, sebbene lontana a segno, che fra i membri non si potrebbero
provare legami civili d’agnazione.
Il Niebuhr farebbe la gente un’aggregazione politica di famiglie
patrizie, senza legami di sangue o di podestà patria, bensì consociati
sopra una divisione territoriale della città, per esempio un quartiere,
con nome e riti comuni, e partecipazione complessiva alle funzioni
politiche della città. Non sarebbe stata propria che de’ nobili: pure
il Niebuhr è costretto riconoscere che i clienti e i liberti facevano
parte della gente; e vi erano genti plebee, come la Popilia, la Elia ed
altre, fra cui non compajono cotesti legami politici.
Certo i Romani all’espressione di gente affissero l’idea d’una
derivazione comune: ma tale derivazione poteva essere o naturale
o civile. Nella convivenza civile o naturale de’ Romani voglionsi
distinguere, 1º la famiglia, a cui corrisponde l’agnazione; 2º la
gente, a cui corrisponde la gentilità; 3º la cognazione.
La famiglia ha luogo per tutti i cittadini, patrizj siano o plebei, di
razza ingenua o liberti: fondasi sopra una base affatto civile, qual
è la podestà paterna o maritale, che tutti congiunge sotto un capo
comune, qual è il capostipite se fosse ancora vivo.
La gente non abbraccia tutti, ma quei soli che stettero sempre liberi,
e i cui ascendenti non furono mai in servitù nè in clientela, e
perciò tessono la propria genealogia di generazione in generazione;
mentre quelli, un cui ascendente fu cliente o schiavo, devono la loro
generazione civile alla stirpe di cui assunsero il nome e i riti.
Adunque i membri delle famiglie sempre ingenue sono fra loro agnati
e gentili: inoltre sono gentili de’ membri di tutte le famiglie di
clienti annesse alla loro gente, o di quelle prodotte dalla famiglia
loro mediante l’emancipazione. Questi ultimi hanno dei gentili, ma
essi non sono gentili di nessuno: portano il nome e partecipano ai riti
della gente cui si attaccano o da cui emanano; possono essere deposti
nel sepolcro di quella gente; ma non hanno la qualità di gentili, nè
i diritti di eredità e di tutela annessi a tale qualità. In siffatta
ipotesi regge la definizione di Cicerone, mentre cade in quella del
Niebuhr.
La cognazione, al pari che la famiglia, ha luogo indistintamente per
tutti i cittadini, esprimendo il legame fra persone unite per sangue
naturalmente, o che la legge reputa tali. Perciò ogni membro della
famiglia è pur membro della cognazione; membro anche della gentilità,
se trattasi di famiglia perpetuamente ingenua. Laonde tutti gli agnati
sono anche cognati fra loro; e nel caso di famiglie sempre ingenue,
tutti gli agnati sono anche gentili e cognati fra loro; oltre che son
gentili di tutti i membri delle famiglie derivate dalla loro gente.
Ciò condusse alcuni nella falsa credenza che la famiglia e la
gente fossero una cosa sola; siccome fece il Vico, al quale rimase
sconosciuto il carattere speciale e civile di tale istituzione (_De
constantia philologiæ,_ tom. III. p. 198, 279: _De uno universi juris
principio et fine_, tom. III. p. 58-107, ediz. dei classici). Erra egli
egualmente nel supporre che la gentilità non si perde da chi esce dalla
famiglia per adozione: il che ripugna e col senso del diritto civile
romano, e colla definizione suddetta di Cicerone. Perocchè ogni membro
escluso dalla famiglia cessa d’essere agnato; cessa pure d’essere
gentile se trattasi di famiglia gentilizia; ma non cessa di essere
cognato di quelli cui è legato per sangue, atteso che l’agnazione e la
gentilità sono legami civili, mentre la cognazione è legame naturale.
Adunque la gente, nelle varie agnazioni ond’è composta o che
ne dipendono, comprende: 1º la famiglia o agnazione, d’origine
perfettamente ingenua; 2º in posizione subordinata, le famiglie
o agnazioni plebee dei clienti, le quali fra loro nella famiglia
rispettiva sono agnati e cognati, ma tutti hanno per gentili i
membri della gente superiore di cui portano il nome; 3º al di sotto
ancora le famiglie o agnazioni ingenue adesso, ma che provengono da
un’emancipazione operata dalla gente. Se di molta oscurità è involto il
legame della clientela, non è meraviglia, giacchè su questo privilegio
patrizio pochi documenti rimangono, e cessò presto, mentre durarono
sempre la schiavitù e l’emancipazione.
Come dunque l’agnazione è fondata sopra un legame comune di podestà
patria o maritale, così la gentilità fondasi sopra un legame di
patronato, comunque antico; e l’una e l’altra portano comunanza di
nome e di riti, mentre la cognazione si deduce soltanto dai vincoli del
sangue; quelle sono legame civile e religioso, questa è di mero diritto
naturale.
La gentilità in conseguenza rimane ristretta a quelle poche famiglie
che in nessun tempo trovaronsi sotto patronato nè in servitù. In
origine non furono tali che i patrizj; ma poi s’introdussero nella
città stirpi plebee, le quali non erano state sottomesse alla
clientela dei patrizj, come soleano i primitivi plebei; poi, come
dicemmo, la clientela andò in dileguo, mentre rimasero la schiavitù e
l’emancipazione. Le famiglie plebee poterono dunque costituire genti,
col diritto di gentilità, non relativo a clienti che mai non ebbero,
ma ai membri delle famiglie derivate da loro per l’affrancazione. E di
fatto Cicerone, nella definizione a cui ci appoggiamo, non mette per
condizione della gentilità il patriziato.
Da tutto ciò s’inferisce che il titolo e i diritti di gentile
spettavano soltanto ai membri della famiglia patrizia del patrono, o
della famiglia che essa affrancava, riguardo a quelli della famiglia
de’ clienti o de’ liberti. Gentile indicava chi apparteneva ad una
stirpe primitiva, con genealogia, propria e sempre ingenua. Il diritto
di gentilità sparve di buon’ora: Cicerone già lo diceva raro; Gajo lo
dà come disusato (III. 17). E la ragione è chiara, poichè la clientela
rimase tolta dall’uguagliamento de’ plebei co’ patrizj: quanto alle
emancipazioni, moltiplicandosi all’infinito la successione delle razze,
le affrancate ne affrancavano altre; che generavano altre famiglie,
considerantisi di maggiore ingenuità quant’era più lontano il tempo del
loro affrancamento; per modo che dovettero smarrirsi le traccie della
gentilità; si moltiplicavano ed appuravano le famiglie secondarie,
mentre nelle successive perdeansi le famiglie primitive. Il diritto di
gentilità sopravvisse solo in alcune famiglie poderose, che mettevano
onore e interesse nella loro genealogia. Ma mentre i giureconsulti e
gli eruditi discordavano intorno a siffatta istituzione, il popolo ne
conservò il vero senso nelle voci di _gentile, gentilizio, gentiluomo_,
e ne’ corrispondenti che negl’idiomi diversi esprimono una persona di
buona estrazione, di puro sangue.
Tornando alle particolarità dei nomi, il _prenome_ indicava
l’individuo, come i nostri di battesimo; e davasi al bambino nove
giorni dopo la nascita. I prenomi arrivavano appena alla trentina;
alcuni erano prediletti in certe famiglie, e aveano da principio
qualche significato. Noi gli esibiamo colle etimologie, comecchè spesso
forzate, de’ grammatici:
_Agrippa_ da _ægre partus_, nato con difficoltà.
_Appius_, variazione di _actius_, indicava qualche azione particolare:
era proprio d’un ramo di casa Claudia, che si estinse colla repubblica:
dappoi diventò nome di famiglia.
_Aulus_ da _alere_, consacrato agli Dei alimentatori.
_Cœso_ da _cœdere_, tratto dal seno materno con un taglio.
_Cajus_ o _Gajus_ da _gaudium_, gioja de’ genitori.
_Cnæus_ da _nævus_, neo, macchia sulla pelle.
_Decimus, Sextus, Quintus_ ecc.; numero progressivo de’ figliuoli del
padre stesso.
_Faustus_, felice, caro agli Dei.
_Hostus_ da _hostis_, nato in terra straniera; _quod esset in hostico
procreatus_, dice Macrobio.
_Lucius_ da _lux_, nato all’aprirsi del giorno.
_Mamercus_, nome osco del dio Marte: era usitato in casa Emilia.
_Manius_ da _mane_ mattina, o da _manus_, che anticamente significava
buono.
_Marcus_, nato in marzo.
_Numerius_. Uccisi tutti i Fabj a Crèmera, ne sopravanzò un solo, che
sposò la figlia d’un cittadino di Benevento detto Numerio Otacilio,
il quale volle che il primogenito si chiamasse Numerio; donde questo
prenome venne in quella famiglia.
_Opiter, ob patrem_, nato dopo la morte del padre, ma vivo l’avo che
gliene fa le veci.
_Posthumus_, nato dopo sepolto il padre.
_Proculus_, nato nell’assenza del genitore, o nella vecchiaja; _quasi
procul progressa ætate_.