nuove_ e nelle opere latine investigò nella romana la storia ideale
dell’umanità, interpretò que’ racconti come simboli, e mostrando che
l’umanità si costruisce da se stessa, ne seguitò i passi e i faticosi
acquisti. Gli uomini che s’incontrano nella storia infinitamente
superiori all’umanità, non sono, al dire di lui, che una creazione di
essa umanità, la quale accumulò sopra un solo la lenta opera dei secoli
e le imprese dei molti che essi riassumevano. Romolo, Numa, Servio,
le XII Tavole sono meri enti di fantasia, idoli storici, epiloghi d’un
ciclo poetico: Romolo e i padri d’illustri parentele (gentes) fondarono
la città sopra la religione degli auspizj, e sopra l’asilo aperto ai
vinti e ai deboli che alla loro tutela rifuggivano: di qui vennero,
come in tutte le città eroiche, due Comuni; patrizj che comandano,
plebei che obbediscono.
I patrizj avevano impero familiare e impero civile o pubblico: il primo
estendeasi sopra i figliuoli e le famiglie, donde i nomi di _patritii,
patria, res patrum_; e sopra i possedimenti, che godevano immuni da
tributo. Tutti insieme tenevano l’impero pubblico, governando i comuni
interessi nelle adunanze che erano i _comizj curiati_, dove interveniva
il popolo de’ Quiriti (detti così da quir asta), cioè i soli nobili; ed
il _senato_, composto dei capi delle parentele e presieduti da un re.
Essi patrizj, come facevano i nostri baroni del medioevo, abitavano
su alture fortificate: la plebe tenevasi al basso (onde _humili loco
natus_), per nulla partecipando alla cittadinanza, vivendo col lavorare
a giornate le terre de’ nobili, cui era obbligata servire in guerra
senza soldo, e rendere tutte le derrate, se non volesse essere chiusa
nelle carceri private di essi. Leggi scritte non v’erano, ma il popolo,
cioè i nobili _raccolti_, provvedevano _secondo i casi_ alla pubblica
sicurezza: quindi i nomi _lex_ ed _exempla_.
Tale fu il governo sotto i re, i quali non sono altrimenti ad intendere
per effettive persone, ma per caratteri eroici e poetici, sui quali
s’accumularono diversissimi casi e ordinamenti; attribuendo, per
esempio, a Romolo tutte le leggi intorno agli istituti civili, a Numa
quelle concernenti le cose sacre, a Tullo le militari, a Tarquinio le
divise della maestà, a Servio le costituzioni sul censo e quelle che
avviarono la libertà popolare.
Regnante il qual Servio, erasi operato un insigne mutamento. I plebei,
oppressi sempre peggio dai nobili, sentirono quanta abbiano forza il
numero e la concordia, pretesero una legge agraria, e ottennero il
dominio _bonitario_, o vogliam dire il naturale possesso dei campi
pubblici, che conservarono a maniera di feudi rustici, pagando un annuo
censo ai nobili, presso cui rimaneva il dominio _quiritario_, cioè
patronale, ed obbligandosi ad assisterli nel ricuperarne il possesso
qualora lo perdessero (_juris auctores fieri_).
Dovunque le cose trovansi a simile condizione, il re si mostra tutore
dei diritti popolari incontro ai nobili; e tale uffizio sostennero
Servio e Tarquinio Superbo: del che forse scontenti, i nobili
cacciarono quest’ultimo, operando quella rivoluzione che a torto viene
considerata come popolare e liberale. Allora i nobili tornarono ad
insolentire, ritoglievano i campi, aggravavano il censo alla plebe, che
avea già cominciato a tenere i comizj delle sue tribù. Per ovviare la
tempesta, il senato comandò che il censo dei campi non si pagasse più
al privato dominatore o feudatario, ma al tesoro pubblico, il quale si
assumeva le spese per la guerra.
La plebe però non avendo azione civile, mancava di mezzi onde
garantirsi dalle usurpazioni de’ magnati; e per questo si ritirò
sul monte Sacro, finchè ottenne prima i tribuni per difendere la
sua libertà naturale e il dominio bonitario de’ campi, poi una legge
scritta e patente, obbligatoria ai patrizj non meno che ai plebei. Fu
quella delle XII Tavole, per cui la cognizione delle leggi, uscendo
di mano de’ nobili e sacerdoti, cessò d’essere un arcano. Fu essa
ordinata, non secondo le greche ma secondo le consuetudini latine e
romane, siccome appare evidente se si spogli dalle aggiunte fattevi
come a _carattere poetico_.
Questa legge garantiva a’ plebei il dominio quiritario, ma interdiceva
loro le nozze legittime, il _connubio_, vero fonte della cittadinanza e
del diritto privato: laonde ridotti a maritaggi naturali, non potevano
trasmettere l’eredità dei loro campi, che perciò tornavano ai nobili
ogniqualvolta i vassalli morissero. Chiesero dunque fosse comunicato
il connubio, e l’ottennero per la legge Canuleja, con cui entrarono a
parte della cittadinanza romana.
Allora aspirarono anche al dominio pubblico, a partecipare alle
magistrature da cui rimanevano esclusi come gente priva della
religione degli auspizj, ed a formare le leggi. Ne’ comizj tributi,
che potremmo assomigliare ai convocati comunali, la plebe statuiva
intorno ai proprj occorrenti, e due volte ottenne che la sua volontà
(_plebiscita_) venisse rispettata dai nobili: nel 305 di Roma, quando
si ritirò sull’Aventino, e per la legge Orazia ottenne che nessun
magistrato potesse crearsi senza suo consenso; e nel 367, quando si
negava di comunicarle il consolato. Dappoi pretese che anche le sue
leggi diventassero obbligatorie per tutti, talchè venivano ad esistere
contemporaneamente due podestà legislatrici. Fu dunque eletto dittatore
Filone Publilio, il quale ordinò che i plebisciti fossero obbligatorj
per tutti i Quiriti; il senato, per la cui autorità soltanto le
deliberazioni popolari acquistavano vigore, non facesse più che
promuovere e consigliare ciò che farebbe il popolo radunato ne’ comizj;
e alla plebe venisse comunicato eziandio l’uffizio di censore.
Si trovarono dunque pareggiati i plebei co’ nobili: ma a questi
rimaneva la facoltà d’imprigionare i plebei debitori, finchè l’abuso
fattone provocò la legge Petilia del 419, che tolse il carcere privato
ai feudatarj. Al senato pertanto non rimaneva più che l’eminente
dominio dei fondi della repubblica, cui mantenne talvolta anche
coll’armi, come nella sedizione dei Gracchi. Però il senato non
componevasi più di soli patrizj; e Fabio Massimo dittatore avea tolta
di mezzo la distinzione fra nobiltà e plebe, ordinando il popolo in tre
classi, di senatori, cavalieri e plebei, a misura non dell’origine ma
delle ricchezze. Con ciò rimaneva dischiusa alla plebe la strada per
tutti gli ordini civili; e il popolo, distinto in quelle tre classi,
conveniva ai nuovi comizj _centuriati_ ove si formavano le leggi
consolari, mentre le tribunizie si ordinavano ne’ comizj _tributi_, e
nei _curiati_ le leggi sacre e le arrogazioni. Il corso naturale delle
nazioni recò poi questa città, prima aristocratica, indi popolare, a
cadere sotto la podestà d’un solo.
Sin qui quel profeta della storia congetturale: e sebbene fuori
d’Italia non uscisse grido della sua sapienza, e in Italia ne lasciasse
dimenticare i libri la neghittosa prontezza degl’ingegni, ingordi solo
di facili letture; e sebbene le posteriori scoperte in fatto di storia
e di filologia abbiano sminuito il merito di lui, gli rimarrà sempre
la gloria di chi viene primo in una scoperta; e se altri gli porranno
avanti il passo, non ne cancelleranno però le orme.
Nè in Italia era rimasto infruttuoso il seme gettato dal Vico. Emanuele
Duni, quantunque nomini appena questo forte pensatore, pubblicò in
Roma nel 1763 _Origine e progressi del cittadino e del governo civile
di Roma_, ove sotto alle tradizioni indaga i fatti veri e la storia
del diritto. Fonte d’ogni privata e pubblica ragione è in lui, come
nel Vico, la religione degli auspizj; in virtù della quale, cittadini
non erano che i patrizj, signori della legge, ad esclusione del vulgo
innominato, che non aveva nè padri certi nè auspizj. Come questo
arrivasse alla questura, al consolato, al pontificato, acquistasse il
diritto di suffragio ne’ comizj centuriati (istituiti, dic’egli, da
Tullo, per comodo della milizia, per lo spartimento del censo, e per
bandirvi i decreti del re e del senato, le nuove leggi, i magistrati
eletti) viene discusso nel primo libro del Duni, il quale nei nomi di
classi e centurie non vede che istituzioni militari.
Svolge dappoi il procedimento del governo civile sotto i re. Due soli
ordini sussistevano allora; il popolo, cioè i patrizj, e la plebe:
celeri, flessumeni, trossuli, cavalieri non erano che gradi della
milizia, occupati dalla gioventù patrizia. Questa forma perseverò sin
quando le tribù plebee si ritirarono sul monte Sacro, donde non scesero
che ottenuta la tutela de’ tribuni. Allora anche i plebei s’adunarono
ne’ comizj tributi, ove condannarono talvolta anche i patrizj, come
nel caso di Coriolano. Per la forza espansiva dei diritti, ottennero
di convocare i comizj indipendentemente dal senato, poi una legge
agraria, poi la limitazione della podestà consolare colla pubblicazione
della legge decemvirale. Gli abusi dei Decemviri fruttarono che nessun
magistrato potesse crearsi senza consenso della plebe, ed i patrizj
dovessero osservare i plebisciti.
La plebe, che fin allora non avea fatto che garantirsi
dall’oppressione, da quel punto comincia a cercare diritti. Il Governo
mantenevasi sempre aristocratico puro, mancando alla plebe la ragione
privata e pubblica e il gius dei suffragi: onde, vedendo come senza
di ciò non potesse conseguire alcuno de’ vantaggi sperati, pretese
e ottenne il connubio, e così i plebei furono cittadini di ragione
privata; poi parteciparono alle magistrature, e in conseguenza
acquistarono i diritti di ragion pubblica, e l’aristocrazia mutossi
in democrazia. Acciocchè le due podestà non cozzassero, il dittatore
ordinò che i plebisciti obbligassero del pari tutti i cittadini, e che
la censura fosse comunicata anche alla plebe. Sono dunque pareggiati
plebei e patrizj; questi pérdono il diritto del carcere privato,
quelli conoscono l’ordine de’ giudizj. Se non che i patrizj ricchi non
vogliono accomunarsi coi meno facoltosi, e ne sorgono tre ordini, di
patrizj, cavalieri, plebe. Coi Gracchi poi la plebe comincia a voler
soperchiare la nobiltà.
La parte più prestante del lavoro del Duni è quella ove tratta
dello stato delle famiglie; e fu fatto conoscere in Germania da
Eisendecher, _Ueber die Entstehung, Entwickelung und Ausbildung des
Bürgerrechts in altem Rom,_ 1829. Il Duni anticipa forse il fatto
della democrazia, giacchè la città ben più tardi stava spartita in
plebe e in nobili; mal confonde il senato colle curie: pure dimostra
come si sapesse fra noi tener fisso gli occhi nello splendore romano
senza rimanerne abbagliati. E ve li tennero Mario Pagano ne’ _Saggi_,
e Melchiorre Delfico nei _Pensieri sull’incertezza e inutilità della
storia_, e nelle _Antichità di Adria Picena_, senza però dipartirsi
dalle orme del Vico, se non in quanto v’innestavano alcuni concetti
degli Enciclopedisti; e colle idee di quello interrogò la civiltà
antichissima degl’Italiani Vincenzo Coco nel _Platone in Italia_.
Qualch’altro potremmo menzionare fra i nostri. L’Algarotti, nel
_Saggio sopra la durata de’ regni dei re di Roma_, avvertì come fosse
incredibile che sette re elettivi, i quali tutti, eccetto Romolo,
vennero al trono in età già piena, e quattro morirono violentemente,
durassero ducenquarantaquattro anni, cioè trentacinque anni di regno
medio. In Venezia, quando ancora non si eleggevano soli vecchi, e
il doge era vero capo dell’esercito e dello Stato, dall’894 al 1311
sedettero quaranta dogi, cioè dodici anni e mezzo caduno. Dal 1587
al 1764 in Polonia furono sette re elettivi; durata lunghissima,
eppure molto minore di quella dei romani. I sette precedenti erano
regnati cenquarantun anno, dal 1445 al 1587. I regni ereditarj
danno per lunghezza media venti o ventidue anni. — Federico Cavriani
ripudia anch’esso l’esistenza di Romolo, e crede che i Sabini abbiano
soggiogato la banda di fuorusciti assisa sul Palatino, imponendole e re
e dio e nome.
Ma anche l’uffizio di distruggere è inconcludente qualora non facciasi
con ordine e per sistema.
Nella generazione precedente alla nostra, la Germania si afforzava di
studj robusti, e colla filologia accoppiando la critica indipendente
e profonda, sentivasi chiamata mediatrice fra le età più lontane e
le nostre. Dopo Lessing e Voss più non si vollero tollerare quelle
parole indefinite, quelle idee vaghe, comprese soltanto per metà;
le osservazioni superficiali cedettero alle positive; si volle ne’
classici interpretare quel che essi accennavano appena supponendolo
conosciuto, e penetrare nella vita intima, nelle idee religiose,
nelle forme più minute del governo, come si farebbe con gente divisa
soltanto per ispazio non per tempo: le grandi esperienze dei moderni
soccorrevano a rialzare il velo che copriva l’enigma antico.
Più ardita mano portò nei santuarj della romana Vesta il danese Giacomo
Niebuhr. Studiosissimo dell’antichità, adoprato in impieghi dalla
Prussia, ch’ebbe sempre l’arte di non mostrarsi gelosa de’ gagliardi
pensatori, arrestò l’attenzione sopra la storia romana; e sceveratosi
affatto dalle opere moderne per aspirare pieno l’alito degli antichi,
indipendente nelle opinioni, indefesso nelle indagini, immaginoso nelle
ristaurazioni, rifabbricò l’antica città con tentamento sempre ardito,
se non sempre fortunato. Pubblicava egli la prima parte della sua
Römische Geschichte nel 1812; e dopo che la guerra delle nazioni cessò
di tenere occupata la sua penna e il suo tempo nell’incitare l’amor
dell’indipendenza, venne spedito in Italia perchè trattasse colla santa
Sede, o forse per allontanarlo da un paese, a’ cui principi cominciava
a fare ombra quell’ardore patriotico, di cui tanto aveano prima fatto
profitto. Qui ricevette l’ispirazione che nessun libro può dare, quella
dei luoghi, ed ebbe la fortuna di scoprire nell’archivio capitolare
di Verona, o, dirò meglio, pubblicare gli _Istituti_ di Gajo, al tempo
stesso che uscivano in luce Lido _De magistratibus reipublicæ romanæ_,
i libri della _Repubblica_ di Cicerone, i frammenti di Frontone. Nuova
messe si offriva dunque alle sue indagini; ed egli rifuse il proprio
lavoro, portandolo da due a tre volumi (Roma 1824), cambiando anzi
affatto il modo di vedere intorno ai prischi abitanti della città
eterna. In una terza edizione poi lo riformò di nuovo in molte parti,
e principalmente quanto all’origine dei Luceri, che più non tenne come
Etruschi.
Certamente allorchè egli rintegra a suo senno una iscrizione, di cui
non rimasero che pochi frammenti, e vuole indurne un fatto nuovo;
quando trova che Cicerone o Livio errarono nel capire la costituzione
del loro proprio paese, e suggerisce il come dovevano intenderla;
quando vi pianta le asserzioni più nuove colla formola _tutti sanno_,
o _nessuno ignora_; quando v’incontrate in modi sul fare di questi:
_Erodoto in un momento di cattiva ispirazione giudica che...; — Questo
avrebbe dovuto dire la tradizione: — Gajo fallò nello scrivere a tal
modo, e doveva scrivere al tal altro; — Son io che fo fare a Camillo
questa preghiera nel tempio; ma è certo che ciò è secondo lo spirito
della tradizione; — Nessuno storico parla di siffatto assegnamento,
ma era indispensabile_...; voi domandate a voi stessi se forse non
sia meglio che un paradosso da sofista questo spingere le avventate
ipotesi, e con frammenti sconnessi distruggere ciò che altri ha posto
in sodo. Quando poi abbracciate il complesso, non sapete indurvi
a credere ad una costituzione, non solo contraddittoria all’indole
dell’antichità, ma, per confessione dell’autore, contraria ad ogni
analogia nella storia.
Pure la sconfinata sua erudizione, la felicità con cui ripristina od
emenda passi di cento autori, la franchezza onde passeggia sul suo
campo, e raffronta le antiche colle istituzioni moderne più minute e
complicate, la convinzione infine che egli reca nelle sue ricerche,
sin talora a pregarvi di credergli sebbene nol provi, soltanto perchè
egli n’è intimamente persuaso, v’inducono a rispettarlo anche là dove
da lui dissentite, anche là dove vi pare si contraddica, anche là dove
(ciò che troppo spesso gli avviene) s’avvolge in un linguaggio oscuro e
sibillino. Egli scriveva a Lerminier: — Quel che m’importa soprattutto
di vedere riconosciuto, si è che la mia cura è di comunicare ai lettori
la persuasione di cui sono penetrato io stesso. Il libro dee da se
medesimo convincere chi se ne occupa di buona fede. Non v’ha parola
che non sia posta colla possibile esattezza onde esprimere una maniera
di vedere o una convinzione mia. Sarebbe il sommo dell’ingiustizia
l’attribuirmi la smania de’ paradossi».
Singolarmente meritano riguardo le sue riflessioni sull’Italia
primitiva, sulle famiglie patrizie e le curie, sul Comune e le tribù
plebee, sulle centurie e la costituzione di Servio Tullio, e sui nexi.
Suppone che le favole de’ primi tempi nascessero dalle _nenie_ onde
si celebravano i morti, e dai canti che dicemmo usarsi nei banchetti;
talchè le prime avventure di Roma sarebbero o canti isolati o epopee.
La storia di Romolo costituisce da sè un poema; brevi canzoni separate
si riferiscono a Numa; un altro poema comprende Tullo Ostilio, gli
Orazj, la ruina d’Alba; la storia d’Anco Marzio non dà sentore di
poesia, ma con Tarquinio Prisco comincia un altro poema, che finisce
alla battaglia affatto omerica del lago Regillo, poema più grandioso di
quanto Roma abbia mai più immaginato, e che non è ristretto all’omerica
unità, ma piuttosto corrisponde alla varietà dei Niebelunghi, cioè
del gran poema della primitiva Germania, scoperto anch’esso a’ nostri
giorni.
Conobbe egli il Vico? Egli concorda con questo nel considerare
poetica la natura della storia romana, paragonarla alle più antiche, e
rischiararla con le moderne. Entrambi videro la città fin dall’origine
ripartita in due classi, patroni e clienti; ma in questi il Vico
scorge subito l’origine della plebe romana, mentre il Niebuhr non la
fa nascere se non quando Anco aggrega i vinti alla polizia di Roma. In
Servio notano entrambi un progresso de’ plebei verso l’equità civile:
ma il Vico trova concesso loro soltanto il diritto naturale o il
bonitario possesso dei campi, pagando un annuo censo, e obbligandosi a
servire nell’esercito; mentre il Niebuhr, oltre la conferma del dominio
quiritario, fa concesso a loro il suffragio ne’ pubblici affari,
quindi un censo pubblico, e soldo dato ai guerrieri. Il Vico poi mette
principalissimo fondamento del suo sistema storico la religione degli
auspizj, mentre il Niebuhr non ne tocca tampoco; e questa è forse la
ragione che più vaglia per quelli che asseriscono non avere il Danese
conosciuto il nostro pensatore, del quale mai non fa cenno.
Guglielmo Schlegel, negli _Jahrbücher von Heidelberg_, 1816, Nº 53,
entrò quasi a piè pari nell’opinione del Niebuhr, sebbene in alcune
particolarità lo confuti, e massime neghi che i poemi cantati ai
conviti potessero essere epici, supponendoli soltanto canzoni brevi
e sconnesse, quali convenivano ai Latini, diseredati del genio epico
della Grecia. Staccossi invece affatto dal Niebuhr Nicolò Wachsmuth
nella _Aeltere Geschichte des römischen Staats_, pure combattendo Tito
Livio e le scolastiche opinioni.
Carlo Peter continuò la storia del Niebuhr dal punto ove questo l’avea
lasciata in tronco. Fiedler sostiene che molti documenti scamparono
dall’incendio gallico; ed anche altre città ne conservarono, quantunque
i più antichi storici non se ne valessero. Più ameno il francese
Michelet, nella _Histoire romaine_ profittò di tutti i precedenti,
come il mostrano le copiose note di cui la arricchì; mentre nel testo
espone i risultamenti della critica, volendo fare _una storia, non
una dissertazione_. Seguace, non ligio del Niebuhr sul principio,
ha sopra questo (oltre il metodo e l’esposizione) l’avvantaggio di
considerare intera la vita di quel popolo, non le origini soltanto.
Distingue egli nella civiltà romana tre età: l’italiana fino a Catone;
la greca, cominciata cogli Scipioni, e che produce il secolo d’Augusto
in letteratura, e di Marco Aurelio in filosofia; l’orientale, che vince
i vincitori dell’Oriente. Quanto alla storia politica, nella prima
epoca la città si forma col pareggiamento e la mistione dei due popoli,
patrizio e plebeo, fino al 350; nella seconda si forma l’impero colla
conquista e l’ammissione degli stranieri; poi dopo la guerra Sociale,
la città è aperta a tutti i popoli.
Fu pubblicato a Londra _An inquiry into the credibility of the early
roman history_, 1855, vol. II, di GIORGIO LEWIS CONWALL cancelliere
dello Scacchiere della regina d’Inghilterra, ove si sostiene che
quasi nulla sappiamo delle cose romane prima dell’invasione di Pirro.
Invece GERLACH e BACHOFEN (_die Geschichte der Römer_, Basilea 1851)
sostengono la verità de’ primi fatti romani.
Vedasi pure H. TAINE, _Essai sur Tite Live_; saggio premiato
dall’Accademia Francese nel 1856.
Stimiamo opportuno soggiungere una lista di autori che giova consultare.
CLUVERIUS, _Italia antiqua_. Miniera di tutti quelli che
parlarono delle origini italiche, e che agevolmente poterono
darsi aria di eruditi mercè le copiosissime sue citazioni.
GRÆVIUS e SALLENGRE, _Thesaurus antiquitatum romanarum._
CONRADINI, _De priscis antiqui Latii populis._
VULPI, _Latium vetus_.
LACHMANN, _Commentatio de fontibus Titi Livii in prima
Historiarum decade._
HEEREN, _De fontibus et auctoritate Vitarum Plutarchi_.
KRAUSE, _Vitæ et fragmenta veterum historicorum romanorum_.
PETERSEN, _De originibus historiæ romanæ._
HAECKERMANN, _Vindiciæ antiquitatum romanarum._
SPANGENBERG, _De veteris Latii religione domestica._
DAUNOU, _Cours d’études historiques_.
HOOKE, _Discours et réflexions critiques sur l’histoire et le
gouvernement de l’ancienne Rome._
LEVESQUE, _Doutes, conjectures et discussions sur différents
points de l’histoire romaine_.
— _Histoire critique de la république romaine._ Severo esame della
millantata gloria latina, ma arbitrario e inferiore a’ suoi
predecessori.
NITSCH, _Beschreibung des häuslichen, wissenschaftlichen,
gottesdienstlichen, politischen, und kriegerischen Zustandes
der Römer, nach den verschiedenen Zeitaltern der Nation_.
FERGUSSON, _The history of the progress and termination of the
roman republic._
ADAM, _Roman antiquities._
RUPERTI, _Handbuch der römischen Alterthümer._
Per la descrizione dei luoghi e la rappresentazione:
NARDINI, _Roma vetus._
PIRANESI, _Antichità di Roma._
ROSSINI, _I sette colli di Roma antica e moderna._
VENUTI, _Descrizione topografica delle antichità di Roma_, edita
da Ennio Quirino Visconti, i lavori del quale sono una miniera
d’altre notizie.
VALLADIER, _Raccolta delle più insigni fabbriche di Roma antica e
sue adjacenze_, con illustrazioni di F. A. Visconti.
DESGODETS, _Les édifices antiques de Rome_, con buoni disegni.
PLATNER, BUNSEN, GERARD e altri Tedeschi, _Beschreibung der Stadt
Rom._
Vi è premesso un catalogo di tutte le descrizioni di Roma, cominciando
dal _Curiosum urbis Romæ_. La parte topografica fu confutata da G. W.
BECKER nel _Manuale delle antichità romane_, Lipsia 1843. Vedansi pure
PIALE, _Dissertazioni accademiche_ XXIV, sopra la topografia di Roma,
1832-34, e RIVA, _Dell’antico sito di Roma_; PIETRO ROSA, _Topografia
della città e campagna di Roma_, 1857, nella proporzione di 1 a
200,000.