Parliamo di Giambattista Vico napoletano, il quale nelle due _Scienze

nuove_ e nelle opere latine investigò nella romana la storia ideale

dell’umanità, interpretò que’ racconti come simboli, e mostrando che

l’umanità si costruisce da se stessa, ne seguitò i passi e i faticosi

acquisti. Gli uomini che s’incontrano nella storia infinitamente

superiori all’umanità, non sono, al dire di lui, che una creazione di

essa umanità, la quale accumulò sopra un solo la lenta opera dei secoli

e le imprese dei molti che essi riassumevano. Romolo, Numa, Servio,

le XII Tavole sono meri enti di fantasia, idoli storici, epiloghi d’un

ciclo poetico: Romolo e i padri d’illustri parentele (gentes) fondarono

la città sopra la religione degli auspizj, e sopra l’asilo aperto ai

vinti e ai deboli che alla loro tutela rifuggivano: di qui vennero,

come in tutte le città eroiche, due Comuni; patrizj che comandano,

plebei che obbediscono.

I patrizj avevano impero familiare e impero civile o pubblico: il primo

estendeasi sopra i figliuoli e le famiglie, donde i nomi di _patritii,

patria, res patrum_; e sopra i possedimenti, che godevano immuni da

tributo. Tutti insieme tenevano l’impero pubblico, governando i comuni

interessi nelle adunanze che erano i _comizj curiati_, dove interveniva

il popolo de’ Quiriti (detti così da quir asta), cioè i soli nobili; ed

il _senato_, composto dei capi delle parentele e presieduti da un re.

Essi patrizj, come facevano i nostri baroni del medioevo, abitavano

su alture fortificate: la plebe tenevasi al basso (onde _humili loco

natus_), per nulla partecipando alla cittadinanza, vivendo col lavorare

a giornate le terre de’ nobili, cui era obbligata servire in guerra

senza soldo, e rendere tutte le derrate, se non volesse essere chiusa

nelle carceri private di essi. Leggi scritte non v’erano, ma il popolo,

cioè i nobili _raccolti_, provvedevano _secondo i casi_ alla pubblica

sicurezza: quindi i nomi _lex_ ed _exempla_.

Tale fu il governo sotto i re, i quali non sono altrimenti ad intendere

per effettive persone, ma per caratteri eroici e poetici, sui quali

s’accumularono diversissimi casi e ordinamenti; attribuendo, per

esempio, a Romolo tutte le leggi intorno agli istituti civili, a Numa

quelle concernenti le cose sacre, a Tullo le militari, a Tarquinio le

divise della maestà, a Servio le costituzioni sul censo e quelle che

avviarono la libertà popolare.

Regnante il qual Servio, erasi operato un insigne mutamento. I plebei,

oppressi sempre peggio dai nobili, sentirono quanta abbiano forza il

numero e la concordia, pretesero una legge agraria, e ottennero il

dominio _bonitario_, o vogliam dire il naturale possesso dei campi

pubblici, che conservarono a maniera di feudi rustici, pagando un annuo

censo ai nobili, presso cui rimaneva il dominio _quiritario_, cioè

patronale, ed obbligandosi ad assisterli nel ricuperarne il possesso

qualora lo perdessero (_juris auctores fieri_).

Dovunque le cose trovansi a simile condizione, il re si mostra tutore

dei diritti popolari incontro ai nobili; e tale uffizio sostennero

Servio e Tarquinio Superbo: del che forse scontenti, i nobili

cacciarono quest’ultimo, operando quella rivoluzione che a torto viene

considerata come popolare e liberale. Allora i nobili tornarono ad

insolentire, ritoglievano i campi, aggravavano il censo alla plebe, che

avea già cominciato a tenere i comizj delle sue tribù. Per ovviare la

tempesta, il senato comandò che il censo dei campi non si pagasse più

al privato dominatore o feudatario, ma al tesoro pubblico, il quale si

assumeva le spese per la guerra.

La plebe però non avendo azione civile, mancava di mezzi onde

garantirsi dalle usurpazioni de’ magnati; e per questo si ritirò

sul monte Sacro, finchè ottenne prima i tribuni per difendere la

sua libertà naturale e il dominio bonitario de’ campi, poi una legge

scritta e patente, obbligatoria ai patrizj non meno che ai plebei. Fu

quella delle XII Tavole, per cui la cognizione delle leggi, uscendo

di mano de’ nobili e sacerdoti, cessò d’essere un arcano. Fu essa

ordinata, non secondo le greche ma secondo le consuetudini latine e

romane, siccome appare evidente se si spogli dalle aggiunte fattevi

come a _carattere poetico_.

Questa legge garantiva a’ plebei il dominio quiritario, ma interdiceva

loro le nozze legittime, il _connubio_, vero fonte della cittadinanza e

del diritto privato: laonde ridotti a maritaggi naturali, non potevano

trasmettere l’eredità dei loro campi, che perciò tornavano ai nobili

ogniqualvolta i vassalli morissero. Chiesero dunque fosse comunicato

il connubio, e l’ottennero per la legge Canuleja, con cui entrarono a

parte della cittadinanza romana.

Allora aspirarono anche al dominio pubblico, a partecipare alle

magistrature da cui rimanevano esclusi come gente priva della

religione degli auspizj, ed a formare le leggi. Ne’ comizj tributi,

che potremmo assomigliare ai convocati comunali, la plebe statuiva

intorno ai proprj occorrenti, e due volte ottenne che la sua volontà

(_plebiscita_) venisse rispettata dai nobili: nel 305 di Roma, quando

si ritirò sull’Aventino, e per la legge Orazia ottenne che nessun

magistrato potesse crearsi senza suo consenso; e nel 367, quando si

negava di comunicarle il consolato. Dappoi pretese che anche le sue

leggi diventassero obbligatorie per tutti, talchè venivano ad esistere

contemporaneamente due podestà legislatrici. Fu dunque eletto dittatore

Filone Publilio, il quale ordinò che i plebisciti fossero obbligatorj

per tutti i Quiriti; il senato, per la cui autorità soltanto le

deliberazioni popolari acquistavano vigore, non facesse più che

promuovere e consigliare ciò che farebbe il popolo radunato ne’ comizj;

e alla plebe venisse comunicato eziandio l’uffizio di censore.

Si trovarono dunque pareggiati i plebei co’ nobili: ma a questi

rimaneva la facoltà d’imprigionare i plebei debitori, finchè l’abuso

fattone provocò la legge Petilia del 419, che tolse il carcere privato

ai feudatarj. Al senato pertanto non rimaneva più che l’eminente

dominio dei fondi della repubblica, cui mantenne talvolta anche

coll’armi, come nella sedizione dei Gracchi. Però il senato non

componevasi più di soli patrizj; e Fabio Massimo dittatore avea tolta

di mezzo la distinzione fra nobiltà e plebe, ordinando il popolo in tre

classi, di senatori, cavalieri e plebei, a misura non dell’origine ma

delle ricchezze. Con ciò rimaneva dischiusa alla plebe la strada per

tutti gli ordini civili; e il popolo, distinto in quelle tre classi,

conveniva ai nuovi comizj _centuriati_ ove si formavano le leggi

consolari, mentre le tribunizie si ordinavano ne’ comizj _tributi_, e

nei _curiati_ le leggi sacre e le arrogazioni. Il corso naturale delle

nazioni recò poi questa città, prima aristocratica, indi popolare, a

cadere sotto la podestà d’un solo.

Sin qui quel profeta della storia congetturale: e sebbene fuori

d’Italia non uscisse grido della sua sapienza, e in Italia ne lasciasse

dimenticare i libri la neghittosa prontezza degl’ingegni, ingordi solo

di facili letture; e sebbene le posteriori scoperte in fatto di storia

e di filologia abbiano sminuito il merito di lui, gli rimarrà sempre

la gloria di chi viene primo in una scoperta; e se altri gli porranno

avanti il passo, non ne cancelleranno però le orme.

Nè in Italia era rimasto infruttuoso il seme gettato dal Vico. Emanuele

Duni, quantunque nomini appena questo forte pensatore, pubblicò in

Roma nel 1763 _Origine e progressi del cittadino e del governo civile

di Roma_, ove sotto alle tradizioni indaga i fatti veri e la storia

del diritto. Fonte d’ogni privata e pubblica ragione è in lui, come

nel Vico, la religione degli auspizj; in virtù della quale, cittadini

non erano che i patrizj, signori della legge, ad esclusione del vulgo

innominato, che non aveva nè padri certi nè auspizj. Come questo

arrivasse alla questura, al consolato, al pontificato, acquistasse il

diritto di suffragio ne’ comizj centuriati (istituiti, dic’egli, da

Tullo, per comodo della milizia, per lo spartimento del censo, e per

bandirvi i decreti del re e del senato, le nuove leggi, i magistrati

eletti) viene discusso nel primo libro del Duni, il quale nei nomi di

classi e centurie non vede che istituzioni militari.

Svolge dappoi il procedimento del governo civile sotto i re. Due soli

ordini sussistevano allora; il popolo, cioè i patrizj, e la plebe:

celeri, flessumeni, trossuli, cavalieri non erano che gradi della

milizia, occupati dalla gioventù patrizia. Questa forma perseverò sin

quando le tribù plebee si ritirarono sul monte Sacro, donde non scesero

che ottenuta la tutela de’ tribuni. Allora anche i plebei s’adunarono

ne’ comizj tributi, ove condannarono talvolta anche i patrizj, come

nel caso di Coriolano. Per la forza espansiva dei diritti, ottennero

di convocare i comizj indipendentemente dal senato, poi una legge

agraria, poi la limitazione della podestà consolare colla pubblicazione

della legge decemvirale. Gli abusi dei Decemviri fruttarono che nessun

magistrato potesse crearsi senza consenso della plebe, ed i patrizj

dovessero osservare i plebisciti.

La plebe, che fin allora non avea fatto che garantirsi

dall’oppressione, da quel punto comincia a cercare diritti. Il Governo

mantenevasi sempre aristocratico puro, mancando alla plebe la ragione

privata e pubblica e il gius dei suffragi: onde, vedendo come senza

di ciò non potesse conseguire alcuno de’ vantaggi sperati, pretese

e ottenne il connubio, e così i plebei furono cittadini di ragione

privata; poi parteciparono alle magistrature, e in conseguenza

acquistarono i diritti di ragion pubblica, e l’aristocrazia mutossi

in democrazia. Acciocchè le due podestà non cozzassero, il dittatore

ordinò che i plebisciti obbligassero del pari tutti i cittadini, e che

la censura fosse comunicata anche alla plebe. Sono dunque pareggiati

plebei e patrizj; questi pérdono il diritto del carcere privato,

quelli conoscono l’ordine de’ giudizj. Se non che i patrizj ricchi non

vogliono accomunarsi coi meno facoltosi, e ne sorgono tre ordini, di

patrizj, cavalieri, plebe. Coi Gracchi poi la plebe comincia a voler

soperchiare la nobiltà.

La parte più prestante del lavoro del Duni è quella ove tratta

dello stato delle famiglie; e fu fatto conoscere in Germania da

Eisendecher, _Ueber die Entstehung, Entwickelung und Ausbildung des

Bürgerrechts in altem Rom,_ 1829. Il Duni anticipa forse il fatto

della democrazia, giacchè la città ben più tardi stava spartita in

plebe e in nobili; mal confonde il senato colle curie: pure dimostra

come si sapesse fra noi tener fisso gli occhi nello splendore romano

senza rimanerne abbagliati. E ve li tennero Mario Pagano ne’ _Saggi_,

e Melchiorre Delfico nei _Pensieri sull’incertezza e inutilità della

storia_, e nelle _Antichità di Adria Picena_, senza però dipartirsi

dalle orme del Vico, se non in quanto v’innestavano alcuni concetti

degli Enciclopedisti; e colle idee di quello interrogò la civiltà

antichissima degl’Italiani Vincenzo Coco nel _Platone in Italia_.

Qualch’altro potremmo menzionare fra i nostri. L’Algarotti, nel

_Saggio sopra la durata de’ regni dei re di Roma_, avvertì come fosse

incredibile che sette re elettivi, i quali tutti, eccetto Romolo,

vennero al trono in età già piena, e quattro morirono violentemente,

durassero ducenquarantaquattro anni, cioè trentacinque anni di regno

medio. In Venezia, quando ancora non si eleggevano soli vecchi, e

il doge era vero capo dell’esercito e dello Stato, dall’894 al 1311

sedettero quaranta dogi, cioè dodici anni e mezzo caduno. Dal 1587

al 1764 in Polonia furono sette re elettivi; durata lunghissima,

eppure molto minore di quella dei romani. I sette precedenti erano

regnati cenquarantun anno, dal 1445 al 1587. I regni ereditarj

danno per lunghezza media venti o ventidue anni. — Federico Cavriani

ripudia anch’esso l’esistenza di Romolo, e crede che i Sabini abbiano

soggiogato la banda di fuorusciti assisa sul Palatino, imponendole e re

e dio e nome.

Ma anche l’uffizio di distruggere è inconcludente qualora non facciasi

con ordine e per sistema.

Nella generazione precedente alla nostra, la Germania si afforzava di

studj robusti, e colla filologia accoppiando la critica indipendente

e profonda, sentivasi chiamata mediatrice fra le età più lontane e

le nostre. Dopo Lessing e Voss più non si vollero tollerare quelle

parole indefinite, quelle idee vaghe, comprese soltanto per metà;

le osservazioni superficiali cedettero alle positive; si volle ne’

classici interpretare quel che essi accennavano appena supponendolo

conosciuto, e penetrare nella vita intima, nelle idee religiose,

nelle forme più minute del governo, come si farebbe con gente divisa

soltanto per ispazio non per tempo: le grandi esperienze dei moderni

soccorrevano a rialzare il velo che copriva l’enigma antico.

Più ardita mano portò nei santuarj della romana Vesta il danese Giacomo

Niebuhr. Studiosissimo dell’antichità, adoprato in impieghi dalla

Prussia, ch’ebbe sempre l’arte di non mostrarsi gelosa de’ gagliardi

pensatori, arrestò l’attenzione sopra la storia romana; e sceveratosi

affatto dalle opere moderne per aspirare pieno l’alito degli antichi,

indipendente nelle opinioni, indefesso nelle indagini, immaginoso nelle

ristaurazioni, rifabbricò l’antica città con tentamento sempre ardito,

se non sempre fortunato. Pubblicava egli la prima parte della sua

Römische Geschichte nel 1812; e dopo che la guerra delle nazioni cessò

di tenere occupata la sua penna e il suo tempo nell’incitare l’amor

dell’indipendenza, venne spedito in Italia perchè trattasse colla santa

Sede, o forse per allontanarlo da un paese, a’ cui principi cominciava

a fare ombra quell’ardore patriotico, di cui tanto aveano prima fatto

profitto. Qui ricevette l’ispirazione che nessun libro può dare, quella

dei luoghi, ed ebbe la fortuna di scoprire nell’archivio capitolare

di Verona, o, dirò meglio, pubblicare gli _Istituti_ di Gajo, al tempo

stesso che uscivano in luce Lido _De magistratibus reipublicæ romanæ_,

i libri della _Repubblica_ di Cicerone, i frammenti di Frontone. Nuova

messe si offriva dunque alle sue indagini; ed egli rifuse il proprio

lavoro, portandolo da due a tre volumi (Roma 1824), cambiando anzi

affatto il modo di vedere intorno ai prischi abitanti della città

eterna. In una terza edizione poi lo riformò di nuovo in molte parti,

e principalmente quanto all’origine dei Luceri, che più non tenne come

Etruschi.

Certamente allorchè egli rintegra a suo senno una iscrizione, di cui

non rimasero che pochi frammenti, e vuole indurne un fatto nuovo;

quando trova che Cicerone o Livio errarono nel capire la costituzione

del loro proprio paese, e suggerisce il come dovevano intenderla;

quando vi pianta le asserzioni più nuove colla formola _tutti sanno_,

o _nessuno ignora_; quando v’incontrate in modi sul fare di questi:

_Erodoto in un momento di cattiva ispirazione giudica che...; — Questo

avrebbe dovuto dire la tradizione: — Gajo fallò nello scrivere a tal

modo, e doveva scrivere al tal altro; — Son io che fo fare a Camillo

questa preghiera nel tempio; ma è certo che ciò è secondo lo spirito

della tradizione; — Nessuno storico parla di siffatto assegnamento,

ma era indispensabile_...; voi domandate a voi stessi se forse non

sia meglio che un paradosso da sofista questo spingere le avventate

ipotesi, e con frammenti sconnessi distruggere ciò che altri ha posto

in sodo. Quando poi abbracciate il complesso, non sapete indurvi

a credere ad una costituzione, non solo contraddittoria all’indole

dell’antichità, ma, per confessione dell’autore, contraria ad ogni

analogia nella storia.

Pure la sconfinata sua erudizione, la felicità con cui ripristina od

emenda passi di cento autori, la franchezza onde passeggia sul suo

campo, e raffronta le antiche colle istituzioni moderne più minute e

complicate, la convinzione infine che egli reca nelle sue ricerche,

sin talora a pregarvi di credergli sebbene nol provi, soltanto perchè

egli n’è intimamente persuaso, v’inducono a rispettarlo anche là dove

da lui dissentite, anche là dove vi pare si contraddica, anche là dove

(ciò che troppo spesso gli avviene) s’avvolge in un linguaggio oscuro e

sibillino. Egli scriveva a Lerminier: — Quel che m’importa soprattutto

di vedere riconosciuto, si è che la mia cura è di comunicare ai lettori

la persuasione di cui sono penetrato io stesso. Il libro dee da se

medesimo convincere chi se ne occupa di buona fede. Non v’ha parola

che non sia posta colla possibile esattezza onde esprimere una maniera

di vedere o una convinzione mia. Sarebbe il sommo dell’ingiustizia

l’attribuirmi la smania de’ paradossi».

Singolarmente meritano riguardo le sue riflessioni sull’Italia

primitiva, sulle famiglie patrizie e le curie, sul Comune e le tribù

plebee, sulle centurie e la costituzione di Servio Tullio, e sui nexi.

Suppone che le favole de’ primi tempi nascessero dalle _nenie_ onde

si celebravano i morti, e dai canti che dicemmo usarsi nei banchetti;

talchè le prime avventure di Roma sarebbero o canti isolati o epopee.

La storia di Romolo costituisce da sè un poema; brevi canzoni separate

si riferiscono a Numa; un altro poema comprende Tullo Ostilio, gli

Orazj, la ruina d’Alba; la storia d’Anco Marzio non dà sentore di

poesia, ma con Tarquinio Prisco comincia un altro poema, che finisce

alla battaglia affatto omerica del lago Regillo, poema più grandioso di

quanto Roma abbia mai più immaginato, e che non è ristretto all’omerica

unità, ma piuttosto corrisponde alla varietà dei Niebelunghi, cioè

del gran poema della primitiva Germania, scoperto anch’esso a’ nostri

giorni.

Conobbe egli il Vico? Egli concorda con questo nel considerare

poetica la natura della storia romana, paragonarla alle più antiche, e

rischiararla con le moderne. Entrambi videro la città fin dall’origine

ripartita in due classi, patroni e clienti; ma in questi il Vico

scorge subito l’origine della plebe romana, mentre il Niebuhr non la

fa nascere se non quando Anco aggrega i vinti alla polizia di Roma. In

Servio notano entrambi un progresso de’ plebei verso l’equità civile:

ma il Vico trova concesso loro soltanto il diritto naturale o il

bonitario possesso dei campi, pagando un annuo censo, e obbligandosi a

servire nell’esercito; mentre il Niebuhr, oltre la conferma del dominio

quiritario, fa concesso a loro il suffragio ne’ pubblici affari,

quindi un censo pubblico, e soldo dato ai guerrieri. Il Vico poi mette

principalissimo fondamento del suo sistema storico la religione degli

auspizj, mentre il Niebuhr non ne tocca tampoco; e questa è forse la

ragione che più vaglia per quelli che asseriscono non avere il Danese

conosciuto il nostro pensatore, del quale mai non fa cenno.

Guglielmo Schlegel, negli _Jahrbücher von Heidelberg_, 1816, Nº 53,

entrò quasi a piè pari nell’opinione del Niebuhr, sebbene in alcune

particolarità lo confuti, e massime neghi che i poemi cantati ai

conviti potessero essere epici, supponendoli soltanto canzoni brevi

e sconnesse, quali convenivano ai Latini, diseredati del genio epico

della Grecia. Staccossi invece affatto dal Niebuhr Nicolò Wachsmuth

nella _Aeltere Geschichte des römischen Staats_, pure combattendo Tito

Livio e le scolastiche opinioni.

Carlo Peter continuò la storia del Niebuhr dal punto ove questo l’avea

lasciata in tronco. Fiedler sostiene che molti documenti scamparono

dall’incendio gallico; ed anche altre città ne conservarono, quantunque

i più antichi storici non se ne valessero. Più ameno il francese

Michelet, nella _Histoire romaine_ profittò di tutti i precedenti,

come il mostrano le copiose note di cui la arricchì; mentre nel testo

espone i risultamenti della critica, volendo fare _una storia, non

una dissertazione_. Seguace, non ligio del Niebuhr sul principio,

ha sopra questo (oltre il metodo e l’esposizione) l’avvantaggio di

considerare intera la vita di quel popolo, non le origini soltanto.

Distingue egli nella civiltà romana tre età: l’italiana fino a Catone;

la greca, cominciata cogli Scipioni, e che produce il secolo d’Augusto

in letteratura, e di Marco Aurelio in filosofia; l’orientale, che vince

i vincitori dell’Oriente. Quanto alla storia politica, nella prima

epoca la città si forma col pareggiamento e la mistione dei due popoli,

patrizio e plebeo, fino al 350; nella seconda si forma l’impero colla

conquista e l’ammissione degli stranieri; poi dopo la guerra Sociale,

la città è aperta a tutti i popoli.

Fu pubblicato a Londra _An inquiry into the credibility of the early

roman history_, 1855, vol. II, di GIORGIO LEWIS CONWALL cancelliere

dello Scacchiere della regina d’Inghilterra, ove si sostiene che

quasi nulla sappiamo delle cose romane prima dell’invasione di Pirro.

Invece GERLACH e BACHOFEN (_die Geschichte der Römer_, Basilea 1851)

sostengono la verità de’ primi fatti romani.

Vedasi pure H. TAINE, _Essai sur Tite Live_; saggio premiato

dall’Accademia Francese nel 1856.

Stimiamo opportuno soggiungere una lista di autori che giova consultare.

CLUVERIUS, _Italia antiqua_. Miniera di tutti quelli che

parlarono delle origini italiche, e che agevolmente poterono

darsi aria di eruditi mercè le copiosissime sue citazioni.

GRÆVIUS e SALLENGRE, _Thesaurus antiquitatum romanarum._

CONRADINI, _De priscis antiqui Latii populis._

VULPI, _Latium vetus_.

LACHMANN, _Commentatio de fontibus Titi Livii in prima

Historiarum decade._

HEEREN, _De fontibus et auctoritate Vitarum Plutarchi_.

KRAUSE, _Vitæ et fragmenta veterum historicorum romanorum_.

PETERSEN, _De originibus historiæ romanæ._

HAECKERMANN, _Vindiciæ antiquitatum romanarum._

SPANGENBERG, _De veteris Latii religione domestica._

DAUNOU, _Cours d’études historiques_.

HOOKE, _Discours et réflexions critiques sur l’histoire et le

gouvernement de l’ancienne Rome._

LEVESQUE, _Doutes, conjectures et discussions sur différents

points de l’histoire romaine_.

— _Histoire critique de la république romaine._ Severo esame della

millantata gloria latina, ma arbitrario e inferiore a’ suoi

predecessori.

NITSCH, _Beschreibung des häuslichen, wissenschaftlichen,

gottesdienstlichen, politischen, und kriegerischen Zustandes

der Römer, nach den verschiedenen Zeitaltern der Nation_.

FERGUSSON, _The history of the progress and termination of the

roman republic._

ADAM, _Roman antiquities._

RUPERTI, _Handbuch der römischen Alterthümer._

Per la descrizione dei luoghi e la rappresentazione:

NARDINI, _Roma vetus._

PIRANESI, _Antichità di Roma._

ROSSINI, _I sette colli di Roma antica e moderna._

VENUTI, _Descrizione topografica delle antichità di Roma_, edita

da Ennio Quirino Visconti, i lavori del quale sono una miniera

d’altre notizie.

VALLADIER, _Raccolta delle più insigni fabbriche di Roma antica e

sue adjacenze_, con illustrazioni di F. A. Visconti.

DESGODETS, _Les édifices antiques de Rome_, con buoni disegni.

PLATNER, BUNSEN, GERARD e altri Tedeschi, _Beschreibung der Stadt

Rom._

Vi è premesso un catalogo di tutte le descrizioni di Roma, cominciando

dal _Curiosum urbis Romæ_. La parte topografica fu confutata da G. W.

BECKER nel _Manuale delle antichità romane_, Lipsia 1843. Vedansi pure

PIALE, _Dissertazioni accademiche_ XXIV, sopra la topografia di Roma,

1832-34, e RIVA, _Dell’antico sito di Roma_; PIETRO ROSA, _Topografia

della città e campagna di Roma_, 1857, nella proporzione di 1 a

200,000.

Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15) · 第 14 / 27 段