erasi perduto il senso, consegue l’uso che se ne poteva fare accanto
dell’anno civile già costituito. Nell’ultimo periodo, invece d’un
mese intercalare di 25 giorni, bisognava armonizzare i due sistemi,
intercalandone uno di 22. Purchè dal principio del secolo fino al
suo termine si contasse esattamente, la correzione succedeva; e per
evitare la confusione minacciata dal cominciare così vario dell’anno
dei Fasti, si adottò la pratica di conficcare un chiodo nel tempio
del Campidoglio. A mezzo il VI secolo erasi dimenticato il senso
di questa solennità, tanto che eccitava solo il riso; e forse erasi
abbandonata da che il consolato passava senza interregno ai successori
eletti: perciò Cincio (ap. Livio, VII. 5) dicea d’avere trovato i
medesimi segni nel tempio di Norcia a Vulsinia, aggiungendo che era
l’indicazione degli anni nel tempo che raro si scriveva. Scopo di
questa cerimonia era di segnare quanti lustri fossero trascorsi dopo
cominciato il secolo. A tutto ciò Niebuhr confessa che manca l’appoggio
di testi antichi; ma è forza scegliere fra due supposizioni: o i
prischi Romani, ignoranti quanto sciocchi, usavano un calendario non
fondato su veruna analogia colla natura nè colla scienza; o i Romani
adottarono un calendario, frutto d’un popolo addottrinato. Ammettere
con Macrobio, che quando i mesi non si acconciavano più colle stagioni,
i Romani lasciassero trascorrere un certo tempo senza denominarlo, è un
farli più barbari degli Irochesi.
Gli archeologi supposero che il calendario di dieci mesi fosse dapprima
il solo usato, e presto venisse abbandonato del tutto. Ma Niebuhr
riflette che quel calendario è in relazione coll’anno ciclico lunare,
per modo che dovette essere formato simultaneamente; e d’altro lato
è possibile che il più antico usato fra il popolo fosse collegato
ad osservazioni sulle fasi della luna; e un calendario adattato alle
stagioni dovette sempre essere indispensabile.
Che poi il calendario di dieci mesi rimanesse in uso anche dopo la
cacciata dei re, parrebbe da applicazioni, di cui le generazioni
successive non conobbero l’origine. Gli Etruschi avevano adottato di
non concludere trattati di pace che sotto forma d’armistizio e per
un tempo prefinito. Quasi tutti i trattati conchiusi dai Romani con
Vejo, Tarquinia, Cere, Capena, Vulsinia sono qualificati per tregue,
esprimendo per quanti anni durerebbero; ma agli Etruschi non si
rinfaccia mai di averle violate, benchè le ostilità comincino quasi
sempre prima che gli anni dell’armistizio sieno compiti. Per dirne uno,
il trattato con Vejo nel 280 si stipula che durerà quarant’anni: ora
nel 316 si parla della defezione di Fidene che si unisce a Vejo, il che
suppone che questa repubblica fosse già in guerra con Roma; e i Romani,
per quanto irritati della diserzione di Fidene, non accusano i Vejenti
d’aver fallito il patto. Più decisivo è l’udire da Tito Livio, sotto il
347, che la tregua di vent’anni conchiusa nel 329 era spirata; mentre,
secondo i Fasti, non sarebbero trascorsi che diciotto anni. Questi
fatti non si possono spiegare se non applicando l’anno di dieci mesi,
quaranta dei quali equivalgono a 33-1/3, e venti a 16-2/3; per modo che
nel primo esempio la tregua era spirata col 314, nel secondo col 346.
Tali sono le ragioni del Niebuhr, raccolte con quella sottigliezza che
eccita la meraviglia, ma non soddisfa la ragione. Siffatta cronologia,
che a lui pare semplice e regolare, cadde in disordine, atteso
l’ignoranza delle matematiche e dell’astronomia, di cui gli Etruschi
avevano bensì comunicato ai Romani i risultamenti, ma non la scienza:
e fu aumentato dalla mala fede de’ pontefici, che acquistato il diritto
di fare intercalazioni ad arbitrio, favorivano o sfavorivano i consoli
o i questori, prolungando o accorciando l’anno della loro magistratura.
Dell’anno di dieci mesi trovasi però vestigio nel lutto prescritto alle
vedove, nel tempo da pagare le doti e i legati, nel credito per vendita
di frutti, e forse negli interessi del denaro.
Riguardo agli altri popoli italiani, i Latini e gli Ernici usavano
calcoli del tempo loro proprj; e Censorino, il quale c’informa della
cronologia de’ diversi popoli, avverte che ne’ calendarj di Alba,
Lavinio, Tusculo, Ericia, Ferentino i mesi variavano dai 39 fino
ai 16 giorni. Dell’anno de’ popoli Ausonj sappiamo soltanto che era
differente dal civile di Roma, la quale perciò con essi, co’ Volsci e
cogli Equi calcolava la durata delle tregue secondo gli anni ciclici.
Del resto fa meraviglia come i Romani, che tanto si occuparono del
calendario, rimanessero sempre in somma incertezza di date e di epoche:
colpa appunto del mescolarvisi tanto la politica, e valersene patrizj
e sacerdoti per governare il popolo. Genti antichissime e fin barbare
possedettero esattissimi calendarj; i Romani l’ebbero vacillante sino
alla riforma di Giulio Cesare.
Quanto all’êra, la deducevano dalla fondazione della loro città,
nel 753 o 754 a. C.: ma ne erano talmente incerti, che presero lo
spediente di notare ciascun anno dal nome de’ consoli. Divennero
perciò importantissimi ai cronologi i _Fasti consolari_, vale a dire
la serie de’ consoli. Erano scolpiti in Campidoglio, e una parte ne fu
dissepolta il 1547, e dal cardinale Alessandro Farnese donata al senato
romano, che la fece riporre in una sala, da Michelangelo disposta in
Campidoglio. Ma non erano compiuti; ed altri furono scoperti il 1503 a’
piedi delle Esquilie, altri nel 1816 presso al tempio di Castore, altri
nel 1876.
Questi _Marmi Capitolini_ contengono non solo i consoli annuali,
cominciando dal 295 di Roma, ma le liste degli altri magistrati e de’
pontefici, e alcuni avvenimenti. Eccone un esempio:
AN. VRB. COND. CCXX. L. TARQVINIVS L. F. DAMARATI N. SVPERBVS REX
POPVLI INIVSSV ET SINE PATRVM AVCTORITATE ISQVE VRBEM CAPITOLINO
TEMPLO AVGVSTIOREM REDDIDIT FERIAS LATINAS INSTITVIT LIBROS
SIBILLINOS REIPVBLICÆ COMPARATOS II VIRIS INSPICIENDOS SERVANDOSQVE
DEDIT.
Onofrio Panvinio li credette opera di Verrio Flacco, il quale,
secondo Svetonio, _fastos a se ordinatos et marmoreo parieti incisos
publicarat_. Mutilati com’erano, venivano scarsi all’uopo, onde molti
si diedero a supplirli, ossia a compilare nuovi fasti, e l’edizione
più recente è: _Fasti consulares triumphalesque Romanorum, ad fidem
optimorum auctorum recensuit et indicem adjecit_ J. G. BAITER, Zurigo
1837.
L’arbitrio lasciato ai sacerdoti di mettere in accordo il corso del
sole e le lunazioni, e la mala pratica nel fare le intercalazioni,
aveano prodotto nel calendario romano grave disordine, al quale volle
riparare Cesare, 46 anni prima di Cristo. Sosigene, principale autore
di tale riforma, fissò l’equinozio di primavera al 25 marzo: ma la
differenza di 11 minuti e 12 secondi fra l’anno suo e il vero, ogni
centoventinove anni facea precedere d’un giorno esso equinozio, sicchè
al tempo del concilio di Nicea, cioè nel 325 dell’êra vulgare, cadeva
al 23 marzo.
Già agli antichi Ebrei, che rozzamente regolavano l’anno secondo le
lune, era stato cagione di darvi miglior ordine la celebrazione delle
feste: imperocchè a Pasqua doveano essi mangiare l’agnello, e offrire
le primizie dell’orzo; a Pentecoste, due pani fatti col frumento nuovo;
le solennità de’ Tabernacoli doveano succedere dopo finita la vendemmia
e raccolti gli ulivi: era dunque necessaria l’intercalazione acciocchè
tornassero tali feste in tempi da poter consumare quei riti. Per
egual modo il doversi celebrare la Pasqua nel plenilunio che succede
all’equinozio di primavera, fece che i Cristiani ponessero mente
all’accennata variazione, della quale i Padri, radunati nel concilio
Niceno, non seppero trovare la ragione.
Nel 1257 la precessione era di 11 giorni: tre anni dopo, l’inglese
Giovanni di Sacrobosco avvertiva la necessità d’una nuova riforma;
alcuni la tentarono nel secolo XIV; se ne trattò pure in varj concilj,
alfine la ordinò quel di Trento. Gregorio XIII occupò dieci anni a
discutere le diverse formole a ciò presentategli, singolarmente dal
perugino Ignazio Danti domenicano, autore del gnomone di San Petronio a
Bologna, e dal gesuita Clavio di Bamberga. Intanto Luigi Lilio, medico
calabrese di nessun nome, ideava il metodo più spediente a correggere
l’errore; ma morto prima di darvi compimento, suo fratello Antonio
terminò il lavoro e l’offerse al pontefice, che nel 1577 ne mandò
copia a tutti i principi, alle repubbliche e alle accademie cattoliche.
Avutone l’approvazione, Gregorio pubblicò il nuovo calendario l’anno
1582, sopprimendo dieci giorni fra il 5 ed il 15 di ottobre. In esso
è fissato l’anno a 365 giorni 5^h 49’; e che, ogni quattro anni, uno
sia bisestile, eccetto il quarto secolare, come fu il 1800. Questa
correzione s’approssima tanto al vero, che solo dopo 4238 anni i
minuti residui sommeranno ad un intero giorno, di cui sarà preceduto
l’equinozio. Chi allora vivrà, ci provveda.
Per rispetto all’abitudine, il calendario gregoriano lasciò sussistere
la divisione del giuliano in mesi capricciosamente lunghi di 30 o di 31
giorno; e il cominciare l’anno circa otto giorni dopo il solstizio, in
modo che il principio dei mesi non corrisponde coll’entrare del sole
nei varj segni dello zodiaco. E semplicità e naturalezza e venustà si
sarebbe potuto ottenere cominciando l’anno col giorno solstiziale, e
facendo i mesi alternamente di 30 e di 31 giorno, eccetto l’ultimo di
29, e di 30 nei bisestili; o meglio ancora, facendo di 31 giorno i mesi
tra l’equinozio primaverile e l’autunnale, di 30 gli altri, e scemo il
dicembre; col che i principj dei mesi avrebbero combinato quasi appunto
coll’ingresso del sole ne’ segni dello zodiaco.
APPENDICE III.
INCERTEZZA DELLA STORIA PRIMITIVA DI ROMA E FONTI DI ESSA
(Vol. I, pag. 157).
Tardissimo si scrisse delle origini di Roma, e primi lo fecero Greci,
i quali, stipendiati come precettori nelle case patrizie, inventavano o
alteravano i fatti per dare lustro all’una o all’altra di queste, senza
badare più che tanto alla verità, e spesso indulgendo al patriotismo
col dare risalto alla civiltà greca. I due più celebri furono Dionigi
d’Alicarnasso e Polibio: ma essi mostrano non riporre veruna fiducia
negli autori che li precedettero nell’illustrare le antichità romane.
Dionigi d’Alicarnasso, vivo all’età d’Augusto, abbracciò i tempi
dall’origine di Roma fino all’anno in cui cominciò Polibio la sua
storia. I primi undici libri giungono al 433 avanti Cristo: il resto
è perduto, salvo alquanti frammenti, alcuni de’ quali pubblicati non
ha molto dal Maj. Per quanto siasi detto a suo appoggio, è facile
comprendere che sì egli, sì Tito Livio, non fanno che accumulare
favole, mal palliate dalla retorica di quello e dalla grandiloquenza di
questo. Livio confessa tratto tratto di non sapere il certo; riferisce
sovente con forme dubitative: dopo le quali è strano come egli scenda a
particolarità, dicevoli solo a chi avesse direttamente udito o visto.
Mancando poi del sentimento dell’antichità e della pieghevolezza di
spirito che s’adatta ai varj tempi e ai varj popoli, non ci presenta
che ideali di vizj e di virtù.
Plutarco, greco e vissuto ancor più tardi, nelle vite di Romolo,
Numa, Coriolano, Catone, Publicola, Camillo, mostra aver conosciuto
documenti ignoti a Livio e a Dionigi, onde qualche importanza acquista
nel darcene informazione. Ma oltre le vite, egli stese _Paralleli
della storia greca e romana_, ove riferisce molte tradizioni greche,
corrispondenti alle romane. Filonome, figlia di Nictimo, concepì dal
dio Marte due gemelli, che furono gittati nel fiume Erimanto: l’acqua
li trasportò nel cavo d’una pianta, ove una lupa gli allattò: poi
tolti ad allevare da un pastore, divennero re d’Arcadia. — I Tegeati
e i Feneati in guerra fra loro, convengono di terminarla rimettendosi
al duello di tre gemelli contro tre altri, figli di Demostrato e di
Ressimaco. Critolao, ch’era il secondo di questi ultimi, vedendo i
fratelli caduti, finge fuggire, poi si rivolge a combattere i tre
avversarj che a spazio disuguale lo inseguivano, e ne trionfa. Tornato,
uccide una sorella; e accusato dalla madre, è assolto dal popolo. —
Brenno re dei Galli assedia Efeso, e Demonica gli promette tradirgli
una porta, patto che le dia in ricompensa tutte le ricchezze del
tempio. Avutala, il Gallo fa gettare su costei tante preziosità, che la
soffoca.
Sì evidente rispondenza coi fatti di Romolo, degli Orazj, di Tarpea
potrebbe essere accidentale? Attento poi sempre com’era al concetto
morale e all’arte, Plutarco svisava anche i fatti o non li chiariva;
onde un moderno, il quale all’arguzia sentitissima univa una profonda
cognizione degli antichi, disse che Plutarco «farebbe guadagnare a
Pompeo la battaglia di Fàrsalo se ciò potesse rendere alquanto più
rotonda la sua frase» (COURIER, _Lettera a Thomassin_, 25 agosto 1809).
Ogni anno, presso i Romani, il magistrato supremo conficcava un
chiodo in un tempio, chi dice per segnare gli anni, chi per un fine
religioso. In occorrenza di peste si eleggeva un dittatore apposta per
piantarlo; _dictator clavi figendi causa_. Quest’uso darebbe a pensare
che non sapeasi o non soleasi scrivere, e quindi era impossibile che
ci venisse tramandata la storia dei primi tempi colle particolarità
che alcuni storici spacciano. I quali medesimi, dopo averci regalato
come indubitabili alcuni minutissimi ragguagli, mostrano poi peritanza
e oscurità in avvenimenti di capitale rilievo. Lo stesso Livio, del
quale il Niebuhr disse che non conosce il dubbio, mostra più volte
esitare sui cominciamenti della romana storia; ignora gli anni di
avvenimenti insigni, quali, per esempio, la battaglia al lago Regillo
e la creazione del primo dittatore, e chi fosse; ripete ogni tratto
che _non facile est aut rem rei, aut auctorem auctori præferre_ (VIII.
40); che _certam derogat vetustas fidem_ (VII. 6); che basta _in rebus
tam antiquis, si quæ similia veri sint, pro veris accipiantur_ (v.
21); e conta come favole parecchi di quei fatti, e come _aptiora scenæ,
gaudentis miraculis_, e che non val la pena di affermarle nè confutarle
(v. 21). Cicerone ride delle storielle de’ primi tempi, dove «appena i
nomi dei re sono conosciuti» (_De Rep._, II. 18): il resto di quella
storia _est nostris hominibus adhuc aut ignorata, aut relicta_ (_De
Leg._, I. 2).
Eppure si sa che Porcio Catone pel primo, poi Cintio Alimento, Valerio
d’Anzio, Licinio Macro, Elio, Gellio, Calpurnio ed altri aveano scritto
sulle origini romane; ma tutti lontani sei secoli da queste, come anche
Fabio Pittore, da Livio chiamato _longe antiquissimus_, e da Polibio
dichiarato leggero e poco cauto. Qual fondamento dunque fare sopra esso
Polibio e sopra Dionigi, che della costoro autorità si appoggiarono? E
quando, come spessissimo accade, l’uno contraddice all’altro e a Tito
Livio, a quale dare fede? Poi qualche grammatico ci conservò brandelli
e testi sconnessi d’autori perduti, che vengono ancora a insinuare
nuovi dubbj e differenze nuove, in modo che si potrebbe dire disperata
la conoscenza della storia primitiva di Roma.
Oltre gli scrittori, questa cercasi dedurre, 1º dai grandi annali,
_Annales maximi o publici, Annales pontificum_; 2º dagli atti pubblici;
3º dagli atti de’ magistrati, che forse sono tutt’uno coi _Libri
lintei_, contenenti l’elenco de’ magistrati superiori; 4º dalle
cronache delle famiglie censorie e dagli elogi funebri, _Laudationes
funebres_, già da Cicerone indicati come fonte di menzogne. V’è chi
crede che i re abbiano lasciato delle memorie, _Commentarii regum_, tra
legali e storiche, concernenti la loro amministrazione.
La presa di Roma per opera de’ Galli mandò a male tutto quello ch’era
anteriore; gli annali de’ pontefici vi perirono in gran parte; il resto
custodivasi arcano; il senato non cominciò a registrare i suoi atti
che sotto Giulio Cesare. Ma sebbene si perdessero in quell’incendio i
documenti primitivi, quai ch’essi fossero, sopravvissero nelle memorie
alcuni canti nazionali (non già una regolare epopea), dove un fondo di
verità era stato, come suole, abbellito dall’immaginazione, e che prima
di Catone solevansi cantare nei banchetti (Varrone ap. NONIO, ad _assa
voce_). Cicerone nelle _Tusculane_, IV. 2 dice: _Morem apud majores
hunc epularum fuisse, ut deinceps qui accubarent, canerent ad tibiam
clarorum virorum laudes atque virtutes_.
Aggiungi alcune feste nazionali, come sarebbero le Palilie, che si
celebravano all’anniversario della fondazione di Roma il 21 aprile.
Dionigi dubita se fossero anteriori a questa, al che propenderebbe
anche Plutarco, e siasi scelto quel giorno come fausto, per inaugurare
la nuova città; o veramente se sieno nate colla città stessa, alla cui
inaugurazione si credette bene invocare anche le divinità pastorali.
Altre feste ancora rammentavano fatti della Roma antica: ma potrebbe
darsi o che vi fossero applicate le leggende tradizionali, o che queste
ne alterassero il senso primitivo.
I pontefici solevano riferire s’una tavola gli avvenimenti più
importanti di ciascun anno, i nomi de’ magistrati, i trionfi, gli
eclissi, il caro de’ viveri, i prodigi, le calamità pubbliche; e
cominciando dal 350 di Roma, offrivano, se non altro, una serie
cronologica. Pare non siano periti affatto nell’incendio suddetto,
poichè li troviamo citati a proposito di fatti anteriori; ma ristretti
in iscrizioni, ognuno vede come poco potessero servire a quella che è
storia d’uomini.
Anche documenti pubblici scolpiti su tavole sopravanzarono, in
caratteri e in lingua antiquata: che se Livio od altri non vi posero
mente, le consultò Polibio a gran vantaggio. Nello splendore di
Roma repubblicana, l’uomo, assorto nella vita attiva, non curavasi
di rovistare negli archivj, dissotterrare lapide, dicifrare tavole;
e la storia d’allora sente la pienezza della pubblica vita più
che l’indagine dell’erudito, l’entusiasmo più che la ponderazione
scientifica. Mutati i tempi, gli imperatori animarono le ricerche:
Vespasiano fece trarre in luce tremila tavole di rame, che diceansi
campate dall’incendio de’ Galli, e che contenevano trattati,
senatoconsulti, plebisciti, privilegi, risalenti fin quasi all’origine
di Roma (SVETONIO, in _Vespasiano_, cap. VIII). A queste avranno
potuto ricorrere Tacito e Plinio, e trovarvi, per esempio, il trattato
vergognoso de’ Romani con Porsena, e tant’altri fatti che avrebbero al
certo mutato aspetto alla primitiva romana storia, se essi o qualche
par loro l’avessero scritta.
Questo basti a dar ragione delle numerose contraddizioni fra gli uni
e gli altri scrittori, fino a non saper certo nè il fondatore della
città, nè il tempo, nè quali i primi abitatori, nè come nascessero
i comizj per tribù, nè se Porsena pigliasse la città, nè se i Galli
la distruggessero. Serva pure a tôrne lo scandalo a coloro che, nel
vedere i moderni riconvenire d’ignoranza o di mala intelligenza gli
antichi, adducono che questi, essendo più vicini ai fatti, sono meglio
attendibili. Assai tardi il dubbio si insinuò, se pure non si dia per
tale il ridersi del rasojo di Nevio e delle oche del Campidoglio,
baje già per gli antichi. Il medioevo credea; e avvezzo a riposare
sull’autorità nelle materie sacre, anche nelle profane non sottigliava;
tanto più che l’erudizione difettava di mezzi, quand’anche avesse
posseduto la critica. Al risorgimento delle lettere, la venerazione per
tutto ciò che era antico s’insinuò negli animi per modo, da influire
non soltanto sulla letteratura, ma sulla legislazione e sulla vita.
Adunque la storia romana fu accettata siccome di fede, e trattata con
quella sommessione di spirito e di giudizio alla lettera scritta, che
dominava tutto l’insegnamento. Dubitare di quel che aveano detto un
Livio, un Dionigi, un Plutarco, sarebbe parso colpa di lesa antichità:
tutt’al più s’applicavano di ridurre in accordo le loro contraddizioni,
calcolare qual di due autorità avesse maggior peso. Ben si meritarono
egregiamente i critici del Cinquecento col faticarsi a raccorre dalla
superstite letteratura tutti i brani che rischiarassero le antichità
romane; e vanno lodatissimi da chiunque non faccia colpa ad uno
scrittore s’egli non sorpassa le idee e la erudizione del suo secolo.
Fra gl’Italiani meritano special lode Paolo Manuzio, il Sigonio, _De
antiquo jure Italiæ, De antiquo jure provinciarum, De judiciis_, e il
Gravina più tardi. Machiavelli accettava come oracolo che che trovava
in Tito Livio, non pensando a discuterne, ma volendo soltanto farsene
un testo di discorsi o di opportuna allusione.
Pure non mancò qualche arguto, che avvisasse le contraddizioni e gli
assurdi. Il nostro Lorenzo Valla, in una disputa sopra Tito Livio,
pose a nudo le magagne della prima storia di Roma. Fin dal 1677
Lancelotto Secondo, ingegno bizzarro, scrisse gli spiritosi _Farfalloni
degli antichi storici_, ove mette in rilievo le costoro incoerenze e
ciancie, ma con intento di celia e negazione. Con maggiore franchezza
lo svizzero Glareano mostrava gli svarj di Livio: ma restò oppresso
dalla universale indignazione del dotto vulgo. Con erudizione ponderata
Giuseppe Scaligero e Giusto Lipsio tolsero ad esame quegli storici. Con
violenza Perizonio professore di Leida (_Animadversiones_, 1685) oppose
testi a testi, e pel primo avvisò che, nel racconto di Livio, una
parte vada attribuita ad antichi canti nazionali: ebbe la sorte di chi
di buon tratto precede i suoi tempi, restando ignorato e incompreso;
eppure dalla minuzia de’ particolari seppe sorgere a generali ed estese
osservazioni, che annunziavano una nuova êra dell’arte critica.
La quale, associandosi al progresso delle altre scienze, usciva di
tutela, e non guardava più con cieca riverenza i libri siccome unico
campo degli eruditi, ma voleva che a questi l’uomo si accostasse col
giudizio e col sentimento proprio e coll’esperienza delle cose del
mondo. Pietro Bayle, che nel suo _Dizionario critico_ recava il dubbio
e lo scherno anche su punti molto più sacri che non la ninfa Egeria e
il bastone incombustibile di Romolo, poco si prevalse del lavoro di
Perizonio, già da dodici anni pubblicato, e che pure egli chiamava
l’_errata_ degli storici e de’ critici; ma suppose che, come nei
monasteri si dava per esercizio agli studenti di comporre vite, martirj
e miracoli di santi, che poi da taluni furono scambiati per leggende
vere, così la storia dei primi re fosse dedotta da esercitazioni
retoriche.
Luigi di Beaufort (_Sur l’incertitude des cinq premiers siècles de
l’histoire romaine_, 1738) non più da scorridore, ma di proposito e
con giusta arte di guerra la storia primitiva romana tutta relega tra
le finzioni poetiche. Il suo libro, pel tono stesso frizzante, venne
accolto con applauso, per quanto egli ecceda nell’abbattere, e vacilli
le poche volte che tenta ricostruire: gli uomini d’ingegno lo lessero,
l’applaudirono, pure seguitarono a contare i sette re, e gli storici
a descrivere i primi tempi di Roma con intrepida sicurezza. Lo stesso
Montesquieu, il quale spiega tant’ala allorchè Roma assume politica
fisionomia, e l’elemento italico lotta e si fonde collo straniero,
vagella nella cognizione di Roma primitiva e delle sue antichità; e i
sette re sono per lui, come pel Machiavelli, personaggi delle corti e
de’ gabinetti moderni.
In mezzo però a tutte quelle fatiche di demolizione, un Italiano, solo,
sconosciuto, aveva assunto quest’impresa con idea più vasta, mostrando
che la storia romana, quale fin allora intendevasi, era più incredibile
che non la favolosa di Grecia; perocchè questa non si comprende che
cosa voglia dire, quella ripugna all’andamento della natura umana.
Non contentandosi però di abbattere come i critici puramente negativi,
aveva adoperato quei rottami a rifare un edifizio grandioso.