dire da Sordello _lingua nostra_ la latina[215], è visibilissima
ancora l’esitanza fra l’uso e la grammatica, ossia la lotta del latino
coll’italiano.
Questo appare già staccato definitivamente nel Petrarca; ma perchè
credeva che «le note dei sospir suoi in rima» fossero solo per donne e
pel popolo, esso Petrarca riprometteasi la gloria da un poema latino, e
latine stendea per lo più le lettere. Il Boccaccio, nel Decamerone, si
valse stupendamente de’ modi vivi del popolo, ma latina credette dover
tenere la costruzione; donde quel periodare aggrovigliato e ingombro,
più lodato che imitabile; che non lieve guasto recò alla letteratura
patria dandovi un’aria di ricercata, di attorta, di oratoria, di
pretensiva, anzichè la ingenuità, la spigliatura, la concisione
che aveva in que’ trecentisti, i quali scriveano come parlavano.
Perocchè dall’eloquenza vengono alterate grandemente le lingue, cioè
dallo studiar alle parole più che alle cose. E appunto in grazia
del Boccaccio fra noi si radicò il concetto insulso, o la sciagurata
pratica di due lingue; una dotta, azzimata, compassata, col periodo
ritondeggiante, la cadenza studiata; lingua grammaticale o accademica,
che titilla le orecchie, lascia gelato il sentimento e nebbiosa
l’intelligenza; l’altra schietta, ingenua, perspicua, nè per questo
trascurata, che anzi «le negligenze sue sono artificj».
Quantunque fosse compita la trasformazione del latino nell’italiano,
pure la pedanteria nel Quattrocento introdusse un latino tutt’affatto
italianizzato[216], e un italiano che poco differisce da quel
fidenziano che altri maneggiò per celia, e che quelli farebbe creder
libri del XIII o XIV secolo, allorchè appena svolgeasi l’italiano dalle
fasce latine.
Prendendo la prima opera che mi cade sotto mano, nel vulgarizzamento
del leggendario di Jacopo da Varagine, fatto dal Malermi e stampato
a Venezia nel 1475, leggo che «Niccolò Jenson franzese, dapoi li
instaurati quasi infiniti divini et preclari volumi, li quali per
l’antiquità erano stati deperditi et quasi extincti, el divino, del
quale fase mentione, volumo de le legende de’ sancti vulgarizzato, con
mirabile ingegno et divina arte ha impresso et stampito». Direte che
trattasi di uno stampatore ignorante? nol concedo; ma questo stile era
comune, e Cesare Ciseriano, nel commento a Vitruvio, stampato il 1521,
ha: «Infine alla sua etate (di Francesco Sforza) nulla symmetria di
opera de ornamenti che Vitruvio ha descripto non era stata quasi mai
dal tempo de’ Romani usque ad id tempus usata in Milano. Ma imperante
Galeatio et successive Johanne Galeatio suo filio, et dapoi Lodovico,
con più somma opera che poteno curaro havere architecti, che con queste
vitruviane symmetrie facessero fabricare et ornare li mediolanensi
edificj».
Ed erano già vissuti Dante e Boccaccio non solo, ma il Pulci e il
Poliziano. Con buona licenza del Puoti e de’ suoi concittadini, io
metto fra questi mal latineggianti anche il Sannazzaro; e senza citare
il _non t’irascere_, il _cominciava a tangere_, il _munger gli uberi_,
e gli _opachi suberi_, e _l’inducere_ e _producere_; non mancano che
le desinenze per far latina molta parte delle sue prose. Per esempio:
«Napoli è nella più fruttifera e dilettevole parte d’Italia, al lito
del mare posta, famosa e nobilissima città di armi e di lettere,
felice forse quanto alcun’altra: sovra le vetuste ceneri della sirena
Partenope edificata, prese et ancora ritiene il venerando nome della
sepolta giovane».
Il buon italiano era però conservato da quei che scriveano naturalmente
e come parlavano: poi a quello tornarono gli scrittori del Cinquecento,
nuova fioritura della nostra favella. Pure la cognizione e la pratica
del latino era tanto comune, che s’insinuava in tutti gli scritti;
le lettere, persin le famigliari, portano l’intestazione e la chiusa
latina, qualche periodo esce in latino, qualche frase latina vi
s’incastra, come oggi facciamo col francese.
Al 14 febbrajo 1525 il cardinale Rorario scriveva al Sadoleto, due
prelati tanto colti:
«Sua Santità extima non esser decente a un pontefice prender le arme
fra christiani, et se li suoi predecessori lo havevano facto, già
se vedea de quanti mali erano stati causa: onde havendo sua santità
deliberato gerere se tamquam patrem omnibus communem et servare la
neutralità, el re di Franza..... inviò un exercito per lo Stato della
Chiesa ad temptandum regnum neapolitanum: donde S. S. fu costretta aut
sumere arma, quibus nec poterat nec volebat uti, aut dare fidem regi
neutralitatis ecc.».
Il famoso cardinale Aleandro, stando legato in Germania nel 1522,
scrive: «Accedit ad id il fastidio dell’animo per le tante paure, che
costoro mi dipingono contra omnes ecclesiasticos: et voleano mutarsi
habito et nome; del nome si è fatto, saltem del cognome. Del resto vado
modestamente ut sacerdos, non facendo però le grida quia agitur de alia
re quam de lana caprina: nè mi piace miglior consiglio quam confiteri
Christum qui et me confitebitur coram Patre».
Su questo tenore leggo moltissime lettere di quel tempo, e alla ventura
prendo una dell’elegante scrittore cardinale Campegio, che al 22 agosto
1524 scriveva all’or lodato Sadoleto: «In Augusta el predicatore
che era in S. Mauritio, già corrotto di questa heresia, rediit: et
perseveranter, non obstante queste turbolentie, predica pro fide.
Intendo la canonizatione di san Brunone essere stata publicata magno
populi concursu et devotione».
Ed egli stesso il 25 giugno 1530 al Salviati: «Nunc intendo quam in
hoc cedent. S’è etiam proposto di voler eodem tempore cum articulo
fidei miscere li gravamini della natione cum sede apostolica, de’ laici
contra ecclesiasticos et e contra, ed è stato risoluto che no: ita che
la prima sarà la cosa della fede. Io conosco, etiam per quello che vidi
a Bologna, che tutte queste cose son troppo peso sopra le mie spalle...
Ingenia parva materias grandes non sufferunt, sed in ipso conatu postea
succumbunt. Pur mi forzerò di non mancare del debito et omnia consulte
agere. S’è ragionato di fare electione di alcuni per restringere le
negociationi. Li nominati sono cardinalis Salzburgensis, episcopus
Augustæ, de quo nunc aliquid sinistri audio, al qual pur gli ho dato il
suo breve ed exhortatolo fingens me longius ire...».
Che più? trovo ora appunto alcune nuove lettere di uno scrittore dei
più leggiadramente italiani, Lodovico Ariosto; e sempre cominciano
col _Magnifici et potentes domini mihi observandissimi_: per entro
gli cascano _intervenientibus utrinque commissariis, e converso,
inveteratus malorum, versa vice, et, quæ bene valeant, feliciter
valeant, data paritate, Baldaxare, suspecto, ipso, damno, dicto,
excellentia, advenire, subditi, prompto;_ e chiude, _ex Castelnovo
Carfagnanæ, XII aprilis: observantissimus S. A. comes et ducalis
commissarius generalis_[217]. Qual meraviglia se alcuno persuadeva
all’Ariosto di scrivere in latino quel poema, che più di qualsiasi non
toscano accolse e crebbe le ricchezze del parlar nazionale?
Giorgio Trissino, nella dedica della _Sofonisba_, prega Leon X a
non «attribuirle a vizio l’essere scritta in lingua italiana». Anche
il Bibbiena, nel prologo alla _Calandria_, dice che «non è latina,
perocchè dovendosi recitare ad infiniti, che tutti dotti non sono, lo
autore ha voluto farla volgare alfine che, da ognuno intesa, parimenti
a ciascuno diletti».
Già pensavasi sottoporre a leggi convenzionali il fatto spontaneo della
parola; ma i primi studj precettivi intorno alla lingua italiana la
modellavano sulla latina; nelle grammatiche figuravano ancora verbi
deponenti, casi, ordini de’ verbi secondo il reggimento, e così via.
Il Vocabolario della Crusca, il primo di lingue moderne, fu ideato sui
latini, perciò registrando solo le parole che si trovassero in autori
e appoggiandole ad esempj, appunto come si farebbe d’una lingua morta;
e perciò non sempre bastando alle infinite gradazioni ed evoluzioni del
sentimento e della dottrina.
Molte scienze, oltre la teologica, si insegnavano ancora in latino; in
latino si trattavano spesso le cause, sempre gli affari ecclesiastici.
I tanti stranieri, che dalla devozione, dall’estetica curiosità, dalle
scuole, dalla voluttà, dall’ambizione erano chiamati in Italia, si
faceano intendere, non che dai preti e dai notari, ma fin dagli ostieri
col latino; di qual natura latino è facile comprenderlo. I governi,
la religione, la scienza continuavano anche fra gli stranieri ad usar
quell’idioma, siccome più estesamente conosciuto, e già addestrato
alle trattazioni; sicchè doveano averlo comune i nostri che in tanta
quantità andavano fuori, in virtù della supremazia che la Corte di
Roma mantenne all’Italia. E i grandissimi sforzi fattisi dal clero e
dai letterati per conservare, non che il primato, ma quasi l’unicità
del latino nelle scritture, mentre era non solo comune nel popolo, ma
bellissimo nelle composizioni l’italiano, mi adombra e spiega l’opera
degli aristocratici romani nel far prevalere la lingua letterata a
quella ch’era popolare, e che, mantenutasi ne’ vulghi, ricomparve
allorchè la favella colta degradò al mancare degli artificiali
sostegni.
Solo al tempo della Riforma, come al resto, così si fece guerra al
latino; i Riformati tradussero la Bibbia nelle loro parlate, volendo
surrogare l’idea di nazionalità alla grande unità cattolica del
medioevo; nelle lingue vulgari dibatterono le controversie religiose,
poi anche le politiche e le scientifiche; e le adoperarono alle preci
e ai sacramenti, sicchè il latino fu relegato nei santuarj cattolici.
Molti nel Cinquecento l’adoprarono alla storia, alla poesia; ma non
l’aveano raccolto dalle bocche coi solecismi e i neologismi d’una
lingua parlata, bensì eransi rifatti ai classici, e il vanto loro
consisteva nello esprimere interessi, fatti, sentimenti nuovi, senza
dipartirsi dalle frasi di Virgilio, d’Orazio, di Livio, di Cicerone;
e tanto vi s’industriarono, che la prosa, e più la poesia latina potè
avere un’altra età dell’oro. Almeno v’è chi tale la giudica, quantunque
io sia ben lontano dall’accettare quel giudizio; e tal lingua restava
separata affatto dal popolo, e non appoggiata che alle reminiscenze. Il
Bembo scriveva l’italiano coll’arte e colla fatica stessa del latino.
Dov’è a notare che sull’italiano operarono poco o punto due fatti, di
somma efficacia sopra le altre lingue, la stampa e la riforma.
Nel 600 s’applicarono maggiori studj all’italiano, ben determinandone
la natura, affinandone l’arte, scostandosi, è vero, dal naturale per
renderlo artefatto e con immagini e metafore secondo il gusto del
secolo; pure sceverandolo non solo da ogni influsso esotico, ma anche
dal latino. È comune in que’ precettori la raccomandazione di usare,
fra due sinonimi, quello che più si scosta dal latino. Il Buonmattei,
Celso Cittadini, il Cinonio, lo Sforza Pallavicino (che definiva nascer
l’eleganza da piccioli lumi, come da piccole stelle la via lattea), il
Bartoli, il Corticelli, Udeno Nisieli diedero buoni avvertimenti; ma
non credo giovassero gran fatto al bene scrivere, che in verità allora
si scombussolò nelle smancerie secentistiche, dilatatesi dappertutto,
eccetto che fra que’ Toscani che osavano scrivere come parlavano.
Nel secolo seguente prevalsero i Lombardi, deridendo il toscano,
e contaminati d’una fanghiglia di francesume, la cui inondazione
parve ricchezza al Cesarotti, che la eresse anzi in teorica, volendo
l’italiano si rifiorisse continuamente con vocaboli e modi forastieri.
Nel secolo nostro si tornò alla correzione; ma, ripigliando la
primitiva funesta scissura, alcuni adottarono una lingua che intitolano
illustre, accademica, cortigiana, letteraria[218]; altri, con opere
più che con dispute, assicurarono bel posto alla schietta e limpida,
che si arricchisce colla favella popolare e coi modi che provengono
da passione. Pur sempre restiamo alla miseria di non avere peranco
accertato qual delle due maniere sia la migliore, e da taluni son
decantati come sommi maestri quelli che per altri non son che retori e
pedanti; e stiamo incerti se ammirare il Bembo o il Caro, il Redi o il
Bartoli, il Bresciani o il Manzoni.
A levar questo ingrato dissenso, a toglierci da questo bivio della
lingua illustre o plebea, gioverà il porre in sodo e le origini e la
costituzionale natura del parlar nostro. Perocchè, se vi ha sguajati
che stampano libri professando di non conoscere la lingua, i savj
sentono come vadano inseparabili il pensar bene e lo scriver bene; e
come il senso comune giudichi ingegnose e incivilite le persone e le
nazioni che meglio parlano e scrivono. Si procuri dunque una lingua
nervosa, abbondante, chiara, facile, aggiustata, animata, uguale, non
vaga, inesatta, esitante: una lingua che possa portare la divisa di
Bajardo, _Sans peur et sans reproche_; con essa si espongano non baje
ma cose, non frivolezze corruttrici ma scienza educatrice; sicchè
infine si vada a imparar il bene scrivere dagli autori che insegnano
il ben pensare; si adopri la lingua di tutti, ma per dir cose che non
tutti sanno dire; e coll’eletta concisione di stile, colla precisione
di senso e la delicatezza e la grazia, riducansi alla più semplice
espressione gli svolgimenti d’un’idea originale.
Così venga, per l’accordo comune, a formarsi anche nella prosa una
lingua scritta che si conformi alla parlata; lingua dotta e popolare,
semplice e colta, istruttiva senza pedanterie, dilettevole senza
trivialità, forbita dai dotti, compresa anche dagli indotti, aggradita
dalla intera nazione. Del quale studio viepiù sentesi il dovere or
che tutto vien mandato alla peggio da questo sproloquio di sofisti,
micidiali non meno alla repubblica letteraria che alla civile. La
divina pietà ne salvi una volta questa, per loro colpa, abjettita
nazione!
APPENDICE II.
DELL’ANNO E DE’ CALENDARJ
(Vol. I, pag. 81).
I Romani non contavano i giorni del mese progressivamente come noi, ma
v’avevano tre punti distinti: le _Calende_, primo giorno di ciascun
mese; le _None_, al quinto nei mesi di gennajo, febbrajo, aprile,
giugno, agosto, settembre, novembre, dicembre, e al settimo negli
altri; gli _Idi_, al tredicesimo dei prenominati mesi, al quintodecimo
degli altri. I giorni intermedj si denominavano dalla distanza loro da
questi punti: metodo certamente incomodo.
Chi voglia tradurre i giorni del mese romano nei nostri, deve alla
cifra reale di ciascun mese aggiungere 2, poi da questo numero
sottrarre la differenza tra la data che si vuol convertire, ed essa
cifra aumentata. — Chiedasi a che giorno corrisponde il _septimo
kalendas maii_: aprile ha 30 giorni; se n’aggiungano 2, e si avrà
32; si sottragga il 7, e resterà 25 d’aprile, giorno corrispondente
al domandato. Se chiedasi come si chiami in latino il 25 aprile, si
sottragga questo da 32, e resterà 7 avanti le calende di maggio. — Pel
_sexto kalendas martii_: ai 28 giorni di febbrajo s’aggiungano 2, e dai
30 che risultano si levi 6, e resterà 24. Se l’anno fosse bisestile, si
avrebbe pel _bis sexto_ il 25.
Dalle calende trasse nome il _Calendario_, tavola su cui i pontefici
notavano le feste. Il sovrantendere ai calendarj fu sempre spettanza
de’ sacerdoti, in grazia delle feste da celebrarsi a tempi prefissi.
Non servivano che per ciascun anno, e vi s’indicavano i giorni _fasti_
e _nefasti_, ne’ quali cioè era lecito o no rendere giustizia; i
_comitiales_ e _atri_ di sinistro augurio; le _nundinæ_ o mercati; e
negli ultimi tempi, quelli in cui fare omaggio ai membri della famiglia
imperiale.
Alcuni calendarj, più o meno compiti, furono trovati, scolpiti su
pietra o su metallo. Tale è il _Calendarium Prænestinum_ scoperto nel
1770, compilato da Verrio Flacco, ma che si estende solo ai quattro
primi mesi e al dicembre. Il Foggini ne riunì i frantumi, e da diversi
altri calendarj cercò formarne uno dell’intero anno nelle _Fastorum
anni romani a Verrio Flacco ordinatorum reliquiæ_. Roma 1779. Vedansi
pure WAASSEN, _Animadversiones ad Fastos romanos sacros_. Utrecht
1795; IDELER, _Handbuch der matematischen und technischen Cronologie_.
Berlino 1826.
Gli altri calendarj sono il marmo rotto de’ Maffei conservato a Roma,
che contiene tutti i dodici mesi; quello de’ Capranica per agosto e
settembre; quel di Amiterno, frammenti dei mesi da marzo a dicembre;
l’Anziatino, frammenti de’ sei ultimi mesi; l’Esquilino, frammenti
di maggio e giugno; il Farnesiano con parte di febbrajo e marzo; il
Pinciano, frammenti di luglio, agosto, settembre; il Venosino, con
maggio e giugno compiti; il Vaticano, con pochi giorni di marzo e
aprile; l’Allifano, con pochi di luglio e agosto. Ultimamente si
scopersero a Cuma alcune parti di uno dell’età di Augusto.
Particolare è il calendario rustico Farnese, sculto sopra le quattro
faccie d’un cubo, ciascuna delle quali divisa in tre colonne d’un mese
ognuna. In capo v’ha il segno dello zodiaco; seguono il nome del mese,
il numero de’ giorni, la posizione delle none, la durata del giorno,
il nome del dio a cui è sacro, e le operazioni agricole. Per maggio e
giugno dice:
♊ ♋
MENSIS MENSIS
MAIVS IVNIVS
DIES XXXI DIES XXX
NON. SEPTIM. NON. QVINT.
DIES HOR. XXIIII S. DIES HOR. XV
NOX HOR. VIIII S. NOX HOR. VIIII.
SOL. TAVRO. SOLIS INSTITIVM
TVTELA APOLLIN. VIII KAL. IVL.
SEGET RVNCANT. SOL GEMINIS.
OVES TONDENT. TVTELA
LANA LAVATVR. MERCURI.
IVVENCI DOMANT. FŒNISICIVM.
VICEA PABVL. VINEÆ
SECATUR. OCCANTVR.
SEGETES SACRVM
LVSTRANTVR. HERCVLI.
SACRVM MERCVR. SACRVM
ET FLORÆ. FORTIS. FORTVNÆ.
Altri calendarj s’aveano, somiglianti ai nostri ciarlataneschi e
profetici. Uno ne fece nel VI secolo Lido, venerabile magistrato, pei
signori e dotti di Costantinopoli, edito poco fa da Hase. Insegna
esso che, se tuona quando il sole sta per entrare nel Capricorno,
vi saranno dense nebbie, le quali, se durino fino al levar della
canicola, porteranno malattie, estrema penuria, massime in Macedonia,
Tracia, Illiria, nell’India alta, nella Gedrosia, paesi sottoposti
all’influenza del capricorno. Se la luna eclissa ne’ gemelli, le cose
politiche saranno turbate, e muteranno di mano. Un tremuoto fra una
neomenia e il quinto giorno del mese lunare annunzia la morte di molti;
se è fra il nono e il diciannovesimo, un disastro pel capo del governo;
se fra il ventesimoquinto e il trentesimo, tempeste, guerra, caduta
d’un gran personaggio.
Il calendario Viennese, pubblicato dal Lambeccio, tiene già la
divisione della settimana cristiana, ed è di circa la metà del IV
secolo. L’uso di scolpire calendarj in pietra durò fra’ Cristiani;
e nel demolire il castello di Coëdic in Bretagna se ne trovò uno,
spiegato nelle _Memorie dell’Accademia delle iscrizioni_ dal Lancelot,
che lo crede del 468.
Se mai sforzo d’erudizione recondita fu fatto per sostenere un errore,
è certo quello con cui il danese Niebuhr tolse a provare che il
primitivo anno degli Italiani, adottato alle origini da Roma, constava
di trecentoquattro giorni in dieci mesi. Quest’anno era lunare, e
rimettevasi in accordo coll’anno solare mediante l’intercalazione
trieterica in periodi di ventidue anni, adattandovi, dieci volte
per ciascuno, un mese supplementare, alternativamente di ventidue
e di ventitre giorni, e trascurando l’ultimo triennio. Come cinque
anni facevano un lustro, cinque di tali periodi facevano un secolo
di centodieci anni. L’anno è istituito per comodo della vita e pel
periodico ritorno di certe feste; onde sempre fu messo in accordo più
o meno esatto con una rivoluzione della terra attorno al sole, e con un
periodo delle fasi lunari.
Pertanto già gli antichi trovavano assurdo il supporre un anno
siffatto, senza correlazione nè col sole nè colla luna. Plutarco dubitò
se mai fosse adoperato, e Giuseppe Scaligero lo tratta di favola,
supponendolo fin da principio di dodici mesi. Il Niebuhr attribuisce
questa repugnanza all’abitudine; ed oltre le precise indicazioni di
Censorino e di Macrobio, troverebbe prove della sua applicazione in
tempo più recente. Inoltre, atteso i rapporti ciclici di quest’anno
col lunare intercalato che dicemmo, e col suo periodo secolare, si vede
che da una parte potea servire di correzione perpetua, dall’altra era
preferibile per l’uso scientifico.
La chiave di questo sistema gli è data da Censorino, _De die natali_,
XVIII, dicendo che il lustro era l’antico anno grande di Roma, e
il ciclo in cui il cominciamento dell’anno civile coincideva con
quello dell’anno solare. Cinque anni solari egizj, da 365 giorni, ne
contengono 1825; sei anni di Roma da 304, fanno 1824: onde in cinque
anni la cronologia romana perdeva un giorno a fronte dell’egizia
civile, che non aveva anni bisestili, e che in capo a 1461 anno
tornava al suo punto di partenza colla perdita di un anno, siccome
chi fa il giro del globo perde un giorno tra via. La cronologia
romana, a confronto coll’anno giuliano, perdeva circa un giorno e un
quarto: deviazione sì forte, che, se altre divisioni del tempo, nel
sistema medesimo dell’anno di dieci mesi, non avessero somministrato
un’intercalazione sistematica facile e di evidente concordanza,
bisognerebbe credere assolutamente inverosimile l’uso ciclico di anno
siffatto.
Queste divisioni di tempo sono il più grande e il più piccolo fra i
periodi etruschi, il secolo e la settimana di otto giorni. Il secolo
era pure la misura dell’anno lunare, intercalato: la settimana si
conservò presso i Romani, talmente che ogni nono giorno era mercato
(_nundinæ_). Fra gli Etruschi questo nono dì era pure chiamato _nonæ_;
e in armonia con siffatta divisione di tempo, un tal nome fu sempre
appropriato al nono giorno avanti agli idi. Ma le _nundinæ_ di Roma
non stavano in veruna relazione coll’anno, ed erano semplicemente un
giorno del mese; mentre fra gli Etruschi formavano vere divisioni di
settimana, ogni nono dì essendo quel degli affari, e in cui i re davano
udienza e rendevano giustizia (MACROBIO, _Saturn._, I. 13). L’anno di
dieci mesi e di trecentoquattro giorni si risolve appunto in trentotto
ottave; onde conta altrettante none, ed è precisamente il numero de’
giorni chiamati _fasti_ nel calendario giuliano. Così questo numero si
conservò dai Romani; ma essendo insufficiente per gli affari del fôro,
molti altri giorni furono aggiunti con nomi diversi.
Cominciando le settimane sempre al medesimo giorno del mese, anche i
mesi intercalari doveano essere divisibili per otto. Ora, se nel secolo
del periodo ciclico, composto di cendieci anni o ventidue lustri,
s’intercalasse all’undecimo ed al vigesimosecondo lustro un mese di tre
ottave, cioè di ventiquattro giorni, ne risultava al fine del periodo
un’approssimazione alla verità e una correzione del cielo lunare
inaspettatissima; giacchè, secondo il calcolo dello Scaligero, che non
aspirava ad esattezza maggiore di quella del calendario giuliano, i
cinque periodi di secolo facevano 40,177 giorni, intanto che la somma
degli anni ciclici, giusta siffatta intercalazione, ne dava 40,176.
Mentre dunque la cronologia giuliana suppone l’anno tropico di 365
giorni e 6 ore, l’antica lo fa di 365 giorni 5^h 40’ 22”, cioè solo
8’ 23” meno del vero, non di 11^h e 15’ come il giuliano. Le 15^h 22’
10” che mancavano al periodo etrusco di centodieci anni, e che in capo
a centosettantadue anni producevano un giorno di perdita, dovettero
essere supplite con ulteriori intercalazioni: ma le regole di calcolo
non poteano spingersi fino ai minuti secondi, ed è molto verosimile che
gli Etruschi abbiano determinato l’anno tropico a 365 giorni 5^h 40’.