Delfino Muletti, nelle _Memorie di Saluzzo_, vol. _iv_, reca delle

laude del 1400 nel dialetto saluzzese, e una iscrizione posta il

1403 sulla chiesa di San Sebastiano: ma questa può piuttosto dirsi in

rozzissimo italiano che in dialetto; quelle orazioni sono l’anello fra

il dialetto piemontese e il valdese, che si connette con quei della

Linguadoca:

«Noe ce tornerema devotament al altissim De nostro Segnor Yhu Christ,

da qual venen tuit gli bin e tute le grasie che nos n’a dait grasia en

cast beneit di de fer questa disciplina ch’el nos dea grasia che noi la

pussèm e voglièm fer a tuit gli temp de la nostra vita al sò los, onor

e gloria, e a recordament de la soa santissima passion, e a esmendament

di nostri peccai, asiò che quant noi passerema da questa misera vita,

el nos condua tuit a la gloria de vita eterna».

Del dialetto nizzardo il primo esempio a stampa è il _Compendion del

Abaco_ per Francesco Pellos di Nizza, Torino 1492. Comincia:

«Jesus done a mi gratia et sia en so plaser che fassa principi he fin

de aquest compendio de abaco de art de aritmetica he semblament dels

exempels de jeometria contegnut en los presents sequents capitols,

lo quals tracleray coma a mi sera possible, perchè les citadins de lo

ciutat de Nisa son sotils et speculatieus en ogni causa, et specialment

de las dichas arts».

Stranissimo è il dialetto genovese; e raccontasi vulgarmente d’un

commissario, il quale non volle segnare il foglio di via ad un

cittadino per Cogoleto, atteso che non sapeva trascrivere in lettere la

bisbetica pronunzia di quel nome. Lo stesso caso dev’essere intervenuto

ad un notajo nel 1110, che di molti testimonj non indica il nome,

_quorum nomina sunt difficilia scribere_ (Mon. Hist. patriæ, _Chart._

II. 186).

Di esso genovese dialetto Matteo Mollino conserva manoscritte alcune

poesie d’autore ignoto, tra il 1270 e il 1320 (SPOTORNO, _Storia

letteraria della Liguria_, tom. I. p. 283). Una, celebrando la vittoria

riportata nel 1294 a Lajazzo, comincia:

L’alegranza de le nove

Chi noamente son vegnue

A dir parole me commove

Chi non son de ese taxue...

Quelli se levan lantor

Como leon descaenai

Tutti criando alor alor...

Ben fè mestè l’ermo in testa,

Si era spessa la tempesta;

L’aere pareia nuvelao...

Correa mille duxenti

Zunto ge novanta e quatro.

Or ne sea De lodao,

E la soa doze maire

Chi vitoria n’ha dao...

Ha pure un componimento giocoso intorno ai marroni:

Non trovo in montagna

Mei fruto da castagna;

La qua s’usa, zo se dixe,

Ben in pu de dexe guise;

Boza, maura, cota e crua ecc.

Nella _Çittara zeneise_ di Gian Giacomo Cavalli è data come antica

un’ode di Barnaba Cicala Cazero, che al tono direbbesi contemporanea

de’ trovadori:

Quando un fresco, suave, doçe vento

A ra saxon ciù bella, a ra megiò

Treppà intre fœugge sento

E pà ch’o spire amò;

Me ven in mente quella

No donna za ma stella,

Quando ro ventixœu ghe sta a treppà

Dent’ri cavelli e ghe ri fa mescià.

Rambaldo di Vaqueiras, trovadore del secolo XII, ha una tenzone

in forma di dialogo fra l’autore e una dama genovese, la quale gli

risponde:

Jular, voi no se corteso

Che me charcheai de chò[204]

Che niente non farò

Anche fosse vos a peso[205],

Vostr’amia non sarò,

Certa ja ve schernirò;

Provensal mal agurano,

Tale noja ve darò,

Sozo, mozo, esclavado,

Nè jà voi non amarò

Ch’ec un bello mario,

Che voi no se, ben lo so[206].

Andè via, frar, en tempo megliorado.

Al _Vocabolario genovese latino_ sono premessi saggi di scritture in

quel dialetto, di varj secoli, volendosi mostrare che a principio era

similissimo all’italiano, dappoi se ne scostò. I passi qui addotti nol

confermerebbero; oltrecchè, se sono simili all’italiano, come provare

che siano in dialetto?

Negli Atti della Società Ligure di storia patria (1859, vol. I, p. 129)

si indicano come segni dell’esistenza del dialetto genovese le voci

_miexi_ nel 1019; _pixone, montenello_ in altre del 1143 e 1148; poi

_Lunexana, Palavixino_, e così _frexia, Sardena, fregabrena, merdenpè,

noxedo, labuxada_ nel secolo XII; e nel XIII _toagia, toffania, tomao,

ruxentarium._ Nel vol. VI, pag. 708 d’essi Atti si portò una relazione

all’uffizio del Banco di S. Giorgio del 1457, in pretto idioma

genovese. «Segnoi, a noi è staeto molesto acceptar questo officio, non

per recusar de portà li carrighi publici, li quae poessimo ben fa, ma

considerando che anti che a queste compere fussen arrembe et tranferte,

ecc.».

Nell’_Archivio glottologico_, vol. II, p. 162, si reca una quantità di

rime genovesi della fine del secolo XIII e del principio del XIV[207].

Il signor Tozzetti Mazzoni (_Origini della lingua italiana_, Bologna

1831) vanta assai il bolognese dialetto, appoggiandosi a Dante, e

soggiunge a pag. 1111: — Del nobile vulgare bolognese, uno de’ più

antichi documenti che si conservano, è, a parer mio, la lettera diretta

al marchese Maroello Malaspina, scritta nell’anno 1297». Eccola:

«Al nobelle e al savio e posente mis. lo marchexe Maroello Malaspina

honorevolle podestà e capitano generale de guerra del chumuno e

del povolo de bologna, Zame de mis. Aldrovandrino di Symipuzuli e

Paolente Dipananisi, capitani del castello de Savignano, ve se mandano

raccomandando. Conta cossa sia a vui mis. (_siavi conto_) che di

domenega Zoane de mis. Landolfu de la capela de s. Apolito e Zoane dal

lotino de la capela de santa Maria majore si ferno grande romore. in

somo e dagandosse de la pugne l’uno al altro in suso lo volto, e per

questa rissa sinfo (_si ne fu_) grande romore in lo borgo del castello

di Savignano, e loro miseno a sagramento e confessorno che quisi era

la verità per esso sagramento, e sovra goderno a loro de termene a fare

soa defessa e nessuna nonanfatta, ecc.».

Anche altri esempj reca egli, massime a pag. 909; ma sono sempre di

persone che s’ingegnano scrivere toscano. È però curioso un libretto di

Ovidio Montalbani, _Vocabolarista bolognese, nel quale con recondite

historie e curiose erudizioni si dimostra il parlare più antico della

madre degli studj come madre lingua d’Italia_. Bologna 1660, in-12º, di

pag. 272.

Uno de’ primi lavori della patria letteratura è il _De Vulgari Eloquio_

di Dante. Potrebbesi parlare delle origini della lingua senza tornar

più volte su questo gran rivelatore? Non per questo vogliam portarci

all’idolatria, o a crederlo forte in etnografia e in filologia: e

già repudiammo chi lo chiama creator della lingua. Tutto fatto egli

vi trovò, perfino la versificazione: erano abbozzi, ma preparati a

ricevere splendida coloritura; ed egli stampò l’impronta del suo genio

sopra un idioma che fin allora non aveva se non quella d’una timida

fatica. Egli stesso da principio fu ben lontano dal conoscerne la

potenza; nella _Vita Nuova_ ne parla con disprezzo, come di lingua

soltanto adatta a cose leggiere; nel _Convivio_ non mostra intenderne

gran fatto, poi ne discorre espresso nella _Vulgare Eloquenza_. Ne

componeva il primo libro fra il 1302 e il 1309; poi lo sospese: più

tardi scrisse il secondo, e lasciò interrotta a mezzo la dimostrazione

ch’era richiesta dalla proposta messa all’entrare del capo XIV.

Trattato nel libro secondo _delle stanze_, forse nel terzo avrebbe

dimostrato la struttura della _canzone_ e della _licenza_, poi nel

quarto avrebbe discorso delle _rime,_ e specialmente delle _ballate_

e dei _sonetti_, sempre come stile, non come lingua; forse anche

dovea seguirne un quinto sui poemi più lunghi. Insomma è un’arte

poetica, e della lingua poetica (giacchè in prosa poco usavasi il

vulgare) è il ragionar suo, il che troppo pérdono d’occhio coloro che

ne fanno fondamento a teoriche sopra il parlar comune. Ivi colpisce

di «perpetuale infamia i malvagi uomini d’Italia, che commendano lo

vulgare altrui e il proprio dispregiano..... abominevoli cattivi

d’Italia ch’hanno a vile questo prezioso vulgare»; e riconosceva

esser esso già distinto, perfetto e civile ridotto, qual si vedeva

in Cin da Pistoja e nell’amico suo (Dante stesso); e lo erige sopra

al latino, al francese, al portoghese, come dolce e sottile[208]. E

questo vulgare non è già la lingua cortigiana di cui altrove egli si

fa predicatore; bensì «quello il quale, senz’altra regola, imitando la

balia; s’impara»[209]: ma lo scrittore lo rende perfetto con «eleggere

i vocaboli adatti, gettando i rozzi e rabbuffati, e cogliendo i soavi,

i gentili, gli efficaci»[210].

Alla qual opera accintosi, conosceva già allora quattordici dialetti

in Italia: «Ad minus quatuordecim vulgaribus videtur Italia variari;

quæ omnia vulgaria in se se variantur, ut puta in Tuscia Senenses et

Aretini; in Lombardia Ferrarienses et Piacentini: nec non in eadem

civitate aliqualem varietatem perpendimus. Quapropter si primas et

secundarias et subsecundarias vulgares variationes calculare velimus,

in hoc minimo mundi angulo non solum ad millenas loquelæ variationes

venire contigerit, sed etiam magis ultra». E adduce alquante frasi

di ciascun dialetto, tali però che poco ajutano le ricerche nostre,

a mala pena riconoscendosi[211]. Ma qui ci basta l’attestarne non

già che sussistevano, fatto troppo naturale, ma che sapeansi essere i

tipi idiomatici de’ varj dialetti. E per quanto egli s’industriasse a

svertare il toscano, esaltandone alcuni che certo non pretesero mai

a primato e per fino lo squallido bolognese, il toscano prevalse,

anche per merito di lui, che adoprollo a «descriver fondo a tutto

l’universo», e divenne il letterario, come il dialetto attico in Grecia

dopo Alessandro, come il turingio per la Germania.

Oltre i dialetti di fondo italiano, ce ne rimangono di altra

filiazione; in Malta il punico antico; in Algheri di Sardegna il

catalano; il teutonico nei Sette Comuni del Vicentino, ne’ Tredici

Comuni de’ monti Lessini sul Veronese, a Bosco nel Canton Ticino, e in

qualche lembo del Trentino; il romancio nella limitrofa Engadina, e

in alcuna parte della Val Leventina e della Val di Blenio nel Canton

Ticino; in qualche valle della Sicilia e della Calabria l’albanese o

romaico.

Altre voci di dialetti serbano l’impronta delle dominazioni o

comunicazioni forestiere, greche a Ravenna, tedesche e spagnuole in

Lombardia, arabe e greche in Sicilia, levantine a Venezia, francesi

in Piemonte, mentre ne’ paesi de’ Volsci, Sabini, Vejenti, Falisci,

Sanniti si riconosce il vecchio latino. Tant’era lontano che tutte le

città italiche parlassero il linguaggio stesso.

I dialetti serbansi più fedeli alla loro origine; onde sentiamo

tutto di pronunziare e cantare: _Lo santo padre si scoprì lo viso

— I’ te voglio ben assai — Da li capelli a la fronte e a li occhi —

chesto loco, quisto, chillo, ello_. Essi conservano parole che non

hanno analogia col greco nè col latino o col celtico; e fin elementi

grammaticali estranei alle lingue indo-germaniche: segno (lo ripetiamo)

che sopravvissero durante la dominazione romana, e rivalsero quando il

latino officiale periva.

Gli studj sui dialetti richiedono tal profonda cognizione delle loro

finezze, che difficilmente un uomo può attendere a più che a quello

che ha dalle labbra materne. Onde trarne utilità filologica, più che

i soliti dizionarj, crederei opportuno lo sceverare da ciascuno le

parole che, più o meno alterate, derivano dal latino o dal greco; e

soltanto sulle residue esercitare l’analisi: le loro corrispondenze

o differenze ci avvicinerebbero, o m’inganno, alle favelle primitive

degli Italiani. Qualche cosa di simile tentò il barone di Hormayr sui

dialetti romanzi del Tirolo, e pretese nelle voci estranee riconoscere

il linguaggio degli Etruschi, popolatori antichissimi di que’ paesi, a

creder suo[212]. La ricerca fatta con esteso accordo potrebbe guidare a

importanti conclusioni, e a provare che i dialetti non son altrimenti

una corruzione dell’italiano, bensì linguaggi antichi, che per

circostanze non si elevarono a lingua officiale e letteraria.

Ma è scienza affatto nuova quella che ora nello studio dei dialetti

porta una veduta generale che tutte le particolarità lessiche,

morfologiche, fonetiche riferisce ad un insieme; uno spirito geometrico

che alle singole nazioni assegna un posto conveniente; così si cessa di

parlarne come di bizzarrie vulgari, accorgendosi che ciascuna società

particolare, arbitra di sè, foggiò un dialetto, e che le anomalie,

anche in storia naturale, diedero ai giorni nostri le teorie che

cambiarono faccia alla botanica.

§ 22º

_La lingua italiana è patrimonio esclusivo d’una provincia? Sue

vicende._

Per quanto in lavori di tal genere s’abbia sempre ad aggiungere e

resti sempre a spigolare, noi crediamo aver dimostrato che que’ primi

scrittori, di qualunque parte nascessero, e comunque il lor paese

natio parli trinciato, o squarti e scortichi le parole, o sdruccioli

sulle desinenze, o le strascichi, o adoperi voci bazzesche e croje,

quali le lombarde già parevano a Dante, o accumuli frasi sgraziate e

villani costrutti, ingegnavansi, come oggi ancora si fa, d’accostarsi

all’idioma toscano, non foss’altro perchè più vicino all’ortografia

latina.

Il qual fatto generale, se non si fosse voluto disconoscere da coloro

che vennero a ragionar poi sopra ciò che generalmente si praticava,

avrebbe evitate assai sofisterie e discussioni, che empirono

biblioteche intere per rendere avviluppato e controverso ciò che è

lampante e consentito col fatto. Perocchè il linguaggio somiglia

al diritto. Una logica naturale domina la sua prima formazione;

poi qualche alto ingegno ajuta il popolo nel costituirlo; prende il

cumulo informe degli elementi di esso, ne trae il meglio, e dà norme

alla lingua e la fissa. In quell’alto ingegno il popolo non vede un

tirannico comando, bensì la espressione autorevole del suo modo di

essere, pensare, sentire, quantunque nobilitato.

Noi ci appoggiammo assai sulla analogia, e questa ci mostra che le

varie contrade parlano variamente, sia per indole, sia per derivazione,

donde i molteplici dialetti. Un dialetto viene adottato dagli scrittori

come lingua comune; essi lo determinano, lo regolano, lo fissano, e in

tal forma resta nel tesoro letterario della nazione. Ben altra è la

natura dei quattro famosi dialetti greci, dove la varietà riducevasi

a pochi accidenti, tantochè tutti poterono adoprarsi mescolatamente

in Omero, e il dialetto comune prevalse negli ultimi tempi, e da quel

solo, misto ad elementi slavi, derivò il greco moderno. Nell’antica

Italia fu il dialetto del Lazio che ottenne la preferenza legale

e letteraria: come in Inghilterra quel di Londra, in Francia quel

di Parigi, in Ispagna e in Portogallo quel di Madrid e Lisbona, in

Germania il sassone, in Polonia il varsaviano e via discorrete.

In Italia il dialetto che gli autori preferirono fin dall’origine fu

il toscano, men contaminato di mescolanza forestiera, e più consono

al latino. Di esso si valsero i grandi triumviri della nazionale

letteratura; donde gli venne tal dignità e importanza, che ad esso

cercarono accostarsi tutti quelli d’altri paesi. Abbiamo componimenti

ne’ varj dialetti; ma quando il Bernieri celebrava Meo Patacca,

Carlo Porta sbertava i Milanesi nel Giovannin Bongee, o Sgruttendio

sbizzarriva le Mattinate, o il Meli cantava stupendamente l’Apuzza o

la Cicaletta[213], essi sapeano di far lavori, ristretti al proprio

paese, non destinati a tutta Italia. Abbiamo dizionarj che le voci e

le frasi proprie di ciascun dialetto traducono in italiano; a chi venne

mai in mente di farne uno pel toscano? La differenza sua dall’italiano

non consisterebbe che in varietà di pronunzia, o in quelli ora vezzi

ora sgarbi che mette il popolo nella lingua di cui si serve; incolta se

vogliasi, scorretta di grammatica, insulsa di cose, ma pura, propria,

calzante.

Le gare municipali, che furono il disastro ma insieme la vita della

nostra Italia, tolsero che, in teorica, si volesse accettare la

supreminenza del toscano; eppure in pratica era adottato da tutti. Ad

ogni modo, se alcuno pretese che al toscano possano contribuire voci

anche il milanese, il romagnuolo, il napolitano, non credo verun mai

sostenesse da buon senno che la letteratura nazionale possa farsi in

romagnuolo, in napolitano, in piemontese.

Lo straniero che chiede d’imparare la lingua nostra, intende sempre la

toscana. Quando interroghiamo come si nomini un oggetto, intendiamo

come si nomini in toscano. Io penso che ogni dialetto sia una lingua

compiuta, ed abbia tutti i termini che le bisognano; nè il toscano

manca d’alcuno; giacchè, forse, non è possibile il pensar a un oggetto

senza avere la voce a cui fissarlo. V’ha oggetti che la Toscana non

ha, non conosce; ma se v’ha paesi dove si trovano ghiacciaj e steppe,

coll’acquisto di quella nozione acquistò anche la parola, l’ha fatta

sua. Ciò s’avvera pei trovati nuovi, puta quelli dell’elettrografia o

delle strade ferrate. Il toscano accetta i nomi de’ singoli oggetti da

chi glieli recò, pur talvolta, nell’immensa potenza dell’uso popolare,

riconosce in quegli oggetti o gli assimila ad alcun altro che dapprima

v’aveva un nome, o cui può darsene uno derivato e intelligibile.

Quindi il _Kreuzer_ diventò crazia, il _Semel_ e il _Kifel_ semello e

chifello: e allorchè gli dicono i _wagons_, i _rails_, il _tender_, gli

_slippers_....... egli traduce i carrozzoni, i regoli, il magazzino, il

bagagliajo, le traversine.....

Se da ciascun dialetto avesse a scernersi il meglio, secondo

fantasticano taluni, verrebbe la necessità di conoscerli tutti, il che

è impossibile, e porterebbe all’esitanza, ch’è lo stato peggiore nelle

scritture come nelle azioni. D’altra parte scegliere il meglio indica

avere un tipo al quale raffrontare; sicchè più breve e men fallibile

sarà l’attenersi a questo tipo stesso. Se dai singoli dialetti

potesse desumersi qualche parola, ne verrebbe che ciascuno scrittore

adoprerebbe una lingua diversa, mentre supremo bisogno d’una nazione è

l’unità della lingua, dietro alla quale vengono le altre unità.

Primo scopo del parlare e scrivere è il farsi intendere. Meglio a ciò

si riesce quanto maggiore è la precisione. In matematica chiunque

scrive 7+9 = 16: oppure (_a_+_b_)^2=_a_^2+2_ab_+_b_^2, è certo di

essere inteso da ognuno che sappia leggerli, di qual nazione egli si

sia, perchè quella forma è unica, nè può essere surrogata da altra. La

parlata non raggiungerà mai siffatta precisione, ma vi si accosterà,

quanto più fissi e convenuti saranno i significati delle parole. E

come un grande acquisto è l’avere un peso, un tipo, un titolo solo per

le monete, un modulo unico per le misure e i pesi, così sarà prezioso

l’aver nella nazione una lingua sola, cioè un solo uso al quale

riferirsi.

Il napolitano ha grandemente meritato della favella nazionale,

perocchè, oltre le origini greche, in codesto paese avea nido il

parlare osco, prevalente tra i vicini e usato altrove nelle Atellane

(vedi pag. 12); poi fu dei primi a usar l’italiano. Pure non credo

pretenderebbe sostituirsi al toscano, e neppure in questo introdurre

parole sue. Avesse pure voci, frasi e dizioni più logiche, più

calzanti, più espressive che non le corrispondenti toscane; non le

consacrò l’uso, _quem penes arbitrium est, et jus, et norma loquendi_.

A Napoli si fece una ristampa del Vocabolario della Crusca, forse la

più notevole per quantità d’aggiunte, e inserzione delle etimologie

e sinonimie: ma non so che il Liberatore, il Borrelli, il Rocco, gli

altri che vi collaboravano, abbiano messa a registro neppur una voce

napolitana.

Distinguasi però la lingua toscana, ch’è una cosa positiva, da stile

toscano, che è un non senso. Una è la lingua, differentissimi i modi

d’usarla; e se quella può impararsi in Toscana o da Toscani, tutt’altro

si richiede per riuscire grande scrittore, cioè gran pensatore. A

tutte le armonie immaginabili bastano sette note, e con esse si resero

sommi Jomelli, Rossini, Bellini, Verdi, senza sognare di voler mostrare

originalità coll’inventarne di nuove.

Un insigne scrittore, che tanto tien conto della lingua da aver avuto

il coraggio di rifare un proprio libro, graditissimo all’Italia, sol

per uniformarlo all’uso toscano, ripose la sovranità di tal uso in

ciò che si dice in Firenze. Sempre è l’amor della semplificazione,

dell’unità, della vitalità progressiva, surrogato alla pedanteria di

un dizionario, che non s’appoggia se non ad un’autorità secondaria,

qual è quella degli scrittori. Perocchè gli scrittori son buoni (dico

per lingua) in quanto fan testimonianza dell’uso. Nè a concedere ciò

troveranno difficoltà quelli (e non sono molti) che sanno separare la

quistione della lingua da quella dello stile.

Ma esso autore fece troppo scarsa la parte degli scrittori in fatto

di lingua. Una lingua morta non può essere che imitazione, ricalco;

tutto si circoscrive negli scrittori; non si può dire se non quel

ch’essi dissero, a rischio d’esser barbari. Non così delle lingue

vive. Se gli scriventi non hanno diritto di creare alcuna parola, molto

contribuiscono, sia collo scegliere, sia col fissare, sia col derivare

o comporre, siccome avviene a chi non parla soltanto, ma riflette alla

parola. La quale poi è scritta in libri che la nazione adotta; e quei

libri servono di testimonianza e di scuola, si citano, si imitano; e

riducono, non immobile, chè non è nella natura di cose umane, ma più

durevole lo stato d’una favella.

Il latino aveva l’autorità dell’uso al tempo dei precinti Cetegi come

sotto i Costantini; eppure latino intendiamo quel ch’è scritto ne’

classici, anzi negli ottimi di questi.

Il latino stesso però, benchè si estendesse officialmente, ne’ varj

paesi restava alterato dai linguaggi preesistenti, pur rimanendo sempre

latino. Quando gli autori natii di Roma cessano, e ne sottentrano di

provinciali e massime di spagnuoli, anche il parlare si altera. Chi

scriveva dopo caduto l’Impero, ingegnavasi sempre e dappertutto imitare

il latino classico: perciò lo scritto risentiva dell’individualità,

essendo più o men rozzo secondo lo scrivente, perchè era studiato,

non parlato. Ignoranti notari e legulei vi mescolano parole che

non soleansi dai più corretti, ma che si usavano dal vulgo; gli

ecclesiastici, volendo al vulgo farsi intendere, adoprano a tutto

pasto i modi e le costruzioni di questo; e così il latino forbito degli

scrittori s’accosta al parlato.

Come ne’ paesi artici l’aurora comincia ad albeggiare prima che

siano scomparsi gli ultimi rossori del tramonto, così l’italiano

sbocciò mentre era vivo tuttora il latino; crebbe via via che questo

decresceva, e trovossi perfezionato prima che l’altro disparisse.

L’ingerenza di questo va estendendosi, finchè taluno, per iscrivere i

proprj ricordi, le spese, le lettere, adopera affatto il parlar suo,

cioè il vulgare: scritto, è vero, ancora con ortografia o alla vecchia

o inesperta, ma pur vero italiano; lo usano i predicanti; i narratori

di vite di santi o d’altri racconti per la plebe o per la gaudente

società, e prima ancora in canti d’amore o di prodezze.

La vitalità di quel tempo trapela anche nell’adottarsi parole straniere

e assimilarsele, acconciandole al proprio sistema, dicendo _Parigi,

Basilea, Brugia, Magonza, Loira, Aquisgrana_; il che più non si fa

quando la lingua cessa di essere indecisa; introducendole vi si lascia

l’aria straniera.

In questo parlare plebeo, in questo vulgare «che seguita uso mentre il

latino seguita grammatica», potrebbe egli stendersi una grande epopea,

che abbracciasse tutto lo scibile, e cielo e terra? Dante tenzona fra

il sì e il no, fra l’opinione de’ suoi amici e il sentimento proprio,

fra la negativa espressa nella _Vita Nuova_ e nel _Convivio_, e la

potenza acquistata coll’uso: frate Ilario non credea possibile quegli

altissimi intendimenti significare per parole di vulgo, nè giudicava

conveniente che una tanta e sì degna scienza vestisse a quel modo

plebeo[214]. E Dante gli risponde: «Avete ragione, ed io medesimo

lo pensai; e allorchè da principio i semi di queste cose presero a

germogliare, scelsi quel dire che n’era più degno; e presi a poetare

così:

_Ultima regna canam, fluido contermina mundo_,

_Spiritibus quæ late patent, quæ præmia solvunt_

_Pro meritis cuicumque suis._

Ma poi, pensando che la gente colta non bada ai poeti e li lascia a’

plebei, temprai la lira in modo conveniente all’orecchio dei moderni».

Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15) · 第 11 / 27 段