Altre prove ne troverà chi osservi come noi tuttodì usiamo termini che

il latino classico repudiava come antiquati o corrotti, ma che doveano

essersi conservati tra il popolo, giacchè li vediamo resuscitare quando

si guasta o ammutolisce il linguaggio letterario. E poichè noi non

nasciamo dai pochi letterati, ma dal grosso della popolazione latina,

perciò le parole d’oggi tengono il significato de’ bassi Latini, anzi

che quello degli aurei. _Clostrum, coda, vulgus, magester, audibam,

caldus, repostus, cordolium, bolga, mantellum; finis_ e _frons_ al

femminile, che passarono all’italiano, erano negli antichissimi, e

furono abbandonate dai classici. Nel latino classico era comune il

_fortis_, non _forcia_ ch’è poi nel basso e in tutte le lingue romanze.

Così è di _giardino_, di _gatto. Blanch_ c’è nello spagnuolo, nel

valacco, nel ladino, come in italiano. In valacco dicesi _boje_, in

romancio _bojer_, in ispagnuolo _boja_ quel che in latino _carnifex_.

In valacco abbiamo _inaltzà, bâte_, per inalzare e battere; e così

_citu_ per zitto, come lo pronunziano i Lombardi. _Mannaja_ sarebbe

nome nuovo, ma nel romancio abbiamo _manera_, e in dialetti lombardi

_manerin_. Tacio il _capitaneus_ che è già in un papiro del 551 presso

il Marini. Or donde vennero se non dal parlato?

Nel daco romano abbiamo _nu erà niminea; nimenui nù së convine; nù

zicë nimic_, come in italiano diciamo «Non era nessuno; a nessuno non

conviene; non dica nulla». Ne’ classici le due negative affermavano;

ma il trovar l’opposto nel vulgare di due paesi così distinti ci fa

credere che altrimenti usasse il vulgo[182].

Indicammo a pag. 77 di non poter determinare perchè, fra due sinonimi,

i nostri preferissero l’uno, come _grandis, fames, niger, senior,

totus_, piuttosto che _magnus, esuries, ater, omnis_[183]; e così

piuttosto di _sicut_ il _quomodo_[184]; _de mane_ piuttosto di _cras_;

_subito_ piuttosto di _cito_; _penso_ piuttosto che _cogito_; e

supponiamo che già il popolo dicesse più volentieri _plus_ che _magis;

hac hora_ (ora) che _nunc_; _illa hora_ (allora) che _tunc_; _ad minus_

(almeno) che _saltem_; _per hoc_ (però) che _ideo_ e _nam_; _perfecta

mente_ che _perfecte_.

Deperita la correzione che era mantenuta dagli scrittori, l’uso prevale

colla sua mobilità; e le parole latine divengono italiane mediante que’

cambiamenti che i grammatici classificarono, intitolandoli _protesi_

quando s’aggiunge una lettera o una sillaba al principio; _aferesi_

quando la si toglie, come da _rotundo_ tondo; _apocope_ quando levasi

la finale; _sincope_ quando di mezzo alla parola si leva una lettera

o una sillaba; onde da _rubigine_ ruggine, da _parabola_ parola, da

_civitas_ città, da _Pado, viginti, bonitas, facere, mensura, pensare_,

Po, venti, bontà, fare, misura, pesare; _epentesi_ quando s’introduce

una lettera nuova, come pietra e fiera in _petra, fera; antitesi_

quando si cangia una lettera, onde _diurnus, de mane, hordeum, vestro,

radium_ diventano giorno, domani, orzo, vostro, raggio; _metatesi_

quando si muta ordine alle lettere, col che _aer, luscinia, super_

divengono aria, usignuolo, sopra; _antifrasi_ quando alla parola si dà

un senso contrario, come da _vir bonus_, birbone. L’_eufonia_, cioè la

dolcezza di pronunzia, è poi una principale ragione, la regola forse

suprema di tutti i cambiamenti.

Alcune voci ne tornarono dal greco più direttamente; e p. e.

ripigliammo _palla_, di cui i Latini aveano fatto _pila_, e le

terminazioni in _osus, ontius, entius_, così comuni nei primi

cristiani[185]. In molte la radice latina fu conservata soltanto

nei composti: onde non avemmo _struere_, ma costruire; non _ducere_,

ma condurre, addurre, produrre; non _voco_ ma convoco, invoco; non

_clamo_, ma declamare; non _pingo_, ma dipingo.

Il fondo però, o, come oggi dicesi, il tipo, rimase sempre latino, ed è

noto che in varj dialetti d’Italia occorrono intere frasi prettamente

latine; il friulano, per esempio, dice, _Vos statis in tantis

miseriis_: oltre quel che riferimmo del sardo.

Certo non si venne di tratto al bel vulgare odierno. Una lingua che

succede ad un’anteriore, difficilmente sa sciogliersi dall’imitarla,

anche dopo che, formata ed ingrandita, viene assunta dagli scrittori.

Così avvenne della nostra, ove nel Trecento si riscontra ancora la

fisionomia materna nel non restringere l’_au_ in _o_, non mutare la

_l_ in _i_ avanti ad _a b c f p_, nè lo _j_ in _g_, nè inserire la

_i_ avanti ad _e_[186]. Che se de’ primi scrittori, Dante compreso,

volessimo raccorre le differenze da noi moderni, che mostrano

cominciante esperienza, troveremmo che ancora usavano molte parole

latine: _dece_, il _libito fe licito, sperma, pretio, carpe, parco,

cogitare, manduca, unqua..._; e i plurali, _campora, ramora, palcora,

nomora..._; altre scriveano perchè forse pronunziavano alla latina,

come _umeri, triumphi, justo, jurare_. Vi scambiavano di lettere,

_resurressione, terso, penza, perzona, resprendente, stiaffo, stiena,

dovunche, oblico, fragello, boce, forvici, paravole, brivilegio,

fedita, adasio, Cicilia, savere, navicare, beano, granne, foi, mobole,

rimore, sanza, neente, Deo, eo_; o di generi, le _sacramente_, la

_fiore_, la _mare_, l’_oblìa_, il _nojo_, il _sedio_, e in Dante il

_domando_ e il _velo_; e massime dell’articolo _lo_ per _il_; od

eccedevano in quelle desinenze provenzali d’_anza, aggio_. Talora

sono lettere trasposte, come _preta, grolia, impretare, grillanda,

stormenti, gralimare, palora, frebbe, aire_; o lettere fognate, come

in _memora, desidero, manera, molesta, lussura, sciutto, scoltato,

rede, pitafio, dificio, subitano, brobbio, propiamente, gioane,

stribuire, douto_; o aggiunte superfluamente, come _triemare, bointà,

Europie, superbio, istando, auccidere, ausare, aoperare, appruovare,

puose, bascio, resgione, tegnendo, vogliendo, cognosco, vuogli_, o non

ancora assimilate, come _adsai, ciptadini, ecceptiamo_; o sciolgonsi

i dittonghi, come in _audire, tesauro, aulente, claudo, pausare,

gaudere;_ o mutasi una delle vocali in consonante, come _blasmo, claro,

galdio, laldare, aldire._ Talora vi appajono sincopi strane: _semmana,

volno, venno, pensrà, sen_ (senza), _avan’, soven’, ca, foss, fi, fol,

nul_; quando allungamenti, massime nelle desinenze (_partiraggio,

rifitoe, piue, sarabbo, farajo, saccio, pietanza_ e _coraggio_ per

pietà e cuore, e _tue, mene, quici, mee_). Le finali sono spesso

viziate (_interesso, crimo, leggisto, pianeto, nomo, giovano, comuno,

le porti, febbra, adessa_). Talvolta si tace la preposizione (_dico

voi, grazie voi sia, fa noi grazia_) o si pone a sovrabbondanza (_in

ninferno_).

I verbi vi sono conjugati a sproposito, trovando _spegnare, allegrere,

parire, finare, sentere, abbassirsi; schermare, favorare, giojare,

pentere_ sono in Dante; e in lui e in altri _dissono, vedia, sentette,

dicette, abbo, ei_ (ebbi), _ablavano, avemo e avamo, sentimo, sappie,

vinsono, parlasseno, passarebbe, io vorrebbi avere, porìa, dea_; e

i participj _feruto, falluto, pentuto_. Essi participj sono spesso

adoprati pel nome: il _destinato_, il _pensato_, il _gloriato_,

l’_imperiato_, i _falliti_, la _finita_, per destino, pensiero,

gloria, impero, falli, fine; del che ci sono rimasti il concordato,

l’arbitrato, il giudicato e simili.

Alquante voci di quell’età abbiamo di poi affatto dismesse, come

_disianza, dolciore_ e _dolzura, perdigione, bellore, increscenza,

incominciaglia, usaggio, rancura, smagare, dottanza_ e _dotta,

vengiare, issa, grazire, amanza, gelore_ e _gelura, sezzajo, primajo,

tostano, prossimano, temorente, bontadioso, pensivo, allegranza,

acceleranza, tristanza_ ecc. Smettemmo pure gli affissi in _fratel-mo,

moglie-ma, casa-ta, signor-so_, e il _suto_ dal verbo essere, che

sarebbe giovato tanto ad evitare sgarbate consonanze (_è stato

portato_).

Ne’ versi poi, oltre la generale deficienza d’armonia, occorrevano

frequenti le cacofonie, le dieresi stentate, o le contrazioni

malsonanti; la rima o era mal determinata, o con parole alterate,

facendo consonare _ora_ e _ventura, destro_ e _presto, lusinga_ e

_rimanga, pietate_ e _matre, morte_ e _raccolte, luna_ e _persona,

ottima_ e _cima, majesta_ e _gesta_;

E men d’un mezzo di traverso non ci ha.

Che andate pensando sì voi sol tre?

(DANTE)

Chi bestia, chi sgraziato, chi cattiv’è,

Chi sciocco, chi invidiato sempre vive?

(_Meo Abbracciavacca_).

Insomma qui pure si ripete l’andamento, che seguimmo riguardo alla

lingua latina.

§ 21º

_Dei dialetti: loro antichità. Il libro del Vulgare Eloquio._

Già toccammo del dialetto napoletano, e del siciliano, nobilissimi

fra gli italici, massime per la tanta parte che ritengono di greco. Ma

quel che di essi dicemmo s’applica ben più ai tanti che si parlavano

per Italia. Ove noi dobbiamo asserire quel che già per analogia si

argomenta, che, ne’ varj paesi, la lingua latina parlata variava. Roma

era quel che Firenze o Siena oggi, distinta per quell’_urbanità_,

di cui, al dir di Cicerone, si avverte più la mancanza in provincia

che la presenza in città. Del resto è a credere che tutto il Lazio

usasse originariamente quella lingua, la quale fu detta latina appunto

come la moderna si dice toscana, per quanto ne piglino scandalo i

pedanti. E come noi discerniamo gli scrittori toscani da quelli d’altro

paese (_fiorentino mi sembri veramente quand’io t’odo_; DANTE), così

avveniva allora, e Asinio Pollione tacciava Tito Livio di patavinità,

conchiudendo: _Quare, si fieri potest, et verba omnia et vox hujus

alumnum urbis oleant; ut oratio romana plane videatur, non civitate

donata_[187].

Agli Urabro-Tusci mancava l’_o_, e ancora in que’ dialetti sentiamo

spesso l’_u_ al luogo dell’_o_; come in _dopo, quattordici, Giorgio,

posto:_ lo che avviene pure in Sicilia.

L’etrusco forse era lingua di conquistatori, onde il popolo non

l’aveva adottata, e perciò perì, ma dicono abbondasse (e il Lanzi credè

provarlo) di vezzeggiativi, diminutivi, donde venne ai dialetti moderni

tal facoltà, scarsissima nel latino. Nel latino terminavansi spesso

le voci in consonante; nell’etrusco preferivasi la vocale, siccome

conservarono i moderni Toscani.

Giovanni Galvani volle, in molte contrazioni di voci osche, riconoscere

la pronunzia de’ rustici odierni: come _combner_ per convenire:

_Kapfa_ per Capua, siccome alcuni proferiscono _afdace, aftunno; fi_ e

_fia_ per filius e filia; _faka_ e _facat_ per faciat. _Embratùr_ per

imperator segnerebbe ancora la pronunzia d’un abruzzese.

A Bologna, città potente dell’Etruria, dicesi ancora _pzein, dla, vgnè,

cminzò, cm’un_ (piccino, della, venne, cominciò, come uno), che son

contrazioni usate nel poco d’etrusco che conosciamo: e v’era comune il

mutare l’_e_ in _ei_, come oggi in _veina, lein, canteina_, per vena,

lino, cantina.

Festo il nome di _famuli_ deriva dagli Oschi, fra cui _servus_ FAMEL

_nominabatur_; e _famei_ in molti dialetti si dice anche oggi il

mandriano. Lo stesso dice che _aruscare_ significa _undique pecunias

colligere;_ e _ruscà su_ dicesi ancora in Lombardia per raccogliere

d’ogni dove. Lo stesso nota _antios_ per excruciatus; e sarebbe la

voce nostra _ansioso_. _Bacar_ o _baccar_ era un vaso da bere il vino,

e sarebbe l’origine indigena del bicchiere o pechero. Servio vuole

che _Sabinorum lingua, saxa_ HERNA _vocantur_, ed ecco l’origine di

caverna.

Certamente la Gallia Cisalpina, popolata prima, dominata poi da Cimri,

da Celti, da Galli, doveva usare una lingua diversa da quella del

Lazio, popolato dagli Aborigeni, o della Toscana dagli Etruschi, o

de’ paesi meridionali, traenti la popolazione da Fenici e da Greci. La

conquista vi introdusse la lingua latina, non però così che cancellasse

la primitiva. Dovendo Bruto andar proconsole a Milano, Cicerone

l’avverte che vi udrà _verba parum trita Romæ_. A Decimo Bruto, negli

ultimi aneliti della repubblica, fu agevolata la fuga da Bologna verso

Aquileja dal sapere il dialetto di quei paesi[188]. Pompeo Festo si

duole che ormai non si conoscesse il latino in quel Lazio, da cui

aveva dedotto il nome[189]. A. Gellio narra che un oratore avendo detto

_apluda_ e _floces_, voci antiquate, gli astanti, _quasi nescio quid

tusce aut gallice dixisset, riserunt_[190]: il che significa che il

tosco era ben disforme dal latino.

Viepiù dovevano le prische lingue sussistere fuori d’Italia, e

basterebbe a provarlo il consulto d’Ulpiano, che consente di stendere i

fedecommessi non solo in latino e greco, ma in lingua punica, gallica,

o di qualsiasi altra gente[191]. Le legioni nostre che per le province

accampavano, e quelle reclutate di stranieri che s’assidevano poi in

Italia, dovevano trasportar qui voci e modi ignoti ai colti parlatori.

Conosciamo storicamente quando i Marsi adottarono i caratteri e la

favella latina: i Cumani chiesero _ut publico latine loquerentur,

et præconibus latine vendendi jus esset_[192]. Titinio poeta,

contemporaneo del prisco Catone, scrive che i popoli abitanti attorno

a Capua, Terracina, Velletri, _obsce et volsce fabulabantur, nam

latine nesciunt_[193]: e _bilingues Brutiates_ diceansi i Bruzj perchè

parlavano osco e greco. Nella guerra Sociale, ultima riazione delle

italiane autocrazie contro il funesto accentramento romano, i popoli

collegati, come protesta, assunsero per pubblico decreto il linguaggio

natio, e l’adoprarono fin nelle monete.

In questi ultimi tempi s’è rivolta l’attenzione dei dotti napoletani

sui dialetti italioti, e basti accennar gli studj di Guarini,

Avellino, Minervini, Garrucci; pure siamo ancora lontani dal

possederne una teorica nè una storia. Se noi dovessimo a ciò fermarci,

dopo Jannelli[194] e Lepsius[195] e Fabretti e Mommsen, vorremmo

portare studio speciale sull’osco, la lingua più diffusa nell’Italia

meridionale, che parlavasi da popolo estesissimo e suddiviso, e sin nel

Bruzio e nella Messapia ove nacque Ennio, il quale _tria corda habere

se se dicebat, quod loqui græce, osce et latine sciret_[196].

È conforme alla natura dei vulghi, che, colla lingua a parole finite,

adoprata negli scritti, resti la parlata a parole tronche. Ma oltre il

toscano, che fu poi elevato a lingua nazionale, io penso che anche gli

altri dialetti avessero già nei primissimi secoli preso il carattere

proprio che tennero dappoi, e che traevano da fonti più lontane. Che

se il Lombardo pronunzia l’_eu_, l’_u_ e l’_on_ e l’_an_ nasali a modo

francese, e contrae _au_ e _al_ in o, forse è dovuto alle immigrazioni

de’ Galli, anteriori ai Romani; donde pure i tanti nomi di località,

affatto gallici o celti, e l’udirsi dal vulgo lombardo voci proferite

come le antiche galliche[197]. In altri dialetti si rinvengono modi

non adottati dagli scrittori, e nello studiare i dialetti sariano a

fare certi raffronti, fecondi di alte conseguenze. Quanta distanza

di vie, di origini, di linguaggio, di civiltà fra il Milanese e le

Calabrie! Ebbene, in queste si pronunzia _onza, panza, vittura, fasuli,

citto, Michè, stu e sta, na donna, vedè, sentì_... per oncia, pancia,

vettura, fagiuoli, zitto, Michele, questo e questa, una donna, vedere,

sentire..... come appunto si pronuncia in Lombardia. Addurremmo anche

forme lessiche ben più significanti, come _mi vegl pa_, io non voglio,

rispondente affatto al piemontese _mi voeuj pa_ e al milanese _mi vuj

no_, e parallelo al tedesco _Ich will nicht_; se non che ci si può

affacciare il dubbio che questi modi provengano dalle colonie valdesi,

migrate colà dalle valli di Pinerolo[198]. In Sardegna si ode _pè, crù,

conchetto_ (piede, crudo, truogolo) come in Lombardia[199].

I deputati alla correzione del Boccaccio chiamano il Trecento «quel

buon secolo, quando, come gli abiti e le monete, così usavano tutti li

medesimi modi e parole». Intendono dei soli Fiorentini, ma è asserzione

assurda. Che diremo di quella del Perticari, che «tutte ad un tempo

le città d’Italia vennero a parlare nella stessa maniera l’idioma

vulgare?» È fatto ripugnante a natura, quand’anche non restassero prove

del contrario. Perocchè potrebbonsi ripescare parole, pronunziate ne’

varj paesi come si usa tuttodì, e scivolate nelle scritture latine e

nelle prime italiane.

Nei patti fra Obizzo Malaspina e la Lega Lombarda del 1168 leggesi:

_Novum dicimus statutum a triginta annis infra, sive_ in zae. E in

una carta dei 1153 ap. GIULINI: _Et hoc vidi per annos octo et plus a

terremotu in za, et a decem annis_ in là. Noi diciamo tal quale anche

oggi[200]. Nel _Novellino_ abbiamo che fu condotto ad Ezelino _un

ollaro_ cioè pentolajo; e che egli avendo inteso _uno laro_, cioè un

ladro, mandollo alla forca.

Già le carte venete del XII secolo mutano il _g_ in _z_ (_verzene,

Zorzi_)[201]; le bolognesi ci offrono _altare sanctæ Luziæ,

Cazzavillanus, Cazzanimicus, Bonazunta, rivum Anzeli, Delai de la

Bogna, Adam de Amizo, Mulus de Bataja, Arderici de Magnamigolo_; Boso

Tosabò è uno de’ cinque consoli di giustizia, che nel 1170 compilarono

gli statuti di Milano.

Nel secolo XIII, mentre a Firenze cantavansi le Laudi in un vulgare

così caro, in altre città d’Italia correvano canzoni che possono

dar saggio della lingua parlata. Gli esempj addotti dal Perticari

proverebbero soltanto per la scritta, e perciò non appoggiano la tesi

di lui, avvegnachè tutti s’ingegnassero di scrivere il toscano. La

seguente fa parte di una raccolta pei Battuti di Cremona:

Com fo trahit el nos Signor

E vel dirò cunt grant dolor.

Al temp de quei malvas zudè

Un grand consey-de-Crist se fe

Chel fos trahit et ingannath

E su la cros crucificath.

Inter lo corp de quey malvas

Denter gintrava (_gli entrava_) el setenas

Zosin fo Yuta Scariot

Che Crist trathiva dì e not.

Quel Yuta fais et renegath

Ay sovra princep fo andath

E si ye dis, quem volef da

Se vel tradis illy vosy ma?

Respos illora quey zudè,

Trenta diner tinì de accè

Stul po trady ed ingannà

Deraz de no apresentà...

E quant ey laf sflagelath

Mult tosto ey laf incoronath

De spini grossi et ponzent

Per che el so volt fo sanguanent, ecc.

Una laude di Monza fu da me pubblicata nella _Margherita Pusterla_: e

di somiglianti ne ha per avventura ogni città di Lombardia. Pietro de

Bescapè milanese, di cui si ha un bellissimo manoscritto del 1264, dà

una rozza storia del Vecchio Testamento:

Como Deo a facto lo mondo

E como de terra fo lo homo formo,

Cum el descendè de cel in terra

In la Vergene regal polzella,

E cum el sostenè passion,

Per nostra grande salvation,

E cum verà el dì del ira

Là o sarà grande rovina

Al peccator darà grameza

Lo iusto avrà grande alegreza

Ben a rexon ke l’om intenda

De que traita sta legenda...

In mille duxento sexanta quatro

Questo libro si fo facto.

Et de iunio si era lo primier dì

Quando questo libro se finì;

Et era in secunda diction

In un venerdì abbassando lo sol.

Di Buonvexin da Riva, frate umiliato, vivente circa il 1290, si ha

nella biblioteca Ambrosiana un trattato di buone creanze, ove, fra lo

studio di italianizzare le parole, sentesi il fondo lombardo. Comincia:

Fra Bonvexin de Riva che sta in borgo Legniano

D’le cortesie de descho ne disette primano;

D’le cortesie cinquanta che s’de’ osservare a descho

Fra Bonvexin de Riva ven parla mo de frescho.

Esso frà Bonvicino ha un dialogo fra la Madonna e un villano, che

comincia:

Chi loga se lumenta lo satanas rumor

D’la verzene Maria matre del Salvator;

e anch’oggi in villa dicono _chi loga_ per _qua_ (_hoc loco_) e

_lumentà_ per ricordare, rammentare.

In questo poeta già avvertimmo la formazione della conjugazione odierna

mediante l’affissione del verbo ausiliare.

E che il dialetto milanese già si parlasse anteriormente, lo

raccogliamo dal trovare, nel poeta Cumano che cantò la guerra

decenne contro i Comaschi, nominati un Pagano _prestinaro_, un

araldo _Pandisegale_: sull’arco che i Milanesi eressero dopo

riedificata la patria nel 1174, son nominati _Passaguado da Setara,

Arnaldo de Mariola, Gerardo de Castagnianega, prevede_ per prete,

che sono pronunzie ancora usate. A difesa del carroccio i Milanesi

istituirono la compagnia de’ _Gajardi_, e n’era capo un di Monza,

detto _Mettefogo:_ parole del dialetto; come sono i cognomi usitati

in quel tempo, _Bragacurta, Bragadelana, Cavazocco, Brusamonega_, e

simili. Anche a Brescia trovo nel 1177 _Martinus Petenalupi, Ogero de

Cavalcacane_; e nel 1192 _Landolfo Scanamojer, Carnevale de Codeferro_,

ecc.

Agli incunabuli della stampa appartiene _El vocabolista ecclesiastico

ricolto et ordinato dal povero sacerdote de Christo frate Johanne

Bernaldo savonese_, stampato a Milano per Leonardo Pachel, 1489, nel

quale son registrate parecchie voci nel dialetto milanese vive fin

oggi, quantunque egli vi desse la terminazione italiana; come _aguccia_

ago, _amolato_ arrotato, _assetarse_ sedersi, _barba_ zio, _brancata_

manciata, _camola_ tignuola, _copo_ tegola, _dar fora_ pubblicare,

_despresio_ malizia, _fiadare_ respirare, _fidigo_ fegato, _fronza_

fronda, _gera_ ghiaja, _gialdo_ giallo, _la grassa_ l’adipe, _impressa_

in fretta, _ingualare_ eguagliare, _lentigia_ lenticchia, _lisca_

carice, _lumisello_ gomitolo, _meda_ mucchio, _messedare_ mescolare,

_mezena_ lardone, _mocare_ smoccolare, _morone_ gelso, _mufolento_

ammuffito, _pagura_ paura, _rampegar_ arrampicare, _rognoni_ arnioni,

_rosegato_ roso, _sbadagiare_ sbadigliare, _scarcare_ sputare, _scoder_

riscuotere, _semeso_ sommesso, _sesa_ siepe, _spegazzato_ imbrattato,

_temporito_ precoce.

A Gabriele Rosa fu esibita una composizione in bergamasco, che

nell’archivio notarile di Bergamo esisteva fra istrumenti privati in

un volume di pergamena del 1253, sicchè vorrebbesi crederla dell’anno

stesso. Sarebbe dunque anteriore a tutti questi saggi di dialetti; ma

per ciò appunto si desidererebbero più concludenti prove d’autenticità,

e meglio ancora un fac-simile.

Il Lasca, negli _Inganni_, atto III. 5, introdusse un Pider da

Valsassina che parla il suo dialetto; e così si fa in altre commedie

del Cinquecento, ma in modo sì sformato, da non riconoscersi più il

lombardo. Anche Franco Sacchetti fa parlare molti in dialetto, massime

in friulano e genovese; ma sempre piccol conto si può fare sopra chi

riporta vulgari altrui. Perciò fallisce la prova fatta dal Salviati di

tradurre in milanese una novella del Boccaccio[202]; e perfino la più

diligente disquisizione in tal proposito pubblicata testè dal signor

Biondelli.

Pel dialetto piemontese è a veder la traduzione degli statuti della

società di S. Giorgio di Chieri, pubblicata dal Cibrario nel t. II,

p. 287 della _Storia di Chieri_ e assegnata al secolo XIV[203]. Del

qual tempo sembra pure un uffizio ad uso de’ confratelli disciplini

di Saluzzo, ove sono 32 laude in un cattivo italiano che tirerebbe al

veneto. P. e.:

Or s’aprossimo lo tempo che lo rey del paradiso

Si dey nascer da una vergen como n era empromisso

Deo pure n’a tramisso lo so figlol glorioso

L’agnelo sanza peccao Ihu Xre pietoso, ecc.

Inoltre vi sono diciotto _recomendaciones_ in vero piemontese.

Non mancò chi tolse a provare che il piemontese forse più ch’altri

dialetti ritenne del latino, perocchè dice _ses_ e _sömo_ da _es_

e _sumus_; _is, ist_ pronomi; _om, dom, magister, liber, papaver,

cadaver, setember, otober, par, dispar, vas, sal, gius, ses, dominica,

fumela, pansa, spuè, stranuè_, (da _spuere_ e _sternuere_, anzichè dal

frequentativo), _fenestra, ceresa_, ecc.; modi comuni, del resto, ai

parlari dell’Italia alpina.

Del principio del 1300 si ha una cronaca saluzzese di Gio. Andrea

Saluzzo signor del Castellaro, in rozzo italiano misto a parole prette

piemontesi, come _gesia, eschalero_ (scala), _quiglieri_ (cucchiaj),

_governore_ (governatore), _servanta_ (serva), _fruita_ (frutta),

_largour_ (larghezza), _Menia_ (Domenica), _chatar_ (comprare),

_rabelar_ (strascicare), _penta_ (dipinta) ecc.

Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15) · 第 10 / 27 段