in vita mia, lo fatto di quisto messer Rugiero de Sanseverino, come
me lo contao Donatiello di Stasio da Matera servitore suo. Me disse
che, quando fo la rotta da casa Sanseverino allo chiano de Canosa,
Aimario de Sanseverino cercao de salvarse, et fugio inverso Biseglia
per trovare qualche vasciello de mare, per uscirne da regno. Et se
arricordao di questo Rugiero, che era piccierillo di nove anni; et se
voltao a Donatiello che venia con isso, et le disse: _A me abbastano
questi dui compagni: Va, Donatiello, et fòrzati di salvare quello
figliuolo_. Et Donatiello se voltao a scapizzacollo, et arrivao a
Venosa alle otto ore, et parlao allo castellano; et a quillo punto
proprio pigliao lo figliuolo, et fino a quaranta augustali, et un poco
di certa altra moneta, et uscio dalla porta fauza, senza che lo sapesse
nullo de li compagni, et mutao subito li vestiti allo figliuolo et
ad isso, con un cavallo de vettura, con nu sacco di ammandole sopra,
pigliaro la via larga, allontanandose sempre da dove poteva essere
conosciuto»[165].
Si accosti questo scrivere a quello di Ricordano Malespini fiorentino.
Il quale dice aver cominciato il 1200 la storia sua; e forse vi corre
sbaglio, ma ad ogni modo passò finora pel primo che scrivesse storie in
toscano[166].
«Io Ricordano fui nobile cittadino di Firenze della casa de’ Malespini,
e ab antico venimmo da Roma. E’ miei antecessori, rifatta che fu la
città di Firenze, si puosono presso alle case degli Ormanni in parte,
e in parte al dirimpetto delle case dette degli Ormanni; e dirimpetto
alle nostre case era una piazzuola, la quale si chiamava la piazza de’
Malespini, e chi la chiamava piazza di Santa Cecilia. E io sopradetto
Ricordano ebbi in parte le sopradette iscritture da un nobile cittadino
romano, il cui nome fu Fiorello: ebbe le dette iscritture di suoi
antecessori, scritte al tempo, in parte quando i Romani disfeciono
Fiesole, e parte poi; perocché ’l detto Fiorello l’ebbe, che fu uno
de’ detti Capocci, il quale si dilettò molto di scrivere cose passate,
ed eziandio anche molto si dilettò di cose di strologia. E questo
sopradetto vide co’ suoi proprj occhi la prima posta di Firenze, ed
ebbe nome Marco Capocci di Roma».
§ 18º
_Del toscano._
Chi si ostinasse nella priorità del siciliano, dovrebbe dire che questo
avesse un peccato d’origine, e che, nato nella Corte, colla Corte
perisse, mentre il toscano si perfezionò col popolo. Ma non fa mestieri
d’altri argomenti per farci credere che, all’organarsi dell’italiano,
nè a Napoli nè in Sicilia si parlasse un dialetto che sia divenuto
lingua comune; mentre ciò si prova del toscano, ove, dando alla
parlata la terminazione e l’ortografia latina, si aveva una fortunata
conformità col vocalismo popolare. Dopo i poeti citati potremmo addurre
esempj di Noffo notaro d’Oltrarno, di Gallo pisano, di Buonagiunta
Urbicani da Lucca, di Meo de’ Macconi da Siena, di Guittone d’Arezzo,
di Chiaro Davanzati di Bondie Dietajuti, di Brunetto Latini, col quale
tocchiamo a Dante.
Che se diffidiamo delle prove tratte da poesie, non ce ne mancano
altre. Già n’è occorsa qualche iscrizione. Nel camposanto di Pisa
leggesi questa:
✠ DIE SCE MARIE DE SECTEBRE ANNO DNI MLLO CCXLIII INDICT. I.
MANIFESTO ANNOI E AL PIÙ DELLE P_er_SONE CHE NEL TEMPO DI BUONACOSO
DE PALUDE LI PISANI ANDARO CUM GALEE CV E VE VAC. C. A PORTO VENERE
STEDTERVI [-P] DIE XV E GUASTARO TUCTO E AREBBERLO P_re_SO NON
FUSSE LO CONTE PANDALO CHE NON VOLSE CHESA TRAITORE DE LA CORONA
E POI N ANDANMO NEL PORTO DI GENOVA CUM CIII GALEE DI PISA E C
VACCHECTE E AVAREMOLA COBADUTA NO FUSSE CHEL TEMPO NO STROPIO. DNS
DODUS FECIT PUBLICARE HOC OPUS.
Una siffatta sta al Mulino del Palazzo in val di Merse senese:
MCCXLVI AL T[-E]PO DE GUALCIERI DA CALCINAIA PODESTÀ — GUIDO STRICA
— RANIERI DI LODI; ORLANDINO DE CASUCCIA FEICE.
La riferisce il Repetti[167]: mal però asserisce che questa lingua
non fu «mai, almeno nelle cose pubbliche, usata innanzi la metà del
secolo decimoterzo». Oltre i già detti, abbiamo scritture originali,
quali d’ufficio, quali pagensi, che provano come fosse comune colà
il parlare che fu adottato dagli scrittori; tanto da accontentare
il Muratori che si querelava più volte di non aver potuto ritrovare
nulla dell’italiano, che pure dovette adoperarsi per secoli nelle
prediche e nei conti mercantili. In un bel documento senese, pubblicato
nell’appendice nº 20 dell’_Archivio storico_ del Vieusseux, portante le
spese e le entrate di madonna Moscada dal 1234 al 43, il vulgar nostro
vedesi bell’e formato:
«Queste sono dispese de la casa a minuto da chinc’indrieto.
»Anno Domini MCCXXXIIII del mese di dicembre... Si à dato madona
Moscada e Matusala lo mulino di Paternostro ad afito alo priore di
san Vilio per VII mogia meno VI staja di grano di chieduno ano, ed
ene ricolta chiuso da san Cristofano del deto afito. E ano impromesso
di recare a loro dispese overo grano overo farina, per ciaschedun
mese, tredici staja e mezo di grano o di farina, qual noi piacese;
a pena del dopio. La pena data, lo contrato tenere fermo. E Matusala
impromise di fare, se la casa si discipasse, di farla a le sue dispese
per la sua parte; e se bisciogno v’avesse macine, per la sua parte, di
recavile ale sue dispese fino al mulino e di murare lo petorale alle
mie dispese... E se lo steccato si disfacese per aqua o per altro fare
del mulino, lo deto priore lo dee rifare de legname comunale a le sue
dispese...
»Anno Domini MCCXXXVII da genajo indrieto, ala signoria de l’escita
di Giacopino e per tutte le signorie que[168] sono iscrite di che in
chesta carta, si è compito sere Lambertino; e da genaio indrieto, com’è
scrito di sopra, si è chiamato pagato da Matusala per la quarta parte
dele piscioni di val di Montone: et o riscrivo lo compimento qued eli
che per queste razoni di soto ecc.».
E di questo tenore seguita per quarantacinque carte in-4º piccolo.
Ivi pure furono stampate le _Ricordanze di Guido di Filippo di Ghidone
dell’Antella,_ quaderno domestico e d’affari, _chominciate a scrivere
in kalen di marzo anno_ MCCXXXXVIII; e sentite s’egli è italiano
compito.
«Ne l’anno MCCLXXVIII andai a dimorare con la compagnia de li Schali e
chon loro stetti dodici anni, tra in Firenze e fuori di Firenze. Per la
detta compagnia tenni ragione in mano in Proenza. Per loro stetti nel
reame di Francia, in Proenza, in Pisa, in Corte, Napoli et in Acri, et
fui loro compagno».
Nell’arcivescovado di Firenze si conserva una donazione ai frati
Umiliati, che mostra si stendeano già in italiano i protocolli.
«Anno MCCL etc., in palatio de Gàligariis... ad sonum campane ad
consiglium vocati fuerunt consules judicum mercatorum... propositum
fuit — se si debbano concedere a’ frati di San Donato a Torre, stante
l’utilità che apportano alla città per l’esercizio dell’arte della
lana, terre e case poste nel popolo di San Paolo e di Santa Lucia, e si
concedono»[169].
Corrispondenze del 1290 e 91 della ditta Consiglio de’ Cerchi e
Compagni in Firenze e Giacchetto Rinucci e Compagni in Inghilterra,
convincono come frequente e regolare si tenesse il carteggio in
italiano[170]:
«Diciesette dì di febbrajo avemmo _due_ lettere che ne mandaste;...
Recollene il primo corriere di Langnino: e del mese di marzo n’avemo
avuto anche _cinque_ piccole lettere che m’avete mandate per altre
genti; e sedici dì di marzo avemo anche una lettera che la ci recò il
corriere di pagamento di Langnino ecc...
»Noi avemo pagata per voi, per vostre lettere, a Cambino Bonizzi e
a Paganello Bencivenni e alla moglie di Diotajuti Montieri quella
quantitade della moneta che ne mandaste dicendo. In altre lettere
v’avemo iscritto il parere nostro di quello che volemo che per ugnanno
si faccia per noi in Inghilterra e in Iscozia sopra la coglietta, e
ancora in lane di magioni. Nostro intendimento si è di volere che si
faccia 200 sacca di lana coglietta tra in Inghilterra e in Iscozia, in
quelle luogora che più utilitade credete che si ne possa fare.
»... Sopra ’l fatto delle saje di Luja non fae mestiere più di
scrivere, ch’assai vi n’avemo scritto per altre lettere; ed è nostro
intendimento che, quando avrete questa lettera, quelle che rimandare ci
dovete per ugnanno ci avrete rimandate in Fiandra».
In alcuni capitoli del 18 giugno 1297 della Compagnia d’Or San Michele
sta:
«Anche ordiniamo che, conciossiacosachè, per cagione del mercato del
grano e per altre cose che si fanno nella detta piazza sotto la loggia,
la tavola di messer santo Michele si impolveri e si guasti, li capitani
siano tenuti di farla stare coperta acciò kessi (_che si_) conservi
nella sua bellezza et non si guasti. Salvo kel sabbato dipo’ nona,
disfacto il mercato, la debbiano fare discoprire et stare discoperta
per tutto il dì de la domenica, et così si faccia per le feste solenne
che mercato non si faccia. Che non si mostri, overo si scuopri la
figura di detta nostra donna senza torchi accesi».
Nell’archivio di Siena è lettera, che nel 1253 scrivea Tuto Enrico
Accattapane a Ruggero di Bagnole, capitano di quel popolo per Corrado
re de’ Romani e di Sicilia:
«A voi, mesere Rugiero da Bagnole, per la grazia di Dio e di domino
re Currado capitano del comune di Siena, Tuto Arrigo Acatapane vi sie
va raccomandando. Contio vi sia, che io sono in Peroscia, e giosevi
giovedì due die entrante ottobre, con una grande quantitae di cavaieri
della valle di Spuleto e delle contrade di la giuso; e quandio gionsi
in Peroscia sì vi trovai Aldobrandino Gonzolino, unde sappiate che io
me ne volea venire coi detti cavaieri per chello che io voleva esere in
Siena colloro innanzi voi per vedervi, e perchè voi intendeste i pati
che sono da me e dalloro anzi ch’ellino vi scrivessero, i quali pali
apaiono per carta a mano di notaio; unde io facio contio che i pati son
cotali ch’eglino vi deano servire a vostra volontà di die di notte con
buoni cavalli domi».
La città di Siena possiede una serie di statuti, dettati in lingua
volgare nei secoli XIII e XIV; il più antico dei quali (_Statuto di
Montagutolo_, nº 50 nel R. Archivio) va dal 1280 al 1297. Il principio
è tale: «Questo ene il breve e li statuti e li ordinamenti del Comune
e delli uoni (_uomini_) da Montagutolo dell’Ardinghesca, facto et
ordinato et composto per li massari del decto Comune sotto gli anni del
nostro Signore Mille CCLXXX del mese di Iennaio Indictione VIIII. Ad
honore e buono stato del Comune di Siena e de’ Conti da Civitella et ad
honore et riverentia Didio e de la beata Vergine Maria e di tucti Santi
e le Sante di Dio et ad mantenimento e buono stato del Comune e delli
uomini del decto Castello e de la sua corte e distrecto e di tutti
coloro che avessero ragione col decto Castello e nel suo distrecto».
Di data legale abbiamo al 1265 la pace concordata in Tunisi fra
l’ambasciatore pisano e quel re:
_Terminus pacis._
«Et fermosi questa pace per anni XX. La quale pace sempre sta ferma in
de lo soprascripto termine a di XIII de lo mese di sciavel anni LXII,
et DC secondo lo corso de li Saracini, e sub annis Domini M CC LXV,
indictione VII, tertio idus augusti secondo lo corso de li Pisani...
_Lo testimoniamento et lo datale di questa pace._
»Et testimoniove dominus Parente per culoro che lui mandono in sua
buona volontade et in sua buona memoria et in sua buona sanitade, che
questa pace a lui piace, et cusì la ricevette et fermove. Et inteseno
li testimoni da lo scheca grande et alto et cognosciuto secretario et
faccia di domino Elmira Califfo Momini, et faccitore di tutti li suoi
fatti, lo quale Dio mantegna et in questo mondo et in de l’altro. Et
rimagna sopra li Saracini la sua benedicione. Baubidelle filio de lo
Scheca, a cui Dio faccia misericordia. Buali Aren filio de lo Scheca
alto, cui Dio faccia misericordia».
Tale mistura d’italiano e di latino rivela un notajo, o piuttosto un
traduttore rozzo, che conserva alcune formole notarili quali usavansi
negli istrumenti, e vi mescola il parlare che aveva consueto, vergato
a guida della pronunzia. E appunto a tal modo venne formandosi
l’italiano. Dapprincipio nel latino s’insinuarono alcune voci e frasi,
insolite allo scrivere eletto, ma quali usavansi dal vulgo. Via via
ch’erano adoperate, acquistavano una specie d’autenticità; e alle
giù ammesse unendone altre ancora insolite, il numero ne aumentava,
sin al punto che le italiane furono il maggior numero, e il minore le
latine[171].
La mistura appare cresciuta nel testamento della contessa Beatrice di
Capraja del 1278[172], il quale da Sebastiano Ciampi fu stampato con
tutte le scorrezioni grammaticali e grafiche, ponendolo a confronto
colla traduzione dei _Trattati morali_ di Albertano Giudice, fatta
l’anno stesso da Soffredo del Grazia, notaro pistoiese, e ch’esso
Ciampi stampò colla medesima improba pazienza. Questi trattati
terminano così:
«Or finisce lo libro del consolamento e del consiglio, lo quale
Albertano giudice di Brescia de la contrada di sancta Agata compuose’
ne li anni d. MCCXLVI del mese de aprile, ed imagoregato in su questo
vulgare ’ne li anni d. MCCLXXV del mese di sectembre.
«Chi scrisse questo vulgare
Dio li dia bene e capitare,
Chi scrisse ancora scriva
Sempre e ognora».
Una lingua, in cui stendeansi atti importanti pubblici e privati,
in cui già si trovava opportuno tradurre le opere di quella che un
tempo era stata nazionale, doveva essere adulta, e conosciuta ai
lettori più che non quella da cui si traslatava. Già erasi compreso
che l’intelligenza umana aveva acquistato un nuovo istromento, non
inferiore in forza e bellezza a verun’altra forma della loquela; e
mentre prima riservavasi agli usi giornalieri dell’esistenza materiale,
si vide bastava a dipingere la natura con tutti i suoi particolari,
enunciare il pensiero con tutte le sue finezze, prestare una voce
potente a ciascuna passione.
Erra dunque il Bembo che trae tutto dai Provenzali, e asserisce che
pochi scrittori di prosa si vedano in quel primo secolo, fuor dei
Toscani (_Sulla vulgar lingua_). Erra G. B. Niccolini (_Qual parte
aver possa il popolo nella formazione di una lingua_) scrivendo che «in
prosa volgare si può dire che quasi niuno al tempo di Dante scrivesse,
non essendo ancora in credito la lingua volgare, e scrivendo i dotti in
latino e facendo commenti in latino». Erano già note allora, e furono
meglio divisate poi molte anzi moltissime cronache in romanesco, in
napoletano, in siciliano, e prose devote, e didattiche, e poesie, donde
si chiarisce che Dante trovava una lingua già molto esercitata.
Bologna è di mezzo fra l’Italia settentrionale e la meridionale:
vi sono professori e scolari d’ogni paese, il che doveva facilitar
l’avvicinamento. Perciò Dante la esaltava; e di fatto s’avvicinava al
tipo latino più che al provenzale, e vi si fissavano la fonologia e
la morfologia. Pure il toscano avea meglio contemperato la tradizione
latina col dialetto; delle due estremità evitato i difetti; avea
chiarezza, trasparenza; era fra i dialetti italiani quel che l’italiano
fra le lingue romanze; con minore mescolanza di parole tedesche,
francesi, arabe.
Alcuni scrittori accettarono gli idiotismi, di che Dante li rimprovera;
i migliori li abbandonavano, di che venne questo meraviglioso stromento
del pensiero; il quale alla Toscana va debitore del suo splendore.
§ 19º
_Riassunto e paragoni._
Con questo noi abbiamo inteso combattere l’opinione, che si sorbisce
nelle scuole, derivasse la lingua nostra da mistura colle tedesche.
Queste ci diedero bensì alquante voci, come _rubare, bicchiere, fiasco,
sprone, sciabola, arnese, stivale, fallo..._ ma non un complesso, nè
tanto meno un sistema grammaticale. Nella nostra rimasero ben pochi
termini d’origine teutonica, e questi significano armi e generi nuovi
di oppressione; i pochi che si applicano alle occorrenze della vita,
hanno a fianco ancora vivo il sinonimo latino[173]; a ogni modo son
meno assai che non le voci latine, le quali furono accettate dai
Tedeschi. E alla storia dice qualche cosa il vedere che le parole de’
vincitori, adottate dai vinti, furono spesso tratte al peggior senso;
_land_ che pei Tedeschi è _terra_, per noi fu un terreno incolto;
_ross_ non espresse un cavallo, ma un cavallaccio; _barone_ divenne
sinonimo di paltoniere e birbo; _grosso_ significò tutt’altro che
grandezza; _volk_ non indicò popolo ma popolaccio.
Troveremo nel parlar nostro voci e locuzioni assai, che non traggono
origine dalle latine, o dirò più preciso, non dalle latine scritte;
e queste sono spesso delle più necessarie; molte fiate la radice loro
non si riscontra neppure fra i Settentrionali; e più frequentano nei
paesi ove i Nordici men posero nido, come sarebbero Toscana, Sicilia,
Venezia, Romagna. Ora, donde vennero elle se non dai prischi dialetti,
ch’erano sopravvissuti alla dominazione romana? e non n’è altra prova
la conformità mantenutasi tra dialetti di paesi ove pure si parlano due
lingue differenti?[174]. Per mettere tutto ciò in sodo, bisognerebbe
rimontare alle origini, quando della stirpe indo-europea, o come
meglio dicono, ariana, un ramo si spinse verso i nostri paesi, nei
quali viveano affratellati Celti, Greci, Latini. Si divisero poi, e il
greco tenne le felici contrade dell’Arcipelago, estendendosi dall’Emo
all’Asia Minore, e occupando anche la Sicilia e l’estremità meridionale
d’Italia. Il celtico s’attendò nell’Europa centrale per le valli del
Danubio e del Reno; e circuite le Alpi, popolò anche la Svizzera, la
Francia, l’Italia settentrionale, la Spagna, mentre elevavasi fino
all’Anglia e all’Islanda. Il ramo italico forse era durato in maggior
comunanza col celtico, se vediamo nel parlar suo l’assenza di aspirate,
e di certe modificazioni del verbo, come il futuro e il passivo. Men
numeroso del celtico, men del greco dotato del sentimento estetico,
s’allungò nella penisola nostra, sovrapponendosi ai Casci, agli
Aborigeni, alle razze, non dirò indigene, ma preistoriche, e la cui
esistenza ci è ora attestata dai ruderi lacustri, e dalle terramare.
Queste genìe selvatiche non perirono, non cessarono di parlare; e
la loro loquela modificò in parte quella de’ sopravvenuti, in parte
conservossi, e si troverebbe in fondo ai dialetti, chi li cercasse
con quell’artifizio di eliminazione, che ora si pratica con tanta e
pazienza e sapienza dai glottologi.
Attenendoci alle modeste e storiche proporzioni del nostro tema,
diremo come anche il provenzale, da cui altri volle dedurre il nostro
idioma, era di fondo latino, ma per le terminazioni teneva maggiormente
del tedesco che non l’italiano. Pure dee farne gran conto chi voglia
tessere la storia della lingua e de’ dialetti italici. Nei trobadori, e
massime in alcuni canti delle valli alpine, si riscontra un dire, che
con poche mutazioni si riduce italiano[175]; ma, o fallo, o dovranno
tirarsene tutt’altre illazioni che quelle che ne trasse il Perticari
negli _Scrittori del Trecento_.
Nè si avranno a trascurare i dialetti, mantenutisi in paesi dove
si piantarono colonie latine e legioni di difesa, come la Rezia
e i Principati Danubiani[176]. De’ quali toccando, ha maternità
simile all’italiana la lingua valacca, parlata da popoli che ancora
s’intitolano Rumeni, come di rimpatto noi Italiani dai Tedeschi siamo
chiamati _Wälschen_, nome affine a Walachen, e dai Polacchi _Woloch_,
dai Boemi _Wlach._ Il fondo del valacco è di parole latine, miste
a slave e aplo-elleniche, a tedesche, a turche, per necessità di
comunicazione; ma le somiglianze lessiche col latino sono tante, da
potersi dire identiche le due favelle[177]. La valacca poi conservò
molte radici, delle quali a noi restano solo i derivati[178]; come
_albo, fur, ove_, da cui noi serbammo _albore, albume, furtiva,
ovile_; e così _ningere, querere, cucurbitu, vulture, venare_. Come
usa in italiano e non in latino, il nome degli alberi si fa maschile,
femminile quel de’ frutti, _pruni_ e _prune, peri_ e _pere_: come
in italiano e non in latino abbondano i diminutivi, peggiorativi,
vezzeggiativi: _muiierone_ una donnona; _omoiu_ un omaccione;
_domicelu_ signorino; _canubin_ il canino; _mariutia, negrutiu,
orbetiu, fiiastro_; d’onde io argomenterei esistessero già tali
alterazioni nel linguaggio parlato dai Latini al tempo che fondarono
queste colonie.
Forma i plurali, non con affiggere la _s_ come altre lingue neolatine,
ma col cambiare l’_a_ in _e_, l’_u_ in _i_; molti finiscono in _uri_,
come da _jugu_ juguri, da _nodu_ noduri, da _fumu_ fumuri, somiglianti
a _donora, pratora, campora_, che diceano i nostri vecchi. Abbandonò il
genere neutro; l’articolo derivò da _ille_, ma invece di prefiggerlo,
il suffigge dicendo _parinte-le_ il parente, _domn’ul_ il donno,
_omu’l_ l’uomo; e pel femminile _a_, ovvero _oa_ se termina in _è_.
Vale a dire che il valacco adottò i suffissi degli Epiroti[179],
valendosi dell’articolo italiano. I pronomi sono i nostri: _eu, tu,
elea; nei, voi, ei_; così _nostru, vostru, loru, acest, acelu, unu,
tot, nimene, amendoi, quest; questu, quel, quelu; un, uno, tot,
totu_; e gli avverbj _che, dapò, dapòque, o, altrmentrile, de qui, ma,
giosu, sum, dinsuso, de aqui in ante, jeri, forte_. Il superlativo e
comparativo forma alla francese; _maí bon, cel maí bon,_ che del resto
non è insolito ai Latini (_magis dives_ ecc.). I numerali ha identici
ai nostri fin al _cento_, che dicesi _sata_ come nel sanscrito. I
verbi han quattro desinenze dell’infinito, sincopate come si fa nei
dialetti dell’alta Italia, in _à, è, e_ muta, _ì_; e sono preceduti
sempre dall’_a_, come gl’inglesi dal _to_; per es. _a cantà_ cantare.
Perdettero il futuro semplice, supplendovi con _voiire_ volere, ma
conservarono il trapassato: _eu avusem_, io avea veduto. Pel passivo
fanno _eu me vedu_, io sono visto; _el se vede_, egli è visto;
affiggono i pronomi come noi: _dami, dai, dali_, per dammi, dagli,
danne[180].
La conjugazione valacca è simile e spesso eguale all’italiana:
semplice e diretto il periodo e la sintassi. I nomi equivalgono spesso
all’ablativo latino, come _pulvere, sore_ (sole), _munte, margine,
facie, vale_ (valle), _morte, langore_.
Frequentissimi i participj in _utu, avutu, credutu, crescutu,
conosciutu, implutu, battutu_, alcuni de’ quali non si hanno in
latino (batuto), altri assai differenti (_cognitus, cretus_) mentre in
italiano son eguali.
Hanno _bolta, usia_ (uscio e volta), _stala, cucina, supa, sala, sappa,
vechiu, rosiu_ (rosso), _verde, fiastra, sora_ (suora), _caldura, ochi,
urechi, voja_ (voglia), _ajutare, bere, chiamare, cercare, discarcare,
inaltiare, manciare_ (mangiare), _tocare, repansare, adunare, lasare,
jocare_... che sono molto piu simili all’italiano che al latino
scritto.
È rara nel latino la terminazione in _esco_, mentre noi abbiamo
_conosco, patisco, nutrisco, ardisco_, ecc., e così nel valacco
_nutrescu, nodescu, amutesco, impartiesco_.
Anche nel moldavo oggi si dice _porta, bove, vacca, leo, lupe, volp,
urs, passere, niegro, verdie, alb, vin, aer, argint, aur_ (oro), _fier_
(ferro), _plumb, flore, uccis; e così domne, femaya, ferestra, yerba,
sordisce, vulture, magine, ciudad_, alterazioni ben facili di _domine,
fœmina, fenestra, herba, sorex, vultur, margo, civitas_; e i verbi
_cresk, floresk, nesk, schio_, per _cresco, floresco, nascor, scio_.
Sui dialetti ladini sarebbe superfluo e incompleto ogni studio dopo
i _Saggi ladini_ dell’Ascoli. Suo scopo non era tanto di comparare
singoli idiomi, quanto di ricomporre nello spazio e nel tempo una
delle grandi unità del mondo romano, e come essa si colleghi con altre
contigue, e confluisca col veneto e col lombardo.
§ 20º
_Illazioni. Sistema della trasformazione._
Or queste colonie della Romania e della Rezia furono piantate avanti
l’irruzione dei Barbari. Dunque la lingua ch’esse serbarono, era già
in corso mentre l’Impero sussisteva; dunque arriviamo anche per questa
via alla conclusione, che la lingua italiana non sia se non la latina,
qual era parlata già ai tempi classici, e forse prima; non essendovi
ragione perchè un popolo, il quale non cambiò di patria, smetta il
parlar suo per adottare quello dei conquistatori; tanto più che questi
erano pochi, viveano sceveri dai conquistati, ed erano meno colti di
essi[181].