provenzale, e in lingua di _sì_ non siensi dette se non 150 anni prima
di lui, lo che rimonterebbe al 1150, e lo rincalza Benvenuto da Imola
nel suo commento. Quanto al provenzale, egli è smentito da numerosi
documenti[148]. L’italiano, tardi fu sentito il bisogno d’usarlo
letterariamente, attesochè possedevamo il latino, formato e nazionale.
Che Folcalchiero de’ Folcalchieri, cavaliere senese, fosse
contemporaneo alla pace di Costanza, lo inducono dal principio di
quella sua canzone:
Tutto lo mondo vive sanza guerra,
Ed eo pace non posso aver neente.
O Deo, come faraggio?
O Deo, come sostenemi la terra?
E par ch’eo viva en noja de la gente.
Ogni omo m’è selvaggio:
Non pajono li fiori
Per me com’già soleano,
E gli augei per amori
Dolci versi facevano agli albori[149].
Di Lodovico della Vernaccia da Firenze, verso il 1200 versato in civili
maneggi, il Crescimbeni reca un sonetto, che comincia:
Se ’l subjetto preclaro, o cittadini,
Dell’atto nostro ambizioso e onesto
Volete immaginar, chiosando il testo
Non vi parrà che noi siamo fantini?
S’alli nostri accidenti, ed intestini
Casi ripenserete, con modesto
Aspetto inchinerete il cor molesto;
Fien radicati al cor in duri spini.
Dalle poesie di Noffo, notaro d’Oltrarno, vivente nel 1240, scelgo una
canzoncina:
Vedete s’è pietoso
Lo meo signore Amore,
A chi ’l vuol obbedire,
E s’egli è grazïoso
A ciascun gentil core
Oltre a l’uman desire.
Ch’io stava sì doglioso
Ch’ogni uom diceva, el muore,
Per lo meo lontan gire
De quella in cui io poso
Piacer tutto e valore
Dello mio fin gioire.
E stando in tal maniera,
Amor m’apparve scorto,
E ’n suo dolce parlare
Mi disse umilemente:
Prendi d’Amore spera (_speranza_)
Di ritornare a porto,
Nè per lontano stare
Non dismagar (_iscoraggiarti_) neente.
Guido delle Colonne da Messina, nella seconda metà di quel secolo,
«poetava gravemente», come disse Dante nel _Vulgare eloquio_:
Ben passa rose e fiori
La vostra fresca ciera,
Lucente più che spera;
E la bocca aulitusa[150]
Più rende aulente odore
Che non fa una fera
Che ha nome la pantera,
Ch’in India nasce ed usa.
Benchè paja anteriore, Odo delle Colonne gli è coevo:
Va, canzonetta fina,
Al bono avventuroso,
Ferilo a la corina: (_cuore_)
Se il trovi disdegnoso,
Nol ferir di rapina,
Che sia troppo gravoso;
Ma feri lei che ’l tene,
Ancidela sen (_senza_) fallo;
Poi fa sì ch’a me vene
Lo viso di cristallo;
E sarò fuor di pene,
E avrò allegrezza e gallo[151].
Quell’Jacopo notaro da Lentino, che Dante mette a fascio con frà
Guittone d’Arezzo, cantava _di qua dal dolce stile_:
Mia canzonetta fina,
Va, canta nuova cosa;
Moviti la mattina
Davanti alla più fina,
Fiore d’ogn’amorosa,
Bionda più ch’auro fino:
Lo vostro amor ch’è caro,
Donatelo al notaro
Ch’è nato da Lentino.
Di Rinaldo d’Aquino, messo dall’Alighieri fra’ buoni trovadori, s’ha
otto canzoni, di cui ecco un saggio:
Guiderdone aspetto avire
Da voi, donna, a cui servire
No m’è noja.
Ancorchè mi siate altera,
Sempre spero avere intera
D’amor gioja....
Donna mia, ch’io non perisca
S’io vi prego, non v’incrisca
Mia preghiera.
La bellezza che in voi pare
Mi distringe, e lo sguardare
Della ciera.
A re Manfredi, che governò le Sicilie dal 1258 al 66, è diretto
il _Fior di retorica_, dove frà Guidotto da Bologna, a vantaggio
_de’ laici che non sono alliterati_, cioè non sanno di latino,
raccolse alcuni precetti di Cicerone volgarizzandoli; _avvegnachè
mal agevolmente si possa ben fare, perchè la materia è molto sottile
a me non ben saputo, e le sottili cose non si possono bene aprire
in vulgare_. V’avea già dunque persone che adopravano l’italiano
a componimenti studiati, se per loro il frate bolognese preparò un
trattato di retorica. E diceva loro: «Qualunque persona vuole sapere
ben favellare piacevolmente, si pensi di avere prima senno, acciocchè
conosca e senta quello che dice; poi prenda ferma volontà di operare
giustizia e misura e ragione, acciocchè dalla sua parola non possa
altro che ben seguitare; e questo libro legga sicuramente, e senta meco
certi ammaestramenti che sono dati dalli savj in sul favellare; e da
che gli ha letti e ben impressi, si usi spesse volte di dire; perchè il
ben parlare si è tutto dato alla usanza, che ogni cosa si acquista per
uso, et abbassa molto per disusare, e senza usare non può essere alcuno
bono parlatore».
Già adducemmo canzoni popolari.
In tutta Europa vicino al Mille si ha esempj di Ludi e
Rappresentazioni, ma sempre latini. Nessuno invece ne resta in Italia:
forse perchè si fecero subito in italiano; i quali modificati poi col
variar della lingua, giunsero fino a noi, creduti d’età più tarda. Tale
forse la rappresentazione che, nel 1243, si fece in Prato della Valle
a Padova; e quella che nel 1273 a Siena, per festeggiare l’assoluzione
dalla scomunica.
§ 17º
_Della lingua romanza e della siciliana._
Non è del nostro assunto il librare il merito de’ poeti di Sicilia e
del Reame: ma quanto alla lingua, non crediamo usassero quella del loro
paese, bensì se ne proponessero una, comune alla gente colta; quella
che Dante intitolò cortigiana.
Se fosse dimostrato che, prima d’altrove, in Sicilia siasi parlato
italiano, n’avrebbe rinfianco il nostro asserto sulla scarsa efficienza
dei Barbari. Ma altro è parlare, altro è scrivere, e immiseriscono
la questione quelli che attribuiscono la formazione delle lingue
ad alcuni, e foss’anche a tutti i letterati, mentre solo dal popolo
esse riconoscono vita e sovranità. Forse che filosofi e poeti hanno
l’intelligenza che inventa e la possanza che fa adottare le parole?
Al più, sanno dall’uso arguire le leggi. Per ispiramento ghibellino e
per adulazione a Federico II e sua Corte si asserì che in questa siasi
primamente sostituita nel poetare la lingua italiana alla provenzale;
e Dante imperiale dice: «Perchè il seggio regale era in Sicilia,
accadde che tutto quello che i nostri precessori composero in vulgare
si chiama siciliano: il che ritenemmo ancora noi, e i nostri non lo
potranno mutare»[152]. Or bene, noi sfidiamo a trovare verun altro
che mai intitolasse siciliano il parlar nostro. Solo il Petrarca, per
condiscendenza d’erudito, scrive che il genere della lingua poetica
_apud Siculos, ut fama est, non multis ante seculis renatum, brevi
per omnem Italiam ac longius manavit_[153]. Ove del resto s’intende di
poesia, non di lingua; e potrebbe darsi che Federico, udite in Germania
le canzoni che i Minnesingeri ripetevano per le Corti, volesse averne
alla sua in lingua italiana[154]. Era dunque la Corte siciliana un
centro di poesia erotica, colta, alla foggia provenzale. Dante stesso,
quando antepone i Siciliani, non vuole intendere del loro parlare;
anzi i parlari riprova tutti, e quel _della gente media_ di Sicilia
non trova migliore degli altri; ma poichè colà sedevano que’ da lui
vantatissimi Federico e Manfredi, e accoglievano il fior di tutta
Italia, al contrario de’ _sordidi e illiberali_ principi del restante
paese, dice che gli scrittori riuscivano in nulla diversi da ciò ch’è
lodevolissimo. Nè si creda (conchiude) che il siculo e il pugliese
sia il più bel vulgare d’Italia, giacchè quei che bene scrissero se ne
discostarono[155].
Non basta quest’ultima confessione a scassinare il suo edifizio?
Plauto, nel prologo dei _Menecmi,_ professa non avere atticizzato,
ma sicilizzato _(atque ideo hoc argumentum græcissat, tamen non
atticissat, verum at sicilissat)_.
Anche Cicerone _(in Verrem)_ rinfaccia al suo competitore Cecilio
d’avere imparato le lettere greche non in Atene ma al Lilibeo, le
latine non a Roma ma in Sicilia. E forse la poca finezza del parlare
nascea dall’usarsi in quell’isola insieme il greco e il latino e
fors’anche il cartaginese pel commercio. Infatto Diodoro vanta d’aver
imparato la lingua di Roma in grazia del commercio che i Romani faceano
in Sicilia _(Introduzione)_.
Certo però il siciliano odierno tiene molto dell’antichissimo latino,
giacchè vi si dice _argentu, locu, pani,_ che è il latino pretto, colla
_m_ e la _s_ fognate all’arcaica; vi si dice _jocu, jugu, judici_ dove
il toscano fece giuoco, giogo, giudice: e _amau, laudau_ per amò, lodò,
e così via. E senza ricorrere al paradosso del Galiani, una riprova del
nostro assunto si trova in monsignor Crispi, _Sul dialetto parlato e
scritto in Sicilia:_ e in Di Giovanni _De div. Sicul. officiis_, dove
mostra le mutazioni di lingua, che prevalsero in Sicilia secondo i
tempi.
Giulio Perticari, oltre adottare le teoriche del Cesarotti, del
Muratori, del Napione nel rattizzare col Monti quistioni sopite,
trapiantò fra noi il paradosso del francese Raynouard, supponendo
che dalla corruzione della lingua latina uscisse una comune, che
si parlava da tutte le nazioni neolatine, le quali poi separandosi
formarono lingue proprie; opera di letterati più che del popolo[156].
Argomentò in conseguenza, che in ogni parte d’Italia si scrivesse con
pari correzione o scorrezione. Per sostenerlo recò passi d’autori di
vario paese: nè prese scrupolo di far qualche alterazione al loro
dettato, sicchè paressero meno corretti i toscani, meno scorretti
gli altri; donde conchiudere contro la superiorità, che ai Toscani
concedono tutti, almen nella pratica. Senza tener conto delle mutazioni
a lui imputabili, si noti che di quelle poesie non abbiam forse
nessun esemplare contemporaneo e autentico; e nel trascriverle avrà
molto operato o l’imperizia o il capriccio degli scrivani: fors’anche
passarono tradizionalmente per le bocche, modificandosi secondo e i
tempi e il paese; quello poi che o primo le ridusse in iscritto o le
ricopiò, adattolle al gusto e alla pronunzia sua: e i Toscani poterono
intoscanare le poesie d’altri paesi, come i Lombardi avranno guasto le
toscane[157]. N’è conseguente la poca diversità che si nota fra i primi
poeti; e che anch’essa deriva dalla differente coltura dei singoli, e
dalla trascrizione, in cui si perde l’immagine del primitivo idioma.
Poi anche oggi potrebbero addursi deh quanti Toscani che scrivono
men bene del Giordani e del Puoti (rimoviamo l’invidia col nominar
solo i morti); ma domanderemmo se questi si proponessero scrivere il
parmigiano e il napoletano, o se piuttosto cercassero il toscano, anzi
il solo toscano senza fiato del dialetto natio: e vi riuscissero con
arte maggiore di quei troppi che, avendolo dalla madre, ne sconoscono
il merito e le finezze.
Pel proposito dunque del Perticari sarebbe importato provare che nel
regno di Federico II si parlava qual veramente troviamo scritto da lui
e da’ suoi. Prove dirette ci mancano; forse n’è alcuna in contrario.
Ciullo d’Àlcamo vorrebbero vivesse col Saladino, cioè fra il 1174 e il
1193, giacchè canta,
Se tanto aver donassimi
Quant’_ha_ lo Saladino;
ma la menzione che fa degli agostari lo tirerebbe a più tarda età,
essendo essi battuti da Federico II il 1222: se non che rifletterono
che il loro nome è più antico, e fin de’ tempi longobardi, a fede del
Muratori[158].
Di Ciullo è notissima una lunga cantilena a botta e risposta; della
quale non conosciamo veruna lezione buona, nè manoscritti antichi che
ce la possano sincerare. A me parve che il poeta in essa mettesse a
dialogare l’amante in lingua toscana o cortigiana, coll’amica nel suo
dialetto pugliese, mal riprodotto da lui o dal copista siciliano. Così
(mutando qualche parola a idea, piuttosto che coll’appoggio di codici)
leggeremmo:
_Amante_. Rosa fresca aulentissima
Cha pari in ver l’estate,
Le donne ti desiano,
Pulzelle e maritate.
Tragemi d’este focora
Se t’este a bolontate:
Per te non ajo abent o nocte o dia,
Pensando pur di voi, madonna mia.
_Madonna_. Se di mene trabàgliti,
Follia lo ti fa fare,
Lo mar potresti arrompere
Avanti e semenare,
L’abere d’esto secolo
Tutto quanto assembrare...
Averimi non poteria esto monno...
Cerca la terra ch’este granne assai
Chiù bella donna di me troverai.
_Amante_. Cercata ajo Calabria,
Toscana e Lombardia,
Puglia, Costantinopoli,
Genua, Pisa, Soria,
Lamagna, Babilonia
E tutta Barberia,
Donna non vi trovai tanto cortesi,
Perchè sovrana di mene te presi.
_Madonna_. Poi tanto trabagliastiti,
Facioti meo pregheri
Che tu vadi, eddomannini a mia mare e a mon peri,
Se dari mi ti degnano, menami a lo monsteri (_al
monastero_),
E sposami davanti della genti
E poi farò li tuoi comannamenti.
Qui è sentita abbastanza la differenza fra i due parlari, e come nel
secondo abbondino gl’idiotismi siculi.
Dante, inteso a menomare il vanto de’ Toscani, e supponendo che la
lingua fiorisca per le Corti e per gli studj, non rifina di vantare il
siciliano dialetto: ma ciò prova di già che era distinto dal toscano,
mentre nol sono le poesie che sopra accennammo o recammo.
I Siciliani misero grande impegno, in questi ultimi tempi, a trovare
vestigia antichissime di loro vernacolo. Le poesie addotte da
Lionardo Vigo (_Canti popolari siciliani_, Catania 1857), quand’anche
potesse provarsi che appartengono all’età di Guglielmo il Buono, poco
gioverebbero all’assunto nostro, giacchè nulla è più facile a mutarsi
dietro ai tempi che le canzoni in bocca al popolo. Sol proverebbero
che un vulgare esisteva, e in fatto un rituale del bretone Augerio,
che fu il primo vescovo di Catania, prescrive le formole pel battesimo
degli adulti, soggiungendo che, _si nescit literas, hæc vulgariter
dicat_. Si ha un atto di permuta di case fra Leone Bisinianos ed
Effimio abate di _Santo Nicola di Xurguri_, scritto in greco, che a
tergo della pergamena è tradotto in vulgare, che da buoni argomenti
credesi contemporaneo[159]. E comincia: «Eu Leon Bisinianos cum la
Madonna mia mugleri et Nicolao lu meu legitimo figlo, cum lu nomu di
la santissima cruchi, cum li manu nostri propri scriviamo insembla cum
lu meu figlo Nicolao cum tutta lu nostru bona voluntati et intentioni
senza dolo alcuno lu presenti cambiu et permutationi chi fazo cum li
nostri possessioni, li quali suno siti et positi a la citati vechia a
Palermo a la rimini menzo di Ximbeni di la parti di fora di la porta de
Xaltas chi confina cum lu muro, etc. etc... A li misi di ottubre a lo
sexto jornu di lo dicto misi di la seconda indictioni in tu annu milli
e sexantadui.
Questa data, impastata dell’êra romana e della bisantina, risponde al
1153; e l’essere nel testo indicato soltanto l’ottobre, e non il giorno
come nel transunto, fa credere che questo sia contemporaneo[160].
Di un anonimo siciliano il Trucchi pubblicò un frammento cavato dal
Libro reale della Vaticana, nº 3793, giudicato della prima metà del
millecento, quando a Palermo fiorivano nel palazzo reale le manifatture
di seta, dalle quali nel 528 dell’egira, 1133 di Cristo, fu lavorata
l’insigne dalmatica di re Ruggero. In esso frammento si legge:
Levasi allo mattin la donna mia
Ch’è vie più chiara che all’alba del giorno:
E vestesi di seta caturìa (_di Catura_)
La qual fu lavorata in gran soggiorno
Alla nobile guisa di Soria
Che donne lavorarlo molto adorno.
Il su colore è fior di fina grana,
Ed è ornata nella guisa indiana.
Ed ha un’ammantadura oltremarina
Piena di molte perle prezïose...
Quand’ella appar con quella ammantadura
Allegra l’aire, e spande la verdura,
E fa le genti star più gaudïose.
Della Corte di Sicilia sopravvive qualche frammento di Federico II, di
Enzo suo figlio.
Il Barbieri, nell’_Origine della poesia rimata_, cap. XI, riferisce il
principio d’una canzone in siciliano del re Enzo:
Allegru cori, plenu
Di tanta beninanza
Suvvegnavi, s’eu penu
Per vostra innamuranza,
Chil non vi sia in placiri
Di lassarmi muriri talimenti
Chiu v’amo di buon cori e lialmenti.
Or dello stesso principe infelice n’abbiam una in italiano, che suona
ben diversa:
Va, canzonetta mia,
E saluta messere,
Dilli lo mal ch’i’ aggio,
Chè lei che m’ha in balia
Sì distretto mi tiene
Ch’eo viver non poraggio.
Salutami Toscana
Quella ched è sovrana,
Ed in cui regna tutta cortesia.
E vanne in Puglia piana,
La magna capitana,
Là dove è lo mio core notte e dia.
Di Pier della Vigna, che «tenne ambe le chiavi del cuor di Federico»,
recheremo questo sonetto:
Perocchè amore no se po vedere
E no se tratta corporalemente,
Quanti no son de sì folle sapere
Che credono ch’amore sia neente!
Ma po’ ch’amore se faze sentere
Dentro dal cor signorezar la zente,
Molto mazore pregio de’ avere
Che se ’l vedesse visibilemente.
Per la virtute de la calamita
Come lo ferro attra’ e non se vede,
Ma si lo tira signorevolmente.
E questa cosa a credere me invita
Che amore sia, e dammi grande fede
Che tutto sia creduto tra la gente.
I seguenti versi di Ruggerone da Palermo s’accostano all’anno 1230:
Canzonetta giojosa,
Va allo fior di Soria,
A quella che lo mio core imprigiona:
Di’ alla più amorosa,
Che per sua cortesia
Si rimembri del suo servidore.
Altri di Rinieri da Palermo, sono citati dal Trissino.
Il suddetto Barbieri adduce un’altra canzone di Stefano protonotaro da
Messina, vissuto attorno al 1250, che comincia:
Pir meu cori allegrari
Ki multi longiamenti
Senza alligranza e joi d’amuri è statu,
Mi ritorno in cantari,
Cà forsi levimenti
Da dimuranza turneria in usatu
Di lu troppu taciri.
E quandu l’omo a rasuni di diri,
Ben de’ cantari e mustrari allegranza;
Ca senza dimustranza
Joi siria sempre di pocu valuri,
Dunca ben de’ cantar onni amaduri.
Questa è in siciliano, ma quest’altra in italiano scrisse il medesimo:
Assai mi piacerìa
Se ciò fosse che Amore
Avesse in sè sentore
D’intendere e d’audire;
Ch’eo li rimembreria,
Come fa servidore
Perfetto a suo signore,
Meo lontano servire,
A fariali assavire
Lo mal di che non oso lamentare
A quella che ’l meo cor non può obliare:
Ma Amor non veo, e di lei son temente,
Per che ’l meo male adesso è più pungente.
Ci resta il processo per assassinio tentato sopra Federico II, ma le
risposte sono stravolte dal notajo.
Nelle _Effemeridi letterarie_ di Roma del 1772, tom. IX, p. 158, si
riportano alcuni brani di un codice Chigiano, che pretendesi scritto
in Sicilia e prima dei Vespri, e forse versione dal provenzale. Una
cronaca anonima dal 1279 all’82, stampata dal Gregorio[161], e che in
miglior lezione trovavasi manoscritta presso il principe di Sangiorgio
Spinelli in Napoli, comincia: «Quistu esti lu rubellamentu di Sichilia,
lu quali hordinau, effichi fare messer Iohanni di Prochyta contro lo re
Carlo». S’anche non è contemporanea, certo è antica; e vi sentite tutti
gl’idiotismi moderni di Sicilia: «Multu corrucciatu in visu (Procida
esortava a) non lassari quista cussi fatta imprisa, cussi grandi... Lu
papa lu conuxia, e ricippilu graziosamenti»[162].
Fu raccolta dalle labbra popolari una canzone, o frammento di poesia,
dove, tra altro, si ode:
Senti la Francia ca sona a mortoria:
No, ca la Francia un veni cchiù’n Sicilia.
Viva Sicilia ca porta vittoria!
Viva Palermo! fici mirabilia.
Sunati tutti li campani a gloria,
Spinciti tutti l’armi terribilia,
Ca pr’in eternu ristirà a memoria
Ca li Francisi ristaru ’n Sicilia...
Nun v’azzardati a veniri ’n Sicilia
Ch’hannu juratu salarvi le coria (_uccidervi_).
E sempre ca virriti ’ntra Sicilia
La Francia sunirà sempri mortoria.
Oggi a cu’ dici _scisciri_ ’n Sicilia
Si cci tagghia lu coddu pri so gloria:
E quannu si dirà qui fu Sicilia
Finirà di la Francia lu mimoria.
Il canto ha tutta l’aria d’essere contemporaneo dei famosi vespri, ma
via via s’ammodernò: pure attesta che avevasi una poesia alla moderna,
e che vi s’adoperava il dialetto corrente.
Il Giambullari, il quale, nel _Gello_, sostiene un’opinione conforme
alla nostra, dice che Guglielmo Ragonesi affermava essere stato
Beltrano Ragonesi di Gaeta il primo che innestò il siciliano col
toscano: ma ch’egli attribuisce tal merito a Lucio Drusi. Perocchè
«que’ nostri antichi terminavano la maggior parte delle parole con
lettere consonanti, ed i Siciliani, per l’opposito, le finivano con
le vocali; Lucio, considerando la nostra pronunzia e la siciliana, e
vedendo che la durezza delle consonanti offendeva tanto l’orecchio,
cominciò, per addolcire e mitigare quell’asprezza, non a pigliare
le voci de’ forestieri, ma ad aggiugnere le vocali nella fine delle
nostre. Il che, sebbene per allora non piacque molto se non a pochi,
dopo la morte di esso Lucio, conoscendosi manifestamente la soavità e
la dolcezza di tal pronunzia, cominciarono i Toscani a seguir la regola
detta, e non solamente nelle composizioni rimate, ma nelle prose ancora
e nel favellare ordinario dell’uno con l’altro. Di qui venne questa
pronunzia».
Ripugna affatto alla natura delle cose che un uomo solo cangi il
sistema d’una favella: può bene cambiar qualcosa di ortografia, come
fecero il Trissino e Voltaire, ma non il parlare d’un popolo. E tanto
più chi veda come i Toscani, neppure i più plebei e più isolati,
non soffrano voci terminate in consonante, e anche alle forestiere
appiccino una vocale.
Nel dialetto napoletano il Mazzocchi[163] dice che faceansi tutte le
iscrizioni del XIV e XV secolo: oggi però o niuna o ben poche se ne
trovano. In Napoli, sulla piazzetta di San Pietro Martire, sopra un
sepolcreto dodici versi fanno corredo ad uno scheletro portante il
falcone in una mano, il logoro nell’altra, e dicono:
Eo so lo morte, chachacio (_che caccio_)
sopera voi jente mondana
amalata e la sana,
dì e notte la perchaccio
no fugia nesuno ine tana
p. scampare de lo mio lactio
che tucto lo mundo abractio
e tucta la gente umana
perchè nessuno se conforta
ma prenda spavento
ch’eo per comandamento
de prendere a chi ven la sorte
siave castigamento
questa fegura de morte
e pensavie de fare forte
in via de salvamento.
Da sinistra un mercante versa un sacco di moneta sull’ara, e fa colla
Morte il seguente dialogo:
_Merc._ Tuto te voglio dare se mi lasi scampare.
_Morte._ Se tu me potisse dare quanto se potè ademandare, no te
scampara la morte se te ne vene la sorte.
Sugli orli corre questo scritto:
† mille laude factio a dio patre e a la santa
trinitate che due volte me aveno
scampato e tucti li altri foro annegate.
Francischino fu dr. Brignale feci fare
questa memoria ale m. CCCLXI de
lo mese de agusto XIIII indiccionis.
Ben anteriore sarebbe la cronaca di Giovanni Villani, ma fu
raffazzonata da Leonardo Astrino di Brescia nel 1626, colla pretesa di
_quello alla prima composizione restituire_. Dal Pelliccia[164] recasi
un istrumento del 1208, ove si sente quel dialetto, ma sono avvertito
che è falso. Teniamo però questo «Banno et commandamento per parte de
monsignor lo re Lanzolao re di Sicilia etc. che Dio lo salva e mantenga
etc. de lo vicemiralia de lo ditto riame per parte de la maiestà de lo
ditto segnore re, che ben se guarde omne pescator che va pescanno che
non pescano a li mari de s. Pietro ad Castello senza licenzia de li
gabellotti ad pena de uno augustale per uno, et chi lo accusa ne avrà
lo quarto».
Gio. Boccaccio ha una burlevole «pistola in lingua napoletana», che
comincia: «Facciamote, caro fratiello, a saperi che, lo primo jorno de
sto mese, Machiuti filiao, et appe uno biello figlio masculo, che Dio
nee lo garde, e li dea bita a tiempo e a hiegli anni ecc.». Egli sul
miserando caso della Lisabetta di Messina cita una canzone, usata dai
Siciliani, i cui primi due versi
Qual esso fu lo mal cristiano
Che mi furò la grasta?
son di fatto del dialetto di Sicilia.
Giovan Villani fiorentino fa parlare molti nel dialetto ad essi natio,
e da quei di Sorrento dire a Ruggero di Lorìa:
«Messere l’ammiraglio, come te piace, da parte del comune de Surienti;
istipati queste palombole, et prindi quissi augustarj per un taglio de
calze, e piazesse a Dio, com’hai preso lo filio, avessi lo patre».
Una cronaca della morte di Manfredi leggesi nel lavoro del De Renzi
sopra Gio. da Procida, pag. 234: come un’altra cronaca a pag. 299.
Matteo Spinelli da Giovenazzo, dal 1247 al 68 vergò le cronache
napoletane mescendovi il dialetto del suo paese (_Rer ital. Scrip._,
tom. VII):