Questa lingua vulgare in Italia teneva molta conformità col latino

letterale; talchè Gonzone, italiano del 960, dice che nel parlar latino

gli era talvolta d’impaccio l’abitudine della lingua vulgare, tanto a

quella somigliante[135]. Talvolta ancora lo storico pone detti vulgari

in bocca de’ suoi personaggi[136], o lasciasi per abitudine cascar

dalla penna idiotismi e frasi, quali usavano nel parlare casalingo,

e che ritraggono non meno dell’ignoranza dello scrittore, che del

paese ond’egli è. Tutte prove che già era distinto il linguaggio nuovo

dall’antico.

Il domandare però quando la latina lingua nell’italiana si

trasformasse, equivale al domandare in che giorno un fanciullo diventò

giovane, e di giovane adulto. Ai pochi scienziati tornava comoda e

gradita una lingua comune, per cui mezzo partecipare i loro pensieri

anche a quelli d’altra nazione; onde coltivarono il latino, negligendo

i vulgari. I signori avranno trattato gli affari in dialetti tedeschi;

ma quando aveasi a ridurli in iscritto, ricorreano a _cherici_

nostrali, che si servivano di quel gergo da loro chiamato latino;

gli istrumenti stendevansi da notaj colle formole antiche; in latino

erano dettate leggi e convenzioni; nè verun grande interesse spingeva

ad educare la lingua vulgare. Le prediche possiam credere fossero

capite dalla gente comune, come sono oggi quelle che, per mezza

Italia, si recitano in lingua diversa dai dialetti: qualche volta

però il predicatore esponeva in latino, poi egli stesso o un altro

spiegava in vulgare. Nel 1189 consacrandosi Santa Maria delle Carceri,

Goffredo patriarca d’Aquileja predicò _literaliter et sapienter_,

Gherardo vescovo di Padova spiegò al popolo _maternaliter_[137]. Nel

1267 assolvendosi il Comune di Milano da censura incorsa per aver

aggravezzato beni d’ecclesiastici, vien letto l’atto in presenza di

molti congregati, _primo literaliter, et secundo vulgariter, diligenter

per seriem de verbo ad verbum_[138].

E già poco dopo il Mille riscontriamo scritture, che non per qualche

solo accidente, ma in intero sono a dire italiane. Il Federici, nella

_Storia dei duchi e ipati di Gaeta_, produce un ritmo del 1070, molto

per verità confuso, ma dove appariscono forme italiane. Incomincia:

Eo, Sinjuri, seo fabello lo bostro audire compello

De questa bita interpello, ed dell’altra bene spello

Poiche un altu meo castello ad altri biarenu bello

Et me becendo flagello: et arde la caude se be libera

Et altri mustra bia del libera...

Al 12 dicembre 1095 il conte Ruggero concede al monastero di San

Filippo di Fragalà alcuni feudi, con atto steso in greco, e pubblicato

dallo Spata: vi va unita una traduzione o piuttosto riassunto in

vulgare, fatto certamente per uso de’ vassalli, e probabilmente

contemporaneo. Dice: «Conti Rogeri di Sicilia et di Calabria,

ayutaturi di li christiani. Impero hi scelliysti lu divinu amuri di la

pichulitati di li tenniriti di li ungi et di exiri a la vita monastica

et viviri silenziusamenti et quietamenti et praticando secundu lu dictu

di lu apostulu di nocti et di jornu petendu et pregandu lu signuri deu

pir lu sthabilimentu pachificu pir tuctu lu populu christianu adunca

ricolligasti bene plachenti a deu....».

Nella base del campanile di Reclus presso Forogiulio nel Friuli sta

scolpito:

MCIII XP. DM. _fo començat lo tor de Reclus lo primo di de gugno pieri

et toni so fradi di Yia._

Cioè: «1103 Christi Domini, fu cominciato il campanile di Reclus,

il primo giorno di giugno. Pietro e Antonio suo fratello di Uja». Si

impugnò questa data: ma il Piloni nelle _Storie bellunesi_ riferisce,

sotto al 1196, uno scritto latino, nel quale si trovano questi versi,

allusivi ad un avvenimento di quell’anno:

De Casteldart havì li nostri bona part;

I lo zettò tutto intro lo flume d’Art:

E sex cavaler de Tarvis li plui fer

Con se duse fe i nostri presoner[139].

L’iscrizione sull’angolo esteriore della stanza del tesoro di San

Marco presso alla mirabile porta della Carta a Venezia, male dal Gamba

riferita al X secolo, e dal Cicogna al xiii, parrebbe della fine del

XIV, e dice:

L’om po far e

die in pensar

e vega quelo

che li po inchontrar.

Più certa è questa sepolcrale:

MCCXIX de sier Michiel Amadi franca per lu e per i so heredi[140].

In S. Fridiano di Lucca è una tomba marmorea con quest’iscrizione:

Discendenti di ser Aldobrandino

E del suo fratello Paganino

Giaceno in questo lavello

Per lor fatto sì bello

Ditti figliuoli Guidiccioni

Preghiamo Dio che lor perdoni.

Questo è per li maschi fatto

Per le femine l’altro.

In MCCXC

Ajutili la Vergine santa.

Il Molini copiò dalla biblioteca dell’Arsenale di Parigi una cronaca

di Pisa che finisce al 1175, e dove si leggono frasi come questa: _Plus

de trecente milia inter milites et pedites et arcatores et balestreros

per andare et prendere et subjugare Damasco et tota terra paganorum,

per stare mai sempre in terram jerusalem et tota terra Christianorum._

E altrove: _Tunc fuit ibi sconficto per fame et mortui più di CC milia_

(Documenti di storia italiana).

In una carta del 1122 presso l’Ughelli (_Italia sacra, archiep.

Rosianen_., tom. IX) i confini sono determinati così:

Incipiendo da li Finaudi et recte, vadit per Serram sancti, et la Serra

ad hirto (_ad herto_) esce per dicta Serra Groinico; e li fonti aqua

trondente inverso torilliana; e esce per dicto fonte a lo vallone de

Ursara; e lo vallone Apendino cala a lo forno, et per dicta fiumana ad

hirto ferit a lo vallone de li Caniteli, et predicto vallone ad hirto

esce supra la Serra de li Palumbe a la Crista cussa; et deinde vadit a

lo vado drieto da Thomente, et dieta ecclesia sancto Andrea abe ortare

unum, et non aliud. Et dieta Serra Apendino cala a lo vallone de Donna

Leo; et lo vallone Apendino ferit a l’aria de li Meracieri et ferit a

la Gumara de li Lathoni ecc.

Nel 1144 i consoli di Bergamo concedono agli uomini di Ardesio di

tagliar legna per le cave del ferro, _salva_ cacia _seu venatione

episcopi_; ma che _non debent_ tra se _conversare ut damnum episcopus

patiatur_. Ap. LUPO.

Nè tanta parte d’italiano basta. Il Muratori trasse dagli archivj

côrsi scritture di data corrotta (e già le accennammo), ma che la

conformità di nomi metterebbe al 900, e sono in vero italiano. Che un

notaro ricopiandole le vulgarizzasse, sarebbe pratica insolita: oltre

che il notaro il quale le trascrisse nel 1354, dice averle tratte

dall’autografo _de parola in parola come si contiene qui appresso_; nè

il Muratori trova altra ragione onde diffidare di loro antichità, se

non l’essere in italiano; circolo vizioso. Ecco una donazione fatta a

Silverio abate dell’isola di Montecristo da Ottone conte in Corsica.

_Ad honorem Dei et beatæ Mariæ et beato Stefano et beato Benedetto,

anno dominicæ naptivitatis quadragentesimo settimo_ (?) _regnando

messer Berlinghiero re et giudice. Sia manifesto a tutte persone che

leggeranno et che odiranno questa carta. Quando venne messer Otto, et

messer Domenico, et messer Guidone de’ conti dell’isola di Corsica,

et questi vennono in presentia di messer l’abate Silverio abate di

sancto Mamiliano dell’insula di Monte Cristo. Et questi sopradecti

signori li dedono sua possessione, ch’elli avevano in Venaco in

l’isola di Corsica, che sono case, casamenti, terre, vigne, boschi e

selve agresti et domestiche, le quali sono terminate, et per termini

sopra lo piano chiamato lo Felice, e mette atto fiume di Rissonica,

et mette in Tavignano, et mette allo Poio nello Palazzo, mette allo

Vado delle Carcere, et mette allo Polo delle Tavole, et mette allo

Tuisano, et mette allo Vado delle Rondini, con due carte dello Gualdo

delle Lentigini. Et questa possessione diamo per noi e nostri heredi in

perpetuum ecc._ E finisce:

_Actum in Marrana, innanzi la chiesa di Sancta Maria, in presentia di

me notario insoprascripto et di messer Sinibaldo legato. Testes prete

Grisogano, prete Antonio, et messer Bonaparte, et messer Manfredo di

Somma, ed altri più che vi erano._

Un’altra donazione e una querimonia vanno del medesimo fare; e men

incredibile pare la loro antichità, perchè i modi stessi incontrammo

più o meno anche altrove.

Le _Carte d’Arborea_, pubblicate dal Martini nel 1846 e seguenti,

farebbero molto al nostro proposito: ma i gravissimi dubbj elevati

sulla loro autenticità mi trattengono dal valermene.

Nel _Bullettino archeologico sardo_ del 1855, il signor Pellito ragiona

d’una canzone di ducencinquantasei versi in lode di Costantino II, che

fu giudice d’Arborea prima del 1131, composta da Lanfranco di Bolasco

genovese, e ne dà questo saggio, che lasciamo in tutto a sua fede:

Lo non poder di mente in me trovato

De labore disgrato

Che for onne valere e anco volere

Meglio cherlo l’uom disapprestato.

Ma dopo il 1073, e prima del 1130 fu giudice d’Arborea un Torbetano,

del quale nei _Monumenta historiæ patriæ_ si pubblicò una concessione

a Nibatta moglie sua, di disporre di due case, dette _Nurage Nigella_

e _Massone de Capras_. È dettata in lingua sarda, ed espresse le

condizioni, viensi alle imprecazioni contro chi ardisca _pugnare,

adisbertinare istu arminatu:_ Siat illi _sterminata in istu seculum

de magione sua: siat cecum et surdum e grancatu_ (aggranchito) _et de

magione sua totu istramatu_ (sterminato): _et siat dannata co Core et

Habiron et Anna et Caipha et Pilatu de Ponza ciest in iscrinio ferreo,

u_ (ove) _bellu_ (belva) _mandicat fera acreste_ (fiera agreste) _et

animas eorum sepulta sunt in infernu_[141]. Vi tiene dietro un’altra

di vendita, stilata al modo stesso: _A Gostantine dorrubu fidele meu

abeat benedizione de Deus et de omnis sanctus, et sanctus dei amen: et

qui de aixtruminare boluberite, e dixerit quia non sit, instruminet

Deus magione isoro in istu secolo, et deleatur nomene sus de libro

bite, e abiat porzone cun Erode e cun Juda traditore et cun diabulu in

infernus._

Nel 1165 Barisone re d’Arborea faceva una donazione a sua figlia, che

comincia: _Ego judice Barusone d’Arborea faço custa carta ad Susanna

filia mia et a fios catos ad faguer pro bene quod illis faço cum

voluntate bona de donna Algabursa mugere mia... Et quod abet dicere

qua bene et fu kést iscrita in icusta carta_ (chi dirà che è bene ciò

ch’è scritto in questa carta) abat benedictionem de Deus. Seguono le

imprecazioni, poi: _Custu privilegiu exempladu davas autenticu fudi

bulladu cum bulla de plumbu, cum corda de seda niella sugale bulla est

tunda etc_.[142].

Nel 1170 Alberto arcivescovo di Torres esimeva la badia di Montecassino

da certi pesi:

«Ego Albertu monachu arckiepiscopo de Torres, kigla fhato custa

carta pro ca mi pregait su abbate de Monte Cassinu domno Raynaldu pro

indulgere li sus censu, ki davan sos priore de Nurr ki ac sancto Gavinu

pro sancto Jorgi de Baraggie, et pro sancta Maria de Eenor una libra

de argentu, et viginti solidos de dinares, kandonke benniat su missu

desso papa (_qualunque volte veniva lo messo dello papa_), et levarende

dessu ki aviat sanctu Benedictu in Sardinia. Et ego Pusco Toraive

Namana in Sardinia petuli boluntate assu domna mea a judice Barisune

de Laccon.... Et ego cum boluntate de Deus, et dessu domnu meo judice

Barisune de Laccon, e dessa mujere domna Pretiosa de Orrobu regina,

e dessu fuiu domna Gostantine rege, et cum boluntate desso episcopos

soprascriptos, e desso arkaiprete, e dessos calonicos in Tulgoli custo

censu a sancto Benedictu, ki siat nulla arkiepiscopo pus me, neque

nulla homine Kindali fathat hertu baytee kinde apat pro de usque in

sempiternum, etc.»

Nel 1153 Gumario Torritano, giudice in Sardegna, privilegiava così lo

stesso monastero di Montecassino:

«Ego judice Gumari de Laccon ki laco custa carta cum boluntate de

Deu, et de fuius meus Barisune rege, et de sa mujere Pretiosa de

Orrobu regina, de sancta Maria de Tergu, cum boluntate Deum et pro

remissione dessos peccatos meos, et de parentes meos, et pro servitu

bonu hispi in Monte Cassinu cando andai ad Sanctu Sepulcro, ad ultra

mare, kaime feliciter, abbate Raynaldu, ki fuit abbate de Monte

Cassinu, et cardinale de Roma, et pro sanctitate revidi in cussa sancta

congregatione et procamiglole scrum si anima mia, et de parentes mios

in suo ufficio, et in ipsas orationes cantu sait facter in cussu locu,

et in tuto sos atteros locos in sero kencitimos l’abbate et totu sos

monachos».

Verso il 1182 il predetto Barisone concedeva questo privilegio alla

chiesa e al monastero di San Nicola di Urgen.

«Ego judice Barisune, podestando totu logu d’Arborea, simul cum mugera

mia domna Algaburga regina de Logu, et arkiepiscopu Comita de Laccon...

fago quista carta a sanctu Nigola de Urgen, ch’est post in Ficusmara,

de chi fabricarat judice Gostantina au meu, et judice Comita patre

meus. Et non apat ausu, non judice cataer depus me, non arkiepiscopu,

et non piscopu, et non priore de Monte Casinu, non monachu, non

combersu, nec nulla homine mortale, a levar ende dessa causa de Sanctu

Nigola, non de spirituale, ninque de temporale, nin dintro de domu, nin

de foras domu keria voluntate des abbades et de sos monachos cantesset

in sanctu Nigola, et in custa domo de sanctu Nigola, cum omnia cantu,

et ad aver dare como innanti, et ivi, et ateras cortes suas siat

libera...»

È un’altra delle stranianze del libro di Dante De vulgari eloquio

quell’imputare i Sardi di non avere dialetto proprio (egli che pur

tutti i dialetti riprova), ma di scimmiare il latino: _soli sine

proprio vulgari esse videntur, grammaticam tamquam, simiæ homines

imitantes; nam_ domus nova, dominus meus _loquuntur_[143]. Noto è

infatti quanta parte di latino conservi quel dialetto, nel quale si

fecero interi poemi bilingui[144]. Or bene, la Sardegna non fu invasa

da Settentrionali, che potessero introdurvi le forme di loro favella,

siano lessiche o grammaticali.

Fin del 1133 il De Gregorio (_Considerazioni sulla storia di Sicilia_,

I, c. V.) reca una pergamena dell’archivio vescovile di Patti, ove,

in una controversia, il re ordina si legga una _carta di memoria_ del

1080, vulgariter exposita.

Nel _Codice Cassinese della Divina Commedia_, con diligentissima

scienza pubblicato da quei Benedettini nel 1865, fu prodotta una

poesia, che vorrebbesi provare del secolo XI. Eccone alcuni versi:

Questa bita regnare

deduceve de portare

morte non guita gustare

cumqua de questa sia pare

ma tanto questu mundu a gaudebele

Ke lunuellaltro (l’uno e l’altro) face mescredebele.

Ergo ponete la mente

La scriptura como sente

Calasse mosse d’oriente

unu magnu vir prudente

et un altru d’occidente

fori junti nalbescente

addemandaru se presente,

ambo addemandaru de nubelle

l’unu ell altru dicu se nubelle....

Nel 1186, Bonanno di Pisa fondeva le porte di bronzo del duomo di

Monreale in Sicilia, e ne’ quarantadue scompartimenti istoriati poneva

iscrizioni, delle quali alcune sono quasi, altre affatto italiane: _Eva

serve a Ada. — Caim uccise frate suo Abel. — Iosep, Maria, puer fuge in

Egitto. — Battisterio. — La Querrentina. — Iudi tradì Cristo._

Contemporaneo si fa un marmo di Firenze, che il Crescimbeni distribuì

in versi, ov’è raccontata l’avventura d’un Ubaldini al tempo di

Barbarossa: ma all’autenticità di quello gravissimi dubbj oppone la

critica.

In quell’anno era già nato san Francesco d’Assisi, del quale è affatto

italiano il _Cantico del sole_. Ma potrebbe essersi rimodernato

da Bartolomeo di Pisa, che lo trascrisse in un libro del 1383,

censessant’anni dopo morto il santo.

Del quale anche altri versi sono riferiti da san Bernardino da Siena,

ma probabilmente ringiovaniti; anzi il dotto Affò, nella _Dissertazione

sui cantici vulgari di san Francesco_, nega sieno del serafico, o

veramente ch’esso dettolli in prosa, ed altri li rimò. Pure in italiano

doveva egli predicare, atteso che ne’ _Fioretti_ leggesi che in

Montefeltro prese per testo il proverbio vulgare «Tanto è il ben che

aspetto, Ch’ogni pena mi è diletto».

E quest’usanza era d’altri. Farinata, per difendere _a viso aperto_

Firenze contro quei che consigliavano _a torla via_, cominciava da due

proverbj: «Siccome asino sape, così sminuzza rape. Si va la capra zoppa

se il lupo non la intoppa». Il consiglio d’uccidere il Bondelmonte

fu espresso con altro proverbio: «Cosa fatta capo ha». Frà Salimbeni

al 1235 cita un proverbio de’ Toscani: «D’omo alevadizo e di piuolo

apicadizo non po l’hom gaudere»; e spesso dà canzoni e satire correnti:

come al 1241 quando era podestà di Reggio Lambertesco de’ Lamberteschi,

_quidam fecerunt rithmos de eo dicentes_: «Venuto è ’l lione De terra

fiorentina Per tenire rasone In la città reggina». E altrove: «Tu no

cura de me, e no curarò de te — Or ritorna frate Elìa che pres’ha la

mala via»: e dice che frà Cornetta, uno dei molti predicatori di pace,

faceva cantare al popolo preghiere vulgari, come queste: «Laudato et

benedetto et glorificato sia lo Patre, sia lo Fijo, sia lo Spirito

Sancto, alleluja, alleluja».

Nel 1233, 3 dicembre, Federico II scriveva a papa Gregorio IX che

mandasse missionarj per convertire gli Arabi di Lucera, avvertendo

che capivano l’italiano. _Quia vero placet sanctitati vestre aliquos

fratrum ordinis predicatorum transmittere ad conversionem Saracenorum,

qui Capitanata Luceriam incolunt, et intelligunt italicum idioma,

gratum est nobis ut iidem predicatores veniant, et incipiant nomen

domini predicare_[145].

Basta guardare i discorsi rimastici di quei tempi per convincersi che

chi li faceva, se anche usasse il latino, parlava però l’italiano;

e l’italiano quei che gli udivano. Il famoso Odofredo, terminando

di leggere il Digesto all’Università di Bologna, così congedava gli

scolari: _Dico vobis quod in anno sequenti intendo docere ordinarie

bene et legaliter sicut unquam feci. Non credo legere extraordinarie,

quia scholares non sunt boni pagatores: quia volunt scire sed non

volunt solvere, juxta illud_, SCIRE VOLUNT OMNES, MERCEDEM SOLVERE

NEMO. _Non habeo vobis plura dicere: eatis cum benedictione domini_.

Di sant’Antonio di Padova è scritto che _italico idiomate adeo polite

potuit quæ voluit pronuntiare, ac extra Italiam nunquam posuisset

pedem_ (WADINGI Annales): e le sue prediche ci sono conservate in

latino, ma di evidentissima origine italiana. E tale parlava certamente

quell’Andrea da Firenze che, secondo Benvenuto da Imola, diceva in

pulpito: _O domini et dominæ, sit vobis raccomandata Monna Tessa

cognata mea, quæ vadit Romam: nam in veritate, si fuit per tempus

ullum satis vaga et placibilis, nun est bene emendata: ideo vadit ad

indulgentiam_.

D’altre siffatte bizzarrie potremmo ricreare la noja di questo

discorso; ma tornando al serio, nomineremo Gaufrido Malaterra, storico

ben noto de’ re Normanni di Sicilia e buono scrittore latino, il

quale però, ad istanza del principe, scriveva canzoni _plano sermone

et facili ad intelligendum, quo omnibus facilius quicquid diceretur

patesceret_. E ne adduce alcune, fra cui questa allorchè a re Ruggero

nacque Simone, appena morto il primogenito:

Patre orbo gravi morbo sic sublato filio

Unde doleret quod careret hæreditatis gaudio,

Ditat prole quasi flore superna prævisio.

Qui voi avete notato e la misura e il ritmo moderno, cioè la

sostituzione della poesia ritmica alla metrica.

Poco divago dal tema se tolgo a provare che qui pure la poesia

originaria de’ prischi Itali era ritmica, quale appare ne’ versi

Saturnini, nel Carme Arvale e in altri carmi deprecatorj, medici,

magici, che recitavansi _assa voce_, vale a dire senza accompagnamento

musicale, ma marcando col piede l’accento; e le canzoni convivali

ricordate da Catone; e forse i versi Fescennini, e certo que’ versi

popolari che Svetonio, inesorabile raccoglitore di aneddoti, ci

conservò, e giù fino ai notissimi di Adriano morente, indocili alle

conosciute misure.

L’imitazione greca introdusse i metri dattilici, ma come armonia

fittizia, arbitraria, non connaturata alla lingua, e preoccupandosi

delle convenienze accidentali del metro, e di pretese analogie coi

modelli greci, anzichè della vera pronunzia: segno che il tono cadea

spesso sulle brevi, e gran numero di sillabe rimanevano comuni, cioè

incerte. Tutt’artifiziale essendo tale melopea, la quantità diveniva

facilmente corruttibile, e per quanto i poeti cercassero aumentare

l’armonia de’ loro versi col sottomettere a un ordine sistematico i

piedi liberi, cioè determinare la successione de’ dattili e degli

spondei, o prefiggere il posto delle cesure e fin la lunghezza

delle parole, l’armonia fra’ Romani non acquistò tampoco la forza

d’un’abitudine. Quando poi la pronunzia restò unica signora della

lingua, essa ricondusse le convenzionali differenze a una qual si

fosse uniformità, dedotta dall’accento; e i poeti dapprima variarono ad

arbitrio le regole prosodiche, poi confessarono ignorarle, e sul tipo

dell’antico esametro congegnarono versi, che non teneano punto alla

melopea antica. Aggiungete che, al deperire della squisitezza classica,

rivalsero le forme indigene; e qui pure assai operarono i Cristiani,

dove l’ispirazione essendo personale, e predominante il sentimento,

non subordinavansi le emozioni ad una misura materiale, bensì questa

appropriavasi ai pensieri, e l’espressione melodica sostituivasi

alla plastica regolarità. Lo vediamo negli inni della Chiesa, ove

negligevasi la quantità per cercare soltanto il numero delle sillabe

e far agevolezza alla musica. E anche degli altri versi si variò la

misura, sempre con riguardo al numero, non alla lunghezza o brevità

delle sillabe.

Questa digressione valga di riprova al nostro assunto, giacchè qui

vedrebbesi riprodotto lo stesso andamento che nella lingua. Abbiamo

canzoni popolari che si usarono in varj tempi, dal canto delle

sentinelle sugli spalti di Modena minacciati dagli Ungari[146], fin

alle invettive contro Federico II. Erano latini almeno di desinenza; il

che prova quanto fosse vulgarmente conosciuta la lingua latina, ridotta

però alla sintassi popolare, che forse costituiva la sola differenza

dall’italiano, insieme colla trascuranza delle terminazioni, che,

dapprima soltanto propria della plebe e de’ parlanti, allora s’accomunò

anche agli scriventi.

§ 16º

_Prime scritture italiane._

Non sorgeano dunque le lingue nuove per arte e proposito, ma dietro

all’eufonia e all’analogia, secondo la logica naturale e quell’istinto

regolatore, che così meraviglioso si manifesta ne’ fanciulli. In

conseguenza variava secondo i paesi, cioè formavansi dialetti. Alla

parte poetica, anima di ciascun dialetto, si univa l’erudizione, cioè

gli elementi trasmessi dal mondo antico; e così le lingue moderne,

poetiche e popolari di natura, si rimpulizzirono sull’esempio delle

precedenti.

Pargoleggiarono esse finchè scarse le comunicazioni e gli affari in cui

adoperarle; ma quando anche il popolo, redento dalla servitù feudale,

fu chiamato a discutere dei proprj interessi, dovettero acquistare

estensione e raffinamento i dialetti, non volendo l’uomo nei consigli

parlare altrimenti che nell’usuale conversazione, nè potendo ciascuno

avere in pronto il notaro che esponesse i suoi pensamenti in latino.

Così il vulgare sollevavasi dalle faccende casalinghe, in mezzo a cui

erasi formato.

La separazione dei Comuni e dei Feudi avea portato prodigiosa varietà

di loquele. Quando si fusero in piccoli Stati, poi i piccoli in

grandi, un dialetto speciale fu adottato di preferenza, in prima nelle

canzoni, poi nella prosa, accostandosi sempre più all’unità, non fra

chi parla ma fra chi scrive, deponendo ciò che v’era di più speciale,

e formandosi una tradizione letterale; e le nazioni acquistarono anche

quel che n’è distintivo primario, la lingua.

Anche in questa si rivela la condizione politica; e mentre la

Francia restringevasi in unità di dominio, e con essa veniva unità di

linguaggio[147]; da noi, fra tanto sminuzzamento di Stati, altrettanto

se n’ebbe dei parlari, e più di uno recò innanzi pretensioni di

priorità o di coltura.

Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15) · 第 7 / 27 段