fatto in Ravenna e già pieno di modi all’italiana, come _domo quæ est
ad sancta Agata; intra civitate Ravenna; valentes solido uno; tina
clusa, buticella, orciolo, scotella, bracile, bandilos_[102]. Ammiano
Marcellino dice che i Romani del suo tempo giacevansi in _carruccis
solito altioribus_[103]; e _carroccia_ per carrozza dice oggi il
vulgo lombardo. La _Storia Miscella_ riferisce, al 583, che, mentre
Commentiolo generale guerreggiava gli Unni, un mulo gittò il carico,
ed i soldati gridarono al lontano mulattiere nella favella natia,
_Torna, torna, fratre_; onde gli altri lo credettero un ordine di
tornare indietro, e fuggirono[104]. Ajmonio racconta che Giustiniano
ebbe prigioniero il re di certi barbari, e fattoselo sedere a lato,
gli comandò di restituire le provincie conquistate, e poichè quegli
rispose _Non dabo_, l’imperatore replicò, _Daras_; forma nostrale del
verbo _dare_ al futuro[105]. Il Maj pubblicò una glossa del grammatico
Placido, che dice: _Mu adhuc consuetudine est_; e tuttora usiamo _mo_.
Il De Rossi nel _Bullettino Archeologico_ reca un epitafio anteriore
a Costantino, ove è detto _Spiritum Maximi refrigeri Januarius_, forma
ottativa per _refrigeret_, quale l’usiamo oggi[106].
Nell’_Historia Augusta_ si trova _vos ipse: ad fratre suo: ad bellum
Parthis inferre:_ in Cassiodoro abbiamo _pretiare_ per _estimare_; in
Sidonio _cassare, cervicositas, papa, serietas_.
Dopo altri, il Muratori[107] adduce iscrizioni del 260, e fino del 155
dopo Cristo, cioè del tempo degli Antonini, che potrebbero credersi di
età barbara, eppure contengono atti ufficiali. Un istromento ravennate
del 540 è poco men rustico che uno dell’800. Per non esser troppo
lunghi noi torremo solo dal lib. VI, p. 546 delle _Miscellanee_ del
Baluzio una formola del 422, che può stare con qualsivoglia de’ secoli
barbari: _Ob hoc igitur ego ille, et conjux mea illa, commanens orbe
Arvernis in pago illo, in villa illa. Dum non est incognitum, qualiter
cartolas nostras, per hostilitatem Francorum, in ipsa villa illa, manso
nostro, ubi visi sum manere, ibidem perdimus; et petimus, vel cognitum
faciemus, ut qui per ipsas stromentas et tempora habere noscuntur
possessio nostra, per hanc occasionem nostrorum pater inter epistolas
illas de mansos in ipsa villa illa, de qua ipso atraximus in integrum,
ut et vindedit ista omnia superiu conscripta, vel quod memorare minime
possimus judicibus brevis nostras spondiis incolcacionibus, vel alias
stromentas tam nostris, quam et qui nobis commendatas fuerunt, hoc
inter ipsas villas suprascriptas, vel de ipsas turbas ibidem perdimus.
Et petimus, ut hanc contestaciuncula, seu planetaria, per hanc cartolas
in nostro nomine collegere vel adfirmare deberemus. Quo ita et fecimus
ista, principium Honorio et Theodosio consulibus eorum ab hostio sancto
illo castro Claremunte per triduum habendi, et custodivimus, seu in
mercato publico, in quo ordo curiæ duxerunt, aut regalis, vel manuensis
vester, aut personarum ipsius castri, ut cum hanc contestaciuncula
seu plancturia, juxta legum consuetudinem, in præsentia vestra relata
fuerit, nostris subscriptionibus signaculis subroborare faciatis; ut
quocumque perdiciones nostras de supra scripta per vestra adfirmatione
justa auctoritas remedia consequatur, ut nostra firmitas legum
auctoritas revocent in propinquietas_[108]. Il Marini adduce una carta
del 564, dove leggesi _uno orciolo aureo, uno butte, una cuppa, uno
runcilione_[109].
A questa età ritroviamo dichiaratamente il nome di lingua italiana;
poichè verso il 560, Venanzio Fortunato, poeta trevisano, cantava:
_Ast ego sensus inops_, italæ _quota portio_ linguæ.
Importerebbe di colmare la lacuna che resta fra il lessico del
Forcellini e quello del Ducange. L’uno dà il latino classico, l’altro
il latino barbaro: ma realmente nei tempi di decadenza, nel IV, V
e VI secolo, si usarono molte voci, che il Ducange non appoggia che
ad autorità del IX e X secolo. Il vocabolario dunque di que’ secoli
toglierebbe ogni soluzione di continuità. Un buon avviamento vi diede
Quicherat (_Addenda lexicis latinis investigavit, collegit_. Parigi
1862) aggiugnendo al Forcellini circa 7000 articoli, tolti da autori
della decadenza.
§ 11º
_Differenze del latino dall’italiano._
In quel parlare comune, se non ce ne restasse così poco, io penso
troveremmo già l’italiano nelle sue maniere e lessiche e grammaticali.
Quanto al fondo, una lingua è l’altra, giacchè quasi tutte le parole
nostre son latine. Ma troppo difficile sarebbe l’indovinare perchè, di
due parole viventi nel latino, l’una fosse preferita; così:
_propter_ e _per_
_magis_ e _plus_
_jubere_ e _mandare_
_utinam_ e _sic_
_coram_ e _in præsentia_
_sumo_ e _prehendo_
_cogitare_ e _pensare_
_nequeo_ e _non possum_
_cras_ e _de mane_
_vespere_ e _sero_
_cogitare_ e _pensare_
_intelligere_ e _capere_.
Possiamo credere avvenisse così di altre voci che ora usiamo diverse
affatto, ma che forse avevano un sinonimo, non mai usato dagli
scrittori che possediamo, ma passato nella lingua, come _enim, nunquam,
etiam, igitur, ergo, ideo_.
Abbiamo _mora_ e _remora_, forse v’era _demora_, donde il nostro
_dimora_. Potea esservi _sucursus_, come _cursus_ e _recursus.
Fatigare_ ci lascia presumere vi fosse _fatica_, come _litigare,
fustigare, navigare_, da _lis, fustis, navis_. Talvolta il nome si
formò da un aggettivo, come annales e diarii sottintendendo _libri_;
come _ficatum jecur_ il fegato che mangiavasi coi fichi.
Dedotta una parola dal latino, se ne derivarono altre; come da _obblio
obbliare,_ da _pettine pettinare_, da _prezzo prezzare_ e i suoi
figliuoli; da _scimia scimiottare_. Talvolta la derivazione è diversa
da quel che parrebbe: e p. es. _posare_ e _riposare_ derivano il primo
da _ponere_, il secondo da _pausare_.
In alcune voci variò l’accento, come in _ardere, movere, ridere,
rilucere, mordere, mungere, nuocere, rispondere_, ora abbreviate e più
di rado allungate, come in _sapere, cadere_, e principalmente in nomi,
quali _filiolus, linteolus, cristallinus_.
Il nostro avverbio in _mente_ viene spontaneo da forme latine, avendo
in Ovidio _celeri mente_ e _insistam forti mente_, in Quintiliano _bona
mente factum_, in Claudiano _devota mente_, e già in Virgilio _Manet
alta mente repostum_[110].
Nella negazione _punto, mica, fiore, negotta_ ci rimase solo la cosa
a cui si paragonava; onde Plauto (_Pseudolus_, I. 4) _neque guttam
boni consilii:_ e Festo dice: _rem nullius pretii dicimus non hecte
te facio_. E già nel basso latino troviamo quel vezzo nostro di
unire due negative; Petronio ha _nemini nihil boni facere;_ poi nelle
formole del Mabillon: _nec per meum nullum ingenium nunquam perdedit_;
e nel Berquigny (_Diplomata_, t. I. 1086) _nullus non praesumat de
his speciebus nihil abstraere_. Il modo era greco: οὐκ ἐποίησε τοῦτο
ὀυδᾶμον ὀυδείς.
Talvolta una parola cambiò senso: _ammazzare_ non significò più
uccidere colla mazza; _necare_ fu ristretto all’annegare; _tropus_ del
basso latino ci diede troppo; _via_ dovea dirsi per _volta_, rimastoci
in _tuttavia_, e un _via uno_.
Quanto alla forma, alla grammatica, le principali differenze consistono,
1. nell’indicare la relazione con preposizioni, anzichè col variare
le desinenze; ossia surrogare le _pre_-posizioni alle _post_-posizioni
degli idiomi agglomeranti;
2. nel premettere ai nomi l’articolo determinato o indeterminato;
3. nel formare coll’ausiliario molti tempi del verbo attivo e tutti
quelli del passivo: smettendo cioè il verbo che esprime la passione
in atto (_legor_), per prendere quello dell’azione in effetto (_ho
letto_)[111].
Lasciam via alcune varietà particolari, come i comparativi, come il
neutro[112], come il verbo deponente, che non falsarono l’analogia ma
l’estesero, e che del resto sono sporadiche, e derivanti esse pure, per
vie indicate dai filologi, da un tipo anteriore e comune[113].
Gli usi grammaticali che accenniamo si riscontrano anche in altri
idiomi del ceppo indo-europeo; fra gli altri nel persiano e nel
tedesco; il che autorizza a credere esistessero già nella lingua
parlata a Roma[114]. Ce lo conferma il vedere come talvolta
scivolassero anche nello scritto.
E prima le declinazioni sembra che, col tempo, si riducessero tutte
alla II, col plurale in _i_ quale passò nell’italiano; nel quale del
resto sopravvive qualche traccia di declinazioni in _io_ e _me, egli_
e _lui, che_ e _cui_; sicchè non può dirsi un sistema innovato di
grammatica[115].
Già anticamente, per esprimere le relazioni, ricorrevasi, oltre le
cadenze, spesso alle preposizioni, quando per ragioni di chiarezza,
quando di varietà. Quintiliano (I. 4) dice: _Noster sermo articulos non
desiderat;_ e Gellio (_N. Atticæ_, II. 25) che il volgare differisce
dal latino perchè manca di declinazioni e della varietà di desinenze;
e Nonnio reca molti esempj di preposizioni adoprate per la maggior
chiarezza. Ad Augusto, Svetonio appone di scrivere meno colla retta
ortografia, che secondo la pronunzia, tralasciando lettere e fin
sillabe, _errore comune_ (cap. 88); e facendo prima cura l’esprimersi
chiaramente, soggiungeva le preposizioni ai verbi, e iterava le
congiunzioni, alla chiarezza sagrificando la grazia (cap. 86). Di fatto
nel famoso suo testamento troviamo _impendere in aliquam rem_, invece
di _alicui rei_; _includere in carmen_ invece di _carmine_ o _carmini_.
Nè questo vezzo è raro ne’ classici:
Plauto. Filius _de_ summo loco — Hunc _ad_ carnificem dabo.
Terenzio. Ne partis expers esset _de_ nostris bonis — Si res _de_
amore secundae essent — Alere canes _ad_ venandum.
Lucrezio. Portante _de_ genere hoc.
Cicerone. Homo _de_ schola — Declamator _de_ ludo — Audiebam _de_
parente nostro. E così
Efugere _de_ manibus (_Rosc. Am._, 52).
Cæsar _de_ transverso rogat ut veniam ad se (15. _Att._ 4).
Se gladio percussum ab uno _de_ illis. (_Milon._ 24).
Ecco altri usi del _de_ al modo nostro:
Ut jugulent homines surgunt _de_ nocte latrones. ORAZIO, _Epist._
Una pars orationis _de_ die dabitur mihi. PLAUTO, _Asin._, III.
1.13.
Fac ut considerate naviges _de_ mense decembre. CIC. _ad Quint._,
2, 5.
Vos convivia lauta _de_ die facitis. CATULLO, 47, 5.
_De_ principio studuit animus occurrere magnitudini criminis.
CICERO, _Sull._, 24.
E altrove:
Atticus pecuniam numeravit _de_ suo. CIC. _ad Planc._
Succus _de_ quinquefolio. PLIN., 26. 4. 11.
Orazio. Cætera _de_ genere hoc — _De_ medio potare die — Rapto
_de_ fratre dolentis.
Virgilio. Solido _de_ marmore templa instituam, festosque dies
_de_ nomine Phœbi — Quercus _de_ cœlo tactas.
Fedro. _De_ credere (in un titolo).
Ovidio. Arbiter _de_ lite jocosa — _De_ duro est ultima ferro —
Nec _de_ plebe deus — _De_ cespite virgo se levat.
Plinio. Genera _de_ ulmo.
Svetonio. Partes _de_ cœna[116].
Negli _Agrimensori_ si ha «caput _de_ aquila, rostrum _de_ ave,
monticelli _de_ terra».
In Cicerone abbiamo: _Ad_ omnes introitus, armatos opponit — _Ad_
meridiem spectans — Quid _ad_ dextram, quid _ad_ sinistram sit
— Esse sapientem _ad_ normam alicujus.
Varrone. Turdi eodem revolant _ad_ aequinoctium vernum — Quod
apparet _ad_ auricolas.
Cesare. Magnam hæc res contemptionem _ad_ omnes attulit.
Livio. Patrum superbiam _ad_ plebem criminari — Incautos _ad_
satietatem trucidabitis — Restituit _ad_ parentes (II. 13). —
Restituti _ad_ Romanos (XXIV. 47).
Parimenti nei classici troviamo il pronome usato al modo italiano, e
l’_inde_ per l’_onde_ o il _ne_ nostro:
Plauto. Cadus erat vini; _inde_ impievi cirneam.
Cicerone. Romani sales salsiores quam _illi_ Atticorum.
Virgilio. _Ille_ ego qui quondam ecc.
Ovidio. Stant calyces, minor _inde_ faba, olus alter
habebat[117].
E nel Vangelo: «Exiit Petrus et _ille alius_ discipulus — Currebant duo
simul, et _ille alius_ præcurrit».
Da ciò era ovvio il passaggio all’articolo determinante[118]: ma neppur
dell’indeterminato scarseggiano esempj.
Cicerone. Cum _uno_ forti viro loquor — Sicut _unus_
paterfamilias — Ita nobilissima Græciæ civitas sui civis
_unius_ acutissimi monumentum ignorasset — Tamquam mihi cum M.
Crasso contentio esset, non cum _uno_ gladiatore nequissimo.
Orazio. Qui variare cupit rem prodigaliter _unam_.
Cesare. Inter aures _unum_ cornu existit.
Curzio. Alexander _unum_ animal est temerarium, vecors.
Seneca. Historici, cum _unam_ aliquam rem nolunt spondere,
adjiciunt, ecc.
Plauto. Qui est is homo? _unus_ ne amator? — Est huic _unus_
servus violentissimus — _Unum_ vidi mortuum efferri foras.
Plinio. Tabulam aptatam picturæ anus _una_ custodiebat.
Plinio il giovane. Tanta gratia, tanta auctoritas in _una_
vilissima tunica. Vedi pure Cornelio Nipote in _Hannib._, XIII;
e TACITO, _Ann._, II. 30. Uni libello.
Terenzio. Inter mulieres quæ ibi aderant, forte _unam_ adspicio
adolescentulam — Ad _unum_ aliquem confugiebant.
Del qual ultimo verso vienmi a grand’uopo un commento, appostovi da
Donato mentr’era ancor viva la latina lingua: _Ex consuetudine dicit_
UNAM, _ut dicimus_ UNUS _est adolescens. Unam ergo_ τῷ ἰδιοτισμῷ
_dixit, vel unam pro quandam_.
Si sa che in Omero non si trova l’articolo, onde Aristarco asserisce
ἐλλείτει γὰρ ὁ ποιητὴς τοῖς ἄρθοις ἀεί. Quando lo s’incontra, ha un
valore diverso. Così τῆ δεκατῆ non vuol dire il _decimo giorno_, ma
_quel giorno_, che _era il decimo_.
In ciò forse l’imitarono gli scrittori latini, tralasciando gli
articoli, ma ricompajono abbondanti nella Bibbia, come i segnacasi:
Et ecce _una_ mulier fragmen molæ desuper jaciens, illisit Abimelech.
_Giudici_, IX. 53.
Petrus sedebat foris in atrio, et accessit ad eum _una_ ancilla.
_Matteo_, XXVI. 69.
Per diem solemnem consueverat præses populo dimittere _unum_ vinctum,
quem voluissent, XXVII. 15.
Et videns fici arborem _unam_, venit ad eam. XXI. 19.
Interrogabo vos et ego _unum_ sermonem. Ivi. 24.
Interrogabo vos et ego _unum_ verbum. _Marco_, XI. 29.
_Unus_ autem quidam de circumstantibus. XII. 47.
Nella flessione dei verbi, delle sei forme organiche _amo, amabam,
amavi, amaveram, amavero, amabo,_ le sole tre prime ritenemmo: le altre
si circoscrivono cogli ausiliarj. Ma già il verbo si trova conjugato
al modo nostro. Invece del futuro usano il passato futuro, _duravero,
respiravero_, il quale sincopato in _duraro, respiraro_, equivale
all’odierno, o piuttosto potè formarsi coll’_habeo: dicere habeo_
usavano, e il vulgo _a dir ho_, donde dirò; siccome i nostri dicono
_fu nato_ per nacque, _ebbe trovato_ per trovò, _fece offensione_
per offese, ecc. Parimente si ha in provenzale _dir vos ai_, in
ispagnuolo _hacere lo he_; e nel greco moderno θελω pel futuro, εκω
pel passato[119]. Di fatto quando anticamente si diceva io _abbo_, io
_aggio_, usavasi pure io _amarabbo_, io _amaraggio_; ora che si declina
_ho, hai, ha_, si dice _amer-ò, amer-ai, amer-à_. La stessa coincidenza
appare nel francese e nel provenzale, nello spagnuolo, nel portoghese:
anzi nel provenzale antico si ha _pregarai vos_, o _pregar vos ai_.
Già nella legge longobarda di Luitprando, tit. 108, § 1, si ha:
_veni et occide dominum tuum, et ego tibi facere habeo bonitatem quam
volueris — Feri eum adhuc, nam si feriveris ego te ferire habeo_. Il
Grutero porta un’iscrizione del VII secolo, che legge: _Quod estis
fui, et quod sum essere habetis_ (Nº 1062). D’origine simile sarebbe il
condizionale. Or ecco esempj degli ausiliarj _avere_ e _stare_:
Cicerone. Satis hoc tempore _dictum habeo_ — Clodii animum
perfecte _habeo cognitum_, judicatum — Bellum nescio quod
_habet susceptum_ consulatus cum tribunatu — _Domitas habere_
libidines — Si _habes_ jam _statutum_ quid tibi agendum putes —
Aut nondum eum satis _habes cognitum?_ Nimium sæpe _exspertum
habemus_ — Haec fere _dicere habui_ de natura Deorum — Bellum
_habere indictum_ Diis — _Habeo absolutum epos_.
Cesare. Idque se prope jam _effectum habere_ — Quorum _habetis
cognitam_ voluntatem in rempublicam — Præmisit equitatum omnem
quem in omni provincia _coactum habebat_ — Vectigalia parvo
prætio _redempta habere_.
Terenzio. Quo pacto me _habueris praepositum_ amori tuo — Quae
nos nostramque adolescentiam _habent despicatam_.
Virgilio. Quem semper _honoratum habebo_.
Plinio. _Cognitum habeo_ insulas.
Lucrezio dice che alcuni filosofi errarono, «_amplexi_ quod _habent_
perverse prima viai». A Gellio riferisce l’editto antico d’un pretore
su quelli _qui flumina retanda publice redempta habent._
La legge _Tres tutores_ porta: «Cum _destinatum haberet_ mutare
testamentum. Tale è il frequentissimo _compertum habere_: e _habere
conductas_. In Plauto trovo anche _avere_ per _essere_, come da noi
usa: «Quo nunc capessis tu te hinc advorsa via cum tanta pompa? — Huc.
— Quid huc? _quid isthic habet?_ (che ci ha?) — Amor, Voluptas, Venus,
ecc.».
E Tertulliano più alla moderna: «Etiam filius Dei _mori habuit_ — Si
inimicos jubemur diligere, quem _habemus odisse?_» che noi diremmo
_ebbe a morire, abbiamo a odiare_.
A Pompei vedesi scritto: _Abiat Venere pompejana irada qui hoc læserit_.
Nè mancano esempj di _essere_ come ausiliario. Così Ovidio: «Quassus
_ab imposito corpore lectus erat_» per _quatiebatur_: e in altri,
_casus esto, vinctus erit, si furtum conceptum erit, si mortuus erit_.
Lucrezio. _Manus et pes atque oculi partes animantis totius extant._
Orazio. _Hoc miseræ plebi stabat commune sepulcrum_: e in Virgilio
_Dum Troja staret: nondum Ilium steterat: ubi transmissæ steterant
trans æquora classe; e in altri stabat acuta silex; stant belli causæ;
deserta stat domus_. Del quale _stare_ ci sopravanzò _stato_, verbale
di essere. Anzi anche l’_andare_ come ausiliario mostrasi in Virgilio
(_ite solutæ_) e in Orazio (_dimissus abibis_).
Colla lingua dunque a terminazione variata, consueta negli scritti,
viveva quella a terminazione fissa che parlavasi, e che crebbe col
volgere de’ secoli, tanto che nell’italiano noi ci troviamo aver
conservato le parole che escono in vocale (_acqua, stella, porta_...),
mentre a quelle in consonante appiccicammo una vocale, o ne prendemmo
l’ablativo (_fronte, arbore, libro_...)
Il Galvani[120] mostrò che ne’ primitivi itali c’era _si_ e _su_,
nominativo del _sui, sibi, se_, e che di là viene il nostro _si_ in
_si dice, si vuole_. In una iscrizione presso il Muratori[121] leggesi:
_ultimum illui spiritum_, come chi dicesse _l’ultimo di lui spirito_.
L’aggiungere spesso le preposizioni intro e foris tiene del modo
nostro: — _Ingressus intro_ (_Matteo_, XXVI. 58); _egressus foras_
(ivi, 75). _Hypocritæ, quia mundatis quod deforis est calicis_; (XXIII.
25). _Aforis quidem paretis hominibus justi_ (ivi, 28, dove riconosci
il nostro _parere, sembrare_). _Exeuntes foras de domo_ (X. 14),
pleonasmo affatto italiano. _Et cum intrasset in domum, prævenit eum
Jesus_ (XVII. 24).
Oltre i vicecasi e i vicetempi, altra differenza grammaticale
dell’italiano è il risolvere col _che_ (siccome coll’ὄτι il greco)
le proposizioni dipendenti, che il latino mette all’infinito
coll’accusativo. Il basso latino, o, come noi crediamo, il
parlar popolare v’adoprava il _quia_ e _quod_, e non ne mancano i
classici[122]. La Bibbia ne offre molti esempj. — Ut cognovit _quod_
accubuisset in domo Pharisæi (_Luca_, VII. 37). Prædicate dicentes
quia appropinquavit regnum cœlorum (_Matteo_, X. 7). Spesso lo usa un
autore che scriveva prima dell’invasione dei Barbari, ch’era maestro
di retorica, e che pecca di affettazione piuttosto che di negligenza,
sant’Agostino. Apriamo a caso le sue _Confessioni_, e al libro vii. c.
9, narrando come i libri platonici lo avviassero al cristianesimo, dice
che in quelli «legi _quod_ in principio erat verbum... _quia_ hominis
anima non est ipsa lumen... _quia_ in hoc mundo erat... _quia_ in sua
propria venit.... Item ibi legi _quia_ Deus verbum non ex carne, sed ex
Deo natus est. Sed _quia_ verbum caro factum est non ibi legi... _quia_
semetipsum exinanivit... _quia_ Dominus Jesus in gloria est Dei patris
non habent illi libri. _Quod_ enim ante omnia tempora unigenitus filius
tuus coæternus tibi, et quia de plenitudine ejus accipiunt animæ... est
ibi». E così prosegue mettendo _quia_ e _quod_ ove i classici avrebbero
messo l’infinito, e ove noi mettiamo il _che_[123].
Senza più dilatarci in esempj, a sovrabbondanza abbiamo veduto come
la lingua latina potesse tralasciare qualche sillaba finale; facoltà
conservata dalla italiana, ove tronchiamo tante voci, e diciamo
_ardor, furo, fero_, ecc. Ascoltate un contadino toscano, e vi dice
_a cà, mi pa, u’ o a ì_? (dove ho a ire?). Di tali mozzamenti maggior
uso fanno ancora i vulghi d’altre contrade. E già il facevano i loro
padri all’età romana; e con ciò invece di _da mihi illum panem_,
compendiavano _da mi il pane_; e Cicerone potè udire questa frase senza
meravigliare o frantendere, nè sognarsi che derivasse da imitamento di
Barbari.
Le somiglianze o differenze grammaticali, di cui va tenuto maggior
conto che delle lessiche, ci autorizzano ad asserire che, delle
principali mutazioni nella nuova lingua, nessuna fu portata da
imitazione esterna, bensì da evoluzione interna e naturale.
Perocchè, lo ripetiamo, la natura non procede di salto, e ciò ch’è
oggi, nasce da quel di jeri. Potreste immaginare un giorno, nel quale
gli abitanti d’Italia abbiano cessato di parlare la latina per adottare
la lingua del vincitore, o formarsene un gergo, barbarico affatto, e
dal quale uscisse poi questa bellissima e organica favella nostra? Non
ne aveano essi già tutte le parole dal latino, e tutte le forme dal
greco?
Le diversità grammaticali indicano che l’italiano deriva dal latino
parlato, anzichè dallo scritto. Questo svolgeasi in ampj periodi e
trasposizioni; l’italiano no: quello ha flessioni variate, finali
consonanti, mentre l’italiano termina in vocali, e ciò viepiù dove meno
Barbari intervennero: segno che persisteva una lingua popolare, in cui
era stato introdotto il lessico del latino colto, ma non la grammatica.
§ 12º
_Andamento consimile nelle evoluzioni di varie lingue._
Che se guardiamo ad altre favelle della famiglia indo-europea, le
vedremo tutte tramutarsi da un’antica in una moderna per andamento
somigliante, attesa l’identità d’inclinazione e di principj; e passare
dal prisco sintetico al moderno analitico.
D’una favella possono alterarsi o l’interna struttura delle parole,
o le forme grammaticali. Le parole antiquandosi tendono a surrogare
alle consonanti gagliarde e dure le deboli e dolci, alle vocali sonore
le sorde dapprima, poi le mute; i suoni pieni s’estinguono a poco a
poco e si perdono, le finali dispajono, le parole si contraggono; in
conseguenza le lingue divengono meno melodiose; parole che lusingavano
l’orecchio, non offrono più che un senso mnemonico e quasi una cifra.
Le forme grammaticali, che possiamo chiamare l’anima delle lingue, di
cui le parole sarebbero il corpo, col tempo si confondono fra loro, o
si trascurano; s’impiegano fuor di proposito, o si smettono: onde viene
un linguaggio mutilato, che, per vivere, conviene adotti organamento
nuovo.
E qui rivelasi l’azione rigeneratrice; diremmo oggi, la lotta del
vivere. Perita l’antica sintesi grammaticale, smesse le inflessioni,
mal distinti i casi de’ nomi, i tempi de’ verbi, i rapporti che prima
erano espressi dai segni grammaticali aboliti si dinotano con parole
separate, per evitare la confusione; con preposizioni si supplisce
alle desinenze che distinguevano i casi con ausiliarj a quelle che
indicavano i tempi de’ verbi; i generi si dinotano cogli articoli,
le persone coi pronomi. Di tal passo dal sanscrito nacquero il pali
e i diversi dialetti pracriti; dallo zendo il persiano, dal greco
classico il moderno, il tedesco odierno dall’antico, l’inglese
dall’anglosassone, l’olandese dal frisone ch’è affine al sassone,
il danese e svedese da quello scandinavo ch’è conservato in Islanda.
Così pure dal latino derivarono le lingue neolatine, e specialmente la
nostra.