È della natura umana, che una parola che ricorre frequente, la si

scorci per parlare più spiccio; si sostituisca un segno semplice a uno

complicato: si confondano le gradazioni, si trascurino le distinzioni

delicate; e questo svolgimento delle lingue non è sospeso se non quando

scrittori classici fanno legge e prefiggono un canone. Il popolo tende

a contrarre, a fognare, giacchè parla per parlare, non per parlar bene;

e purchè una parola renda il suo pensiero, poco gli cale l’articolarla

con esattezza o trascurarne alcun elemento. _I’ so_ per _io sono; gnor

sì_ per _signor sì_; _vello_ per _vedilo_, _Cecco, Bista, Cola, Gino,

dugenvenzei_ sono contrazioni usitatissime; la lingua de’ trecconi

è una perpetua contrazione; e così la più parte de’ dialetti. L’uso

vulgare confonde le desinenze che distinguono i casi e le persone;

darà il genere mascolino ad un sostantivo femminile, o il contrario;

dirà _voi eri, voi andavi, un poca d’acqua, una libbra e mezzo_; porrà

l’indicativo pel soggiuntivo, il passato definito per l’indefinito, e

ciò non per solecismo ignorante, come chi parli una lingua non sua, ma

con regola istintiva, tal che resta comune a tutto un paese, a tutta

una classe. Come dunque lo scomporsi, così il ricomporsi delle lingue

tiene all’indole dello spirito umano, essendo naturale il rendere con

preposizioni od ausiliarj, vale a dire con una sorta di perifrasi,

ciò che le modulazioni grammaticali del nome e dei verbi esprimono o

male o non più. Se paragoni le lingue primitive colle loro derivate,

trovi dappertutto l’accorciamento delle parole. Inoltre ciascun idioma

derivato è assai meno ricco di forme grammaticali che i primitivi;

il numero duale, che esisteva nel sanscrito, sparve nel pali e nel

pracrito; le declinazioni, sì ben distinte nel sanscrito, si confondono

nel pali, ch’è suo figlio diretto, nel quale molte voci dell’ottava

seguono la prima; di rado si adopera il passivo; la conjugazione offre

appena i tempi indispensabili, e uno solo risponde all’imperfetto, al

perfetto o all’aoristo del sanscrito.

Come l’alterazione e lo sfasciamento della lingua si manifestano per

effetti quasi simili in tutti gli idiomi della famiglia indo-europea,

in quasi tutti vi si oppone lo stesso rimedio. Dove i casi divennero

troppo scarsi ai bisogni del pensiero, o troppo raffinati per l’uso

comune, l’eguale terminazione si adottò per casi differenti, rimovendo

la confusione coll’anteporre preposizioni al sostantivo. Ai modi

e tempi semplici dei verbi ne furono surrogati di composti cogli

ausiliarj essere, avere, volere, fare, venire, divenire. Nel bengali,

derivato dal sanscrito, se ne formano quattro modi; potenziale,

ottativo, inceptivo, frequentativo, e molti tempi. Nell’indostani,

dialetto più alterato che il bengali per straniere influenze, si

adoperano _essere_ e _dimorare_ come ausiliarj, il passivo formasi con

raddoppiare il verbo _essere_, e n’è ausiliario il verbo _andare_.

All’antica declinazione zenda, che è conforme alla sanscrita, nel

persiano moderno in molti casi si supplì colle preposizioni _der, be,

ez_; sono composti il passato e il futuro, e la voce passiva formasi

col verbo _essere_. Il greco vulgare perdette il passato perfetto; il

piuccheperfetto forma mediante il verbo _avere_, e il futuro mediante

il _volere_, come in inglese; avanti al soggiuntivo pone il να, come in

francese il _que_.

Anche le germaniche sostituirono preposizioni alla terminazione dei

differenti casi; tutte si valsero degli ausiliarj _dovere, diventare_

o _volere_ pel futuro, il quale uso degli ausiliarj fu già conosciuto,

sebbene non sempre usato da Ulfila, che nel quarto secolo tradusse in

gotico la Bibbia. Altrettanto nei dialetti slavi moderni. Nell’antica

lingua slavona già si trova il preterito, composto con _iesmi_ (io

sono), e due altri tempi formati con ausiliarj. Fra le celtiche,

l’irlandese, che conserva i monumenti più vetusti, presenta pure

forme grammaticali, mancanti a tutti gli altri dialetti, e vestigia

di declinazioni, e specialmente il dativo plurale in _aibh_, analogo

al sanscrito _bhyas_, e al latino _abus_. I dialetti bretoni e

cornovalesi, più discosti dal tipo primitivo che non il gallese, hanno

l’ausiliario _io fo; mi a gura_ in cornovalese, _me a gra_ in bretone.

Il gallese esprime il passivo con terminazioni speciali; il bretone non

le possiede più, e si vale del verbo _essere_ come le lingue neolatine:

il cornico sta di mezzo, conservando le forme passive del gallese, e

adoperando il verbo _essere_ come il bretone.

Anche noi nel verbo perdemmo molti tempi, e il gerundio, il supino:

nei conservati si soppresse generalmente la consonante finale;

gli altri si formarono cogli ausiliarj. Del passivo ci restò solo

il participio passato, che serve a formare, coll’_avere_, i tempi

dell’attivo, e coll’_essere_ quei del passivo, contenendo però in sè la

sola determinazione, mentre tutte le relazioni del soggetto, numero,

persona, tempo, modo spettano all’ausiliare. Perduto è affatto il

deponente. Il comparativo sparve quasi in italiano, ma già i Latini vi

sostituivano il _magis_, come _magis pius_, conservato in altre lingue

romanze (_mas dulce_ spagnuolo): e talvolta il _plus_, come _plus

lubens_, in Plauto, _plus formosus_ in Nemesiano.

L’analogia degli accidenti alfabetici s’incontra dappertutto. Come

_lavo_ fa _lotus_, così _causa_ fa _cosa_; _amavit_ fa _amò_. I

dittonghi si contraggono, e come _seibi_ in _sibi_, _jous_ in _jus_,

così _audio_ in _odo_. Alcune lettere si ommettono, altre si aggiungono

per eufonia, o mutansi secondo l’affinità di organi; talune si

traspongono sì, che da _metuo_ viene _timeo_; da _magro_ gramo; da

_peramare_ bramare, da _metipsum_ medesimo, fa _verecundia_ vergogna,

da _dum interim_ dommentre, poi mentre. La _h_ non fu più aspirata,

sicchè divenne superflua; la _j_ cambiossi in _g_; la _x_ in _s_;

crebbe l’uso della _z_.

Ognuno vede come facilmente, coi processi indicati, si venisse a fare

_ciò_ da _ecce hoc_, _colà_ da _ecce illuc_; _così_ _da æque sic, ac

si_, che ne’ dialetti è ancora _acsì_ e _ixì_; _come_ e _como_ da _quo

modo_; da _hanc horam_ e _illam horam_ ancora e allora; da _ad ipsum

tempus_ adesso; da _tunc_ dunque; da _ab ante_ avanti; da _post_ dopo;

da _retro_ dietro; da _per hoc quid_ (allungamento invece di _nam_)

l’imperciocchè; _il quale_ da _ille qualis_, come nel neogreco ὁ

ὁποῖος: da _ecc’ille_ quello; da _ecc’iste_ cotesto, cotestui, questo;

da _veh_ vai e guai, come in _guasto_ mutossi _vasto_, in guado _vado_.

Le tre forme di affermazione _sì, oil, oc_ sono dal latino _sic est;

illud est; hoc est_[124].

Da per tutto ci salterà all’occhio questo studio, o dirò meglio istinto

del raddolcimento, manifestato col troncare, aggiungere, trasporre: nè

di più si richiede per ridurre italiane la più parte delle voci latine.

Non sono abbastanza spiegate certe ragioni eufoniche, per cui

una lingua predilige un tale accento, una tale cadenza, una tale

combinazione di vocali e consonanti. Quando la favella si trasforma per

costituirsi in linguaggio, le parole assumono alterazioni successive

piccolissime, finchè incontrano una tale combinazione di suoni che

resta prevalente, e determina l’indole eufonica d’essa lingua. Così

l’italiano finisce le parole o piane o sdrucciole in vocali, il

francese in consonanti coll’accento sempre sull’ultima sillaba e colle

nasali; lo spagnuolo ha vocali chiare ma strette, mentre il portoghese

le ha cupe: nell’inglese sibilano i suoni fra i denti; nel tedesco si

conserva l’accento su ciascun componente delle parole e si pronunzia

per tono di voce, anzichè per accento prosodico: nelle lingue semitiche

abbondano suoni gutturali e fortemente aspirati. Introducendo in quelle

lingue parole forestiere, queste s’acconciano al tipo eufonico.

L’alterazione prodotta dall’uso è viepiù sensibile, quanto più la

lingua alterata avanza di età, e più risente delle abitudini popolari,

cioè è più parlata e meno scritta. Il vecchio latino appare aspro nel

rozzo numero saturnino; e tale si conservò in gran parte nello scritto:

ma favellando si temperava per sentimento di eufonìa, sin a ledere la

grammatica. Quest’alterazione, già operata dal vulgo ne’ bei tempi

romani, e talora accettata dagli scrittori[125], io penso tenesse

ai prischi idiomi italici, e vorrei dedurne che la nostra lingua non

originò dalla conquista germanica. Il latino volgare avea forme più

povere e parole differenti dalle classiche. Da una letteratura esotica,

tutta artistica, non nata col popolo nè svolta con esso, venne la

lingua scritta, senza impedire che, in bocca al popolo, seguisse la

legge universale del movimento, a segno che quando quella potè prodursi

in iscritto, si trovò ben differente, modificata senza scrupoli

filologici.

Ne segnammo le vestigia nelle iscrizioni, massime dei primi Cristiani,

fatte da persone vulgari, cioè che scriveano secondo uso, non

secondo grammatica; e più la coltura diminuiva, più gli scriventi

s’avvicinavano alla pronunzia, piuttostochè all’uso letterario. I Padri

greci continuarono a scrivere meglio de’ latini, perchè la loro lingua

essendo più naturale cioè conforme alla parlata, non richiedeva molta

coltura; mentre la latina, così artefatta, corrompevasi col diminuire

degli studj ad essa necessarj. Oltrecchè l’uditorio de’ Greci era di

persone civili, mentre quel de’ Latini componeasi spesso di schiavi o

liberti o stranieri importati.

I popoli germanici importando molte voci, indirettamente ajutarono

la decomposizione del latino, mentre le tradizioni e le abitudini

letterarie da cui erane protetta la purezza, si corrompeano, e il

negletto linguaggio delle classi incolte, di quei _Casci_, di cui dice

Cicerone che la lingua non istudiavasi, prevaleva nell’uso all’accurato

della classe forbita. Una lingua non perisce se non colla società

che la parla: e qui appunto periva la società colta, e con essa il

parlare accurato, e riviveva il popolare. Onde alla lingua latina

si surrogarono gli idiomi neolatini in virtù di leggi intrinseche e

generali, e non per particolari avvenimenti.

La filologia comparata provò che non fu sempre la lingua più organica,

in conseguenza la più bella, che venne ricevuta per nazionale. L’alto

tedesco è incontestabilmente inferiore al basso tedesco, eppur divenne

lingua letteraria dacchè Lutero lo adoprò a tradurre la Bibbia.

§ 13º

_Influenza de’ Barbari. Periodo di scomposizione._

Le cause di alteramento della lingua letteraria latina crebbero dacchè

irruppero i Barbari, e scossero prima, poi annichilarono l’impero

romano. È notevole che gli elementi lessicali germanici, divenuti parte

dei parlari latini (contano da 300 voci comuni a tutti), s’incontrano

egualmente in tutti questi nelle diverse regioni romane. Ciò è indizio

che tale immissione è ben più antica dell’ultima invasione, e risale a

un tempo quando il latino aveva ancora tanta vitalità, da non poterne

venir modificato secondo le varie contrade. E forse si identificava

coll’estendersi del latino fuori delle regioni natìe per mezzo delle

colonie e degli accampamenti.

Ormai nessuno più crede che i Barbari fossero fiumi di popoli, che

affogassero gli indigeni, e portassero non solo devastazione e micidio,

ma sovvertimento generale. Fossero anche stati numerosissimi, sarebbe

insolito il fenomeno d’un popolo conquistatore, che al conquistato

impone la propria lingua. Nelle due Americhe le colonie antiche

conservano la favella materna, mentre la conservano anche i prischi

abitanti. Che se talvolta quella prevalse, ne fu causa la sua maggior

coltura; come nelle colonie eoliche e doriche della Sicilia e della

Magna Grecia. Pei Barbari in Italia il caso era l’opposto: una gente

rozza sovrapponevasi ad una colta; e se a questa imponeva le leggi sue,

doveva ricorrere ad essa fin per iscriverle.

Dov’è però a notare che l’esclusivo patriotismo degli antichi

idolatrava la patria favella, repudiando ogni altra. Fra le servitù

che Roma imponeva ai vinti, era l’obbligo di parlar latino[126];

Claudio imperatore tolse la cittadinanza ad uno di Lisia, il quale

non seppe rispondergli in latino[127]; davanti al Senato contendevasi

se avventurare o no un tal vocabolo di greca etimologia, e Tiberio

imperatore voleva ricorrere ad una circonlocuzione, piuttosto che dire

_monopolio_.

Da ciò alle antiche favelle l’unità, il carattere specifico, non

alterato nelle derivazioni e ne’ composti, mentre le moderne sono

formate dei frantumi di varie, sicchè in un solo periodo potresti

incontrar voci delle origini più disparate[128]: oltrecchè più popolare

essendo la letteratura, meno squisita riesce la forma. Così avvenne del

latino, introdotto in paesi, la cui gente aveva gli organi abituati ad

altri suoni, e lo spirito ad altra sintassi. Se, come pretende Fauriel,

la lingua latina fosse stata decomposta dalle indigene di ciascun

paese, dovrebb’essere riuscita differentissima, mentre da per tutto

appare simile a quella de’ paesi dell’antico Lazio.

La località fu però uno de’ fattori de’ nuovi linguaggi: e per

es. nell’Italia dove il latino parlavasi, le parole conservarono

l’estensione; nella Gallia si raccorciarono. Ma che a generare le

lingue, dette romanze perchè uscite dal romano, principal parte

contribuissero i Barbari, è tutt’altro che provato. I Goti dominarono

lungo tempo la Spagna, eppure a stento riscontri alcun vocabolo gotico

in quell’idioma, che dall’invasione araba confinato tra le montagne

delle Asturie, colla vittoria e colla croce ne discese, e s’impossessò

di alcuni termini arabi, di alcuni francesi, ma in fondo rimase

latino. Venezia non fu invasa da alcun Barbaro, Verona da tutti, e i

loro dialetti si somigliano ben più che non il veronese col contiguo

bresciano, o questo col bergamasco, o il bergamasco col milanese,

separati appena da qualche fiume. E appunto un corso di acque o la

cresta d’un monte frapponevasi a due linguaggi diversissimi, quant’è il

toscano dal bolognese. Qui che hanno a fare i Barbari? Se l’articolo

ci fosse dato dal tedesco, qualche traccia propria ne resterebbe,

mentre non ve n’ha alcuno, anche de’ varj dialetti, che non si derivi e

spieghi col e pel latino[129].

La lingua è tradizione, che si fa dalle madri, onde ben dicesi materna;

nè gli stranieri ci hanno a vedere. Il cambiamento è neologismo, non

barbarismo. Fosse anche durato l’impero, la trasformazione sarebbe

avvenuta. Spagna, Portogallo, Francia hanno lingua simile all’italiana

e come questa derivata dal latino, ma dal latino popolare non dallo

scritto. Ora è certo che i dialetti conservaronsi fra i varj popoli,

malgrado il latino; e che colà mai non fu parlato il latino proprio.

Raynouard sostenne si fosse formata una lingua comune romanza, da cui

derivarono le altre. Ma ciò supporrebbe che già fosse comunemente

parlato il latino, val a dire che si fosse cambiata la grammatica

originale di que’ paesi nel breve tempo della dominazione romana.

Provasi che ciò non fu. E ripugnerebbe pure che il latino, mescolandosi

colle lingue originarie differenti, producesse una lingua simile in

tutte.

§ 14º

_Periodo di formazione dell’italiano nell’età barbara._

In somma la lingua parlata scostavasi più sempre dalla scritta, fino

a riuscirne due diverse; anche i Barbari conservavano la favella

nazionale, ma per ispiegarsi coi vinti adottavano un gergo fra il

tedesco e il latino, bilingui anch’essi. Che se in altri paesi il

vinto ingegnavasi di usare la lingua del vincitore come segno di

emancipazione, l’Italiano preferiva l’antica come ricordo di gloria;

e il vincitore stesso che non avea letteratura, valeasi di quella del

vinto. Nè solo i preti e i notaj erano latini, ma in latino furono

scritti e l’Editto di Teodorico, e le sue lettere, e le leggi de’

Longobardi, sebbene sia dimostrato che queste non doveano servire se

non pei conquistatori. In esse sovente alle parole latine s’aggiunge il

sinonimo vulgare[130]: prova evidente dell’esistenza di questo, e che

trapela anche dalle poche carte di quell’età. Nel feudalismo, i signori

trovandosi diffusi nei castelli, in contatto cogli indigeni anzichè

coi loro nazionali, smetteano più sempre il tedesco, e diventava comune

anche a loro il vulgar nostro nel parlare, il latino nello scrivere.

Quando gli studj erano così scarsi, difficile dovea riuscire lo

scrivere questa lingua, mentre già in un’altra si pensava e parlava;

ciascuno v’inseriva gli idiotismi del proprio paese; e, come in idioma

non famigliare, vacillavasi per l’ortografia, pei reggimenti, pei

costrutti[131]. Laonde ne’ rozzi scrittori di carte e di cronache è

a cercare l’origine dell’italiana, o dirò meglio l’inconscio mutarsi

dell’antica nella nostra favella, prima che fosse adottata per libri.

Il Codice Longobardo abbonda di modi traenti agli odierni: Rotari, leg.

218. _Vadat sibi ubi voluerit_: riempitivo tutt’italiano, _se ne vada_.

299. _Si quis vitem alienam de_ una _fossa_ scapellaverit.

Quest’ultima voce dicesi ancora in Piemonte, come _masca_ per

strega: _Striga, quod est masca_. Ivi, 197.

302. Capistrum _de capite caballi_.

303. _Pistorium_ per pastoje, come alla 296 _sogas_ per soghe;

alla 306 _pirum aut melum_; alla 345 _caballicare_ per

cavalcare; alla 382 _cassinam_ per casa campestre; alla 387

_genuculum_ per ginocchio.

Nelle leggi di Liutprando, alla VI, 68 occorre _scemus_; alla III,

4, _Faciat scire_ per judicem; alla IV, 3, _In manus de parentibus

suis, et in præsentia de parentibus suis_; alla V, 3, _matrina aut

filiastra_.

Il Canciani trasse dall’archivio di Udine una Legge Romana; e sia,

come a lui sembra, dei tempi carolingi, o sia piuttosto un’irrazionale

accozzaglia, noi, guardandola solo filologicamente, vi troviamo: Con

_mandatis principum_ — _Ipsa uxor_ da _marito suo_ — _Prosequat cujus

essere debeat_ — _Si hoc_ scusare _potest_ (lombardismo frequentissimo)

— _Ancilla quam in conjugio_ prese — _Ante per suam_ tema (timore). —

_De aliorum facultates male_ favellant — _Si illa judiciaria per sua

cupiditate_ prendere _presumserit_ — Per fortia _violaverit_ — _De

furtivo_ cavallo — _Cujus causa_ minare _voluerit_ — Ad unum de _illos

judices_ — Per sua culpa — Ad unum dare _voluerit plusquam_ ad alium —

Quod minus precium presisset, _quam ipsa res valebat_.

Nelle formole sulle Leggi Longobarde, dal Canciani stesso riportate al

vol. V, pag. 85 delle _Leges Barbarorum_, incontrasi:

_Petre, te appellat Martinus, quod tu_ comprasti _decem modios_ de

frumento.

_Tu tenes_ sibi unum _suum bovem_.

_Plus valebat quando tibi dedit_ — _Non est verum_.

_Tu_ minasti _Mariam ad aliam partem_.

_Volo_ tollere _eam ad uxorem_.

_Invenisti_ unum _suum caballum, et_ minasti _ad clausuram_.

_De torto_.

_Tene tuum bovem, et da michi debitum_.

Ora disponiamo, secondo la loro età, alcuni testi.

Anno 715. Il prete Aufrit interrogato, risponde: _Quando veniebat

Angelo de Sancto Vito, faciebat ibidem officio; et quod

inveniebat a Christianis, totum sibi tollebat_... e termina

l’interrogatorio: _Sed postea quam ego presbiter factus sum,

semper ego ibidem missa faciebam. Nam in isto anno Deodatus

episcopus de Sena... presbiterum suum posuit uno infantulo

de annos duodecim_ etc.... (Antiq. ital., VI. pag. 375). Orso

prete disse: _Vecinus sum cum istas diocias... Nam episcopus

Senenses numquam habuit nulla dominatione... Iste Adeodatus

episcopus fecit ibi presbitero uno infantulo, habente annos non

plus duodecim, qui nec vespero sapit, nec madodinos facere, nec

missa cantare. Nam consobrino ejus coetaneo ecce mecum habeo:

videte si possit cognoscere presbiterum esse_. Ib., p. 378.

715. Idio _omnipotens_. Ib., III. 1007.

— _Fortia patemus, et non presumemus_ favellare. Carta senese

appresso BRUNETTI, I. 439.

720. _Medietate de casa mea infra civitatem, cum_ gronda _sua

libera_. Ant. it., III. 1003.

— _Garibaldus Tosabarba_ riceve a fitto un campo di santa Maria

di Cremona, nei documenti del TROYA, n. 441.

723. _Post nostrum decessum, quem_ ivi _ipsi monaci de ea

consacrationem eligere ipsum_ aveat ordinatum. BRUNETTI, I.

275.

730. _Et Gagiolo illo prope ipsa curte_, ora _præsepe_. Ib., 518.

— _De uno latere_ corre via publica. Ant. it., III. 1005;

bell’idiotismo toscano, ancora vivo; e così al 760, _De suptu_

curre _fossatum, et ab alio latere_ curre _vigna_. BRUNETTI,

I. 570; e al 746: _Cui de uno latum_ decorre via publica. _Doc.

lucch._, II. 23.

736. _Si eum Taso aut filiis ejus menare volueris, exeas_.

BRUNETTI, I. 491.

743. _In via publica, et per ipsam viam ascendente_ in suso. E

ivi stesso _gambero, molino, capanna._ Ant. ital., I. 517.

746. Da capo _pedes sexaginta_... di una parte terra... di _alia_

parte... da capo _vinea et_ da _pede_... di presente _solutum_.

Carta di Chiusi ap. BRUNETTI, I, 522.

754. _Mezzolombardo_ chiamasi un diacono cremonese nel codice del

Troya, n. 683.

762. _Fratellum presbiterum scribere rogavi_: e nella

soscrizione: _Fratellus presbiter. Doc. lucch._, LVI.

763. In una carta pisana: _Et si ego non adimpliro ita, in

ipsorum sacerdotis_ sia dominio _hæc adimplendo_. Ant. ital.,

III. 1009.

765. In una lucchese: _Gustare eorum_ dava: _Sua voluntate_ dava.

Ib., 745.

766. _Ita decrevimus ut per ipsum monasterium sancti Bartholomei_

fiant _ordinata et disposita_. BRUNETTI, I. 289.

767. _Excepto silva qui_ fue _de ipsa corte... Excepto forte

Fosculi, qui_ fue barbano (barba, zio) ejus. _Ant. ital._, V.

748.

770. _Hoc decerno, ut cum ipsis rebus quas vobis concido, vel pos

meo decessu reliquero, siatis in monasterio, ut per singulos

annos persolvere debeatis pro anima mea in ecclesia Sancti

Salvatoris... per quam abueritis, reddatis in ipsa ecclesia

vel ad ejus rectores in aureo soledo uno, aut pro auro, aut

per circa, vel pro oleo, aut per quem volueritis in ipso Dei

templo, pro anima mea reddere debeatis_. BRUNETTI, I. 287.

Frasi italiane da un pessimo latino traspajono negli insegnamenti

d’un chimico dello stesso secolo, ove si legge: Cuse _ipsas pelles_,

laxa dissicare, batte lamina; _et post illa battuta, per martellum

adequatur, tam de latum quam de longum_; scaldato _illo in foco_,

batte, _et tene illud cum_ tanalea ferrea; _sed_ tornatur _de intro in

foras_; dextende _eum, ibi_ scalda, _pone_ ad battere, sufficienter;

_modicum_ laxa stare, _et_ lixa _illud_, ecc. — _Imple carbonibus et

decoque, ut superius diximus, josu_ (giuso) _ligna et_ sus _carbones_.

— _Et si una longa fuerit vel curta, per martellum adequatur_ (Ant.

italicæ, II. 380). Chi negherà che costui parlava italiano?

Nel musaico che da papa Leone III ponevasi in Laterano il 798, cioè

nella città più colta del mondo e dal ristauratore degli studj, è

scritto: _Beate Petrus, dona vita Leoni pp. e victoria Carulo regi

dona_; dove già vedete abbandonate le desinenze, e raccorcia la

congiunzione. Allora il popolo alle preci rispondeva _Ora pro nos. Tu

lo adjuva_. Nel testamento di Andrea arcivescovo di Milano nel 903 si

legge: _Xenodochium istum sit rectum et gubernatum per Warimbertus

humilis diaconus, de ordine sancte mediolanensi ecclesie nepote meo

et filius b. m. Ariberti de befana, diebus vite sue_. E quattro anni

più tardi un altro: _Pro me, et parentorum meorum, seu domni Landulphi

archiepiscopi seniori meo, animas salutem_. E altrove: _Foris portæ

qui Ticinensis vocatur — Ego Radaperto presbitero edificatus est hanc

civorio sub tempore domno nostro_...

Strafalcioni così madornali, e fra persone addottrinate come erano

prelati roganti e notaj rogati, convincono che il latino non parlavasi

più nemmeno fra la classe elevata; giacchè chi detta in lingua

propria accorda nomi e verbi senza dar in fallo, mentre in bizzarre

sconcordanze inciampa chi presume adoperarne una differente. Di qui

pure la durezza delle costruzioni, l’ineleganza degli idiotismi, la

mancanza di spontaneità, la varietà degli stessi solecismi, attesochè

non provenivano da un comune modo di favellare, ma dal capriccioso

faticarsi di ciascuno per latinizzare il proprio linguaggio.

Ne è novella prova il vedere che spesso il notaro o lo storico credesi

obbligato a spiegare in vulgare il nome latino. Così san Gregorio Magno

circa il 594: _Ferramenta, quæ usitato nomine nos_ vangas _vocamus_.

In un sermone del beato Ramperto dell’838 a Brescia, raccontasi d’una

bambina che correva nelle braccia del padre gridando _vulgari voce,

Atta Atta_, che è il _tatta_ di cui già dicemmo.

Nella vita di san Colombano, scritta il decimo secolo (_Acta SS. sec.

VII_, pag. 17): _Ferusculam, quam vulgo homines_ squirium _vocant_

(_écureuil_, ghiro).

Nel monaco di Bobbio (Ant. ital., II. 350): _Legumen_ pis, _quod

rustici_ herbiliam _vocant_; e ancora il pisello dal vulgo lombardo

chiamasi _erbii, erbei, erbion_.

Il monaco di Sangallo dice che i levrieri in _lingua gallica_ si

chiamano _veltri_.

Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15) · 第 5 / 27 段