Occorre dimostrazione per far convinti che la pronunzia volgare fosse

diversa da quella delle persone colte? È essa un accidente sfuggevole,

per modo che non si conosce se non per congetture; ma abbiamo qualche

notizia certa di alterazioni fonetiche. In essa elidevano spesso la

_m_, la _c_, la _s_ finali. Oltre l’uso dei poeti antichi che, per

esempio, finiscono l’esametro con _Ælius sextus_, ovvero _optimus

longe_, questo detrimento è attestato da Vittorino (_De orthogr._):

_Scribere quidem omnibus literis oportet, enuntiando autem quasdam

literas elidere_. Quintiliano (IX. 4) dice che la _m_ appena

pronunziavasi: _Atqui eadem illa litera, quoties ultima est, et vocalem

verbi sequentis ita contingit, ut in eam transire possit, etiam si

scribitur, tamen parum exprimitur, ut_ MULTUM ILLE _et_ QUANTUM ERAT,

_adeo ut pene cujusdam novæ literæ sonum reddat. Neque enim eximitur,

sed obscuratur, et tantum aliqua inter duas vocales velut nota est,

ne ipsæ coeant_. Cassiodoro[78] cita un passo di Cornuto, ove dice

che il pronunziare la _m_ avanti a vocale _durum ac barbarum sonat;

par enim atque idem est vitium, ita cum vocali sicut cum consonanti_

m _literam exprimere_. Era questa una fina distinzione che al volgo

dovea sfuggire. E però la _m_ è taciuta in molte epigrafi[79], come

per esempio _ante ora positu est_. La _m_ finale dovea dare alla

sillaba un suono nasale, simile all’_on, en_ francese, conservatosi in

alcuni dialetti italiani, dove pure non toglie l’elisione colla vocale

susseguente. Infatti il _cum_ diede origine a _confondere, constantia,

conquero_; e in italiano originò e il _come_ e il _con_.

Anche mutavano l’_u_ in _o_ (_servom, voltis_); pronunziavano _o_

invece di _e_ o di _au_ (_vostris, olla_ per _aulla_), e il _v_ pel

_b_ (_vellum_ per _bellum_); col che da _culpa, mundus, fides, tres,

aurum, scribere, sic, per hoc_, escono _colpa, mondo, fede, tre,

oro, scrivere, sì, però_. Onde Festo[80] scrive: _Orata genus piscis

appellatur a colore auri_, quod rustici ORUM dicebant, _ut auricolas_

ORICOLAS.

È dell’indole dell’italiano l’omettere la nasale avanti la sibilante,

sicchè da _mensis, impensa_ femmo _mese, spesa_. Ora questo usava già

fra gli antichi, e Cicerone pronunziava _foresia, hortesia, megalesia_,

e nelle lapide ricorrono _albanesis, alliesis, ariminesis, africesis,

ateniesis, castresis, miseniesis, narbonesis, ostiesis, picenesis_;

come anche _clemes, pares, potes_ per _clemens, parens, potens_.

Sembra poi che gli Umbri trascurassero regolarmente le finali, massime

le nasali, poichè nelle loro iscrizioni troviamo _vinu, vutu, nome,

tota jovina_ per _vinum, vultum, nomen, totam jovinam_ (civitatem

iguvinam); e anche dagli Osci abbiamo scritto _via pompaiiana

teremnattens_ per _viam pompejanam terminaverunt_. Negli Umbri ancora

riscontriamo _fuia, habia, habe, portaja, mugatu_ per _fuat, habeat,

habet, portet, mugiatur_, e _fasia_ per _faciat_, che ricorre nel

volsco.

La terminazione _culo_ dagli Osci e dagli Umbri contraevasi in

_clo_, e lo facevano pure i Romani, sicchè ne nascevano _apicla,

oricla, circlus, cornicia, oclus, panucla, pediclus, masclus_,...

che facilmente convertivansi ne’ nostri _pecchia, orecchia, cerchio,

occhio, cornacchia, pannocchia, pidocchio, maschio_.

È presumibile che nella parlata de’ Latini già usassero certi scambj

di lettere che troviamo tuttodì nelle nostre, e massime nella toscana.

In _planus, plenus, glacies_ e simili, la _l_ fu cambiata in _i_,

come tuttodì fa il volgo dicendo _i — padre — voi fare — ai campo —

moito — aito_. Già Catullo beffava un Arrio, che aspirava le vocali,

dicendo _hinsidias, hionios_, e fu chi quell’Arrio suppose toscano,

per indurre che già allora adopravasi in quel paese l’aspirazione, che

ora ne è quasi caratteristica. Certamente l’aspirazione del _c_ doveva

essere abbastanza usata, se alterò alcune voci greche, come _camus_ in

_amus_, _chortos_ in _hortus_, _cheimon_ in _hiems_. Il _c_ confondeasi

col _t_, dicendo indifferentemente _condicio, nuncius, servicium_,

e _conditio, nuntius, servitium_, come oggi si dice _schiantare,

schietto, maschio_, al par di stiantare, stietto, mastio, e nel volgo

_andache, ho dacho_.

Il _v_ talvolta è soppresso, come in facea, fuggìa, e tra i volgari in

_arò, arei, laoro, faorire_; e forse già diceasi _caulis_ e _cavolis_,

come oggi caolo e cavolo, _manualis_ e _manovalis_.

Molte volte al semplice _o_ latino è sostituito nell’italiano l’_uo_,

come vuole, duolo, suolo, e probabilmente già faceasi dal volgo, che

anche da noi usa ancora _pote, vole, dolo_.

Inclina anche oggi il volgo a trarre tutti i verbi alla prima

conjugazione; e fa _vedano, leggano, sentano_ all’indicativo, e al

congiuntivo _vedino, legghino, sentino_.

Molto si studiò recentemente sopra gli accenti, e se non si saprebbe

alla prima indicare come da _dixerunt, fecerunt_ derivassero gli

sdruccioli _dissero_ e _fecero_, non sarebbe difficile provare che

vecchiamente si usava _disserono, fecerono_: da cui _disseno, feceno_

per sincope. Quella desinenza _no_ è caratteristica del plurale,

talmente che il popolo talvolta l’applicò anche ad altre voci che

ai verbi, come ad _eglino_ ed _elleno_. Del resto il popolo dice

_andàvamo, volèvamo_ dove i colti fanno piana la voce, cioè mantiene

l’accento sulla radicale, come fanno costantemente i Tedeschi[81].

Molte voci contraevansi, come _populus, circulus, soldum, lardum,

sartor, posti_, del che è qualche vestigio pur nello scritto; e

Quintiliano (I. 6) dice che Augusto pronunziava _calda_ invece di

_calida. Meus_ dovette dirsi _mius_, del che è restato il vocativo

_mi_: e in Ennio abbiamo _debil homo_.

E che veramente il modo di pronunziare s’accostasse più che lo

scritto a questo che usiam noi, ce ne sono argomento i tanti errori

delle iscrizioni. Un vaso trovato a Pompei porta scritto, _Presta

mi sincerum_ (_vinum_). Le bizzarre iscrizioni, ivi graffite da mani

plebee e soldatesche, oltre le scorrezioni ortografiche, hanno anche

errori grammaticali e modi plebei. Per esempio: _Saturninus cum

discentes rogat. Cosmus nequitiæ est magnissimæ — O felice me_[82].

Crescono tali errori nelle epigrafi de’ primi tempi cristiani, errori

che ravvicinano le parole alle nostre italiane. Nei recenti scavi a

Ostia: _Loc. Aphrodisiaes cum deus permicerit. — Cœlius hic dormit et

Decria quando Deus boluerit_. Dal cimitero di Sant’Elena in Roma fu

scavata questa del terzo o quarto secolo:

Tersu decimu calendas febraras

decessit in pace quintus annoro

octo mensorum dece in pace.

In un’altra sta:

Gaudentius in pace qui vixit annis XX

et VIII mesis cinque dies biginti

apet depossone X kal. octobres.

Il Muratori[83] adduce epitafj del cimitero di Santa Cecilia in Roma,

d’età certo antica, che dicono:

Qui jacet Antoni

Dio te guardi

et Jacoba sua uxor.

Madoña Joaña

uxor de Cecho

della Sidia

e in San Biagio sotto al Campidoglio:

Ite della dicta echiesa.

In più d’un sigillo antico è scolpito _vivat in Dio_ o _in Diu_[84].

In altre iscrizioni l’apostrofe sta spesso in luogo della _m_, onde

_clarissimu’, multo’, annoro’: Zulia_ per _Julia_ è citato da Celso

Cittadini[85], in una lapide presso il Bosio; _Olympios bixit annos

tres, meses undeci, dies dodeci in pace_; in altre bresciane si ha

_Asinone, Caballaccio, Marione, Musone, Paulacius_.

In alcune incontri perfino l’_i_ efelcustico, che sembra singolarità

del nostro vulgare, leggendosi in una iscrizione delle Grotte vaticane

AB ISPECIOSA. In una pittura delle Catacombe è figurata un’agape,

e vi si legge _Irene da calda — Agape miscemi_[86]. E in un’altra

iscrizione: _Bellica fedelissima virgo impace._

Quello che Quintiliano dice che «ciò che mal si scrive, di necessità

mal si pronunzia», può anche voltarsi a dire che mal si scrive ciò che

mal si pronunzia: e l’essere le iscrizioni per lo più di cristiani,

cioè di gente ineducata e affettuosa, appoggia sempre meglio il mio

assunto, che il parlare nostro odierno sia il vulgare medesimo di Roma

antica.

Questo accadeva nelle vicinanze di Roma; ora che doveva essere nelle

provincie, discoste dal luogo dove meglio si parlava e proferiva, e

dove sopravviveano i prischi dialetti? Racconta Erasmo che, essendo

venuti ambasciatori d’ogni gente d’Europa per congratularsi con

Massimiliano d’Austria fatto imperatore, recitarono un’orazione,

tutti in latino, ma pronunziandola ciascuno a modo del suo paese,

sicchè fu creduto si fosse ognuno espresso nella lingua materna[87].

Argomentatene come dovesse alterarsi il romano idioma su bocche sì

diverse, e come soffrirne l’ortografia, attesochè, quando più la

coltura scemava, gli scrivani s’attenevano mentosto al letterario che

all’uso della pronunzia.

§ 9º

_La traduzione della Bibbia._

Se dunque si avesse a scrivere un libro, non più per la classe

eletta e letterata, ma pel popolo, sarebbe dovuto riuscire pieno

di que’ modi, che noi asseriamo correnti fra il vulgo, e inusati

alla raffinata letteratura. Or questo libro c’è, non fatto dopo già

sfasciato il latino, ma ai tempi di Tacito e di Svetonio, quando appena

l’età dell’oro cedeva a quella d’argento, quando Barbari non erano

intervenuti ancora a mescolare elementi eterogenei. Alludiamo alla

versione della Bibbia, che risale al primo secolo; e fu poi riformata

da san Girolamo, il quale pure viveva prima dell’invasione dei

Barbari[88]. Ora, in essa abbondano gl’idiotismi, che sono sentenziati

per errori e barbarismi, sebbene molti abbiano riscontro nei classici.

Quell’_in sæculum sæculi_ ripetuto, è in Plauto: _Perpetuo vivunt ab

sæculo ad sæculum:_ (_Miles glor._, IV. 2). «Viderunt Ægyptii mulierem

quod esset _pulchra nimis_» (_Genesi_, XII. 14) risponde al plautino

_Legiones educunt suas nimis pulchris armis præditas_ (_Amphitr._, I,

1). Il _Servitutem qua servivi tibi_ (_Gen._, XXX. 26) all’_Amanti

hero servitutem servit_ (_Aulul._, IV. 4): l’_Ignoro vos_ (_Deut._

XXXIII. 9) al _Ne te ignores_ (_Captiv._, II. 3): _il Feci omnia verba

hæc_ (III Reg., XVIII. 36) al _Feci ego isthæc dicta quæ vos dicitis_

(_Casina_, V. 4). _Bonum est confidere in Domino quam confidere in

homine_, dice il Salmo CXII. 8; e Plauto: _Tacita bona est semper quam

loquens_ (_Rudens_, IV. 4). Il _Miscui vinum_ de’ Proverbj, (IX. 5)

è sostenuto dal _Commisce mustum_ della _Persa_, I. 3; il _Tibi dico

surge_ di san Marco, V. 41, dall’_Heus tu, tibi dico, mulier_ del

_Pœnul._, V. 5; il _Dispersit superbos mente cordis sui_ di san Luca,

I. 51, dal _Pavor territat mentem animi_ dell’_Epidic._, IV. 1[89].

Anzi io credo che i siffatti fossero forme popolari, già vive al tempo

di Nerone, e sopravvissute ne’ vulgari odierni, come tant’altri di cui

diamo un saggio:

_Mensuram bonam_... et supereffluentem dabunt in sinum vestrum.

_Luca_, VII. 38.

_Repone in unam partem_ molestissima tibi cogitamenta. IV _Esdra_,

XIV. 14.

Et nemo _mittit vinum_ novum _in utres_ veteres. _Luca_, V. 37.

Populus _suspensus erat_ audiens illum, XIX. 48.

Quærebant _mittere in illum manus_, XX. 19.

Sed meno _misit super eum manus_. Giov., VII. 44.

Quasi absconditus vultus ejus et despectus, unde nec reputavimus

eum. _Isaia_, LIII. 3.

Non est dicere, quid est hoc, aut quid est istud. _Eccl._, XXXIV.

26.

In electis meis mitte radices. _Eccl._, 24.

In tempore redditionis _postulabit tempus_, XXXIX. 6.

Habebat Judam semper charum in animo, et _erat viro inclinatus_, II

_Macab._, XIV. 24.

Ipsi diligunt _vinacia uvarum_. Osea, III. 1.

Sed rex, _accepto gustu_ audaciæ Judaeorum, IV _Macab._, XIII. 18.

Etiam rogo et te, _germane compar_, adjuva illas. Paolo _ad

Philip._, IV. 3.

Moyses _grandis factus_. Paolo _ad Hebr._, XI. 24.

Cum _dixerint omne malum_ adversum vos. _Matteo_, V. 11.

Et omnes _male habentes_ curavit, VIII. 16.

Mulier, quae sanguinis fluxum PATIEBATUR. IX. 20.

Corripe eum _inter te et ipsum_ solum. XVIII. 15.

Apud te _facio pascha_. XXVI. 18.

_Par turturum_. Luca, II. 24.

Spero _os ad os loqui_. II _Giov._, 12.

Oblatus est... et non _aperuit os suum_. _Isaia_, LIII. 7.

Voi ci vedete i nostri modi «dar la buona misura, metter radice,

mettere da una banda, essere inclinato ad uno, prenderci gusto,

compare, diventar grande, dire tutti i mali, aver male, patir un

male, tra sè e lui, far pasqua, bocca a bocca, non aprir bocca, stare

sospeso, mettere le mani addosso, non crederlo lui, ecc.». Notiamo per

ultimo questo di san Luca, VII. 40: Simon, _habeo tibi aliquid dicere_.

E _in illa hora_, come diciamo _in allora_.

Mentre i precettori sentenziano la versione della Bibbia di corruzione

e barbarie, il buon critico in quei salmi sente l’idioma del Lazio

prendere un vigore inusato, e, per secondare la sublimità de’ concetti

e l’idea dell’infinito, ripigliare la nobile altezza che dovette avere

nei sacerdotali suoi primordj, un’armonia diversa da quella che i

prosatori cercavano nel periodeggiare e i poeti nell’imitazione dei

metri greci, e che pure è tanta, da farla ai maestri di canto preferire

persino all’italiano.

Questo rifarsi della favella plebea, questo ritorno verso l’Oriente

dond’era l’origine sua, avrebbe potuto ringiovanire il latino,

infondendogli l’ispirato vigore delle belle lingue aramee e la semplice

costruzione del greco; ma troppo violenti casi sconvolsero quell’andar

di cose; e quando l’Impero cadeva a fasci, era egli a promettersi un

ristoramento della letteratura?

§ 10º

_La lingua latina si sfascia_. _Età del ferro._

Nell’età che intitolarono del ferro, la crescente adulazione trovò

qualificazioni enfatiche a lusingare i _fortissimi_ e _felicissimi_

ed _incliti_ e _provvidentissimi_ e _vittoriosissimi_ monarchi, e

quella serie di _illustri e magnifici_ conti, patrizj, maestri ed

altri. Gl’imperatori, man mano che scadevano di grandezza e potenza,

si puntellavano con titoli ampollosi, parlando in nome della loro

_serenitas, tranquillitas, lenitudo, clementia, pietas, mansuetudo,

magnificentia, sublimitas_, perfino _æternitas_ come fece Costanzo.

Al greco si ricorse non solo dagli scienziati, ma anche negli

uffizj civili e domestici, massime dopo trasferita la capitale a

Costantinopoli[90]. Partita allora la gente meglio stante colla

Corte, ringhiera e senato a Roma ammutoliti, nè corpo di scrittori

o impero di tradizioni conserva l’aristocratica castigatezza; sicchè

il latino, come uno stromento complicato in mani inesperte, dovette

alterarsi viepiù quanto più sintetico, e perchè non procede per mezzi

semplici secondo il rigoroso bisogno delle idee, ma con tanti casi e

conjugazioni e artificiosa inversione di sintassi.

Sottentra allora il pieno arbitrio dell’uso, cui stromenti sono il

tempo e il popolo, operanti nel senso medesimo. Il popolo vuole

speditezza, e purchè il pensiero sia espresso, non sta a curarsi

d’esattamente articolare la parola o di valersi di tutti gli elementi,

lusso grammaticale. Alla finezza di declinazioni e conjugazioni

sostituì la generalità delle proposizioni e degli ausiliarj, specificò

gli oggetti coll’articolo, mozzò le desinenze. Pei quali modi la lingua

latina non imbarbariva come suol dirsi, ma tornava verso i principj

suoi, riducendosi in una più semplice, poco o nulla distante dalla

nostra odierna; la lingua scritta accolse in maggior copia voci e

forme della parlata, modificate secondo i paesi: donde quel lamento

di san Girolamo, che la latinità ogni giorno mutasse e di paese e di

tempo[91].

Ajutarono siffatta evoluzione gli scrittori ecclesiastici, che più non

dirigendosi a corrompere ricchi e ingraziante letterati, ma recando

al vulgo le parole della vita e della speranza, non assunsero la

lingua eletta, ma la comune, la vernacola. Essi mostrano sprezzare

l’eleganza e persino la correzione; sant’Agostino dice che Dio

intende anche l’idiota, il quale proferisca _inter hominibus_; san

Girolamo professa voler abusare del parlar comune per facilità di

chi legge[92]. Gregorio Magno era uno degli uomini più colti del suo

tempo, amava le belle arti, come provano e gli edifizj che procurò e

l’innovamento della musica; a’ suoi giorni ancora nel Foro Trajano si

tenevano circoli per leggere Omero e Virgilio, come oggi a Napoli e a

Roma si legge l’Ariosto. Eppure Gregorio sentenziava di affettazione

il voler ridestare le tradizioni della grammatica classica; e guidato

dal senso pratico, vide che quei che diceansi barbarismi non erano

che trasformazione, e non esitava a dichiarare che non evitava

il barbarismo e il solecismo. Or quando esso ed altri santi Padri

professavano non volersi attenere alla grammatica, nessuno li supporrà

così bizzarri da far errori di proposito; bensì scrivevano come si

parlava dal popolo pel quale scrivevano, e farsi capire da questo

premeva a loro ben più che l’evitare gli appunti dei grammatici.

A torto però si attribuisce ai soli scrittori ecclesiastici[93] il

peggioramento del latino. Anche gli scrittori profani rifuggivano al

rancidume, adoprando _fortivile, interibi_ e _postibi, obaudire_ per

_obedire, penitudo, pigrare_ e _repigrare, prolubium, rancescere,

repedere_ per _reddere, rhetoricare, sublimare_, _usio_ per _usus_.

Quali abbandonavansi a incondite novità di parole, di composti[94], di

desinenze, di significato: crebbero gli astratti[95]; formaronsi nuovi

aggettivi[96], nuovi verbi[97].

Di desinenze cambiate offrono esempio i nomi _adoptatio, ædifex,

agrarium_ per _ager; albedo, altarium, alternamentum, baptismum,

cautela, colludium, concinnatio_, ecc.[98] e i verbi _effigiare,

exhereditare, honorificare, magnificare, obviare, significare,

resplenduit_, ecc.

Diez (_Grammatik der romanischen Sprache_. Bonn 1836) fa ricche e

metodiche comparazioni di tutti gli idiomi romanzi, donde appajono

le trasformazioni del latino, sia successive in uno stesso paese,

sia contemporanee in paesi diversi. Poi dagli scrittori della bassa

latinità Gellio, Palladio, Tertulliano, Petronio, Celio Aureliano,

Arnobio, Giulio Firmico Materno, Lampridio e gli altri della _Storia

Augusta_, Ausonio, Ammiano Marcellino, Vegezio, Sulpicio Severo, i

santi Gerolamo e Agostino, Marciano Capella, Macrobio, Sidonio, trae

una quantità di voci, inusate dai classici, e passate nelle sei lingue

romanze.

Trascegliamone qualcuna, attinente all’italiano:

_acredo_ (PALLADIO) acredine.

_æramen_ (TEOD. PRISC.) rame.

_acicula_ e _acucula_ (Cod. Theodos., III. XVI. 1) agucchia.

_albedo_ (SULPICIO, ecc. ecc.) albedine.

_ambrex_ (FESTO) embrice.

_astur_ (FIRM. MAT.) astore.

_augmentare_ (ID.) aumentare.

_bacar_ (FESTO) bicchiere, che suol trarsi dal tedesco beker.

_baceolus_ (S. AGOST.) baggeo, che già notammo.

_badius_ (VARRONE) bajo.

_battualia_, quae vulgo dicuntur, e

_battalia_ (CASSIODORO) battaglia.

_bisaccium_ (PETRONIO) bisaccia.

_burgus_ (VEGEZIO, castellum parvum quem _burgum_

vocant).

_caballarius_ (GIULIO FIRMICO) cavaliero.

_cambire_ (APULEJO) cambiare.

_capsa_ (ploxinum _capsam_ dixerunt. FESTO) cassa.

_carricare_ (S. GIROL.) caricare.

_carruca_ (SPARZIANO, VOPISCO, ecc.) piccol carro, carrozza.

_compassio_ (TERT., S. AGOST., ecc.) compassione.

_confortare_ (LATTANZ., S. CIPRIANO) confortare.

_coopertorium_ (PANDETTE) copertoio.

_coquina_ (ARNOB., ecc. ecc.) cucina.

_falco_ (F. MATERNO) falcone.

_falsare_ (S. GIR.) falsare.

_fanicosus_ (FESTO) fangoso.

_filiaster_ (in una iscrizione e in ISIDORO di Siviglia)

figliastro.

_gluto_ (FESTO) ghiottone.

_grossus_ (SULP. SEVERO).

_hereditare_ (SALVIANO).

_hortulanus_ (MACROB.)

_jejunare_ (TERT.)

_juramentum_ (PANDETTE e altrove).

_lanceare_ (TERT.)

_meliorare_ (PANDETTE).

_mensurare_ (VEGEZIO).

_minorare_ (TERT.)

_molestare_ (PETRONIO)

_molina_ (AMM.) mulino.

_papilio_ (LAMPRIDIO) padiglione.

_pausare_ (VEGEZ. e altri).

_pejorare_ (CEL. AUREL.)

_pilare_ (AMMIANO) pigliare e sacheggiare, _piller,

pillar_.

_pipio_ (LAMPRID.) pippione, piccione.

_plagare_ (S. AGOST.) piagare.

_populosus_ (APUL. e altri) popoloso.

_pullicenus_ (LAMPR.) pulcino.

_rancor_ (S. GIR.) rancore.

_refrigerium_ (TERT., ecc.)

_regimentum_ (FESTO) reggimento.

_repatriare_ (SOLIN.)

_somnolentus_ (APUL.)

_species_ (MACROB., PALLAD., ecc.) spezierie.

_strata_ (EUTROP.)

_summitas_ (PALLAD. e altri) sommità.

_testa_ (PRUD. e altri).

_tribulare_ (TERT.) tribolare[99].

Contro i solecismi non aveasi più per salvaguardia la schiettezza della

favella corrente, onde dicevasi: _pacem alicui tribuere; vilissime

natum esse; bona opera facere; peccata remittere; homo pleraque

haud indulgens,_ per _in plerisque; vita interficere; contemplatione

alicujus; affectionem habere_ per _habere in animo; profugere villam_

per _e villa; in pendenti esse; insuper habere; erat in sermone_ per

_rumor erat; urinam facere; trahere sanguinem_ per _genus ducere_. Nè

si schivavano inusati reggimenti de’ verbi; _benedicere, fungi, frui,

erudire_ coll’accusativo; _incumbere, queri, renunciare, contrahere,

petere_ col dativo; _amare in aliquo, privare a re, ambire ad aliquid._

Come avviene quando la lingua e la letteratura si staccano dal

supremo canone del senso comune, si sbizzarrì a segno, che un tal

Virgilio Marone a Tolosa insegnava a’ suoi discepoli dodici latinità

«per circondare l’eloquenza di un nuovo lustro, e non comunicare

ai profani le alte dottrine che devono essere privilegio di pochi».

L’una chiamavasi _usitata_ ch’era la lingua comune; poi l’_assena_

o abbreviata, la _semedìa_ tra il parlar volgare e il dotto; la

_numerìa_ che alterava il numero dei nomi; la _lumbrosa_ che allungava

il discorso, adoprando quattro vocaboli invece di uno; la _syncolla_

che invece ne abbreviava quattro in una; seguivano la _metrofia_,

la _belsabia_, la _bresina_, la _militena_, la _spela_, la _polema_;

tutte producendo alterazioni, di cui non conosciamo la ragione. E, per

un esempio, invece di _ignis_, il fuoco era chiamato _ardor, calax,

quoquevihabis, spiridon, rusin, fragon, fumaton, ustrax, vitius,

saluseus, ænon_; e con questo gergo scriveansi opere di sistematica

barbarie.

Un tal fatto, nuovo nella storia della letteratura latina, raccogliamo

dai _Classicorum auctorum fragmenta_, pubblicati dal Maj, e vaglia

questo esempio: _Bis senos exploro vechros, qui ausonicam lacerant

palatham. Ex his gemella astant facinora, quæ verbalem sauciant vipereo

tactu struem. Alterum barbarico auctu loquelarem inficit tramitem, ac

gemello stabilitat modello, quaternaque nectit specimina: inclytos

literaturæ addit assiduæ apices: statutum toxico rapit scripturæ

dampno; literales urbanæ movet characteres facundiæ; stabilem picturæ

venenoso obice trasmutat tenorem. Alius clarifero ortus est vechrus

solo, quo hispericum reguloso ortu violatur eologium, sensibiles

partimi num corrodit domescas. Cetera notentur piacula, qua italicum

lecti faminis sauciant obrizum, quod ex his propriferum loquelosi in

hac assertione affigis facinus_[100].

Un singolare documento ci rimane nei comandi, onde i tribuni dirigevano

l’esercizio militare: _Silentio mandata implete — Non vos turbatis

— Ordinem servate — Bandum sequite — Nemo dimittat bandum — Inimicos

seque_[101]. Quel _bandum_ per _vexillum_, quel _sequite_ e _seque_ e

_turbatis_, imperativi insoliti, corrispondono alle contorsioni, che in

ogni parlare si fanno pel comando delle milizie.

Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15) · 第 3 / 27 段