i (agnotus, olli), per _u_ (folmen, fonus), principalmente quando segue
al _v_ (volgus, vivont, servom);
U per _e_ (dicundum, legundum), per _i_ (existumo, dissupo, optumus),
per _o_ (adulescens, fruns, epistula).
AI per _æ_, AU per _o_, Œ per _i_ o per _u_ (triviai, caudex, poplœ);
B per _v_, e viceversa (ferbeo, amavile, vibus);
C per _g, qu, x_ (macistratus, cotidie, facit _per_ faxit);
S per _r_ e _x_ (esit, arbos, nugas);
D per _l_ e _r_ (dacrume, medidies);
F per l’aspirazione _h_ (fostis, fircus);
M per _s_, e viceversa (prorsum, domus), ecc.
Talvolta si sopprime qualche vocale nel mezzo[29] o in fine di
parola[30]: ed anche intere sillabe[31], mentre in altre occasioni si
appicciano lettere e sillabe[32].
Molte voci offendono, che poi furono abbandonate dai classici[33].
Altre portavano significato differente da quel ch’ebbero poi; _arrhabo_
per arra o caparra; _caudex_ per un imbecille, come noi diciamo ceppo;
_flagitium_ per _flagitatio_; _heres_ per proprietario; _hostis_
per straniero; _labor_ per malattia; _nugæ_ per nenia; _usus_ per
_opus_...; o vi diedero terminazione diversa.
Adoprarono al singolare parecchi nomi, usati poscia unicamente in
plurale (_mœne_ per mœnia); formarono diminutivi, che poi disparvero
(_digitulus, diecula_); declinarono sul terzo modello varj nomi,
relegati poi al primo (_angustitas, concorditas, differitas,
impigritas, indulgitas, opulentitas, pestilitas, tristitas_); e
così dissero _autumnitas, amicities, avarities, luxuries, duritudo,
ineptitudo, miseritudo, mœstitudo_. Mettevano nomi in generi diversi,
come _gladium, nasum, collus_: servivano ai due generi _agnus, lupus,
porcus: ærarium, ætas, grando, guttur, murmur, frons, stirps, lux,
crux, calx, silex_ furono concordati col mascolino; _finis, præsepe,
metus_ col femminino; col neutro _sexus: deliquio, emenda_ erano
neutri con questa terminazione inusata; così dicevasi _similitas_
e _similitudo_, _vicissitas_ e _vicissitudo, dulcitas_ e _dulcedo_,
_claritas_ e _claritudo, inania_ e _inanitas, cupedia_ e _cupiditas,
largitas_ e _largitio_; ed anche _artua_ e _raptio_ per _artus_ e
_raptus_. Si declinavano come della seconda _genum, cornum, gelum_
ecc.; nella prima il genitivo termina spesso in _ai_ o _as_ alla greca;
nella seconda finisce in semplice _i_ il genitivo dei nomi in _ius_
e _ium_, aggiungesi un _e_ al vocativo dei nomi in _r_ (_puere_); il
genitivo plurale spesso contraesi in _ûm_; gli accusativi e dativi
della terza si terminano in _im_ o _em, i_ od _e_; si fa il nominativo
plurale in _is_, il genitivo in _um_ o _ium_. La quarta scambiasi
sovente colla seconda declinazione; se ne fa il genitivo _uis_
(_domuis, exercituis_), e levasi l’_i_ del dativo (_anu_). Nella quinta
il genitivo non si discerne dal nominativo, e si toglie l’_i_ dal
dativo (_facie_ per _faciei_).
Si abusava di termini greci[34] e di composizione di parole che parvero
mostruose ai contemporanei di Augusto[35].
Non indico i nomi scherzevolmente formati per onomatopeja da Plauto ed
altri, _bilsbare, pubulicottabi, buttubata, taxlas_.
Più libera andava la formazione degli aggettivi, declinati spesso
differentemente[36]; talora anche intesi diversamente da quel che usò
dappoi[37].
_Alter, solus, nullus_ e loro conformi non cadevano al genitivo in
_ius_ e al dativo in _i: celer_ in neutro faceva _celerum_; dicevasi
_gnarures_ per _gnari, gracila_ per _gracilis, hilarus_ per _hilaris,
utibilis_ per _utilis, munificior_ per _munificentior, spurcificus_ per
_spurcus, tentus_ per _extentus_. Così _ipsus_ per _ipse, ipsipsus_
per _ille ipse, qui_ e _quips_ per _quis, ips_ per _is, cujatis_ per
_cujus, em_ e _im_ per _eum, emem_ per _eundem; hic, hæc, isthæc_ per
_hi, hæ, hæc; hisce_ per _his, quojus_ per _cujus, vopte_ per _vos
ipsi, me_ per _mihi, sum, sam, sas, sos_ per _suum, suam, suas, suos;
ibus_ per _iis_ ecc.
Molti verbi, consueti in quelle prische scritture, furono repudiati
dall’uso, ritenuto arbitro supremo del parlare tanto da Orazio come da
Quintiliano[38].
Alcuni vennero usurpati in altro senso, o sotto forme e cadenze che poi
deposero quando la conjugazione restò fissata; come _corporare_ far
morire, _decollare_ privare, _grassare_ andare e adulare, _innubere_
mutarsi da luogo a luogo, _latrocinari_ militare. Usavano attivamente
alcuni che in appresso si ritennero solo al deponente[39], e di
rimpatto usavansi come deponenti _adjutor, bellor, certor, consecror,
copulor, emungor, punior, sacrificor, spolior_. Diversamente dai
moderni terminavano _accepto_ per _accipio, augifico_ per _augeo,
blatio_ per _blatero, congrueo_ per _congruo, viveo, diceo_, _duo_ per
_do, creduo, perduo, moriri, scalpurire_ per _scalpere_. Diceano poi
_estur_ per _editur; facitur_ per _fit; osus sum_ per odi; _potestur,
posetur_ e _poteratur; donunt_ per _dant; nequinunt, soliunt_ per
_nequeunt, solent; ferinunt, prodinunt, scibam, capsi_ per _cepi;
descendidi, exposivi, loquitatus, morsi_ per _momordi; parsi, sapivi,
soluerim_ per _peperci, sapui, solitus sum_. Il futuro della terza e
quarta conjugazione usciva talora in _ebo_ e _ibo_, onde Plauto disse
_scibo_: così gl’imperativi _duce, face, dice_; e _siem, volam, edim_
per _sim, velim, edam; faxo_ e _faxim_ per _faciam, axim_ per _egerim,
passum_ per _pansum, sustollere_ per _auferre_, ecc. Al passivo
infinito aggiungevano talvolta _er_, come il _dicier_ che neppure
spiacque a Persio; _dixe_ per _dixisse_ che è in Varrone. Un’iscrizione
presso il Lanzi porta FERONIA STATETIO DEDE.
Nè minor divario correva negli avverbj[40] e nelle preposizioni; dove
_am_ per _circum, apor_ per _apud, ar_ e _ab_ per _ad, af_ per _a, se_
per _sine, endo_ per _in_; e più nelle frasi che se ne formavano[41].
De’ quali modi si dilettarono anche taluni d’età migliore, specialmente
Catullo e Sallustio, affettanti l’arcaismo, che è un’altra delle forme
della decadenza.
§ 6º
_L’età dell’oro e dell’argento._
Fomentato dal patriotismo e dalla libertà, invigoritosi nelle lotte
esteriori ed interne, fatto robustamente conciso dall’orgoglio
nazionale, arricchito dalle spoglie altrui, perfezionato da tanti
scrittori, il latino negli ultimi tempi della repubblica aveva
acquistato nobiltà di forme, pienezza di senso, eleganza degna del
popolo re; e dalle conquiste fu portato sin all’estremità dell’Europa e
dell’Oriente.
Eppure Cicerone collocava il miglior parlare ai tempi di Scipione e
Lelio, lamentandosi che in Roma fossero accorsi tanti che parlavano
scorretto; e piacevasi sulla bocca di Lelia sua suocera udire quella
vecchia loquela incorrotta, che gli rammentava Plauto e Nevio: appunto
come noi in qualche vecchia fiorentina o in qualche montanaro pistojese
crediamo udire Giovan Villani o il Firenzuola.
Via via si andò declinando sotto gl’imperatori. La lingua accettò
dall’adulazione parole inaudite alla prisca semplicità; e se non
bastarono i titoli di _cœlestis_ e _divinus_, fin _cœlestissimus_
si volle dire, e sacre si chiamarono le occupazioni del principe,
e _majestas_ la sua persona, innanzi alla quale l’uomo cercò quasi
annichilarsi, non parlando più di sè ma della sua _parvitas,
mediocritas, sedulitas_. I quali nomi astratti, sostituiti
all’aggettivo concreto, sono un carattere di decadenza che vediamo
ognor più dilatarsi nelle scritture odierne, ad imitazione dei
Francesi dicendo il _pauperismo_, le _notabilità_, le _capacità_, il
_commercio_, il _brigantaggio_, ecc.
A ribocco furono allora introdotti i modi greci[42]; s’accomunarono
alla prosa traslati affatto poetici: e _prœmia_ per _spolia_, _limen
belli, claudæ naves, moriens libertas, exedere rempublicam, laudare
annis_ leggiamo in Tacito.
Mentre poi da una parte s’affettava l’arcaismo, dall’altra si
foggiavano voci nuove, o vi si attribuiva senso diverso, terminazione
variata, alterata costruzione[43]. Mutarono o estesero il proprio
senso _ægritudo_ per malattia, _advocatio_ per dilazione, _fiscus,
famosus_ per celebre, _ingenium_ applicato a cose inanimi, _avus_ per
_atavus, gener_ per marito della vedova del figlio[44], _subaudire_ per
sottintendere, _decollare_ per decapitare, _imputare_ per chiedere ci
si tenga conto d’alcuna cosa come d’un favore, _studere_ assoluto.
Variaronsi le terminazioni[45]; costruzioni alterate piacquero[46].
Dalle provincie, massime dalla Spagna, venivano alla metropoli
elementi ed esempj di guasto; Seneca stesso, gran corruttore, lagnavasi
fosse disimparato il parlare latino[47], altrove[48] dice che molte
voci erano cadute in disuso, come _asilo_, che Plinio già chiamava
_tavano_[49]; e deride coloro che prediligevano solo parole viete,
mentre altri non soffrivano se non le più divulgate, guastando e
vituperando così la favella col seguir l’uso particolare[50]. A.
Gellio[51] si duole che ai giorni suoi le parole latine, dal senso
ingenuo, fossero passate ad altro o simile o diverso; per abuso od
ignoranza di chi le adoperava senza averne appreso il significato.
Quintiliano[52] distingue le parole in latine e peregrine, così
chiamando quelle che _ex omnibus prope dixerim gentibus_ vennero; e
cita _rheda_ e _petoritum_ derivati dai Galli, _mappa_ dai Cartaginesi,
_gurdos_ dagli Spagnuoli.
§ 7º
_La lingua scritta e la lingua parlata: la lingua rustica._
Tutto ciò si riferisce alla lingua degli scrittori. Ma v’è paese dove
si scriva appunto la lingua che si parla? Che i Romani usualmente
adoprassero la sintassi artifiziosa che troviamo in Livio o in
Cicerone, ci vieta di crederlo, primo, il conoscere come i Greci,
maestri dei Latini, scrivessero semplicemente e disponessero le parti
del discorso alla schietta, anche coloro che facevano studio speciale
dello scrivere, cioè i retori. Cresciuti in repubblichette, sublimi
nella loro piccolezza, piene di attività, governate a popolo, a questo
voleano piacere coll’arte del bello, del cui sentimento ebbe dono
specialissimo la Grecia.
I Romani invece ebbero assai di buon’ora l’orgoglio del dominio,
s’intitolarono _rerum dominos, gentemque togatam_, e come i Greci
l’originalità e il limpido gusto, così essi ebbero propria la _maestà_,
della quale ai Greci mancava sin la parola. Lo scrivere per essi
era uno squisito piacere, procurato all’intelligenza delle persone
colte, cioè dei signori, o di quella porzione di cittadini che poteano
esercitare la pienezza de’ diritti civili. I bei parlatori aveano
forbito la lingua col _delectus verborum_, cioè mediante l’eufonia e
l’analogia, rimovendo le parole troppo usuali od aspre, per attenersi
alle dolci, tornite, numerose.
Facile era cadere nella gonfiezza; nè di questa si tennero mondi i
sommi autori. È proverbiale l’_esse videatur_ di Cicerone; il quale,
ne’ libri retorici, si dilata sul modo di formare i periodi, sulle
varie cadenze col giambo o col trocheo; e racconta con che meraviglia
il popolo accoglieva certi periodi, fino a prorompere in applausi.
Per poco che uno abbia familiarità coi classici, gli si fa evidente la
differenza che corre fra gli oratori e in generale i prosatori d’arte,
e quelli semplici, come Cesare negli aurei commentarj, o Cicerone
stesso nelle epistole, e più in quelle che a lui dirigevano gli amici e
familiari suoi.
Lo scrivere tramandatoci dai classici era dunque ben discosto da quello
che appellavano _quotidianum sermonem, quo cum amicis, conjugibus,
liberis, servisque loquimur_. Talora quella favella senza grammatica
traforavasi nelle scritture: onde Cecilio ebbe ad avvertire cento
generi di solecismi, ad evitarsi da chi volesse scrivere corretto[53];
di Curione si disse che favellava latino _non pessimamente_, condotto
dalla sola domestica usanza, e benchè affatto di lettere digiuno[54];
Tullio vuole l’oratore parli latinamente, il che apprenderà colle
lettere e colle scuole elementari[55]; A. Gellio avverte che, quei
che chiamansi barbarismi, non dai Barbari vengono, ma da locuzioni
del vulgo: _quod nunc autem barbare quemque loqui dicimus, id vitium
sermonis non barbarum esse, sed rusticum; et cum eo vitio loquentes,
rustica loqui dictitabant_[56]; e sant’Agostino cita alcuni modi
vulgari e poco latini[57].
I grammatici con Fortunaziano insegnavano che _longioribus verbis
decora et lætior fit oratio_; onde si accettarono i composti come
_inaurare, aggregare, apparere, extinguere, obserare, exprimere_,
non i loro semplici, i quali però dovettero restare nella lingua del
popolo. _Anellus_ e _scutella_ abbiamo in Cicerone, _adjutare_ in
Pacuvio, _minacias, agnellus_ e _bucca_ in Plauto, in Lucrezio _bene
sæpe_, come _bene impudentem_ in Cicerone[58]; _bellus_ e _russus_
in Catullo, e _russata_ era una delle fazioni del circo; _caballus_
in Orazio; _casa_ in Apulejo; _bellissimum_ in Terenzio; _adjutus_ in
Macrobio; _campsare_ per _cansare_ è in Ennio; _cooperculum_ in Plinio
il vecchio; nel glossario d’Isidoro _campsat, flectit; santra_, apocope
d’Alessandra, è in Marziale; in Nonio e nel codice Teodosiano _birotta_
e _birotium_ il biroccio. Cesare già diceva _postridie hujus diei_ (_de
B. G._, I, 23) come noi diciamo oggidì. Festo asserisce che _subulo
tusce tibicen dicitur_, ch’è il nostro zufolo. _Pinna_ chiamavasi la
_crista cassidi imponi solita_, che noi diciamo penna o pennacchio.
_Tata_ in varj dialetti odierni chiamasi il babbo; e Valerio Flacco
scrive, _Attam pro reverentia cuilibet seni dicimus; quasi eum avi
nomine appellemus et atavus, quia tata est avi, idest pater_. Servio,
nei commenti alla _Georgica_, c’informa che, invece di _fimus_,
plebeamente dicevasi _letamen_; e A. Gellio[59] che il _pumilio_ dal
volgo imperito chiamavasi _nano_: due voci ora vive in Italia.
Così si ha _testa_ per capo in Ausonio; _ruvido_ in Plinio[60],
_fracidus_ in Catone _de re rustica_; _cribellare_ in Palladio;
_minare_ per menare in Apulejo; _jornus_ e _tonus_ per giorno e tuono
in Seneca; in altri _retornare, putilla, puta, strata_, per _redire,
puella, via_; in Plinio _molli fermentati panis_; in Vitruvio _remi
strophis religati_: il quale _stropa_ per vinco rimane in qualche
dialetto (_struppolo_ in napoletano): in molti _vadere_ per _ire_[61],
_basium_ per _osculum_, _belare_ per _balare_: _campania_ per campagna
l’abbiamo nel nome della _Campania felix_.
Svetonio narra che Augusto diceva, _pro stulto_, baceolum, come
noi _bacello_; e tolse la dignità consolare ad uno che, invece
di _ipsi_, avea scritto _ixi_ (essi). così dicevasi _granarium,
jubilare, pausa, bassus, morsicare, auca_ (oca), _planuria_ quel
che nobilmente chiamavasi _horreum, quiritare, mordere, anser,
planicies_; e _sanguisuga_ per _hirudo, majale_ per _verres, rasores_
per _novaculæ, cloppus_ (_clopin_ fr., zoppo it.) per _claudus,
parentes_ per _affines, pisinni_ per _filii_ (piccini). Molto potrebbe
spigolarsi negli scrittori d’agraria e d’agrimensura raccolti dal
Goes, come _botones_ per mucchi di terra (_butte_ fr.), _brancam lupi,
campicellus, monticellus, flumicellus, montaniosus, fontana, quadrum_ e
ben altri modi, ignoti allo scrivere letterario. È probabile si dicesse
_nascere, sequere, irascere_, piuttosto che _nasci, sequi, irasci_;
_parescere_ anzichè _videri_; e così _volere_ e _potere_ per _velle_ e
_posse_: e già ne’ vecchi latini troviamo _potesse_.
Isidoro (19, 1) nomina _barca, quæ cuncta navis commercia ad litus
portat_: san Girolamo dice che _solent militantes habere linteas, quas
camisias vocant_: e Isidoro: _Camisias vocamus quod in his dormimus
in camis_, e spiega che _camus_ è _lectus brevis et circa terram_:
e altrove dice che «cortinæ _sunt aulea, idest vela de pellibus_»; e
che «mantum _hispani vocant quod manus tegat tantum, est enim brevis
amictus_». Sulpicio Severo dice che _vestem respuit grossiorem_.
Certi, che ora ne pajono idiotismi italiani, non sarebbe difficile
riscontrarli nell’età migliore:
Orazio. _Præter plorare_.
Virgilio. Dispeream nisi me perdidit iste _putus_[62].
Lucrezio. Tota nocte pluit. Ad _levare sitim_ fontes fluviique vocabant.
Giustino. Facere amicitiam, literas, fœdus, classes.
Quintiliano. Sic descernet hæc discendi magister, quomodo palæstricus
ille cursorem _faciet_, aut pugilem aut luctatorem... _Omnes tres_ de
bonis contendunt.
Plauto. Quid hic _vos duæ_ agitis? — Et nescio quid vos velitati estis
_inter vos duos. Foris cœnaverat_ tuus gnatus (_Mostell._, II. 2. 53).
_Tribus tantis reddit quam obseveris_: rende tre tanti di quel che
semini.
Marciano Capella. Il triangolo scaleno _omnes tres lineas_ inter se
inæquales habet.
Seneca. _Bella res est mori sua morte_.
Festo. _Ne mutum quidem facere_ (_ad_ mutire et mussare) che è il
nostro far molto.
Catone (_De re rust._, CLXII) insegna una preghiera da dirsi agli Dei
ed a Marte in particolare, «uti tu fruges, frumenta, vina, virgultaque
_grandire, beneque evenire_ sinas»; che è il nostro ingrandire e venir
bene.
Ovidio. _Quantum_ ad Pirithoum.
_In quantum_ quæque secuta est.
E nei Fasti:
Hei mihi! credibili fortior illa fuit.
Signatur tenui, media inter cornua, nigro;
Una fuit labes: cetera lactis erat.
(cioè più del credibile; segnata di nero in mezzo alle corna; il resto
era latte).
Festo scrive _res minimi pretii, cum dicimus non hettæ te facio_: e
noi, Non ti stimo un ette[63].
Non si doveano unire due infiniti, eppure abbiamo in Livio (IV. 47)
_jussit sibi dare bibere_; che è il nostro dar bere, dar mangiare.
Tutto ciò ne fa argomentare che, fra i patrizj latini prevalendo
elementi etruschi e greci, di questi si nutrisse la loro lingua, mentre
gli oschi e sabini dominavano nella rustica, adoperata dai plebei, la
quale noi crediamo sia la stessa che oggi parliamo, colle modificazioni
portate da trenta secoli e da tante vicende.
Oltre i comici, che al vulgo mettono in bocca modi affatto insueti
agli scrittori colti, troviamo direttamente indicata la lingua plebea
e rustica, che doveva essere più analitica, alle desinenze supplendo
colle preposizioni, cogli ausiliarj alle inflessioni de’ verbi; e
determinava meglio le relazioni mediante gli articoli.
Plauto discerne la lingua _nobilis_ dalla _plebeja_: la prima dicevasi
anche _urbana_ o _classica_, cioè propria delle prime classi; l’altra
_rustica_ o _vernacola_ dal nome de’ servi domestici (_vernæ_), e
anche da Vegezio _pedestris_, da Sidonio _usualis_, _quotidiana_ da
Quintiliano, il quale muove lamento che «interi teatri e il pieno circo
s’odano spesso gridare voci anzi barbare che romane», e avverte che in
buona lingua non dee dirsi _due, tre, cinque, quattordice_[64], e geme
che ormai il parlare sia mutato del tutto[65].
Cicerone scriveva a Peto (lib. IX, ep. 21): _Veruntamen quid tibi ego
in epistolis videor? Nonne plebejo sermone agere tecum?.. Epistolas
vero_ QUOTIDIANIS _verbis tenere solemus_. Marziale ricorda certe
parole da contado, risibili a delicato lettore,
_Non tam rustica, dilicate lector_,
_Rides nomina?_
A Virgilio fu apposto d’usare voci da villa, e nominatamente il _cujum
pecus_ e il _tegmen_[66]. Che v’avesse maestri del ben parlare latino
l’accerta Cicerone, aggiungendo che non è tanto gloria il sapere il
latino, quanto vergogna l’ignorarlo[67]; ed esortando, giacchè s’ha
il linguaggio di Roma corretto e sicuro, a seguir questo, ed evitare
non solo la rustica asprezza, ma anche l’insolito forestierume[68],
Ovidio raccomanda ai fanciulli romani d’imparare _linguas duas_,
cioè il latino e il greco, e di scrivere agli amanti in lingua pura e
usitata[69]. Che se la passionata imitazione del greco diede al latino
una consistenza che lo preservava almeno dalle profonde e repentine
alterazioni, al popolo non importarono questi raffinamenti, e perseverò
nell’abitudine di ciò che aveano detto il nonno e la nonna[70].
Abbiamo uno strano libro, sul quale forse non fu ancora detta
l’ultima parola, il _Satiricon_ di Petronio. Leggendolo, sentesi un
parlare disforme dal consueto; composizioni insolite di parole, come:
_pietaticultrix, gracilipes, choraula, præfiscini, fulcipedia_ e
_gallinæ altiles_, e _periscelides tortæ_, e _domefacta_ per domita;
frequenti diminutivi: _taurulus, alicula, amasiunculus, manuciolum,
palliolus, tunicula, vernaculæ meliusculæ_; frasi insolite: _non sum de
gloriosis; Capuæ exierat; invado pectus amplexibus; defunctorio ictu_;
e parole che per avventura trovansi anche altrove, ma qui colpiscono
per essere in tanto numero: come _lautitia, tristimonium, barbatoria;
ingurgitare; vicinia, gingillum, catillum, candelabrum, camella,
bisaccium, capistrum; plane matus sum: vinum mihi in cerebrum abiit._
Altre sue frasi di schiavi s’accostano alle nostre moderne: — «Non
potei trovare una boccata di pane. — Quello era vivere! — Come un di
noi — Mi sono mangiato i panni». (_Non hodie buccam panis invenire
potui. — Illud erat vivere! — Tamquam unus de nobis — Jam comedi pannos
meos_).
Catone, che scriveva pei campagnuoli, dice, _Arundinem prende_.
Nell’_Asino d’oro_, un soldato domanda a un giardiniere _quorsum vacuum
duceret asinum?_ Quegli non comprende, onde l’interrogante replica:
_Ubi ducis asinum istum?_ e l’altro capisce e risponde. Ciò significa
che la voce _quorsum_ non avea corso tra il popolo. Avea corso
invece quella di _boricco_ per cavallo di vettura, non usata negli
scritti; onde san Girolamo (in _Eccles._, X) _Mannibus, quos vulgo
buricos appellant_. Il popolo, ne’ migliori tempi, dicea _scopare,
stopa, basium, bellus, caballus, bigletum, bramosus, brodium_, dove
gli aristocratici usavano _verrere, linum, osculum, pulcher, equus,
schedula, cupidus, jusculum_.
Maggior colpo mi fa Varrone, dove attesta che i Latini usarono il
solo ablativo, e la inflessione fu introdotta soltanto per utile e
necessità[71]. Non stiamo ad appuntargli che un sì importante elemento
non può intromettersi per proposito; ma consideriamo che le parole
nostre italiane sono, la più parte, l’ablativo delle latine. A. Gellio
menziona un libro di T. Lavinio _de sordibus verbis_, il quale sarebbe
prezioso al caso nostro[72], ma è perduto; ed egli stesso dice che
_arboretum ignobilius est verbum, arbusta celebratius_; e mette fra i
_verba obsoleta et maculantia ex sordidiore vulgi usu, botulus_, voce
che è in Marziale, e da cui il nostro _budello_[73]: e così dice che
_sermonari rusticius videtur sed rectius: sermocinare crebrius est sed
corruptius_[74]: _taxare pressius crebriusque est quam tangere_[75],
donde il nostro _tastare_[76].
I legionarj nelle colonie e ne’ campi esteri adottarono parole
germaniche, e in Vegezio abbiamo, _Castellum parvulum, quem burgum
vocant_. Poichè la lingua scritta era diversa dalla parlata e doveasi
impararla, tanto valea studiare quella o la greca[77]. Onde usavasi
indistintamente il greco; fin i primi cristiani se ne valsero, e
Giustino e Taziano, che pur pubblicavano le loro apologie a Roma:
e Tertulliano fu il primo cristiano che scrivesse in latino, benchè
il facesse anche in greco: lo stesso Giuseppe Ebreo, onde presentare
la sua storia all’imperatore romano, la fece tradurre dall’ebraico
in greco: greche sono spesso le iscrizioni anche mortuarie, e con
caratteri greci.
§ 8º
_Della pronunzia._