STORIA
DEGLI ITALIANI
PER
CESARE CANTÙ
EDIZIONE POPOLARE
RIVEDUTA DALL’AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI
TOMO XV.
TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
1877
APPENDICE I.
DEI PARLARI D’ITALIA
(Vol. I, pag. 83).
_Sermonem Ausonii patrium, moresque tenebunt._
VIRGILIO.
§ 1º
_Proposizione._
Senza toccare le origini del parlare, che è il problema capitale nello
studio dell’uomo, avvertiremo solo come nel linguaggio trovasi una
convenzione tacita per designare le cose stesse colle stesse parole,
esprimere gli stessi giudizj colle stesse forme grammaticali; onde
bisogna supporvi condizioni fisiologiche, val a dire un organo per
produrre i suoni elementari, vocali o consonanti; un organo di udito
per raccoglierli dalla bocca altrui e dalla propria; e condizioni
soprorganiche, cioè un’attività volontaria per mettere in moto gli
organi fonici, e ripetere con intenzione i suoni semplici o complessi
che ciascuna lingua ammette; inoltre un’intelligenza capace di idee
generali e di una coordinazione per istituire delle radicali, per
recarle ad associazioni o derivazioni, per istabilire regole di
sintassi.
V’è dunque alcuna cosa nell’uomo che lo fa, non solo superiore, ma
essenzialmente diverso dal bruto; nè, speriamo, si dirà inopportuno il
cominciare da tale protesta.
Dalla quale raccogliendoci allo scopo del presente lavoro, diremo
come tre opinioni diverse corrono sull’origine dell’italiano. L’una
che, per l’irruzione de’ Barbari, la lingua latina sia stata mutata e
lessicamente e grammaticalmente, fino ad originarne una nuova, questo
vulgare nostro; è il sistema di Castelvetro, Muratori, Raynouard,
Max Müller[1]. L’altra, che sia il latino, svolto sotto gl’influssi
degli idiomi indigeni nei paesi ove quello fu portato dalla conquista;
sistema del Fauriel. La terza, che questo nostro vulgare sia il latino
anticamente parlato, non cangiato di essenza e di natura, ma soltanto
modificato dal tempo e dagli accidenti.
Noi intendiamo provare che l’italiano non è se non l’alterazione
naturale della lingua che usava il Lazio antico: sicchè la legge
di continuità, dal Leibniz stabilita nella fisica, e quella
dell’evoluzione, oggi in moda, avveraronsi anche nell’idioma nostro;
non sovvertimenti improvvisi, ma successivi svolgimenti, conformi
ai metodi con cui lo spirito umano crea, usa, trasforma la parola,
e perciò somiglianti a quelli d’altri linguaggi. Tale è la nostra
opinione, e cercheremo dimostrarla storicamente, seguendo l’alterazione
passo passo dall’età arcaica e traverso al medioevo, sin quando,
verso il 1200, anche nelle scritture si adoperò la nuova forma che
si costituiva, insieme coll’antica che si sfaceva. E al modo che
l’Ausonia, l’Enotria, l’Esperia si chiamò Italia senza per questo
mutarsi, così la lingua latina cangiò il nome in italiana. Venuta a
mano degli scrittori, i più insigni tra questi, per un sapiente caso,
furono toscani, e adoperarono francamente la propria favella, mentre a
questa cercarono accostarsi coloro che parlavano altri dialetti; onde
ebbero assicurato al toscano il vanto di lingua nazionale tipica.
Meramente scolastico non crederà questo studio chi sappia che la
storia della parola è storia dello spirito umano e talora segna le
epoche. Questo solo noi vogliamo, senza ardire di inoltrarci in quella
nuova filologia[2], che studia il linguaggio nelle sue relazioni
collo spirito umano, negli elementi costitutivi delle favelle,
nell’interna loro struttura; nell’attenzione ai dialetti, nell’indagine
paleontologica, che tanto innanzi portò la prova della evoluzione delle
lingue, e insieme tanto profittò all’etnografia, all’archeologia, alla
conoscenza delle religioni. Noi ci limitiamo ad uffizio di storici.
§ 2º
_Lingue de’ prischi Italioti._
Allorchè, sul terminare del medioevo, si rintegrò lo studio
dell’antichità, poteasi rivolgere l’attenzione alle prische lingue,
mentre tanta ne costava il purgare la latina? Ma dopochè la filologia
fu ajutata da ricca messe di nuovi documenti, parve vergogna il porre
all’indiano o all’egizio maggior cura che non ai parlari italiani
antichi, e i dotti vi applicarono quell’assiduità che merita tutto
ciò che avvicina alla cuna d’una lingua com’è la latina, studiata da
tutt’Europa perchè ha monumenti in ogni paese, dal lembo dei deserti
africani sino ai perpetui geli polari.
Però l’interpretare iscrizioni in favelle che non si conoscono e
con caratteri per lo meno incerti, richiede circospezione insieme
ed ardimento, quali non sempre accoppiarono i moltissimi che, ai dì
nostri, assunsero questo tema[3]. Le conchiusioni, a cui arrivano
questi e gli altri laboriosi cercatori, differentissime, eppur
dimostrate tutte con altrettanta certezza, attestano che non fu
raggiunto ancora un vero assoluto, e neppure scientifico. È pur
doloroso che, mentre s’avanzò tanto la cognizione e dei caratteri
e delle lingue egiziana e babilonese e persepolitana, restiamo così
indietro quanto alla etrusca, fino a non accertare a qual gruppo essa
appartenga.
Guglielmo Corssen (_Ueber die Sprache der Etrusker_, Lipsia 1874)
espone i lavori dei precedenti investigatori, cominciando dal
favoleggiatore Annio di Viterbo, fino al Risi (_Dei tentativi fatti
per spiegare le antiche lingue italiane e specialmente la etrusca_,
Milano 1863); e riprovando lo Janelli, il Tarquini, lo Stickel... che
l’etrusco reputano semitico, e peggio quei che lo danno per armeno,
o finnico, o celto, o slavo; loda i nostri che, fino al Conestabile
e al Fabretti, adoprarono la comparazione per attestarlo affine
al latino, come egli pure lo crede. Valendosi dei tanti monumenti
scoperti ed esaminati ultimamente, e argomentando sull’epigrafia,
l’archeologia, la onomatologia, la fonologia, lo crede idioma
flessivo, di stipite indo-europeo, di famiglia italica, poco differente
dall’osco, dall’umbro, dal latino, ma più duro, con inasprimento, e
molte consonanti, con caratteri affini agli altri idiomi italici. Alla
sua opinione contrasta l’autorità di Dionigi di Alicarnasso, che, al
tempo d’Augusto e mentre vivea Varrone, cercando in Roma le antichità
italiche, asseriva che gli Etruschi nel vivere come nel parlare erano
dissimili dalle altre genti. In fatti egli troppo asserisce senza
provare le deduzioni ardite, e noi, dolendoci che non ce ne restino
se non iscrizioni di tombe e qualche specchio, eserciteremo l’_ars
nesciendi_.
Aufrecht, professore di Edimburgo, che col Kirchhoff esponendo le
Tavole Eugubine, vi riconobbe il linguaggio degli Umbri, testè alla
Società filologica di Londra indicò il suo parere sull’indole della
lingua etrusca: ed enumerava il poco che se ne conosce. Ciò sono i
primi sei numerali e loro composti: _avils_ età; _ril_ anni; _clan_
figlio; _hinðial_ spettro; _fleres_ statua; il suffisso _al_ è affine
al latino _ali_; i suffissi _asa, esa, isa, usa_ indicano i cognomi
di donne: p. es. _pumpuasa, lecnesa_, moglie di Pomponio, di Licinio:
e conchiude che l’etrusco differisce da tutti gli altri linguaggi
europei. In precisa opposizione al Corssen è anche W. Deecke (_Corssen
und die Sprache der Etrusker_, Stuttgard 1875); ribatte tutte le prove
di questo, e crede col Mommsen gli Etruschi un popolo estraneo agli
altri d’Italia[4].
Nella lingua sanscrita, che è la classica e sacerdotale degli antichi
Indiani, AVI significa _vivere_, e RIS _tagliare_, da cui il greco
ῥαίω, ῥέσσω, il latino _rodo_ e _rado_, il tedesco _reissen_, il russo
_riezu_; RI esprime anche _movere, trascorrere_, da cui il greco ῥέω,
il latino _ruo_, il francese _rue_, l’inglese _ride_. Il RIL etrusco
potrebbe derivare dall’uno o dall’altro, considerando l’anno come uno
_scorrimento_ di tempo, o come una _divisione_.
Altre parole etrusche di non ben sicuro significato sono _antar_
aquila, _usil_ il sole, _tutas_ il verbo _tutari_, _lar_ signore,
_nepos_ lussurioso, _clan_ figliuolo, _see_ figlia. I filologi
dalla somiglianza di queste voci con altre d’idiomi viventi si fanno
forti per aggregare l’etrusca alle lingue indo-europee, anzichè alle
semitiche.
Della lingua umbra il monumento principale sono le Tavole Eugubine
di bronzo, scoperte il 1444; cinque scritte con caratteri etruschi;
le due più grandi (che sono il maggiore monumento di liturgia pagana)
con lettere latine, come pure undici linee d’una terza, che alcuni non
credono appartenere alla serie delle altre; tutte poi di ortografia,
scrittura e linguaggio differenti fra loro in modo, da farle credere
di età diversa; ma non si sa di quale: nè veruna ragione fa piede alla
congettura di Lepsius, che quelle scritte con caratteri latini sieno
posteriori a quelle d’alfabeto etrusco, e queste appartengano al sesto,
quelle al quarto secolo di Roma. Perfino il chiamare umbra la lingua in
cui sono scritte è convenzione, non fondata su d’altro che sul paese
dove furono trovate; anzi la bizzarria delle forme potrebbe trarre
a vedervi un esempio delle scritture arcane, usitate fra i sacerdoti
nell’antichità.
Bizzarrissime interpretazioni se ne diedero, seguendo il capriccio,
anzichè canoni di filologia comparata; Gori, Lami, Bardetti pretesero
leggervi i lamenti de’ Pelasgi per le sciagure sofferte, e tutti vi
fanno le più arbitrarie rimutazioni. Per esempio, in una d’esse Tavole
si legge:
CVESTRE TIE VSAIESVESVVVEBISTITISTE TEIES.
Dividono
_cuestre tie usaies vesv vvebis titiste teies,_
per interpretare
_cuestor tie οσας vesum vuebis τιθεστε deies_
cioè
_Questor dicit: quascumque vobis visum est,
constituite dies._
Opinione nuova mise fuori, poco fa, Guglielmo Bentham nell’Accademia
reale irlandese; l’antico etrusco essere identico colla lingua
iberno-celtica e coll’irlandese, quale oggi si parla in quelle isole;
e conforme a ciò diede la versione della quinta e settima delle
Tavole Eugubine, prescelte come di materia più importante. Secondo
lui, vi è esposta la scoperta delle isole Britanniche, fatta dagli
antichi Etruschi, e l’uso dell’ago calamitato nella navigazione.
La sesta comincia con invitare a scompartirsi o prendere a fitto le
terre occidentali, ove sono tre isole di suolo ubertoso, con bovi e
montoni assai, e damme negre, oltre miniere e belle acque. La settima
finisce col rammentare che le isole scoperte possono dare incremento
al commercio, protette dal mare contro i nemici, e che offrirebbero
asilo qualvolta il loro paese restasse invaso da questi. L’iscrizione
fu fatta _trecento anni dopo il gran fragore sotterraneo!_ Dopo il
Baldo, il Van Scrieck, il Dempster, il Maffei, l’Abati Olivieri, il
Passeri, il Gori, il Borgnet, il Lami, venne il Lanzi interpretando
qualche passo: Otfried Müller confermò che non erano in etrusco ma
in umbro: Lepsius, celebre egittologo, e Lassen eminente indianista,
Grotefend persianista, vi applicarono la nuova linguistica comparativa.
Dalla sesta leviamo un brano d’una specie di litania, la quale mostra
un parallelismo ed il ritorno di certi vocaboli, qual costumava fra gli
Ebrei:
_Tejo dei Grabove._
_Dei Grabovi ocreper fisiv tota per iiovina erer nomneper erar
nomneper fossei pacersei ocrefisei._
_Di Grabovie tio esu bue peracrei pihaclu, ocreper fisiu totaper
iiovina erer nomneper erar nomneper._
_Di Grabovie orer ose persei ocrem fisiem pir ortom est toteme
iovinem arsmor dersecor subator sent pusei neip hereitu._
_Di Grabovie persei tuer prescler vasetom est pesetom est peretom
est prosetom est daetom est tuer perscler viresto avirseto vas
est._
_Di Grabovie persei mersei esu bue perderei pihaclu pihafei._
_Di Grabovie pihatu ocrer fisier totar iiovinar nome nerf arsmo
veiro pequo castruo fri pihatu futu fons pacer pase tua ocre fisi
tote iiovine erer nomne erar nomne._
_Di Grabovie salvom seritu ocrem fisier totar iiovinar nome nerf
arsmo veiro pequo castruo frif salva seritu futu fons paver pace
tua ocre fisi tote iiovine erer nomne erar nomne._
_Di Grabovie tiom esu bue peracri pihiaclu ocreper fisiu tota per
iiovine erer nomneper erar nomneper..._ ecc.
Esibiamo la seguente interpretazione come delle meno improbabili:
_Jovi Grabovi subvoco._
_Jovem Grabovem invoco in sacrificio pro tota jovina_ (gente),
_eorum nomine, earum nomine, uti tu volens sis, propitius sis
sacrificio._
_Jupiter Grabovi, macte esto eximio bove piaculo sacrificio pro
tota jovina, eorum nomine, earum nomine._
_Jupiter Grabovi, hujus rei ergo quoniam ad sacrificium ignis ortus
est toti jovinæ, armi desecti subactique sint tamquam sacrificio
uno._
_Jupiter Grabovi, prout pesclos mactare factum est, positum est,
dictum est, mactare pesclos fas jusque esto._
_Jupiter Grabovi, disecto eximio bove, piaculo piatus esto._
_Jupiter Grabovi, piamine sacrificiorum totius jovinæ nominibus,
agrûm, virûm, pecus, oppido expiato, fiasque volens propitius pace
tua sacrificio totius jovinæ gentis, eorum nomine, earum nomine._
_Jupiter Grabovi, salvo satu sacrificiorum totius jovinæ nominibus
arvûm, virûm, pecudum, oppido satum sospita, fiasque volens
propitius sacrificio totius jovinæ gentis, eorum nomine, earum
nomine._
_Jupiter Grabovi, macte esto eximio bove piaculo sacrificio, pro
tota jovina gente, eorum nomine, earum nomine._
Si scosta in varie parti e nella lettura del testo e nella versione
il Grotefend, il cui lungo e pazientissimo studio fu ben lungi dal
condurre a risultamenti decisivi: e che così legge e interpreta un
brano:
_Teio subocav suboco Dei Grabovi, Fisovi Sansi, Tefra Jovi! ocriper
Fisiu, tota per Iiovina, erer nomneper, erar nomneper: fos sei,
pacer sei ocre Fisei, tote Iiovine, erer nomne, erar nomne. Arsie!
tio subocav suboco. Dei Grabove. Asier fritte tio subocav suboco,
Dei Grabove!_ ecc.
_Te bonas preces precor, Jovem Grabovem! Fisovem Sansium! Tefram
Joviam! pro monte Fisio, pro lota Iguvina, pro illius nomine, pro
hujus nomine, uti sis volens propitius monti Fisio, toti Iguvinæ,
illius nomini, hujus nomini. Benevole! te bonas preces precor,
Jovem Grabovem! Benevoli Fidicia, te bonas precor, Jovem Grabovem!_
Meglio Aufrecht e Kirchhoff, con sapienza e tatto ravvicinando i passi
simili, tennero i veri modi di tentare quella interpretazione, invano
conturbata da Huschke, e spinta innanzi dai più recenti filologi.
Sono gli atti della _fratrecate_ dei _frater atijediur_, cioè fratelli
attidiani, della città di Attidio, forse il moderno Attigio, che
dirigono preci a varj Dei, alcuni simili, altri differenti dai romani;
se ne prescrivono i riti, e pajono appartenere al VI o VII secolo
di Roma. Hanno qualche relazione cogli atti de’ Fratelli Arvali, che
furono quasi completati da recenti scavi; riferendosi entrambi a un
culto di divinità campestri dell’Italia antica, sopravvissuto alla
invasione di Roma.
Chi si sgomenta de’ libri, può vedere la serie delle ricerche e delle
scoperte in un articolo della _Revue des Deux Mondes_, 1 novembre
1875. L’opera più recente che conosciamo è BRÉAL, _Les Tables
Eugubines, texte, traduction et commentaire, avec une grammaire et une
introduction historique_, Parigi 1875.
La lingua più diffusa nell’Italia meridionale era l’osca, che parlavasi
da popolo estesissimo e suddiviso, e fin nel Bruzio e nella Messapia
ove nacque Ennio, il quale, secondo A. Gellio (XVII. 17), _tria
corda habere se se dicebat, quod loqui græce, osce et latine sciret_.
Dalle iscrizioni vi appajono elementi del latino estranei al greco,
sotto forme che nel latino perdettero e sillabe e terminazioni, e con
flessioni inusitate a quello. Il _p_ si sostituisce spesso al _q_, come
_pid_ per _quid_, e forse _opici_ per _equi_; l’_ei_ all’_i_; l’_ou_
all’_u_; aggiungesi il _d_ a molte voci cadenti in _o_. Gli Oschi
dicevano _akera, anter, phaisnum, tesaur, famel, solum_, quel che i
Latini dissero _acerra, inter, fanum, thesaurus, famulus, solus_.....
Questa favella, se crediamo a Klenze, non ebbe fondamentale differenza
dalla latina, talchè se avessimo libri scritti in essa, potremmo,
se non tutte le parole, intenderne però il senso. A Roma si poneano
iscrizioni in quella lingua; Plinio dice che scriveasi sulle case _arse
verse_, cioè _arsionem averte_; e si continuò a rappresentare burlette
in osco, delle quali il popolo si spassava grandemente. Strabone ancora
al tempo di Tiberio scriveva, nel V della _Geografia_: — Benchè sia
perita la gente degli Oschi, la loro favella resta fra i Romani, talchè
si recano sulla scena certi canti e commedie in una gara che si celebra
per antica consuetudine». E forse l’osco era il parlare fondamentale
dell’Italia, cioè del vulgo; e sempre visse fra questo anche quando le
persone colte e gli scrittori adopravano il latino, per poi prevalere
allorchè le sventure scemarono la coltura e allontanarono la Corte:
talchè sarebbe esso il vero padre del nostro vulgare.
Marsi, Sabini, Marrucini, Piceni parlavano il sabellico, che forse
era identico col volsco, ma differiva dal sannita, il quale era osco,
giacchè Tito Livio (X. 20) dice che, per esplorare l’esercito sannita,
furono mandati uomini, _gnari oscæ linguæ_. Varrone invece farebbe
solo affini le due favelle, dicendo che _sabina usque radices in
oscam linguam egit_ (_De lingua lat._, VI. 3). Anche i Volsci dovevano
differirne in qualche cosa, poichè Titinio poeta, contemporaneo del
prisco Catone, in un passo riferito da Festo alla voce _Oscum_, scrive
che i popoli abitanti intorno a Capua, Terracina e Velletri _obsce
et volsce fabulantur, nam latine nesciunt_. I Bruzj parlavano osco
e greco, onde dicevansi _bilingues Brutiates_ (FESTO). Citano la
voce _hirpus_, lupo, come comune ai Falisci ed ai Sanniti (_Dionigi
d’Alicarnasso, i_. 21). Servio attribuisce ai Sabini la parola _hernæ_,
rupi, e Varrone la voce _multa_ (_multæ vocabulum non latinum sed
sabinum est; idque ad meam memoriam mansit in lingua Samnitium, qui
sunt a Sabinis nati_; lib. XIX); e informa che, invece di _farena_,
diceano _hasena_ (VELIO LONGO grammatico), e _tebas_ i colli;
dall’_embratur_ de’ Sabini deriva l’_imperator_ de’ Romani. Infine,
secondo Livio, i Cumani chiesero _ut publico loquerentur, et præconibus
latine vendendi jus esset_ (XL. 42): il che prova che fin a quell’ora
aveano usato lingua propria. I Marsi adottavano i caratteri romani e la
lingua latina: i Sabini conservarono sempre l’osca.
Del dialetto volsco quest’iscrizione fu trovata a Velletri, sul cui
significato fu molto discusso fra Lanzi, Orioli, Guarini, Janelli ed
altri:
_Deve Declune statom sepis atahus_
_Pis velestrom fak esaristrom se_
_Bim asif vesclis vinu arpalitu sepis — _
_ — toticum covehriu_
_sepu ferom pihom estu ec se cosrties ma — _
_ — ca tafanies_
_medix sistiatiens._
Più facile a dicifrarsi parve questa osca, da Avella portata nel
seminario di Nola, e illustrata dal Passeri, _Simbole Goriane_, tom. I:
_Ekkuma... tribalac... liimit.... herekleis — _
_Ecce tribus limites herculis_
_ — fissnu mefa ist entrar_
_fanum demensa est intra_
_einuss pu amf derl viam pusstis pui — _
_fines post circum per viam posticam per_
_ipisi pustin slaci senateis inim ink tri — _
_ipsius ibi loci senatus unum jugum tria_
_ — barakinf_
_brachia_
_aufret puccahf sekss puranter teremss irik_
_aufert pauca sex puriter termini hircus_
ecc.
Sul pendaglio d’una bella statua di bronzo, dissepolta presso Todi
nel 1835, si trovarono parole, le quali (a lasciar via le fantasie
e le arguzie) furono diversissimamente interpretate dai dotti. Il
bibliotecario Cicconi, ricorrendo al greco, tradusse: _Io lungamente
tempestato in mare, offersi_; il Campanari spiegò dapprima _Ahala
legato in onor di Marte offriva_, dappoi: _Ahala figlio di Trottedio il
Marte Fonione dedicò_; il padre Secchi divinò: _Aveial Quirinus Vibii
f. nomine_ Vibius; il Lanzi coll’ebraico intese: _Acco da Todi e Tito
effigiarono il simulacro della Vittoria_; il Vermiglioli: _Aeia L.
Trutinus punu mi vere, cioè Aeia figlia di Trutino pongo sono vero_; il
De Minicis, _Trutino Fono figlio di Aeia fece_. Tanto vacilla ancora la
paleografia italiota.
Nella guerra Sociale, ultima riazione degl’Italiani contro il
predominio di Roma, i popoli collegati assunsero per pubblico decreto
il linguaggio natìo, e l’adoprarono nelle monete (LANZI, _Disc. proem.
alla Galleria_). Tardi poi visse l’etrusco: e che differisse molto
dal latino lo prova quel passo di A. Gellio, ove si narra che, avendo
uno detto _apluda e floces_, voci antiquate, gli astanti, _quasi
nescio quid tusce aut gallice dixisset, riserunt_ (XI. 7). Quintiliano
(_Inst. orat._, I. 9), trattando delle parole non di lingua, scrive:
_Taceo de Tuscis, Sabinis et Prænestinis quoque; nam ut eo sermone
utentem Vectium Lucilius insectatur, quemadmodum Pollio deprehendit in
Livio patavinitatem_. Chi potrà ora determinare quelle differenze di
dialetti? Tanto più che gli antichi non avevano raggiunto il sentimento
della natura delle lingue, e dell’illustrazione che da esse deriva
all’indole dei popoli, sicchè vi scorgessero un interesse filosofico;
laonde, non si fermando sui caratteri essenziali di somiglianza,
faceano dell’idioma di ciascuna città indipendente una lingua a parte,
designata col nome degli abitanti.
Ariodante Fabretti, davanti al _Glossarium italicum, in quo omnia
vocabula continentur ex umbricis, sabinis, oscis, volscis, etruscis,
ceterisque monumentis quæ supersunt collecta_ (Torino 1857) dice:
«In una materia così difficile sarebbe strano desiderare un lexicon
alla foggia delle lingue conosciute, antiche o moderne; conciossiachè
accanto alle voci di sicura spiegazione avvene molte che resistono
alla critica, e non permettono che congetture. Non tutte le voci sono
chiarissime nel significato al pari delle umbre: ~karne~ _carne_,
~vinu~ _vino_, ~purka~ _porca_, ~sif~ _sues_, ~vitlu~ _vitulo_,
~est~ _est_, ~fetu~ _facito_, ~seritu~ _servato_, ~peturpursus~
_quadrupedibus_, ~alfir~ _albis_, ~rofa~ _rufa_, ~salvom~ _salvum_,
~karu~ _coram_, ~prufe~ _probe_, ~nomneper~ _pro nomine_, ~pupluper
o popluper~ _pro populo_ ecc.; — delle osche: ~aasas~ _aras_, ~dolud~
_dolo_, ~ligud~ _lege_, ~genetaí~ _genitrici_, ~kvaísstur~ _quæstor_,
~regaturei~ _rectori_, ~aíkdafed~ _ædificavit_, ~deicum~ _dicere_,
~fefacust~ _fecerit_, ~herest~ _volet_, ~prúfatted~ _probavit_, ~set~
_sit_, ~alttram~ _alteram_, ~pús~ _qui_, ~amiricatud~ _immercato_, ~
malud~ _malo_, ~anter~ _inter_, ~contrud~ _contra_, ~inim~ _enim_,
~nep~ _neque ecc.; — e delle etrusche: ~etera~ _altera_, ~clan~
_natus_, ~phuius~ _filius_, ~avils~ _ætatis_, ~turce donum_, ~tece~
_posuit_, ecc. Un gran numero di vocaboli, ripetuti o modificati,
varrà, se non altro, a fermare certe leggi eufoniche che governano
gli antichi idiomi italici; ed alcuni nomi, che è bene conoscere,
dovranno entrare quando che sia nei dizionarj della latina favella,
come quelli delle tuscaniche divinità ~ _Tina~ _Juppiter_, ~Thalna~
_Diana_, ~Turan~ _Venus_, ~Menrva~ _Minerva_, ~Sethlans~ _Vulcanus_;
o passati di Grecia in Etruria, come ~Aplu~ _Apollo_ ~Turms~ Ἑρμῆς,
~Thethis~ _Thetis_, oltre una folla di greci eroi, quali ~Hercle~
_Hercules_, ~Achle~ _Achilles_, ~Achmemrun~ _Agamemnon_, ~Clutumita~
_Clytemnestra_, ~Menle~ _Menelaus_, ~Neptlane~ _Neoptolemus_,
~Pentasila~ _Penthesilea_, ~Urusthe~ _Orestes_ ecc.
«Un’opinione male accreditata e la pubblicazione di certi alfabeti
antichi d’Italia guasti ed errati, fanno dire a molti che nulla
s’intenda delle vecchie epigrafi degli Osci, degli Umbri e degli
Etruschi; eppure ad ogni passo si offrono chiare intere locuzioni.
Nelle Tavole Eugubine per esempio: PVSEI. SVBRA. SCREHTO. EST _uti
supra scriptum est_; VITLV . TORV . TRIF . FETV _vitulos tauros
tres facito_; SALVA . SERITV . FVTV FOS (o FONS) . PACER PASE TVA .
OCRE FISI TOTE IOVINE . ERER NOMNE . ERAR NOMNE _salva servato, esto
volens, propitius pace tua, colli Fisio civitati Iguvinæ, ejus_ (colli)
_nomine, ejus_ (civitatis) _nomine_; — e nella tavola osca di Banzia
SVAE PIS CONTRVD EXEIC FEFACVST _si quis contra hoc fecerit_: PIS CEVS
BANTINS FVST _qui civis Bantinus fuerit_. Nella epigrafia etrusca un
gran numero di leggende funerarie, più preziose se bilingui come questa
[Illustrazione: {Caratteri etruschi} — P . VOLVMNIVƧ A . F .
VIOLENS CAFATIA NATVS,]
ci dà una serie di nomi di famiglie, che verosimilmente passarono
dall’Etruria in Roma, od hanno colle romane un riscontro storico e
filologico; anzi taluni di questi nomi rivelano altrettanti vocaboli
dalla lingua parlata dagli abitatori della media Italia, come i
gentilizj ~cantini, capras, crace, crespe, plaute, pumpu, senate,
spurie, sacria, salvis, vitli~, ecc. Anche qualche etimologia,
professata _ab antico_, viene raddirizzata col soccorso delle etrusche
inscrizioni; per esempio la voce {Caratteri etruschi} od {Caratteri
etruschi} (_usil_), che in due specchi metallici indica il Sole od
Apollo, ivi rappresentato co’ suoi attributi, ci riconduce alla
famiglia degli _Auseli_ (Aurelii) a sole dictam (PAUL., pag. 23,
ediz. Müller) ed alla radice sanscrita ~svar~, forma primitiva di sur
(_splendere_), respingendo il detto di Cicerone (_De natura Deorum_,
II. 68): _Cum_ sol _dictus sit, vel quia_ solus _ex omnibus sideribus
est tantus, vel quia cum est exortus, obscuratis omnibus_, solus
_apparet_.
«La fratellanza dei vetusti dialetti sparsi in Italia, riconosciuta
dai segni alfabetici, si dimostra meglio coi ripetuti raffronti delle
voci umbre ed osche ed etrusche in tra loro e coll’idioma latino;
così l’osco ~deded~, e con etruschi caratteri ~tetet~, era ~tez~
nell’Etruria e forse ~dede~ nell’Umbria, ~dedet~ e ~dede~ (_dedit_)
nelle bocche del popolo romano. Con gl’idiotismi ed arcaismi che
occorrono spesso nella latina epigrafia, si avranno argomenti per
discorrere fondatamente intorno alla origine della lingua italiana, più
remota di quel che generalmente non credesi: moltissime forme popolari
verranno innanzi, raccolte dai monumenti de’ più bei tempi di Roma
repubblicana e dai modesti funebri ricordi dei primi martiri della
Chiesa».
§ 3º
_Origini del latino._
Le primitive lingue italiche traggono interesse quasi unicamente
dalla loro connessione colla latina, la quale, per quanta sia
l’importanza del greco e degli idiomi asiatici, resta la più meritevole
dell’attenzione di chiunque fida negli insegnamenti della storia, come
quella (dice Du Méril) che meglio parve opportuna alla tradizione delle
idee altrui, e ad iniziare alla scienza del passato; sicchè costituisce
quasi un ponte fra l’antico mondo e il nuovo. Lo studio filosofico del
latino, risalendo alle sue fonti e accompagnandone gli svolgimenti,
dovrebbe dunque essere introduzione allo studio dei suoi monumenti
letterarj.
I dubbj sulla origine di esso sono cresciuti da certe metafore
incoerenti di lingua madre o lingua figlia. Non volendo qui fare che
da storici, ricorderemo come il carmelitano Ogerio[5] voleva dedurre
il latino dall’ebraico: frà Paolino di San Bartolomeo[6] e Klaproth[7]
dal sanscrito, e in generale dalle lingue orientali; nel che concordano
Calmberg[8], Madvig[9], Prasch[10], Jäkel[11]. Vi fu persino chi lo
tirò dallo slavo[12]; nè era a credere vi facesse fallo la scuola
un tempo di moda dei Celtisti; onde il Funcke pronunciò l’avola
della latina lingua essere sconosciuta, madre la celtica, maestra la
greca[13]. Oltre i già citati Donaldson e Edelstand Du Méril, abbiamo
molte monografie di Tedeschi, fra le quali vogliamo distinguere i saggi
di Hertz intorno ai grammatici latini[14].
L’artificio dei ciurmadori consiste nell’offrire un solo aspetto;
gli scolari ignoranti e i leggicchianti si lasciano convincere,
perchè non sanno che le medesime ragioni appoggiano anche assunti
diametralmente opposti. Fatto è che il latino appartiene alla grande
famiglia delle lingue indo-europee. Perocchè dalle falde dell’Ecla
fino alle rive del Gange, una folla di popoli, disgregati gli uni
dagli altri per secoli, quai civili, quai barbari, quali oscuri, quali
famosi, parlarono e parlano ancora lingue estremamente diverse a prima
vista, ma d’incontestabile parentela, giacchè non solo hanno comune
un certo numero di radicali, ma la grammatica di ciascuna ha profonde
analogie colle grammatiche di tutte le altre, anzi tutte ne formano
propriamente una sola. Al sanscrito, che di essa grande famiglia sta in
capo, seguono come derivati l’antico e moderno persiano, il greco, il
latino con tutti gli idiomi da questo rampollati, italiano, francese,
spagnuolo, ecc.; infine gli idiomi germanici, gli slavi, e sino i
celtici[15].
Che il latino sia figlio del greco sostennero gli antichi, massime
dacchè, coll’imitare gli autori greci, si venne a ravvicinarlo[16]. Ma
il vocabolario ha le origini stesse che le tradizioni e la vita d’un
popolo, e la lingua non può essergli imposta da una potenza estrania
alla sua vita. Molte voci latine derivano dal sanscrito senza passare
pel greco; e fin nomi che più tenacemente si conservano perchè più
aderenti alla famiglia: onde _soror_ da _svasar_ che in greco è ἀδελφὴ,
_frater_ da _bhràtar_: _vidua_ da _vidhavà_, che in greco è χήρη:
_puer_ da _putra_: _juvenis_ da _juvan_: _vir_ da _vira_, che i Greci
dicono παῖς, νεανίας, ἀνήρ.
Nella costruzione grammaticale, al latino vennero dal sanscrito senza
intermedio del greco la terminazione in _bus_ del dativo plurale, e in
_i_ del genitivo singolare, e quelle in _bilis, bundus, brum_, viepiù
notevoli perchè il _b_ occorreva rarissimo nel latino prisco. Il latino
procedendo s’avvicinò al greco, anzichè se ne scostasse: Tirone[17]
dice che _veteres Romani græcas literas nesciverunt, et rudes græca
lingua fuerunt_; Festo aggiunge, che nel quinto e sesto secolo
storpiavano i nomi ellenici, _necdum adsueti græcæ linguæ_.
Effettivamente nel latino possono discernersi due elementi; uno
originale, uno affine al greco, benchè abbastanza distinto da
quello. Massimamente s’accosta al dialetto eolico, con affettazione
di accento; onde Dionigi d’Alicarnasso disse che «i Romani parlano
lingua nè affatto barbara, nè del tutto greca, la cui maggior parte è
dall’eolico»[18]. Asserì alcuno che nel latino derivino dal greco le
parole di economia domestica e rurale, non quelle attenenti a guerra
e a governo. Sarebbero delle prime _bos, vitulus, ovis, aries, e
arvigna, agnus, rus, caper, porcus, pullus, canis, ager, silva, aro,
sero, vinum, lac, mel, sal, oleum, lana, malum, ficus, glans_; oltre
_forma_ travolto da μορφή, _repo_ da ἕρπο, _specto_ da σκοπέω: mentre
non hanno a fare col greco _tela, arma, currus, lorica, scutum, hasta,
pilum, ensis, gladius, sagitta, jaculum, clypeus, cassis, balteus,
ocrea_; nè i termini forensi _jus, lis, forum, mutuum, vas, testis_;
nè _rex, populus, plebs_[19]; ἄριστος diceano i Greci l’uom migliore,
da Ἄρες dio della guerra: _optimus_ lo dicono i Latini, da _opes_
ricchezza. Chi peraltro da ciò volesse, come il Niebuhr, arguire
che una popolazione aborigena pacifica vi rimanesse soggiogata da
una bellicosa, ricordi che in tutte le lingue indo-europee trovasi
somiglianza de’ termini riferentisi alle pacifiche occupazioni, mentre
sono più speciali di ciascun popolo quelli di caccia e guerra.
Inoltre l’asserzione del Müller è troppo assoluta, giacchè _vitulus_
(ἴταλος) non si trova che nel dialetto siciliano, ove molte parole
italiche introdussero gli Enotri; e _vacca, mulus, juvencus, verres_
non hanno a fare col greco; _agnus_ e _aries_ sono troppo stiracchiati
da ἀρνός e da κριός: _asinus_ ed _equus_ poco tengono a ὄνος e ἵππος;
e πῶλος nel senso ristretto di _pullus_ è poco antico: mentre invece
equus somiglia al sanscrito AÇVA, _pecus_ a PAÇV, _ovis_ ad AVI,
_canis_ a ÇVAN, _anser_ a HANSA; e con parole tutt’altro che greche
si esprimevano i prodotti dell’agricoltura, _ador, avena, cicer, faba,
far, fœnum, hordeum, seges, triticum_. Nei pochi frammenti rimasti di
Epicarmo e Sofrone siciliani s’incontrano altre voci ignote al greco
e affini al latino, γέλα _gelu_, κάρκαρον _carcer_, κάτινον _catinus_,
πατάνα _patina_[20].
Ma derivate da ceppo comune, le lingue italiche, col lungo errar de’
popoli, col lasso del tempo, colle mescolanze, si alterarono in modo,
che differente parlarono gli Umbri, gli Osci, i Volsci, i Sabini[21].
Noi crediamo che le varie lingue dell’Italia meridionale fossero
tutte dialetti d’una sola, ciascuna ritenendo però alcune parole
e forme proprie, e tutte contribuirono alcun che alla formazione o
trasformazione del latino. Grotefend[22] forse esagerò l’influenza che
ebbero in ciò i prischi idiomi italici, massime l’osco; ma, per quanto
questo restasse comune, un’altra lingua, che, almeno nella pronunzia,
ne differiva assai, dovette contribuire a formare il latino, se in
questo vediamo al _P_ degli Oschi e de’ Greci surrogato sì spesso
il _Q_ fino in nomi proprj, come ἵππος _equus_, da ἔπω _sequor_,
da ἦπαρ _jecur_, da λείπο _linquo_, da κόπυς _coquus_, da Ταρπίνιος
_Tarquinius_, ecc. Schwegler[23] persiste nel considerare la lingua
latina come mista di due dialetti italici, affini tra loro. Ma i
linguisti più sperimentati, qualora una lingua sia presentata come una
transizione fra due altre, la riguardano come uno sviluppo organico,
anzichè una reale mescolanza. Certo non vi si riscontra l’elemento
sabino.
Il latino conservava dalle lingue precedenti alcune flessioni, che
riescono anomale nell’organismo suo: così _memini, odi, cæpi, novi_,
di forma pelasgica: il _sum_ e _possum_ di forma ariana: i verbi
deponenti e comuni, che forse, negli antichi parlari, precedettero il
verbo attivo, non essendo naturale che si inventasse una forma passiva
ad esprimere quel che già dava l’attiva. Così perdette l’aoristo, il
duale, salvo nei nomi _duo, ambo, uterque_; perdette il caso locativo,
salvo _humi, belli, domi, militiæ_. Della radice _es_ si perdette la
vocale, restando _sum, sumus, sunt_, invece di _esum, esumus, esunt_,
e la conservò in _eram, essem, esse_: e sopprimendola affatto in _fui,
fuisse_.
Noi più volentieri consideriamo il latino, non come una miscela di
varie lingue italiote[24], contratte, accorciate, addolcite al modo che
fanno sempre le più moderne, ma come germogliato, al pari del greco,
da altri polloni del tronco indo-europeo; sviluppato diversamente, come
succede nelle individualità. La costituzione romana, personeggiata fin
nella origine in una banda di fuorusciti di varj paesi, che si cercano
mogli in un’altra gente, poi ammettono alla cittadinanza i Sabini, gli
Albani, indi i Latini tutti, poi tutti gli Italiani, infine la classe
eletta di tutto il mondo, rinnovava di continuo gli elementi civili,
ma insieme doveva portare alterazioni nella favella (Μυρίa ὅσα οὔτε
ὀμόγλοσσα, οὓτε ομοδίαιτα. Dionigi, i. 7).
Secondo Mommsen, sette alfabeti appajono nelle prische iscrizioni:
il greco delle colonie, l’etrusco, il pelasgico, un antico che sta di
mezzo fra l’etrusco e il pelasgico, l’umbro, il sabellico, il latino.
Sembra che il primo modo di scrivere de’ Latini fosse quello che
intitolano _bustrofedon_, pel quale, giunti al termine d’una linea da
sinistra a dritta, si ripiglia la seguente da dritta a sinistra, a modo
del bifolco nello arare. Da ciò chiamavasi _versus_ la linea, e _arare,
exarare, sulcare_ lo scrivere.
L’alfabeto latino era mal determinato da principio: si scambiavano
le vocali: alcune lettere avevano espressione diversa; altre più d’un
valore, come vedremo più avanti: a molte parole finite per vocale si
soggiungeva _n, d, t_ (_men, allod, marit_, per _me, alto, mari_): le
consonanti non si raddoppiavano, bensì talvolta le vocali per esprimere
le lunghe, come _juus, feelix_: le brevi erano spesso fognate nella
consonante che le precede, come _krus, cante_, per _carus, canite_;
e più spesso l’_i_, come _ares, evenat_, per _aries, eveniat_; e
le _m, n, s_, onde _Popeju, cosul, cesor_, per _Pompejus, consul,
censor_: i dittonghi _ei_ per _i_, _ai_ per _æ_ sono frequentissimi,
come _Junoneis, sei, altai_. Vuolsi che solo a mezzo il sesto secolo
introducessero il _g_, non avessero il _p_ nè il _q_, e invece della
_r_ usassero la _s_ o il _d_; tardi certamente furono adoprate le _k,
y, x, z_ pei nomi forestieri; invece del _b_ si trova in principio di
parola _dv_ e nel mezzo _p_, come _dvellum_ per _bellum, optinvit_:
la _m_ finale si sopprime spesso, massime quando seguita da nome
cominciante per vocale, forse perchè si pronunziava nasalmente come
l’_on_ e l’_en_ nel francese e nei dialetti lombardi.
Nelle iscrizioni antiche la L somiglia alla greca, qual faceasi ne’
prischi monumenti cioè V; e che poi si mutò in Λ. Gli Eolj usavano
un’aspirazione che indicavano col digamma F: questo non appare
mai nell’alfabeto attico: eppure come cifra ha il sesto posto e
la significazione di sei (ϛ), poi passò nell’alfabeto latino come
_f_. Segno d’aspirazione era anche la H, ma scompare nei monumenti
posteriori; solo rimase come lettera nel latino. Il Q, ignoto ai Greci,
deriva dal {carattere fenicio} _coph_ fenicio, che come cifra numerica
era pure usato nella scrittura attica.
Tacito e Quintiliano si accordano nel dire che l’imperatore Claudio
aggiunse tre lettere all’alfabeto latino, delle quali sono conosciute
il _digamma eolico_ e l’_antisigma_. Il primo era un F capovolto ed
equivaleva a V, per esempio
[Illustrazione: digamma eolico]
L’antisigma faceva le veci dello Ψ greco (psi), e scrivevasi ƆC. La
terza lettera alcuni pretendono fosse il dittongo AI, che trovasi nella
maggior parte delle iscrizioni del tempo d’esso Claudio, come ANTONIAI,
DIVAI, ma siam certi che era usato molto prima. Altri da un passo di
Velio Longo hanno voluto inferire male a proposito, che cotesta lettera
servisse solo a raddolcire il suono troppo aspro della R. Secondo
altri, dev’essere stata la X; ma da Isidoro (_De origin._) impariamo
che questa fu usata fin sotto Augusto. Il φ dei Greci, come osserva
Quintiliano, ha un suono diverso dal _ph_ dei Latini; dal che alcuni
congetturarono che Claudio inventasse una lettera corrispondente al
φ greco. Ancora privato, Claudio pubblicò un libro sulla necessità di
queste lettere; salito al trono, le impose per legge; ma appena morto
lui se ne tralasciò l’uso, sebbene ai tempi di Svetonio e di Tacito
comparissero ancora sulle tavole di rame dove si scolpivano i decreti
del Senato per pubblicarli (SVETONIO, in _Claud._, IV; TACITO, _Ann._,
XI. 14).
Notevole progresso dell’alfabeto latino è l’aver indicato le lettere
non con denominazione speciale, ma col puro suono di ciascuna; e
mentre il greco dice _alpha, beta, gamma, delta_, l’ebraico _alef, bet,
ghimel, dalet_, lo slavo _as, buki, viedi, glacol, dobra_, il romano
disse _a, be, ce, de_. Peccato che abbia posto senza ragione la vocale
or prima or dopo dell’articolazione, dicendo _ef, el, er_, invece di
_fe, le, re_; e dispostele a capriccio, anzichè secondo gli organi o la
natura loro propria.
La forza delle armi e la espansione del cristianesimo resero
quest’alfabeto quasi universale in Europa, adattandolo ciascun popolo
all’opportunità dei nuovi idiomi; in esso fu conservato il poco che ci
rimane de’ parlari celtici; Ulfila, con alcuni cambiamenti, lo adattò
al gotico, donde venne il tedesco d’oggi; anche molti popoli slavi il
piegarono ai suoni di lor favella, mentre altri si valsero del greco.
Del resto è noto che scriveasi colle lettere da noi chiamate majuscole,
e tardi come tachigrafia s’introdusse il corsivo. Però dalle iscrizioni
graffite sulle mura di Pompej appare un altro alfabeto, usitato dai
Latini, che chiameremmo lineare, con lettere quasi affatto fenicie,
eccetto il _g_ che è tutto latino; e formate di lineette disunite,
quasi a modo dei caratteri cuneiformi. Probabilmente era consueto nei
paesi de’ Vestini, de’ Rutuli, de’ Marsi, de’ Marrucini, anteriormente
al latino.
Vedi GARRUCCI, _Iscrizioni graffite sui muri di Pompej_.
Bruxelles 1853.
MASSMANN, _Libellus aurarius, sive tabulæ ceratæ romanæ in fodina
auraria apud Abrudbangam oppidulum transylvanum nuper repertæ_.
Lipsia 1840. Parla molto del corsivo latino.
§ 4º
_Latino primitivo._
«Le parole de’ prischi Latini sentivano d’aglio e cipolla»,
scrive Varrone. Dov’eransi accolti uomini di ogni paese, si poteva
ripromettersi unità ed armonia nella lingua? Schiusa a tutte le
importazioni, sottomessa a tutte le influenze successive, cambiava
continuo fra tanto movimento. Al tempo di Polibio non erano più
intelligibili i trattati conclusi coi Cartaginesi dopo la cacciata dei
re: Τηλικαύτη γὰρ ἡ διαφορὰ γέγονε τῆς διαλέκτου, καὶ παρὰ Ῥωμαίοις,
τῆς νῦν πρὸς τῆν ἀρχαῖαν, ὥστε τοὺς συνετωτάτους ἔνια μόλις ἐξ
ἐπιστάσεως διευκρινεῖν (iii. 22).
Il radunare tutti i frammenti che ci rimangono della lingua latina, per
accompagnarla via via sinchè si trasforma in questa nostra italiana,
sarebbe necessario prodromo alla conoscenza de’ classici; noi nol
faremo che quanto è mestieri al tema assunto.
Regnante Tarquinio Superbo, Sesto e Publio Papirio raccolsero le Leggi
Regie romane; ma del codice Papiriano restano solo alcuni frammenti.
Ulpiano tramandò questa legge di Romolo: _Sei pater filium ter
venunduit, filius a patre liber esto_; e Festo quest’altra, anteriore a
Servio Tullio: _Sei parentem puer verberit, ast oloe_ (ille) _plorasit,
puer direis parentum sacer estod; sei nurus, sacra direis parentum
estod_.
In Varrone abbiamo un frammento del carme dei Salj, così disposto dal
Grotefend[25]:
_Cozoiauloidos eso: omina enimvero_
_Ad patuila’ ose’ misse Jani cusiones._
_Duonus Cerus eset, dunque Janus vevet_
_... Melius eum regum._
Che s’interpreta: _Choroiauloidos_ (re dei canti) _ero: omina enimvero
ad patulas aures misere Jani curiones. Bonus Cerus_ (nome mistico di
Giano) _erit, donec Janus vivet. Melior eorum regum_. Si sa che il
carme Saliare è forse il monumento più antico; Varrone lo dice _prima
verba poetica latina_ (lib. VI), e nomina Elio valentissimo latinista,
che cercò interpretarlo, pure molte cose lasciando oscure (lib. VII).
La scoperta del canto degli Arvali nel 1778, quando non avesse altra
importanza, attestò quanta mutazione la lingua subì dal tempo di
Romolo, a cui forse risale, fin al tempo delle XII Tavole. I frammenti
di queste ci vennero trasmessi modificati. Quintiliano[26] dubita se
i Salj intendano essi stessi il loro proprio canto; _sed illa mutari
vetat religio, et consecratis utendum est_; scrupolo che non cadeva
sulle leggi, i cui vocaboli erano perciò svecchiati.
Oltre l’iscrizione posta a Duilio nel 494 di Roma, dopo la prima
vittoria navale sopra i Cartaginesi, che vedesi in Campidoglio sotto
alla colonna rostrata, nel 1780 scopertesi le tombe degli Scipioni,
se ne trassero epitafj, che sono documenti, non trascritti come
i predetti, ma autentici e originali. Il più antico è di Cornelio
Barbato, console nel 456 di Roma, 298 av. Cristo, e dice:
_Cornelius Lucius Scipio Barbatus_
_Gnaivod_ (GNAEO) _patre prognatus fortis vir sapiensque_
_Quoius_ (CUJUS) _forma virtutei parisuma fuit_
_Consol censor aidilis quei fuit apud vos_
_Taurasia Cisauna Samnio cepit_
_Subigit omne Loucana opsidesque abdoucit._
Ove si noti l’_o_ scambiato coll’_u_[27], che confondevansi nella
pronunzia; l’_ei_ per _i_ alla greca, la _m_ finale taciuta; e il
_subigit_ e _abducit_, non distinguendo il presente dal passato.
Benchè posteriore di qualche anno al 500, sa più d’arcaico l’epitafio
di suo figlio Lucio Scipione:
_Honc oino ploirume cosentiont R..._
_Duonoro optumo fuise viro_
_Luciom Scipione filios Barbati_
_Consol censor aidilis hec fuet a..._
_Hec cepit Corsica Aleriaque urbe_
_Dedet tempestatebus aide mereto..._
che s’interpreta: _hunc unum plurimi consentiunt Romæ bonorum optimum
fuisse virum, Lucium Scipionem filium Barbati, consul, censor,
ædilis hic fuit apud vos, hic cepit Corsicam, Aleriam urbem, dedit
tempestatibus ædem merito_.
Nelle iscrizioni di quel tempo molte cadenze somigliano alle odierne
più che alle latine: per esempio _Optenui laudem; Pomponio Virio
posuit; dono dedro_, ecc. Invitiamo a vedere nella deca XXXIX, cap. 8 e
9 di Tito Livio, come da questo elegante scrittore fosse ringiovanito
il senatoconsulto contro i Baccanali, dato circa il 568 di Roma. In
quell’intervallo non era avvenuta irruzione di stranieri; eppure il
cangiamento è ancor più notevole che non dall’età di Augusto all’età di
Dante.
Del VI secolo di Roma o di poco posteriore sembra una remissione del
Senato a quei di Tivoli che leggesi s’un bronzo trovato in quest’ultima
città nel secolo XVI presso all’antico tempio di Ercole, e deposto
nella biblioteca Barberini, donde sparve senza che più se ne abbia
traccia. Portava:
_L. Cornelius Cn. f. pr(ætor) sen(atum) cons(uluit) a. d. III. nonas
maias sub æde Kastorus; scr(ibendo) ad(fuerunt) A. Manlius A. f. Sex.
Iulius, L. Postumius S(p)f. quod Teiburtes v(erba) fecistis, quibusque
de rebus vos purgavistis, ea senatus animum advortit ita utei æquom
fuit: nosque ea ita audiveramus uti vos deixsistis vobeis nontiata
esse: ea nos animum nostrum non indoucebamus ita facta esse propter
ea quod scibamus ea vos merito nostro facere non potuisse; neque vos
dignos esse, quei ea faceretis, neque id vobeis neque rei poplicæ
vostræ oitile esse facere: et postquam vostra verba senatus audivit
tanto magis animum nostrum indoucimus ita utei ante arbitrabamur
de eieis rebus af vobeis peccatum non esse. Quonque de eieis rebus
senatuei purgati estis, credimus vosque animum vostrum indoucere
oportet, item vos populo Romano purgatos fore_.
§ 5º
_Seconda età del latino._
La seconda età della lingua latina contasi dal tempo che la conquista
della Magna Grecia e le spedizioni nella Grecia propria introducevano
straniera coltura. Continua la bella serie degli epitafj degli
Scipioni:
_L. Corneli L. E. P. N._ (figlio di Scipione Asiatico)
_Scipio quaist_
_tr. mil. annos_
_gnatus XXXIII_
_mortuos pater_
_regem Antioco_
_subegit._
Tacendo altre, chiameremo l’attenzione sulla seguente, per formole
tanto vicine all’italiano (_miei, optenui_).
_Cn. Cornelius Cn. F. Scipio Hispanus_ (pretore verso il 612 di Roma)
_pr. aid. cur. q. tr. mil. II. xvir. sl. iudik. xvir. sacr. fac._
_Virtutes generis mieis moribus accumulavi._
_Progenie mi genui facta patris petiei_
_Maiorum optenui laudem ut sibei me esse creatum_
_Lætentur stirpem nobilitavit honor._
Del 645 è questa formola di dedica, scavata a Capua (_ap._ ORELLI,
2487):
_N. Pumidius Q. F._ _M. Rœcius Q. F._
_M. Cottius M. F._ _N. Arrius. M. F._ ecc.
_heisce magistreis Venerus Ioviæ_
_murum aedificandum coiraverunt_
_ped. CCLXX et loidos fecerunt_
_Ser. Sulpicio M. Aurelio coss._
Ma già la lingua riceveva regola e affinamento mediante la greca
letteratura, e qui trovano luogo i frammenti di Nevio, di Pacuvio,
di Cajo Lucilio, di Ennio, il quale fece per se stesso il seguente
epitafio:
_Adspicite, o ceiveis, senis Ennii imagini’ formam,_
_Heic vostrûm panxit maxuma facta patrum._
_Nemo me lacrumeis decoret, nec funera fletu_
_Facsit. Quur? volito vivo’ per ora virûm[28]._
Il latino, ch’era rauco e incolto nel carme Saliare, in Ennio risuona
breve e marziale: malgrado il fare arcaico, questi poeti erano studiati
nel secolo d’oro della lingua, come da noi i Trecentisti, sebbene
Orazio non avesse per essi che disprezzo iracondo. Noi (qui non
accogliendoli che come documenti storici) vi scorgiamo come allora si
vacillasse nell’uso di certe lettere:
E per _a_ (defetiscor, edor), per _i_ (Menerva, magester, amecus), per
_o_ (hemo, peposci);
I per _a_ (bacchinal, beneficere), per _e_ (luciscit, quatinus,
consiptum), per _o_ (quicum, abs quivis);
EI per _i_ lungo (inveisa, ameiserunt);