X.

Francesco Kloss aveva prese le sue misure di precauzione, si era armato

fino ai denti e ormai non aveva più paura di Matteo Cantasirena. Se

questi avesse ricominciato a rompergli le scatole colle _Risorse

Italiche_ egli lo avrebbe fatto subito tacere, minacciando di rivelare

le _latrerie_, le _pirpanterie_ del Segretario generale della

_Cisalpina_.

--_Alla larca.... e cito!_

Del resto, il Kloss non era uomo da perder tempo nè spender quattrini

per vendicarsi; tirato in ballo nella conferenza, aveva fatto il morto;

costretto a entrare nella _Cisalpina_ ne aveva approfittato per fare il

suo interesse. Corrompendo il Vergani, il Bizzarelli, il Brunetti,

stanchi di farsi trappolare e rovinare da Matteo Cantasirena, era

riuscito ad aver tanto in mano contro di lui da intimidirlo, ed

occorrendo da poterglisi imporre. Ormai il suo piano era stabilito:

costringere la _Cisalpina_ a liquidare, e raccogliere quanto in essa,

nel concetto fondamentale, svisato, alterato e reso fanfaronescamente

ridicolo, poteva esserci ancora di serio e di utile.

Ecco quali erano le idee, i progetti, le ragioni di Francesco Kloss,

per mandare all'aria la _carnefalata_.

--_I mee itei, i mee procett, i mee rason_.... erano di ammazzare la

_Cisalpina_ e sfruttarne il cadavere.

Il Kloss stava appunto organizzando un formidabile consorzio fra alcuni

banchieri della Svizzera tedesca, già in stretti rapporti con lui; allo

scopo di iniziare, valendosi in parte degli studi e delle idee della

_Navigazione Cisalpina_, un nuovo sistema di trasporti nell'Alta

Italia, meno caro delle strade ferrate e in concorrenza coi tram a

vapore. Si trattava, cioè, di una fitta rete di piccole tramvie

elettriche lungo gli stradali provinciali e comunali, ed il progetto si

andava delineando, senza le ciarlatanerie del _crante parpone crante

pirpone_, ma chiaro, sicuro, un vero affare maneggiato, _manipolato_

dal Kloss e da gente del suo valore.

Provocare una diserzione, una defezione quasi generale nel campo della

_Cisalpina_ era stata cosa semplicissima. Il Vergani era stato adescato

coll'offerta del completo addobbo delle carrozze elettriche, il

Bizzarelli e il Brunetti conquisi dall'appalto degli stampati e

dall'affidamento della pubblicità su tutta la linea: il Tolomei, che

vedeva sfumare l'ultima rata di pagamento pel suo palazzo, non aveva

esitato di cedere al Kloss il credito e le armi, tanto più che il

Bonforti e il Ghirlanda, colpiti atrocemente dall'_Italia_, tartassati

spietatamente dalla _Durlindana_, avevano smentita ogni politica

alleanza con Cantasirena, ogni ingerenza nella _Cisalpina_.... e ciò

quasi nello stesso tempo in cui Pio Calca ritirava la sua candidatura a

Castellanzo. La rinunzia gli era stata imposta da _soa mader_, senza

nemmeno volergliene dir le ragioni. Le ragioni essa le aveva confidate

a monsignor Meneguzzi, monsignor Meneguzzi aveva approvato.... e basta.

E il Kloss, colle sue manovre, approfittava di tutto ciò per cospirare

e intrigare ai danni della _Cisalpina_, finchè, con un tiro abilissimo,

di rimbalzo, riuscì a colpirla nel cuore.

Moltissimi fra i poveri illusi che avevano impegnati, ipotecati i loro

poderi, la loro terra, per diventare azionisti della _Cisalpina_,

tentavano ad ogni costo di vendere quei titoli, quella carta, che li

aveva rovinati; e allora fu il Kloss che fece l'incetta delle azioni,

fu il Kloss che comperò quelle piccole proprietà--di sottomano

s'intende--e furono i suoi agenti segreti che da quel giorno negarono

recisamente alla _Cisalpina_ di scavare un braccio di terra, di

atterrare un pezzo di muro, di smuovere un mattone, neppure per tutto

l'oro del mondo.

Facoltà di espropriazione forzata per la _Cisalpina_ ancora non c'era:

tutto il famoso progetto tecnico del Fontanella era incagliato,

rovinava: e la maggioranza dei consiglieri, anche di quei consiglieri

che non erano guidati dal Kloss nè da altri interessi, nè da mire

particolari, stanchi, irritati, intimoriti, chiedevano, volevano,

imponevano la fine dei lavori, una liquidazione immediata e

possibilmente onorevole.

Matteo Cantasirena e il Fontanella, col solo rinforzo di Gesualdo

Arcangeli--che mentre aspettava e sperava ancora di poter fare il

monumento a Fara-Bon, faceva intanto (un soggetto meraviglioso per

Dio!) il busto alla duchessa,--resistevano, tentavano di opporsi

disperatamente, volevano che si continuasse ad ogni costo, perchè la

"crisi" era artificiosa, perchè era una viltà il cedere di fronte a

quei nemici, perchè v'era tutto l'interesse materiale a continuare,

perchè la vittoria sarebbe stata certa, il risultato splendido, perchè

il resistere era un dovere imposto dalla carità di patria, dal

sentimento dell'umanità.

Liquidazione o fallimento, per Matteo Cantasirena e per il Fontanella

erano tutt'uno: erano la rivelazione delle magagne e degli errori

commessi in comune e da soli, erano la rivelazione di tutti i brogli e

di tutti gli imbrogli da soli e in comune perpetrati, erano lo

scandalo, erano la condanna. E Matteo Cantasirena aveva talvolta la

visione netta e spaventosa della catastrofe incombente, ma a chi mai

far capo per scongiurarla?...

Mariano Perego, da sei o sette giorni a Primarole, "respirava odore di

polvere" e se non fosse stato l'irresistibile simpatia per

quell'"inconscio vendicatore della perfidia ipocrita e assassina e

della gretteria sociale" sarebbe rimasto a godersi, con una fregataccia

di mani, quel nuovo capitombolo di tanti "bei galantuomini, pieni di

onore!"

Il Perego colla faccia ancor più trista e sparuta per la barba da fare,

ancor più sudicio e straccione per quei sei o sette giorni di campagna,

scrollava il capo e mormorava tra sè:--La catastrofe, lo sfacelo è

imminente, inevitabile!--E si portava il cordoncino del _pince-nez_

dietro l'orecchio con un moto più nervoso del solito.

La defezione del Bizzarelli, del Brunetti, del Vergani, che

costituivano un tempo la vecchia guardia del direttore, era stata

impudente, sfacciata: prova certa che per lui, non c'erano più

speranze.

Il conte Bobboli beì, da Parigi, dove stava per sposare una ballerina

di quarant'anni, aveva mandate le proprie dimissioni, esplicite, da

vice presidente della _Cisalpina_ e da candidato al collegio di

Primarole: prova certa che Matteo Cantasirena non incuteva più nessun

timore....

Che cosa poteva fare Mariano Perego?... Nulla! Egli stesso lo capiva,

ne conveniva, con un'alzata di spalle. L'incarico che gli era stato

affidato dal direttore e dal Fontanella era troppo difficile e

pericoloso, superiore anche alla leggendaria abilità d'intrigo del

giornalista tollerato.

La _Cisalpina_ andava sfasciandosi, e il colpo di grazia, dopo i colpi

mortali del Kloss, le veniva dato da quella gente appunto, cui i sommi

reggitori, ingolfati nei loro propri interessi, nei loro pasticci, non

avevano mai pensato, o avevano pensato troppo poco e male.

Era la massa, cioè, degli operai, raccolti, arruolati, nei ceti più

turbolenti ed infidi d'ogni paese, veri soldati di ventura e di

sventura, rotti ai lavori più duri e più pericolosi, irritati dalle

lunghe attese della paga, dai ripetuti inganni, dalle eterne cabale,

dalla minacciata sospensione dei lavori; furibondi specialmente contro

Matteo Cantasirena che li aveva per tanto tempo ubriacati di promesse e

di declamazioni, contro il Fontanella, che mancava loro di parola,

contro tutto il Consiglio d'amministrazione, che li lasciava senza

lavoro.... Furibondi persino contro quel mite e buon Taddeo, che per

ironia, per ischerno, chiamavano:--il gamba di legno--il

Garibaldi--perchè nelle sue nuove funzioni di sorvegliante, portava lo

zelo, l'instancabile attività del galantuomo, colla rigida

inflessibilità del soldato, e perchè, "mangiando di quel pane", non

voleva unirsi a dir male nè del colonnello, nè del Fontanella, nè di

alcuno della _Cisalpina_.

Quando Matteo Cantasirena arrivò col primo treno, c'era ad aspettarlo

soltanto il Perego. Questi non lo salutò nemmeno, non gli disse una

parola e, cattivo segno, continuò a succiare il cordoncino unto degli

occhiali.

--Cosa c'è di nuovo?--domandò Cantasirena, colpito. Il non vedersi

accolto coll'espansione così necessaria alla sua indole, lo

sconcertava.--Cosa c'è?

Mariano Perego tirò diritto senza rispondergli, continuando a succiare

il cordoncino.

Matteo Cantasirena ansava.

--In questo momento in cui ho bisogno di tutto il mio coraggio, del

coraggio di tutti i miei amici, non bisogna avvilirmi. Bisogna darmi la

fede, la serenità.

--Altro che serenità!--rispose il Perego.--Son fulmini e saette!

Infilarono una stradicciuola umida e deserta, fra alte muraglie di orti

e di giardini: volevano recarsi al "Palazzo dei Lavori" senza

attraversare il paese.

--Altro che montare la dimostrazione perchè la _Cisalpina_ continui i

lavori! Sarà grazia di Dio se riusciremo a sventare la ribellione, la

rivoluzione.... e a salvar la pelle! Sì, la pelle!--E lo dico io, che

me ne intendo.--Il "quarto d'ora" è lo spirito del tempo: lei ha

abusato del "quarto d'ora".

Mariano Perego, impettito, trovata la definizione, trovò anche il

cordoncino da ricacciare dietro l'orecchio.

--Avremo la rivoluzione, una vera rivoluzione, una rivoluzione contro

di lei, contro il Fontanella.... e magari anche contro il Kloss.... la

rivoluzione di chi non ne ha, contro chi non gliene vuol dare, la

rivoluzione dell'appetito. E se gli operai non riusciranno a mangiare,

se non riusciranno ad avere il loro danaro, riusciranno a rompere la

testa a qualcuno.... e lei guardi, per suo conto, di non esporre la

sua.

--Siete sempre eccessivo!--borbottò il direttore che voleva

riacquistare la propria autorità.

--Eccessivo?... No. L'avverto di stare in guardia. Rompere "qualche

testa grossa", fare a pezzi gli _sciacalli_ della _Cisalpina_, gli

sfruttatori, i camorristi, i ladri della _Cisalpina_, ecco le loro

espressioni!... Non invento: riferisco. Basta mettere i piedi in

un'osteria.... e non si sente altro. Anche il Fontanella si comporta

male: è un ingegnere, ma, non ha che chiacchiere: avrebbe dovuto fare

l'avvocato. Non si va a far l'elegante, col sigaro d'avana in bocca,

fra la gente che non sa come dar pane ai figliuoli, da tre settimane! È

corsa voce della riunione di stamattina alla sede e forse....

Il Perego si fermò.

--Forse.... che cosa?...--domandò Cantasirena, prendendolo sotto

braccio.

--Forse è per oggi....

--Per oggi?--e lo fissò interrogandolo coll'occhio inquieto.

--Fermatevi! fermatevi a Primarole tutta la giornata e me ne saprete

dire la fine!

Erano giunti dinanzi al "Palazzo dei Lavori" e da una rapida occhiata,

Matteo Cantasirena capì che le apprensioni dell'"egregio Perego" non

erano nè infondate, nè esagerate.

Nella via, sulla porta, sotto l'atrio, crocchi di operai, colla pipa in

bocca, l'aria ironica di sfida, le facce nere arse dal sole, burbanzose

e minacciose: gruppi di braccianti più laceri, più estenuati; qua e là

qualche donna, qualche ragazza, dall'occhio sfrontato.

In disparte, un gruppo di operai, più seri, più alti, più nerboruti,

colle facce tonde, coi capelli e colle barbe biondastre: i tedeschi e

gli svizzeri, che confabulavano fra di loro, sommessamente, in un gergo

incomprensibile.

Cantasirena volle fare i soliti saluti colla mano, da buon camerata, ma

non gli rispose che qualche ghigno. Allora riprese la sua maestosa

imponenza: si fermò apposta sul portone a discorrere col Perego, che

pareva impicciolirsi, e si ficcava il cordoncino dietro l'orecchio

nervosamente, poi entrò nel palazzo.

Si sentivano grida di minaccia, di beffa, gli improperi più strani, nei

diversi dialetti:

--_Bagolon del luster!_

--_Vajana!_

--_Camorrista!_

--_Andâe là, pendin da forca!_

A un tratto un sibilo acuto lacerò l'aria, echeggiò sotto l'atrio, e

subito, irrompente, tutta una salva di sibili, di fischi.

--Il Fontanella!...--mormorava Matteo Cantasirena, salendo pallido su

per la scala.--Avete ragione, amico mio,--il Fontanella, li ha

disgustati, irritati, esasperati!

Sopra la cassapanca, unico mobile della vecchia anticamera aperta ai

quattro venti, senza vetri alle finestre, vide dei soprabiti, dei

cappelli. Erano le otto, e già nella sala della direzione v'era gente.

--Son venuti presto.... per congiurare, contro di me, prima della

seduta!--bisbigliò Cantasirena, e invece di entrar subito in sala, andò

in cerca di Taddeo, per informarsi degli intervenuti. _Taddeum_ non

c'era. Non c'era mai! Era proprio venuto a Primarole per godersi le

vacanze, la campagna, gli ozî beati! E Matteo non ritrovò più nemmeno

Mariano Perego: questi, invece di aspettarlo, era ridisceso, era

sguisciato fuori, aveva attraversato i crocchi senza farsi notare, era

scomparso. Gli pareva giunto il momento di valersi di una vecchia

amicizia di polizia, rinnovata in quei giorni a Primarole.... per caso.

Cantasirena rimase un momento sull'uscio prima di entrare: avvicinò

l'orecchio alla fessura, ma non si capiva niente di quello che

dicevano. Si rizzò, si abbottonò il soprabito, si lisciò il barbone, ed

entrò. Vide subito, seduti in crocchio che discorrevano fra di loro, il

Vergani, il Bizzarelli, il Brunetti.

I tre lo salutarono, ma egli li guardò e non rispose; vide il marchese

Tolomei, chino sopra un monte di registri, che andava sfogliando

febbrilmente, e Cantasirena questa volta fu il primo a salutare colla

mano, con ostentazione.

Poi andò diritto dal Fontanella; lo trasse in disparte, presso la

finestra, e gli parlò sottovoce.

--Andiamo male. Dei consiglieri, i nemici, i rompiscatole sono qui

tutti.

--È certo che verrà deliberata la sospensione dei lavori e la

convocazione dell'assemblea nei dieci giorni. Avete provvisto per le

centocinquemila lire?

--Ci sono.... Ma vorrei fare un dispaccio....--rispose Matteo.

E fu allora che scrisse il dispaccio per la duchessa, colla notizia dei

disordini a Primarole, e di nuovo chiese di Taddeo per mandarlo al

telegrafo.

--Taddeo è fuori; verrà a momenti; passa le notti al deposito degli

esplosivi: c'è tutto da temere, e occorre gente fidata, di coraggio.

--E l'Arcangeli?...--domandò Cantasirena al Fontanella.

--Non mancherà di certo. Il Laner piuttosto?...

--Doveva esser qui. Non è qui?

--No. Ma voi, di dove venite?

--Sono stato a tentare l'ultimo colpo col Bonforti e col Ghirlanda.

--E così?

--Pilato.... e Longino! L'uno se n'è lavato le mani; l'altro mi ha

abbeverato di fiele!--Sospirò, poi s'irritò, pestò i piedi, e si

rivolse arrogantemente al Tolomei:

--Siamo in numero!--Avanti chi tocca e incominciamo!

--La convocazione è per le nove,--rispose secco il Tolomei, e continuò

a scartabellare i registri e a prendere appunti.

Un gruppo di consiglieri della _Cisalpina_ comparve poco dopo,

fermandosi sull'uscio, discutendo animatamente. Ma il gruppo, d'un

tratto, fu sbaragliato, attraversato da Gesualdo Arcangeli; lo scultore

entrò nella sala, col cappello in testa, la cravatta rossa, burbanzoso,

minaccioso come se volesse fare a' pugni con tutto il mondo. Si avviò

difilato verso il Cantasirena e il Fontanella, gridando con enfasi,

stringendo loro le mani con gran forza:

--Pronti!... Pronto al comando!... E sempre amici!--in vita e in

morte--per Dio!

Peccato!... Gridava per quattro, ma non poteva votare che per uno!

--E il Laner?--domandò l'Arcangeli, guardandosi attorno, arricciandosi

i baffi, dimenandosi sui fianchi,--il nostro Pietro, Pietro il Grande,

non c'è?

--Se non è venuto a quest'ora.... avrà avuto paura!...-bisbigliò il

Fontanella.--Un altro voto di meno!

Matteo Cantasirena, sempre più agitato, nervoso, alzò la voce:

--Dirò, col mio compianto amico.... il Belisario di Sebenico: "Agli

alti monti la neve, alle anime generose la gelida sconoscenza!"--Fece

alcuni passi infuriato, poi tornò vicino al Fontanella e all'Arcangeli,

borbottando:--Anche quel falso trentino che mi diventa un....

_tirolese!_ Quel giullare!--E ritornò ad alzare la voce, lanciando

occhiatacce furibonde al gruppo del Vergani, del Bizzarelli, del

Brunetti.--Tutti così! Tutti ingrati, gli ex morti di fame!... Un

branco d'ingrati, tutta la gente messa al mondo da me!... Creata da

me!...

Il Brunetti si alzò di colpo, rivoltandosi:

--Oh, è ora di finirla!... La finisca di fare.... il Domeneddio!

Sissignore! Morti di fame, perchè la nostra parte.... l'ha mangiata

lei!

Il Bizzarelli, il Vergani, gli altri, lo tiravano per la giacchetta:

volevano farlo sedere, volevano farlo star zitto, ma non c'era verso.

--Lasciatemi parlare!--gridava il Brunetti più forte, più rosso, più in

furia.--Lasciatemi parlare! Sono mesi e mesi che ingoio, che soffoco, che

mi strozzo!--Sissignore!--Morti di fame, perchè abbiamo sempre avuto la

debolezza di credere alle sue chiacchiere, a' suoi giuramenti, alle sue

preghiere, alle sue lacrime! Morti di fame!--Sissignore!--Perchè non le

abbiamo mai fatto scontare tutte le sue.... porcherie!

Matteo Cantasirena, che a questa sfuriata era rimasto turbato,

interdetto, appena riprese fiato si rivolse al marchese Tolomei, ch'era

salito al banco della presidenza e scampanellava per imporre il

silenzio.

--Con questo tono.... con questa forma.... con questo linguaggio....

ogni discussione è impossibile: io rinuncio alla parola!

--Porcherie! Porcherie!--strillava il Brunetti,--e la colpa è sua se

non posso usare un termine più pulito!

--Finiamola!--esclamò Matteo Cantasirena, pallido, smorto. Ma poi,

subito, riprese il sopravvento, rivolgendosi ancora al Tolomei:--In

questo luogo è soltanto all'autorità del nostro egregio Presidente che

io posso.... che io devo rivolgermi.... per farmi rispettare!--e

sedette maestoso, sdegnoso, voltando le spalle "a quel malcreato".

--La prego, signor Brunetti,--gridò a sua volta il Tolomei,--faccia

silenzio!... Le sue ragioni..... i suoi risentimenti....--ma non gli

venne la frase e finì, pestando un piede sotto il tavolo, e

scampanellando furiosamente.--Avrà tempo di sfogarsi fuori di qui!

--Ssst! Silenzio!--sibilò, urlò l'Arcangeli.--Silenzio! Per Iddio!

Il Brunetti circondato, tirato giù dai suoi amici, fu costretto a

sedere e a tacere.

Il presidente, dopo un'ultima suonata di campanello, dichiarò aperta la

seduta. L'ordine del giorno recava per primo:

"_Discussione del bilancio consuntivo da presentarsi all'Assemblea dei

soci azionisti_."

--Domando la parola per una semplice dichiarazione,--esclamò Matteo

Cantasirena, alzandosi in piedi ancora pallidissimo e colla voce

alterata.

Egli non poteva restare sotto il peso di quella sfuriata del Brunetti,

nè voleva lasciare i suoi colleghi del consiglio; sotto un'impressione

per lui tanto sfavorevole. Bisognava distrarla, commuoverla, tutta

quella gente!...

--Prima d'incominciare una discussione che sarà eccezionalmente

appassionata e accalorata, trovandosi in giuoco non solo gli interessi

più vitali di una grande impresa, ma la vitalità stessa di una grande

idea, consentitemi, signori, colleghi.... amici.... consentite al

grande colpevole.... ed al grande espiatore, una breve dichiarazione.

Non voglio difendermi: voglio accusarmi. Vi dichiaro di accettare

preventivamente la piena responsabilità di tutti gli errori....--e

soggiunse sorridendo,--e degli errori di tutti!

Sorrise a questo punto anche il Fontanella, sorrise qualche altro;

l'Arcangeli applaudì: Matteo Cantasirena era a posto.

--Sì: devono ricadere sul mio capo tutti gli errori della _Cisalpina!_

Sì: ho grandemente errato e non aggiungo, perchè non voglio

giustificarmi, ho grandemente amato!--Signori, colleghi: la discussione

odierna dev'essere accanita, spietata come una requisitoria: dev'essere

esauriente come un giudizio.... inappellabile. Non vi domando nessuna

indulgenza, nessun riguardo, nessun rispetto per me, per i miei

precedenti, per il mio passato, per i sacrifici compiuti: il _noli me

tangere_ è indegno di un vecchio soldato.--Chi sta dinanzi a voi è un

colpevole? Condannatelo!--Soltanto ricordo questo: di tutto il

programma della _Cisalpina_, uscito più dal cuore entusiasta che dalla

ragione moderatrice, ricordo questo:--una promessa:--_lavoro e pane_

per i nostri operai. E se il vostro cuore è chiuso ad ogni mia

preghiera, dirò alla vostra ragione: Signori; è la prudenza che

v'impone di non dimenticare la sacra promessa: _lavoro e pane_. Non vi

domando altro, non vi domando niente, non voglio pietà per me: nè

pietà, nè indulgenza.... nè giustizia! Imponetemi qualunque sacrificio;

imponetemi di dimettermi, io vi risponderò con una parola che risuonò

generosa.... magnanima per tutto il mondo, nel giorno, non lontano, di

un'altra sconfitta--una sconfitta--ricordatelo--che fu più feconda e

più gloriosa di una vittoria: _Obbedisco!_

E Matteo Cantasirena si lasciò cadere sopra la sedia, colla voce rotta

da un singhiozzo.

Giù, nel piazzale, lungo le vie, cresceva intanto la folla e cresceva

il fermento.

Era corsa una parola d'ordine la sera innanzi, fra gli operai, per

raccogliersi tutti lì sotto le finestre della Direzione? Per suonar la

monfrina, finchè i Consiglieri--i _margniffoni_, le _vajane_,--come li

chiamavano, tenevan seduta?... Nessuno, nemmeno Mariano Perego avrebbe

potuto assicurarlo.

Dalla folla si levava di tanto in tanto, qua e là, un fischio,

un'urlata, una bestemmia diretta al finestrone della gran sala delle

sedute. Quando la parolaccia risuonava più esotica, più strana, più

lurida, in quella confusione di dialetti, scoppiavano applausi

frenetici. Poi c'era chi imponeva silenzio: volevano sentire che cosa

dicevano di sopra _le canaje_, _i lustrissimi_, ma non potevano sentir

niente; soltanto udirono la voce stentorea di Matteo, quando gridava:

Pane e lavoro!

--_Coppett!_--rispose uno della folla.

Poi un altro:

--_Va in malora!_

Un consigliere in ritardo, attraversò la piazza per recarsi alla

seduta: i sibili isolati diventarono una salva scrosciante di

fischi.... e con quella musica fu accompagnato e scappò dentro nel gran

portone del palazzo.

Ma a poco a poco cessarono le sghignazzate, i motteggi, le beffe; la

chiassata diventava una sollevazione.

Tutta quella gente, misera e lacera a un modo, e che serbava nondimeno

le caratteristiche delle varie regioni, nell'aspetto e nel linguaggio,

univa la voce in un sol rombo cupo, di livori e di ire.

Le donne e i ragazzi dei braccianti, dalle facce grinzose e sfinite, su

cui la fatica lasciava un'impronta di patimenti, quasi di sevizie,

stavan seduti per terra, lungo le muraglie, accosciati al sole,

incitavano e aizzavano gli altri colle celie pungenti, colle risate

amare.

Qua e là, qualche vecchio operaio, colla bluse stracciata, dalla quale

appariva il petto villoso, squamoso, ischeletrito, qualche vecchio

operaio, dal viso estenuato, solcato di rughe nere, profonde, cogli

occhi riarsi, collo sguardo truce, sinistro, girava muto, tra la folla,

come l'incarnazione, il simbolo di quell'odio represso, compresso,

accumulato, che stava per prorompere.

D'un tratto, in mezzo al piazzale, fu un sospingersi, un urtarsi.

--Che c'è?... Chi è?...

--Ah, finalmente! Uno che parla! C'è uno che prende la direzione! È il

Carotti! Bravo! È il torinese!

Un giovane operaio, colla giacca e il viso puliti, i baffetti neri

arricciolati, e l'occhio mobile, chiaro, fu portato quasi di peso,

sopra una panca d'osteria.

--Evviva Carotti!

"Operai," cominciò l'oratore, "compagni! Siete voi organizzati,

coscienti, avete un programma d'azione, come l'esercito dei proletari

del Belgio, della Germania?"

--_Va lavora!_

Non era giornata buona per i rétori, nemmeno per i rétori in bluse.

--Fuori la paga! Vogliamo i nostri danari, il nostro sangue, o fuoco

alla trappola!--gridò una voce.

--O la paga, o sulla forca le _vajane!_

--Sulla forca!--risposero cento voci.

--Sulla forca!--rispose tutta la folla.

Gli operai tedeschi, erano rimasti sempre in disparte, sempre in gruppo

fra di loro, in un canto della piazza, sotto il portico della casa

comunale.

All'improvviso, di colpo, uno di quei tedeschi, un gigante biondo e

roseo, colla faccia tonda, ancora infantile, si staccò dai compagni,

attraversò la piazza, spingendosi, facendosi largo tra la folla, colle

gomitate, afferrò l'oratore per il petto, lo tirò giù dalla panca e

scuotendolo forte, spingendolo, gli gridò sul viso, in cattivo

italiano:

--Su, con noi, su da quei signori.... In commissione.... Su.... a finir

l'affare!

--Bene! Bravo! Su! Su! Da quei ladri! Da quei _sgonfioni!_

Ma nel mentre i più rumorosi, i più sfegatati, fanno ressa attorno al

Carotti e all'operaio tedesco, e discutono gesticolando per formare la

commissione, dall'estremità del piazzale si odono urli, grida, strilli

di donne spaventate: è un tafferuglio di chi viene a contesa, è un

fuggi fuggi, un rimescolamento, un sommovimento di tutta quella massa

eccitata, vogliosa, smaniosa, impaziente di menar le mani.

A un tratto, in mezzo alla folla spiccano i pennacchi rossi dei

carabinieri: sono otto: otto bei giovanotti, cortesi, ma risoluti. Un

signore col soprabito impolverato e gli occhiali azzurri, si è fatto

avanti e parla forte, reciso: ordina ai carabinieri che sgombrino la

piazza: dietro a lui, due o tre figure tarchiate, dalla faccia

assonnacchiata, dall'aria intorpidita che si svegliano d'improvviso, si

fanno violenti, si cacciano nel più fitto della calca, respingono

ciecamente, confusamente, uomini, donne, quanti si paran loro dinanzi,

senza parlare, senza guardare in faccia a nessuno.

--I carabinieri! Le guardie!

--Quello è il delegato!

--È venuto da Castellanzo!

--C'è stata la spia!

--Sulla forca la spia!

--A noi! A noi!

E dalla folla che si agita, che ribolle, che rumoreggia, ma che rimane

compatta, che non indietreggia d'un passo, scoppia un'urlata, un'urlata

sola, lunga, echeggiante, rimbombante, tremenda:

--Morte ai ladri! Viva la rivoluzione sociale!

Il delegato è diventato un po' pallido; stringe le labbra, si fa largo

vivamente, fa un cenno quasi impercettibile e scopre la sciarpa. Uno

dei questurini in borghese, trae di tasca la tromba ravvolta in un

fazzoletto di colore, la svolge, l'appressa alle labbra.... echeggia

uno squillo, ma in quell'attimo un pugno formidabile,--chi è

stato?--non si sa! non s'è visto!--lo coglie sul capo, gli sforma il

pioppino, glielo caccia giù fin sugli occhi.... La tromba gli cade di

mano, egli cerca di difendersi. Allora è una pioggia improvvisa di

pugni, una rissa accanita, furiosa, rabbiosa in mezzo alla calca:

luccicano, sinistre, le canne brevi delle rivoltelle, si ode uno sparo:

i più lontani, in fondo al piazzale, scappano, fuggono urlando,

imprecando: invece lì nel mezzo si combatte corpo a corpo: è una lotta

selvaggia! Tutt'intorno le grida si levano assordanti:--Morte alla

spia! Chi ha chiamato la forza? Chi ha avvertito il delegato? Morte

alla spia!--_Canaja! Farfo! Giuda!_ sulla forca!.... sulla forca!...--E

nel mezzo la lotta continua disperata, corpo a corpo, come un vortice,

un gorgo rammulinante. Non si vogliono cedere gli arrestati. Si vuol

impedire alle guardie, ai carabinieri di ammanettarli, di trascinarli

in prigione. Si vuol strapparli, liberarli a viva forza.

--Fratelli! Vendichiamoci! Morte alla spia!--grida il Carotti preso,

agguantato in mezzo ai carabinieri.

Un altro sparo, e un operaio getta un urlo, si preme la mano sulla

fronte.... ne gocciola il sangue.... annaspa colle mani gemendo,

ridendo con un ghigno sinistro.

--Il _Francia!_ Il _Francia!_ Hanno ammazzato il _Francia!_--Un altro

urlo, un urlo di terrore, d'imprecazione, di morte, erompe dalla folla

che si precipita contro il "Palazzo dei lavori". I carabinieri, le

guardie, il delegato, hanno appena il tempo di occupare il portone, per

resistere alla furia del popolo. Un carabiniere è colpito nel capo da

una sassata.... impallidisce, barcolla.... ma si rimette in fila, fermo

al suo posto, colla faccia insanguinata, colla rivoltella in pugno,

puntata contro la folla. Il delegato si è fatto livido, ha perduto gli

occhiali. Agguanta un ragazzotto pel petto, lo squassa furioso, lo

scaglia addosso agli altri e grida con voce rauca:

--Indietro, o si fa fuoco!

La baraonda · 第 38 / 44 题