Intanto coloro che piú erano avversi al ritorno degli esuli, con
sottile astuzia consigliarono al Cardinale d'andar prima a pacificare
Pistoia, dicendogli che, se essa rimaneva come ora in mano dei
Bianchi, la pace in Firenze sarebbe stata sempre fittizia. E quando
egli andò, avversarono l'opera sua in modo che, non solamente dove
tornarsene senza nulla aver concluso, ma volendo entrare in Prato, si
vide dalla sua stessa città natale chiudere le porte in viso. Di tutto
ciò il Papa fu adiratissimo, ed il 29 maggio scriveva ai Fiorentini
una lettera piena di sdegno.[195] Ma essi erano in tale disordine e
tumulto che, avendolo pregato di trovar loro un Podestà, di quattro
che ne propose, non uno volle accettare. Pure il Cardinale persisteva
impassibile nella sua idea d'accordo, e fece, sotto sicurtà, venire
a Firenze dodici sindachi dei fuorusciti, sei dei Bianchi e sei dei
Ghibellini, perché s'intendessero con dodici eletti in città, due per
Sesto, uno dei donateschi, l'altro dei loro avversari.[196] Questi
ventiquattro cittadini erano tutti dei Grandi, e diffidavano tanto
gli uni degli altri, che i dodici fuorusciti, sebbene avessero avuto
dal popolo buona accoglienza, e fossero, sotto la pubblica fede,
alloggiati in casa Mozzi, dove abitava il Cardinale stesso, pure,
temendo d'essere da un momento all'altro tagliati a pezzi, volevano
andarsene via. Ma furono dagli amici consigliati, invece, ad armarsi
ed asserragliarsi nelle case dei Cavalcanti, con l'aiuto dei quali
avrebbero potuto, occorrendo, respingere e domare gli avversarî colle
armi. I Cavalcanti parevano a ciò assai ben disposti, e cominciarono a
trattare. Ma dopo avere cosí sollevato un sospetto e un odio infinito
nei loro nemici, si ritrassero a un tratto, scontentando fieramente
anche gli amici. I fuorusciti allora partirono, il dí 8 giugno 1304,
piú che in fretta.[197] E subito s'andava ad alte voci gridando contro
il Cardinale, che egli aveva tradito la città con questi suoi oscuri
maneggi, e s'aggiungeva ancora che aveva incitato i fuorusciti ad
accostarsi alle mura, armata mano. Si mostravano le lettere col suo
suggello, e s'affermava che i fuorusciti erano pel Mugello venuti
fino a Trespiano, tornandosene indietro solamente quando seppero che
i meditati disegni erano andati in fumo. Il Villani dice che queste
erano calunnie;[198] ma anche dalle Epistole attribuite a Dante
Alighieri si deduce che il Cardinale voleva davvero il ritorno dei
fuorusciti, ed aveva perciò trattato con loro.[199] Adesso però egli
era finalmente stanco, e partissene il 10 giugno, lasciando al solito
la Città interdetta, ed esclamando: «Dappoiché volete essere in guerra
e in maledizione, e non volete udire né ubbidire il messo del Vicario
di Dio, né avere riposo né pace tra voi, rimanete con la maledizione di
Dio, e con quella di Santa Chiesa».[200]
La condizione dei Cavalcanti e dei loro amici divenne in questo momento
terribile davvero. La loro presente unione coi Donati non bastava a far
dimenticare l'odio antico, che si era sopito un momento, ma solo per
favorire il ritorno dei Bianchi, a danno dei Tosinghi. I quali infatti
restarono isolati, perché abbandonati anche dal popolo grasso, che,
stanco delle continue guerre civili, e persuaso dal Cardinale, aveva
favorito l'accordo fra Donati e Cavalcanti. Ma quando questi, giunti
al punto di concluderlo, s'erano inaspettatamente tirati indietro,
allora risorse subito l'odio antico, ed essi si trovarono fra due
fuochi. Messer Corso frenava per ora lo sdegno, non volendo troppo
avvicinarsi ai Tosinghi, e col pretesto della gotta se ne stava ancora
da parte, lasciando fare ai suoi. Ma l'odio di Rosso della Tosa era
irrefrenabile, addirittura feroce contro i Cavalcanti, i quali lo
avevano veramente messo sull'orlo della totale rovina. Laonde non era
appena partito il Cardinale, che già Firenze pareva alla vigilia d'una
catastrofe. I Cavalcanti videro il pericolo in cui si trovavano; ma
erano numerosi, arditi e potenti. I Gherardini, i Pulci, i Cerchi del
Garbo stavano con essi; molti amici avevano anche nel contado e fra
gli esuli bianchi; né mancavano d'aderenze fra i popolani grassi, non
pochi dei quali abitavano nel centro di Firenze le loro case. Quelli
però che ora s'armavano contro i Cavalcanti, non erano i popolani, ma
i Grandi. I Cerchi del Garbo cominciarono ad azzuffarsi di giorno e
di notte coi Giugni. In aiuto dei primi vennero subito i Cavalcanti
cogli amici loro, e furono vittoriosi, tanto che poterono da Or S.
Michele arrivare, senza quasi trovar resistenza, fino alla piazza
di San Giovanni. Ma quando s'erano cosí allontanati dalle proprie
case, si manifestò in queste un grave incendio. I nemici v'avevano
appiccato un fuoco lavorato, che da piú giorni a questo fine andavano
apparecchiando. Il primo a metterlo, cominciando dalle abitazioni
dei suoi propri consorti, fu Neri degli Abati, priore di San Piero
Scheraggio; poi lo vennero saettando molti altri, fra i quali troviamo
lo stesso Simone della Tosa e Sinibaldo di Mess. Corso Donati.[201]
Era il 10 giugno del 1304, e soffiava un forte vento di tramontana;
l'incendio si diffuse perciò rapidissimamente in Calimala, Mercato
Vecchio, Or S. Michele; e cosí arse, con le case dei Cavalcanti, tutto
il centro, «tutto il midollo e tuorlo e cari luoghi della città di
Firenze»,[202] come dice il Villani. Esso aggiunge che, tra palazzi,
case e torri, ne andarono in rovina piú di millesettecento, con
infinita rovina delle mercanzie ivi raccolte, giacché quelle che non
arsero, vennero, nello sgomberarle, rubate, continuandosi a combattere
ed a saccheggiare anche in mezzo alle fiamme.[203] Paolino Pieri dice
nella sua Cronica, che fu distrutto un decimo della Città, il sesto
per valore. Molte famiglie, molte compagnie furono disfatte; ma piú
degli altri soffrirono i Cavalcanti, i quali rimasero come esterrefatti
dinanzi al fuoco, che bruciava tutto quello che avevano. Eppure tale
era l'odio concepito contro di essi, che anche dopo aver subito cosí
crudeli calamità, vennero come ribelli cacciati di Firenze.